“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte seconda)

La storia dei Giochi Olimpici, vista attraverso le opere di grande pregio raccolte per la mostra in corso alla Fondazione Rovati, prosegue facendoci letteralmente entrare nella “Tomba delle Olimpiadi” (530-520 a.C.) proveniente dal Museo Archeologico di Tarquinia. Alle pareti non riproduzioni, ma dei dipinti a secco, strappati e riposizionati su tela, che escono per la prima volta dalla loro sede per essere ospitati in questo museo di arte etrusca.

Siamo circondati, diremo quasi avvolti, da immagini di gare di corsa, lancio del disco, incontri di lotta e pugilato, corse di bighe e da raffigurazioni di danze e banchetti. Colpisce, di fronte all’ingresso, la porta che segna il passaggio per l’aldilà; è un’immagine di grande impatto emotivo: di qui la vita con i suoi piaceri, oltre la porta il mistero di ciò che non si conosce.

In un’altra sala, molto interessante è la copia, realizzata nell’Ottocento da Carlo Ruspi e proveniente dei Musei Vaticani, delle pitture murali etrusche relative alla “Tomba delle bighe”. Anche qui giovani che danzano o suonano, gare sportive, un tavolo per il banchetto e alcune bighe con auriga.

In alto, una tribuna coperta ospita gli spettatori. Anche questa tomba è un inno alla vita che ci testimonia come le gare facessero parte dei piaceri terreni e dei rituali funebri; quasi un invito al Carpe diem?

Gli antichi Romani, anche dopo la conquista dell’Ellade, non “adottarono” mai veramente le Olimpiadi. I giochi preferiti erano per lo più spettacoli popolari con corse di bighe e quadrighe, combattimenti tra gladiatori o contro animali.

Uno di questi gladiatori, storico e non hollywoodiano, è Urbicus, un secutur, la cui stele funeraria si trova a Milano, all’Antiquarium “Alda Levi” di via De Amicis. Questa lapide ci riporta all’amore della sua famiglia che ricorda un atleta ucciso a tradimento dopo un combattimento vittorioso.

I giochi al tempo dei Romani divennero quasi un “rito”, un ammortizzatore sociale e politico: panem et circenses. Paradossalmente chi amò le Olimpiadi fu un Imperatore molto controverso: Nerone. Infatti gareggiò ad Olimpia come atleta e artista, vincendo (?!!!) oltre 1800 gare, facendo persino spostare la data delle Olimpiadi. Il suo trionfo a Roma fu grandioso e i suoi trofei furono portati in corteo. A lui accostiamo un’immagine della mostra, il trofeo opera di Peter Carl Fabergè, realizzato per conto dello Zar Nicola II come premio per il vincitore di una gara.

Via via il fuoco della fiaccola olimpica si affievolì sempre più, tanto che l’Imperatore Teodosio, nel 393 d.C. lo fece spegnere, abolendo i Giochi insieme ad altri riti pagani. Ci furono secoli di oblio, ma, come il leggendario fiume Alfeo che attraversa la piana di Olimpia, scorre poi sottoterra e riemerge, per volere di Zeus, nell’isola di Ortigia (a Siracusa) per ricongiungersi con l’amata Aretusa, così i Giochi Olimpici rinacquero a fine Ottocento per merito del barone Pierre De Coubertin.

La prima Olimpiade moderna si tenne ad Atene nel 1896. Poi, come un tempo, i Giochi attraversarono momenti storici diversi e difficili: guerre, boicottaggi politici, attentati, persino il Covid, che fece rimandare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Lo sport olimpico si urbanizzò e divenne “mondiale”. Si aggiunsero gare, discipline sportive nuove e, persino, altri Giochi, quelli Invernali e quelli Paralimpici.

Ora tocca a Milano-Cortina! “Altius, Fortius, Citius et… Communiter”

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte prima)

Tra qualche giorno si inaugureranno le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e la nostra città propone, per questo evento, anche una serie di iniziative culturali. Un’occasione da non perdere è la mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga 3000 anni” in corso alla Fondazione Rovati, corso Venezia 52, aperta fino al 22 marzo 2026.

Nelle diverse sale convivono passato e presente dei Giochi: a reperti antichi sono infatti accostati oggetti sportivi recenti, talora diventati iconici, in un percorso espositivo che ci porta a riflettere sull’evoluzione storica e di costume delle Olimpiadi. In questa vetrinetta, ad esempio, vediamo, tra l’altro, una maglietta di Usain Bolt, una scarpa da basket di Michael Jordan e una terracotta di età ellenistica che rappresenta un piede che calza un sandalo.

Abbiamo preso spunto da questa mostra per intrecciare alcune immagini degli oggetti esposti con notizie, a volte curiose o poco note, sulla storia delle Olimpiadi. Chi volesse approfondire questo argomento potrebbe leggere l’interessante “Enciclopedia dello Sport – Olimpiadi antiche” sulla Treccani online, visitare il book-shop della Fondazione e, soprattutto, vedere la mostra!

https://www.treccani.it/enciclopedia/olimpiadi-antiche_(Enciclopedia-dello-Sport)/

I Giochi Olimpici – Spigolando qua e là nell’antica Grecia

Anticamente gli “sport” erano presenti e praticati in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Sono stati ritrovati, infatti, molti reperti che testimoniano incontri di lotta, pugilato, gare di corsa e coi carri anche in Egitto, Mesopotamia, Creta, fra gli Ittiti…

In Grecia i giochi erano praticati per rendere più solenni i riti religiosi e quelli funebri. Vi ricordate le gare per i “funerali” di Patroclo sotto le mura di Troia? Omero visse circa due secoli prima della nascita ufficiale dei Giochi Olimpici (776 a.C.) e molte delle gare descritte nell’Iliade furono praticate anche nelle Olimpiadi.

I Greci amavano molto gareggiare e lo facevano in campi diversi: tra l’altro esistevano, a Delfi, anche gare artistiche in onore di Apollo.

I giochi sportivi che nacquero ad Olimpia, dove c’era un santuario dedicato a Zeus, furono senza dubbio i più conosciuti ed importanti, tanto che la loro origine era considerata divina e che i Greci ritenevano il 776 a.C. l’inizio della propria storia.

I Giochi, che si tenevano ogni quattro anni, regolavano anche il calendario. Il periodo tra un’Olimpiade e la successiva prendeva il nome dal vincitore dello Stadion (una corsa veloce di 192, 27 metri) il quale aveva il privilegio di accendere il fuoco dell’altare di Zeus. Ancora oggi l’accensione della fiaccola è uno dei momenti più suggestivi delle Olimpiadi.

Quanto alla cosiddetta “tregua olimpica”, gli storici contemporanei non sono del tutto concordi. Ci furono, infatti, battaglie entrate nella storia (come le Termopili contro i Persiani o altre tra città greche stesse) che non si interruppero per i Giochi. Si tenga poi presente che si parla di tregua, non di pace. Forse il Barone Pierre De Coubertin, al quale si deve la rinascita delle Olimpiadi nel 1896, sperava che idealizzare un po’ la “tregua” potesse essere d’esempio e di ispirazione per i contemporanei e i posteri. Pierre anche era un appassionato di sport e praticava, tra l’altro, la boxe. Ecco i suoi guantoni.

In Grecia i Giochi Olimpici erano riservati a maschi greci e di condizione libera mentre le donne non potevano neppure assistere alle gare. Dovranno aspettare fino alle Olimpiadi del 1900 per essere ammesse a gare al femminile, con, talvolta, anche qualche discussione… di genere.

Per gli antichi Greci l’importante era vincere, non partecipare (un’altra invenzione del Barone)! Non esistevano il podio per il secondo e il terzo posto nè il gioco a squadre. Al centro c’era sempre l’Agon, la competizione. Il vincitore era osannato e premiato con una corona di ulivo selvatico. Via via, però, le corone divennero d’oro, si aggiunsero benefit come l’esenzione dalle tasse e grandi premi in denaro. Questo portò anche al “professionismo”, alla nascita della figura dell’allenatore ma pure ad episodi di corruzione di atleti e giudici nonchè ad un esasperato culto dell’atleta-mito. Scrive Euripide: “Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti… Si aggirano in vesti lussuose e si credono il vanto della città”. E oggi?

Quali erano le gare principali? Fino alla XIII edizione dei Giochi (728 a.C.) si svolgeva una sola gara, lo Stadion. Nel corso del tempo però, le prove olimpiche aumentarono di numero e ci furono anche delle modifiche. In questa mostra ci rendiamo conto come attraverso oggetti comuni (vasi, monete, eccetera) gli atleti ed i Giochi entrassero nella vita greca “anticipando”, in un certo senso, le figure degli sportivi e gli eventi che oggi i media portano nelle nostre case. In quest’anfora sono riprodotti il lancio del giavellotto e del disco.

Molto interessante è l’accostamento tra un disco in ferro (enorme!) di quel periodo ed uno utilizzato ai Giochi di Los Angeles del 1932.

Tra le gare olimpiche alcune erano di contatto, come la lotta, il pugilato e il successivo pancrazio. La lotta (chiamata palè, da cui palestra) iniziò ad essere praticata nel 708 a.C. e fu considerata da Senofonte “Scienza ed arte”. Gli atleti si cospargevano il corpo con olio che toglievano al termine della gara usando lo strigile, una specie di raschietto metallico.

Gli incontri di pugilato, entrato tra i Giochi nel 688 a.C. non avevano nè tempo massimo nè intervalli. Si andava avanti a oltranza finchè uno dei pugili era (o si dava per) sconfitto. Inizialmente si combatteva a mani nude, poi con delle “protezioni” per le mani che avevano, però, lo scopo di fare più male possibile all’avversario. Non contava comunque solo la forza, ma servivano anche l’intelligenza e l’agilità: Rocky e Apollo Creed insieme.

In questi sport da combattimento avvenivano parecchie infrazioni alle regole tanto che l’illecito divenne poi lecito dando vita al pancrazio, una gara dove tutto era permesso tranne morsi e dita degli occhi, naso e bocca dell’avversario.

Anche le gare ippiche erano molto seguite, sia quelle con le bighe, sia quelle su cavalli montati a pelo, senza sella nè staffe (che, peraltro, non erano state ancora inventate).

Il premio veniva consegnato non all’auriga o al cavaliere vincitore, ma al proprietario del cavallo; potremmo dire non al pilota, ma alla scuderia.

Pausania e Plutarco ci raccontano che, intorno al 400 a.C., Cinisca, una principessa spartana appassionata proprietaria di cavalli, ottenne il premio olimpico facendo poi scrivere sul monumento a lei dedicato: “Dico che io, sola tra le donne di tutte l’Ellade, colsi questa corona”. A lei dedichiamo questa statuetta con una Vittoria alata.

Le nostre spigolature olimpiche continueranno tra qualche giorno…

A presto…