La costruzione del Duomo: quando la nostra cattedrale si vestì di rosa

Il Duomo è fatto di conchiglie. Tanto tempo fa, in un’era lontana lontana, quando un grande mare ricopriva la pianura padana, c’era una zona ricca di conchiglie. Nel corso di milioni di anni sono diventate marmo rosa, fuse nella roccia.

Il marmo rosato, con il quale è stato costruito il nostro Duomo, è nato così, in Val d’Ossola, estratto dalle cave di Candoglia.

Esse appartenevano all’allora Signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti che le donò alla Veneranda Fabbrica per la nostra Cattedrale. Ancora oggi, viene estratto da queste cave, bello e delicato, facile da lavorare ma fragile, per continuare l’opera iniziata più di seicento anni fa.

Milano era già allora una città ricca e fiorente, ma non aveva una cattedrale prestigiosa come quelle diffuse in Europa e in Italia.

Cattedrale di Chartres

Basilica di S.Antonio a Padova

Duomo di Orvieto

Duomo di Firenze

Le due concattedrali di Santa Tecla e di Santa Maria Maggiore, che si trovavano “in piazza Duomo” erano piuttosto vecchiotte. Inoltre, nel 1353 il grande campanile situato nei pressi dell’odierna Galleria era crollato facendo moltissime vittime e demolendo parte di Santa Maria Maggiore.

Circa trent’anni dopo l’Arcivescovo di Milano, Antonio da Saluzzo, diede l’avvio ai lavori della nuova cattedrale. Subito i milanesi si gettarono con amore e entusiasmo in quest’opera che doveva perpetuare la sacralità del luogo, dove da sempre c’erano templi e boschi sacri.

L’Arcivescovo approva il progetto – porta del Duomo di L. Minguzzi

Benedizione della prima pietra – porta del Duomo di L. Minguzzi

Era il 1386 e si pensava ad una cattedrale in mattoni e cotto, secondo la tradizione lombarda. Gian Galeazzo, però, entrò, per così dire, a gamba tesa e un anno dopo volle che il futuro Duomo venisse costruito in marmo, nello stile delle più ammirate cattedrali europee.

Duomo di Colonia

Notre Dame di Parigi

Il Duca donò le cave di Candoglia, fece ingentissime e continue elargizioni; avrebbe voluto anche un archistar francese, Jean Mignott, ma i milanesi fecero catenaccio, licenziarono l’architetto e vennero preferite maestranze italiane, meglio se lombarde. Il Duomo sarebbe stato dei milanesi e non dei Visconti; Gian Galeazzo, volendo un mausoleo per la sua dinastia, si impegnò anche nella costruzione della Certosa di Pavia.

tomba di Gian Galeazzo

Certosa di Pavia

I muratori furono sostituiti dai marmoristi e dagli scalpellini e tutti i milanesi lavorarono con impegno e generosità in un’opera comune e condivisa.

Anno dopo anno, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo (e ora è cambiato anche il millennio), la storia e la costruzione del Duomo sono continuate in un’incredibile staffetta.

Ancora oggi la Fabbrica si occupa dei lavori che riguardano la cattedrale e propone iniziative per raccogliere i fondi necessari. È di questi giorni la notizia dell’orologio a cucù, simbolo di “Adotta una Guglia”, donato a Barak Obama in visita a Milano.

Oltre seicento anni hanno influito sulla storia della nostro Duomo. Più architetti, più scuole, più stili hanno lasciato la propria impronta donandoci opere da ammirare in una sorta di museo di arte e di fede.

Nel Quattrocento venne completata l’abside, forse la parte più bella del Duomo; il colore irruppe in alcune preziose vetrate, si innalzarono le prime guglie.

La prima in assoluto venne dedicata a Marco Carelli, il benefattore che aveva donato tutte le sue ingenti ricchezze al Duomo. Ancora oggi la vediamo sopra l’abside; la statua, però, su questa guglia ritrae Gian Galeazzo, in fondo anche lui sponsor del Duomo.

Statua originale – Museo del Duomo

Nel 1418 Papa Martino V consacrò l’altare maggiore e diede inizio al culto.

Nella seconda metà del Quattrocento vennero abbattuti, per fare spazio, l’Arengo, Santa Tecla e una parte di Santa Maria Maggiore che, però, “prestò” ancora la facciata al Duomo.

Nel Cinquecento vennero terminate la cupola e una parte della terrazza.

Alla direzione dei lavori c’era Pellegrino Tibaldi che poteva contare sull’appoggio dell’Arcivescovo Carlo Borromeo. L’architetto presentò anche un progetto della facciata e, all’interno, si dedicò, tra l’altro, al pavimento, un tappeto di fiori e di conchiglie di marmo.

Con la dominazione spagnola (1535 – 1714), però, i lavori andarono un po’ a rilento.

F. Gonin

evento nel 1630

Nella seconda metà del Settecento, sotto il governo austriaco, vennero iniziati i lavori per la guglia (1765) che avrebbe ospitato nove anni dopo la Madonnina, il punto più alto di Milano fino al secondo dopoguerra.

Nell’Ottocento Napoleone, che voleva essere incoronato in Duomo Re d’Italia con la Corona Ferrea (vi ricordate il “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”?), diede una accelerata ai lavori. Venne completata la facciata, si innalzarono guglie e statue.

Ma chi pagò i conti imperiali? Per sostenere le ingenti spese, l’Imperatore e Re ordinò la vendita di tutti i beni che la Veneranda aveva amministrato per secoli con grande saggezza. L’impegno di Napoleone era quello di pagare metà delle spese, ma stiamo ancora aspettando…

Passarono Re e Imperatori…

Incoronazione di Ferdinando d’Austria Re del Lombardo Veneto

Te Deum in Duomo dopo la vittoria dei Franco-Piemontesi

Nel tardo Ottocento si parlò di rifare la facciata napoleonica. L’architetto incaricato, Giuseppe Brentano, però, morì giovanissimo mentre stavano per iniziare i lavori e tutto rimase come allora.

Nel corso del Novecento, infine, ci furono importanti opere di rifacimento, dopo i danni della guerra. Nel corso del secolo vennero completate le porte di bronzo e fu effettuato il recupero statico della cattedrale.

La facciata, invece, è rimasta sempre la stessa, quella napoleonica, imperfetta e composita, unica e inconfondibile: è… la nostra.

Continua…

 

Il Duomo, da sempre il centro di Milano – (parte seconda bis – altre piccole storie)

Una di queste prostitute era una certa Marta, venuta a Milano da Padova in cerca di fortuna. Era diventata molto ricca; possedeva case, gioielli, abiti eleganti come una grande dama, ma non aveva dimenticato gli “ultimi”.

Artemisia Gentileschi – Maddalena

Faceva donazioni a poveri e conventi; aveva inoltre “adottato” Venturina, una bimbetta abbandonata dalla madre sulla ruota degli esposti.

Marta aveva poi lasciato la professione e un giorno, sapendo di avere ancora poco da vivere a causa di una malattia legata al lavoro di un tempo, fece testamento a favore della Veneranda Fabbrica, alla quale lasciò tutti i suoi averi senza però scordarsi di chi era stato meno fortunato di lei.

Venturina venne affidata, con una cospicua dote, alla tutela della Fabbrica perchè si occupasse di lei per ogni sua necessità; ad una ex-collega, una certa Novella, Marta lasciò un’ingente somma perchè cambiasse vita e diventasse honesta.

Infine dispose che nel giorno della sua morte, il 3 marzo 1394, si facesse ogni anno una cerimonia religiosa e fossero distribuiti ai poveri frumento e ceci come in una grande festa.

Grazie ai diversi lasciti il Duomo crebbe, pietra su pietra, con l’aiuto di tutti coloro che, nonostante i propri errori e manchevolezze, volevano partecipare alla sua edificazione.

Ecco ora un’altra storia molto diversa, un po’ più misteriosa ma ancora attuale. A metà della navata esterna di sinistra del Duomo troviamo un altare di marmo diventato lucido, tra due lapidi con iscrizioni. Spesso vi sono appoggiati dei contenitori metallici, quasi per impedire la “strusciadina”, una sorta di strofinio contro la pietra da parte dei fedeli più anziani.

Questo altare fu dedicato alla Vergine da un certo Alessio della Tarchetta, capitano di Francesco Sforza, come ringraziamento dei doni ricevuti. Era giunto a Milano, ancora bambino, dall’Albania, diventando un valoroso uomo d’armi alla corte del Duca.

Paolo Uccello

Anche allora Milano era pronta ad accogliere uomini di paesi diversi e questi diventavano “milanesi” contribuendo alla vita della nostra città. Alessio partecipò generosamente alla costruzione del Duomo e non solo… Fonti milanesi non scritte parlano di lui come di un guaritore. Ancora oggi si dice che basti strofinare la parte del corpo dolorante contro la lapide e… passano i dolori articolari. Provare per credere (ma non troppo!).

Le offerte per il Duomo venivano impiegate anche per chi lo aveva servito ed era in difficoltà. Venne stabilita, ad esempio, una donazione alla famiglia di un operaio morto sul lavoro e diversi sussidi furono assegnati ad anziani in difficoltà economiche che avevano lavorato per la Cattedrale.

Molti erano i lasciti testamentari e le donazioni. Un ricchissimo mercante, Marco Carelli, che aveva commerciato in lana, spezie, pietre preziose e “schiave” con Venezia, donò tutti i suoi beni alla Veneranda Fabbrica, morendo in povertà assoluta. In suo onore venne realizzato il sarcofago della quarta campata destra del Duomo e, soprattutto, a lui fu dedicata la prima guglia.

guglia Carelli

Ecco infine la storia tenera di una vecchietta che aiutava la costruzione del Duomo portando mattoni da mattina a sera. Non possedeva altro che uno scialletto di logora pelliccia, con il quale si riparava dal freddo. Un giorno la Veneranda Fabbrica annotò l’offerta di questo misero indumento da parte di Caterina.

Giorgione

Era il freddo novembre del 1387. Di fronte a questo gesto di estrema generosità, la pelliccetta fu ricomperata da un certo Manuele e restituita alla poverissima donna. Inoltre la Fabbrica la rese felice fecendole realizzare il suo desiderio di recarsi a Roma per il Giubileo.

Vincent Van Gogh

Accanto a queste povere offerte ci furono nel tempo quelle ingentissime da parte dei Duchi, che diedero impulso anche a opere pubbliche di grande importanza per Milano, come i Navigli.

Angelo Inganni

Chiudiamo queste piccole storie del Bene legate al Duomo con la leggenda di un albero antichissimo.

A Mergozzo, vicino alle cave di Candoglia, da dove proviene il marmo rosa del Duomo, c’è un olmo, che la tradizione vuole essere stato piantato all’inizio della costruzione della Cattedrale. La leggenda dice che l’olmo vivrà finchè esisterà il Duomo. Gli auguriamo una storia infinita!

A presto!

Il Duomo, da sempre il centro di Milano – (parte seconda – piccole storie -1)

Quando nacque il Duomo? Secondo la tradizione la sua nascita risale al 1386, come riporta una lapide sulla parete della navata destra.

La sua storia è dunque molto lunga e ricca; per capire perché il Duomo sia ancora oggi il cuore della città racconteremo  alcune piccole e semplici storie di tanto tempo fa, che spesso hanno riguardato  gente comune.

Si dice che due “voti” siano all’origine del Duomo. Il primo riguarda le donne milanesi della seconda metà del Trecento. Non nascevano più figli maschi e si pensava a qualche “tremendo” sortilegio, aspettando invano la cicogna dal fiocco azzurro.

Si fece un voto: se fossero di nuovo nati dei maschietti, sarebbe stata edificata una nuova Cattedrale dedicata a Santa Maria Nascente ed i bambini avrebbero portato anche il nome Maria. A questo voto partecipò anche Gian Galeazzo Visconti, Signore, e poi Duca, di Milano. I risultati, anche per lui, non si fecero attendere e gli nacquero due figli maschi.

Giovanni Maria Visconti

Filippo Maria Visconti

Un altro presunto voto legherebbe Gian Galeazzo, uomo assetato di potere come suo zio Bernabò, terribile quanto lui, alla costruzione del Duomo.

Gian Galeazzo Visconti

Bernabò Visconti

Una notte il Diavolo gli sarebbe apparso in sogno e gli avrebbe chiesto, in cambio del potere, una chiesa piena di simboli demoniaci.

Così, all’improvviso, nel 1387, Gian Galeazzo intervenne nella appena iniziata costruzione della Cattedrale, facendone cambiare completamente lo stile. In effetti qualche statua poco “angelica” si vede tra le guglie…

Per fortuna la Veneranda Fabbrica, l’organismo nato insieme al Duomo allo scopo di raccogliere fondi e provvedere alla sua costruzione e manutenzione, ha nel suo stemma la Madonna che protegge col suo manto la Cattedrale.

L’ente esiste ancora oggi, vecchio di oltre seicento anni, e dalla sua sede alle spalle dell’abside si occupa di tutti i lavori di cui il Duomo ha bisogno. Questi sembra non abbiano mai termine, tanto che a Milano di qualcosa che non finisce mai si dice “lungo come la fabbrica del Duomo”.

Il Duomo fu veramente un’opera collettiva e tutti i milanesi lavorarono insieme alla sua realizzazione. Il potere civile e quello religioso, nobili e gente comune, ricchi notabili e poveracci fecero la loro parte per costruire questa Cattedrale, pur sapendo che non l’avrebbero mai vista terminata. Vollero il Duomo per Milano e ancora oggi è il centro della nostra città.

Le tracce di questo antico lavoro comune sono conservate negli Archivi della Veneranda Fabbrica che ha annotato minuziosamente le entrate e le uscite e tutto quanto riguardava la nostra Cattedrale.

Di alcuni benefattori conosciamo il nome e la storia, di molti, invece, non sappiamo nulla. Per un attimo, magari passando frettolosamente davanti al Duomo, dedichiamo a questi sconosciuti (donatori, ma anche scalpellini, muratori, operai, gente comune, ecc.) un pensiero per la fatica, il sudore, il sacrificio che hanno donato anche a tutti noi.

Alla Fabbrica veniva offerto di tutto: proprietà, monete, gioielli, arredi, abiti (persino quelli dei defunti), utensili, cibo e vino, utilizzato anche come pagamento. Inoltre venivano effettuate raccolte anche con l’incentivo di indulgenze e giubilei.

Le associazioni di mestieri e professioni erano tenute a prestare dei lavori gratuiti e ad effettuare offerte obbligatorie; invece i barconi che trasportavano il marmo erano esentati dai dazi (da qui la sigla AUF, Ad Usum Fabricae, tradotta nell’attuale “a ufo” cioè a sbafo). C’è chi dice che anche “uffa” avrebbe origine da AUF per l’esasperante lentezza dei barconi che trasportavano i blocchi di marmo dal lago Maggiore fino a Milano percorrendo il Naviglio.

un “barcone” in piazza Duomo durante l’Expo

Tutto ciò che veniva raccolto per il Duomo era catalogato, riutilizzato o rivenduto dalla Fabbrica che annotava ogni cosa con la massima “onestà” e controllo incrociato.

C’era chi donava alla luce del sole (la moglie di Gian Galeazzo donò anelli con pietre così preziose da non poter essere rivendute e vennero perciò incastonate in una tavola votiva) e chi, invece, lo faceva un po’ di nascosto come le prostitute, che portavano le offerte alla Madonna quando era ancora buio.

Una di queste era una certa Marta che…

Continua…

Il Quadrilatero del Silenzio: quattropassi intorno a Villa Necchi Campiglio

Il Quadrilatero della Moda è uno dei luoghi cult di Milano con bar eleganti e vetrine fashion; meno conosciuto è invece il Quadrilatero del Silenzio, intorno a Villa Necchi Campiglio, con palazzi che sembrano creati da qualche architetto sognatore.

Facciamo quattropassi in questa zona andando o tornando da Villa Necchi. Alziamo lo sguardo verso il palazzo di nove piani, quasi un grattacielo per l’epoca, che si trova in via Mozart, angolo via Melegari 2, proprio di fronte di fronte alla casa-museo.

È Palazzo Fidia, soprannominato la “Casa Jazz”, nome insolito per un edificio straordinario. Inutile cercare di raccapezzarsi guardandolo, il bello è proprio perdersi!

Se vi incuriosisce, ecco come viene presentato dai Beni Culturali, anche con bellissime foto.

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/3m080-00065/

Costruito tra il 1929 e il 1932, a pianta triangolare, dall’architetto Aldo Andreani, è una mescolanza di stili, forme e materiali; i tranquilli mattoni milanesi creano un edificio eclettico dall’androne raffinato.

Dal portone di questo palazzo sembra ancora di veder uscire l’elegantissima Lucia Bosè  per dare l’addio all’uomo amato nel film di Antonioni “Cronaca di un amore”.

A pochi passi da  Palazzo Fidia, in via Serbelloni 10, troviamo  Casa Sola-Busca, anch’essa  progettata da  Aldo Andreani, soprannominata la “Ca’ dell’Orèggia”.

Infatti un grande orecchio in bronzo con tanto di particolari anatomici, opera di Adolfo Wildt, era l’innovativo e ironico citofono collegato alla portineria di questo palazzo. Ora non è più in funzione, ma si dice che, sussurrandovi qualche desiderio, questo si possa avverare.

Per cercare qualcosa di meno bizzarro e più “naturale”, dirigiamoci verso Villa Invernizzi, in via Cappuccini 3. Dietro ad un alto cancello nero e oro, tra piante rigogliose ed un laghetto, fanno la loro passerella dei bellissimi fenicotteri rosa.

Siamo di fronte ai giardini di  Villa Invernizzi, dove un tempo abitava la famiglia  che produceva i  formaggini della nostra infanzia e che ora è sede di una Fondazione che si occupa di studi sull’alimentazione.

I fenicotteri devono il colore del loro piumaggio ad una attenta e calibrata dieta a base di crostacei. Provenienti dall’Africa e dall’America Latina ormai da anni si sono ambientati e si riproducono numerosi in questa nostra imprevedibile e accogliente città, talvolta anche dal tocco esotico.

Ancora quattropassi e raggiungiamo le Case Berri-Meregalli su progetto dell’architetto Giulio Ulisse Arata.

via Cappuccini 8

via Mozart 21

L’architetto Arata in questi edifici, realizzati tra il 1910 e il 1914 in una zona ancora povera di strade e di case, ha attraversato epoche e stili diversi: mosaici in oro, animali grotteschi che sembrano usciti dai bestiari medievali, putti scolpiti e figure umane dipinte dal sapore Liberty in un grande gioco di creatività.

Nel buio androne di Palazzo Berri-Meregalli si può ammirare la Vittoria Alata di Adolfo Wildt (sempre lui!).

Inquietante e misteriosa ci guarda tra volte di mattoni e oro e sotto soffitti di legno a cassettoni riccamente decorati.

Non sono i soli palazzi da guardare in questo itinerario nel Quadrilatero del Silenzio. Milano, anche in questa zona, si offre come un melting pot di esperienze, culture e gusti diversi, di nuovo e di antico, di innovazioni e rivisitazioni che vanno dalla linearità e modernità di Villa Necchi Campiglio  all’architettura jazz di Palazzo Fidia.

Quattro passi (anche in bicicletta) sulla Martesana: Crescenzago

La Martesana, questo Naviglio un po’ riservato rispetto al ben più noto Naviglio Grande, ci riserva molte sorprese. Stavamo cercando notizie sulla Riviera della Martesana, le belle ville dove veniva in villeggiatura la Milano bene di fine Settecento e abbiamo trovato anche…  dove sono nati i coriandoli.

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Siamo a Crescenzago, in fondo a via Padova, una delle vie più multietniche di Milano, dove le parabole collocate quasi su ogni finestra sembrano voler ascoltare tutte le lingue del mondo.

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Possiamo raggiungere il quartiere in auto, ma ci arrivano anche la linea verde della metropolitana, tanti autobus (53, 56 e 86) e, soprattutto, la bella ciclabile che parte dalla Cassina de’ Pomm e accompagna il corso della Martesana.

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Il ponte di Crescanzago, storico borgo di origine celtica, unito a Milano nel 1923, è il punto di osservazione ideale per ammirare le ville della Riviera di Milano.

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Ecco il quadro di Domenico Aspari che ci ha ispirato questo itinerario un po’ insolito, idea nata guardando un quadro di fine Settecento.

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“Le ville di Crescenzago” – Museo di Palazzo Morando, in via Sant’Andrea

Ed ecco le ville come sono oggi.

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Villa Petrovic

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Villa De Ponti

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Villa Pino

Tra le tante storie vissute in queste ville, ricordiamo quella di Giuseppina De Ponti, la prima donna milanese a conseguire, nel 1909, la patente di guida, imprenditrice, creatrice di moda e filantropa, aperta al jet set e all’impegno sociale.

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Nel quadro dell’Aspari non compaiono, ovviamente, l'”intruso”, il palazzone rosso con le tapparelle blu, e due ville: la bella Villa Albrighi e, appena prima del ponte, Villa Lecchi.

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Proprio Villa Lecchi ci ha riservato la sorpresa più grande. Qui sono nati i coriandoli, i dischetti di carta colorata che a Carnevale (fra pochi giorni, quindi!) trasformeranno l’asfalto in un tappeto multicolor.

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Villa Lecchi, nella sua nobile storia, aveva ospitato per una notte l’Imperatore d’Austria e la moglie Maria Ludovica in visita a Milano nel 1815, dopo la caduta di Napoleone.

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La villa nella seconda metà dell’Ottocento era stata poi trasformata in un’azienda tessile; sulla facciata lungo la Martesana restano ancora le tracce della ruota ad acqua che serviva per il lavoro della filanda.

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Il proprietario era l’ingegnere Enrico Mangili, industriale tessile, il cui busto campeggia nel cortile del vicino asilo di via Padova 269, voluto dall’imprenditore per i bambini delle donne che lavoravano in filanda. Una iniziativa di grande importanza sociale.

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Ebbe anche un’idea per fare festa: utilizzare i dischetti tondi di carta, residui delle lavorazioni, per sostituire i semi di coriandolo, ricoperti di zucchero, che venivano lanciati a Carnevale. Fu un successo. Chissà se a Carnevale il papà dei coriandoli sorride al lancio festoso dei dischetti colorati e delle stelle filanti che, forse, si devono a lui.

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Questo piccolo itinerario lungo la Martesana, a Crescenzago, ci propone anche due visite interessanti: la prima ad una chiesa del 1100, Santa Maria Rossa, l’altra alla ex fabbrica dell’Ovomaltina, ora trasformata in uno spazio di esposizione e vendita, Cargo.

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Prendiamo come punto di partenza Villa Lecchi. Per andare a visitare Santa Maria Rossa, gioiellino romanico poco noto, attraversiamo via Padova e percorriamo via Berra, che prende il nome dalla preziosa dimora del Quattrocento, situata di fronte alla chiesa.

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Ecco come doveva apparire l’Abbazia ai tempi della sua costruzione e come è oggi con il quartiere del quale è parrocchia.

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Per saperne di più.

http://www.chiesadimilano.it/news/arte-cultura/santa-maria-rossa-a-crescenzago-br-dove-milano-%C3%A8-rimasta-antica-1.88055

Sulla facciata di mattoni rossi spiccano dei “piatti” vivacemente colorati di verde e di giallo, i quali probabilmente indicavano ai pellegrini  che presso questa Abbazia avrebbero trovato cibo e riparo.

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Quanti misteri si incrociano senza fine… Una leggenda racconta che in questa Abbazia venne sepolto Matteo I Visconti, accusato di eresia e di magia nera contro il Papa.

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La sua tomba è segreta e i suoi resti sono nascosti per l’eternità. Matteo era cugino di quella Maifreda Pirovano, la “Papessa”, bruciata sul rogo, seguace di Guglielmina Boema. Eresie o lotte per il potere?

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Torniamo a Villa Lecchi e percorriamo via Meucci, sulla quale si affaccia la villa.

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Al numero 43 troviamo Cargo, nato dalla trasformazione della vecchia azienda Wander dove si produceva la mitica Ovomaltina.

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Ora questa fabbrica è un bell’esempio di recupero industriale ed è un grande spazio di esposizione e vendita di arredi, oggettistica e verde, molto belli e particolari.

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Se, dopo la passeggiata, avete voglia di un brunch speciale o di una pausa caffè, Cargo vi offre i suoi locali: bar, ristorante e sala da tè.

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Il nostro itinerario in questa bella periferia di  Milano è terminato.

“Tu forse non l’avevi mai pensato / ma il sole sorge pure a Crescenzago” (Primo Levi)

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Una passeggiata al mulino di Chiaravalle

Non siamo nella Spagna di Don Chisciotte, ma a pochi minuti dal centro di Milano.

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A Chiaravalle, infatti, c’è un antico mulino nato e cresciuto insieme all’Abbazia.

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La sua macina era azionata da un canale alimentato dalla Vettabbia, in un contesto di campi e paludi dove l’acqua non gelava mai.

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Non era un miracolo: furono i monaci a trasformare queste terre incolte in un “miracolo” agricolo, realizzando fontanili (sorta di risorgive artificiali) e marcite (dove però non marcisce nulla) sfruttando l’acqua del sottosuolo che non scende mai sotto i 12°.

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Questo permise, da un lato, di raccogliere foraggio più volte all’anno per alimentare il bestiame e… i cavalli degli eserciti, dall’altro di portare maggior benessere alla popolazione.

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Infatti intorno al monastero e nelle sue terre nascevano le grange, aziende agricole e allevamenti di bovini da latte che favorirono la produzione di formaggi, di cui la Bassa è ancora ricca oggi.

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I monasteri furono  molto importanti per la produzione alimentare: pensiamo solamente al parmigiano, al vino e alle birre, veramente artigianali.

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Anche le erbe medicinali facevano parte delle conoscenze acquisite nei monasteri, in particolare benedettini.

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A questo proposito grandissima è la figura di Ildegarda da Bingen, una monaca benedettina tedesca, in contatto epistolare con San Bernardo di Chiaravalle, che ne riconobbe la sapienza, invitandola a predicare anche al di fuori del monastero; cosa molto rara per una donna di quei tempi!

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Ildegarda fu mistica, “medica alternativa”, studiosa di fitoterapia (che personalizzava per i diversi pazienti) e del potere delle pietre, cosmologa e profetessa. Una grande donna, insomma, che Benedetto XVI ha dichiarato Dottore della Chiesa.

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Inoltre…

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Allora torniamo al nostro mulino. Dopo secoli d’oro di produttività, non ebbe vita facile. Fu persino venduto in epoca napoleonica, divenendo da allora una sorta di alloggio popolare, dove abitarono fino a 13 famiglie.

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Solo nel 1977 venne riacquistato dai monaci di Chiaravalle e restaurato sul finire del millennio scorso, con importanti investimenti. Oggi è uno splendore, uno dei tanti luoghi diversi di questa Milano dai mille volti.

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Al mulino la cooperativa sociale Koinè propone attività e laboratori sia per i ragazzi, accompagnati dalle famiglie o dagli insegnanti, sia per gli adulti, in particolare corsi di panificazione o di erboristeria. Si tengono anche apericene dedicate, spettacoli teatrali ed è possibile realizzare anche feste private.

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Per conoscere meglio il mulino vengono proposte visite guidate al suo interno (3 Euro).

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Da non perdere, anche, il cortile con il Giardino dei Semplici dove stare a tu per tu con le erbe aromatiche e medicinali, magari sedendosi su una panca a riflettere (ingresso gratuito).

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Accanto c’è anche un ricco noceto… Siamo partiti dal borgo di Nosedo ed eccoci arrivati ad un bosco di noci.

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Ci auguriamo che questo lungo Cammino dei Monaci, percorso in diverse tappe, sia stato ricco di spunti. Lasciamo il mulino e, …

Buon Cammino a tutti!

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Itinerario Abbazia di Chiaravalle (Parte seconda – l’Interno)

L’Abbazia è bellissima e merita, se possibile, un’accurata visita, meglio se guidata.

L’Ingresso

I riquadri del bel portone centrale in legno, risalente al XVI secolo, ci raccontano le origini dell’Ordine Cistercense. In alto le cicogne, animali di palude, divenute un po’ simbolo dell’Abbazia di Chiaravalle.

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Negli altri riquadri sono scolpite le immagini dei principali santi all’origine dell’Ordine, tra i quali San Bernardo; gli altri sono forse meno noti, ma le loro storie ci raccontano trame sconosciute ancora da scoprire.

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Tra questi personaggi è raffigurato Santo Stefano Harding, un priore inglese del 1100, Abate di Citeaux (Cistercium in latino, da cui deriva Cistercensi). Studioso di testi ebraici  era legato ad alcuni esponenti dei Templari, i Monaci Guerrieri impegnati in Terrasanta.

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Egli organizzò nella sua Abbazia una sorta di brian storming. Per sei anni consecutivi riunì i migliori cervelli del suo Ordine e del mondo rabbinico per studiare antichi testi ebraici; fra i monaci c’era anche San Bernardo. Lavoravano su informazioni portate dai Templari relative ad arcani segreti e tesori custoditi in Terrasanta?

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Fu anche in seguito a questi studi che un nobile francese, Hugues de Payns, fondatore e Maestro dell’Ordine Templare, andò di nuovo in Terrasanta.

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Al suo rientro in patria, vennero donate all’Abate inglese delle terre. Perchè? Una donazione per le scoperte fatte? Su alcune di queste terre poi San Bernardo fece costruire l’Abbazia di Clairvaux e ne divenne l’Abate.

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San Bernardo consacrò l’Ordine Templare e ne divenne l’ideologo. I Monaci Guerrieri lo accompagnarono anche quando venne a Milano per dirimere una difficile questione tra Papa e antipapa.

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Sulle terre che gli erano state donate per gratitudine dai milanesi, San Bernardo fondò la nostra Abbazia di Chiaravalle, tutta da scoprire ancora oggi.

L’Interno

Entriamo. Si respira qualcosa di antico e di profondamente mistico entrando in Abbazia. Grandi colonne in mattoni scandiscono i volumi e ci spingono a guardare verso l’alto.

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Sulla destra un piccolo busto, risalente al 1600, di San Bernardo quasi si perde nello spazio.

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L’Abbazia non è molto ricca di decorazioni e di affreschi, ma quelli sulla controfacciata e nel transetto ci hanno fatto pensare a come le chiese in generale, siano diventate, nel corso dei secoli, una sorta di “cinema” per i fedeli con rappresentazioni di scene e di episodi sacri da “vedere” per conoscere oltre le parole.

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San Bernardo ci appare in un grande affresco dei Fiammenghini (1614) sulla controfacciata con l’immagine dell’Abbazia tra le mani. Sullo sfondo la Milano del tempo coi Bastioni Spagnoli e il Duomo ancora povero di guglie. La Milano del lavoro e del fare è rappresentata da alcuni muratori che stanno costruendo l’Abbazia.

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Altra affreschi sono presenti nel transetto. Sul lato di sinistra è rappresentato il sacrificio dei Martiri, tra cui l’eccidio, avvenuto in Polonia, delle monache cistercensi di Vittavia. È una scena di grande drammaticità  e movimento in contrasto con gli affreschi del transetto destro, sempre dei Fiammenghini, che raccontano episodi della storia dell’Ordine.

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Non perdiamoci, in cima alla scala che portava all’antico dormitorio, la cosiddetta “Madonna della Buonanotte”, uno dei primi dipinti di Bernardino Luini, immagine serena e protettiva alla quale i Monaci rivolgevano un’ultimo saluto prima di coricarsi dopo il lavoro e i travagli della giornata.

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Ecco altri assaggi di questo cibo per la mente che ci offre l’Abbazia; sono opere d’arte rese più stuzzicanti da un pizzico di mistero o di fantasy, se si preferisce. L’Angelo enigmatico di Manzù fa da custode all’ingresso del piccolo cimitero dei Monaci (cui si accede dal transetto sinistro) dove c’è la cappella dell’eretica, già venerata come santa, Guglielmina Boema.

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Soffermiamoci sull’ultima cappella di fronte all’Angelo, dedicata a Maria Maddalena.

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Sulle pareti e sulla piccola volta vediamo le immagini della Maddalena dai lunghi capelli e di altre sante, con un calice tra le mani.

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Il pittore di allora pensava forse alla coppa del Sang Real? Godiamoci il senso del mistero.

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Ad una storia di peccato e redenzione ci rimanda lo straordinario coro ligneo del XVII secolo, opera di un artista lombardo, Carlo Garavaglia. Di lui poco si sa, ma si racconta che avesse trovato asilo nell’Abbazia dopo aver ucciso un fratello.

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Come nella storia di San Pietro Martire di Sant’Eustorgio, l’assassino, per espiare le proprie colpe, si fece monaco. Chissà se, intagliando minuziosamente il legno e ascoltando i canti gregoriani dei Monaci seduti sugli scranni del suo coro, la sua anima avrà trovato pace? Anche noi, oggi, possiamo trovare un momento di pace in questa Abbazia che si fa musica per lo spirito.

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Il Chiostro 

Una piccola porta della navata destra ci introduce allo splendido chiostro. Probabilmente in origine era in legno; quello attuale fu in parte ricostruito a metà Ottocento utilizzando il materiale ritrovato in loco.

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Entrando nel chiostro un bell’affresco cinquecentesco della Madonna e San Bernardo che ci guardano ed una lapide antica ci raccontano un po’ di storia dell’Abbazia.

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Il chiostro rappresenta un percorso dello spirito, una sorta di itinerario molto, molto DOC.

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Il lato est e quello a sud simboleggiavano l’abbandono di sé e degli altri; quelli orientati a ovest e a nord l’amore degli altri e di Dio.

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Forse le tante colonnine presenti indicavano i passi verso una crescita spirituale.  

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E quelle annodate, coi loro intrecci, cosa simboleggiavano?

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Eccone una lettura religiosa: “ Esse esprimono il più grande mistero della fede:la Trinità di Dio. C’è un solo Dio in tre Persone uguali e distinte: Padre e Figlio espressi con le due colonnine annodate; e c’è lo Spirito Santo il cui simbolo è il nodo. ( Monsignor Valente Moretti).

La Sala Capitolare

Altro cibo da far assaporare alla nostra mente è la Sala Capitolare che si apre sul chiostro, coi graffiti di scuola bramantesca che ci rimandano alla Milano di un tempo e che servirono al nostro mitico Luca Beltrami per ricostruire la Torre del Filarete.

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Il Refettorio

Come non terminare il “buon cibo” di Chiaravalle con il Refettorio ancora oggi utilizzato dai Monaci e… non solo?

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L’Abbazia di Chiaravalle ha da sempre avuto la vocazione all’accoglienza e all’ospitalità. Situata tra la via Romana e la Vigentina ha accolto pellegrini e re come Francesco I, Carlo V e Federico Barbarossa. Vi si fermavano malati da risanare, gente da sfamare e aiutare, ma anche predoni che taglieggiavano e razziavano.

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Oggi è possibile essere ospitati per qualche notte in Abbazia, mangiando coi Monaci nel refettorio, per sperimentare il silenzio monastico, scandito dall’orologio delle preghiere invece che da un Rolex.

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Per informazioni e per chiedere ospitalità: http://www.monasterochiaravalle.it

Continua…

Itinerario Abbazia di Chiaravalle: nutrimento per la mente e per il corpo (Parte prima – l’esterno)

L’Abbazia di Chiaravalle è l’ultima tappa a Milano del lungo Cammino dei Monaci. Vi troviamo insieme spiritualità e mistero, arte, cultura e… buon cibo!

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L’Abbazia ha attraversato quasi 900 anni di storia, superando tante difficoltà legate alle vicende umane. Nel 1798, dopo oltre sei secoli dalla fondazione, la Repubblica Cisalpina mise all’asta i beni dell’Abbazia, tranne la chiesa, che divenne parrocchia, e la foresteria.  La comunità cistercense fu dispersa.

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Anche il “progresso” ci mise del suo: la costruzione della ferrovia Milano-Pavia-Genova, a ridosso dell’Abbazia, comportò, a metà Ottocento, la distruzione del grande chiostro bramantesco.

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Poi, per fortuna, arrivò, a salvare Chiaravalle, il Superman dei monumenti milanesi, Luca Beltrami. L’architetto, a capo di quella che allora era l’odierna Sovrintendenza, avviò a fine Ottocento un restauro generale, riacquistando, per conto del Comune, molti dei beni venduti. Inizia la rinascita dell’Abbazia.

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il Superman dei monumenti milanesi

Nel 1952, infine, grazie al Cardinale Schuster, i monaci tornarono a casa.

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L’esterno dell’Abbazia

Diverse epoche convivono in questo complesso: all’ingresso un bianco portico del Cinquecento “contiene” i resti di una antica torre di difesa e ci introduce in un lungo e stretto cortile, che si allarga davanti all’Abbazia.

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Immediatamente, sulla sinistra del cortile troviamo l’antico oratorio di San Bernardo, una piccola chiesa del Quattrocento con pregevoli affreschi (anche un Bosch?), riservata alle donne che potevano accedere all’Abbazia solo in alcune circostanze liturgiche.

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Oggi le cose sono cambiate: l’ingresso è precluso anche agli uomini! Per visitare la chiesetta, meglio informarsi presso l’InfoPoint dell’Abbazia.

La Bottega dei Monaci

Sulla destra del cortile incontriamo l’antica foresteria, un edificio del Quattrocento, fatto in mattoni rossi secondo la tradizione lombarda. Oggi è in parte dedicata alla Bottega dei Monaci.

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Non è un piccolo supermercato, ma c’è proprio ogni ben di Dio. I freschi (uova, insalata, polli, formaggi, salumi, pane…) sono prodotti a Km 0, provenienti dal monastero o dalle piccole aziende del Parco Sud.

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Da altri monasteri arrivano diversi “peccati di gola” come marmellate, mieli, caramelle, cioccolato…

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Ci sono anche prodotti naturali per la cura del corpo e… dello spirito come liquori a base di erbe e, soprattutto, straordinarie birre artigianali.

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Ne abbiamo provate alcune prodotte da monasteri, italiani e stranieri; sono assolutamente eccezionali!

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Chi fosse astemio o a dieta, può nutrire solo la mente limitandosi ad acquistare libri, pubblicazioni e oggetti sacri.

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Nel cortile si aprono anche l’InfoPoint, dove trovare il calendario delle varie iniziative, e diverse aree verdi, dove giocare coi bambini o coi grandi.

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La “Ciribiciaccola” o torre campanaria

Ancora due parole su quanto vediamo all’esterno dell’Abbazia: la facciata, la “Ciribiciaccola”, o Torre Nolare (Nolarium era il campanile) e la Torre dell’Orologio.

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La Ciribiciaccola “è” Chiaravalle. Il suo profilo, icona inconfondibile, dal XIV secolo ci guida verso l’Abbazia da qualsiasi parte si provenga.

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Nasce dalla stessa Abbazia. Fu costruita dove si incrociano la navata centrale e il transetto, da un architetto cremonese, Francesco Pecorari.

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dove nasce la “Ciribiciaccola”

A lui si devono anche il Torrazzo di Cremona e il più bel campanile di Milano, quello di San Gottardo a Corte, dietro al Duomo.

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La struttura leggera ed elegante della Ciribiciaccola, in mattoni rossi e marmo di Candoglia, quello del Duomo, ha forma ottagonale. Finestre ed archetti formano come un traforo, sul quale spiccano bianchi pinnacoli.

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Slanciata e protesa verso l’alto, fu restaurata dal nostro solito, amatissimo Luca Beltrami.

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Al suo interno si trova la più antica campana ambrosiana, la Bernarda, che risale al 1453, azionata ancora oggi a mano dai monaci per scandire la Liturgia delle Ore.

La Ciribiciaccola è tanto vicina al cuore dei milanesi da diventare anche la protagonista di una filastrocca scioglilingua in dialetto.

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Chi sono i “ciribiciaccolini”? I monaci dell’Abbazia, le colonnine, i pinnacoli, o i piccoli delle cicogne che nidificavano sulla Torre e che, battendo i loro beccucci, facevano “ciri ciri”? Un altro piccolo mistero ambrosiano…

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La Torre dell’Orologio

La Torre dell’Orologio passa quasi in secondo piano accanto alla Ciribiciaccola, molto più alta e ricca di decorazioni.

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La torre originale risale al 1368 e anche Leonardo ne parlò perchè su di essa era posto un orologio astronomico, un “oriolo” (Codice Atlantico).

Se l’ingegno dei monaci fu tale da far costruire un simile prodigio meccanico, la stupidità umana, secoli dopo, lo fece distruggere (o rubare?) durante gli anni della Repubblica Cisalpina o subito dopo. Ora c’è un orologio di metà Ottocento, così come del primo Novecento sono le campane all’interno della torre.

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Ingresso dell’Abbazia

Ed eccoci infine al bianco portico del 1600, ultimo scampolo della facciata barocca, risalente al XVII secolo, che ricopriva quella originale.

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Subito il portone centrale in legno dell’Abbazia ci riporta prepotentemente ai misteri di antiche trame medievali.

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A presto…

Il Cammino dei Monaci (Parte Quinta – l’Abbazia di Chiaravalle)

Riprendiamo i nostri passipermilano sul Cammino dei Monaci, raggiungendo l’Abbazia di Chiaravalle.

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È un itinerario DOC, lento e insolito, come quelli tornati di moda oggi, specialmente per una città considerata spesso, e a torto, frettolosa e povera di passato da riscoprire.

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Da San Lorenzo, seguendo il corso della Vettabbia. ripercoriamo i passi dei monaci e dei pellegrini verso Chiaravalle, un cammino fatto di prodotti da vendere e di spiritualità da conservare.

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Perchè non rifare questo Cammino ancora oggi, magari a tappe, con la bici o i mezzi pubblici, per ritrovare luoghi d’arte o per uscire dalla routine del solito giro in centro per negozi, concedendo a noi stessi il dono di un momento diverso a Km 0?

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L’Abbazia di Chiaravalle

Da qualunque strada proveniamo, l’alta torre nolare (metri 56,28), per i milanesi la “Ciribiciaccola” è come un faro tra i campi che indica la meta.

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Grande è il contrasto tra il paesaggio agricolo e questa torre imponente e leggera insieme.

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L’Abbazia venne fondata nel 1135 da Bernardo, un monaco francese di nobile origini, che già in Francia aveva dato vita ad altri monasteri, tra i quali quello di Clairvaux.

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Il nome Bernardo è familiare, ripreso in tanti contesti diversi: un’acqua minerale, due passi alpini, (uno dei quali sulla Via Francigena) la forte e bonaria tenerezza di una razza di cagnoloni con la borraccia da soccorso, e chissà quant’altro ancora… ma riguardano un altro San Bernardo!

Bernardo da Mentone

Bernardo d’Aosta

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via Francigena

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San Bernardo da Chiaravalle non fu un mite fraticello dedito solo al lavoro e alla preghiera; fu un grandissimo mistico, una personalità forte e potente, fra le più importanti e riconosciute del suo tempo in campo politico e religioso, che sarà anche guida di Dante negli ultimi tre canti del Paradiso.

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S. Bernardo predica la II Crociata

 

Giunse a Milano per risolvere una difficile questione scismatica tra Papa e antipapa, scortato nientemeno che da un gruppo di monaci-guerrieri, i Templari.

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Non solo: Bernardo fu anche, secondo alcuni, l’ideologo e l’ispiratore della Regola di quest’Ordine.

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http://novamilitiachristi.altervista.org/la-regola-di-san-bernardo.html

Rifiutata la carica di Arcivescovo, che i milanesi gli avevano offerto, fece erigere una Abbazia dell’ Ordine Cistercense, cui apparteneva, la prima in Italia, sui terreni di Rovegnano, tra le paludi e le sterpaglie, fuori le mura della città.

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Che siano i terreni di cui parla un documento del 1135, citato da più fonti, relativo alla donazione da parte di due cittadini milanesi all’Ordine Templare in località Rovegnano? Chissà se questa Abbazia sorge su terre templari? Su una porticina del cortile abbiamo trovato questa targa; ma i Templari abitano ancora qui?

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Non vi viene voglia di venire a vedere subito questa magnifica Abbazia che ci riserva molte sorprese?

A presto!

Il Cammino dei Monaci (Parte quarta – Guglielmina Boema e il Cimitero dei Monaci)

Un manoscritto del 1300 ritrovato per “caso”, come in un thriller, un’eretica sepolta a Chiaravalle, che induce alla discussione di problemi ancora attuali: oggi Passipermilano entra, in punta di piedi e con grande rispetto, in una storia molto complessa, strana, piena di sorprese e misteri, lunga sette secoli o… forse più.

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Partiamo dal manoscritto: fu ritrovato, sembra per caso, nel 1600 dal Priore della Certosa di Pavia, presso un droghiere che utilizzava i fogli per avvolgere la propria merce. Storia vera o era stato trafugato e fatto “riapparire”? Il manoscritto, comunque, composto da quattro quaderni, esiste ancora ed è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano (A. 227 inf).

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Ambrosiana – Milano

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Il contenuto è molto scottante. Contiene, infatti, gli atti di un processo intentato nel 1300 dalla Inquisizione contro i fedeli di una donna ritenuta l’incarnazione dello Spirito Santo, sepolta e venerata alla fine del 1200 presso il Cimitero dei Monaci di Chiaravalle: Guglielmina Boema.

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Dalla vita di questa donna si sa ben poco: forse era figlia del re Ottocaro di Boemia e quindi sorella di Agnese, la Santa amica e corrispondente di Santa Chiara di Assisi.

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GUGLIELMA LA BOEMA: LA DOMINA ERETICA

Guglielmina era forse aderente al Movimento del Libero Spirito, diffuso in quel tempo nell’area culturale tedesca. Sembra fosse giunta a Milano, non si sa perchè, verso il 1260, con un figlioletto di padre sconosciuto (vedova, separata o ragazza madre?).

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(R. Capa)

Nel manoscritto non ci sono molte notizie su Guglielmina. All’Inquisizione, infatti, poco importava chi fosse, tanto più che era morta da circa vent’anni e che venivano processati i suoi fedeli e la memoria che lei aveva lasciato loro.

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Nei diversi interrogatori i fedeli parlano della sua predicazione improntata all’amore per il prossimo, dei suoi “miracoli”, delle guarigioni, della consolazione che offriva agli afflitti, della sua grande umiltà. “Io non sono Dio” soleva dire alle persone che si raccoglievano intorno a lei; ma Dio, secondo il pensiero di Guglielmina, poteva essere trovato dentro se stessi.

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Era legata all’Abbazia di Chiaravalle, tanto che, quando morì, attorno al 1280, di morte naturale, il suo corpo venne traslato con processione e rito solenne in una cappella nel cimitero  dell’Abbazia, dove veniva venerata come una santa.

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I “miracoli” e le apparizioni continuavano e sempre più numeroso era il gruppo di fedeli, uomini e donne di ogni ceto sociale, anche elevato, che si riunivano a pregarla. Fra questi Andrea Saramita, un laico e, in un certo senso, teologo del movimento, e Maifreda da Pirovano, cugina di Matteo Visconti, allora in lotta con i Torriani per il potere di Milano.

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Guglielmina benedica Maifreda e Andrea

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Matteo I° della Casata Visconti

Maifreda era una suora appartenente all’Ordine degli Umiliati, che viveva presso il convento di Brera, sorto su un terreno appartenuto ai Templari, legati, come vedremo in un prossimo articolo, all’Abbazia di Chiaravalle. D’altra parte “…i Templari c’entrano sempre…” (Umberto Eco).

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Le donne, in questo movimento, avevano una grande importanza, anche liturgica, tanto che Maifreda, nella Pasqua del 1300, “celebrò” la Messa, come vicario di Guglielmina, davanti ad un grande numero di Guglielmiti o Figli dello Spirito Santo. Era troppo: l’Inquisizione intervenne, interrogò, torturò, condannò al rogo il Saramita e Maifreda, accusati, assieme agli altri fedeli, anche di orge e atti impuri.

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Non solo: fece disseppellire e bruciare sul rogo anche i resti di Guglielmina, da santa diventata eretica. Stranamente, invece, i Monaci di Chiaravalle non vennero implicati in questo processo.

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Vinse l’Inquisizione? Risposta molto difficile. Una Chiesa Guglielmita esiste tuttora con donne “sacerdote”, come in altre confessioni; il ricordo di Maifreda continua nella figura della Papessa dei Tarocchi Viscontei.

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gioco dei tarocchi

Una tradizione, inoltre, indica nella Madonna con le Corna del Foppa, nella Cappella Portinari di Sant’Eustorgio, la “presenza” di Guglielmina, proprio nell’antica casa degli inquisitori.

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Non solo: la figura di Guglielmina è ancora oggetto di studio. Alcuni la vedono protagonista di un’eresia al femminile.

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La “divinizzazione” di Guglielmina potrebbe farci pensare al “genere” di Dio, se Dio sia anche “Madre”. “… noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre.” (Papa Luciani, Giovanni Paolo I).

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Lo Spirito Santo viene rappresentato in molti modi (colomba, fiammella,…), ma solo in certe, rarissime, raffigurazioni ha sembianze femminili, col viso rosso, come quello dei dipinti di Guglielmina.

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chiesa di S. Giacomo – Urschalling, Baviera

Da parte nostra, ci siamo recati a visitare il piccolo Cimitero dei Monaci presso l’Abbazia di Chiaravalle, dove si trova ancora la cappella di Guglielmina. Questo Cimitero è accessibile solo occasionalmente e con visite guidate.

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Uno studioso di metà Ottocento, Michele Caffi, aveva riportato una riproduzione dell’affresco che decorava la cappella, così come quella di un dipinto che si trova a Brunate, nel comasco, riguardante le vicende di Guglielmina.

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Guglielmina è ritratta col volto più scuro (rosso?)

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chiesa di S. Andrea – Brunate

Ecco cosa rimane oggi dell’affresco di Chiaravalle.

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Ci aspettava un’altra sorpresa: davanti alla cappella di Guglielmina si trova una tomba abbastanza recente: è quella di Raffaele Mattioli, il banchiere, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, morto nel 1973, che aveva chiesto ed ottenuto di essere sepolto proprio davanti a questa cappella.

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Non solo: della tomba faceva parte anche una statua di angelo, opera di Giacomo Manzù (1975). Le sorprese non sono finite: questa statua, un angelo giovane ed enigmatico, senza le ali, si trova ora all’interno dell’Abbazia e mostra una metà femminile e una maschile.

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Sul basamento un’epigrafe non convenzionale: invece di “resurrexit” c’è scritto “exurrexit”.

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La statua, posta nel transetto di sinistra, dove sono affrescate scene di inaudita violenza di cui sono vittime alcuni martiri, sembra custodire, solitaria, l’entrata del piccolo cimitero dei Monaci e suggerire qualcosa di profondo e di misterioso.

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A presto…