Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Seconda, verso il nuovo millennio

Chissà dove vanno a dormire i sogni quando li dobbiamo lasciare e come fanno a risvegliarsi altrove dopo tanto tempo?

Realizzare il Cavallo era stato il sogno degli Sforza e di Leonardo che aveva cercato di materializzarlo. Le loro vite, poi, non lo avevano reso possibile e il sogno si era addormentato per circa cinquecento anni in un gomitolo rosso.

Madrid, 1964 –  Il fil rouge che avvolgeva il sogno inizia di nuovo il suo lungo cammino. Alla Biblioteca Nazionale vengono ritrovati alcuni manoscritti e annotazioni di Leonardo riguardanti il Cavallo e la sua fusione.

Allentown, Pennsylvania, 1977 – Charles Dent (1917 – 1994). figlio del proprietario di una fonderia, è un uomo che ama l’arte e il volo. È stato pilota civile ed è anche un collezionista appassionato di opere d’arte, in particolare del Rinascimento.

https://www.davincisciencecenter.org/about/leonardo-and-the-horse/biography-of-charles-c-dent/

Legge sul National Geographic un articolo che riguarda Leonardo e il Cavallo che “non fu mai”. Da allora la realizzazione di “the Horse” diventa il sogno al quale dedica tempo, amore e sostanze. Lo vuole regalare alla nostra città in segno di omaggio al Maestro e a Milano, dove il sogno era iniziato.

Charles organizza una Fondazione, incontra i più importanti studiosi del Rinascimento per verificare la fattibilità del progetto, raccoglie materiale e fondi, “fieno per il Cavallo”. Come Leonardo lavora a questo progetto per 17 anni, ma lo lascerà ad altri. Muore, infatti, nel 1994 con il sogno ancora da realizzare.

Michigan, 1994 – Il sogno di Charles passa ai suoi familiari e il Cavallo prosegue il suo lungo cammino. Il fil rouge arriva infine a Frederik Meijer, imprenditore americano, proprietario di una grande catena di supermercati. Anche lui impegna tempo, energie, passione e denaro per realizzare the Horse.

Beacon, NY, 1996 – Il filo rosso avvolge anche Nina Akamu, una scultrice americana di origine giapponese, che era stata incaricata di dare forma al sogno.. Appassionata di cavalli e dell’Italia, studia i progetti di Leonardo e infine riesce a realizzarne il calco. Nella fonderia Tallix di Beacon finalmente nasce il Cavallo made in USA.

http://www.studioequus.com/biography.html

Milano, 1999 – Il Cavallo, esattamente 500 anni dopo la distruzione del modello in argilla da parte dai francesi, giunge in dono a Milano. È veramente colossale (metri 7,20 di altezza, 8 di lunghezza, 15 tonnellate di peso) e fa bella mostra sopra un maxi piedistallo davanti alla tribuna dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro.

Una curiosità: è stata effettuata recentemente una simulazione in 3D della fusione. E stato così  verificato che Leonardo, con le tecniche che aveva progettato, sarebbe stato in grado di realizzare la propria opera in meno di tre minuti.

https://www.museogalileo.it/it/biblioteca-e-istituto-di-ricerca/progetti/progetti-speciali/834-non-era-leggenda-il-leggendario-cavallo-di-leonardo.html

Per il trasporto dall’America, invece, il Cavallo è stato realizzato in otto pezzi separati da assemblare.

Il Cavallo di Leonardo ha anche un gemello americano, esposto nel parco di Grand Rapids nel Michigan del quale è  la principale attrazione.

Un terzo “fratello”, più piccolo, è stato donato, nel 2001, a Vinci, paese natale del Maestro.

Milano, 2019 – A vent’anni esatti dalla sua collocazione, defilato rispetto ai circuiti turistici e quasi sperduto tra i parcheggi dello Stadio, ci pare un po’ sottovalutato.

Attualmente è il logo del MIFF AWARDS, Festival di Film d’Autore, che si tiene ogni anno nella nostra città e lo vedremo sicuramente protagonista nelle varie celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo.

Questo Cavallo non è “quello” di Leonardo da Vinci, come sostengono i critici. Questo progetto, però, ha attraversato e unito secoli e paesi. È il Cavallo di Leonardo, di Ludovico, di Charles, di Frederik, di Nina, un po’ di tutti coloro che, con tenacia, cercano di concretizzare un sogno e, se non ci riescono, lo lasciano alle generazioni future perchè possano continuare a sognare, a immaginare, a creare, e a operare per realizzarlo.

A presto…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Prima, il periodo sforzesco

È un sogno durato oltre 500 anni, nato a Milano sotto gli Sforza e realizzato in America alla fine del Novecento. Questo fil rouge ci porta a San Siro, davanti all’Ippodromo, dove si trova il Cavallo di Leonardo.

Ecco la sua storia:

Milano, 1473 – Galeazzo Maria Sforza è Duca di Milano, dopo la morte del padre, il grande Francesco, avvenuta nel 1466.

Francesco Sforza, capitano di ventura in carriera, aveva sposato Bianca Maria Visconti, ereditando titolo e Ducato.

Il nuovo Duca vorrebbe dedicare al padre un monumento equestre in bronzo, anche come simbolo del potere della propria casata.

Incarica Bartolomeo Gadio, architetto capo del Castello, di cercare anche in altre città un artista capace di lavorare questo metallo, ma questo progetto rimane irrealizzato.

Il Duca, infatti, viene ucciso da congiurati nel giorno e nella chiesa di Santo Stefano il 26 dicembre 1476, lasciando un Ducato in stand by, la moglie Bona di Savoia e, come erede, il figlio Gian Galeazzo Maria di soli sette anni.

Milano, qualche anno dopo – Ludovico il Moro, fratello minore di Galeazzo Maria e “reggente” del Ducato in nome del nipote, chiede a Lorenzo il Magnifico, grande mecenate, di indicargli alcuni artisti per realizzare il monumento al padre Francesco.

Ludovico il Moro

corte di Lorenzo il Magnifico

Viene consultato anche il Pollaiolo, che realizzerà solo qualche disegno.

Firenze, 1482 – Leonardo da Vinci manda a Ludovico il proprio curriculum dove tra l’altro scrive: “… ancora si potrà dare opera al Cavallo, che sarà gloria immortale e onore… della inclita casa sforzesca… “. Aveva lavorato a bottega dal Verrocchio, da cui aveva imparato tra l’altro il metodo a “cera persa” per la fusione del bronzo.

Milano, qualche anno dopo – Leonardo è stato “assunto” e lavora ormai alla corte di Ludovico, studiando, dipingendo, facendo progetti e occupandosi delle più disparate cose, persino del food ducale. Del Cavallo nessuna traccia, solo molti studi e disegni.

Milano, 1489 – Il Moro, spazientito per il monumento che ancora non è iniziato, sollecita il Maestro. Leonardo batte cassa, ricordando di aver ricevuto dal Duca, fino ad allora, solo 50 ducati. Aveva perciò dovuto accettare incarichi anche da altri committenti, che gli avevano fatto ritardare il progetto del Cavallo. A questo ritardo dobbiamo la “Vergine delle Rocce“!

Louvre

Ludovico chiede ancora al Magnifico di proporgli altri artisti per realizzare il monumento tanto atteso; due poeti di corte, sollecitati dal Maestro, convincono, però, il Duca a lasciare l’incarico a Leonardo che avrebbe realizzato un’opera di dimensioni mai viste prima, addirittura “supra naturam”.

monumento a Leonardo – Milano, piazza della Scala

Milano, 23 aprile 1490 – “… ricominciai il cavallo”, scrive il Maestro. Non si tratta di un cavallo rampante, come si pensava all’inizio, ma di uno al passo, un vero colosso, il più grande mai realizzato in bronzo fuso.

Milano, 1493 – Il modello in argilla del Cavallo è terminato. Le sue dimensioni sono veramente colossali: 8 metri di altezza, quasi il doppio di quello di Donatello a Padova e ben più grande di quello del Verrocchio a Venezia.

Donatello – monumento al Gattamelata

Verrocchio – monumento al Colleoni

L’imponente monumento (ma di Francesco nessuna traccia) probabilmente avrebbe dovuto adornare una grande piazza davanti al Castello per onorare la potenza degli Sforza.

Restava il problema tecnico della fusione delle 70 tonnellate di bronzo da utilizzare per il monumento. La situazione politica, però, sta precipitando e il bronzo serve per fare cannoni.

Milano, 1499 – Forse Leonardo ha fatto trasferire il Cavallo in argilla nella sua vigna vicino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per tentare di metterlo in salvo. Le truppe francesi, che avevano invaso il Ducato di Milano, però, si sistemano proprio in quella zona.

La soldataglia usa il Cavallo come bersaglio per balestrieri e arcieri. Non sappiamo se Leonardo abbia visto andare in frantumi il suo sogno durato oltre 15 anni. “Il Duca ha perso lo stato, la roba e la libertà e nessuna opera si finì per lui…” scrive Leonardo. In certe notti, si dice, il fantasma di Ludovico ancora fugge in sella ad un cavallo al galoppo. La lunga notte del Castello ha inizio, buia e senza sogni…

Amboise, 1519 – Leonardo muore nel castello vicino ad Amboise, ospite onorato del Re Francesco I. Due sono i sogni che, in punto di morte, rimpiange di non essere riuscito a realizzare: non aver mai volato e non aver finito il suo Cavallo.

Leonardo ha creato un ponte verso il futuro e i suoi sogni non moriranno con lui…

Continua…

Nella calza della Befana 2019 troviamo… la chiesetta dei Re Magi di via Palmanova

È tempo di Epifania che tutte le feste porta via. Il magico periodo del Natale sta per terminare e si torna alla vita e ai problemi di tutti i giorni.

Abbiamo trovato nella chiesa di Santo Stefano un quadro dolcemente emblematico: la Famigliola di Betlemme, dopo l’incanto della Natività e l’accorrere di uomini buoni e semplici, è costretta, dopo poco tempo, a lasciare le proprie cose per sfuggire alla crudeltà di Erode.

L’Epifania, però, è anche tempo di Magi, figure misteriose, e secondo noi molto moderne, che ci parlano del rapporto tra Scienza e Fede (erano studiosi ai massimi livelli) e ci fanno anche riflettere sul senso della nostra vita.

Milano è da sempre legata ai Magi che l’avevano “scelta”, secondo la tradizione, come luogo dove fermarsi per sempre. I buoi che trainavano il carro con le reliquie si erano impantanati dove sorge ora la Basilica di Sant’Eustorgio, che venne eretta per custodire le spoglie dei Tre Re.

I Magi, però, avevano il cammino nel proprio destino e le loro spoglie vennero trafugate dal Barbarossa e portate a Colonia.

Infine una piccola parte delle reliquie tornò a casa, a Sant’Eustorgio, mentre altre reliquie (alcune falangi delle dita, invece) non hanno mai lasciato Brugherio, dove viveva Santa Marcellina che le aveva ricevute in dono dal fratello Sant’Ambrogio.

Sant’Eustorgio – Milano

S. Bartolomeo – Brugherio

Alcuni piccoli suggerimenti: in questi giorni è esposta, in Sant’Eustorgio, la teca con le reliquie e, nella mattina dell’Epifania si svolge il tradizionale corteo in costume (risalente al Medioevo) da piazza Duomo.

http://www.santeustorgio.it/corteo_dei_magi.html

Inoltre in questo periodo si possono ammirare due opere famose a Palazzo Marino e al Museo Diocesano.

Palazzo Marino

Museo Diocesano

Non solo: abbiamo scoperto che nella nostra città esiste un’antica chiesetta dedicata proprio ai Santi Re Magi. Si trova in una zona a Nord Est di Milano, vicino all’antico borgo di Crescenzago, in una frazione chiamata Corte Regina.

Siamo in via Palmanova, anzi, per la precisione, in via Regina Teodolinda. Dolce e severa nel suo gotico lombardo, la chiesetta ha un aspetto semplice, quasi un mattoncino rosso tra il klinker dei palazzi.

Sul portone ci accoglie una formella con Madonna e Bambino sotto una finestra circolare.

Le diverse finestrelle sulle pareti laterali ci riportano a tempi e stili diversi, così come il campanile a base romanica.

L’interno della chiesetta è altrettanto semplice: ad una sola navata, ha mattoni a vista e, sospesa, un’immagine di Cristo di grande impatto espressivo.

Una targa ci racconta la storia di questa chiesetta che fu fatta edificare nel 1352 ai tempi della Signoria di Bernabò Visconti, probabilmente su una preesistente chiesa più antica, descritta già nel XII secolo. Un’ipotesi è che sia stata voluta dalla moglie di Bernabò, Regina Della Scala, alla quale si deve anche la chiesa demolita per costruire il nostro massimo teatro che ne tramanda il nome.

Un tempo la chiesa dei Magi era dedicata alla Vergine e aveva intorno un Lazzaretto per il ricovero degli appestati, prima che fosse costruito quello di viale Tunisia a Porta Orientale.

La storia ci dice che i Borromei, in successive visite pastorali alla chiesetta di Corte Regina, vi incontrarono delle monache devote ai Re Magi. Così successivamente la chiesa fu intitolata ufficialmente ai “Santi Re Magi in Corte Regina”. Oggi il nome della chiesa viene ricordato da un moderno affresco dietro l’altare.


Questa chiesetta incontrò molti ostacoli sul suo cammino. A fine Settecento passò al Demanio, venne sconsacrata e diventò abitazione e deposito per i contadini della zona. Anche le bombe della seconda guerra mondiale contribuirono al suo declino, tanto che si parlava di abbatterla, sacrificata allo sviluppo edilizio.

Ma i Magi fecero il miracolo; la chiesetta venne donata al parroco della vicina parrocchia di San Giuseppe, che, grazie ad offerte di fedeli e benefattori, la fece restaurare, riconsacrare e riaprire il 6 gennaio 1967.

https://www.sangiuseppe.info/la-chiesa-dei-santi-re-magi/

Purtroppo è un po’ difficile visitare questo piccolo tassello della storia di Milano. Viene aperta solo il sabato pomeriggio alle 17 e nei festivi alle 9.30 per le Sante Messe. Come i Magi mettiamoci in cammino e andiamo a visitarla.

A presto…

Fotoarca di Passipermilano (seconda puntata: i cavalli)

Tra poco Milano si accenderà con le luci del Natale e diventerà il palcoscenico di tutti noi che, di corsa, come puledri, cavalli rampanti o ronzini stanchi faremo acquisti e porteremo pacchi e pacchetti, borse e borsoni, figlioletti o nipotini.

Con un sorriso dedichiamo i nostri quattropassi di fine novembre al cavallo, questo nobile animale che nei secoli al passo, al trotto o al galoppo ha trasportato uomini e cose. Lo cercheremo tra i monumenti della nostra città per la seconda puntata della Fotoarca di Passipermilano.

Iniziamo la nostra passeggiata dai Cavalli Alati, bianchi e giganteschi, “parcheggiati” sul tetto della Stazione Centrale. Alti quasi 8 metri, ci ricordano che qui si va veloci, si arriva e si parte quasi volando (forse i pendolari non sono sempre d’accordo). Due palafrenieri, Intelligenza e Progresso, tengono le loro redini.

I cavalli da sempre sono stati una delle “sedute” preferite da Re e generali, che amavano essere immortalati fieramente in groppa a destrieri. Nei monumenti antichi i cavalli sono di solito rappresentati, per motivi tecnici, per lo più al passo; se invece sono dipinti,  vengono raffigurati più liberamente al trotto, al galoppo o addirittura rampanti.

Vittorio Emanuele II forse è giunto al galoppo in piazza Duomo e deve frenare il suo cavallo, lanciato… verso il portone centrale della nostra cattedrale. Conflitto Stato – Chiesa?

Accanto al monumento si riunivano i tifosi quando una delle squadre milanesi vinceva lo scudetto… ahimè, da parecchi anni è il torinese Vittorio Emanuele che festeggia.

Un altro cavaliere illustre è Napoleone III che, al Parco Sempione, saluta chi passa, come un vecchio gentiluomo un po’ bislacco. Il suo cavallo lo accompagna con pazienza.

Un famoso quadro immortala l’Imperatore, con Vittorio Emanuele II, sotto lArco della Pace, mentre, vittoriosi, entrano in Milano liberata.

Una curiosità: i cavalli della sestiga sopra l’Arco, risalenti a Napoleone I, furono fatti ruotare di circa 180° dagli Austriaci, quando tornarono a Milano, perchè voltassero il fondoschiena alla Francia… e da allora sono rimasti così.

prima

dopo

In largo Cairoli il cavallo di Giuseppe Garibaldi è finalmente fermo dopo tante battaglie col suo cavaliere e ha un aspetto forte e fiero. Non così quello del generale Missori, nella omonima piazza, tanto accasciato da essere entrato in un modo di dire milanese: “te me paret el caval del Missori”. Il modello fu un povero cavallo da tiro, che oscurò, nel tempo, il suo cavaliere.

Un cavallo, invece, pieno di vigore è quello che salta un ostacolo nel monumento alle “Voloire” in piazzale Perrucchetti, davanti all’ex-caserma dell’Artiglieria a Cavallo.

Questa volta il cavaliere non è un illustre personaggio, ma il simbolo di chi ha rischiato o dato la vita in guerra. Chissà se il suo cavallo, fedele compagno di tante ore di battaglia o di solitudine, lo avrà dovuto vegliare “in un campo di grano… sotto mille papaveri rossi” come cantava Fabrizio De Andrè.

Due monumenti celebrativi ci riportano a secoli lontani. In piazza Mercanti, sul Broletto, ora in ristrutturazione, si trova  l’altorilievo di Oldrado da Trèsseno (podestà di Milano – 1233), che, nell’epigrafe, si vanta di aver fatto costruire il palazzo e di aver mandato al rogo i Catari.

Al Museo del Castello, invece, c’è il monumento funebre del feroce Bernabò Visconti, impettito in groppa al suo destriero. Gli animali avranno avuto più cuore dei loro padroni? Povere bestie…

Nei nostri passipermilano stiamo cercando di far vedere quanto la nostra città sia piuttosto insolita e misteriosa. A questo proposito abbiamo scoperto che a Milano c’è anche il monumento “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e il Cavallo Bianco della Pace”. Ebbene, questo poco noto gruppo di cavalli e cavalieri si trova nel luogo più impensabile che si possa immaginare: i Giardini Pubblici “Indro Montanelli”.

Entrando da piazza Cavour, in una grande aiuola, vicino alla statua del giornalista, c’è un gruppo di stilizzate figure in bronzo, che passano quasi inosservate, forse perchè piuttosto basse e smilze. La scena rappresentata è molto drammatica, con cavalieri e cavalli in action.

 

Quasi in disparte c’è un cavallo bianco, senza cavaliere, che sta brucando, distante anni luce dagli altri: è il “Cavallo Bianco della Pace”.

Questo monumento, quasi sconosciuto e assolutamente da andare a vedere, è opera di Harry Rosenthal, uno scultore austriaco che ha attraversato il Novecento con i suoi tanti e contrastanti avvenimenti.

Infine ecco “IL” cavallo; senza cavaliere, imponente, maestoso ha un passato illustre e un presente che genera discussioni.

È conosciuto come “il Cavallo di Leonardo” e si trova davanti all’ippodromo del galoppo di San Siro, in una posizione con poca visibilità turistica, almeno per ora. L’anno prossimo, infatti, ci saranno le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del Maestro e questo cavallo diventerà protagonista di eventi e manifestazioni. Ne parleremo anche noi tra qualche settimana.

A presto…

Il mistero della Fontana all’Isola

Siamo nel cuore dell’Isola, in via Thaon di Revel, dove si trova uno dei luoghi più belli della Milano sforzesca appena scivolata nel 1500 e nelle dominazioni straniere.

Il Santuario di Santa Maria alla Fontana è un intreccio di storia, arte, fede e mistero, situato in uno dei quartieri più vivaci della città, con i grattacieli accanto alle case di ringhiera, con il futuro che si impone e fa sognare, mentre il passato resta presente e si fa radice.

Dalla strada non si vede il Santuario, ma solo la “chiesona” dallo stesso titolo, che si affaccia sulla via.

Ancora una volta, anche per capire Milano, dobbiamo andare oltre la “prima vista”. Dalla Chiesa Superiore, a livello della strada, scendiamo con una scala in un avvallamento naturale dove si trova il Santuario, e poi ancora più sotto fino alla fonte da secoli considerata miracolosa, per confrontarci col mistero.

Andiamo con ordine, un passo, anzi, un gradino alla volta. La Chiesa Superiore è stata da sempre legata alla storia del Santuario e della città. Nel corso di oltre cinque secoli ha visto arrivi e partenze, ampliamenti e restauri fino a quelli di Griffini e Mezzanotte e agli ultimi della metà del Novecento.

Guardando la facciata, sulla destra, una scala ci invita a scendere e improvvisamente ci troviamo in pieno Rinascimento.

Passeggiando tra i chiostri che non ci si aspetta, guardando gli affreschi, la volta, i soffitti, la fonte con gli zampilli d’acqua, sentiamo di trovarci in uno dei luoghi più coinvolgenti di Milano.

Per raccontare la storia di questo Santuario, partiamo dalla pietra che indica l’inizio della costruzione, il 29 settembre 1507, e il committente,  Carlo II d’Amboise, governatore francese di Milano.

Questi soffriva di una grave malattia della vista e si volle recare qui dove c’era una fonte considerata da tempo miracolosa. Si bagnò gli occhi, guarì e come ringraziamento fece costruire questo santuario mariano. Un grande dipinto cinquecentesco dei fratelli Campi, sopra l’altare, ricorda il miracolo.

Chi fu l’artista incaricato da un committente così importante? Si è parlato del Bramante, del Bramantino e di Leonardo (in quel periodo a Milano), tanto legato alla famiglia dei D’Amboise, da essere poi ospitato, fino alla morte, in uno dei loro castelli in Francia. Oggi, infine, si propende per una collaborazione dell’Amadeo, secondo quanto ritrovato in un antico documento.

I dubbi restano molti; confrontando alcuni particolari dei doppi archi, si nota una forte somiglianza tra quelli del Santuario e alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo.

Alle pareti della Cappella ammiriamo affreschi della scuola di Bernardino Luini, in parte danneggiati ma molto dolci e suggestivi.

Interessanti i particolari di due affreschi che riguardano l’ambiente dell’epoca. Nel “San Rocco” si vede una cascina tra i campi, mentre nella “Visitazione” siamo in un contesto cittadino, con una ricca porta di un palazzo e una piccola balaustra. Città e campagna fanno da sfondo alla Fede.

La grande volta a dodici spicchi (unica, sembra, in Italia) riproduce gli Apostoli (tranne Giuda) e San Paolo. Al centro un rilievo in legno e stucco dorato con Dio Padre benedicente circondato da raggi di luce e di calore.

Nel ricco soffitto a botte sopra l’altare ci sono raffinati disegni simbolici risalenti al XVI secolo: l’ibis (che indica la gratitudine), il sole raggiato, alcune fiaccole e il caduceo (simbolo da sempre della Medicina) che ricorda la doppia spirale del DNA, quasi un misterioso presagio di future scoperte.

Il colore rosso dei disegni indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina: infatti questo Santuario fu uno dei poli sanitari milanesi come la Ca’ Granda e il Lazzaretto. Al centro di questo ospedale, fino a metà Ottocento, spiccava una grande vasca, come vediamo da alcune immagini.

Nella storia di questo Santuario ci furono, però, momenti difficili. Se un nobile francese lo aveva fatto costruire, un altro, Napoleone, dopo averlo utilizzato come ospedale per le proprie truppe, lo aveva trasformato in un deposito per quei carri che servivano a innaffiare le polverose vie della città, antenati di quei tram soprannominati “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni.

Un grave disastro colpì, verso la fine dell’Ottocento, la fonte del nostro Santuario, quando un incendio in una vicina fabbrica di bitume inquinò la sorgente. Questo danno ambientale non fermò mai la devozione dei fedeli e l’acqua, oggi collegata all’acquedotto, sgorga ancora da undici beccucci posti su una lastra di pietra.

Abbiamo osservato a lungo la disposizione insolita dei beccucci e la lastra considerata quella originaria dell’antica fonte. C’è chi sostiene che la pietra sia carica di energia e che i fori formino misteriosi triangoli, così come l'”ammaccatura” nella parte superiore della pietra. E se fossero segnali di qualcosa di non conosciuto, ancora da scoprire?

Ci lasciamo qui, davanti a questa antica fonte piena di misteri, ognuno con i propri pensieri, per decidere se scendere e accostarci alla fonte o no…

A presto…

“Ci son due coccodrilli…” Piccola fotoarca tra le statue di Milano

In un giorno di vacanza, quando abbiamo risentito la canzoncina per bambini “Ci son due coccodrilli…” ci siamo messi a pensare se nella nostra città, scolpiti o dipinti tra le case, non ci siano questi animali.

http://www.ansa.it/lifestyle/notizie/kids/giochi/2016/01/31/musica-compie-40-anni-i-due-liocorni-cult-per-i-bimbi_ede4a5ff-3c8e-4dbd-ab0b-d936aea8f4bf.html

Li abbiamo trovati! Eccoli, guardate dove, magari cantando il ritornello tormentone.

Ci sono i coccodrilli e l’orangotango…

FuoriSalone 2018 – Ca’ Granda

due piccoli serpenti (ops! biscioni) e l’aquila reale (ma qui è imperiale, di rango ancora superiore)… il gatto…

Piazza Mercanti – Loggia degli Osii, la “Parlera”

Castello Sforzesco – Museo Egizio

il topo (è vicino a Gesù Bambino) e l’elefante…

Palazzo Bagatti-Valsecchi – Madonna dei ratt

Castello Sforzesco – Portico Corte Ducale

Chi manca? Nessuno, abbiamo trovato anche uno dei mitici liocorni!!!

Piazza Borromeo – stemma araldico

Ci abbiamo preso gusto. Perchè non fare ogni tanto anche quattropassi per cercare gli animali da far salire su quest’arca fotografica? Se ne trovate mandateci foto e indirizzi. Grazie!

A presto…

Una “mela” in piazza Liberty

Da qualche giorno piazza del Liberty appare profondamente cambiata dopo la realizzazione dello scenografico progetto ideato da Norman Foster per Apple.

Una fontana definisce la piazza, con tanti zampilli che si infrangono contro i lati lunghi di un parallelepipedo di vetro; sul lato corto, possiamo scendere con una scala in un corridoio d’acqua.

Nessuna scritta, o vetrina, indica il nuovo store della Apple. Solo l’immagine della mela si staglia sulla trasparenza del cristallo, il logo al posto delle parole, come in un linguaggio universale.

Dietro le cascatelle della fontana, una gradinata scoperta di pietra grigia al centro della piazza ospiterà il pubblico per eventi e spettacoli in una sorta di teatro all’aperto, fra gli alberi.

In un angolo della piazza un piccolo ascensore a specchio riflette gli eterogenei edifici circostanti: il bianco palazzo ex-Trianon, la Torre Tirrena, l’elegante Palazzo Tarsis (ora in restauro) e le belle vetrine dei negozi.

Sotto il parallelepipedo e la gradinata, ecco il grande store della Apple, con i prodotti, le postazioni, gli schermi interattivi, i corsi e i laboratori. In questo ambiente chiaro ed essenziale però non mancano gli alberi.

La piazza è già diventata punto di ritrovo. E ancora una volta una fontana entra nel nuovo volto della nostra città, che, come l’acqua, è sempre in continuo movimento.

A presto…

Il Museo Botanico “Aurelia Josz”, un angolo verde quasi sconosciuto a Niguarda

A volte certi luoghi sembra ci vengano incontro per caso, quasi fossero loro a voler trovare noi.

È successo così quando siamo andati a Villa Lonati, una delle sedi di FuoriOrticola, accanto all’Ospedale di Niguarda. Volevamo vedere questa villa, che appartiene ora al Comune di Milano, dove si tengono corsi e iniziative legate a “Comunemente verde”.

Nel suo grande giardino trovano spazio serre e filari, coltivazioni di piante provenienti da tutto il mondo come una rara e strepitosa collezione di papaveri.

Passeggiando abbiamo scoperto l’indicazione “Museo Botanico”, che ci indirizzava verso un giardino dall’altra parte della via .

Sono state una scoperta e una passeggiata emozionali. Questo “museo” (un parco di 24.000 metri quadrati) è stato inaugurato nel 2015 ed è dedicato ad Aurelia Josz, personalità, confessiamo, a noi fino ad allora sconosciuta.

Abbiamo poi appreso che è stata la fondatrice e l’animatrice, agli inizi del Novecento, della prima Scuola Agraria Femminile sorta nell’Orfanotrofio delle Stelline in corso Magenta e poi trasferita in una sede autonoma a Niguarda. I corsi erano rivolti alle orfanelle interne al convitto ma anche ad allieve esterne, tra cui le figlie di piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa.

Proprio con questa scuola Aurelia divenne un simbolo della lotta per l’emancipazione femminile.

Rifiutatasi di espatriare dopo le leggi razziali, fu arrestata e deportata in quanto ebrea nel 1944 ad Auschwitz, dove venne uccisa, a 75 anni di età, il giorno dopo “l’arrivo” nel campo di sterminio.

Una targa su un masso all’interno del suo “museo” la ricorda, ma lo spirito di Aurelia si coglie nella semplice bellezza di questo parco tenuto aperto solo grazie all’impegno dei volontari.

Questo grande spazio verde è diviso in varie aree: il labirinto dei cereali e del mais, il frutteto dei patriarchi, il percorso di acqua e terra, con ponticelli sopra piccoli rivoli, un’area dedicata agli impollinatori con una collezione di fiori per insetti gourmet.

Una costruzione ricoperta di fitta vegetazione è il luogo dove si tengono corsi e incontri.

Abbiamo potuto dare solo uno sguardo d’insieme perchè era prossimo l’orario di chiusura. Ci ha colpito in particolare un enorme tronco di platano al centro di barriere mobili frangivento in legno, quasi una sorta di Stonehenge vegetale.

Nel parco si tengono attività legate alla cultura verde; purtroppo è aperto solo un pomeriggio ogni mese, con ingresso libero.

Ecco il calendario delle prossime giornate.

Forse è stata Belisama (o qualche nostro antenato Druido) a farci scoprire questo luogo, per noi sconosciuto, immagine del territorio lombardo di tanto tempo fa. Aspetta anche voi, vi passiamo questo messaggio del Bosco.

 

A presto…

Immagini dal Fuorisalone 2018: una festa per la creatività e per Milano (parte seconda)

Ed eccoci nel Futuro dell’abitare, eccoci alla seconda parte del nostro piccolo album dedicato al Fuorisalone 2018.

Entrando nel “The Mall” di piazza Bo Bardi, siamo avvolti in una atmosfera rossastra che ci riporta al pianeta Marte.

Lo Studio Boeri, che poco lontano da qui ha realizzato il Bosco Verticale, ha ricreato in questo padiglione un clima da mondo che verrà, con materiali innovativi, dove la tecnologia è ormai un bene acquisito al servizio di oggetti e progetti, tanto da passare quasi in secondo piano rispetto alla bellezza e alla creatività di quanto esposto.

Questo Fuorisalone ha ripreso, secondo noi, molte immagini fantascientifiche. Pensiamo, ad esempio, al “gorillone” con la torcia di via Festa del Perdono, che rimanda all’indimenticabile ominide di “2001 Odissea nello spazio” e al senso della crescita evolutiva.

Su questa linea si muove anche il “Tempietto nel bosco” di Palazzo Litta, unione tra una passata vita nei boschi, un presente costruito dall’uomo e un futuro che ha il colore rosso di Marte.

Anche la premiata “Air Invention”, la Bolla esposta a Brera, sembra una navicella spaziale; al suo interno giochi d’aria, elemento primario e bene prezioso, che troppo spesso roviniamo con gravi conseguenze per il nostro pianeta.

Tanti sono in questo Fuorisalone i richiami alla sostenibilità ambientale, ad un uso più consapevole delle risorse, a trasformazioni che creano nuova bellezza per migliorare la nostra esistenza e la vita del pianeta Terra. Tra questi, in un location di Ventura projects in via Ferrante Aporti  la sognante installazione “Giants with Dwarf”, con figure fantastiche costruite utilizzando parti di sedie e di tavoli.

Ecco altri oggetti ottenuti con materiali di recupero grazie ad un ri-disegn creativo, una dimostrazione di come sia possibile trasformare le eccedenze in eccellenze.

Anche l’architettura diventa ecosostenibile. In piazza Beccaria è stata costruita, per il Fuorisalone, “3d Hausing 05″, una casa di circa 100 metri quadrati. È stata realizzata in una sola settimana utilizzando un robot stampante in 3 D e polveri di cemento riciclato proveniente da demolizioni. Grazie alla riduzione dei costi e dei tempi ormai si potrebbe garantire un’abitazione a 1,2 miliardi di persone!

https://www.professionearchitetto.it/news/notizie/24971/3D-housing-05-100-mq-realizzati-in-una-settimana-grazie-alla-stampante-3D

All’interno di questa casa spicca, come unico elemento di decorazione, un vecchio comignolo, simbolo della continuità del focolare. E sul tetto? Orto e spazi verdi.

Ancora casa e verde in piazzetta Reale con “Living Natura”, dove i cicli delle stagioni convivono in un grande spazio di 500 metri quadrati. Un progetto che stimola a trovare nuove prospettive per migliorare le diverse condizioni di vita.

In piazza Castello è stata invece realizzata l’installazione “agrAir”, un orto botanico in pieno centro, arricchito da fiori colorati e da profumi, da guardare e da toccare, uno spazio agricolo sotto “girandole” trasparenti fluttuanti, simili a nuvole di giorno e a lanterne di notte.

All’Orto Botanico di Brera, ecco “smarTown”una smart city del futuro per un modello sostenibile di consumo e di energia. Circa 700 mini-casette si accendono come abitazioni intelligenti per minuscoli uomini in un grande spazio verde.

E perchè non ricreare alberi in legno tra le case? Ecco due esempi, uno in piazza XXV Aprile e l’altro in un cortile di  Palazzo Litta. Sempre in legno, nel Cortile d’Onore della Statale, la casetta Ikea “con la maniglia” che richiama lo spostarsi abitativo contemporaneo.

Anche il tema della mobilità infatti, pubblica e privata, ha trovato spazio in questa edizione del Fuorisalone. Ecco una raccolta di biciclette, anche d’epoca, in corso Garibaldi, uno storico tram vestito a festa, in giro per le strade del centro, e il futuristico anello dell’Audi in corso Venezia.

Per finire ancora qualche immagine  colta qua e là.

In piazza San Babila, infine, sulla facciata dell’ex-Garage Traversi, che aspetta di diventare un hub del lusso, spicca una spiritosa immagine pop “Oh, oh, Milano ..I love you too …”

A presto…

Immagini dal Fuorisalone 2018: una festa per la creatività e per Milano (parte prima)

Siamo saliti al 39° piano di Palazzo Lombardia, durante il Fuorisalone, per dare uno sguardo a questa nostra Milano che sale in alto, ma conserva radici solide e profonde, che accosta scenari diversi di antico e tanto nuovo da essere già futuro, che pensa all’economia e allo sviluppo, ma non solo.

Infatti a piano terra, un gigantesco gonfiabile ha il cuore in mano, immagine della nostra città aperta e solidale, dando un divertente benvenuto ai visitatori del Fuorisalone.

I diversi district hanno accolto, come in una grande festa collettiva della creatività, migliaia di turisti e tanti milanesi, tutti alla ricerca di idee, progetti. innovazioni e installazioni capaci di suscitare emozioni, stupore, divertimento, discussioni e anche affari.

Impossibile, in questa festa, poter vedere tutto e partecipare alle diverse manifestazioni ed eventi. Abbiamo raccolto in un piccolo album alcune immagini del Fuorisalone 2018, occasione anche per rivedere luoghi di Milano in una prospettiva diversa.

Eccole:

L’Università Statale di via Festa del Perdono appare più bella e vivace che mai e unisce il passato al futuro con idee, spunti e provocazioni sul tema dell’abitare e dello spostamento. C’è persino una “casa” viaggiante in valigia!

I portoni per salire al loggiato, dove si viene avvolti in nuvole profumate di policarbonato rosa, sono decorati in modo completamente diverso: uno ha un’anima green, l’altro luci pop. Ci faranno entrare nel futuro?

Il “gorillone” che, con una torcia, guida un gruppo di conigli rosa, forse pensa al buio.

Ma le luci alla sera rendono ancora più suggestive le installazioni e tutto diventa spettacolo.

Poco lontano antichi edifici ospitano allestimenti modernissimi; sembra quasi che passato e presente ricevano entrambi energia, vitalità e bellezza dal loro contrasto. Ecco alcuni interni di via Sant’Antonio e i salotti open-air nei chiostri e nella sala Affreschi dell”Umanitaria.

 

La Biblioteca Umanistica dell’Incoronatain corso Garibaldi, propone arredi di design. Che ve ne pare?

L’austero chiostro di San Simpliciano si è vestito di tessuti per diventare una sorta di salotto all’aperto.

In via Meravigli, Palazzo Turati è in fiore e viene voglia di fare capriole.

Poco più avanti, nel cortile di Palazzo Littain corso Magenta, ci accoglie il “Tempietto nel bosco”. Sottili colonne rosso-ciliegia ricordano la verticalità del Duomo e sono quasi legate tra loro da riposanti amache che sembrano invitare all’otium, a fermarsi un momento prima di ripartire.

Saliamo l’imponente scalone dove spicca una moto di rame, immagine aerodinamica di movimento e velocità.

Negli splendidi saloni di questo palazzo, purtroppo raramente aperto al pubblico, sono esposti, tra l’altro, moderni vetri dalle linee pulite, che sembrano colori senza materia e sfere bianche che riflettono l’ambiente circostante.

In un’altra sala un progetto, che sembra quasi un gioco, è un invito a riflettere sulle innovazioni nel campo di abitazione, movimento e sostenibilità, temi al centro del Fuorisalone 2018.

A presto per la seconda parte di questo album…