San Cristoforo, una chiesetta lungo il Naviglio – parte seconda, l’interno

Appena varcata la soglia della chiesetta di San Cristoforo, restiamo incantati di fronte a questo ambiente unico che conserva, come l’esterno, le caratteristiche delle due chiese di un tempo.

Due grandi archi, ricavati nella parete che le separava, hanno unito nel 1625 le navate delle due chiese costruite affiancate nello spazio ma a circa un secolo di distanza.

I soffitti sono diversi; l’uno, il più antico, è a cassettoni, l’altro, invece, conserva la struttura gotica a volte decorate.

Alle pareti alcune vetrate lasciano filtrare un po’ di luce. Una tra queste ci pare insolita e mostra una mano scendere da una nuvola verso un triangolo raggiato; forse è l’immagine della Provvidenza?

Preziosi affreschi fanno capolino dall’usura del tempo e sembra quasi siano loro a osservare noi, viaggiatori del terzo millennio. Ci sono opere di diverse scuole (Bergognone, Giotto, pittori lombardi, Bernardino Luini).

Non sappiamo come fossero in precedenza gli altari delle due chiese. Ora, l’unico, si trova in quella di sinistra, la più antica.

È un altare contemporaneo, essenziale, con una struttura in metallo sopra una macina in pietra che ci riporta al tema del grano che diventa Pane. Una lastra di ardesia fa da piano; è lasciata al naturale, come indicato nell’Esodo (20 : 25) “…e se fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietre tagliate…”

Il Santo a cui sono dedicate entrambe le chiese è Cristoforo, un gigante come Ercole, diventato il Patrono di chi compie un viaggio o affronta il guado della vita.

Due belle statue lignee, una per chiesa, lo raffigurano appoggiato a un bastone con Gesù Bambino sulle spalle.

Ecco, in breve, la storia di questo Santo martire raccontata da Jacopo da Varagine nel XIII secolo.

Cristoforo si era proposto di servire il più potente della Terra, oggi diremmo il potere. Era stato al servizio di un re, poi di un imperatore, persino del diavolo, dal quale, però, aveva capito che il Figlio di Dio era il più forte. Per prepararsi al Battesimo aveva scelto di abitare lungo il corso di un fiume per aiutare i viandanti a passare da una sponda all’altra.

Una notte fu svegliato da un fanciullo che gli chiese di aiutarlo ad oltrepassare il fiume. Il gigante se lo caricò sulle spalle ma, nella traversata, il bambino diventava sempre più pesante, perché portava con sé tutto il mondo.  Cristoforo si piegava dalla fatica, quasi da non farcela. Appoggiandosi ad un bastone riuscì infine ad arrivare col suo “carico” all’altra sponda e comprese di aver portato sulle spalle Gesù. Il suo bastone fiorì.

Era considerato anche il Santo che aiutava gli appestati; da qui la costruzione di un lazzaretto accanto a questa chiesa e la Cappella dei Morti, costruzione risalente alla peste manzoniana del 1600.

A questa cappella si accede oggi dalla sacrestia, attraverso un’antica porta. Al di sotto, non visitabile, c’è una cripta con sepolture anche importanti e, si dice, una galleria segreta che porta fino alla chiesa di San Lorenzo.

Altri sono i “si dice” legati a questa chiesetta: da qui sembra essere partito il gruppo dei Lombardi per la Prima Crociata, al grido di Ultreia! (Andiamo avanti, oltre) saluto usato ancora oggi da chi compie il Cammino di Santiago di Compostela.

Qui arrivò la notizia della vittoria della Lega Lombarda sul Barbarossa, nel 1176 (questa chiesa non c’era ancora, ma esisteva già la cappella sua antenata); qui Ludovico il Moro andò incontro alla sua promessa sposa, Beatrice d’Este.

Una tradizione viva ancora oggi: in questa chiesa molti giovani iniziano qui il loro viaggio insieme.

Tanti sono i viaggi e i passaggi difficili della nostra vita, perchè non fare un salto ogni tanto a San Cristoforo? A tutti un “Ultreia!” per i propri passi.

A presto …

San Cristoforo, una chiesetta lungo il Naviglio – parte prima, l’esterno

Lungo il Naviglio Grande e il percorso del tram n. 2, c’è un’antica chiesetta rimasta immutata nel tempo, che ci fa chiedere se siamo veramente a Milano. È uno dei tanti volti della nostra città, quello che parla alla mente, ma tocca il cuore.

È dedicata a San Cristoforo, il gigante gentile che portò Gesù Bambino sulle spalle attraversando un fiume. È diventato poi il patrono dei viaggiatori.

Per visitare questa chiesetta, facciamoci pellegrini di un viaggio, storico e non solo. Fermiamoci come prima tappa davanti al grazioso ponticello che supera il Naviglio davanti alla chiesa.

Non sappiamo se, rifatto e rimaneggiato, sia quello di cui parlava uno storico milanese, il Giulini, che nel Settecento ricordava come, nell’archivio cittadino, fosse conservato un documento della fine del Trecento nel quale si concedeva la costruzione di un ponticello proprio in questa zona.

Certo che tanta acqua è passata sotto di esso. Qui arrivavano merci e idee, materiali e persone (da qui passò, si dice, il corteo nuziale di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este). Ancora qui, lungo queste sponde, c’erano, e ci sono, gli stalli di pietra delle lavandaie, ma l’acqua, allora, era pulita.

Una riflessione: se si riapriranno alcuni tratti del Naviglio Interno, sarà necessaria tanta, tanta manutenzione per evitare i miasmi, i problemi igienici e le zanzare che, tra l’altro, avevano portato alla sua copertura. Il Manzoni già lo definiva “fogna a cielo aperto” dove, come scriveva anni dopo il Turati: “sul gorgo viscido, chiazzato e putrido, sghignazza un cinico raggio di sole”. Speriamo in bene!

Oltrepassiamo ora il ponticello e fermiamoci davanti alla chiesa nel piccolo piazzale, che purtroppo non è isola pedonale.

San Cristoforo, come l’Incoronata, è una chiesa doppia, ma le facciate affiancate sono ben diverse per stile ed epoca di costruzione.

La parte più antica di San Cristoforo è quella di sinistra, col tetto a capanna. Venne costruita alla fine del XII secolo dove sorgeva una piccola cappella, sorta a sua volta, sembra, su tempio romano dedicato a Ercole. In questo luogo di preghiera, dunque, sono sempre stati venerati dei giganti. Scaveremo un po’ per saperne di più parlando di San Cristoforo.

Proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta di questa chiesa, fermandoci davanti alla facciata di sinistra. Un bel rosone in cotto sovrasta il portone rettangolare piuttosto basso e largo.

Sugli stipiti ci sono due piccole sculture antropomorfe in marmo bianco. Una, in particolare, ci coglie di sorpresa: è un triplice volto.

Immediatamente pensiamo a quello della Cappella Portinari in Sant’Eustorgio, ma le differenze ci sono, eccome! Infatti in quest’ ultimo sono rappresentati tre volti di donna, nelle diverse età della vita. la scultura in San Cristoforo mostra due visi che sembrano femminili e uno maschile, barbuto, al centro.

La scultura in San Cristoforo, invece, mostra due visi che sembrano femminili e uno maschile, barbuto, al centro. Non solo; il mistero si infittisce. Il volto più interno ha una piccola “mandorla” in rilievo alla radice del naso, una sorta di terzo occhio. Non siamo riusciti a scoprire di più a proposito di questa strana e insolita scultura. Quale messaggio custodisce?

Alla storia, invece, ci riporta il triplice stemma sopra il rosone. Sono rappresentati il logo dei Visconti, quello storico del Comune di Milano, risalente ai tempi del Barbarossa, e quello con il cappello cardinalizio tra sole e stelle dell’Arcivescovo di allora, Pietro Filargo di Candia, un frate francescano che riuscì a far ottenere a Gian Galeazzo il titolo di Duca dall’Imperatore.

Pochi passi ancora e ci fermiamo davanti alla facciata della seconda chiesa, chiamata anche Cappella Ducale. Siamo nel 1399, Milano è decimata dalla peste e il Duca Gian Galeazzo Visconti fa erigere questa Cappella come voto da parte dei milanesi per la fine dell’epidemia. Non ne vedrà il compimento, vittima anche lui della pestilenza.

La cappella era affiancata alla prima chiesetta; purtroppo gli affreschi che ricoprivano interamente la sua facciata ora sono gravemente deteriorati. Sopra il portone appaiono gli stemmi dei Visconti e del Comune di Milano, ben in vista.

Proseguendo il nostro viaggio intorno a San Cristoforo, vediamo anche il bel campanile del XV secolo, ancora autentico e unico nel suo genere a Milano.

Ancora qualche passo e incontriamo, a ridosso della Cappella Ducale, una costruzione più “recente”: la Cappella dei Morti, risalente alla peste manzoniana del 1600.

Un teschio e due tibie incrociate sembrano prendere forma nella grata di ferro.

Un semplice, piccolo giardino sul retro lascia intravedere l’abside della chiesa più antica. Sembra un richiamo, torniamo sui nostri passi e varchiamo la soglia.

A presto, per vedere l’interno…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Seconda, verso il nuovo millennio

Chissà dove vanno a dormire i sogni quando li dobbiamo lasciare e come fanno a risvegliarsi altrove dopo tanto tempo?

Realizzare il Cavallo era stato il sogno degli Sforza e di Leonardo che aveva cercato di materializzarlo. Le loro vite, poi, non lo avevano reso possibile e il sogno si era addormentato per circa cinquecento anni in un gomitolo rosso.

Madrid, 1964 –  Il fil rouge che avvolgeva il sogno inizia di nuovo il suo lungo cammino. Alla Biblioteca Nazionale vengono ritrovati alcuni manoscritti e annotazioni di Leonardo riguardanti il Cavallo e la sua fusione.

Allentown, Pennsylvania, 1977 – Charles Dent (1917 – 1994). figlio del proprietario di una fonderia, è un uomo che ama l’arte e il volo. È stato pilota civile ed è anche un collezionista appassionato di opere d’arte, in particolare del Rinascimento.

https://www.davincisciencecenter.org/about/leonardo-and-the-horse/biography-of-charles-c-dent/

Legge sul National Geographic un articolo che riguarda Leonardo e il Cavallo che “non fu mai”. Da allora la realizzazione di “the Horse” diventa il sogno al quale dedica tempo, amore e sostanze. Lo vuole regalare alla nostra città in segno di omaggio al Maestro e a Milano, dove il sogno era iniziato.

Charles organizza una Fondazione, incontra i più importanti studiosi del Rinascimento per verificare la fattibilità del progetto, raccoglie materiale e fondi, “fieno per il Cavallo”. Come Leonardo lavora a questo progetto per 17 anni, ma lo lascerà ad altri. Muore, infatti, nel 1994 con il sogno ancora da realizzare.

Michigan, 1994 – Il sogno di Charles passa ai suoi familiari e il Cavallo prosegue il suo lungo cammino. Il fil rouge arriva infine a Frederik Meijer, imprenditore americano, proprietario di una grande catena di supermercati. Anche lui impegna tempo, energie, passione e denaro per realizzare the Horse.

Beacon, NY, 1996 – Il filo rosso avvolge anche Nina Akamu, una scultrice americana di origine giapponese, che era stata incaricata di dare forma al sogno.. Appassionata di cavalli e dell’Italia, studia i progetti di Leonardo e infine riesce a realizzarne il calco. Nella fonderia Tallix di Beacon finalmente nasce il Cavallo made in USA.

http://www.studioequus.com/biography.html

Milano, 1999 – Il Cavallo, esattamente 500 anni dopo la distruzione del modello in argilla da parte dai francesi, giunge in dono a Milano. È veramente colossale (metri 7,20 di altezza, 8 di lunghezza, 15 tonnellate di peso) e fa bella mostra sopra un maxi piedistallo davanti alla tribuna dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro.

Una curiosità: è stata effettuata recentemente una simulazione in 3D della fusione. E stato così  verificato che Leonardo, con le tecniche che aveva progettato, sarebbe stato in grado di realizzare la propria opera in meno di tre minuti.

https://www.museogalileo.it/it/biblioteca-e-istituto-di-ricerca/progetti/progetti-speciali/834-non-era-leggenda-il-leggendario-cavallo-di-leonardo.html

Per il trasporto dall’America, invece, il Cavallo è stato realizzato in otto pezzi separati da assemblare.

Il Cavallo di Leonardo ha anche un gemello americano, esposto nel parco di Grand Rapids nel Michigan del quale è  la principale attrazione.

Un terzo “fratello”, più piccolo, è stato donato, nel 2001, a Vinci, paese natale del Maestro.

Milano, 2019 – A vent’anni esatti dalla sua collocazione, defilato rispetto ai circuiti turistici e quasi sperduto tra i parcheggi dello Stadio, ci pare un po’ sottovalutato.

Attualmente è il logo del MIFF AWARDS, Festival di Film d’Autore, che si tiene ogni anno nella nostra città e lo vedremo sicuramente protagonista nelle varie celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo.

Questo Cavallo non è “quello” di Leonardo da Vinci, come sostengono i critici. Questo progetto, però, ha attraversato e unito secoli e paesi. È il Cavallo di Leonardo, di Ludovico, di Charles, di Frederik, di Nina, un po’ di tutti coloro che, con tenacia, cercano di concretizzare un sogno e, se non ci riescono, lo lasciano alle generazioni future perchè possano continuare a sognare, a immaginare, a creare, e a operare per realizzarlo.

A presto…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Prima, il periodo sforzesco

È un sogno durato oltre 500 anni, nato a Milano sotto gli Sforza e realizzato in America alla fine del Novecento. Questo fil rouge ci porta a San Siro, davanti all’Ippodromo, dove si trova il Cavallo di Leonardo.

Ecco la sua storia:

Milano, 1473 – Galeazzo Maria Sforza è Duca di Milano, dopo la morte del padre, il grande Francesco, avvenuta nel 1466.

Francesco Sforza, capitano di ventura in carriera, aveva sposato Bianca Maria Visconti, ereditando titolo e Ducato.

Il nuovo Duca vorrebbe dedicare al padre un monumento equestre in bronzo, anche come simbolo del potere della propria casata.

Incarica Bartolomeo Gadio, architetto capo del Castello, di cercare anche in altre città un artista capace di lavorare questo metallo, ma questo progetto rimane irrealizzato.

Il Duca, infatti, viene ucciso da congiurati nel giorno e nella chiesa di Santo Stefano il 26 dicembre 1476, lasciando un Ducato in stand by, la moglie Bona di Savoia e, come erede, il figlio Gian Galeazzo Maria di soli sette anni.

Milano, qualche anno dopo – Ludovico il Moro, fratello minore di Galeazzo Maria e “reggente” del Ducato in nome del nipote, chiede a Lorenzo il Magnifico, grande mecenate, di indicargli alcuni artisti per realizzare il monumento al padre Francesco.

Ludovico il Moro

corte di Lorenzo il Magnifico

Viene consultato anche il Pollaiolo, che realizzerà solo qualche disegno.

Firenze, 1482 – Leonardo da Vinci manda a Ludovico il proprio curriculum dove tra l’altro scrive: “… ancora si potrà dare opera al Cavallo, che sarà gloria immortale e onore… della inclita casa sforzesca… “. Aveva lavorato a bottega dal Verrocchio, da cui aveva imparato tra l’altro il metodo a “cera persa” per la fusione del bronzo.

Milano, qualche anno dopo – Leonardo è stato “assunto” e lavora ormai alla corte di Ludovico, studiando, dipingendo, facendo progetti e occupandosi delle più disparate cose, persino del food ducale. Del Cavallo nessuna traccia, solo molti studi e disegni.

Milano, 1489 – Il Moro, spazientito per il monumento che ancora non è iniziato, sollecita il Maestro. Leonardo batte cassa, ricordando di aver ricevuto dal Duca, fino ad allora, solo 50 ducati. Aveva perciò dovuto accettare incarichi anche da altri committenti, che gli avevano fatto ritardare il progetto del Cavallo. A questo ritardo dobbiamo la “Vergine delle Rocce“!

Louvre

Ludovico chiede ancora al Magnifico di proporgli altri artisti per realizzare il monumento tanto atteso; due poeti di corte, sollecitati dal Maestro, convincono, però, il Duca a lasciare l’incarico a Leonardo che avrebbe realizzato un’opera di dimensioni mai viste prima, addirittura “supra naturam”.

monumento a Leonardo – Milano, piazza della Scala

Milano, 23 aprile 1490 – “… ricominciai il cavallo”, scrive il Maestro. Non si tratta di un cavallo rampante, come si pensava all’inizio, ma di uno al passo, un vero colosso, il più grande mai realizzato in bronzo fuso.

Milano, 1493 – Il modello in argilla del Cavallo è terminato. Le sue dimensioni sono veramente colossali: 8 metri di altezza, quasi il doppio di quello di Donatello a Padova e ben più grande di quello del Verrocchio a Venezia.

Donatello – monumento al Gattamelata

Verrocchio – monumento al Colleoni

L’imponente monumento (ma di Francesco nessuna traccia) probabilmente avrebbe dovuto adornare una grande piazza davanti al Castello per onorare la potenza degli Sforza.

Restava il problema tecnico della fusione delle 70 tonnellate di bronzo da utilizzare per il monumento. La situazione politica, però, sta precipitando e il bronzo serve per fare cannoni.

Milano, 1499 – Forse Leonardo ha fatto trasferire il Cavallo in argilla nella sua vigna vicino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per tentare di metterlo in salvo. Le truppe francesi, che avevano invaso il Ducato di Milano, però, si sistemano proprio in quella zona.

La soldataglia usa il Cavallo come bersaglio per balestrieri e arcieri. Non sappiamo se Leonardo abbia visto andare in frantumi il suo sogno durato oltre 15 anni. “Il Duca ha perso lo stato, la roba e la libertà e nessuna opera si finì per lui…” scrive Leonardo. In certe notti, si dice, il fantasma di Ludovico ancora fugge in sella ad un cavallo al galoppo. La lunga notte del Castello ha inizio, buia e senza sogni…

Amboise, 1519 – Leonardo muore nel castello vicino ad Amboise, ospite onorato del Re Francesco I. Due sono i sogni che, in punto di morte, rimpiange di non essere riuscito a realizzare: non aver mai volato e non aver finito il suo Cavallo.

Leonardo ha creato un ponte verso il futuro e i suoi sogni non moriranno con lui…

Continua…

Nella calza della Befana 2019 troviamo… la chiesetta dei Re Magi di via Palmanova

È tempo di Epifania che tutte le feste porta via. Il magico periodo del Natale sta per terminare e si torna alla vita e ai problemi di tutti i giorni.

Abbiamo trovato nella chiesa di Santo Stefano un quadro dolcemente emblematico: la Famigliola di Betlemme, dopo l’incanto della Natività e l’accorrere di uomini buoni e semplici, è costretta, dopo poco tempo, a lasciare le proprie cose per sfuggire alla crudeltà di Erode.

L’Epifania, però, è anche tempo di Magi, figure misteriose, e secondo noi molto moderne, che ci parlano del rapporto tra Scienza e Fede (erano studiosi ai massimi livelli) e ci fanno anche riflettere sul senso della nostra vita.

Milano è da sempre legata ai Magi che l’avevano “scelta”, secondo la tradizione, come luogo dove fermarsi per sempre. I buoi che trainavano il carro con le reliquie si erano impantanati dove sorge ora la Basilica di Sant’Eustorgio, che venne eretta per custodire le spoglie dei Tre Re.

I Magi, però, avevano il cammino nel proprio destino e le loro spoglie vennero trafugate dal Barbarossa e portate a Colonia.

Infine una piccola parte delle reliquie tornò a casa, a Sant’Eustorgio, mentre altre reliquie (alcune falangi delle dita, invece) non hanno mai lasciato Brugherio, dove viveva Santa Marcellina che le aveva ricevute in dono dal fratello Sant’Ambrogio.

Sant’Eustorgio – Milano

S. Bartolomeo – Brugherio

Alcuni piccoli suggerimenti: in questi giorni è esposta, in Sant’Eustorgio, la teca con le reliquie e, nella mattina dell’Epifania si svolge il tradizionale corteo in costume (risalente al Medioevo) da piazza Duomo.

http://www.santeustorgio.it/corteo_dei_magi.html

Inoltre in questo periodo si possono ammirare due opere famose a Palazzo Marino e al Museo Diocesano.

Palazzo Marino

Museo Diocesano

Non solo: abbiamo scoperto che nella nostra città esiste un’antica chiesetta dedicata proprio ai Santi Re Magi. Si trova in una zona a Nord Est di Milano, vicino all’antico borgo di Crescenzago, in una frazione chiamata Corte Regina.

Siamo in via Palmanova, anzi, per la precisione, in via Regina Teodolinda. Dolce e severa nel suo gotico lombardo, la chiesetta ha un aspetto semplice, quasi un mattoncino rosso tra il klinker dei palazzi.

Sul portone ci accoglie una formella con Madonna e Bambino sotto una finestra circolare.

Le diverse finestrelle sulle pareti laterali ci riportano a tempi e stili diversi, così come il campanile a base romanica.

L’interno della chiesetta è altrettanto semplice: ad una sola navata, ha mattoni a vista e, sospesa, un’immagine di Cristo di grande impatto espressivo.

Una targa ci racconta la storia di questa chiesetta che fu fatta edificare nel 1352 ai tempi della Signoria di Bernabò Visconti, probabilmente su una preesistente chiesa più antica, descritta già nel XII secolo. Un’ipotesi è che sia stata voluta dalla moglie di Bernabò, Regina Della Scala, alla quale si deve anche la chiesa demolita per costruire il nostro massimo teatro che ne tramanda il nome.

Un tempo la chiesa dei Magi era dedicata alla Vergine e aveva intorno un Lazzaretto per il ricovero degli appestati, prima che fosse costruito quello di viale Tunisia a Porta Orientale.

La storia ci dice che i Borromei, in successive visite pastorali alla chiesetta di Corte Regina, vi incontrarono delle monache devote ai Re Magi. Così successivamente la chiesa fu intitolata ufficialmente ai “Santi Re Magi in Corte Regina”. Oggi il nome della chiesa viene ricordato da un moderno affresco dietro l’altare.


Questa chiesetta incontrò molti ostacoli sul suo cammino. A fine Settecento passò al Demanio, venne sconsacrata e diventò abitazione e deposito per i contadini della zona. Anche le bombe della seconda guerra mondiale contribuirono al suo declino, tanto che si parlava di abbatterla, sacrificata allo sviluppo edilizio.

Ma i Magi fecero il miracolo; la chiesetta venne donata al parroco della vicina parrocchia di San Giuseppe, che, grazie ad offerte di fedeli e benefattori, la fece restaurare, riconsacrare e riaprire il 6 gennaio 1967.

https://www.sangiuseppe.info/la-chiesa-dei-santi-re-magi/

Purtroppo è un po’ difficile visitare questo piccolo tassello della storia di Milano. Viene aperta solo il sabato pomeriggio alle 17 e nei festivi alle 9.30 per le Sante Messe. Come i Magi mettiamoci in cammino e andiamo a visitarla.

A presto…

Fotoarca di Passipermilano (seconda puntata: i cavalli)

Tra poco Milano si accenderà con le luci del Natale e diventerà il palcoscenico di tutti noi che, di corsa, come puledri, cavalli rampanti o ronzini stanchi faremo acquisti e porteremo pacchi e pacchetti, borse e borsoni, figlioletti o nipotini.

Con un sorriso dedichiamo i nostri quattropassi di fine novembre al cavallo, questo nobile animale che nei secoli al passo, al trotto o al galoppo ha trasportato uomini e cose. Lo cercheremo tra i monumenti della nostra città per la seconda puntata della Fotoarca di Passipermilano.

Iniziamo la nostra passeggiata dai Cavalli Alati, bianchi e giganteschi, “parcheggiati” sul tetto della Stazione Centrale. Alti quasi 8 metri, ci ricordano che qui si va veloci, si arriva e si parte quasi volando (forse i pendolari non sono sempre d’accordo). Due palafrenieri, Intelligenza e Progresso, tengono le loro redini.

I cavalli da sempre sono stati una delle “sedute” preferite da Re e generali, che amavano essere immortalati fieramente in groppa a destrieri. Nei monumenti antichi i cavalli sono di solito rappresentati, per motivi tecnici, per lo più al passo; se invece sono dipinti,  vengono raffigurati più liberamente al trotto, al galoppo o addirittura rampanti.

Vittorio Emanuele II forse è giunto al galoppo in piazza Duomo e deve frenare il suo cavallo, lanciato… verso il portone centrale della nostra cattedrale. Conflitto Stato – Chiesa?

Accanto al monumento si riunivano i tifosi quando una delle squadre milanesi vinceva lo scudetto… ahimè, da parecchi anni è il torinese Vittorio Emanuele che festeggia.

Un altro cavaliere illustre è Napoleone III che, al Parco Sempione, saluta chi passa, come un vecchio gentiluomo un po’ bislacco. Il suo cavallo lo accompagna con pazienza.

Un famoso quadro immortala l’Imperatore, con Vittorio Emanuele II, sotto lArco della Pace, mentre, vittoriosi, entrano in Milano liberata.

Una curiosità: i cavalli della sestiga sopra l’Arco, risalenti a Napoleone I, furono fatti ruotare di circa 180° dagli Austriaci, quando tornarono a Milano, perchè voltassero il fondoschiena alla Francia… e da allora sono rimasti così.

prima

dopo

In largo Cairoli il cavallo di Giuseppe Garibaldi è finalmente fermo dopo tante battaglie col suo cavaliere e ha un aspetto forte e fiero. Non così quello del generale Missori, nella omonima piazza, tanto accasciato da essere entrato in un modo di dire milanese: “te me paret el caval del Missori”. Il modello fu un povero cavallo da tiro, che oscurò, nel tempo, il suo cavaliere.

Un cavallo, invece, pieno di vigore è quello che salta un ostacolo nel monumento alle “Voloire” in piazzale Perrucchetti, davanti all’ex-caserma dell’Artiglieria a Cavallo.

Questa volta il cavaliere non è un illustre personaggio, ma il simbolo di chi ha rischiato o dato la vita in guerra. Chissà se il suo cavallo, fedele compagno di tante ore di battaglia o di solitudine, lo avrà dovuto vegliare “in un campo di grano… sotto mille papaveri rossi” come cantava Fabrizio De Andrè.

Due monumenti celebrativi ci riportano a secoli lontani. In piazza Mercanti, sul Broletto, ora in ristrutturazione, si trova  l’altorilievo di Oldrado da Trèsseno (podestà di Milano – 1233), che, nell’epigrafe, si vanta di aver fatto costruire il palazzo e di aver mandato al rogo i Catari.

Al Museo del Castello, invece, c’è il monumento funebre del feroce Bernabò Visconti, impettito in groppa al suo destriero. Gli animali avranno avuto più cuore dei loro padroni? Povere bestie…

Nei nostri passipermilano stiamo cercando di far vedere quanto la nostra città sia piuttosto insolita e misteriosa. A questo proposito abbiamo scoperto che a Milano c’è anche il monumento “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e il Cavallo Bianco della Pace”. Ebbene, questo poco noto gruppo di cavalli e cavalieri si trova nel luogo più impensabile che si possa immaginare: i Giardini Pubblici “Indro Montanelli”.

Entrando da piazza Cavour, in una grande aiuola, vicino alla statua del giornalista, c’è un gruppo di stilizzate figure in bronzo, che passano quasi inosservate, forse perchè piuttosto basse e smilze. La scena rappresentata è molto drammatica, con cavalieri e cavalli in action.

 

Quasi in disparte c’è un cavallo bianco, senza cavaliere, che sta brucando, distante anni luce dagli altri: è il “Cavallo Bianco della Pace”.

Questo monumento, quasi sconosciuto e assolutamente da andare a vedere, è opera di Harry Rosenthal, uno scultore austriaco che ha attraversato il Novecento con i suoi tanti e contrastanti avvenimenti.

Infine ecco “IL” cavallo; senza cavaliere, imponente, maestoso ha un passato illustre e un presente che genera discussioni.

È conosciuto come “il Cavallo di Leonardo” e si trova davanti all’ippodromo del galoppo di San Siro, in una posizione con poca visibilità turistica, almeno per ora. L’anno prossimo, infatti, ci saranno le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del Maestro e questo cavallo diventerà protagonista di eventi e manifestazioni. Ne parleremo anche noi tra qualche settimana.

A presto…

Il mistero della Fontana all’Isola

Siamo nel cuore dell’Isola, in via Thaon di Revel, dove si trova uno dei luoghi più belli della Milano sforzesca appena scivolata nel 1500 e nelle dominazioni straniere.

Il Santuario di Santa Maria alla Fontana è un intreccio di storia, arte, fede e mistero, situato in uno dei quartieri più vivaci della città, con i grattacieli accanto alle case di ringhiera, con il futuro che si impone e fa sognare, mentre il passato resta presente e si fa radice.

Dalla strada non si vede il Santuario, ma solo la “chiesona” dallo stesso titolo, che si affaccia sulla via.

Ancora una volta, anche per capire Milano, dobbiamo andare oltre la “prima vista”. Dalla Chiesa Superiore, a livello della strada, scendiamo con una scala in un avvallamento naturale dove si trova il Santuario, e poi ancora più sotto fino alla fonte da secoli considerata miracolosa, per confrontarci col mistero.

Andiamo con ordine, un passo, anzi, un gradino alla volta. La Chiesa Superiore è stata da sempre legata alla storia del Santuario e della città. Nel corso di oltre cinque secoli ha visto arrivi e partenze, ampliamenti e restauri fino a quelli di Griffini e Mezzanotte e agli ultimi della metà del Novecento.

Guardando la facciata, sulla destra, una scala ci invita a scendere e improvvisamente ci troviamo in pieno Rinascimento.

Passeggiando tra i chiostri che non ci si aspetta, guardando gli affreschi, la volta, i soffitti, la fonte con gli zampilli d’acqua, sentiamo di trovarci in uno dei luoghi più coinvolgenti di Milano.

Per raccontare la storia di questo Santuario, partiamo dalla pietra che indica l’inizio della costruzione, il 29 settembre 1507, e il committente,  Carlo II d’Amboise, governatore francese di Milano.

Questi soffriva di una grave malattia della vista e si volle recare qui dove c’era una fonte considerata da tempo miracolosa. Si bagnò gli occhi, guarì e come ringraziamento fece costruire questo santuario mariano. Un grande dipinto cinquecentesco dei fratelli Campi, sopra l’altare, ricorda il miracolo.

Chi fu l’artista incaricato da un committente così importante? Si è parlato del Bramante, del Bramantino e di Leonardo (in quel periodo a Milano), tanto legato alla famiglia dei D’Amboise, da essere poi ospitato, fino alla morte, in uno dei loro castelli in Francia. Oggi, infine, si propende per una collaborazione dell’Amadeo, secondo quanto ritrovato in un antico documento.

I dubbi restano molti; confrontando alcuni particolari dei doppi archi, si nota una forte somiglianza tra quelli del Santuario e alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo.

Alle pareti della Cappella ammiriamo affreschi della scuola di Bernardino Luini, in parte danneggiati ma molto dolci e suggestivi.

Interessanti i particolari di due affreschi che riguardano l’ambiente dell’epoca. Nel “San Rocco” si vede una cascina tra i campi, mentre nella “Visitazione” siamo in un contesto cittadino, con una ricca porta di un palazzo e una piccola balaustra. Città e campagna fanno da sfondo alla Fede.

La grande volta a dodici spicchi (unica, sembra, in Italia) riproduce gli Apostoli (tranne Giuda) e San Paolo. Al centro un rilievo in legno e stucco dorato con Dio Padre benedicente circondato da raggi di luce e di calore.

Nel ricco soffitto a botte sopra l’altare ci sono raffinati disegni simbolici risalenti al XVI secolo: l’ibis (che indica la gratitudine), il sole raggiato, alcune fiaccole e il caduceo (simbolo da sempre della Medicina) che ricorda la doppia spirale del DNA, quasi un misterioso presagio di future scoperte.

Il colore rosso dei disegni indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina: infatti questo Santuario fu uno dei poli sanitari milanesi come la Ca’ Granda e il Lazzaretto. Al centro di questo ospedale, fino a metà Ottocento, spiccava una grande vasca, come vediamo da alcune immagini.

Nella storia di questo Santuario ci furono, però, momenti difficili. Se un nobile francese lo aveva fatto costruire, un altro, Napoleone, dopo averlo utilizzato come ospedale per le proprie truppe, lo aveva trasformato in un deposito per quei carri che servivano a innaffiare le polverose vie della città, antenati di quei tram soprannominati “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni.

Un grave disastro colpì, verso la fine dell’Ottocento, la fonte del nostro Santuario, quando un incendio in una vicina fabbrica di bitume inquinò la sorgente. Questo danno ambientale non fermò mai la devozione dei fedeli e l’acqua, oggi collegata all’acquedotto, sgorga ancora da undici beccucci posti su una lastra di pietra.

Abbiamo osservato a lungo la disposizione insolita dei beccucci e la lastra considerata quella originaria dell’antica fonte. C’è chi sostiene che la pietra sia carica di energia e che i fori formino misteriosi triangoli, così come l'”ammaccatura” nella parte superiore della pietra. E se fossero segnali di qualcosa di non conosciuto, ancora da scoprire?

Ci lasciamo qui, davanti a questa antica fonte piena di misteri, ognuno con i propri pensieri, per decidere se scendere e accostarci alla fonte o no…

A presto…

“Ci son due coccodrilli…” Piccola fotoarca tra le statue di Milano

In un giorno di vacanza, quando abbiamo risentito la canzoncina per bambini “Ci son due coccodrilli…” ci siamo messi a pensare se nella nostra città, scolpiti o dipinti tra le case, non ci siano questi animali.

http://www.ansa.it/lifestyle/notizie/kids/giochi/2016/01/31/musica-compie-40-anni-i-due-liocorni-cult-per-i-bimbi_ede4a5ff-3c8e-4dbd-ab0b-d936aea8f4bf.html

Li abbiamo trovati! Eccoli, guardate dove, magari cantando il ritornello tormentone.

Ci sono i coccodrilli e l’orangotango…

FuoriSalone 2018 – Ca’ Granda

due piccoli serpenti (ops! biscioni) e l’aquila reale (ma qui è imperiale, di rango ancora superiore)… il gatto…

Piazza Mercanti – Loggia degli Osii, la “Parlera”

Castello Sforzesco – Museo Egizio

il topo (è vicino a Gesù Bambino) e l’elefante…

Palazzo Bagatti-Valsecchi – Madonna dei ratt

Castello Sforzesco – Portico Corte Ducale

Chi manca? Nessuno, abbiamo trovato anche uno dei mitici liocorni!!!

Piazza Borromeo – stemma araldico

Ci abbiamo preso gusto. Perchè non fare ogni tanto anche quattropassi per cercare gli animali da far salire su quest’arca fotografica? Se ne trovate mandateci foto e indirizzi. Grazie!

A presto…

Una “mela” in piazza Liberty

Da qualche giorno piazza del Liberty appare profondamente cambiata dopo la realizzazione dello scenografico progetto ideato da Norman Foster per Apple.

Una fontana definisce la piazza, con tanti zampilli che si infrangono contro i lati lunghi di un parallelepipedo di vetro; sul lato corto, possiamo scendere con una scala in un corridoio d’acqua.

Nessuna scritta, o vetrina, indica il nuovo store della Apple. Solo l’immagine della mela si staglia sulla trasparenza del cristallo, il logo al posto delle parole, come in un linguaggio universale.

Dietro le cascatelle della fontana, una gradinata scoperta di pietra grigia al centro della piazza ospiterà il pubblico per eventi e spettacoli in una sorta di teatro all’aperto, fra gli alberi.

In un angolo della piazza un piccolo ascensore a specchio riflette gli eterogenei edifici circostanti: il bianco palazzo ex-Trianon, la Torre Tirrena, l’elegante Palazzo Tarsis (ora in restauro) e le belle vetrine dei negozi.

Sotto il parallelepipedo e la gradinata, ecco il grande store della Apple, con i prodotti, le postazioni, gli schermi interattivi, i corsi e i laboratori. In questo ambiente chiaro ed essenziale però non mancano gli alberi.

La piazza è già diventata punto di ritrovo. E ancora una volta una fontana entra nel nuovo volto della nostra città, che, come l’acqua, è sempre in continuo movimento.

A presto…

Il Museo Botanico “Aurelia Josz”, un angolo verde quasi sconosciuto a Niguarda

A volte certi luoghi sembra ci vengano incontro per caso, quasi fossero loro a voler trovare noi.

È successo così quando siamo andati a Villa Lonati, una delle sedi di FuoriOrticola, accanto all’Ospedale di Niguarda. Volevamo vedere questa villa, che appartiene ora al Comune di Milano, dove si tengono corsi e iniziative legate a “Comunemente verde”.

Nel suo grande giardino trovano spazio serre e filari, coltivazioni di piante provenienti da tutto il mondo come una rara e strepitosa collezione di papaveri.

Passeggiando abbiamo scoperto l’indicazione “Museo Botanico”, che ci indirizzava verso un giardino dall’altra parte della via .

Sono state una scoperta e una passeggiata emozionali. Questo “museo” (un parco di 24.000 metri quadrati) è stato inaugurato nel 2015 ed è dedicato ad Aurelia Josz, personalità, confessiamo, a noi fino ad allora sconosciuta.

Abbiamo poi appreso che è stata la fondatrice e l’animatrice, agli inizi del Novecento, della prima Scuola Agraria Femminile sorta nell’Orfanotrofio delle Stelline in corso Magenta e poi trasferita in una sede autonoma a Niguarda. I corsi erano rivolti alle orfanelle interne al convitto ma anche ad allieve esterne, tra cui le figlie di piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa.

Proprio con questa scuola Aurelia divenne un simbolo della lotta per l’emancipazione femminile.

Rifiutatasi di espatriare dopo le leggi razziali, fu arrestata e deportata in quanto ebrea nel 1944 ad Auschwitz, dove venne uccisa, a 75 anni di età, il giorno dopo “l’arrivo” nel campo di sterminio.

Una targa su un masso all’interno del suo “museo” la ricorda, ma lo spirito di Aurelia si coglie nella semplice bellezza di questo parco tenuto aperto solo grazie all’impegno dei volontari.

Questo grande spazio verde è diviso in varie aree: il labirinto dei cereali e del mais, il frutteto dei patriarchi, il percorso di acqua e terra, con ponticelli sopra piccoli rivoli, un’area dedicata agli impollinatori con una collezione di fiori per insetti gourmet.

Una costruzione ricoperta di fitta vegetazione è il luogo dove si tengono corsi e incontri.

Abbiamo potuto dare solo uno sguardo d’insieme perchè era prossimo l’orario di chiusura. Ci ha colpito in particolare un enorme tronco di platano al centro di barriere mobili frangivento in legno, quasi una sorta di Stonehenge vegetale.

Nel parco si tengono attività legate alla cultura verde; purtroppo è aperto solo un pomeriggio ogni mese, con ingresso libero.

Ecco il calendario delle prossime giornate.

Forse è stata Belisama (o qualche nostro antenato Druido) a farci scoprire questo luogo, per noi sconosciuto, immagine del territorio lombardo di tanto tempo fa. Aspetta anche voi, vi passiamo questo messaggio del Bosco.

 

A presto…