Il Duomo: ciak… si gira!

È di qualche giorno fa la notizia che la nostra città è più che mai al centro di richieste per girare film, serie televisive, servizi e spot pubblicitari. Le zone più gettonate vanno da quelle tradizionali alle più nuove, dal Duomo a Porta Nuova, dai Navigli a CityLife.

spot pubblicitario Alfa

“Poveri ma ricchi”

“So Young” (serie televisiva cinese)

Milano infatti ha fatto da sfondo, fin dalla nascita del cinema, a centinaia di film, dalle zone più popolari a quelle più eleganti.

http://www.ilgiornale.it/news/lambrate-piazza-duomo-milano-sul-set-pi-500-film.html

“Ieri, oggi, domani” – episodio “Anna”

“Cronache di un amore”

“Ratataplan”

Diamo un’occhiata al Duomo, protagonista di molti film, attraverso alcune immagini.

“Ratataplan”

Abbiamo scavato nel passato ed ecco una sorta di Techetechete dedicato alla nostra Cattedrale. Ciak… si gira!

Il primo omaggio cinematografico al Duomo risale ai fratelli Lumiere, alla fine dell’Ottocento. La nostra Cattedrale è lo sfondo della piazza, piena di gente bella ed elegante, in movimento, accentuato anche dal passaggio di un tram e di una carrozza.

La vivacità e il dinamismo di Milano, ieri come oggi, fatto di lavoro e di svago, di creatività e di impegno, sono i protagonisti di un bellissimo documentario del 1929 di Corrado D’Errico intitolato “Stramilano”.

Il filmato termina con l’immagine del Duomo e di due locomotive pronte a partire, quasi la Cattedrale fosse il punto di partenza di un viaggio verso il futuro e il simbolo dello spirito trainante di Milano.

Il Duomo e la sua piazza sono veramente il “centro” di Milano, dalle tante sfaccettature, vantaggi e problemi. In diversi film e documentari il Duomo è diventato palcoscenico di storia e di storie. È stato di volta in volta noir, drammatico, sorridente, amaro e persino fantastico.

occupazione nazista

funerali delle vittime di Piazza Fontana

“Gli uomini che mascalzoni” remake

“Ratataplan”

I tempi che cambiano sono passati, e continuano a passare, sotto la Madonnina, che ha visto Milano crescere  sempre più. L’immigrazione di ieri e di oggi è stata raccontata dal Duomo con lo stupore dei fratelli Capone, con il dramma di Rocco e dei sui fratelli, con la “trasferta” dei Soliti Ignoti, con la comicità pensante di Checco Zalone.

“Totò, Peppino e la malafemmina”

“Rocco e i suoi fratelli”

“Audace colpo dei soliti ignoti”

“Che bella giornata”

C’è anche un Duomo “ecologista” con immagini e installazioni che hanno fatto, e fanno discutere.

“Oh Serafina”

“L’ultimo pastore della città”

La mela rigenerata

le palme

Il Duomo ci mette le ali: ecco alcune immagini, di tempi diversi, del cielo sopra Milano, della nostra voglia di spiccare il volo e di volare alto.

Bartolomeo Cattaneo – volo sul Duomo

“Miracolo a Milano”

evento pubblicitario

Sonohra

performance del gruppo musicale Sonohra

Chiunque arrivi nella nostra città passa da piazza Duomo, per un selfie o una foto ricordo.

E come non ricordare qualche mese fa Papa Francesco in questa piazza?

A presto… per fare quattro passi insieme intorno al Duomo!

La Rinascente: cento anni di moda e design, cultura e innovazione

Quest’anno compio cento anni, ma non li dimostro certo. Sono la Rinascente, il “magazzino” più cool di Milano, a due passi dal Duomo.

Una mostra a Palazzo Reale festeggia questo mio compleanno, ma vi svelerò un segreto: di anni ne ho molti di più! Nel 2015, l’anno di Expo, ne ho compiuti ben 150 e, in questa mostra, sfoglierete, come in un album,  tanti momenti della mia vita.

Sono milanese in tutto, anche nel nome con l’articolo, come usa qui a Milano.

Non ho nobili natali ma sono nata e cresciuta grazie alla capacità, al lavoro, all’iniziativa, senza arrendermi mai di fronte alle difficoltà. I miei “papà”, i fratelli Bocconi, erano di Lodi. Avevano iniziato con una bancarella di stoffe; poi, fatta un po’ di fortuna, avevano avuto l’intuizione di aprire una bottega di abiti confezionati in via Santa Radegonda. Era il 1865 e fu una rivoluzione.

Il successo non si fece attendere. Il mio negozio ebbe poi una sede più nuova, ispirata ad un magazzino parigino, il Bon Marchè: non più armadi che nascondevano la merce, ma espositori ad altezza d’uomo, con i prodotti a prezzo fisso da guardare liberamente.

Il mio magazzino splendeva; le vetrine erano un luminoso e seducente palcoscenico per le merci. Pensate: le mie vetrine furono le prime, col Teatro Manzoni, ad essere illuminate dalla luce elettrica. Ancora oggi sono sfavillante e mi vesto tutta di luce quando è festa!

luci a Natale

Ho cambiato ancora casa diverse volte e anche nome.

Di fianco al Duomo, ieri come oggi, l’uno accanto all’altra, guardiamo la nostra Milano, sacro e profano insieme.

Il mio primo “papà”, Ferdinando, aveva fatto la terza elementare, ma era un uomo eccezionale; aveva capito e previsto non solo lo sviluppo della moda pronta, ma anche quello della vendita per corrispondenza con ricchi cataloghi. Si poteva così raggiungere chi abitava lontano, diffondendo desideri di eleganza comune. Un prequel di Amazon!

Poi questo papà, dopo aver perduto il suo primogenito Luigi nella battaglia di Adua, qualche anno dopo mi lascia. Comincia il mio declino.

Il cammino di Ferinando nel futuro però continua, con la Bocconi, la prestigiosa Università di Scienze Economiche, da lui fondata e dedicata al figlio perduto. Farà crescere così i sogni e le capacità di tanti altri giovani.

la Bocconi oggi

Un altro papà, Senatore Borletti, diventato poi senatore per davvero,  mi acquista credendo in me.

Pochi giorni dopo l’inaugurazione però il fuoco mi divora e vengo distrutta.

Tutto finito? No di certo, rinasco! Un poeta, Gabriele D’Annunzio, aveva creato per me questo nome beneaugurante “la Rinascente”. Da allora quante tappe nel mio cammino e quante difficoltà superate!

Anche i bombardamenti della seconda guerra mondiale mi hanno distrutta. Non mi sono persa d’animo; mi sono trasferita in piazza Mercanti in un prefabbricato mentre stavano rifacendo la mia sede.

Nel 1950 il mio nuovo palazzo era pronto. Sono quindi rinata di nuovo e ho rappresentato veramente la “rinascita” dopo anni di disastri e di miseria. Eccomi come sono ora, abito in un palazzo che ha fatto molto discutere per la sua facciata squadrata, con poche finestre. Sing Sing avevano soprannominato questa mia casa così diversa da ciò che mi circonda.

Nella mia lunga vita ho visto trasformarsi nel tempo la cultura, cambiare gusti, stili, costumi, materiali. Oggi Milano è la capitale della moda, del design, del Made in Italy e spero di aver dato anch’io un contributo a questo successo della mia città.

Quanti creativi e veri artisti hanno lavorato con me: da Giorgio Armani a Gio Ponti, da Max Huber a Bruno Munari, da Biki a Oliviero Toscani, per ricordarne solo alcuni.

Max Huber

Bruno Munari

Gio Ponti

Biki

Ho sempre guardato avanti, al bello e al nuovo. Qualcuno mi accusa di aver contribuito a diffondere il consumismo, ad omologare i gusti; a me piace pensare, invece, di aver fatto conoscere il meglio della moda e del design, anche con una comunicazione accurata.

foto di S. Libiszewski

Prima che la fotografia artistica si diffondesse, la mia pubblicità si è avvalsa di artisti del calibro di Marcello Dudovich, che ha firmato i miei cartelloni per oltre trent’anni.

I miei pacchetti sono riconoscibili, le mie vetrine sono ancora oggi un palcoscenico, un mondo di fantasia, creatività e cultura.

per “Madama Butterfly”

Mi sono dedicata alla diffusione della moda pronta, con taglie diverse, dalla più alta e classica (nel 1963 ho proposto un abito di Pierre Cardin) alla più innovativa con la collezione, nel 1965, di Mary Quant. Anche oggi da me si possono trovare i brand più prestigiosi.

Ho istituito un premio, il Compasso d’Oro, per dare spazio alla bellezza e all’innovazione anche nel campo del design, proponendo al pubblico tante novità.

Nell’arredamento ho suggerito  come pezzi singoli, di  classe, intercambiabili, possano creare ambienti più nuovi e personali.

Gio Ponti

sedia “Adriana” di Franco Albini

Ancora oggi le griffes più famose espongono i loro modelli alla Rinascente; amo i profumi raffinati, le novità per la casa, il food di qualità. Tutte le sfumature del lusso sono presenti nei miei piani.

Vi aspetto per bere qualcosa o per un assaggino speciale al settimo piano.

È il trionfo del food di eccellenza… anche nel prezzo.

Se si vuole, però, si possono fare anche solo quattro passi sulla terrazza per guardare il Duomo da vicino.

Le guglie rosate sono lì, quasi da toccare, e le statue, a volte, sembrano lanciare un’occhiata verso di me.

Un bacio dalla vostra centenaria Rinascente e…

Buone Vacanze!

La Cascina Rosa, un laboratorio di salute

La Cascina Rosa è un angolo di quella Milano che riesce a rivitalizzare, trasformandola, una eredità del passato.

Siamo a Città Studi, in via Vanzetti 5, vicino all’Orto Botanico, nato dai terreni di questa stessa azienda agricola.

In questa cascina ora si coltivano studi, cultura e salute. È, infatti, un Campus universitario, dove i futuri dottori si preparano ad occuparsi di noi con la ricerca e la prevenzione.

C’è qualcosa di insolito, però, che colpisce entrando nel cortile di accesso: siepi di aromatiche e tanto verde quasi nascondono una bassa costruzione con un bel portico, che suggerisce l’idea di piacevoli incontri conviviali.

Siamo in quella che era l’antica stalla della Cascina Rosa, oggi in parte dedicata al “cibo che fa bene”.

E’ un ambiente spazioso, con una grande cucina a vista, tavoli sotto le volte del soffitto, una cuoca nutrizionista sorridente che ci accoglie “soppesandoci” gentilmente.

Questi locali della Cascina sono dedicati alla cultura del cibo e della salute. Si organizzano, grazie anche all’impegno dei volontari, apericene, corsi di cucina generali e tematici all’insegna della prevenzione e della conoscenza alimentare. Le lezioni sono introdotte da medici e nutrizionisti che suggeriscono corretti stili di vita necessari per mantenerci sani.

Per chi, come noi, ama il presente e scava nel passato, ecco qualche cenno sulla storia della cascina.  Attiva già nel Cinquecento, si sviluppò nel secolo successivo con la famiglia Rosales, di origine spagnola, alla quale si deve, tra l’altro, il nome “Rosa”. Questa azienda agricola nei secoli successivi divenne molto più vasta e importante, come indicano, tra l’altro, diversi documenti catastali.

Fu lo sviluppo urbano ed economico della nostra città a provocarne, in seguito, l’abbandono e il declino. Negli anni Ottanta la cascina entrò a far parte del patrimonio comunale e conobbe anche occupazioni abusive, sgomberi e la quasi totale demolizione.

Alla fine degli anni Novanta ciò che restava della Cascina Rosa fu affidata all’Istituto dei Tumori e all’Università Statale. Incominciò così la sua rinascita: una parte dei suoi terreni divenne l’Orto Botanico, fu costruito un edificio a vetri per l’attività di ricerca e l’antica stalla è stata restaurata diventando un centro polifunzionale.

Ecco un altro spazio appartenuto alla storia della nostra città che vive nel presente ed è avviato verso il futuro. La Cascina Rosa è pronta ad accoglierci per fare e farci del bene. Qui  “ciascuno” di noi può fare un… brindisi alla propria salute!

L’Orto Botanico di Città Studi, un giardino da 110 e lode

Una rigogliosa siepe di gelsomino è il muro di cinta dell’Orto Botanico di Città Studi e l’intenso profumo della sua fioritura sembra rivelare che ci troviamo vicino a qualcosa di speciale.

Siamo in via Golgi, tra palazzine universitarie e alti palazzoni periferici densamente popolati.

Camillo Golgi, Premio Nobel per la Medicina – 1906

Questo orto sembra condividere la realtà dell’ambiente circostante, tra ricerca e vita quotidiana. Nato e cresciuto dalla passione e dalla ricerca del Dipartimento di Bio Scienze dell’Università di Milano è ora aperto anche al pubblico grazie ai volontari del Touring Club.

In quest’area bonificata di oltre 22.000 metri quadrati, che faceva parte della Cascina Rosa, risalente al Cinquecento, si può passeggiare in ambienti tipici della nostra regione.

Alcuni spazi, come le serre, sono invece il “terreno” di lavoro per studenti e ricercatori, con piante grasse, carnivore e altre dalle quali si ricavano tinture naturali.

Si potrebbe pensare ad un ambiente serioso e didattico, ma al di là del muro di gelsomino si entra soprattutto in un bellissimo giardino, un po’ segreto verrebbe quasi da dire.

Ci sono alberi di alto fusto, vialetti, panchine dove sostare con un libro, prati dove potersi sdraiare a riflettere o a scambiare confidenze con gli amici; c’è persino un laghetto con le ninfee.

Non siamo in un quadro di Monet, ma in un angolo di una periferia che sta diventando più bella.

Quest’estate l’Orto Botanico vivrà anche di sera. Da giugno a settembre, infatti, non solo non chiuderà per ferie, ma anzi si vestirà a festa per incontrare gli amici rimasti in città. Il calendario di eventi proposti  da Area Musica Milano è quanto mai ricco e stuzzicante.

Ci saranno lezioni di yoga con l’accompagnamento di musica dal vivo che proseguirà anche dopo il termine della pratica, concerti di musica jazz, serate danzanti, persino per chi ama il tango, e spettacoli di teatro e musica.

Infine sabato 24 giugno, quando la città potrebbe sembrare chiusa per il caldo, l’Orto, invece, festeggerà il Solstizio d’Estate  con una giornata di cultura verde con incontri, conferenze, visite guidate e laboratori aperti al pubblico fino a sera.

http://ortibotanici.unimi.it/en/citta-studi-news/solstizio-destate-in-orto-botanico/

Questo Orto, insieme all’Orto Botanico di Brera, è stato riconosciuto Museo, un museo verde, vivo, che tutti possono condividere e godere.

È qui la festa?

Aspettateci, veniamo anche noi!

Un tuffo ai Bagni Misteriosi, una piscina tra svago, storia e cultura

Se il tempo delle vacanze è ancora lontano o resta un miraggio, si possono trascorrere piacevoli momenti di svago ai “Bagni Misteriosi” di via Botta, un’oasi di benessere tra acqua, verde e…  teatro.

Questa piscina è stata fatta rinascere a nuova vita grazie alla Fondazione Pier Lombardo (quella del Teatro Franco Parenti!), con grandi investimenti pubblici e privati dopo anni di chiusura. Ecco com’era la piscina Caimi fino a qualche anno fa.

Ora piscina e teatro costituiscono un unico grande complesso articolato in spazi autonomi, ma con tanto in comune.

Circondata da un lungo muro azzurro che invita e non divide, durante il giorno questa piscina scoperta offre la possibilità di tuffi, solarium e giochi per bambini in un ambiente piacevole e ricco di angoli insoliti.

Di sera, invece, si trasforma in un luogo dove sostare incontrando gli amici a bordo piscina o seduti ai tavolini del bar del teatro, bevendo qualcosa o assistendo agli spettacoli e agli eventi via via proposti.

A volte la piscina, come per magia, diventa essa stessa teatro, il solarium un palcoscenico all’aperto, gli spogliatoi camerini per gli artisti.

Il Pier Lombardo si propone come un cantiere di iniziative culturali, artistiche e di svago sempre in movimento. Quest’inverno, ad esempio, è stata allestita sopra la piscina una pista di pattinaggio, “ghiaccio sull’acqua” anche al chiaro di luna: una novità assoluta e un’esperienza da ricordare.

Il nome “Bagni Misteriosi”, dato ora all’impianto, evoca l’arte e richiama alcuni disegni di Giorgio de Chirico e l’omonima scultura nel giardino della Triennale.

E poi, lo diciamo dalla nascita del nostro blog, il mistero è di casa a Milano, celato nella storia. Alziamo il sipario per scoprire il passato dei Bagni Misteriosi.

La ex-Caimi risale alla seconda metà degli anni Trenta e faceva parte di un progetto per costruire piscine in zone periferiche. Fu ideata dall’ingegner Luigi Lorenzo Secchi al quale si devono anche, negli stessi anni, le piscine Giulio Romano e Cozzi, una delle prime vasche olimpioniche coperte in Europa.

L’ingegnere, che lavorava per il Comune di Milano, è stato una figura di prim’ordine nella architettura pubblica della nostra città. A lui si devono, tra l’altro, due opere che sembrano appartenere a due mondi opposti e conviventi:  la ricostruzione della Scala nel dopoguerra e il mercato coperto di viale Monza.

La piscina era dedicata a Giuseppe Caimi, un giovane talento sportivo (schermidore, nuotatore e calciatore). Convocato nel 1912 nella Nazionale Olimpica di Calcio per le Olimpiadi di Stoccolma, venne poi allontanato dall’allora Commissario Tecnico Vittorio Pozzo perchè in un locale notturno avrebbe esclamato “svedesone bionde, aspettatemi, arriva Caimi!”. Altri tempi… o no?

I sogni per lui si interruppero durante la Prima Guerra Mondiale e le sue medaglie furono d’argento per il valore e d’oro alla memoria.

La piscina Caimi faceva parte di un centro polifunzionale situato in un quartiere di edilizia popolare degli Anni Trenta, con impianti sportivi, biblioteca, ambulatorio medico e locali per diverse attività. Ancora oggi si può riconoscere l’antica struttura nello spazio del teatro Parenti.

Ora la piscina è stata “aggiornata” con il contributo del FAI e sotto il vincolo dei Beni Culturali. Mantiene infatti alcune caratteristiche di un tempo, come le due vasche e la statua Liberty dei fenicotteri.

Molte, però, sono le innovazioni tecnologiche come la depurazione dell’acqua con un sistema a raggi UV, senza cloro. Le vasche sono circondate da portici che offrono un po’ d’ombra e sotto i quali si aprono gli spogliatoi, i locali di servizio, palestre, biblioteca, spazi al coperto per bambini.

L’intero complesso è ancora in divenire con grande attenzione al futuro senza dimenticare il suo passato.

Franco Parenti

Lo specchio azzurro della piscina, circondato da verde, naturale e artificiale, sembra un palcoscenico tra le case intorno. Qui possiamo mettere in scena, sotto la luce del sole o della luna, qualche ora del nostro tempo.

Per orari e costi visitare il sito : http://www.bagnimisteriosi.com/

Prego, accomodatevi…

Villa Necchi Campiglio, nata in una notte di nebbia

Si racconta che un tempo a Milano, città delle palme e dei banani, ci fosse la nebbia, talvolta tanto fitta da poter essere “tagliata con il coltello”.

In una nebbiosa serata agli albori degli anni 30, i passeggeri di una Isotta Fraschini, di ritorno da uno spettacolo alla Scala, persero la strada e si ritrovarono alle spalle di corso Venezia, in una zona tutta verde dietro palazzi prestigiosi e altri più nuovi in stile Art Decò.

Le due signore Nedda e Gigina Necchi e il marito di quest’ultima, Angelo Campiglio, che vivevano nel Pavese, furono affascinati da questo paesaggio insolito per il centro città e vollero costruire proprio qui la loro casa di rappresentanza.

I protagonisti di questa storia milanese appartenevano all’alta borghesia imprenditoriale lombarda. Il padre di Nedda e Gigina era Ambrogio Necchi, il magnate della ghisa, che, con il genero e socio Angelo, aveva impiantato una fiorente e innovativa industria, la NECA.

Vittorio, l’altro figlio di Ambrogio, aveva puntato sulle macchine da cucire domestiche, le famose Necchi, sogno possibile di tante donne che volevano creare abiti “fai da te” ispirati a quelli delle riviste di moda.

Era una famiglia aperta al nuovo. I coniugi Necchi Campiglio con l’amatissima Nedda, che viveva con loro, si rivolsero all’archistar del momento, quel Piero Portaluppi al quale si dovevano innovativi edifici in varie parti di Milano, importanti opere di restauro e arditi studi.

Tra il ’32 e il’35 l’architetto fece realizzare per loro una sorta di villa di campagna su più livelli in centro città con un grande giardino, piscina privata riscaldata, campo da tennis coperto e con tutte le innovazioni tecnologiche dell’epoca.

http://www.visitfai.it/dimore/villanecchi/virtualtour/virtualtour.html

Curò anche gli interni,  con pezzi da design che farebbero, ancora oggi, tendenza al FuoriSalone del Mobile.

Questa casa-museo, donata al FAI e affidata alle cure di Piero Castellini, nipote dell’architetto Portaluppi, è aperta al pubblico dal 2008. La villa è rimasta come allora e ancora oggi appare vissuta.  I fiori sui tavolini, le foto sparse qua e là, il camino con la luce accesa danno ai visitatori un senso di calda accoglienza e signorilità.

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Diversi sono gli arredi di pregio di epoche diverse. Nel tempo ci furono interventi anche dell’architetto Tomaso Buzzi che movimentano gli spazi con il loro look classico.

Saliamo ora al primo piano riservato alle camere da letto dei proprietari e degli ospiti, tra i quali Maria Gabriella di Savoia e il cugino Enrico d’Assia, che fu anche scenografo alla Scala.

Sono come dei mini appartamenti lussuosamente arredati. Ora qualche armadio è lasciato aperto, come per fare immaginare un femminile “cosa mi metto”.

Il corridoio tra le stanze di Gigina e Nedda ha il soffitto a volta decorato e delimitato da grandi armadiature a muro, alcune lasciate aperte per mostrare l’eleganza di queste due signore.

I bagni, foderati di marmi, sono raffinati e con alcuni accorgimenti da copiare ancora oggi.

Sullo stesso piano  si trova anche il quartierino della guardarobiera. Forse ha appena finito di stirare la biancheria?

Al secondo piano si trovavano le camere del personale di servizio, oggi non visitabili, mentre il seminterrato era adibito ai locali cucina.

Accanto a questi c’erano ampi spazi dove ora è allestita una raccolta di foto d’epoca, sia coi progetti della casa sia con ricordi di momenti di vita dei proprietari.

Oggi la Villa Necchi Campiglio è forse la più bella casa-museo di Milano. Fu lasciata al FAI da Gigina, morta senza eredi e ultima abitante di questa villa, perchè fosse conservata, mantenuta viva e aperta a tutta Milano, città dove aveva scelto di vivere con la famiglia.

Il FAI organizza visite guidate a pagamento agli interni, eventi e mostre come quella recente dedicata a fantastici abiti in carta, che ci hanno incantato.

Invece il giardino e la caffetteria, che un tempo era la serra, sono aperti liberamente per chi voglia godere qualche momento di relax sentendosi come in un film ambientato negli Anni Trenta.

Usciti da Villa Necchi Campiglio dopo un buon caffè, facciamo quattropassi in un quartiere ricco di sorprese…

 

A presto!

Piazza Duomo: le palme della discordia

Milano è letteralmente spaccata in due tra chi le apprezza e chi, invece, le critica: sono le palme di piazza Duomo.

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Fanno parte di un progetto, “Giardino milanese tra il XX e il XXI secolo”, ideato dall’architetto italiano del paesaggio Marco Bay e approvato dalla Sovrintendenza.

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Un disegno del progetto di sistemazione delle aiuole di piazza Duomo

Lo sponsor di questa iniziativa è Starbucks, il re del caffè americano, che sbarcherà in piazza Cordusio alla fine del 2018 nell’ex palazzo delle Poste.

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Questo “giardino”, quando sarà finito, avrà diversi tipi di piante e di fiori, ma per ora sono a dimora solo  palme e  banani, per la verità un alquanto bonsai e anemici. Sono arrivati di notte, in modo forse un po’ carbonaro. D’altra parte stiamo dicendo da più di due anni che Milano ama il mistero.

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Queste piante esotiche hanno scatenato i commenti dei milanesi e la curiosità generale. Da “botanico” e “di gusto” il dibattito è diventato culturale e politico…

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Le palme hanno rinvigorito la passione d’amore dei milanesi per il loro Duomo. La città del Bosco Verticale, dei giardini segreti, dei parchi, delle tante piante e dei fiori su balconi e davanzali, si accapiglia, però, per le palme e i banani, considerati inadatti, a piazza Duomo. C’è stato persino chi ha dato fuoco ad una povera pianta.

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Piazza Duomo è molto grande e poco “arredata” se si esclude il monumento a Vittorio Emanuele II dove, guarda caso, due maestosi leoni fanno da appoggio a nostranissimi piccioni. La star indiscussa di questa piazza tutta “di pietra” è solo il Duomo.

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Le aiuole esotiche sono collocate in fondo alla piazza e nascondono in realtà più il parcheggio dei taxi e dei City Sightseeing che non il Duomo.

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Nel corso degli anni in piazza Duomo sono stati proposti e riproposti “a tempo” fontane, aiuole con palmette, piccoli orti di piante aromatiche, boschetti, persino campi di grano, suscitando critiche e riflessioni sulla funzione della piazza e sulla sua fruibilità.

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Ci consideriamo città globale, specialmente dopo la bella esperienza di Expo: si può mangiare sushi o kebab, tex-mex o churrasco, riso alla cantonese o pollo tandoori; gli investitori stranieri sono di casa; gli archistar sono internazionali; Milan e Inter hanno proprietari orientali. Le palme, invece, che non sono africane ma brianzole e di origine cinese, fanno esplodere polemiche e critiche, come fossero un oltraggio alla milanesità.

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Una piccola curiosità: nella cripta della chiesa di San Sepolcro, c’è una scultura dipinta che raffigura una palma. San Carlo Borromeo l’aveva voluta come simbolo di sapienza e rigenerazione. Le palme in piazza Duomo sono molte… Speriamo in un surplus di bene per la nostra città.

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Il nostro Nemeton, il bosco sacro celtico dal quale è nata Milano, è diventato un po’ più green… Siamo sicuri che  al dinosaurino del Duomo piaceranno anche i frutti esotici!

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Un sorriso verde a tutti!

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Uno scorcio della vecchia Milano: la Cassina de’ Pomm

Il fascino della Cassina de’ Pomm dura da secoli, scorcio sopravvissuto di quella Milano di piccoli fiumi e canali, interrati nel secolo scorso per fare spazio a “fiumi” di persone e di traffico.

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La troviamo in un angolo di periferia in fondo a via Melchiorre Gioia, dove il Naviglio della Martesana con un tuffo scompare sotto la strada. Si può raggiungere con gli autobus 43 o 81, direzione Greco.

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L’idea di fare un canale dall’Adda per il trasporto e per l’irrigazione era venuta a Filippo Maria Visconti. Fu realizzato da Francesco Sforza, suo genero e successore, che in questa zona aveva voluto dei frutteti di mele, i “pomm”, intorno all’unica conca lungo il canale.

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Anche Leonardo ci mise del suo, collegando la Martesana col Naviglio Interno attraverso la Conca dell’Incoronata vicino a Brera.

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oggi… senz’acqua

La “Cassina de’ Pomm” era talmente bella che i nobili ci venivano in villeggiatura. La famiglia Marino – De Leyva  fece costruire una villa con cascina. Chissà se la piccola Marianna giocò con le sue bambole in riva alla Martesana?

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Questi edifici, in seguito, vennero trasformati in un albergo per ospitare chi percorreva la via tra Monza e Milano.

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L’albergo era così famoso che ci vennero milanesi DOC come Carlo Porta, milanesi d’amore come Henri Beyle, in arte Stendhal, e latin lover come Giacomo Casanova, che qui sembra abbia sedotto una sposina, figlia del suo sarto, durante i festeggiamenti per il matrimonio della ragazza.

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Se preferite la storia al gossip, in quest’albergo sostarono anche Napoleone e Garibaldi.

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La storia della “Cassina de’ Pomm” continuò in un’osteria dove andavano a farsi quattro chiacchiere e un cicchetto gli uomini della zona. Milano, poi, divenne “da bere” e l’osteria si trasformò in un ristorante alla moda, frequentato da molti VIP.

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E oggi? Ora l’edificio ospita abitazioni private e il ristorante è chiuso da anni, ma la “Cassina de’ Pomm” ci riserva ancora altre sorprese.

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Il suo fascino continua in un piccolo bar, il Caffè Martesana.

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Sotto un pergolato delizioso possiamo sostare in riva al Naviglio e guardare, tra le alte case, l’acqua che scorre, bevendo un caffè o smanettando con lo smartphone, immersi nella storia e nelle nostre piccole storie di tutti i giorni.

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Lasciato il bar possiamo percorrere un piccolo ponticello di ferro che unisce ancora oggi le due sponde della Martesana.

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Era soprannominato “el Pont del Pan Fiss” (Ponte del Pane Sicuro). Costruito agli inizi del Novecento, serviva agli operai per raggiungere la fabbrica di candele che dava loro un lavoro sicuro in un’Italia che stava crescendo in mezzo a tante difficoltà.

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I bombardamenti della seconda Guerra Mondiale distrussero parte della fabbrica e le vicende economiche successive completarono l’opera. Oggi i resti delle sue mura custodiscono un giovane parco dove, insolita, spicca una garitta in cemento armato a ricordo della guerra.

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Un’altra sorpresa della Cassina de’ Pomm è la bella passeggiata lungofiume. Ci sono diverse panchine e una pista ciclabile che conduce fino a Trezzo sull’Adda; chi ha voglia di pedalare può percorrerla e vedere la dolce campagna lombarda.

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http://www.touringclub.it/itinerari-e-weekend/la-ciclabile-della-martesana-da-trezzo-sulladda-a-milano

Un aiutino, per un buon tratto di questa pedalata, ce lo può dare anche la metropolitana M2 verde (bicicletta al seguito), che fiancheggia la ciclabile, tra le fermate di Crescenzago e Gessate (capolinea).

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La Martesana riserva ancora altre sorprese…

A presto…

Draghi verdi e vedovelle a Milano

Draghi verdi e vedovelle non sono i protagonisti di un racconto fantasy, ma i nomi dati dalla gente alle fontanelle pubbliche di Milano.

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Anche in altre città, le fontanelle hanno soprannomi popolari che riprendono, in modo scherzoso, alcune loro caratteristiche. Così a Roma vengono chiamate “nasoni” e a Torino “toretti”.

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A Milano le fontanelle hanno ben due soprannomi. Abbiamo cercato le origini di questo binomio, ma non siamo riusciti a trovare molto. Forse i due diversi nomi risalgono a quartieri differenti, forse a piccole storie andate perdute. Se qualcuno fosse a conoscenza di qualche notizia, ce la mandi, per favore! Sarebbe un tassello in più nella storia della nostra città.

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Come siano nati, dunque, questi nomi poco si sa e molto si immagina. Le fontanelle di Milano non hanno rubinetto di chiusura e un piccolo getto d’acqua continua a scorrere, irrefrenabile come il pianto di una giovane vedova per il suo perduto amore. Questo fece nascere l’affettuoso e gentile termine di “vedovelle”.

pianto di vedovella

Ad altri, invece, la fontanella di colore verde scuro, con l’erogatore a forma di strana testa di animale, aveva ricordato un “drago”.

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Sarà stato, forse, un ricordo ancestrale di Tarantasio o di qualche altra mala bestia che circolava nelle nostre pianure atterrendo la gente? Non lo sappiamo, ma il drago verde non ci fa paura:  a tenerlo a bada, sulle fontanelle, c’è lo stemma del Comune di Milano con la croce di San Giorgio, che coi draghi ci sapeva fare.

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Il disegno di queste fontanelle risale a circa cento anni fa. È opera di Luca Beltrami, l’architetto che salvò e fece ricostruire il Castello Sforzesco, ci lasciò i disegni del Lazzaretto prima della demolizione, firmò il progetto di piazza della Scala e tanto tanto altro.

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Banca Commerciale – Gallerie d’Italia

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Palazzo Marino – facciata di L. Beltrami

Proprio in piazza della Scala apparve (e c’è ancora!) la prima fontanella, tutta in bronzo, con una bella greca alla base.

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Ancora oggi, dietro alla statua di Leonardo e dei suoi quattro allievi (detta dai milanesi un liter in quater), la vedovella offre gratuitamente a tutti acqua fresca e potabile.

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Le fontanelle di Milano sono un piccolo esempio di tradizione, la loro struttura è codificata e uguale da sempre.

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Fatte in ghisa, sono alte circa un metro e mezzo e una sorta di pigna fa da cappello.

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Elemento mistery è l’erogatore con la testa di bestia mostruosa.

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A noi più che un drago (nel nostro DNA c’è il biscione col muso allungato) sembra ispirato ai doccioni del Duomo. Una meneghinitudine in più…

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un doccione

I piccoli “bar del Drago Verde”, come venivano chiamate le fontanelle quando la Milano da Bere era molto più povera e ruspante, offrono ristoro… e non solo.

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vedovella toilette

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ieri

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oggi… sempre acqua fresca

Le fontanelle  di Milano sono tantissime (oltre 450!) e disseminate in diverse zone della città. Esiste persino una mappa interattiva della loro collocazione per chi, magari pedalando o passeggiando nel caldo afoso, volesse fermarsi a bere o a rinfrescarsi un po’.

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http://www.fontanelle.org/Mappa-Fontanelle-Milano-Lombardia.aspx

Dopo tanti anni di dissetante lavoro, alcune fontanelle sono un po’ malandate. Recentemente è stato indetto un concorso per un progetto di restyling.

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oggi in piazza Duomo

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domani?

http://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/16_aprile_14/vedovella-ridisegnata-studenti-naba-c00b6bd8-023d-11e6-9f07-f0b626df35ca.shtml

Magari “vedovelle” e “draghi verdi” cederanno alla voglia di  un ritocchino al viso o al corpo… Comunque da bere offre sempre Belisama, antica dea delle acque e delle fonti, che ha scelto con cura dove far nascere Milano.

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Una statua per Mandela a Milano

Il 18 luglio sarà l’anniversario della nascita di Nelson Mandela, l’uomo simbolo della riappacificazione e della fine dell’apartheid in Sud Africa, dopo anni di scontri, discriminazioni razziali e sofferenze.

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Le vicende della sua vita e della sua storia sono conosciute e raccontate anche in diversi libri e film.

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Ecco la bellissima immagine di Mandela, diventato Presidente, che indossa la maglia della squadra nazionale di rugby, per anni riservata ad atleti bianchi, dopo i mondiali del 1995.

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Numerosi monumenti sono stati dedicati a Madiba in Sud Africa. In particolare riportiamo una piccola curiosità: a Pretoria, nell’orecchio della gigantesca statua di Mandela, era stato posto un minuscolo coniglietto, logo degli autori dell’opera, poi rimosso.

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Poche sono, invece, le città, al di fuori del suo paese, che hanno dedicato un monumento a Mandela.

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Ramallah

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Londra

Fra queste c’è anche Milano. Infatti, nell’ottobre del 2015, è stata inaugurata, in vicolo San Giovanni sul Muro, una statua donata dal Consolato Sudafricano alla nostra città, proprio davanti alla sede consolare, per il sostegno sempre offerto dai milanesi.

Opera in bronzo dello scultore varesino Pietro Scampini, non ha la maestosità di certi monumenti. Nelson non ha piedistallo, né pose “eroiche”. Sembra piccolo, in atteggiamento quasi dimesso e contenuto, uomo tra gli altri uomini.

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La statua è un’ immagine di quell’ubuntu, “io sono poiché noi siamo”, tanto presente nel Suo pensiero e diventato oggi anche simbolo di un sistema operativo e di connessione.

http://unaparolaalgiorno.it/significato/U/ubuntu

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Buon Compleanno Nelson!

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Milano, Fabbrica del Vapore