Immagini dal Fuorisalone 2018: una festa per la creatività e per Milano (parte seconda)

Ed eccoci nel Futuro dell’abitare, eccoci alla seconda parte del nostro piccolo album dedicato al Fuorisalone 2018.

Entrando nel “The Mall” di piazza Bo Bardi, siamo avvolti in una atmosfera rossastra che ci riporta al pianeta Marte.

Lo Studio Boeri, che poco lontano da qui ha realizzato il Bosco Verticale, ha ricreato in questo padiglione un clima da mondo che verrà, con materiali innovativi, dove la tecnologia è ormai un bene acquisito al servizio di oggetti e progetti, tanto da passare quasi in secondo piano rispetto alla bellezza e alla creatività di quanto esposto.

Questo Fuorisalone ha ripreso, secondo noi, molte immagini fantascientifiche. Pensiamo, ad esempio, al “gorillone” con la torcia di via Festa del Perdono, che rimanda all’indimenticabile ominide di “2001 Odissea nello spazio” e al senso della crescita evolutiva.

Su questa linea si muove anche il “Tempietto nel bosco” di Palazzo Litta, unione tra una passata vita nei boschi, un presente costruito dall’uomo e un futuro che ha il colore rosso di Marte.

Anche la premiata “Air Invention”, la Bolla esposta a Brera, sembra una navicella spaziale; al suo interno giochi d’aria, elemento primario e bene prezioso, che troppo spesso roviniamo con gravi conseguenze per il nostro pianeta.

Tanti sono in questo Fuorisalone i richiami alla sostenibilità ambientale, ad un uso più consapevole delle risorse, a trasformazioni che creano nuova bellezza per migliorare la nostra esistenza e la vita del pianeta Terra. Tra questi, in un location di Ventura projects in via Ferrante Aporti  la sognante installazione “Giants with Dwarf”, con figure fantastiche costruite utilizzando parti di sedie e di tavoli.

Ecco altri oggetti ottenuti con materiali di recupero grazie ad un ri-disegn creativo, una dimostrazione di come sia possibile trasformare le eccedenze in eccellenze.

Anche l’architettura diventa ecosostenibile. In piazza Beccaria è stata costruita, per il Fuorisalone, “3d Hausing 05″, una casa di circa 100 metri quadrati. È stata realizzata in una sola settimana utilizzando un robot stampante in 3 D e polveri di cemento riciclato proveniente da demolizioni. Grazie alla riduzione dei costi e dei tempi ormai si potrebbe garantire un’abitazione a 1,2 miliardi di persone!

https://www.professionearchitetto.it/news/notizie/24971/3D-housing-05-100-mq-realizzati-in-una-settimana-grazie-alla-stampante-3D

All’interno di questa casa spicca, come unico elemento di decorazione, un vecchio comignolo, simbolo della continuità del focolare. E sul tetto? Orto e spazi verdi.

Ancora casa e verde in piazzetta Reale con “Living Natura”, dove i cicli delle stagioni convivono in un grande spazio di 500 metri quadrati. Un progetto che stimola a trovare nuove prospettive per migliorare le diverse condizioni di vita.

In piazza Castello è stata invece realizzata l’installazione “agrAir”, un orto botanico in pieno centro, arricchito da fiori colorati e da profumi, da guardare e da toccare, uno spazio agricolo sotto “girandole” trasparenti fluttuanti, simili a nuvole di giorno e a lanterne di notte.

All’Orto Botanico di Brera, ecco “smarTown”una smart city del futuro per un modello sostenibile di consumo e di energia. Circa 700 mini-casette si accendono come abitazioni intelligenti per minuscoli uomini in un grande spazio verde.

E perchè non ricreare alberi in legno tra le case? Ecco due esempi, uno in piazza XXV Aprile e l’altro in un cortile di  Palazzo Litta. Sempre in legno, nel Cortile d’Onore della Statale, la casetta Ikea “con la maniglia” che richiama lo spostarsi abitativo contemporaneo.

Anche il tema della mobilità infatti, pubblica e privata, ha trovato spazio in questa edizione del Fuorisalone. Ecco una raccolta di biciclette, anche d’epoca, in corso Garibaldi, uno storico tram vestito a festa, in giro per le strade del centro, e il futuristico anello dell’Audi in corso Venezia.

Per finire ancora qualche immagine  colta qua e là.

In piazza San Babila, infine, sulla facciata dell’ex-Garage Traversi, che aspetta di diventare un hub del lusso, spicca una spiritosa immagine pop “Oh, oh, Milano ..I love you too …”

A presto…

Immagini dal Fuorisalone 2018: una festa per la creatività e per Milano (parte prima)

Siamo saliti al 39° piano di Palazzo Lombardia, durante il Fuorisalone, per dare uno sguardo a questa nostra Milano che sale in alto, ma conserva radici solide e profonde, che accosta scenari diversi di antico e tanto nuovo da essere già futuro, che pensa all’economia e allo sviluppo, ma non solo.

Infatti a piano terra, un gigantesco gonfiabile ha il cuore in mano, immagine della nostra città aperta e solidale, dando un divertente benvenuto ai visitatori del Fuorisalone.

I diversi district hanno accolto, come in una grande festa collettiva della creatività, migliaia di turisti e tanti milanesi, tutti alla ricerca di idee, progetti. innovazioni e installazioni capaci di suscitare emozioni, stupore, divertimento, discussioni e anche affari.

Impossibile, in questa festa, poter vedere tutto e partecipare alle diverse manifestazioni ed eventi. Abbiamo raccolto in un piccolo album alcune immagini del Fuorisalone 2018, occasione anche per rivedere luoghi di Milano in una prospettiva diversa.

Eccole:

L’Università Statale di via Festa del Perdono appare più bella e vivace che mai e unisce il passato al futuro con idee, spunti e provocazioni sul tema dell’abitare e dello spostamento. C’è persino una “casa” viaggiante in valigia!

I portoni per salire al loggiato, dove si viene avvolti in nuvole profumate di policarbonato rosa, sono decorati in modo completamente diverso: uno ha un’anima green, l’altro luci pop. Ci faranno entrare nel futuro?

Il “gorillone” che, con una torcia, guida un gruppo di conigli rosa, forse pensa al buio.

Ma le luci alla sera rendono ancora più suggestive le installazioni e tutto diventa spettacolo.

Poco lontano antichi edifici ospitano allestimenti modernissimi; sembra quasi che passato e presente ricevano entrambi energia, vitalità e bellezza dal loro contrasto. Ecco alcuni interni di via Sant’Antonio e i salotti open-air nei chiostri e nella sala Affreschi dell”Umanitaria.

 

La Biblioteca Umanistica dell’Incoronatain corso Garibaldi, propone arredi di design. Che ve ne pare?

L’austero chiostro di San Simpliciano si è vestito di tessuti per diventare una sorta di salotto all’aperto.

In via Meravigli, Palazzo Turati è in fiore e viene voglia di fare capriole.

Poco più avanti, nel cortile di Palazzo Littain corso Magenta, ci accoglie il “Tempietto nel bosco”. Sottili colonne rosso-ciliegia ricordano la verticalità del Duomo e sono quasi legate tra loro da riposanti amache che sembrano invitare all’otium, a fermarsi un momento prima di ripartire.

Saliamo l’imponente scalone dove spicca una moto di rame, immagine aerodinamica di movimento e velocità.

Negli splendidi saloni di questo palazzo, purtroppo raramente aperto al pubblico, sono esposti, tra l’altro, moderni vetri dalle linee pulite, che sembrano colori senza materia e sfere bianche che riflettono l’ambiente circostante.

In un’altra sala un progetto, che sembra quasi un gioco, è un invito a riflettere sulle innovazioni nel campo di abitazione, movimento e sostenibilità, temi al centro del Fuorisalone 2018.

A presto per la seconda parte di questo album…

Le origini di Palazzo Marino tra storia e leggenda

La notizia è apparsa il 29 dicembre 2016 sul Corriere della Sera: “C’è un folletto maligno che si aggira per Palazzo Marino… un dibbuk burlone che sembra aver preso di mira il sindaco…”. L’articolo riportava di alcuni “incidenti” ad antichi arredi avvenuti nella sede del nostro Comune.

Questa strana nostra città non finisce mai di stupirci: tra qualche giorno si vestirà di novità per il Salone del Mobile e sarà ancora una volta sotto i riflettori per il design più innovativo. A luci spente, invece, Milano racconta di antichi arredi presi di mira da qualche spiritello dispettoso, nella sede ben sorvegliata del Comune.

Diamo un’occhiata a una vecchia storia, intrico di fili tra verità e leggenda, avvenuta qualche secolo fa proprio a Palazzo Marino. Ci sarà qualche legame col nostro spiritello?

Iniziamo a raccontarla partendo, come in alcuni romanzi, da un vecchio manoscritto, anzi, in questo caso, da una filastrocca, quasi dimenticata, per le “conte” dei bambini.


“Ara, bell’Ara discesa Cornara, de l’or fin, del cont Marin strapazza bardocch, dent e foeura trii pitocch, trii pessitt e ona massoeura, quest l’è dent e quest l’è foeura” (Ara, bell’Ara della famiglia Cornaro, dai capelli di oro fino, appartieni al conte Marino strapazza preti, dentro e fuori ci sono tre “bravi”, tre pesciolini e una mazza, questo è dentro e questo è fuori).

Chi sono i protagonisti? Lei, Arabella Cornaro (o Corner), era una giovane, bellissima veneziana di nobili origini (discendeva dalla famiglia di Caterina Cornaro, Regina di Cipro). Aveva i capelli biondi come l’oro fino. Perchè non darle il volto di Marilyn?

Lui, Tommaso Marino, era un anziano banchiere genovese che aveva accumulato fortune e potere con l’appalto del sale, prestando denaro ad usura anche al governatore spagnolo di Milano e persino all’imperatore Carlo V.

Vedovo, con figli già grandi, la leggenda racconta che, a 78 anni, vide Arabella in piazza San Fedele (o come si chiamava allora) e se ne innamorò perdutamente.

Forse la chiese in sposa, forse no; la fece comunque rapire dai suoi “bravi” e mise la famiglia di lei davanti al fatto compiuto. I Cornaro chiesero per Arabella un palazzo bellissimo a Milano, simile a quelli a cui la novella sposa era abituata a Venezia.

Ca’ Corner della Regina

Il vecchio conte Marino chiamò un famoso architetto che aveva già lavorato a Genova, Galeazzo Alessi.

Nel 1550 venne posta la prima pietra del nuovo palazzo dopo che il conte aveva acquistato e fatto abbattere un edificio in San Fedele insieme ad altri, che aveva espropriato, diroccati e abitati da povera gente nella vicina via Case Rotte.

L’ingresso principale era in piazza San Fedele in quanto rivolto verso il Duomo, o forse era un omaggio romantico al primo incontro con Arabella.

Avete notato come Palazzo Marino non abbia il tetto spiovente, ma dei terrazzi come si usa nelle città di mare?

Non sappiamo quale sia stata la vita della giovane donna, a quali soprusi sia stata sottoposta, cosa abbia fatto per ritagliarsi uno spicchio di vita.

Un giorno la trovarono morta in un palazzo di famiglia a Gaggiano, impiccata al baldacchino del letto. Fu una morte misteriosa e tragica e Arabella, come Marilyn, portò con sè i segreti della sua fine.

Rumors sussurravano che ad ucciderla, o a farla uccidere, fosse stato l’anziano marito; altri, invece, sostengono che tutta la storia sia stata inventata e che, invece, ad uccidere la propria moglie, una nobile spagnola, fosse stato uno dei figli del Marino. Quante bambole ci sono oggi sul muro di Porta Ticinese, a ricordo dei femminicidi di ogni epoca!

Si dice anche che i parenti di Arabella, o le tante persone rovinate dal conte, scagliarono una maledizione contro Palazzo Marino:
“Congeries lapidum multis constructa rapinis, aut ruet, aut uret, aut alter raptor rapiet (Mucchio di pietre, costruito con molte rapine, o crollerà, o brucerà, o un altro ladro lo ruberà)”

Ovviamente sono solo leggende, ma… i guai arrivarono a frotte. Il palazzo non fu finito nè dal Marino nè dall’Alessi, che morirono entrambi nel 1572; il vecchio conte cadde in disgrazia e perse molti dei suoi averi, tra cui quasi tutto il Palazzo, che fu espropriato; una sua figlia, Virginia, morì di peste lasciando una bimba, Marianna, nata proprio a Palazzo Marino, in un appartamentino rimasto alla famiglia. Questa bambina diventerà la Monaca di Monza.

Il palazzo andò via via in rovina e venne restaurato solo a fine Ottocento da Luca Beltrami, che lo ribaltò costruendo la facciata principale, col nuovo ingresso, verso piazza della Scala.

Cosa resta oggi di questa storia? Un palazzo autorevole che porta il nome del primo proprietario, il salone d’onore, dedicato all’Alessi, una misteriosa filastrocca e, forse, uno spiritello dispettoso che ogni tanto torna a Palazzo Marino.

A presto…

Una straordinaria vetrina nel Quadrilatero della Moda: a San Donnino alla Mazza si vendono cravatte

Quante volte, come ipnotizzati abbagliati dalle vetrine del Quadrilatero, siamo passati davanti allo stretto vicolo che collega via Montenapoleone con via Bigli, senza farvi attenzione.

Forse siamo anche entrati nello stretto passaggio per vedere le cravatte esposte in bacheche di vetro che ricordano quelle dei gioielli.

Un antico muro di mattoni, venuto dal passato, si affaccia su questo vicolo. Sono i resti di San Donnino alla Mazza (o della Mazza), una chiesa medievale, restaurata più volte nel tempo.

Perchè un nome così insolito per una chiesa cristiana? Probabilmente fu costruita nelle vicinanze di una statua o di di un tempio pagano dedicato ad Ercole, che era rappresentato con una mazza o clava, con la quale aveva abbattuto il leone di Nemea. Un po’ di fusion tra religioni ed ecco il nome di questa antica chiesa.

Donnino era un alto ufficiale (forse il “maggiordomo personale”) dell’imperatore Massimiano, che aveva fatto di Milano, dove risiedeva, una delle capitali dell’impero. L’imperatore aveva fatto ampliare le mura di Milano, che includevano anche parte dell’odierno Quadrilatero della Moda.

Resti, purtroppo non visitabili, sono stati rinvenuti anche in via Montenapoleone e in via Manzoni e costituiscono quasi… le fondamenta delle vetrine che ci fermiamo ad ammirare.

Donnino divenne cristiano e l’imperatore, nel 299, lo fece decapitare poco lontano dal fiume Stirone, nei pressi di Fidenza, della quale è il Santo Patrono.

Duomo di Fidenza dedicato a San Donnino

La leggenda racconta che Donnino, raffigurato con indosso l’armatura romana, attraversò il fiume con la testa sotto il braccio per raggiungere l’altra riva, dove gli angeli lo accolsero. Non vi ricorda un po’ una scena di “Gost”?

San Donnino fu molto venerato a Milano e gli venne dedicata una chiesa a metà del 1100, forse utilizzando blocchi di pietra delle stesse mura imperiali. Restaurata poi in epoca barocca, venne infine demolita alla fine del Settecento, tranne la parete laterale.

Questo muro con piccole finestre e  un bel portoncino in granito (i muri a Milano sono sempre “aperti” e accoglienti!), ci ricorda ancora una volta come sia milanese la convivenza tra antico e contemporaneo.

Anche la contrada intitolata un tempo a San Donnino ha cambiato nome ed ora è via Bigli. Se facciamo quattropassi in questa via, diamo un’occhiata al numero 21, dove abitarono la Contessa Clara Maffei, regina dei salotti culturali e patriottici e, più tardi, un giovanissimo Albert Einstein.

Lo scienziato ricorda che qui visse uno dei periodi più felici della sua vita e che conobbe a Milano “gente tra la più civile che abbia mai incontrato”. Parola di Scienziato!

A presto…

Una splendida sorpresa: la chiesa di San Michele sul Dosso con la Vergine delle Rocce

Storia, arte, cultura e fede, tutte autenticamente milanesi, sono custodite nella chiesa di San Michele sul Dosso, che ora fa parte dell’Istituto delle Suore Orsoline di San Carlo, in via Lanzone, vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio.

Questo Istituto è uno scrigno dove la Storia fa capolino quasi con elegante nonchalance. Uno scampolo di antiche mura protegge colorati giochi per bambini della scuola materna.

Portici secolari dal Quattrocento in poi (c’è anche la mano del Bramante!) sono la quinta di un cortile dove, durante l’anno scolastico, si sentono giovani voci dall’infanzia all’adolescenza, si tengono eventi dedicati alla mente e allo spirito, si vive quotidianamente la fede.

In una piccola sala d’attesa ci accoglie una pregevole scultura rinascimentale di Madonna con Bambino, forse dei Maestri Campionesi, ritrovata lungo il Naviglio che scorreva in via De Amicis.

Altri preziosi dipinti, che uniscono arte e fede, sono esposti alle pareti delle diverse sale.

Infine sotto il portico, ecco l’ingresso della piccola chiesa di San Michele sul Dosso, così chiamata perchè costruita vicino al terrapieno delle mura comunali.

La chiesa, all’esterno, ha un aspetto semplice, con un finestrone a mezzaluna sopra il portone del Cinquecento e un piccolo campanile che appena si vede. Un tempo la chiesa doveva essere molto importante; antichi “storici” come Galvano Fiamma e Giovanni Pietro Puricelli la dicono fondata da Sant’Ambrogio stesso e sede dell’incoronazione di alcuni re medievali.

Accanto alla chiesa, una targa ci racconta che in questo isolato visse per qualche anno Francesco Petrarca, ospite dei Visconti, che avrebbe desiderato riposare per sempre nella Basilica di Sant’Ambrogio. Un altro like d’autore per la nostra città!

L’interno della piccola chiesa medievale venne rifatto nel Cinquecento secondo lo stile armonioso del Bramante; fu poi ampliato con l’aggiunta di una grande sala per il coro alla quale si deve l’attuale pianta a T, con la vecchia chiesa diventata il transetto di quella nuova. Un grande dipinto sopra il coro raffigura la Beata Vergine. Posto di fronte all’ingresso dal portico, invita a entrare come fossimo attesi ed accolti.

Sul bellissimo coro ligneo sono raffigurate immagini sacre… ma sono presenti anche i segni delle fucilate austriache sparate durante le Cinque Giornate contro il convento, che aveva appoggiato l’insurrezione fornendo materiale per le barricate. Un monito lasciato volutamente per ricordare la lotta per la Libertà da parte di tutti i milanesi.

Il semplice altare è come protetto da un affresco e di fronte al vecchio ingresso, sempre chiuso, una grande balconata a più livelli lascia immaginare le tante preghiere recitate in questo luogo.

Su una parete uno splendido dipinto del Quattrocento rappresenta la chiesa di San Michele affidata alla protezione della Vergine col Bambino e dei Santi Michele e Benedetto. In primo piano sono raffigurati alcuni benefattori, tra cui una donna con un antico rosario.

Infine la sorpresa più grande: la “Vergine delle Rocce”!!! Questo dipinto su tela di lino è custodito dalle Suore Orsoline dopo lunghi e complessi passaggi di proprietà, attenti studi e accurati restauri.

Viene attribuito a Francesco Melzi, il discepolo che accompagnò Leonardo in Francia, diventandone poi il principale erede.

Francesco Melzi

opera del Melzi

Durante il soggiorno ad Amboise si pensa che il Melzi abbia lavorato su alcune opere iniziate dal Maestro, colpito da una parziale paralisi. Dopo la morte di Leonardo (2 maggio 1519), il Melzi tornò a Milano portando con sè importanti carte e disegni del Maestro.

Leonardo amò molto la nostra città e vorremmo pensare che questa “Vergine”, così simile a quella dipinta a Milano ed esposta ora al Louvre, sia tornata a casa.

Per ora viviamo l’incanto e la suggestione che ci trasmette quest’opera, senza raccontare altro. Ne parleremo ancora, perchè abbiamo scoperto che la Vergine delle Rocce ci aspetta in una zona periferica di Milano

Buona Pasqua a tutti, con l’augurio di tante belle “sorprese” dalla vita!

 

A presto…

 

Uno sguardo verso l’alto: le statue del Duomo

Uno strano popolo di marmo vive tra le guglie del Duomo, statue che nascono, trovano un posto dove vivere, si ammalano, vanno in pensione e, talora, rimesse a nuovo, vengono esposte al Museo del Duomo.

Arrivano poi nuovi nati, alcuni cloni di statue precedenti; si rifanno parti deteriorate in una sorta di lifting ad opera di scultori-artisti, momenti dell’infinita Fabbrica del Duomo.

Come parlare delle circa 3400 statue (cioè una al giorno per quasi dieci anni!) che vivono sul/nel/col Duomo?

Ci sembra di ricordare che sia stato il nostro Arcivescovo Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI, a dire che le guglie e le statue sono un “candelabro mistico dalle visioni di leggenda, dalle centomila braccia rivolte al cielo con milioni di voci confuse in un osanna solo” (siamo andati un po’ a memoria…).

Sulla guglia più alta la Madonnina, unica dorata tra tante statue di marmo, è la candela più luminosa che Milano ha acceso per chiedere protezione.

Le statue che ornano il Duomo sono così tante che quasi è impossibile vederle una per una, creature di marmo diverse che “al lume della luna… discutono… e vengono con noi sulla piazza e ci bisbigliano nell’orecchio delle vecchie storie, bizzarre e sante, storie tutte segrete…” (Heinrich Heine).

Non solo il romantico poeta tedesco, ma anche il più duro Ernst Hemingway, le ha sentite: “c’era nebbia nella piazza e quando vi arrivammo vicino, la facciata della Cattedrale ci parve enorme, con tutte le sue statue che parlavano…”.

Che cosa si diranno queste statue? Quali storie, confidenze si faranno l’Homo Selvadego, tutto coperto di peli e con la clava, ed Eva nuda e languida?

Perchè Primo Carnera e Erminio Spalla combattono eternamente un match  di boxe mai avvenuto, senza il suono di un gong?

Chi userà la racchetta? Chi si prepara a fare climbing?

Chi ascolterà Arturo Toscanini dirigere un’orchestra e un coro fatti di santi, demoni e mostri?

Quanti animali sono saliti su quest’arca di marmo a godersi il sole raggiato dell’abside, sotto l’aquila imperiale?

A quanti turisti la nostra “Statua della Libertà” racconterà di essere la sorella più vecchia di quella icona pop a stelle e strisce di Auguste Bartholdi?

La nostra è nata in epoca napoleonica, circa 60 anni prima della sorella americana, da Camillo Pacetti, un docente di Brera. Rappresenta la Legge Nuova ed è lì sul balcone centrale del Duomo, come una severa Giulietta senza trecce.

Sotto di lei, a fianco del portone centrale, che tutti, per scaramanzia, vanno ad accarezzare, sorride il nostro piccolo dinosaurino (o forse cucciolo di un animale che non c’è), legame con un passato molto remoto.

Preistorico e appena nato, osserva le file di persone che entrano in Duomo senza guardarlo, magari ignorandone l’esistenza, quasi immagine ancestrale di una città antica e giovanissima, misteriosa e un po’ fantastica: Milano.

A presto…

Una Rosa per la moda e le donne

È una bella storia quella di Rosa Genoni, la grande signora della moda e dell’emancipazione femminile tra Ottocento e Novecento. La Settimana della Moda a Milano si è appena conclusa e tra qualche giorno sarà l’ 8 marzo: Rosa sembra unire queste date con la sua vita, la sua intelligenza e creatività.

L’Archivio di Stato di via Senato le sta dedicando una mostra fatta di abiti, bozzetti, documenti e ricordi, curata dalla nipote. Durerà fino al 17 marzo e può essere l’occasione anche per visitare questo bel palazzo che ha tante storie da raccontare.

Rosa nacque in Valtellina nel 1867 da una modesta famiglia (padre calzolaio, madre sarta), primogenita di ben 18 tra fratelli e sorelle.

Dopo la terza elementare fu mandata a Milano come “piscinina” da una zia che aveva un piccolo laboratorio di sartoria. La piscinina era il primo, o l’ultimo, livello del mondo della Moda, l’apprendista che faceva i più semplici lavori in sartoria (magari solo le pulizie) e consegnava gli abiti a casa delle clienti.

Salario minimo, tante ore di lavoro; queste ragazzine, però, imparavano un mestiere e affinavano il gusto vivendo accanto alla bellezza degli abiti sartoriali e all’eleganza delle clienti.

Il settore tessile era molto sviluppato in Lombardia da diversi secoli (pensiamo alle sete, alle lane, alle filande!) e richiamava molta manodopera femminile.

Inoltre la “moda” si stava diffondendo tra un numero sempre maggiore di donne, desiderose di migliorare il proprio aspetto, ciò grazie anche ai nuovi grandi magazzini, come gli Aux Villes d’Italie a Milano (diventati poi la Rinascente) che proponevano abiti pronti a buon prezzo, anche per corrispondenza, copiati dalle riviste francesi. Era Parigi, infatti, che dettava la moda del tempo.

Rosa è intelligente e capace; conseguita la licenza elementare, frequenta corsi di francese e intanto viene a contatto con i movimenti operai e femministi. Conosce, tra l’altro, anche Anna Kuliscioff, della quale sarà amica per sempre, condividendone tante iniziative, e anche sua stilista. Guardate l’eleganza del tailleur di Anna.

Quando viene invitata a Parigi come interprete ad un congresso politico, Rosa non ha esitazioni. Anche se ancora minorenne resta nella capitale francese, lavorando in diversi ateliers per imparare i segreti della produzione e del lavoro di équipe necessario per realizzare un abito.

Tornata a Milano la sua carriera esplode: diventa direttrice di diverse case di moda, partecipa all’Expo 1906 vincendo il primo premio per lo stand dove espone i suoi abiti, tiene corsi di sartoria e di storia della moda all’Umanitaria, istituzione filantropica milanese che esiste tuttora.

Pioniera appassionata  e consapevole di un made in Italy ancora in divenire, crea abiti che traggono ispirazione dall’eleganza di modelli storici italiani.

Veste il mondo che conta e le grandi attrici dell’epoca, come Lyda Borelli, ma non rinuncia nè a formarsi una famiglia, nè all’impegno civile e sociale.

Il suo incontro con un avvocato milanese, Alfredo Podreider , sarà lungo, felice e allietato dalla nascita di Fanny.

Accanto alla crescita professionale, Rosa Genoni continua l’impegno politico e femminista per i diritti delle donne.

Nel 1908 crea e indossa l’abito Tanagra, ispirato alla cultura classica, ma fluido e avvolgente, considerato ancora oggi una sintesi della donna  intelligente, libera e femminile, pensata dalla stilista.

Aiuta anche le detenute di San Vittore realizzando un ambulatorio medico e una sartoria all’interno del carcere, perchè la salute, il lavoro e il bello possano portare le donne recluse al riscatto personale e sociale; ecco una creazione, l’Araba Fenice, che alcune detenute hanno dedicato  a Rosa.

Gli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale la vedono impegnata come pacifista. Nel 1915 partecipa a L’Aja al Congresso Internazionale delle Donne per la Pace; la figlia Fanny, però, si ammala e Rosa rinuncia a un ulteriore incontro femminista negli USA.

Quando si ritirerà a vita privata, già vedova, si avvicinerà alla teosofia di R. Steiner e alle colture biodinamiche che uno dei suoi fratelli applicherà per primo in Australia dove era emigrato.

Rosa attraversò due secoli intensi, con grande apertura, cogliendone molte tematiche che saranno sviluppate, e non ancora risolte, negli anni successivi: Famiglia, Lavoro, Diritti Civili, Parità, Istruzione, Solidarietà attiva.
Una donna contemporanea… di ieri.

A presto…

Il Duomo: il campanile che non c’è

Il Duomo è un racconto continuo che percorre e narra la storia della nostra città e quella di tutti noi. Non possono mancare mai quattropassi intorno al Duomo, luogo del cuore della nostra città, per partecipare al suo racconto.

La nostra Cattedrale è così immersa nella storia (dal 1300 ad oggi…) che troviamo sfumature del tempo, degli stili e persino dell’ “aria” che respiriamo, se guardiamo il deterioramento delle statue e del bellissimo, ma delicato, marmo rosa di Candoglia, nato dal mare padano.

Il Duomo non ha avuto né un unico autore, né un unico progetto. È stato via via pensato nel corso dei secoli come se ogni architetto incaricato l’avesse voluto in un certo modo: il suo.

C’è chi l’avrebbe voluto più grande, chi più piccolo, con uno, due o nessun campanile.

Anche la facciata, costruita agli inizi dell’Ottocento per l’autoincoronazione di Napoleone a Re d’Italia, è stata poi ripensata e riprogettata… ma non se ne fece nulla; in fondo il nostro Duomo è sempre lo stesso, anche se la sua Veneranda Fabbrica sembra infinita.

A proposito di campanile, può sembrare strano, ma non c’è e le  campane sono collocate nel tiburio. Non è sempre stato così: cercando tra vecchie immagini abbiamo trovato che un accenno di campanile, piccolo e tozzo, si trovava un tempo  tra le guglie e fu demolito nel 1866, per il grave deterioramento.

In seguito ci sono stati progetti, mai realizzati, per affiancare un degno campanile al Duomo. Eccone uno del nostro amatissimo Luca Beltrami.

Durante il fascismo, poi, si pensò di realizzarne uno collocato accanto a Palazzo Reale, di fronte alla Galleria.

progetto Cabiati

progetto Bacciocchi

progetto Pasquè

progetto Viganò

Fu scelto il progetto dell’architetto Viganò. Abbiamo trovato un vecchio articolo di giornale, in cui se ne parla.

Anche questa volta non se ne fece nulla e al posto del campanile, sulla cui cima avrebbe dovuto esserci il Faro della Pace, fu costruito l’Arengario, dove ora splende la luce di Lucio Fontana.

Abbiamo cercato ancora. Al cimitero di Cernusco sul Naviglio, nella cappella di famiglia dell’architetto Viganò, c’è una vetrata dove appare il campanile del Duomo. Era talmente “suo” da volerlo guardare per sempre.

Il racconto del Duomo, così “nostro” continua

A presto!

 

Quattropassi tra murales d’autore in giro per la città (parte seconda)

C’è un legame tra street art e ambiente, tra i “quadri all’aperto” e i luoghi dove sono stati dipinti? Siamo andati a vedere e a fotografare alcuni murales d’autore in tre zone molto diverse di Milano (Ortica, via Morosini e via Padova), dando un’occhiata anche all’ambiente dove sono stati inseriti.

L’Ortica

Abbiamo iniziato il nostro giro dall’Ortica, anzi, in milanese, l’Ortiga, un vecchio quartiere passato nel secolo scorso dal lavoro dei campi a quello in fabbrica.

Questo quartiere vuole affidare ad una serie di murales il racconto della propria storia e identità. La realizzazione di questo “quartiere-museo all’aperto”, primo al mondo, è ancora in corso. Ecco dei murales dipinti su alcuni edifici per illustrare storie di vita sociale.

Una piccola storia la raccontiamo anche noi. Nel cuore dell’Ortica c’è la chiesetta dei Santi Faustino e Giovita, chiamata anche Santuario delle Grazie.

È un tesoro poco conosciuto che risale ai tempi della distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, quando i milanesi in fuga si erano rifugiati attorno ad alcune chiesette nelle campagne della nostra città, come a Nosedo e al Lorenteggio.

chiesetta dei Santi Filippo e Giacomo a Nosedo

chiesetta di San Protaso o “gesetta di lusert” al Lorenteggio

Avevano pregato la Madonna perchè li facesse presto rientrare nelle loro case; così, quando le loro preghiere vennero esaudite, dedicarono a Maria, la Madonna delle Grazie, un affresco, una sorta di bellissimo murale ex-voto.

Non perdetevi questo antico tesoro giunto fino a noi; vale i quattropassi in più (anche autobus 54 da piazza Diaz) per chi abita lontano.

Passeggiando per la vivacissima Ortica, raggiungiamo il viadotto della ferrovia che diventa parete per accogliere i volti di personaggi della società e della cultura milanese e italiana. Guardiamo questi ritratti nel loro ambiente e confrontiamoli con quelli raffinati in color seppia di San Calimero o con le icone pop delle Colonne di San Lorenzo.

Tra i volti dipinti non poteva mancare quello di Enzo Jannacci, che ha dedicato una ballata allo sfigatissimo, ma indomito, “palo nella banda dell’Ortica”, uno forse della Ligera, come veniva chiamata la “mala” milanese del secolo scorso.

Via Morosini

Il nostro giro per vedere murales d’autore e ambienti continua in una zona a due passi da corso XXII Marzo, in via Morosini. Qui due grandissimi e scenografici murales di Millo sono dipinti sulle pareti laterali di due palazzi popolari e fanno da sfondo al “Giardino delle culture”.

È un piccolo spazio cintato e tranquillo con qualche pianta, panchine, giochi per bambini e anche un’area per momenti comuni, affidata alle associazioni di zona.

Ci sembra un angolo molto bello dove i murales, che richiamano il tessuto urbano, sono la quinta per definire uno spazio in mezzo alla città, piccolo ma vivibile, da amare.

Via Padova

Eccoci infine in via Padova, al NoLo (Nord di Loreto), zona considerata ad alta criticità, in via di trasformazione.

http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/nolo-quartiere-1.2193055

Questa lunga strada di oltre 4 chilometri, che da piazzale Loreto arriva a Crescenzago, con le sue ville sulla Martesana, è sempre stata terra di immigrazione, prima italiana, ora planetaria, con incontri e scontri tra culture differenti.

È una realtà molto composita, con diversi tasselli che devono riuscire a formare un unico mosaico, come quello che è stato realizzato sul lungo muro della ferrovia in via Pontano, diventato una sorta di East Side Gallery, come a Berlino, un qualcosa di bello per tutti.

Il Comune ha affidato a street artists il compito di affrescare questo muro.

I “quadri” sono molti forti e riprendono temi della cultura classica e contemporanea, personaggi del mito o di film, “fiction” che non furono mai, ma sono sempre dentro di noi.

È un contesto dove emergono le paure, i mostri, le angosce, ma anche le speranze e la possibilità di lottare per sconfiggerli.

Un addio

Terminiamo questo nostro piccolo viaggio fra alcuni murales della street art milanese con un addio: in via Carducci una coppietta stava abbracciata su un muro. Ora Leonardo e Monna Lisa sono stati imbrattati di vernice. Vogliamo ricordarli all’ “incontrario”, come se fossero riusciti ad uscire dalla nube di parole che li avvolgeva, per continuare a vivere la loro storia!

A presto…

Video art alla Cripta di S. Sepolcro

Un antico luogo di fede e di spiritualità insieme a tre opere di video art costituiscono un mix straordinario da non perdere nelle prossime serate milanesi. La cripta sotterranea della chiesa di San Sepolcro ospita, infatti, fino al 28 gennaio tre installazioni di Bill Viola, uno dei maestri della video art contemporanea.

Orari: tutti i giorni dalle 17.00 alle 22.00, venerdì e sabato anche visite notturne alle 22.00 e alle 23.00. Domenica dalle 16.00 alle 21.00.

 

In questa suggestiva cripta, che per secoli è stata luogo di culto per fedeli sconosciuti o importanti come San Carlo, i tre video, realizzati con sofisticate tecnologie multimediali, ci parlano di tematiche fondamentali per l’uomo di qualunque tempo, quali la vita, la morte e il mistero del Dopo.

Nella prima opera, The Quintet of the Silent, del 2000, cinque uomini esprimono, in lenti movimenti della durata di 16 minuti, le proprie emozioni che si incidono sul loro corpo e sul viso come in una serie di dipinti caravaggeschi.

Nel secondo video, The Return, del 2007, Bill Viola rappresenta simbolicamente il passare del tempo con una donna che attraversa una cascata, soglia tra la vita e la morte.

Infine in Earth Martyr (2014) da un piccolo cumulo di terra si libera una figura umana, che si protende verso la luce che viene dall’ Alto.

È una mostra fuori dal comune, ambientata in un luogo sotterraneo ricco di pathos, riaperto nel 2016 e forse ancora da scoprire per molti milanesi. Vi consigliamo assolutamente di visitare anche la bella chiesa, sotto la quale si trova la cripta, che secondo Leonardo costituiva il centro esatto di Milano.

Siamo a due passi dalla vivacissima via Torino, che magari ci sembrerà una via di fuga dai pensieri e dalle riflessioni che questo incontro tra una cripta dell’Anno Mille con l’arte contemporanea ha suscitato in noi.

A presto…