L’antico rito della “Nivola” in Duomo

Un lunedì pomeriggio di metà settembre in piazza Duomo: milanesi di corsa, indaffarati come sempre, turisti che passeggiano in attesa della Fashion Week, suoni della quotidianità… Lontano pochi passi persone raccolte intente ad ascoltare antichi salmi: nella nostra Cattedrale si sta celebrando lo storico rito liturgico della “Nivola” che conclude il Triduo dell’Esposizione ai fedeli del Sacro Chiodo della Croce.

 

 

Secondo la tradizione, questo Chiodo, insieme ad alcuni altri, venne rinvenuto a Gerusalemme da Sant’Elena e donato al figlio, l’Imperatore Costantino, come prezioso morso per il suo cavallo.

 

 

Andato perduto, venne poi ritrovato a Milano da Sant’Ambrogio presso la bottega di un fabbro che inutilmente cercava di lavorarlo. La reliquia venne collocata prima nella basilica di Santa Tecla e, quando questa venne demolita, nel Duomo. Era molto venerato dai milanesi, tanto che nel 1575 San Carlo lo portò in processione alla chiesa di Santa Maria presso San Celso, per invocare la fine della pestilenza.

 

La preziosa reliquia è custodita, in una teca di argento e cristallo di rocca, a oltre 40 metri di altezza sopra l’altare maggiore, sempre illuminata da una piccola luce rossa.

 

 

A metà settembre di ogni anno, però, (il 14 settembre si celebra la ricorrenza liturgica) il Sacro Chiodo viene posto su una sorta di “ascensore” con quattro sacerdoti e fatto scendere fino all’altare maggiore. Qui, in un Crocifisso dorato, è esposto alla venerazione dei fedeli.

 

 

Al termine del Triduo, con una solenne cerimonia, la “nivola” lo riporta, in una nuvola d’incenso, alla sommità della navata per un altro anno.

 

 

Questa “nivola” (forse ideata da Leonardo) fu dipinta da Landriani nel 1612 con angeli e cherubini avvolti in soffici nubi. Al termine della cerimonia viene poi avvolta in teli e collocata sopra una porta laterale del Duomo. E’ un vero peccato che la si possa ammirare solamente “in azione” da lontano e durante il rito.

 

 

Purtroppo abbiamo poche foto, un po’ “rubate” durante la funzione religiosa, ma, se lo desiderate, non mancate il prossimo anno a questo appuntamento, forse un po’ dimenticato, di fede e tradizione milanese.

A presto…

 

 

 

Una statua per Margherita, la scienziata delle stelle

Passato il torrido caldo estivo, il tempo cede via via alle sfumature dell’autunno, quando è piacevole passeggiare piano piano e guardare, magari con stupore, un particolare che ci era sfuggito. Oggi andiamo a fare quattro passi ai giardini, intitolati a Camilla Cederna, davanti all’Università Statale, dove si trova la bella statua dedicata recentemente a Margherita Hack nel centenario della sua nascita.

 

 

E la seconda statua a Milano che raffigura una donna, dopo quella di Cristina Belgioioso, eroina del nostro Risorgimento, nella piazzetta omonima.

 

Il viso della statua che rappresenta Marga (così veniva chiamata affettuosamente) è vero e poco tradizionale, come era lei. È segnato dalle rughe, senza ritocchi estetici e anche i capelli sono spettinati, “fai da te”, naturali. “Non conta come hai la testa, conta cos’hai in testa” diceva.

La moda non faceva per lei e i pantaloni della statua sembrano nascere dalla terra come dal vortice di una galassia piena di punti luminosi come stelle.

E c’erano le “stelle” anche dove nacque a Firenze il 12 giugno 1922. Infatti vide la luce in via delle Cento Stelle, vicino alle strade dedicate a Volta e a Marconi, quasi due scienziati come padrini. Sembrano segni premonitori per una bimba bionda, piena di energia e di curiosità, quasi autodidatta (andrà a scuola solo in quinta elementare, superando l’esame di ammissione), che giocava a fare l’aeroplanino per toccare il cielo.

I suoi genitori facevano parte della Società Teosofica Italiana, alla quale si ispireranno poi anche Maria Montessori e Rudolf Steiner, con le loro nuove teorie educative. Margherita crebbe amante della libertà e della natura, vegetariana per amore del pianeta; raccontava, sorridendo, di essere nata sotto il segno del gatto, animale indipendente e felice, coi quali visse tutta la vita.

 

Era profondamente innamorata del suo Aldo, conosciuto fin da bambina, col quale condivise felicemente l’intera vita. La loro unione era intessuta di complicità (forse perchè erano completamente diversi), di ironia, di risate. Raccontava che come pranzo di nozze avevano mangiato, loro due soli, i peggiori spaghetti della loro vita. Quando le chiesero cosa fosse per lei la felicità, guardando verso il marito, anziano e malato, rispose con tenerezza “Per me la felicità è stare con Aldo”. Un amore vero, non per i rotocalchi.

 

Da ragazza non fu certo solo studio, ma anche una grande sportiva: tifosissima della Fiorentina, amante della bicicletta, praticò atletica e salto in alto. Anche come scienziata voleva sempre “alzare l’asticella” della conoscenza. “Ogni risposta non è che il punto di partenza per un’altra domanda”

 

Dopo essersi laureata in Fisica nel 1945, iniziò a occuparsi delle stelle, anche con lunghi soggiorni all’estero. Pioniera nel campo dell’astrofisica in Italia, dedicò molti studi all’utilizzo dei raggi ultravioletti per osservare la nascita e la morte delle stelle. Infine fu chiamata a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste (prima donna ad avere questo incarico) che divenne un vivacissimo centro per studiosi, giovani ricercatori e studenti.

Margherita voleva, però, che tutti conoscessero le stelle. Partecipò quindi attivamente a diverse iniziative di divulgazione, a incontri nelle scuole, interviste, conferenze e persino spettacoli, scrivendo anche il testo di una canzone per il Festival di Sanremo.

 

Nella bella statua della scultrice Sissi, pseudonimo di Daniela Olivieri, Margherita fa il cannocchiale con le mani, come fanno i bambini che giocano e sognano guardando il cielo.

 

Abbiamo trovato questa sua foto; i suoi occhi sono vivaci, sorridenti e felici forse sono pieni di stelle, che raggiunse nel 2013.

A presto…

 

El Signurun, una statua d’altri tempi ci accoglie al Corvetto

Al Corvetto, in un quartiere “distante” dalle zone glamour ZTL o pedonalizzate che troppo spesso sembrano rappresentare l’unica immagine della città, c’è una statua, anzi una statuona, che pare protendersi verso la campagna: per i milanesi è El Signurun.

Si trova in via San Dionigi 6; alta circa tre metri, di cemento e graniglia, arrivata chissà come e da dove, fa parte della Milano semplice di un tempo.

Per la sua storia rimandiamo a un articolo di qualche anno fa “Il cammino dei Monaci – parte prima“Ne riparliamo oggi perchè El Signurun è stato rimesso a nuovo da privati dopo che già gli era stata riattaccata la mano danneggiata nel corso di lavori pubblici.

Questo Cristo Redentore ha il viso benevolo e la mano che benedice per accogliere chi arriva da Chiaravalle o anche il cammino di chi sta lasciando Milano.

Qui, confine tra città e campagna, non ci sono mai stati nè dazi nè mura; anzi, El Signurun si trova su un edificio a punta come la prua di una nave, alla confluenza di due strade, che unisce e non divide due realtà diverse.

Il piedistallo di questa statua è su un terrazzino di una casa viva e vissuta, tra palazzoni, parabole, tende provvisorie di plastica e scatoloni appoggiati all’esterno perchè magari in casa non c’è posto o si sta un po’ stretti. Sotto il terrazzino ci sono sempre candele accese; forse, siamo in un quartiere multietnico, sono preghiere e speranze di fedi diverse.

Non è una statua di grande valore artistico, ma è “vera”, un altro tassello da andare a vedere per “sentire” e continuare la forza e la fiducia che hanno portato avanti la nostra città.

A presto…

Le scenografiche case di via Balzaretti

Forse qualcuno vi è già stato per il FuoriSalone ed è rimasto ammirato e incredulo davanti alle case colorate di via Balzaretti, prima strada-installazione permanente di Milano, quasi una mostra a cielo aperto di arte pop.

Ad una prima facciata, la casa dei Rossetti, realizzata da Cattelan come sede di Toiletpaper Magazine, se ne sono aggiunte, per il FuoriSalone altre tre: la casa dei Gigli, la casa delle Rose, con grandi occhi che guardano chi guarda, e quella della Musica.

In occasione del FuoriSalone abbiamo anche potuto visitare gli interni di Toiletpaper Magazine.

 

Chi però si fosse seduto sulla panchina rossa davanti alle case, che invitava alla sosta, non avrebbe visto i gigli, le rose, i rossetti e gli strumenti musicali sulle facciate, ma un complesso residenziale tutto bianco proprio di fronte.

 

È questo che più ci ha colpito di via Balzaretti: il contrasto tra le case d’ epoca ridipinte “Cattelan” e il nuovissimo megaedificio, ricco di vuoti e di pieni e con soluzioni architettoniche avveniristiche, firmato da archistar internazionali.

 

Da una parte, dunque, interventi conservativi che danno un tocco di arte contemporanea urbana a villette del secolo scorso, dall’altra il grande complesso residenziale che si snoda ad “S” nell’area dove sorgeva la vecchia sede della Rizzoli.

 

Cosa penserebbe l’architetto Giuseppe Balzaretti, che dà il nome alla via, di questi stili così diversi? Anche lui nella sua attività è passato dal “Rinascimento” al “Romanticismo inglese”. Infatti, per realizzare la “Ca’ di Sass” di via Monte di Pietà, si era ispirato ai palazzi fiorentini in bugnato, come Palazzo Strozzi.

 

Accanto a questo palazzo elegante, di ispirazione classica, si era occupato anche dei romantici paesaggi all’inglese dei Giardini Pubblici.

 

Milano, città di contrasti a volte dissonanti? Può essere. Guardiamo questa vecchia foto della via Balzaretti.

 

Vale la pena andarla a vedere oggi per capire di più quante strade diverse sta percorrendo la nostra città.

A presto…

Un volo di farfalle per una Buona Pasqua 2022

Ancora una volta Porta Romana ci manda un festoso saluto dalle sue case.

Dopo la facciata in stile  Gaudì che molti tuttora rimpiangono, ecco un altro colorato esempio di artwall intitolato “Time to fly” e realizzato da Cheone per Clear Channel, sempre sulla stessa parete dell’edificio firmato Portaluppi.

Due mani accolgono tante farfalle multicolori, ma non le trattengono per sè; le lasciano invece libere di volare e portare gioia anche altrove.

In quest’opera si supera l’idea del murale, in quanto le farfalle, in materiale riciclato, escono dal muro e si posano su alcuni balconi della casa accanto e… chissà dove.

A tutti, in questi giorni incerti e difficili, giunga il nostro più affettuoso augurio di pace, serenità e speranza per volare verso il futuro.

Buona Pasqua!

A presto…

La chiesa di San Celso: un antico seme di fede, arte e vita milanese

È stata la bella mostra “Portraits” di Francesco Diluca, a farci rivisitare la chiesa di San Celso, in corso Italia. Nell’austero spazio di questa basilica, infatti, erano “presenti” una trentina di figure realizzate in filo di ferro, rame e oro zecchino.

In queste sculture l’uomo sembra nascere da radici; farfalle, foglie e fiori diventano organi, pelle, nuova vita in un richiamo all’energia vitale della natura.

Sono immagini piuttosto forti, che spiccano, ancora di più, nello spazio vuoto e spoglio di questa chiesa, diventata, dopo i restauri, quasi una galleria d’arte.

San Celso è antichissima e, nel corso dei secoli, ha cambiato più volte aspetto. Non è facile ricostruire come fosse in origine; ha, invece, una lunga storia di leggende, fede, miracoli come fosse un seme che, piantato da Sant’Ambrogio, ha fatto crescere nel tempo fiori e frutti.

Andiamo dunque un po’ a scavare nella storia, o per chi preferisce, nella leggenda. Il 10 maggio del 395 (o 396), Ambrogio, già Vescovo di Milano, ispirato da un segno divino, trovò in questa zona i corpi dei Santi Nazaro e Celso, che avevano subito il martirio nella nostra città, sembra, nel I secolo d.C.

Questo miracoloso ritrovamento, da parte di Sant’Ambrogio, era avvenuto in un periodo di lotte teologiche tra cristiani e ariani, questi ultimi sostenuti dall’Imperatrice Giustina.
Il Vescovo diede quindi alle reliquie dei martiri una grandissima importanza come simbolo di estremo sacrificio per la fede. Sempre seguendo segnali divini, ritrovò anche i corpi di Gervaso e Protaso, che ora gli si trovano accanto nella cripta della sua basilica.

 

Le reliquie di San Nazaro riposano nella basilica a lui dedicata a Porta Romana, una delle quattro volute da Sant’Ambrogio.

Il corpo di San Celso, invece, venne ospitato in una chiesetta della quale sappiamo poco e che si trovava dove ora sorge la chiesa attuale. Sul luogo del ritrovamento, invece, venne fatto costruire da Sant’Ambrogio un piccolo muro (forse una stele o una piccola edicola) con l’immagine della Madonna col Bambino, molto venerata dai fedeli e protetta, visto che probabilmente si trovava all’aperto, da un velo.

Se le notizie riguardanti la prima chiesetta sono piuttosto scarse, sappiamo invece che nel X secolo l’Arcivescovo Landolfo da Carcano fece ampliare la chiesa di San Celso che divenne a tre navate con la facciata in stile romanico. Accanto ad essa fece costruire il bellissimo campanile, uno dei più antichi di Milano, che vediamo ancora oggi.

È conosciuto come “campanile dei sospiri” perchè il suono delle sue campane ha raccolto le speranze e le emozioni delle giovani spose milanesi che per secoli qui portavano il loro bouquet per ottenere la benedizione delle proprie nozze. Oggi questo campanile è visitabile con visita guidata.

Il 30 dicembre 1485 avvenne un miracolo. Durante una terribile pestilenza, mentre i fedeli erano riuniti in preghiera, una donna, Caterina Galanti, scorse una luce provenire dal dipinto. Tutti i fedeli, poi, videro due angeli scostare il velo e la Madonna sporgersi per benedire i presenti. Il giorno successivo la peste cominciò a calare. La notizia del miracolo si diffuse e grandi folle giunsero per pregare la Madonna. Con le offerte raccolte si iniziò la costruzione del grande santuario, Santa Maria dei Miracoli presso San Celso.

Erano, e sono, due chiese affiancate. San Celso, poi, che aveva accanto un monastero benedettino, venne rifatta una prima volta a metà del XVII secolo in stile barocco. Due secoli dopo venne rimpicciolita e accorciata creando un cortile antistante dove sono inseriti reperti di epoche diverse.

Nella facciata, rifatta in stile romanico da Luigi Canonica a metà Ottocento, sono stati inseriti il portale originale, sul quale appare un bell’affresco del XVII secolo, il rosone e gli architravi sopra le porte, risalenti, pare, al XII secolo.

L’interno è spoglio e austero. Nella grande abside semicircolare come altare c’è un sarcofago che un tempo aveva contenuto le spoglie di San Celso, ora nella chiesa adiacente di Santa Maria.

Notevoli sono l’acquasantiera in pietra e, soprattutto, la Madonna con Bambino risalente al XI secolo.

Il nostro breve itinerario continuerà andando a visitare l’adiacente chiesa di Santa Maria dei Miracoli che, con San Celso, rappresenta uno dei luoghi più venerati e artisticamente interessanti della nostra città. Il seme gettato da Sant’Ambrogio secoli fa è ancora vivo.

A presto…

Arte e gusto alla Stazione Centrale: il Mercato e la Mostra di Bansky

Non solo treni alla Stazione. I nostri quattropassi ci portano questa volta a vedere due “nuovi arrivi”: il Mercato Centrale, inaugurato il 2 settembre 2021, e la mostra dedicata al grande Bansky, aperta dal 3 dicembre 2021 al 27 febbraio 2022. Arte e gusto si incontrano in un luogo insolito, aperto a tanta gente.

The World of Bansky. Saliamo al piano binari della stazione dove si trova l’ingresso di questa mostra, situata tra la Feltrinelli e Rosso Pomodoro.

Il misterioso artista di Bristol “torna” per così dire presso i binari di una ferrovia come quella dove aveva mosso i primi passi nella street art. In questa mostra sono state ambientate e riprodotte numerose opere rese ancora più interessanti dal momento che alcuni originali sono andati perduti.

Sono tutti lavori di grande impatto visivo, che affrontano in modo provocatorio, metaforico e ironico, alcune problematiche dell’uomo contemporaneo.

Ispirandoci a questa immagine dell’artista, scendiamo a piano terra per visitare l’altra new entry: il Mercato Centrale dedicato al buon cibo e al buon bere.

Mercato Centrale, A questa “stazione” del gusto si può accedere sia dall’interno della Centrale (piano terra sulla sinistra) sia dalla via Sammartini a fianco di piazza IV Novembre.

Questa piazza, anche se offre la bella vista del Pirellone e dell’hotel Gallia, è, in realtà, un capolinea di tram e bus. La via Sammartini, inoltre, dove si fermano i pullman da/per Malpensa, evidenzia anche i tanti problemi sociali della zona, con i vicini sottopassi diventati dormitori per disperati.

Questi tunnel sono stati per molto tempo la “missione urbana” di Fratel Ettore che, negli anni Settanta, aveva creato qui un rifugio per i “barboni”: Qui, nel 1994, nacquero anche i City Angels. Due piccoli tasselli del “fare bene” di Milano.

Per realizzare il Mercato Centrale sono stati riutilizzati spazi dismessi della stazione, mantenendo inalterati gli impianti originali in un progetto di riqualificazione “urban chic” che va di moda oggi.

Il grande spazio di circa 4500 metri quadrati è suddiviso su due livelli. Sui due lunghi corridoi si aprono una trentina di botteghe artigiane del gusto.

Vi si trova di tutto: da pani speciali a dolci, dal pesce a carni pregiate, bar, birreria, enoteca… Sono presenti anche botteghe etniche con ravioli cinesi, empanadas e si può assaggiare il famoso brisket di Joe Bastianich.

Si può mangiare o fare la spesa: troviamo prodotti bio, formaggi, tartufi, piatti della tradizione ligure o fiorentina e persino un angolo per acquistare fiori.

Nel grande dehor coperto o ai diversi tavolini si può leggere e anche connettersi; esiste poi uno spazio riservato a corsi o eventi.

I prezzi sono medio-alti, anche se si deve considerare la qualità dei prodotti. Purtroppo, però, il corridoio al piano terra, peraltro piuttosto stretto, ha diversi gradini lungo il percorso che lo rendono poco agevole per chi ha valigie o difficoltà. Per accedere al Mercato è necessario il Green Pass.

Alle pareti molte immagini catturano l’attenzione in modo piacevole e divertente.

Una, però, ci ha fatto riflettere: è proprio questa l’idea che vogliono dare della nostra città o è una provocazione?

A presto…

Quattropassi nel Liberty: Villa Faccanoni Romeo, ora Casa di Cura Columbus

Abbiamo spesso parlato di Milano come di una città da scoprire, talora anche un po’ misteriosa e inquietante, che sembra quasi voglia celarsi dietro lo sfolgorio di luci, fashion week e movida. In un precedente articolo, inoltre, avevamo notato come, secondo noi, il Liberty abbia, sotto un’apparente leggerezza, diversi aspetti noir.

I quattropassi di oggi ci portano a visitare  la Casa di Cura Columbus, in via Buonarroti 48, considerata, con Palazzo Castiglioni, uno dei capolavori Liberty della nostra città, realizzato dall’architetto Giuseppe Sommaruga nel 1913. 

Venne costruita, quindi, sul finire del periodo Liberty milanese come residenza per l’ingegner Luigi Faccanoni, passando poi, nel primo dopoguerra all’ingegner Nicola Romeo, proprietario dell’Alfa Romeo.

Infine, dopo essere stata rilevata dalle suore dell’ordine fondato da Santa Francesca Cabrini, nell’immediato dopoguerra venne ampliata con un nuovo edificio diventando Casa di Cura Columbus. Il nome fu ripreso da Columbus Hospital di New York, fondato da Madre Cabrini per la cura degli immigrati nella Grande Mela.

Dall’esterno della clinica, possiamo abbracciare con lo sguardo tre edifici al top nel loro genere e tempo: una villa Liberty su tre piani, ricca di decorazioni, un ospedale all’avanguardia, con tanti balconcini, che Gio Ponti realizzò con la consulenza di un celebre chirurgo per il benessere psicofisico dei ricoverati, e lo “Storto”, grattacielo di CityLife progettato da Zaha Hadid.

Fermiamoci davanti alla facciata principale della clinica: ecco decorazioni floreali, putti che hanno poco di angelico e due colonne scure che non sorreggono il balcone, ma finiscono nel nulla.

Sopra un lampione, la famosa libellula in ferro battuto del grande Alessandro Mazzucotelli, sembra sorvegliare l’ingresso.

Infine, ci sono loro: le due statue che adornavano l’ingresso di Palazzo Castiglioni e che furono esiliate, perchè troppo provocanti, in un magazzino. Le “liberò”, ricollocandole su una facciata laterale di questa villa, l’architetto Sommaruga.

Così ora, possiamo guardare da vicino “Pace” e “Industria”, questi i nomi ufficiali. Beh, come non essere colpiti dal sorriso irriverente ed erotico dell’una e dall’abbandono quasi voluttuoso dell’altra? Ci diverte fare congetture sul perchè Pace e Industria siano state rappresentate in questo modo…

Intorno alla villa c’era un grande giardino che ora ci accoglie con un coloratissimo foliage.

Restiamo, però, stupiti nel vedere come le cancellate abbiano grosse spine di ferro battuto e intricate volute a protezione, che creano un’atmosfera un po’ sinistra, quasi da Famiglia Addams.

Non solo: qua e là, sopra i lampioni, sono appostati enormi insetti neri, libellule giganti, ragni dalle lunghe zampe, musi di animali con le fauci spalancate. Sono tutte opere di Lisander el ferrèe, come amava essere chiamato Mazzucotelli, che le aveva realizzate su disegno del Sommaruga.

Completano questa sceneggiatura inquietante nastri piatti, sempre in ferro battuto, che formano volute e intrecci, quasi magnetici serpenti e visi inquieti…, forse sono opere della nostra fantasia?

La Casa di Cura è molto conosciuta ed apprezzata e richiede, ovviamente, tutto il rispetto dovuto nel visitarla. Se, però, riuscite a fare una passeggiata nel suo giardino, sarà un’esperienza straordinaria per conoscere meglio la nostra città e ripensare allo stile Liberty milanese d’autore.

A presto…

 

Quattropassi nel Liberty: Palazzo Castiglioni

Palazzo Castiglioni, situato in corso Venezia 47, è forse il più importante e conosciuto edificio Liberty della nostra città, esempio delle profonde trasformazioni culturali e architettoniche di inizio Novecento

Si trova a circa metà dell’elegante “via delle carrozze”, così era soprannominato corso Venezia, dove abitava l’aristocrazia milanese. Nell’Ottocento era percorsa, infatti, dalle belle carrozze dei nobili che si fermavano (riuscivano a parcheggiare!) per scambiare due parole con giovani cavalieri e belle signore.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, però, i tempi stavano cambiando e tra i palazzi nobili della tradizione meneghina sorse, nel 1903, un edificio “provocatorio” ad opera di un esponente della nuova imprenditoria. Venne realizzato in puro stile Liberty e ha due facciate molto diverse tra loro, una su corso Venezia e una interna su via Marina.

Il committente era un giovane ingegnere quarantenne, Ermenegildo Castiglioni Marazzi, che aveva ricevuto nel 1896 una ingente eredità alla morte del nonno adottivo, un imprenditore partito dal nulla, grande e illuminato benefattore, amico di Giuseppe Mazzini e convinto repubblicano.

Secondo i “si dice” dell’epoca, l’ingegnere e il famoso architetto Giuseppe Sommaruga, prima di costruire il palazzo, viaggiarono per l’Europa allo scopo di scoprire personalmente le nuove tendenze e le caratteristiche innovative del Liberty. Ne nacque un edificio imponente, monumentale, ricco di decorazioni, soluzioni nuove e giochi asimmetrici, quasi un manifesto della ricchezza e dell’importanza della famiglia.

La facciata interna su via Marina, che dà sul giardino, è più leggera, fatta in mattoni rossi, vetro e ferro per le belle verande, ma purtroppo è poco visibile. Quella principale, invece, su corso Venezia, fu realizzata con un alto zoccolo in bugnato nel quale si aprono oblò di forma irregolare, chiusi da splendide grate in ferro battuto.

Nella parte superiore del palazzo diversi putti ornano le finestre piuttosto lunghe e strette; un unico balconcino, inoltre, spunta in modo asimmetrico su un lato della facciata.

Alziamo infine lo sguardo verso il cornicione in rame dove ci sono grandi api, simbolo della laboriosità della famiglia Castiglioni.

Molto scalpore suscitarono due figure femminili, che rappresentavano la Pace e l’Industria (il significato allegorico non ci è molto chiaro), poste ai lati del portone, intente a guardare all’interno della casa, mostrando il lato B ai passanti.

L’esuberanza un po’ sfacciata e irriverente di queste due figure, opera di Ernesto Bazzaro, fece soprannominare il palazzo “Ca’ di ciapp”; a ciò si aggiunsero anche le vignette del Guerin Meschino, giornale satirico dell’epoca.

Si riesce a comprendere perchè la due “cariatidi”, per desiderio dello stesso Castiglioni, vennero rimosse e il portone ridisegnato. Le statue furono poi sistemate in un magazzino prima di essere ricollocate nel 1913 alla Villa Faccanoni-Romeo (dello stesso architetto), diventata poi Casa di Cura Columbus. Un appunto sorridente: le suore che dal 1940 gestiscono la clinica non le hanno mai fatte rimuovere.

Comunque queste due statue ne ispirarono altre, sempre nel periodo Liberty: ecco le cariatidi, senza dubbio meno provocanti, di Casa Campanini, in via Bellini 11. Opera di Michele Vedani, vennero realizzate nel 1906 in cemento, e non provocarono scandalo.

Ora Palazzo Castiglioni è la sede dell’Unione Commercianti e non è facile poterlo visitare; l’interno ha subito purtroppo molti danni durante la guerra e molto venne trasformato successivamente. Per fortuna è ancora presente, tra l’altro, il famoso scalone in ferro battuto.

Se guardiamo le creazioni Liberty, può sembrare un paradosso che le linee morbide della natura, i fiori, gli animali vengano ricreati con materiali propri dell’industria come il ferro e il cemento.

Nacquero in questo modo decorazioni che si potevano produrre in serie e anche opere d’arte artigianali di grande valore artistico come quelle del Maestro Alessandro Mazzucotelli. A volte queste decorazioni hanno un fascino dark un po’ inquietante, messo in evidenza dalla luce che le attraversa o le circonda. D’altra parte Milano è sempre luci e ombre.

A presto…

 

Quattro chiacchiere semiserie tra le statue di donna della nostra città

“Hai sentito l’ultima? Si dice, con grandi bla bla, che da poco è stata inaugurata a Milano la prima statua dedicata a una donna, la Principessa Cristina Belgioioso.

E noi chi siamo? Il nostro corpo provocante aveva dato così scandalo, a inizio Novecento nel primo periodo Liberty, che ci hanno persino sfrattato dalla nostra casa, Palazzo Castiglioni, la cosiddetta Ca’ di ciapp, in corso Venezia.

Ora siamo alla clinica Columbus. Rappresentiamo la Pace e l’Industria, ma di noi tutti ricordano il nostro lato B.”

“Anche noi siamo un po’ discinte e abbiamo cambiato casa, dal ponte sul Naviglio a quello del Parco Sempione. Siamo melusine, come quella di Starbucks e abbiamo anche un cognome: le Sorelle Ghisini”.

“Ma voi siete sirenette… dicono che nella nostra città statue di donne vere non ce ne siano mai state, ma solo allegorie, figure mitologiche, come noi (le Tre Grazie di Salvatore Fiume in piazza Piemonte) …”

“Ciao, ci sono anch’io, sono Personaggio, la statua di donna in mezzo a via Vittor Pisani, scolpita da una donna, Rachele Bianchi, e mi trovo qui dal 2016.

Chi vi ha mai parlato di me? Che cosa rappresento? Ciascuno sembra dire la sua, per qualcuno sono la donna comune di Milano.. Certo che non sono una grande bellezza, però non ho le calze come le influencer di oggi”

” Anche noi siamo allegorie: siamo l’Italia Turrita (Giardini Montanelli), le Cinque Giornate (piazza Cinque Giornate), la Nuova Legge (ma forse sono stata il modello per la Statua della Libertà di New York e mi trovo sulla facciata del Duomo), il Dolore della Guerra che falcia giovani vite innocenti (Piccoli Martiri di Gorla)”

“Noi, invece, non siamo allegorie, le nostre vite erano vere e le abbiamo date anche per chi adesso neanche ci conosce, nè sa di noi. I nostri nomi di Donne Partigiane sono incisi sul monumento Fischia il Vento alla Barona.

E quante altre donne milanesi straordinarie non hanno mai avuto un monumento? Pensiamo alla Gaetana Agnesi, nata in via Pantano nel Settecento. Era coltissima, anticonformista, generosa. A scuola si studia ancora oggi un suo teorema, ha diretto con onestà la Baggina, ha vissuto con le “ultime” davvero, donne misere e considerate pazze. Le è stata dedicata una scuola, ma non ha ancora una statua nè un murale. Forse la sua modestia non è di moda?”

E poi c’è Lei, la più conosciuta che tiene accanto a sè un’alabarda come una guerriera.

Sotto di Lei ci sono schiere di donne forti e tenere come il marmo di Candoglia di cui sono fatte, che, guarda caso, è rosa.

A presto…