Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte seconda

Sono arrivate alla nostra stravagante agenzia immobiliare ancora molte richieste di case insolite.

“Viaggiatore del mondo torna a Milano e cerca una casa che gli ricordi un paese che ha visitato

Il nostro cliente, dopo tanti anni di lontananza, troverà la nostra città molto cambiata.

Il cognome Hu è più diffuso dei tradizionali Colombo o Brambilla; negozi e supermercati, ristoranti e scuole, il consueto via-vai sono lo specchio delle diverse provenienze dei nuovi milanesi, nuove molecole che si legano con le più vecchie per fare la Milano di oggi.

Questo signore ha avuto mille case e ora non ne ha nessuna. Abbiamo trovato per lui tre edifici che sembrano arrivati anch’essi da lontano.

Casa Igloo, Quartiere Maggiolina – Il Quartiere Maggiolina ha sperimentato, nei primi anni del secondo dopoguerra, una architettura molto fantasiosa; oltre le case-fungo, oggi scomparse, ci sono anche diverse casette unifamiliari a forma di igloo.

Erano state costruite per rispondere alle esigenze immediate di chi era rimasto senza casa. L’architetto Mario Cavallè le aveva progettate a ridosso della ferrovia, realizzando un quartiere di abitazioni piccole, ma ricche di poesia, quasi fiabesche dopo il periodo oscuro della guerra.

Si pensava fossero provvisorie, ma, per fortuna, sono riuscite ad evitare la demolizione e le possiamo guardare ancora oggi in mezzo ai nuovi palazzi.

Casa 770, via Poerio 35 – È una della serie di case tutte uguali sparse per il mondo.

La prima fu fatta costruire a Brooklyn al 770 di Eastern Parkway da un importante rabbino europeo, leader di un movimento religioso ebraico,  costretto a emigrare negli USA per sfuggire alle persecuzioni naziste.

la 770 di Brooklyn

Questa casa di stile fiammingo in mattoni rossi, con tre torrette dal tetto a punta, è uguale alle altre fatte costruire in seguito in vari paesi: da Montreal a Melbourne, da Sao Paulo a Gerusalemme. La nostra città è l’unica in Europa Occidentale ad averne una.

Villette stile Tudor, via Ottolini 2 e 5 – Se il nostro viaggiatore volesse una casa stile vecchia Inghilterra, potremmo proporgli due cottage molto belli.

Non sappiamo chi furono i primi proprietari: forse una famiglia di importatori di pianoforti o una signora inglese venuta ad abitare nella nostra città.

In questo piccolo angolo di Milano ci sembra di vedere in lontananza Miss Marple. Che sia un’altra cliente?

“Coniglio bianco, uscito dal cilindro di un mago, cerca casa adeguata”

Casa a tre cilindri, via Gavirate 27 – Lo spazio per costruire delle abitazioni plurifamiliari, in un quartiere giardino con severe norme edilizie e vincoli di altezza, era piuttosto irregolare e non ampio. Nacquero così, nei primi anni Sessanta, queste tre avveniristiche case a cilindro di tre piani ciascuna.

Gli appartamenti, uno per piano, sono messi a trifoglio e hanno portineria, scale e ascensore centrali in comune.

“Garibaldino cerca abitazione di rappresentanza ben custodita”

Casa Bettoni o dei Bersaglieri, corso di Porta Romana 20 – È un elegante palazzo che risale al 1865, appena dopo l’Unità d’Italia.

Sulla facciata alcuni bassorilievi rappresentano Garibaldi e Vittorio Emanuele II a cavallo; le statue più famose, però, sono quelle di due bersaglieri con tanto di fucile che fanno la guardia di fianco al portone d’ingresso.

“Amministratore di condominio cerca studio dove ricevere clienti VIP”

Ca’ di facc, piazza Baiamonti 3/5 – Questo grande palazzo di edilizia semipopolare fu costruito ai primi del Novecento.

Sulla facciata spiccano ben 51 medaglioni coi visi di personaggi famosi: da Leonardo a Raffaello, da Garibaldi a Mazzini, da Manzoni a Toscanini. All’assemblea di condominio del nostro amministratore se ne sentiranno delle belle…

Un altro cliente ci aspetta sulla più insolita e nuovissima panchina di Milano, al Verziere, accanto alla chiesa di San Bernardino alle Ossa… Quali saranno le sue richieste?

A presto…

Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte prima

Come in un incontro bello e improvviso ci siamo talvolta imbattuti, durante i nostri passipermilano, in edifici un po’ particolari. Li abbiamo via via fotografati per raccoglierli in una stravagante “vetrina immobiliare” da proporre, come in un gioco, a “clienti” fantastici e scoprire così altri angoli della nostra città.

Abbiamo scelto come ingresso di questa nostra insolita “agenzia” un portone veramente speciale, quello del Palazzo di piazza Erculea 11.

È una immagine che fa molto Milano: vecchio e nuovo accostati e conviventi. Le bombe avevano colpito pesantemente il centro cittadino e anche due antiche dimore alle spalle di corso di Porta Romana erano poco più che macerie.

C’era molto da ricostruire, perché non salvare il bel portone e una colonna d’angolo e costruirci intorno due nuovi palazzi?

Alla nostra “agenzia” sono già pervenute alcune richieste da parte di strani “clienti”, riusciremo a soddisfarle?

“Genio del Quattrocento cerca abitazione lontana dal traffico”

Cascina Bolla, via Paris Bordone 9 – Un altro intarsio tra vecchio e nuovo per abitare un antico edificio dove, si dice, abbia vissuto anche Leonardo. Dell’antico palazzo resta ben poco, ma che bello guardare le sue finestre e immaginare la vita di cinquecento anni fa.

“Cavaliere medievale cerca castello in pieno centro storico, dotato di tutti i confort moderni”

Castello Cova, via Carducci 36 – A vederlo, di fronte a Sant’Ambrogio, sembra quasi più vero di altri autentici, ma molto rimaneggiati. Questo castello “medievale” del 1915 è stato realizzato dall’architetto Adolfo Coppedè, che vi ha inserito anche doccioni a forma di animali fantastici.

Una curiosità molto milanese: la torre di questo castello ha ispirato, sembra, la Torre Velasca coi tiranti che sostengono il “fungo”… Wow!

“A proposito di funghi… Folletto cerca grattacielo in un bosco”

Case fungo e Bosco Verticale di Porta Nuova – Sono due icone dell’architettura milanese. Un tempo, nel Quartiere Maggiolina, c’erano due casette che sembravano uscite da un libro di fiabe. Non ci sono più, ma poco distante è stato costruito il pluripremiato Bosco Verticale, tra i più ammirati al mondo.

“Cercasi casa disperatamente, bella o brutta che sia, zona Repubblica”

Casa delle Rondini, via Carlo Porta 5 e Ca’ Brutta, via Moscova 12 – così vicine, così lontane… La Casa delle Rondini, voluta dal pittore Ernesto Treccani, è coperta da oltre 2000 piastrelle azzurre e nere che formano la bella immagine di un volo di rondini nel cielo.

Poco distante c’è, invece, quella che i milanesi avevano soprannominato la “Ca’ Brutta”. È una delle prime opere dell’architetto Giovanni Muzio, realizzata tra 1919 e il 1922 in uno stile nuovo, lontano da quello dei palazzi monumentali o Liberty.

“Vorrei una casa molto colorata, anzi un villino…”

Villette di via Lincoln e Villino Maria Luisa di via Tamburini 8 – Non solo “giallo Milano”; ecco alcune villette dipinte con colori accesi: sono le famose villette di via Lincoln, costruite, a fine Ottocento, per un quartiere giardino destinato a operai, artigiani e impiegati. Unifamiliari, furono le uniche a essere costruite e oggi sono molto ricercate.

Il Villino Maria Luisa, invece, è ricoperto da un mosaico azzurro e dorato. Realizzato ai primi del Novecento ha importanti ferri battuti del celebre Mazzucotelli.

“Famiglia tutta casa e lavoro nel campo dei laterizi, cerca abitazione di rappresentanza”

Casa Candiani, via Matteo Bandello 20 – La famiglia Candiani era proprietaria di una fabbrica di laterizi per edilizia e desiderava una casa campionario della propria produzione. Si affidò all’architetto Luigi Broggi che nel 1885 progettò questo palazzo, su precisa richiesta dei committenti, con decorazioni in cotto uscite dallo stabilimento. Casa e bottega: molto milanese, no?

“Gatto nero cerca palazzo stiloso da condividere”

Casa di corso Monforte 43 – Ecco una vera leccornia in questo street food immobiliare un po’ stravagante: una casa in stile Liberty con figure femminili sulla facciata. Da una finestra del seminterrato ci osserva un gatto in ferro battuto, opera, si dice, del grande Mazzucotelli.

Sembra avesse vicino un topolino sempre in ferro battuto; ora non c’è più, forse è riuscito a sfuggire…

Continua…

San Vincenzo in Prato: storia e storie di una chiesa millenaria

Poco lontano dal corso Genova, vivace e modaiolo, troviamo una chiesa millenaria dai bei mattoni rossi. È riservata e schiva, ricca di storia e di storie: San Vincenzo in Prato.

È tra le chiese più antiche di Milano, tanto che qualcuno pensa possa trattarsi addirittura della Basilica Vetus di cui parla Ambrogio alla sorella Marcellina (ricordate le Reliquie dei Magi di Brugherio?). Forse non è così. ma senz’altro testimonia come erano fatte le prime chiese milanesi.

Si affaccia su una piazzetta che sembra uscita dall’album di un’altra città. La storia di questa chiesa ha attraversato secoli e conserva diverse tracce di questo suo lungo cammino. Per scoprirla dobbiamo scendere alcuni gradini: la chiesa, infatti, si trova al di sotto dell’attuale piano stradale, a livello di quello dove sorgeva Mediolanum.

Sorse in una zona che ha visto succedersi fedi e preghiere differenti: era stata nemeton (bosco sacro) celtico, tempio di Giove, necropoli pagana e poi cristiana, chiesetta longobarda. Alcuni alberi lasciano intravedere dei reperti all’esterno della chiesa, sulla parete sinistra.

Anche all’interno ci sono elementi che arrivano dal tempo: capitelli di spoglio (origine romana e medievale) e una colonna romana che, stanca di reggere pesi gravosi , ora osserva i nuovi fedeli appoggiata alla parete di sinistra.

Infine scendiamo nella cripta di epoca romanica, posta sotto l’altare maggiore. Un tempo si diceva che qui ci fosse una fonte taumaturgica e infatti troviamo un piccolo pozzo tutto in pietra che se ne sta quasi  in disparte, ma l’acqua non sgorga più…

San Vincenzo raccoglie anche storie di altre chiese ormai distrutte. Guardiamo la Crocifissione, meglio nota come “Madonna del pianto” posta sull’altare maggiore.

Si trovava nella vicina chiesa di San Calocero (non Calogero!), demolita prima dalle bombe della seconda guerra mondiale e poi dalle scelte umane della ricostruzione.

La storia, o leggenda se preferite, racconta che nel 1519, quando Milano era ghiotta terra di conquista, la Madonna di questo dipinto abbia versato lacrime di sangue per tre giorni e tre notti. Il popolo era accorso e ciascuno le asciugava con panni da tenere con sè.

L’Arcivescovo di allora, però, mise fine a questo pellegrinaggio e fece raccogliere le lacrime in un’unica ampolla d’argento. Madornale errore: il nuovo padrone di Milano, Francesco I Re di Francia, prese il reliquiario e lo fece portare a Parigi. Avrebbe voluto portarsi via anche il Cenacolo… per fortuna era inamovibile.

Sulla navata destra di San Vincenzo troviamo anche le Madonna dell’Aiuto, un bell’affresco molto venerato nei secoli. Il volto della Vergine è giovane e quasi sbarazzino.

Da una porta sulla sinistra della chiesa si accede al Battistero ottagonale, realizzato nel 1932 dall’architetto Paolo Mezzanotte.

Vi si trova un particolare fonte battesimale ricavato dalla base di un’antica colonna dalla quale, si dice, Ambrogio abbia predicato. Una leggenda di sapore molto più familiare racconta, invece, che la pietra abbia fatto da gradino al nostro santo Patrono per salire sulla sua mula Betta cercando di sfuggire alla nomina vescovile.

Questa colonna proviene dalla chiesa di San Nazaro in Pietrasanta, demolita per realizzare via Dante. Ancora una volta Milano si rinnova ma conserva le tradizioni.

Le belle storie milanesi legate alla chiesa di San Vincenzo non finiscono qui, anzi… I decreti napoleonici la fecero sconsacrare riducendola a magazzino e caserma. Il “progresso” colpì poi pesantemente la ex-chiesa sotto gli Austriaci, tanto da farla diventare la “Casa del Mago”.

C’è poco esoterismo, però, questa volta. Infatti San Vincenzo fu venduta a privati che la utilizzarono come fabbrica di prodotti chimici. Luci, bagliori, fumi colorati e maleodoranti uscivano dalla chiesa e dal povero campanile diventato camino e ciminiera.

I milanesi, con la loro solita bonaria ironia, la chiamarono appunto la “Casa del Mago”. A questo proposito ecco alcune immagini tratte dalle opere di Luigi Conconi, un pittore della Scapigliatura milanese.

Finalmente nel 1884 la chiesa fu riscattata, riconsacrata e restaurata; il campanile venne abbattuto e rifatto.

Le bombe dalla seconda guerra mondiale, però, colpirono pesantemente tutta la zona e gli affreschi furono irrimediabilmente distrutti. Si decise allora di dipingere le pareti di bianco, così come le vediamo oggi.

L’acqua santa, la musica dei bei concerti d’organo e le luce delle candele, possiamo dire con un sorriso, sono tornate a San Vincenzo sconfiggendo i fumi e i bagliori di zolfo della vecchia Casa del Mago.

http://www.sanvincenzoinprato.it/concerti_1.htm

Il suono delle campane è tornato a diffondersi dal campanile, non più ciminiera.

A presto…

 

La Rotonda della Besana: uno spazio trasformista nel cuore di Milano

Quante cose strane ci sono nella nostra città! Abbiamo scoperto che c’è persino un folletto che vive alla Rotonda della Besana a pochi passi da piazza Cinque Giornate. Si chiama Bambilla (con la “erre” diventerebbe il cognome più DOC di Milano) ed è nato dalla fantasia e dalla penna di uno scrittore per bambini, Roberto Piumini.

Questo folletto, amico dei bambini e della natura, è nipote della Besana, una maga strana che sembra un’arancia piena di verde. Facciamo i nostri soliti quattropassi per andare a vedere questo edificio, uno dei luoghi, in realtà, più trasformisti della nostra città e, aggiungiamo, con un bel po’ di fascino dark.

Il nome non tragga in inganno. La Besana non è affatto rotonda e deve il suo “cognome” ad un patriota, prima combattente nelle Cinque Giornate, poi garibaldino, Enrico Besana, al quale è dedicata la via dove si trova il nostro edificio.

La sua costruzione risale alla fine del 1600 quando venne edificato come cimitero della vicina Ca’ Granda, ieri ospedale, oggi Università Statale.

Milano stava crescendo e la cripta dell’Ospedale non bastava più per seppellire i defunti.

In via Francesco Sforza, alle spalle della Ca’ Granda, scorreva il Naviglio Interno e si pensò di costruire un altro cimitero, il Foppone di San Michele ai Nuovi Sepolcri, al di là del corso d’acqua.

I carri con i defunti dell’Ospedale oltrepassavano la Porta della Meraviglia (non abbiamo scoperto perchè sia nota con questo nome) e, attraverso un ponte, raggiungevano il nuovo cimitero in mezzo ai campi.

Questa porta c’è ancora oggi, quasi davanti al Giardino della Guastalla, con ciò che resta del parapetto dell’antico ponte.

Una curiosità un po’ misteriosa e quindi molto milanese: perchè sulla panchetta in pietra, a sinistra della porta, è incisa una “triplice cinta”? È un simbolo arcaico diventato poi anche un gioco. Come e perchè è arrivato fin qui?

Percorrendo via San Barnaba giungiamo alla cinta muraria della Rotonda. L’andamento delle mura non è circolare e al centro si trova quella che fu la chiesa di San Michele, a croce greca, con le quattro facciate tutte uguali, sotto una cupola centrale.

Ed ecco un’altra curiosità che rende questa costruzione una tra le più esoteriche della nostra città. La chiesa, al centro del cimitero, fu progettata dall’architetto Arrigoni alla fine del 1600; egli ne orientò gli assi in direzione di due stelle particolari: a nord Deneb (costellazione del Cigno) e a sud Sirio. Il nord probabilmente indicava il punto di partenza per l’anima che doveva raggiungere il sud per essere giudicata.

Anche il Santo, cui la chiesa fu dedicata nel 1700, è ricco di significati profondamente radicati in antiche culture. San Michele era venerato, fin dall’alto Medioevo, il 29 settembre, sotto il segno della Bilancia, quando la durata del giorno e della notte si avvicinano e sono quasi in equilibrio. L’Arcangelo viene spesso raffigurato con una bilancia per pesare le anime e accompagnarle nell’aldilà.

Sulle mura della Rotonda ci sono numerose e grandi finestre che si pensava potessero mettere in contatto la città con il cimitero, la vita con la morte. Oggi invece si aprono su spazi verdi.

L’interno dell’intero edificio è molto articolato: intorno alle mura corre un bel porticato coperto, più alto rispetto al terreno.

Infatti la terra del cimitero spesso si allagava con gravi problemi igienici. Si pensò così di costruire un porticato sopraelevato, al si sotto del quale c’erano le cripte per i defunti. Ancora oggi possiamo osservare tanti “tombini”. Che fossero quelli per scendere negli ossari?

Verso la fine del Settecento il Foppone aveva esaurito i “posti” e venne abbandonato. Visse un momento di gloria col Cagnola che avrebbe voluto farne, ai primi dell’Ottocento, il Pantheon del napoleonico Regno Italico.

Nei decenni successivi, invece, la Rotonda decadde e si trasformò via via in scuderia, magazzino, lavanderia, persino in reparto per i malati di vaiolo del vicino Ospedale Maggiore, durante l’epidemia del 1870. Infine, a metà Novecento, passò al Comune di Milano che la bonificò ulteriormente facendone verde pubblico e luogo per esposizioni.

Oggi la ex-chiesa ospita il MuBa, museo per i bambini, con spazi gioco che si aprono come scatole sotto le volte, accanto ad un piccolo bar.

L’origine della chiesa di San Michele, però, è ricordata, in modo un po’ inquietante, dai piccoli teschi di pietra posti sui capitelli delle tante colonne.

Fra pochi giorni sarà Halloween e in questo spazio supertrasformista, e molto dark, sarebbe bello bere un aperitivo…

A presto…

 

Quattropassi nella Milano del “fare” di ieri e di oggi: piazza Olivetti con vista Fondazione Prada

Ci si può andare con l’autobus 65 per meglio assaporare alcuni scorci inconsueti della nostra città.

Dal ponte di corso Lodi diamo uno sguardo allo Scalo Romana, dove, tra qualche anno, sorgerà parte del Villaggio Olimpico tra grandi spazi verdi. Se l’ora lo consente, fermiamoci a guardare da lontano la Torre Prada in un incantevole tramonto milanese.

Siamo ora in largo Isarco, in una zona della vecchia Milano del “fare”, caratterizzata da fabbriche dismesse. muri sbrecciati, verde incolto e tanto lavoro, che ora sta trasformandosi in una delle più cool ed emergenti, soprattutto grazie alla presenza della Fondazione Prada.

Questa zona entra nel futuro e mette in connessione vecchio e nuovo, spazi per il lavoro di oggi e luoghi d’arte, come la Fondazione ICA (Istituto Contemporaneo per le Arti); nascono piazze accanto a fabbriche rinate e a costruzioni d’autore.

Facciamo quattropassi nella nuovissima piazza Adriano Olivetti, di fianco alla Fondazione Prada, tra via Orobia e via Adamello.

La piazza è un omaggio a Milano, città d’acqua senza mare o grande fiume, di cemento e mattoni, di lavoro e di verde, che cambia e conserva, che “fa” e ama la bellezza di ieri ma anche quella di dopodomani.

In questa grande piazza (circa 13.000 metri quadri) una vasca d’acqua quasi ferma fa pensare alle rogge, alle marcite e riflette i palazzi intorno tra ninfee galleggianti.

Una passerella in ferro (no tacco 12, non usa più!) attraversa un altro spazio d’acqua e ci porta ai palazzi dei nuovi lavori.

L’acqua e il palazzo a specchio riflettono e moltiplicano, in un rimando continuo, gli edifici intorno: la vecchia distilleria diventata Prada, le torri di Rem Koolhaas, quella bianca e avveniristica e quella d’oro, quasi per ribadirne la preziosità.

Nella piazza troviamo panchine, spazio per eventi, alberi in attesa di tante primavere per crescere, un cavallo alato, omaggio contemporaneo a quello di Leonardo, aiuole di verde ruderale.

Ad una prima occhiata la vegetazione, tipica delle nostre parti, sembra incolta, cresciuta spontaneamente e un po’ dimenticata.

L’ambientazione è opera, invece, di un paesaggista, Carlo Masera, che ha voluto ricreare un ambiente naturale di erbe e piante autoctone, da ammirare in un percorso lungo i muri perimetrali della Fondazione Prada.

E perché, prima di tornare a casa, non stupirci facendo un giro alla Fondazione stessa che, come dice un suo foglio illustrativo, “…mette in contatto arte, architettura, cinema, filosofia, design e moda, sottolineandone l’aspetto culturale…”?

Infine possiamo fermarci a gustare un buon caffè al bar Luce di Prada, dove dialogano stili diversi e, guardando le pareti e il soffitto, ci sentiamo anche un po’ in Galleria.

A presto…

La Vergine delle Rocce di Affori, una tavola tra misteri ed enigmi

La Vergine delle Rocce è uno dei quadri più belli ed enigmatici di Leonardo. Ne realizzò due versioni, la prima è esposta al Louvre, l’altra alla National Gallery di Londra.

“Nacquero” entrambe a Milano a circa venticinque anni di distanza; nella nostra città ora ne esistono due copie, poco valorizzate ma molto importanti, probabilmente realizzate in co-working da Leonardo ed altri artisti.

È possibile andare a vedere queste opere con una certa facilità; la prima riprende la versione del Louvre e si trova nella chiesa di San Michele sul Dosso, presso le Suore Orsoline di via Lanzone. L’altra, invece, è visibile ancora più liberamente, senza necessità di appuntamento, recandoci presso la Parrocchia di Santa Giustina ad Affori.

La “Vergine” di Affori riprende la seconda versione dell’opera leonardesca, quella in cui l’angelo ha riavuto le ali ed osserva la scena che si svolge nella grotta senza puntare l’indice e senza lo sguardo ammiccante che ‘guarda verso chi guarda’.

Soffermiamoci davanti alla tavola della Vergine di Santa Giustina e osserviamola anche con l’aiuto del bel libro che si trova in vendita in Parrocchia.

La tavola è più piccola e luminosa della pala di Londra e, probabilmente, venne realizzata anche da un “copittore” di Leonardo, forse quell’Ambrogio De Predis con il quale il Maestro aveva già lavorato più volte dipingendo tra l’altro anche il “Ritratto di Musico” dell’Ambrosiana.

Una indicazione sul nome dell’autore potrebbe venire dal copricapo della Vergine, dove sembrano vedersi alcune lettere dell’alfabeto: P, R, E, D. Sono una “firma” (Predis) o un riferimento a “predestinata”?

Il dipinto, che doveva rappresentare l’Immacolata Concezione, non è una copia identica all’originale. Se la osserviamo più da vicino, notiamo una serie di “novità” piuttosto intriganti, quasi una tavola da guardare con la lente o un gioco enigmistico per solleticare le nostre menti.

Iniziamo con un “cos’è” riferito a Milano. Sotto il cielo minaccioso che si intravvede dalla grotta, vediamo in lontananza un paesaggio con una chiesa, “anacronistica” rispetto alla scena. A noi, guardandola, pare la basilica di San Lorenzo, prima della ricostruzione della cupola. Sappiamo che il De Predis e lo stesso Leonardo avevano abitato non lontano dalla Basilica. C’è forse aria di casa in questo dipinto?

Un altro enigma: dietro il capo della Vergine, la roccia sembra prendere le sembianze di un volto di uomo anziano, con la lunga barba e un copricapo deja-vu. È uno scherzo della nostra immaginazione o Leonardo ha voluto far apparire il suo volto, col suo cappello, anche in questa tavola?

Ancora: sullo sfondo si vede una piccola figura sdraiata, il misterioso “dormiente”. È forse San Giuseppe e la scena riguarda la Fuga in Egitto? E cosa indica il ramo secco, dietro questa figura?

La leggenda, ripresa poi da Raffaello nello “Sposalizio della Vergine” (Pinacoteca di Brera), narra che il ramo portato da Giuseppe fosse fiorito miracolosamente per indicare, tra i diversi pretendenti, lo sposo di Maria prescelto da Dio. Perché il ramo della tavola di Affori rimane spoglio?

Altri “intrusi” da decifrare sono un uccellino e il muso, quasi nascosto, di un asinello. Sono stati dipinti con grande cura forse in un secondo momento e cosa indicano?

Anche i fiori e le piante che compaiono nella grotta sono ricchi di significati simbolici. Dipinti con cura meticolosa ci sono ranuncoli, arnica, felci, edera… Ma ecco, vicino a San Giovannino, spunta l’aquilegia, che rappresenta. tra l’altro, l’unione tra umano e divino. I due Bambini potrebbero anche rappresentare  la duplice natura di Gesù, umana e divina?

Simbolismo e natura già da allora erano un groviglio inestricabile per la mente e ancora oggi sono presenti in alcuni moderni logo di prodotti o eventi.

Abbiamo scoperto molte altre cose a proposito della “Vergine delle Rocce” e della Milano che la vide nascere. In fondo, come scrisse Leon Battista Alberti nel 1400, “bisogna che la pittura faccia pensare più di quel che lascia vedere..”

A presto…

Quattropassi ad Affori per vedere la Vergine delle Rocce

Per tuffarci nella bellezza e nel mistero di un’opera d’arte, la cui presenza è ancora oggi poco conosciuta al di fuori del quartiere,  andiamo verso la periferia nord di Milano, nella chiesa di Santa Giustina ad Affori.

La chiesa è stata edificata a metà Ottocento anche con la partecipazione attiva degli afforesi che dedicavano il proprio tempo libero alla sua costruzione.

Al suo interno, sopra il ricco altare di una cappella, è esposta una preziosa tavola raffigurante la leonardesca Vergine delle Rocce. Chi fu il grande, ma ignoto, pittore?

Viene definita “preclaris pictoris opus”. Cerchiamo una serie di indizi e notizie per scoprire questo tesoro un po’ sconosciuto della nostra città.

Questa tavola fu lasciata in eredità alla Parrocchia di Affori a metà Ottocento da un generoso benefattore, Luigi Taccioli, perchè fosse esposta alla devozione dei fedeli.

Luigi aveva comperato ad un’asta la splendida Villa Litta di Affori, che aveva visto nel tempo susseguirsi diversi e nobili proprietari.

Tra questi ci fu anche Barbara Melzi dei conti di Magenta, una nobildonna discendente da quel pittore, Francesco Melzi, che aveva ereditato dal suo Maestro, Leonardo da Vinci, gran parte delle opere rimaste.

Barbara aveva, probabilmente, portato in dote la preziosa tavola quando, nel 1683, aveva sposato Pietro Paolo Corbella, futuro marchese del feudo di Affori, che fece costruire la villa accanto ai ruderi di un’antica dimora dei Visconti risalente al 1350.

Ora questa villa e il suo parco, i cui alberi furono in parte tagliati nella seconda guerra mondiale, per “fare legna” e riscaldare le case, è di proprietà del Comune e ospita, tra l’altro, una ricca Biblioteca e saloni per eventi.

Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento a Villa Litta si teneva un vivace “salotto letterario” al quale partecipava la colta nobiltà milanese, tra cui Alessandro Manzoni e il pittore Francesco Hayez, quello del “Bacio” di Brera.

Avranno visto il quadro della Vergine custodito nella Villa? Senza dubbio sì, tanto che Hayez fece anche una perizia testamentaria nel 1853 su incarico degli eredi Taccioli.

Questa Vergine delle Rocce fu solennemente collocata nella chiesa nel maggio del 1870 e subito venne venerata dai fedeli, ma poco considerata dagli storici d’arte. Non per molto. A cavallo tra Ottocento e Novecento molti studiosi la presero in esame, quasi “sorpresi” da questa opera.

Da allora la tavola è stata esposta in diverse mostre leonardesche.

In tempi più recenti è stata anche sottoposta a indagini scientifiche dalle quali risulterebbe eseguita a più mani intorno al 1520, con aggiunte e interventi di restauro nei secoli successivi. Nel tempo ha persino cambiato un po’ le misure, forse per essere adattata alla cornice. Ora la tavola misura 86,5 per 65,5 centimetri, mentre Hayez l’aveva misurata in braccia milanesi e risultava di circa un metro per 80 centimetri, più piccola quindi delle pale esposte a Londra, a Parigi e nella milanesissima chiesa di San Michele sul Dosso.

Chi è dunque l’autore di questa “sorellina”? C’è chi parla di un’opera di Leonardo stesso (tra questi il nostro Luca Beltrami, quello che ha rifatto il Castello e piazza della Scala!), c’è chi propende per un’opera della sua scuola, chi pensa che l’autore sia Bernardino Luini. L’autore di quest’opera resta ancora oggi avvolto in una nuvola di mistero e il dipinto contiene molti altri enigmi da scoprire insieme.

A presto…  

 

Voglia di primavera nei “Cortili aperti”

La primavera tarda ad arrivare e abbiamo sentito ancora più forte il desiderio di verde e fiori intorno a noi.

Abbiamo così “colto” l’occasione, proprio come un fiore sbocciato all’improvviso in un giorno di pioggia, di visitare “The Secret Garden”, il chiostro ottocentesco delle Gallerie d’Italia, aperto al pubblico in omaggio ad Orticola, la tradizionale manifestazione di fiori e piante.

Il “Disco in forma di rosa del deserto”, opera di Arnaldo Pomodoro, è custodito da vetrate, come in un giardino d’inverno, tra profumi, cinquettii, suoni di zampilli e fruscio di foglie in una esperienza multisensoriale quasi onirica.

Accanto a questa “idea di natura” c’è, invece, il vero, bellissimo, antico giardino della casa del Manzoni.

In questo giardino, che fa parte delle Gallerie d’Italia, alcune statue di autori contemporanei si lasciano guardare come in un museo all’aperto.

Belle panchine invitano alla sosta in quest’angolo quasi segreto, vicino a via Manzoni.

Un altro evento, “Cortili Aperti”, ha permesso di varcare i portoni di palazzi storici tra corso Magenta e via Cappuccio, solitamente chiusi al pubblico.

Era aperto, eccezionalmente, anche l’antico Palazzo Borromeo nella omonima piazza.

Un placido dromedario, simbolo di pazienza e moderazione, campeggia in una cesta sopra il portone, custode di un passato memorabile.

All’interno del palazzo si aprono due cortili restaurati dopo i bombardamenti.

Nel secondo cortile un intero lato è affrescato con il ripetuto motto, “Humilitas”, dei padroni di casa, tra i quali gli Arcivescovi Carlo e Federico Borromeo.

Nei nostri quattropassi abbiamo anche scoperto, tra via Sant’Agnese e via Nirone, un piccolo giardino sempre aperto al pubblico, bellissimo anche nelle giornate piovose.

E’ intitolato ad Aristide Calderini, storico e archeologo dell’Università Cattolica.  Al centro di questo giardino una stele di Arnaldo Pomodoro è dedicata alle vittime della strada, in ricordo di una giovane vita spezzata che qui aveva trascorso ore serene coi propri amici.

Questo giardino è nato dai bombardamenti che hanno distrutto il palazzo rinascimentale dove, forse, era nato Bernardino Corio, storico milanese ai tempi di Ludovico il Moro.

Alla costruzione del palazzo, di cui rimangono alcuni resti, aveva partecipato anche il Bramante ed ora possiamo sedere tra antiche mura e prati verdi.

 

Ancora una volta basta poco per  trovare angoli nascosti e  poetici  nella nostra Milano che corre.

A presto…

Quattropassi nel Fuorisalone 2019

Da qualche giorno è terminato l’ormai tradizionale appuntamento con il Fuorisalone. È un evento imperdibile in cui Milano offre i suoi spazi al design internazionale per presentarlo ad un pubblico cosmopolita.

La nostra città, pur così ricca di arte e storia, ha sempre avuto il coraggio di vivere il presente e di pensare al futuro senza chiudersi nel ricordo di un passato pieno solo di nostalgia che non lascia spazio alle nuove idee.

Il Fuorisalone, più che mai, mostra questi aspetti di Milano che fa dialogare chiese e palazzi d’epoca, colonnati e scaloni imponenti con la creatività e il business.

La nostra città non ha una grande estensione, eppure è stato quasi impossibile rivisitarla tutta in una sola settimana per vedere vie, idee e anche luoghi quasi sempre chiusi al pubblico e aperti per ospitare il Fuorisalone.

Centro e periferie (ma sarebbe meglio dire “quartieri” per valorizzare le loro unicità) sono come le stanze di una sola grande casa vestita a festa e diventano il palcoscenico per arredi, luci, oggettistica, installazioni ed eventi che portano conoscenza, visibilità e affari alla nostra città.

Alcune installazioni sono divertenti; altre, invece, provocano e fanno discutere il pubblico.

Nei nostri quattropassi (anzi, questa volta, molti di più) abbiamo guardato con occhi nuovi luoghi consueti e provato meraviglia davanti alla loro trasformazione durante il Fuorisalone.

Non solo, però, bellezza, curiosità e svago. Il Fuorisalone ha invitato anche a riflettere su problemi ambientali e sulla ricerca di nuovi materiali, anche inaspettati, come i miceli dell’Orto Botanico.

Nel cortile d’Onore dell’Università Statale, il nostro pianeta sembra lanciare un gigantesco grido d’aiuto con migliaia di tappi di plastica ingabbiati un una rete metallica e subito pensiamo all’invasione e all’eternità dei materiali non degradabili.

Il Fuorisalone ha rivelato anche un animo green con alcune scenografiche installazioni e spazi dedicati al relax nel verde.

Anche la Rinascente ha scelto per il Fuorisalone il tema del verde. Davanti alle vetrine c’era un piccolo uliveto con alberi centenari e, nei diversi piani, erano presenti angoli di vegetazione lussureggiante e altri con animali che “sprizzano” luce. La giungla urbana non è mai stata così simpatica e divertente.

Altri animali hanno partecipato agli allestimenti del Fuorisalone.

La gigantesca “arca”, approdata all’Università Statale, li accoglierà tutti o lascerà le belve tra noi?

Tra qualche settimana Milano celebrerà Leonardo e le sue opere nella nostra città. Anche il Fuorisalone ha reso omaggio a questo protodesigner con una futuristica installazione multimediale alla sua Conca dell’Incoronata.

All’Ippodromo di San Siro, in realtà piuttosto scomodo da raggiungere, il Cavallo di Leonardo, un sogno durato oltre 500 anni, è stato riprodotto e personalizzato per ben tredici volte da artisti e designer contemporanei.

Questi cloni saranno poi esposti in varie zone della città, come se il Cavallo immaginato da Leonardo nel Rinascimento continuasse a vivere anche in questo nuovo rinascimento milanese.

A presto…

San Cristoforo, una chiesetta lungo il Naviglio – parte seconda, l’interno

Appena varcata la soglia della chiesetta di San Cristoforo, restiamo incantati di fronte a questo ambiente unico che conserva, come l’esterno, le caratteristiche delle due chiese di un tempo.

Due grandi archi, ricavati nella parete che le separava, hanno unito nel 1625 le navate delle due chiese costruite affiancate nello spazio ma a circa un secolo di distanza.

I soffitti sono diversi; l’uno, il più antico, è a cassettoni, l’altro, invece, conserva la struttura gotica a volte decorate.

Alle pareti alcune vetrate lasciano filtrare un po’ di luce. Una tra queste ci pare insolita e mostra una mano scendere da una nuvola verso un triangolo raggiato; forse è l’immagine della Provvidenza?

Preziosi affreschi fanno capolino dall’usura del tempo e sembra quasi siano loro a osservare noi, viaggiatori del terzo millennio. Ci sono opere di diverse scuole (Bergognone, Giotto, pittori lombardi, Bernardino Luini).

Non sappiamo come fossero in precedenza gli altari delle due chiese. Ora, l’unico, si trova in quella di sinistra, la più antica.

È un altare contemporaneo, essenziale, con una struttura in metallo sopra una macina in pietra che ci riporta al tema del grano che diventa Pane. Una lastra di ardesia fa da piano; è lasciata al naturale, come indicato nell’Esodo (20 : 25) “…e se fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietre tagliate…”

Il Santo a cui sono dedicate entrambe le chiese è Cristoforo, un gigante come Ercole, diventato il Patrono di chi compie un viaggio o affronta il guado della vita.

Due belle statue lignee, una per chiesa, lo raffigurano appoggiato a un bastone con Gesù Bambino sulle spalle.

Ecco, in breve, la storia di questo Santo martire raccontata da Jacopo da Varagine nel XIII secolo.

Cristoforo si era proposto di servire il più potente della Terra, oggi diremmo il potere. Era stato al servizio di un re, poi di un imperatore, persino del diavolo, dal quale, però, aveva capito che il Figlio di Dio era il più forte. Per prepararsi al Battesimo aveva scelto di abitare lungo il corso di un fiume per aiutare i viandanti a passare da una sponda all’altra.

Una notte fu svegliato da un fanciullo che gli chiese di aiutarlo ad oltrepassare il fiume. Il gigante se lo caricò sulle spalle ma, nella traversata, il bambino diventava sempre più pesante, perché portava con sé tutto il mondo.  Cristoforo si piegava dalla fatica, quasi da non farcela. Appoggiandosi ad un bastone riuscì infine ad arrivare col suo “carico” all’altra sponda e comprese di aver portato sulle spalle Gesù. Il suo bastone fiorì.

Era considerato anche il Santo che aiutava gli appestati; da qui la costruzione di un lazzaretto accanto a questa chiesa e la Cappella dei Morti, costruzione risalente alla peste manzoniana del 1600.

A questa cappella si accede oggi dalla sacrestia, attraverso un’antica porta. Al di sotto, non visitabile, c’è una cripta con sepolture anche importanti e, si dice, una galleria segreta che porta fino alla chiesa di San Lorenzo.

Altri sono i “si dice” legati a questa chiesetta: da qui sembra essere partito il gruppo dei Lombardi per la Prima Crociata, al grido di Ultreia! (Andiamo avanti, oltre) saluto usato ancora oggi da chi compie il Cammino di Santiago di Compostela.

Qui arrivò la notizia della vittoria della Lega Lombarda sul Barbarossa, nel 1176 (questa chiesa non c’era ancora, ma esisteva già la cappella sua antenata); qui Ludovico il Moro andò incontro alla sua promessa sposa, Beatrice d’Este.

Una tradizione viva ancora oggi: in questa chiesa molti giovani iniziano qui il loro viaggio insieme.

Tanti sono i viaggi e i passaggi difficili della nostra vita, perchè non fare un salto ogni tanto a San Cristoforo? A tutti un “Ultreia!” per i propri passi.

A presto …