Una moderna favola medievale: il drago dei Giardini Pubblici Montanelli

Mentre, chiusi in casa per la pandemia, cercavamo storie e leggende sul Biscione, ci siamo imbattuti in due racconti che narrano di un drago che sarebbe vissuto nel IV secolo a Porta Venezia, dove oggi ci sono i Giardini Pubblici.

Vogliamo condividerli: sono storie a lieto fine, come speriamo siano quelle di tutti noi dell’Era Covid. Gli autori sono il frate Domenicano Galvano Fiamma (1283-1344) e il superiore generale dei Gesuiti, Paolo Morigia (1525-1604), che raccontano, a secoli di distanza, la vicenda di questo drago e del valoroso cavaliere che lo sconfisse.

Si narra che, poco dopo la morte di Sant’Ambrogio, i milanesi che vivevano nei pressi della Basilica dei Profeti (poi diventata San Dionigi, della quale parleremo tra poco) erano terrorizzati dalla presenza di una mostruosa creatura che viveva in una caverna.

Questo orrendo essere col suo pestilenziale e mortifero respiro infettava i dintorni. C’era dunque un focolaio dovuto alla bestia.

Tutta la zona era “rossa”; nessuno usciva, migliaia di persone morivano e, via via, anche nella città stava arrivando il contagio. Se qualcuno, poi, si avventurava all’aperto o cercava di attaccare il mostro, veniva ucciso e divorato.

Che fare? Un antenato della nobile famiglia Visconti, Uberto, armato non tanto di ferro, quanto di “fortezza d’animo, destrezza e di ingegno, mosso dal suo naturale valore si espose a pericolo della vita per liberare la città” (P. Morigia).

Dopo due giorni di lotta, Uberto riuscì a uccidere il mostro, “prendendolo per la barba e colpendolo con una scure”: il nemico era sconfitto e il “morbo” finito. Da allora il terribile drago divenne l’emblema dei Visconti.

Ieri il drago, oggi il Covid… Certe storie non furono mai, ma in fondo accadono sempre.

Quattro parole sulla Basilica di San Dionigi

Questa è un’altra leggenda sull’origine del Biscione, ma contiene anche alcuni tasselli per ricostruire un angolo della nostra città. La storia raccontata si svolge, infatti, a Porta Venezia, nei dintorni della chiesa di San Dionigi, oggi scomparsa.

Era una delle quattro basiliche volute da Sant’Ambrogio fuori le mura della città.

Inizialmente era stata dedicata ai Santi Profeti, poi, come le altre tre basiliche, aveva assunto il nome di un Santo, in questo caso del Vescovo di Milano, Dionigi, morto in esilio in Cappadocia, il cui corpo, però, era stato fatto tornare e tumulare in questa chiesa.

Basilica dei Martiri – Sant’Ambrogio

Basilica degli Apostoli – San Nazaro

Basilica delle Vergini – San Simpliciano

Basilica dei Profeti – San Dionigi (scomparsa)

Questa zona, più o meno dove oggi sorge il Planetario, era stato da sempre un luogo sacro.

La leggenda racconta che il 13 marzo del 51 d.C. San Barnaba avesse trovato qui la pietra rotonda venerata dai Celti (che oggi vediamo ancora presso la chiesa di Santa Maria del Paradiso a Porta Vigentina) ed avesse iniziato l’evangelizzazione di Milano.

La pietra venne custodita nella Basilica di San Dionigi fino a quando la chiesa non fu demolita. Già nel 1500, devastata dai lanzichenecchi, fu fatta ricostruire dal governatore di Milano (Antonio de Leyva, antenato della Monaca di Monza), spostandola entro le nuova mura spagnole, i Bastioni di Porta Venezia.

Infine la basilica venne demolita definitivamente quando, verso la fine del 1700, gli austriaci vollero creare uno spazio verde all’interno della città, i Giardini Pubblici.

Attualmente sono in corso scavi, dove è possibile, per cercare i resti di questa antica basilica, così importante per conoscere il nostro passato.

Quando faremo di nuovo quattropassi ai Giardini Pubblici, pensiamo su quanti secoli di storia stiamo camminando.

A presto…

 

Il Biscione, simbolo di Milano, tra monumenti, storia e leggende

Il Biscione è uno dei simboli della nostra città, citato anche da Dante nel Purgatorio (… la vipera che Melanesi accampa…), eppure la sua origine resta tuttora oscura.

Non sappiamo come e quando sia giunto a Milano nè il perchè della sua immagine. Forse in questa nostra città piena di misteri, il Biscione ha trovato il posto in cui vivere, nascosto sotto un groviglio di leggende che lo proteggono.

Entriamo nelle sue spire per cercare di sciogliere qualche enigma che lo riguarda. Usciremo dalle sue fauci come Giona e Pinocchio dalla balena, o saremo inghiottiti dai suoi misteri?

Ed ecco il primo di questi enigmi: il Biscione sta inghiottendo l’uomo precipitandolo nelle sue viscere o lo sostiene mentre rinasce dal buio a braccia aperte?

Arcivescovado

Dove troviamo il Biscione a Milano? Lo andremo a cercare tra le strade e i monumenti della nostra città, anche se a volte compare quasi beffardo nella vita quotidiana.

Piazza del Duomo: la nostra ricerca non può iniziare che da qui. C’è un cucciolo strano che ci guarda sorridente, acquattato tra le foglie, accanto alla porta centrale della Cattedrale. Le sue zampe sono palmate, tipiche di un animale che vive anche sull’acqua. La nostra, d’altra parte, è terra di acque, sotterranee e di superficie. Il Biscione è forse nato qui?

Facciamo pochissimi passi e troviamo sulla porta Lombardi del Duomo (la prima a destra del portone centrale, verso piazzetta Reale) un pannello di bronzo che ci riporta ad una delle leggende sul Biscione.

Eccola: si racconta che un nobile Visconti, Ottone, era partito con 7.000 Milanesi per la Prima Crociata alla riconquista di Gerusalemme. Sotto la sue mura si svolse un epico duello all’ultimo sangue tra Ottone e un valorosissimo cavaliere saraceno, Voluce, che aveva come insegna un serpente che stava divorando un uomo dalla pelle chiara (un simbolo della cristianità?).

Il Visconti vinse e, dopo averlo ucciso, si impossessò delle armi del nemico e del suo logo, sostituendo però il cristiano con un uomo dalla pelle scura. Bonvesin de la Riva parla di un “vessillo su cui è dipinta in azzurro una biscia che inghiotte un saraceno rosso”. Se andiamo al Castello lo vediamo.

Un’immagine cruenta, da fumetto horror, si trova su una bifora della chiesa di San Marco. Qui un biscione stacca la testa a un uomo. È dunque un animale feroce?

Una “bissa” più tranquilla, e piuttosto misteriosa, si trova alla base della palma che rappresenta l’Albero della Sapienza nella chiesa di San Sepolcro.

Siamo nella cripta dove, vegliato da San Carlo Borromeo, è custodito un sarcofago che contiene un po’ di terra “santa” portata dai Crociati dalla Palestina. Si racconta che ci sia anche una ciocca di capelli della Maddalena, ma questo segreto riguarda i Templari.

Un’altra leggenda fa diventare l’immagine del Biscione quasi un ex-voto. Si narra, infatti, che un altro nobile Visconti, Azzone, si fosse accampato con il suo esercito nelle terre intorno a Pisa in una guerra contro Firenze. Durante una tregua si era tolto l’elmo e si era addormentato. Al momento di rimetterselo, vide uscire dal cimiero un vipera che, invece di attaccarlo col suo morso mortale, se andò pacificamente. Non sembra una serpe quella specie di cerchietto che ha sul capo?

Un episodio analogo era accaduto anche al Re longobardo Desiderio, che lo aveva considerato un segno di benevolenza divina, quasi un’investitura. Il Re era solito portare al collo, come amuleto, un Biscione azzurro.

Le  due leggende simili sono forse un tentativo da parte dei Visconti di creare un legame coi Longobardi e di accreditare così il loro dominio? Il Biscione è dunque simbolo di potere?

Loggia degli Osii – Piazza Mercanti

La “biscia”, però, aveva già “scelto” Milano prima delle Crociate. Era arrivata infatti all’inizio dell’anno Mille da Costantinopoli, come dono dell’Imperatore di Bisanzio al Vescovo Arnolfo. Ancora oggi la possiamo vedere nella Basilica di Sant’Ambrogio.

Come un totem, a metà della navata centrale, su una colonna, un serpente di bronzo nero, inquietante nella sua semplicità, disegna un cerchio con il suo corpo.

Risale, secondo la tradizione, ai tempi di Mosè che l’aveva forgiato di persona durante l’Esodo per salvare dalla morte chi era stato avvelenato dai morsi dei serpenti. Questa “bissa”, narra la leggenda, resterà a Milano fino al giorno del Giudizio Universale, quando prenderà vita, scenderà dalla colonna e tornerà nella Valle di Giosafat, da dove era venuta. Ci aiuterà ad uscire anche da questa pandemia?

Cesare Ligari – Pinacoteca Ambrosiana

C’è chi pensa che un’insegna con questa “bissa” fosse stata donata a Ottone Visconti in partenza per la Crociata e che, dopo la conquista di Gerusalemme, fosse stata aggiunta l’immagine del nemico vinto. Da allora il Biscione divenne l’emblema del potere, visconteo prima e sforzesco poi. La chiesa doppia dell’Incoronata, fatta costruire da Francesco Sforza e dalla moglie Bianca Maria Visconti, è il simbolo dell’unione tra le due casate sotto il segno del Biscione.

I nostri passipermilano alla ricerca del Biscione non terminano qui. C’è ancora molto da scoprire!

A presto…

Ballate d’autore per raccontare l’Ortica

L’Ortica è uno dei quartieri più “cantati” di Milano, sia per le vecchie osterie dove i clienti, tra un bicchiere di vino e l’altro, facevano musica “live” intonando cori, sia per i diversi interpreti della canzone milanese che hanno composto delle ballate ambientate in questa zona.

Prendiamo spunto da quattro di queste per raccontare, in breve, un po’ di storia dell’Ortica.

“Faceva il palo nella banda dell’Ortica” (di Enzo Jannacci) è senza dubbio la ballata più nota che ricorda questo quartiere. Il povero balordo credeva che fare il “palo” fosse realmente “el so mestee” nella sgangherata banda di cui faceva parte.

Da dove nasce il nome Ortica? Nel nome un destino, dicevano gli antichi romani. Ed ecco la spiegazione di rito ambrosiano del nome del nostro quartiere: l’Ortica era un’osteria! E la tradizione continua …

Questo strano nome appare, infatti, la prima volta in un documento del 1696 tra le carte del Monastero di Santa Radegonda a Milano per indicare l’osteria che si trovava sui terreni di un abate, Cesare Gorani. di antica e nobile famiglia.

L’origine di questo borgo era però molto più antica (VI / VII secolo d.C.) ma allora si chiamava Cavriano, come risulta nelle mappe secentesche di Claricio. Era una zona di cascine, orti e ortaglie che forse avrebbero dato il nome all’osteria e successivamente a tutto il quartiere… o viceversa.

“Hanno ammazzato il Mario in bicicletta” (di Dario Fo) “...gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica…“; un tram, il 24, anni fa collegava via Ripamonti con l’Ortica, che, nel 1923, era diventata parte del Comune di Milano, assieme a Lambrate, di cui era una frazione.

I mezzi di trasporto hanno segnato fortemente l’aspetto e la vita sociale di questo quartiere. Secoli fa ci passava la via consolare romana per Brescia; a metà dell’Ottocento fu poi costruita la ferrovia che collegava Milano con Venezia, le due capitali Lombardo-Veneto.

L’Ortica diventò via via sede di snodi ferroviari; i binari, sempre più numerosi, solcano, come rughe di espressione, il volto di questo quartiere.

La stazione, di fianco alla chiesa di San Faustino, è in disuso, ma è ancora lì in mezzo al quartiere; i muraglioni dei binari sono diventati affreschi, i sottopassi gallerie d’arte, le passerelle pedonali danno una pannellata di colore. Anche le rughe possono essere belle.

“Vincenzina e la fabbrica” (di Enzo Jannacci) Questa ballata è la colonna sonora del film di Monicelli “Romanzo popolare” (1974) girato per lo più a Sesto San Giovanni e all’Innocenti, al confine tra Lambrate e l’Ortica.

Nel dopoguerra il cuore agricolo dell’Ortica diventa industriale: sui campi crescono i capannoni della Richard Ginori e, al confine con Lambrate, quelli della Innocenti, dove è nata la mitica Lambretta.

Ci voleva più manodopera e tanta gente, come Vincenzina, ha lasciato il Sud e vede “solo la fabbrica”. È un’epoca di profondi cambiamenti sociali che investono tutti e tutto: ecco che la ragazza si toglie il foulard  (“…il foulard non si mette più…”)  e lascia i capelli liberi di muoversi.

E oggi? Le fabbriche ormai in disuso sono state trasformate in birrerie, locali, loft, abitazioni ristrutturate di grande pregio.

“La Rita de l’Ortiga” (di Nanni Svampa e Georges Brassens) è una ballata di origine francese rivista e ambientata all’Ortica.

…dopo el pont che va gio’ a l’Ortiga, dove ona volta gh’era on quaj praa, coi so’ pegor gh’era la Rita a faj pascolà…“. Giù dal cavalcavia Buccari, dove oggi ci sono altri murales, una ragazza pascolava le sue pecore attirando l’attenzione degli uomini del quartiere.

Siamo sulla via Cavriana nella zona ancora agricola dell’Ortica, dove si trova anche il centro sportivo Scarioni, nato nel 1925, sul cui muro di cinta sono immortalati tanti sportivi del Novecento.

Proseguiamo su questa via perchè ci aspetta una vera e propria sorpresa. Raggiunta la cascina Sant’Ambrogio, facciamo un tuffo nel passato così profondo che forse ci vuole una barca per non “perderci e naufragare”.

Anche qui c’è di mezzo il Barbarossa. In questa zona trovarono infatti rifugio le monache del Monastero di Santa Radegonda e sorsero cascine e una chiesa. L’abside romanica, che ancora rimane, è uno spettacolo di cui si può godere all’aperto in questi mesi di chiusura di musei e teatri.

Al suo interno, visitabile su appuntamento, ci sono dipinti murali molto deteriorati che rischiano di andare perduti.

https://artbonus.gov.it/116-8-restauro-abside-e-affresco-incoronazione-della-vergine-in-cascina-sant%E2%80%99ambrogio.html

C’è tanta voglia di fare però: la struttura, che appartiene al Comune di Milano, è stata affidata all’associazione di volontari “CasciNet” che si stanno occupando del recupero. Sono già presenti laboratori, un asilo, orti condivisi e spazi multifunzionali.

Per saperne di più:

Home

Anche sul muro di cinta della cascina è stato realizzato un murale che ben rappresenta lo spirito dell’associazione: un’ape laboriosa simbolo di natura e socialità.

A presto…

San Faustino, il santuario della Madonna delle Grazie all’Ortica

C’è una farfalla dal nome gentile di donna, Vanessa Io, che in primavera depone le uova sotto le foglie dell’ortica. Sulle sue ali sembra ci siano quattro occhi, ma quelli che vedono non sono questi.

Quando andiamo a visitare il quartiere dell’Ortica abbiamo bisogno di “più” occhi per guardarlo e capirlo meglio: i bellissimi murales contemporanei attraggono immediatamente il nostro sguardo, ma tante tracce, meno appariscenti e più nascoste, lasciano scoprire vecchie storie e le raccontano sottovoce.

Cercheremo, quindi, di conoscere l’Ortica sotto diversi punti di vista per scoprire le tante sorprese che ci riserva passo dopo passo. Iniziamo dal cuore del quartiere, la chiesetta dei Santi Faustino e Giovita, conosciuta anche come Santuario della Madonna delle Grazie.

Risale ai tempi delle lotte col Barbarossa e fu poi riaggiornata dal Cinquecento. È molto piccola (poco più di una ventina di metri di lunghezza per poco meno di dieci), ha il tetto a capanna e una semplice facciata; le fa compagnia un bel campanile del Quattrocento.

I milanesi, dopo la distruzione della nostra città da parte del Barbarossa, furono esiliati e molti trovarono rifugio in questa zona, dove già passava la via consolare romana per Brescia, città i cui Santi patroni sono appunto i Santi martiri Faustino e Giovita. Proprio oggi, 15 febbraio, si festeggia San Faustino, protettore dei single. Auguri a tutti i cuori solitari!

La chiesetta è un piccolo gioiello della nostra storia, ricca anche di qualche mistero forse non ancora del tutto svelato. L’abbiamo rivisitata qualche settimana fa accolti da un piccolo Presepe che aveva fatto il nido sull’albero davanti al sagrato.

L’interno ha un’unica navata con le piccole cappelle di San Giuseppe e della Madonna delle Grazie, un affresco di gusto bizantino realizzato non prima del XII secolo, ora circondato da una cornice dorata.

Ed eccoci al primo enigma. Nel 1979, per salvaguardalo dalle diverse infiltrazioni che lo stavano minacciando, l’affresco con la Madonna venne staccato. Sotto di esso apparve uno strano graffito, quasi un rebus o un messaggio cifrato. Esaminato da diversi studiosi, è stato interpretato come una supplica alla Vergine in “scrittura carolina”, usata a quei tempi dai monaci e, forse, anche da quel “Silanus” che sembra aver firmato l’opera. Ecco il graffito con la sua traduzione “Questa preghiera è del 12 aprile dell’anno 1182 per avere la clemenza divina”.

Furono esauditi. Infatti, con la Pace di Costanza del 1183,  il Barbarossa, già sconfitto nella battaglia di Legnano (1176), fu costretto a riconoscere la completa autonomia dei Comuni Lombardi. La chiesa dei Santi Faustino e Giovita fu chiamata da allora anche Madonna delle Grazie e divenne meta di pellegrinaggi. Quasi otto secoli dopo il Cardinale Martini, nel 1982, ha scritto, per questa chiesa, una preghiera di supplica che viene recitata il 12 di ogni mese in onore della Vergine.

Per saperne di più:

Santuario Madonna delle Grazie

L’interpretazione dei disegni di questo misterioso graffito, non esposto al pubblico, lascia molti dubbi. Secondo la versione più accreditata le immagini mostrerebbero questa zona come ricca di pesci, di cacciagione (anatre selvatiche), di acque che rendono fertile la terra, quasi un piccolo Eden. La porta sulla destra (Porta Orientale?) esprimerebbe il desiderio di tornare a Milano dopo l’esilio.

Affascinati da questo graffito, ne abbiamo guardato la foto con attenzione, ponendoci parecchie domande: perché il tratto grafico di alcuni disegni sembra così moderno?  Perché l’uomo (che potrebbe anche avere tre corna sul capo) sembra ingoiare un pesce dalla coda?  Perché le cosiddette “anatre” sono così strane, con un becco diverso da quello vero e una tiene in bocca un uccello più piccolo? Cosa rappresenta quella sorta di “S” capovolta che viene interpretata come un corso d’acqua ma che sembra nascere dal cielo sopra le montagne? Anche le date storiche non ci tornano troppo… Questo enigma non è elementare, Watson!

Anche sul lato destro della navata c’è un dipinto poco tradizionale.

Sotto l’affresco del Cristo che porta la Croce, vediamo un “Ecce Homo” (quindi prima della Crocifissione) che ha già i segni dei chiodi sulle mani. Forse un prequel artistico?

La chiesa ha altri affreschi, purtroppo gravemente deteriorati ma molto interessanti, alcuni dei quali attribuiti alla scuola leonardesca con l’influenza di altri big come Cesare da Sesto, Bernardino Luini  e Bramantino.

Lasciando questa chiesa per andare a visitare la zona sud dell’Ortica, oltrepassando la ferrovia e la strada principale, ci siamo ricordati della leggenda secondo la quale esisterebbe un passaggio sotterraneo segreto, “el passagg scappapret” che avrebbe collegato San Faustino con l’oratorio di Sant’Ambrogio nella cascina omonima, sulla strada Cavriana.

Sarebbe una bella scorciatoia, ma per questa volta, restiamo all’aperto, tanto è una bella giornata!

A presto…

 

 

Vecchio e nuovo si incontrano all’Ortica: il quartiere museo

Nell’immaginario comune, Milano è vista come la città del fashion (moda e design), della nuova architettura, dell’innovazione nei diversi campi, delle tante opportunità. C’è molto di vero… Ecco alcuni esempi, molto differenti tra loro, che confermano o ci spingono in questa direzione.

scheggia – Porta Nuova

piazzale Loreto

piazza Resistenza Partigiana

piazza Resistenza Partigiana

Molti di noi milanesi, però, amano leggere o rileggere anche le “pagine” meno conosciute della nostra città che, come un libro, lascia scoprire a poco a poco una trama ricca di tanti capitoli e mille personaggi.

Ora che la pandemia ci ha tolto così tanto, coltiviamo la nostra resilienza andando a vedere l’Ortica, un quartiere che ha saputo affrontare le sue difficoltà in modo creativa e vitale.

L’Ortica è oggi conosciuta come quartiere museo per i suoi murales colorati  dipinti su anonimi muri che si trasformano in “gallerie” da vedere.

La street art è ormai riconosciuta come elemento per rigenerare spazi urbani “invecchiati” e il progetto Or.Me. (Ortica Memoria) ha fatto di questo quartiere uno dei più importanti in Europa per la riqualificazione delle periferie con i murales d’autore. Ecco una delle loro opere “firmata”.

https://www.raicultura.it/arte/articoli/2020/01/Un-nuovo-museo-permanente-di-street-art-a-Milano-726f097e-503d-42c9-94e9-102d85fca0c8.html

I murales sono stati realizzati nell’ultimo decennio su facciate di edifici, muri di cinta, cavalcavia e sottopassaggi ferroviari dagli street artists “Ortica Noodles” con la partecipazione anche di studenti e abitanti della zona.

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_novembre_20/noi-orticanoodles-maestri-dell-arte-strada-che-abbiamo-dipinto-maxi-murales-la-musica-mondo-942f6c8a-ec96-11e8-9cc0-d189758894d5.shtml

Camminando per l’Ortica, guardiamoci intorno: colori e immagini riempiono il quartiere parlando di cultura, impegno civile, temi sociali, sport.

Molto bello è il murale realizzato sulla facciata della scuola di via Trentacoste, dedicato alle donne che hanno fatto grande la Milano del Novecento.

Tra queste c’è anche la nostra Alessandrina Ravizza, alla quale è stato dedicato il parco omonimo, uno dei Giardini delle Donne, monumento vivo alla capacità rosa di generare non solo figli.

Vicino a questa scuola il verde è stato “riqualificato”. In via San Faustino è stato da poco realizzato un giardino condiviso e curato da diverse associazioni del quartiere. Un angolo verde in divenire, dove sarà bello, speriamo presto, sostare durante il nostro giro alla scoperta dell’Ortica.

La facciata di una casa del centro storico del quartiere è affrescata con un tripudio di fiori e piante che ci riporta a “orti”, origine del nome di questo territorio.

Infine, continuando i nostri quattopassi, andiamo in via Pitteri, appena prima della caserma e del complesso dei Martinitt, altra istituzione nel cuore di tutti noi, che ha permesso a grandi personaggi come Angelo Rizzoli, Leonardo Del Vecchio e Edoardo Bianchi (quello delle biciclette!) di studiare e porre le basi per il loro lavoro… e con quale successo. Ora è un campus universitario.

Sulla facciata laterale di un edificio ci appare improvvisamente una navata del Duomo. E’ in scala 1 a 2 e misura 23 metri di altezza contro i 46 di quella della nostra cattedrale.

In questo nuovo progetto di murales verranno dipinte anche guglie, vetrate e statue. La prima non poteva essere che Lei: la Madunina, grande e quasi moltiplicata in fasce verticali per espandersi e proteggere ancora di più la nostra città.

Un muro di cinta unisce i due murales e fa, per così dire, da copertina al  Fashion Factory Hub di Martino Midali. Moda e cultura vanno ancora una volta a braccetto.

Un tempo chi viveva all’Ortica diceva, prima di prendere il tram per andare in centro, “vado a Milano”. Ora ci sono anche visite guidate per andare a vedere questo vecchio e, nello stesso tempo, “nuovo” quartiere della città.

Ecco dove si trovano i murales:
via CavrianaAntifascisti e deportati; Sport
via OrticaLavoro e movimenti dei lavoratoriOrti dell’Ortica
via San Faustino –  Movimento cooperativo milanese; Musica popolare; Human, sulle orme dei migranti
via PitteriDuomo e Madonnina dell’Ortica
via TrentacosteDonne che hanno fatto grande il ‘900
via Rosso di San SecondoLegalità

All’Ortica, però, non ci sono solo i murales da vedere… Vi aspetto!

sottopasso via S. Faustino

In questo quartiere ci sono pagine che raccontano oltre mille anni di storia, dal Barbarossa alla peste, da una economia agricola a una industriale con le relative trasformazioni urbane e sociali. E poi un pizzico di mistero potrebbe mai mancare parlando di Milano?

A presto…

Una chiesetta antica in un quartiere sul Naviglio Pavese

La visita alla chiesetta che dà il nome al quartiere Chiesa Rossa, sul Naviglio Pavese, è stata per noi l’ultima prima del lockdown. La proponiamo adesso come augurio che questo periodo finalmente finisca e si possa andare a rivederla, magari con le luci del Natale. L’ingresso è in via San Domenico Savio.

Il titolo di questa chiesetta, fatta di mattoni a vista secondo la tradizione lombarda, è “Santa Maria alla Fonte”, anche se è chiamata comunemente anch’essa Chiesa Rossa, come quella antichissima di Crescenzago e la più nuova di via Montegani.

Più bassa della sede stradale che fiancheggia gli argini del Naviglio, sembra appartenere a due mondi diversi: la parte più alta si affaccia su una strada trafficata, poco lontano dai palazzoni del quartiere cresciutole accanto. La nostra chiesetta li sembra guardare con affetto come una nonna che si trova davanti ai nipoti diventati ormai molto più alti di lei.

La parte che invece si trova più in basso della strada ci riporta all’ambiente agricolo com’era un tempo.

Ora accanto alla chiesetta c’è un bel parco, l’antica stalla è diventata una biblioteca e i vecchi cascinali  luoghi di incontro per gli abitanti del quartiere.

In questa fotografia si può vedere come negli anni Cinquanta questa chiesa fosse stata divisa in altezza da un pavimento: al piano strada entravano i fedeli, mentre la parte al di sotto era diventata un magazzino. Oggi è tornata come prima.

La storia di questa chiesa inizia molto tempo fa. Il primo documento ufficiale che testimonia la sua presenza risale all’anno 998 quando viene citata come “Basilica Santa Maria ad Fonticulum”, per la presenza di rogge e fontanili che oggi sono ricordati da una fontana alimentata da piccoli “canali”.

Durante i restauri degli anni Sessanta, prima, e di inizio 2000 poi, sono però venuti alla luce reperti di epoca romana che hanno fatto pensare come in realtà la chiesetta sia sorta sopra i resti di una “domus”. Durante gli scavi è stata trovata, tra l’altro, anche la testa di una statua che raffigura probabilmente l’Imperatore Tiberio.

All’ingresso della chiesa alcuni pannelli raccontano la sua storia e i ritrovamenti avvenuti; verso l’altare, da alcune lastre di cristallo sul pavimento, possiamo vedere i resti di mosaici romani e longobardi. Purtroppo le nostre foto non sono chiarissime e sembrano un invito ad andare di persona a vederli.

Questa chiesetta ha vissuto la storia di Milano e ha visto passare tra gli altri il Barbarossa, i Visconti, gli Sforza. Ora è affidata ai Frati Cappuccini, che hanno raccontato arte e storia di Chiesa Rossa.

Probabilmente tutto l’interno era un tempo affrescato con opere anche della scuola di Giotto. Oggi non rimane molto: da alcune foto possiamo confrontare ieri e oggi, ma il fascino antico e la spiritualità di questo luogo restano intatti.

Anche all’esterno possiamo mettere a confronto ieri e oggi.

Sulla facciata appare un riquadro bianco dove, prima, c’era un bel dipinto accoglieva i fedeli.

Uguali nel tempo sono rimasti invece il campanile incompiuto e la campanella sulla sommità del tetto che sembra calamitare i nostri occhi e i nostri passi verso questo luogo antico e ancora vivo.

http://www.santamaria-allafonte.it/rilievi-archeologici

http://www.santamaria-allafonte.it/nuova-pagina

https://www.mumi-ecomuseo.it/infodiscs/view/16

A presto…

 

 

La storia della “Senavra” raccontata nella notte di Halloween

“…Datemi una moneta… Mi avete sentito arrivare col piede caprino che rintocca i miei passi? Datemi una moneta per andarvene senza di me, datemi una moneta che questa sera vi racconto una storia…

Vi piace questa zona? È bella e siete tanti ad abitarla, ma un tempo quello che ora voi chiamate corso XXII Marzo era una strada di lattai, piena di campi e di piccoli corsi d’acqua melmosi. Riuscire a ritrovarlo in queste vecchie cartine?

Fermatevi a guardare questa chiesa, all’altezza del numero 50 del corso. Cosa leggete sulla facciata di mattoncini rossi? “Senavra”… strano nome davvero.

Chi sono io? Sono un “si dice”, un fantasma che chiede una moneta per lasciarvi in pace, sono il prezzo per farvi tornare alle paure delle vostre vite.

Vedete il lungo edificio che continua la chiesa?

Quante volte è stato rimaneggiato e ha cambiato pelle e cuore: è stato una villa fuori città al tempo di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano (XVI secolo), poi è diventato lo splendido edificio, la “Scenam Auream” dove i Gesuiti si ritiravano in preghiera (dalla fine del XVII secolo).

Sul muro di cinta avevano fatto dipingere un albero di senape con le parole della parabola evangelica (da un granello di senape, la più piccola tra tutte le verdure, nascerà un albero…).

Potrebbe essere nato da qui il nome Senavra, la senape nel nostro dialetto, oppure viene da Scenam Auream. Forse, invece, ha un’origine di dolore e morte: qui intorno c’erano paludi e una di queste, Sinus Averanus, aveva inghiottito per sempre Frontone, Arcivescovo di Milano del VI secolo, oppositore del Papa.

Voi festeggiate Halloween, vi divertite della paura. Volete provare brividi di terrore? Tornate con me nei corridoi della Senavra di un tempo…

Dopo che i Gesuiti furono cacciati (1773), questa divenne la “casa” dei malati di mente. Un ospedale voluto (1781) da Maria Teresa per ricoverare chi era detto pazzo dai parenti, da un parroco, da un anonimo nemico … Insieme a loro era rinchiuso chi era “diverso”, solo, orfano o chi la pensava in modo sgradito ai potenti.

Urla, risate senza gioia, bestemmie, pianti… E come cura, catene, docce gelate, salassi, purghe, clisteri, bastonate… Anche qui veniva talvolta qualche angelo come il dottor Andrea Verga o Gaetana Agnesi che si occupava di donne disperate. Ma l’inferno era qui e la morte il paradiso.

Questo ospedale era diventato troppo piccolo e si trovava tra gente che voleva abitare tranquilla senza vedere nè sapere. Ci portarono altrove, fuori città (Ospedale di Mombello, seconda metà ‘800); e la Senavra? Vi entrò la solitudine, l’abbandono, come se il dolore avesse bisogno di tempo per affievolirsi e svanire. Divenne un ricovero per  gli anziani, poi per gli sfrattati dopo la pazzia di una vostra guerra.

Ora, se passate di qui, trovate preghiere, assistenza e aiuto perchè la Senavra (negli anni Sessanta) ha ancora una volta cambiato pelle e cuore ed è diventata una chiesa.

Io abito ancora in queste strade e ora che, nella notte di Halloween, vi ho raccontato la storia della Senavra, datemi una moneta o…

A presto…

 

Chiesa Rossa: la luce e i colori diventano arte

In una zona di periferia, molto viva ed attiva, ma considerata di una certa criticità, si trova una delle chiese non ancora centenarie della nostra città, quasi una collezione di arte contemporanea: Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, o, più semplicemente, Chiesa Rossa.

Fu iniziata negli anni Venti del Novecento per diventare la parrocchia del quartiere di edilizia popolare che si stava costruendo per le famiglie baraccate del Ticinese, intorno a via Neera.

Il quartiere era stato chiamato “28 ottobre” per ricordare la marcia su Roma, ma subito era diventato la “Baia del Re”, la “Kings Bay” come l’ultimo avamposto che il generale Umberto Nobile aveva lasciato prima di puntare con il suo dirigibile verso le lande desolate del Polo Nord.

Questo quartiere, che si trova nella zona sud di Milano, è noto anche come “Stadera”. Abbiamo scavato un po’ e trovato una mappa del 1600 disegnata da G.B. Clarici (o Claricio), dove sono indicate alcune cascine, tra cui, appunto, una chiamata Stadera (forse per la presenza di una pesa).

Probabilmente, quindi, questo quartiere prende il nome da un’antica zona rurale, così come il nome “Chiesa Rossa” deriva da una piccola chiesa dell’anno Mille che andremo a scoprire facendo presto altri quattropassi.

Torniamo alla chiesa che si affaccia su via Montegani. Iniziata dall’ingegner Franco della Porta, fu completata poi dall’architetto Giovanni Muzio (quello della Ca’ Brutta!), esponente del movimento artistico “Novecento” e autore di numerosi importanti edifici milanesi e non.

La chiesa venne inaugurata dall’Arcivescovo Ildefonso Schuster nel 1932 e dedicata a Santa Maria Annunciata. La facciata era molto più semplice di quella attuale, col grande pronao, che venne ultimata nel 1960 e benedetta dal cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI. Il mattone rosso a vista è il filo conduttore del sobrio e severo edificio. Grandi finestre illuminano l’interno a croce latina.

Nel battistero, ottagonale come da tradizione, c’è un’opera di Giacomo Manzù; mentre la cappella, dedicata a Maria, è rivestita in marmo, sembra contro il desiderio dello stesso Muzio. La statua della Madonna è stata realizzata da uno scultore di Ortisei, Giacomo Munster.

Spettacolare è il pavimento della chiesa, sempre progettato dall’architetto Muzio, con insoliti inserti, disegni e colori.

Il quartiere, nella seconda metà del secolo scorso, stava attraversando momenti critici, soffocato dalle difficoltà di chi ci viveva. Negli anni Ottanta il parroco della chiesa, don Giulio Greco, cercò di dare un po’ di respiro e di portare un po’ di luce e di speranza nella sua comunità.

Durante una gita a Varese, con alcuni fedeli, esperti collezionisti d’arte, “incontrò” un’opera che l’artista minimalista americano, Dan Flavin, aveva realizzato in memoria del fratello gemello morto in una imboscata durate la guerra del Vietnam.

L’artista americano utilizzava per le sue opere solo tubi al neon facendo diventare scultura, quasi materia, la luce e il colore.

Il parroco scrisse una lettera a Flavin chiedendogli un progetto per Santa Maria Annunciata. Non fu un’impresa facile. Flavin era malato e in più nutriva una profonda ostilità verso la Chiesa, forse perchè  era stato costretto dai genitori a studiare in seminario. Alla fine, però, venne convinto ad illuminare di speranza la lontana chiesa milanese, lavorando solo su un modellino di legno. “Sarà il mio testamento”, disse, e infatti la sua opera venne inaugurata il 30 novembre 1996, esattamente un anno dopo la morte dell’artista.

A questo progetto collaborarono anche diversi mecenati, fra cui la Fondazione Prada che ancora oggi continua a contribuire concretamente. L’interno di Santa Maria Annunciata è illuminato da tubi al neon di luce fluorescente che ridefiniscono gli spazi, ma non solo.

L’autore sosteneva che non ci fosse niente di mistico e di spirituale nella sua opera che è “quello che è e nient’altro”. Alcuni vedono, però, nei diversi colori l’alternarsi del giorno e della notte, dall’alba al crepuscolo; altri, invece, la Passione di Cristo, la sua gloria in un cielo azzurro come quello delle antiche chiese.

Sopra l’altare si trova un’opera di Pino Pedano: un cerchio in legno di pioppo che simboleggia l’Eucarestia. Dello stesso autore, all’esterno, c’è una fusione con il volto di Padre Pio, che sembra sorridere alla gente che passa.

Lo scorso Natale ci siamo fermati davanti al bel presepe della chiesa. Era ambientato tra le case del quartiere e sullo sfondo un tram arrivava dal centro città.

Se le antiche vetrate portavano i colori della luce all’interno delle cattedrali, in Chiesa Rossa è la luce della chiesa che esce all’esterno e ci chiama.

Se ancora non ci è possibile andare di persona a visitarla, possiamo cominciare a guardare queste belle immagini.

A presto…

I giardini delle donne: la Guastalla

Creato a metà Cinquecento da una donna per giovani donne in difficoltà, è il giardino in rosa più antico e bello di Milano; si trova in via Francesco Sforza, a due passi dall’Università Statale e dal Policlinico.

Questo giardino faceva parte del Collegio della Guastalla, un educandato per ragazze nobili ma povere, fondato nel 1557 dalla contessa Ludovica Torelli.

Chi era questa donna, figura forse poco nota nella storia milanese?

Erede del ricco feudo di Guastalla, dopo essere rimasta vedova in giovane età per ben due volte e aver perso l’unico figlio, aveva deciso di “vendere” la propria contea al Governatore di Milano Ferrante I Gonzaga, discendente di Isabella d’Este.

Questa scelta fu profondamente osteggiata dai parenti di Ludovica che, dopo averle ucciso il secondo marito, tentarono di assassinare anche lei. La contessa, però, tagliò col suo passato e si trasferì nella nostra città con le proprie immense ricchezze, accolta e onorata dai potenti.

Profondamente religiosa, strinse un forte legame spirituale con Antonio Maria Zaccaria, medico-sacerdote, fondatore dell’Ordine dei Barnabiti, che è sepolto nella chiesa dei Santi Paolo e Barnaba, accanto al giardino.

Ludovica volle dedicarsi in modo particolare alle donne in difficoltà. Creò il convento delle Angeliche che, per la prima volta nella storia degli ordini monastici femminili, non erano vincolate alla clausura, ma svolgevano il proprio apostolato e la propria attività di aiuto tra la gente. Oggi resta solo la chiesa sconsacrata di San Paolo Converso in corso Italia.

Queste scelte, molto avanzate per l’epoca, portarono a ben due processi per eresia e all’obbligo di clausura per le Angeliche, presso le quali alloggiava anche Ludovica. Avvertita appena in tempo, la contessa se ne andò di nascosto dal convento e riuscì a mantenere stato laico e libertà. Proprio da questa “fuga” nacque, nel 1557, il Collegio della Guastalla.

Ancora una volta Ludovica penso all’educazione femminile. Le educande potevano rimanere tra i 10 e i 22 anni di età, ricevere una buona educazione e, al termine, anche una dote in denaro per poter scegliere liberamente il proprio futuro. Un piccolo, grande passo verso l’autonomia femminile del tempo se pensiamo alla storia della Monaca di Monza di poco successiva.

La vicenda di Ludovica ci permette di conoscere alcuni spazi della nostra città che fanno parte del nostro contesto quotidiano. Così, al numero 6 di via Guastalla, troviamo ancora oggi l’antico edificio del Collegio, che oggi ospita gli uffici del Giudice di Pace e dell’Avvocatura.

Il grande complesso è stato ovviamente rimaneggiato nel tempo. Intorno ad esso si trova il grande giardino del quale possiamo godere anche oggi.

Al suo interno alberi importanti “etichettati”, siepi, fiori, angoli romantici e soprattutto la splendida peschiera barocca del Seicento.

Era stata costruita sopra un laghetto (in via Francesco Sforza scorreva il Naviglio) per l’allevamento di pesci che servivano per il vitto delle giovani allieve. Ora è il punto focale di tutto il giardino che, però, ha altri angoli ricchi di suggestione.

Una finta grotta protegge Maria Maddalena assistita dagli angeli, un bellissimo gruppo in cotto e stucco che meriterebbe ben più attenzione e rispetto da parte di tutti.

Sul lato opposto troviamo un tempietto neoclassico del Cagnola, che ospita una ninfa mutilata dai vandali.

Nel giardino ci sono spazi gioco per bambini ed aree per cani, ma è soprattutto l’atmosfera romantica che ne fa uno spazio bellissimo, frequentato in ogni stagione.

L’antico muro di cinta è stato sostituito da una bella cancellata quando il giardino passò al Comune di Milano che lo aprì al pubblico nel 1938.

Il Collegio venne spostato a Monza San Fruttuoso, dopo cinquecento anni di sede milanese. Infatti la lungimirante Ludovica, alla sua morte, aveva lasciato questa sua creatura allo Stato e alla guida spirituale dei Gesuiti di San Fedele. L’educandato, quindi, sotto le protezioni governative era riuscito a passare indenne anche dalle riforme austriache e dalle soppressioni napoleoniche.

Usciti dal parco, andiamo verso via Guastalla per guardare quasi di fronte alla chiesa la fontana con una testa leonina proveniente dall’antico Palazzo Marino (peccato che l’acqua non ci sia).

Un’altra curiosità si trova, dopo la Sinagoga, al numero 15 della via. Davanti ad un moderno condominio signorile, c’è uno strano portale del XVI secolo di origine napoletana.

Un po’ stupiti guardiamo due Satiri, il dio Pan, Adamo ed Eva con una serie di immagini mitologiche e con una scritta latina: Aqua vivimus, ut vivas vigila (di acqua viviamo, per vivere vigila), che sembra di grande attualità anche oggi.

Con un sorriso pensiamo a quanta strada abbia fatto questo eccentrico portale per giungere a Milano. Ancora una volte nella nostra città le pietre si spostano

A presto…

I giardini delle donne: spazi verdi con sfumature rosa

Non sono molte le strade di Milano dedicate alle donne. E i monumenti? Nemmeno uno, se si escludono diverse statue femminili allegoriche. Da qualche tempo, però, alcuni giardini hanno il nome di donne celebri. Andiamo a fare quattropassi dove il rosa  sfuma nel verde.

Due tra “i giardini delle donne” sono grandi e di più vecchia data: la Guastalla (ne parleremo tra qualche settimana) e il Ravizza; altri sono invece spazi più nuovi dove il verde si è conquistato piccole aree trascurate o qualche angolo tra le case o vicino a edifici storici.

Le donne a cui sono state dedicate queste memorie verdi e vive hanno avuto storie diverse: c’è chi ha dato la vita per il proprio impegno, come Lea Garofalo e Anna Politkovskaja, o chi ha lasciato un segno nell’arte e nella cultura.

Così possiamo passeggiare nel giardino Camilla Cederna, accanto all’Università Statale di via Festa del Perdono e goderci un po’ di verde alle spalle di via Larga tra la Ca’ Granda e la bella chiesa di San Nazaro, in un angolo ricco di storia e di fascino un po’ bohemienne.

Ad una grande giornalista, Oriana Fallaci, è dedicato un bel giardino in via Quadronno con diversi spazi gioco  e qui, perché no?, possiamo fermarci a rileggere qualche intensa pagina della scrittrice.

Quasi a prolungarne il verde, su questo giardino si affacciano bei palazzi d’autore, con i loro terrazzini ricchi di vegetazione, quasi precursori del pluripremiato Bosco Verticale.

Un altro giardino in rosa è quello dedicato a Renata Tebaldi, di fronte alla chiesa di Santa Maria Segreta. È un giardino tranquillo dove si può sostare un momento dopo aver fatto visita all’Angelo meteorologo della chiesa o essere andati a vedere il vicino Villino Maria Luisa, tutto oro e azzurro.

In queste giornate calde, possiamo cercare un po’ d’ombra anche al Parco Ravizza, un’ isola verde vicino alla Bocconi, che offre tanto spazio a chi vuole stendersi al sole o riposare all’ombra, magari per studiare.

Fu realizzato all’inizio del secolo scorso, in una zona agricola in via di urbanizzazione; frequentato in ogni stagione, anche da chi fa jogging, è ricco di spazi verdi, di aree gioco e di recinti per gli amici a quattro zampe.

È conosciuto come “il Ravizza”, al maschile, ma è dedicato a una donna straordinaria: Alessandrina Ravizza. Chi era questa donna grassoccia e un po’ dimessa, con una grande fronte spaziosa che era l’immagine della sua mente e del suo cuore grandi e aperti?

Era nata in Russia, nel 1846, da madre tedesca e da padre italiano, un patriota esule dopo le guerre napoleoniche. Cresciuta in un ambiente cosmopolita, conosceva ben otto lingue.

Giunta a Milano per accompagnare la sorella che doveva studiare al Conservatorio, sposò l’ingegnere Giuseppe Ravizza, del quale portò sempre il cognome, ed entrò in contatto con alcune donne, fra cui Anna Kuliscioff, in prima linea per l’emancipazione femminile e l’impegno sociale.

Il “suo” parco è un po’ come l’opera della Ravizza. Alessandrina, infatti,  fece crescere, come dice Ada Negri, una “foresta spessa e viva” di istituzioni che contribuirono a fare grande Milano, sia pure negli anni difficili a cavallo dei due secoli.

Alessandrina Ravizza seminò e curò le radici di molti “alberi”: le Cucine Economiche, la Casa di Lavoro per Disoccupati, l’Ospedale Sifiloiatrico per madri e bambini ammalati. Promosse inoltre corsi di formazione professionale e diede vita all’Università Popolare di Milano.

Per la Ravizza erano fondamentali la solidarietà e la cultura per raggiungere un reale progresso sociale senza il rischio di solo assistenzialismo. E questi sono i valori della Milano più autentica, validi ancora oggi.

Passeggiando per questo bel parco milanese, senza barriere e generoso di zone di sole e di ombre come la vita, e di una vegetazione ricca e diversa, abbiamo pensato al rosa intenso di Alessandrina Ravizza che non “processò mai la vita, ma la difese e la incoraggiò in ogni singola manifestazione” (Ada Negri).

Qui il verde si è davvero tinto di rosa.

A presto…