I giardini delle donne: spazi verdi con sfumature rosa

Non sono molte le strade di Milano dedicate alle donne. E i monumenti? Nemmeno uno, se si escludono diverse statue femminili allegoriche. Da qualche tempo, però, alcuni giardini hanno il nome di donne celebri. Andiamo a fare quattropassi dove il rosa  sfuma nel verde.

Due tra “i giardini delle donne” sono grandi e di più vecchia data: la Guastalla (ne parleremo tra qualche settimana) e il Ravizza; altri sono invece spazi più nuovi dove il verde si è conquistato piccole aree trascurate o qualche angolo tra le case o vicino a edifici storici.

Le donne a cui sono state dedicate queste memorie verdi e vive hanno avuto storie diverse: c’è chi ha dato la vita per il proprio impegno, come Lea Garofalo e Anna Politkovskaja, o chi ha lasciato un segno nell’arte e nella cultura.

Così possiamo passeggiare nel giardino Camilla Cederna, accanto all’Università Statale di via Festa del Perdono e goderci un po’ di verde alle spalle di via Larga tra la Ca’ Granda e la bella chiesa di San Nazaro, in un angolo ricco di storia e di fascino un po’ bohemienne.

Ad una grande giornalista, Oriana Fallaci, è dedicato un bel giardino in via Quadronno con diversi spazi gioco  e qui, perché no?, possiamo fermarci a rileggere qualche intensa pagina della scrittrice.

Quasi a prolungarne il verde, su questo giardino si affacciano bei palazzi d’autore, con i loro terrazzini ricchi di vegetazione, quasi precursori del pluripremiato Bosco Verticale.

Un altro giardino in rosa è quello dedicato a Renata Tebaldi, di fronte alla chiesa di Santa Maria Segreta. È un giardino tranquillo dove si può sostare un momento dopo aver fatto visita all’Angelo meteorologo della chiesa o essere andati a vedere il vicino Villino Maria Luisa, tutto oro e azzurro.

In queste giornate calde, possiamo cercare un po’ d’ombra anche al Parco Ravizza, un’ isola verde vicino alla Bocconi, che offre tanto spazio a chi vuole stendersi al sole o riposare all’ombra, magari per studiare.

Fu realizzato all’inizio del secolo scorso, in una zona agricola in via di urbanizzazione; frequentato in ogni stagione, anche da chi fa jogging, è ricco di spazi verdi, di aree gioco e di recinti per gli amici a quattro zampe.

È conosciuto come “il Ravizza”, al maschile, ma è dedicato a una donna straordinaria: Alessandrina Ravizza. Chi era questa donna grassoccia e un po’ dimessa, con una grande fronte spaziosa che era l’immagine della sua mente e del suo cuore grandi e aperti?

Era nata in Russia, nel 1846, da madre tedesca e da padre italiano, un patriota esule dopo le guerre napoleoniche. Cresciuta in un ambiente cosmopolita, conosceva ben otto lingue.

Giunta a Milano per accompagnare la sorella che doveva studiare al Conservatorio, sposò l’ingegnere Giuseppe Ravizza, del quale portò sempre il cognome, ed entrò in contatto con alcune donne, fra cui Anna Kuliscioff, in prima linea per l’emancipazione femminile e l’impegno sociale.

Il “suo” parco è un po’ come l’opera della Ravizza. Alessandrina, infatti,  fece crescere, come dice Ada Negri, una “foresta spessa e viva” di istituzioni che contribuirono a fare grande Milano, sia pure negli anni difficili a cavallo dei due secoli.

Alessandrina Ravizza seminò e curò le radici di molti “alberi”: le Cucine Economiche, la Casa di Lavoro per Disoccupati, l’Ospedale Sifiloiatrico per madri e bambini ammalati. Promosse inoltre corsi di formazione professionale e diede vita all’Università Popolare di Milano.

Per la Ravizza erano fondamentali la solidarietà e la cultura per raggiungere un reale progresso sociale senza il rischio di solo assistenzialismo. E questi sono i valori della Milano più autentica, validi ancora oggi.

Passeggiando per questo bel parco milanese, senza barriere e generoso di zone di sole e di ombre come la vita, e di una vegetazione ricca e diversa, abbiamo pensato al rosa intenso di Alessandrina Ravizza che non “processò mai la vita, ma la difese e la incoraggiò in ogni singola manifestazione” (Ada Negri).

Qui il verde si è davvero tinto di rosa.

A presto… 

Siamo al verde… Quattropassi per i giardini di Milano.

In questo clima di ripartenza difficile e un po’ timorosa, parliamo di verde, non quello economico, ma quello che vediamo in giro per Milano, un’immagine di rinascita e di vitalità in una città considerata, a torto, solo smog e cemento.

Quest’estate faremo quattropassi per vedere alcuni dei tanti spazi verdi della nostra città. Quanti sono?

Sono veramente così numerosi che è molto difficile ricordarli tutti: ci sono i grandi parchi che circondano la città, quasi una cintura esterna che sconfina con la campagna, poi parchi storici del centro, orti botanici, spazi verdi di quartiere, piazze e viali alberati, persino una vigna del Quattrocento e edifici green che hanno fatto la storia dell’architettura.

Nella nostra città il verde è ricco, vario e diffuso: può essere classico o contemporaneo, senza cancelli o persino un po’ segreto, spazioso o racchiuso in un fazzoletto.

Parco Ravizza

Collina dei Ciliegi

Il contrasto tra vecchio e nuovo, così caratteristico di Milano, si incontra anche negli spazi verdi, così come la “città che sale” convive con le zone agricole.

Può sembrare impossibile, ma Milano è la seconda città agricola italiana dopo Roma.

Tutto milanese è l’attaccamento alle nostre cascine (spesso diventate spazi pubblici circondati da verde), ai mercati agricoli del territorio, agli orti e anche ai piccoli, privatissimi vasetti di piantine aromatiche sul balcone di casa.

Mercato agricolo

Mercato agricolo

Biblioteca Chiesa Rossa

Parco Segantini

Anche il tema dell’Expo, che ha fatto conoscere Milano nel mondo, è stato un invito a “nutrire il pianeta – energia per la vita”.

Nel DNA di Milano c’è terra e acqua, una città di pianura tra fiumi che mantiene la solidità delle radici ma sa prendere le mille forme dell’acqua.

I nostri antenati celti avevano voluto fondare quella che sarebbe diventata la nostra città in un bosco sacro, il Nemeton.

La quercia era l’albero totemico che indicava tutti gli alberi e, per esteso, la natura. Iniziamo perciò il nostro viaggio nel verde di Milano proprio dalla quercia di piazza XXIV Maggio, accanto all’acqua della Darsena.

Questa quercia rossa è alta 18 metri ed è uno degli alberi monumentali di Milano, sottoposto a tutela ambientale. Alla base, per sostenerla, c’è una sorta di esoscheletro di metallo a forma di piramide. Scelta puramente tecnica o anche un po’ magica?

Questo albero è stato messo a dimora, dopo la Prima Guerra Mondiale, da Giunio Capè, padre di Giuseppe, un giovane alpino sopravvissuto al conflitto, per ricordare i tanti giovani del quartiere che invece non avevano fatto più ritorno.

Poco distante da questa piazza troviamo il Parco della Basiliche (ora dedicato a Papa Giovanni Paolo II) con piazza Vetra, dove venivano eseguite atroci condanne a morte come quella di Gian Giacomo Mora ai tempi della peste. Fra le vittime vi furono anche tante donne accusate di stregoneria come Caterina Medici.

Parco Sempione

Parco delle Basiliche

Piazza Vetra

Il nostro giro verde continuerà nei “giardini delle donne”, quei parchi o fazzoletti di terra, quasi monumenti vivi nel tempo, dedicati ad alcune figure femminili. Sarà, speriamo, anche un’occasione per una breve vacanza e una ricarica di energia a Km Zero.

Parco Ravizza


A presto…

Uno spin-off del Lazzaretto: Palazzo Luraschi

Ancora una volta partiamo dal Lazzaretto per raccontare di un edificio legato alla sua lunga storia: Palazzo Luraschi, che si trova all’angolo tra piazza Oberdan (vi ricordate il Diurno liberty così bello e dimenticato?) e corso Buenos Aires.

Il palazzo venne costruito tra il 1881 e l’87 dall’ingegner Ferdinando Luraschi in un’area del Lazzaretto che stava per essere demolito per far posto a nuove costruzioni.

Dell’antica struttura di manzoniana memoria rimangono ormai ben pochi resti e un altro spin-off, la chiesetta di San Carlino.

Il grande quadrilatero (metri 378 per 370) tra l’odierno corso Buenos Aires, via San Gregorio, via Lazzaretto e viale Vittorio Veneto, a fine Ottocento divenne una zona molto appetibile per la speculazione edilizia, a due passi dalla Stazione Centrale, che allora sorgeva nell’attuale piazza della Repubblica.

Così l’ingegner Luraschi e Angelo Galimberti, il capomastro soprannominato “il Barbarossa di Porta Venezia” per la distruzione del Lazzaretto, fecero costruire il primo palazzo milanese che infrangeva la “servitù del Resegone”, una norma che limitava l’altezza dei palazzi della zona nord a tre piani per lasciar vedere il Resegone e la Grigna; fu un abuso edilizio? Non lo sappiamo.

Palazzo Luraschi fu costruito in uno stile eclettico, con “omenoni”, teste leonine, decorazioni e inserti in cotto; sulla cima, come pinnacoli, si stagliavano diverse statue che potevano, almeno loro, continuare a guardare le montagne.

Anche l’interno del palazzo, ristrutturato pochi anni fa, riserva delle sorprese veramente inaspettate. Varchiamo il portone e, attraverso un suggestivo androne, entriamo… nella casa dei Promessi Sposi.

Ci troviamo in un bel cortiletto porticato con al centro un pozzo; lungo le pareti dodici personaggi del romanzo ci guardano da altrettanti medaglioni, come se l’ingegner Luraschi avesse voluto rendere omaggio all’opera che parlava del Resegone e del Lazzaretto, demolito anche per costruire il suo palazzo.

Non solo: sotto la parte destra del loggiato, addossate al muro, ci sono quattro delle colonne del Lazzaretto, segno tangibile di un passato che continua ad essere presente. Ancora una volta siamo di fronte a pietre che si spostano, come spesso accade nella nostra città.

Infine un’altra curiosità di questo strano palazzo. Al piano terreno tra il 1888 e il 1940, si apriva sulla strada il Puntigam, un locale-birreria e cafè chantant che fu tra i primi a Milano ad essere dotato di luce elettrica.

Concludiamo la visita virtuale con un sorriso. Guardiamo questa vecchia foto scattata davanti a Palazzo Luraschi in una Porta Venezia quasi deserta: non richiama l’atmosfera di questo periodo?

A presto…

Il “noir” di via Bagnera… restando a casa

Fino a qualche tempo fa non era considerata neanche “via”, ma solo “stretta”, tanto questo vicolo è angusto. Si trova in pieno centro storico, a due passi da via Torino, e unisce via Santa Marta con via Nerino. Inoltre, a metà circa della stradina, c’è una curva che la restringe ancora di più e impedisce di vederne l’uscita dall’altra parte.

La stretta Bagnera ha nobili origini: il nome ricorda i “bagni”, cioè le terme del Palazzo Imperiale Romano, come confermano anche alcuni ritrovamenti in questa zona. Ancora oggi lastre in pietra formano la pavimentazione che risale a metà Ottocento, veramente quaterpass sulla Storia.

Questo vicolo, dove il sole non riesce quasi a entrare, sembra evocare cupe vicende del passato.

Qui, infatti, si è svolta, a metà Ottocento, la storia di un efferato serial killer milanese, il nostro Jack lo Squartatore: Antonio Boggia. Nato nel 1799 sul Lago di Como, era venuto a Milano dove lavorava come muratore e carpentiere in proprio. Abitava con la famiglia in via Nerino e frequentava assiduamente la chiesa di San Giorgio a Palazzo, benvoluto dalla gente del quartiere per la sua bonarietà e affidabilità.

Il Tribunale lo descrive di ” …modi calmi, con un esteriore aspetto quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.”.

Diversi romanzi raccontano la storia truce di quest’uomo che uccideva persone dopo averne carpito la fiducia per impossessarsi dei loro beni. “Fa’ minga el Bogia!” dice un vecchio proverbio milanese per indicare come dietro una apparente bontà, si possano celare, invece, animo perverso e azioni malvagie.

Ed il Boggia ebbe ben quattro omicidi sulla coscienza. Dopo aver colpito le vittime alla testa, le murava nella cantina del suo magazzino di muratore che si trovava nella stretta Bagnera. Era un vero killer dalla mente lucida e determinata, tanto da riuscire ad aggirare anche, attraverso inganni e complicità, diversi notai indotti a legittimare le donazioni e le deleghe falsificate.

Gli fu fatale l’ultimo omicidio: il figlio di una vedova, padrona di casa del Boggia, sporse denuncia per la sparizione della madre con la quale, però, non aveva buoni rapporti. La donna, secondo lettere falsificate, risultava essersi trasferita al lago e aver dato incarico al Boggia di amministrare tutto lo stabile dove abitava.

Sembra un giallo ricco di colpi di scena: un giudice volle vederci chiaro e, dopo diverse indagini, dispose un sopralluogo nei locali della stretta Bagnera, dove furono trovati documenti falsificati, vecchie denunce e… i resti delle vittime accuratamente murati.

Durante il processo, il Boggia tentò l’arma dell’infermità mentale sostenendo di aver ucciso la vedova per futili motivi dopo una banale discussione politica “c’era una scure e una sega… lì mi saltò un estro”. L’aveva quindi uccisa, fetta a pezzi e nascosta nel sottoscala.

Nell’inchiesta, però, i suoi delitti risultarono lucidamente premeditati, spinti dal desiderio di denaro e anche di possesso. Era passato, infatti, via via da manovale a piccolo imprenditore edile e, infine, ad  amministratore e  quasi “proprietario” dello stabile.

Fu giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione; Milano, però, non aveva i boia e dovette farli arrivare da Torino e da Parma. Per ironia della sorte, poco dopo la sua esecuzione, a Milano venne abolita la pena capitale. La sua testa fu poi staccata dal corpo e affidata a Cesare Lombroso per i suoi studi sulla fisiognomica dei criminali.

La via Bagnera ha dunque diversi strani primati: non solo è la via più stretta di Milano, ma qui visse e compì i suoi efferati delitti il primo serial killer italiano, che fu anche l’ultimo condannato a morte nella nostra città.

http://www.storiadimilano.it/Personaggi/cronaca_nera/boggia.htm

In questo vicolo, dove sembra non voglia entrare nemmeno il sole, talvolta si leva una folata di vento gelido. Si dice sia lo spirito del Boggia che vaga in cerca di nuove vittime… meglio restare a casa.

A presto…

San Carlo al Lazzaretto… restando a casa anche a Pasqua

Perché parlare di questa chiesa alla vigilia della Pasqua 2020? E’ stata al centro del Lazzaretto durante le epidemie di peste, faro e conforto per i molti malati e per chi ne aveva cura. E’ quindi una testimonianza fisica di sofferenze lontane, ma anche di rinascita.

“Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo… [disse Padre Cristoforo] e, alzando la mano scarna e tremolante, indicava a sinistra nell’aria torbida la cupola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende;” (I Promessi Sposi, cap. 35). Renzo si reca al Lazzaretto per cercare Lucia. Sono gli anni della peste che ci riportano purtroppo a quanto sta accadendo intorno a noi.

La chiesetta, che fa parte della storia e della letteratura di Milano, esiste ancora e si trova in una piazzetta lungo viale Tunisia, raggiungibile con i tram 5 e 33 o con la metropolitana M1 (rossa) fermata Porta Venezia.

È dedicata a San Carlo al Lazzaretto per distinguerla dalla ben più famosa San Carlo al Corso, ma è conosciuta dai milanesi DOC con l’affettuoso diminutivo di San Carlino.

Oggi è inserita in  un popoloso quartiere, ma nel 1576, quando fu costruita su progetto dell’architetto Tibaldi, si trovava esattamente al centro del grande quadrilatero del Lazzaretto.

Ecco come una guida d’eccezione, Alessandro Manzoni, ci descrive la chiesa:  “La cappella ottangolare che sorge, elevata d’alcuni scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due intercolunni;

dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe più propriamente chiesa, non composta che d’otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del campo.

Ora, convertito l’edifizio a tutt’altr’uso, i vani delle facciate son murati; ma l’antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l’antico stato, e l’antica destinazione di quello.” (I Promessi Sposi, Cap. 36)

La nostra chiesetta, nei duecento anni tra la peste ricordata dal Manzoni (1630) e la stesura dei “Promessi Sposi” (1840) aveva vissuto varie vicissitudini ed era passata persino, nel periodo napoleonico, da polveriera dell’esercito accampato nel Lazzaretto, a Tempio della Libertà, su progetto del Piermarini.

Verso la fine dell’Ottocento le sorti della chiesetta e del Lazzaretto si separano. Il Lazzaretto, un grande spazio edificabile in una zona in espansione, attraversato dalla ferrovia e vicinissimo alla vecchia stazione Centrale, viene demolito e lottizzato.

La chiesa, rimasta orfana del suo Lazzaretto, fu, invece, acquistata, grazie ad una sottoscrizione popolare, nel 1884 dalla parrocchia della vicina chiesa di Santa Francesca Romana. Venne poi ristrutturata e riconsacrata col titolo di San Carlo al Lazzaretto (prima era dedicata a San Gregorio) per ricordare l’opera del Cardinale durante la peste del Cinquecento.

All’interno, un grande quadro sopra l’altare raffigura San Carlo Borromeo mentre benedice gli appestati.

Recentemente, dopo nuovi, lunghi e accurati lavori di restauro, sia interno che esterno, la piccola chiesa è stata riaperta ai visitatori e ai fedeli.

Una piccola curiosità: la chiesa di San Carlo ha dato il nome alle famose patatine nate, nel 1936, in una rosticceria che si trovava in via Lecco, proprio di fronte al nostro San Carlino.

La chiesetta di San Carlo è memoria di epidemie lontane, ma anche di rinascita umana e sociale. Purtroppo ancora oggi stiamo vivendo una pandemia che sembra non avere fine, non perdiamo, però, forza e speranza.

Concludiamo ancora con un passo dei Promessi Sposi:” … dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli abbiamo raccontato, non ce ne furono più per la nostra gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili …” (I Promessi Sposi, cap. 38)

Auguriamoci che ciò avvenga anche per noi tutti e che, come nel periodo pasquale, dopo il buio venga la luce della Rinascita: una affettuosa Buona Pasqua a tutti!

A presto…

La Cascina Pozzobonelli… restando a casa

Accanto alla Stazione Centrale, in via Andrea Doria, quasi di fronte ai terminal dei pullman per Linate e Orio al Serio, si trova ciò che resta della Cascina Pozzobonelli. che, come un cuneo di passato nella città di oggi, ci riporta alla fine del Quattrocento.

Sorta intorno agli anni in cui Colombo scopriva l’America, come per un gioco del destino ora è la dirimpettaia di uno Starbucks, con la melusina che ricorda tanto le sirenette con la doppia coda del Parco Sempione.

 

Un tempo era la dimora fuori città (allora Milano era distante parecchie miglia) della nobile famiglia Pozzobonelli che abitava nel palazzo di via Piatti 4, dove ancora oggi si trova uno splendido chiostro del Bramante.

La cascina aveva accanto una tenuta agricola e comprendeva una cappella (forse anch’essa su progetto del Bramante o della sua scuola) collegata all’edificio padronale da un porticato, come possiamo vedere da queste due immagini.

Iniziò il suo declino dopo la morte del Cardinale Giuseppe Pozzobonelli nel 1783, tanto che i piani regolatori di fine Ottocento sacrificarono l’edificio alla nuova visone urbanistica di Milano. Ecco alcune foto come in una macchina del tempo.

Si salvarono solo la Cappella e parte del portico. Oggi, infatti, in un piccolo spazio tra alte case e alberghi, troviamo i resti, anzi gli “avanzi” dell’antica struttura, restaurati ai primi del Novecento.

Sotto il portico si trovano affreschi e graffiti molto deteriorati, uno dei quali rappresenta il Castello Sforzesco come era prima che la Torre del Filarete crollasse nel Cinquecento; pare che il nostro mitico architetto Luca Beltrami si sia ispirato a questo graffito per ricostruire questa Torre tra la fine dell’Ottocento e il 1905.

Inoltre, se andiamo a visitare i Musei del Castello, fermiamoci davanti al dipinto della “Madonna Lia” il cui sfondo suggerì ancora al Beltrami come “restaurare” la dimora sforzesca.

Non solo: Luca Beltrami ritrasse anche la cappella della cascina Pozzobonelli, fermando così un’immagine del nostro passato.

Oggi, purtroppo, questi “avanzi” non sono né visitabili né utilizzabili e si possono guardare solo dalla strada, dietro una recinzione che cerca di proteggerli.

Sono state fatte diverse proposte per valorizzarla, ma purtroppo niente è stato fatto, nemmeno ai tempi di Expo. Il nostro “restiamo a casa” tra poco, speriamo, finirà, ma quanto tempo si dovrà ancora aspettare perchè la Cascina Pozzobonelli possa tornare a vivere?


A presto…

La chiesa più corta di Milano… restando a casa

A due passi da via Dante, in via Giulini 1, si trova la chiesa più corta di Milano, dedicata, però, a ben tre Santi: Sergio, Serafino e Vincenzo. È una piccola parte di ciò che resta della chiesa di un convento benedettino fondato, sembra, nell’anno 770 dalla moglie del Re longobardo Desiderio.

Nel corso dei secoli le dominazioni straniere ridussero l’edificio a magazzino. Dopo averne passate tante il complesso, però, non riuscì a salvarsi dagli anni del boom economico, anche per la sua posizione centralissima, molto appetibile.

Oggi del convento sono sopravvissute solo alcune colonne del chiostro, che si trovano nel giardino di una casa in via Camperio.

La chiesa dell’antico convento aveva due facciate. Una, barocca, era rivolta verso la strada e l’altra, tardogotica e molto più semplice, si apriva sul chiostro. Il loro destino è stato molto differente. Furono salvate entrambe e, come capita spesso alle “pietre” della nostra città, vennero spostate ambedue. La facciata barocca ebbe un destino laico e fu anche l’ingresso del cinema Dante, l’altra, invece, divenne quella della nostra chiesetta.

Dietro la facciata si trova un piccolo locale profondo solo 6 metri e largo 12. L’altare non è, come di consueto, di fronte alla porta, ma sul lato corto alla destra di chi entra.

Negli anni Novanta la chiesetta fu presa in affitto dalla comunità ortodossa russa e restaurata per adattarla alle loro tradizioni liturgiche. Ora ospita fedeli provenienti dall’Est europeo, che assistono alle funzioni anche all’aperto, per il poco spazio interno. Pur non essendoci un campanile, non manca però il suono delle campane.

In mezzo ai vivaci colori del folklore russo è quasi difficile ammirare gli affreschi di Aurelio Luini e, sembra, del Bergognone.

In uno di questi affreschi, alcuni personaggi guardano l’interno della chiesa dall’alto, quasi non avessero trovato posto tra i fedeli. Abbiamo preso in prestito alcune foto dal sito della Chiesa Ortodossa Russa ma speriamo di poterci tornare di persona appena sarà possibile uscire di casa.

Accanto a questa chiesetta ci sono altre due piccole curiosità. La prima è un mini-anfiteatro di fronte ad essa dove si può sostare seduti sulle basse gradinate.

Da qui possiamo  voltarci e guardare stupiti una delle tante case strane della nostra città. Questa è tagliata in orizzontale (forse dopo i bombardamenti), con  portone d’ingresso, cancello e numero civico. Gli abitanti di questa insolita casa sono automobili, infatti oggi è un parcheggio.

A presto…

La “gesetta di lusert”… restando a casa

Sullo spartitraffico all’inizio di via Lorenteggio troviamo una piccola chiesetta, poco più di una cappella, dalla storia millenaria e dalle tante leggende.

È dedicata a San Protaso, ottavo Vescovo di Milano (da non confondere con il Santo omonimo che, col gemello Gervaso, riposa nella cripta di Sant’Ambrogio), e risalirebbe a prima dell’anno Mille, quando la zona era aperta campagna, molte miglia lontano dalle mura di Milano. E’ da sempre conosciuta come la “gesetta di lusert” (ovvero “chiesetta delle lucertole”) per l’abitudine di questi animaletti di sostare sulle sue pareti a godersi il tepore del sole.

Si racconta che, durante l’assedio di Milano, mentre il suo esercito era accampato in questa zona ricca di acqua (una manna per i soldati e per i cavalli), l’Imperatore Federico Barbarossa andasse a pregare in questa chiesetta, per ottenere la vittoria. Purtroppo per Milano, fu esaudito, distrusse la città, ma risparmiò la piccola chiesa in segno di gratitudine.

Sembra poi che la gesetta sia stata frequentata dai Visconti, che qui avevano dei terreni di caccia e secoli dopo dai  Carbonari che si riunivano a cospirare, anche per la presenza, si dice, di un passaggio segreto che conduceva all’interno delle mura cittadine.

La piccola chiesa andò incontro poi ad anni difficili e, dopo essere stata incorporata in una cascina, successivamente divenne fienile e deposito degli attrezzi da lavoro dei contadini.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante la ricostruzione della città, il Piano Regolatore decise che via Lorenteggio  dovesse essere allargata. La cascina fu abbattuta, ma si dice che la ruspa si sia guastata più volte senza riuscire a demolire la chiesetta! Considerato un segno del cielo, si decise di risparmiarla, allargando in quel punto lo spartitraffico della via, così come è ora.

Nella chiesetta si conservano alcuni affreschi, tra cui uno della Madonna del Divino Aiuto che, secondo la tradizione, sarebbe riapparso ben tre volte dopo essere stato ricoperto da intonaco. Interessante anche un altro bell’affresco del 1428, che raffigura Santa Caterina da Siena.

Accanto alla chiesa è stato ricollocato il vecchio cippo di confine tra il Comune di Lorenteggio e quello dei Corpi Santi che, fino alla metà dell’Ottocento, come una ciambella circondava la  Milano di allora.

La chiesetta, ridotta ad un rudere, fu restaurata e rinacque a nuova vita nel 1987 grazie agli abitanti del quartiere e alle loro associazioni. Oggi, purtroppo, è quasi sempre chiusa, anche se ben curata dai volontari. Viene aperta solo in occasione delle feste di via che si tengono nella prima domenica di maggio e nell’ultima di novembre. In queste occasioni vi si celebrano ancora alcune Messe.

Auguriamoci di poter andare, la prima domenica di maggio, a vedere, come ha scritto una poetessa dialettale, questo “bonbonin de gesa…

A presto…

Il talento di una donna per Mediolanum: Alda Levi e le sue scoperte

Il 2020 è stato dedicato da Milano a “I talenti delle donne” con una serie di iniziative ed eventi patrocinati dal Comune per rendere omaggio alle capacità femminili nei vari campi della vita e della cultura.

Al grande talento di Alda Levi, l’archeologa Sovraintendente ai musei e scavi in Lombardia negli anni Trenta, dobbiamo l’aver ridato a Milano un po’ della sua storia. Infatti, in una città in pieno rinnovamento, è riuscita a riscoprire e a far conservare alcuni resti di Mediolanum.

http://www.parcoanfiteatromilano.beniculturali.it/index.php?it/342/in-ricordo-di-alda-levi

Abbiamo già parlato di lei qualche anno fa con Fare jogging nell’Anfiteatro” vicino al piccolo museo, in via De Amicis 17, che porta il suo nome.

Incuriositi da alcuni articoli di giornale dell’anno scorso che parlavano di un “Anfiteatro della Natura”, di un “Colosseo Verde”, con alberi e siepi al posto delle pietre, siamo tornati a visitare il parco archeologico, per vedere a che punto è il progetto VIRIDARIUM.

L’anfiteatro non è certo una delle mete turistiche più gettonate della nostra città, anche per gli orari non sempre favorevoli, che coincidono con quelli del museo. Inoltre ci vuole moltissima “fantasia” per immaginarlo, visto il poco che ne resta, come era un tempo, enorme e maestoso stadio per oltre 20.000 spettatori.

Due file di cipressi e diverse siepi di bosso, mirto e ligustro dovrebbero “ricostruire” l’anfiteatro sostituendo le pietre che, sempre in movimento, sono state utilizzate nel tempo per “fare” la vicina basilica di San Lorenzo e alcune parti delle mura. Ecco alcuni bellissimi rendering che girano in rete.

Per ora i lavori sono rallentati da altri ritrovamenti in progress e c’è solo qualche vecchio albero che ha messo radici sul passato.

In attesa, diamo un’occhiata al piccolo Antiquarium “Alda Levi” e riguardiamoci, tra l’altro, la stele funeraria del giovane gladiatore Urbicus col suo cagnolino, che sembra aspettare di poter zampettare nel nuovo grande parco urbano tra natura e archeologia.

Il nostro esperto locale di Mediolanum, quell’Ausonio che ci guarda da piazza Mercanti, aveva parlato anche di un importante teatro. Dove si trovava?

I resti del teatro furono rinvenuti tra fine Ottocento e metà Novecento durante i lavori per la costruzione di diversi edifici tra via Meravigli e piazza Affari. Ancora una volta dobbiamo ad Alda Levi aver trovato e fatto conservare, per quanto possibile, i resti del grande teatro che poteva ospitare fino ad 8000 spettatori, una sorta di megaforum nel centro di Mediolanum.

Per “immaginare” questo teatro guardiamo la targa sul lato di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, verso via San Vittore al Teatro.

Cosa ne è stato di questo grande edificio? La sua storia è stata ricca e tormentata. Un Imperatore, Augusto, l’aveva fatto costruire e un altro Imperatore, il Barbarossa, come il “cattivo” di Star Wars, aveva distrutto, nel 1162, Milano e anche ciò che restava del teatro.

Nel tempo questo teatro non aveva ospitato solo spettacoli; infatti, intorno all’Anno Mille, i cittadini milanesi, nobili e plebei,  si riunivano sulle sue gradinate, per prendere “in comune” le decisioni per la città.

Era però già iniziato il lento declino dell’edificio e in quest’area erano sorti sedi di corporazioni artigianali ed edifici religiosi, come, tra l’altro, la chiesa di San Vittore al Teatro, oggi demolita, che ha dato il nome alla via.

Oggi i resti del teatro sono conservati nei sotterranei del Palazzo della Borsa e di quello della Camera di Commercio di via Meravigli, dove è possibile prenotare una visita guidata gratuita che consigliamo perchè veramente suggestiva.

Sarà come un andare a teatro viaggiando a ritroso e immergersi in uno spettacolo di secoli fa passeggiando su una passerella di cristallo sospesa tra luci, suoni e perfino odori (anche quello del sudore degli antichi spettatori!) oggi ricreati artificialmente.

Guardando lontano Alda Levi avrebbe voluto, già negli anni Trenta, creare un’area archeologica per Milano. Così scriveva: “… ai visitatori degli affollati ambienti dei piani superiori (Camera di Commercio e Borsa) sarà possibile scendere nei silenziosi scantinati, … [tra] le venerande vestigia del teatro romano. E ancora una volta, la febbrile attività di Milano creerà uno dei più singolari contrasti tra il vecchio e il nuovo, tra l’antica e la modernissima vita.”

Così le nostre solide radici, senza avvilupparci, ci lasciano crescere liberamente.

 

 

A presto…

 

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