La Cascina Pozzobonelli… restando a casa

Accanto alla Stazione Centrale, in via Andrea Doria, quasi di fronte ai terminal dei pullman per Linate e Orio al Serio, si trova ciò che resta della Cascina Pozzobonelli. che, come un cuneo di passato nella città di oggi, ci riporta alla fine del Quattrocento.

Sorta intorno agli anni in cui Colombo scopriva l’America, come per un gioco del destino ora è la dirimpettaia di uno Starbucks, con la melusina che ricorda tanto le sirenette con la doppia coda del Parco Sempione.

 

Un tempo era la dimora fuori città (allora Milano era distante parecchie miglia) della nobile famiglia Pozzobonelli che abitava nel palazzo di via Piatti 4, dove ancora oggi si trova uno splendido chiostro del Bramante.

La cascina aveva accanto una tenuta agricola e comprendeva una cappella (forse anch’essa su progetto del Bramante o della sua scuola) collegata all’edificio padronale da un porticato, come possiamo vedere da queste due immagini.

Iniziò il suo declino dopo la morte del Cardinale Giuseppe Pozzobonelli nel 1783, tanto che i piani regolatori di fine Ottocento sacrificarono l’edificio alla nuova visone urbanistica di Milano. Ecco alcune foto come in una macchina del tempo.

Si salvarono solo la Cappella e parte del portico. Oggi, infatti, in un piccolo spazio tra alte case e alberghi, troviamo i resti, anzi gli “avanzi” dell’antica struttura, restaurati ai primi del Novecento.

Sotto il portico si trovano affreschi e graffiti molto deteriorati, uno dei quali rappresenta il Castello Sforzesco come era prima che la Torre del Filarete crollasse nel Cinquecento; pare che il nostro mitico architetto Luca Beltrami si sia ispirato a questo graffito per ricostruire questa Torre tra la fine dell’Ottocento e il 1905.

Inoltre, se andiamo a visitare i Musei del Castello, fermiamoci davanti al dipinto della “Madonna Lia” il cui sfondo suggerì ancora al Beltrami come “restaurare” la dimora sforzesca.

Non solo: Luca Beltrami ritrasse anche la cappella della cascina Pozzobonelli, fermando così un’immagine del nostro passato.

Oggi, purtroppo, questi “avanzi” non sono né visitabili né utilizzabili e si possono guardare solo dalla strada, dietro una recinzione che cerca di proteggerli.

Sono state fatte diverse proposte per valorizzarla, ma purtroppo niente è stato fatto, nemmeno ai tempi di Expo. Il nostro “restiamo a casa” tra poco, speriamo, finirà, ma quanto tempo si dovrà ancora aspettare perchè la Cascina Pozzobonelli possa tornare a vivere?


A presto…

La chiesa più corta di Milano… restando a casa

A due passi da via Dante, in via Giulini 1, si trova la chiesa più corta di Milano, dedicata, però, a ben tre Santi: Sergio, Serafino e Vincenzo. È una piccola parte di ciò che resta della chiesa di un convento benedettino fondato, sembra, nell’anno 770 dalla moglie del Re longobardo Desiderio.

Nel corso dei secoli le dominazioni straniere ridussero l’edificio a magazzino. Dopo averne passate tante il complesso, però, non riuscì a salvarsi dagli anni del boom economico, anche per la sua posizione centralissima, molto appetibile.

Oggi del convento sono sopravvissute solo alcune colonne del chiostro, che si trovano nel giardino di una casa in via Camperio.

La chiesa dell’antico convento aveva due facciate. Una, barocca, era rivolta verso la strada e l’altra, tardogotica e molto più semplice, si apriva sul chiostro. Il loro destino è stato molto differente. Furono salvate entrambe e, come capita spesso alle “pietre” della nostra città, vennero spostate ambedue. La facciata barocca ebbe un destino laico e fu anche l’ingresso del cinema Dante, l’altra, invece, divenne quella della nostra chiesetta.

Dietro la facciata si trova un piccolo locale profondo solo 6 metri e largo 12. L’altare non è, come di consueto, di fronte alla porta, ma sul lato corto alla destra di chi entra.

Negli anni Novanta la chiesetta fu presa in affitto dalla comunità ortodossa russa e restaurata per adattarla alle loro tradizioni liturgiche. Ora ospita fedeli provenienti dall’Est europeo, che assistono alle funzioni anche all’aperto, per il poco spazio interno. Pur non essendoci un campanile, non manca però il suono delle campane.

In mezzo ai vivaci colori del folklore russo è quasi difficile ammirare gli affreschi di Aurelio Luini e, sembra, del Bergognone.

In uno di questi affreschi, alcuni personaggi guardano l’interno della chiesa dall’alto, quasi non avessero trovato posto tra i fedeli. Abbiamo preso in prestito alcune foto dal sito della Chiesa Ortodossa Russa ma speriamo di poterci tornare di persona appena sarà possibile uscire di casa.

Accanto a questa chiesetta ci sono altre due piccole curiosità. La prima è un mini-anfiteatro di fronte ad essa dove si può sostare seduti sulle basse gradinate.

Da qui possiamo  voltarci e guardare stupiti una delle tante case strane della nostra città. Questa è tagliata in orizzontale (forse dopo i bombardamenti), con  portone d’ingresso, cancello e numero civico. Gli abitanti di questa insolita casa sono automobili, infatti oggi è un parcheggio.

A presto…

La “gesetta di lusert”… restando a casa

Sullo spartitraffico all’inizio di via Lorenteggio troviamo una piccola chiesetta, poco più di una cappella, dalla storia millenaria e dalle tante leggende.

È dedicata a San Protaso, ottavo Vescovo di Milano (da non confondere con il Santo omonimo che, col gemello Gervaso, riposa nella cripta di Sant’Ambrogio), e risalirebbe a prima dell’anno Mille, quando la zona era aperta campagna, molte miglia lontano dalle mura di Milano. E’ da sempre conosciuta come la “gesetta di lusert” (ovvero “chiesetta delle lucertole”) per l’abitudine di questi animaletti di sostare sulle sue pareti a godersi il tepore del sole.

Si racconta che, durante l’assedio di Milano, mentre il suo esercito era accampato in questa zona ricca di acqua (una manna per i soldati e per i cavalli), l’Imperatore Federico Barbarossa andasse a pregare in questa chiesetta, per ottenere la vittoria. Purtroppo per Milano, fu esaudito, distrusse la città, ma risparmiò la piccola chiesa in segno di gratitudine.

Sembra poi che la gesetta sia stata frequentata dai Visconti, che qui avevano dei terreni di caccia e secoli dopo dai  Carbonari che si riunivano a cospirare, anche per la presenza, si dice, di un passaggio segreto che conduceva all’interno delle mura cittadine.

La piccola chiesa andò incontro poi ad anni difficili e, dopo essere stata incorporata in una cascina, successivamente divenne fienile e deposito degli attrezzi da lavoro dei contadini.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante la ricostruzione della città, il Piano Regolatore decise che via Lorenteggio  dovesse essere allargata. La cascina fu abbattuta, ma si dice che la ruspa si sia guastata più volte senza riuscire a demolire la chiesetta! Considerato un segno del cielo, si decise di risparmiarla, allargando in quel punto lo spartitraffico della via, così come è ora.

Nella chiesetta si conservano alcuni affreschi, tra cui uno della Madonna del Divino Aiuto che, secondo la tradizione, sarebbe riapparso ben tre volte dopo essere stato ricoperto da intonaco. Interessante anche un altro bell’affresco del 1428, che raffigura Santa Caterina da Siena.

Accanto alla chiesa è stato ricollocato il vecchio cippo di confine tra il Comune di Lorenteggio e quello dei Corpi Santi che, fino alla metà dell’Ottocento, come una ciambella circondava la  Milano di allora.

La chiesetta, ridotta ad un rudere, fu restaurata e rinacque a nuova vita nel 1987 grazie agli abitanti del quartiere e alle loro associazioni. Oggi, purtroppo, è quasi sempre chiusa, anche se ben curata dai volontari. Viene aperta solo in occasione delle feste di via che si tengono nella prima domenica di maggio e nell’ultima di novembre. In queste occasioni vi si celebrano ancora alcune Messe.

Auguriamoci di poter andare, la prima domenica di maggio, a vedere, come ha scritto una poetessa dialettale, questo “bonbonin de gesa…

A presto…

Il talento di una donna per Mediolanum: Alda Levi e le sue scoperte

Il 2020 è stato dedicato da Milano a “I talenti delle donne” con una serie di iniziative ed eventi patrocinati dal Comune per rendere omaggio alle capacità femminili nei vari campi della vita e della cultura.

Al grande talento di Alda Levi, l’archeologa Sovraintendente ai musei e scavi in Lombardia negli anni Trenta, dobbiamo l’aver ridato a Milano un po’ della sua storia. Infatti, in una città in pieno rinnovamento, è riuscita a riscoprire e a far conservare alcuni resti di Mediolanum.

http://www.parcoanfiteatromilano.beniculturali.it/index.php?it/342/in-ricordo-di-alda-levi

Abbiamo già parlato di lei qualche anno fa con Fare jogging nell’Anfiteatro” vicino al piccolo museo, in via De Amicis 17, che porta il suo nome.

Incuriositi da alcuni articoli di giornale dell’anno scorso che parlavano di un “Anfiteatro della Natura”, di un “Colosseo Verde”, con alberi e siepi al posto delle pietre, siamo tornati a visitare il parco archeologico, per vedere a che punto è il progetto VIRIDARIUM.

L’anfiteatro non è certo una delle mete turistiche più gettonate della nostra città, anche per gli orari non sempre favorevoli, che coincidono con quelli del museo. Inoltre ci vuole moltissima “fantasia” per immaginarlo, visto il poco che ne resta, come era un tempo, enorme e maestoso stadio per oltre 20.000 spettatori.

Due file di cipressi e diverse siepi di bosso, mirto e ligustro dovrebbero “ricostruire” l’anfiteatro sostituendo le pietre che, sempre in movimento, sono state utilizzate nel tempo per “fare” la vicina basilica di San Lorenzo e alcune parti delle mura. Ecco alcuni bellissimi rendering che girano in rete.

Per ora i lavori sono rallentati da altri ritrovamenti in progress e c’è solo qualche vecchio albero che ha messo radici sul passato.

In attesa, diamo un’occhiata al piccolo Antiquarium “Alda Levi” e riguardiamoci, tra l’altro, la stele funeraria del giovane gladiatore Urbicus col suo cagnolino, che sembra aspettare di poter zampettare nel nuovo grande parco urbano tra natura e archeologia.

Il nostro esperto locale di Mediolanum, quell’Ausonio che ci guarda da piazza Mercanti, aveva parlato anche di un importante teatro. Dove si trovava?

I resti del teatro furono rinvenuti tra fine Ottocento e metà Novecento durante i lavori per la costruzione di diversi edifici tra via Meravigli e piazza Affari. Ancora una volta dobbiamo ad Alda Levi aver trovato e fatto conservare, per quanto possibile, i resti del grande teatro che poteva ospitare fino ad 8000 spettatori, una sorta di megaforum nel centro di Mediolanum.

Per “immaginare” questo teatro guardiamo la targa sul lato di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, verso via San Vittore al Teatro.

Cosa ne è stato di questo grande edificio? La sua storia è stata ricca e tormentata. Un Imperatore, Augusto, l’aveva fatto costruire e un altro Imperatore, il Barbarossa, come il “cattivo” di Star Wars, aveva distrutto, nel 1162, Milano e anche ciò che restava del teatro.

Nel tempo questo teatro non aveva ospitato solo spettacoli; infatti, intorno all’Anno Mille, i cittadini milanesi, nobili e plebei,  si riunivano sulle sue gradinate, per prendere “in comune” le decisioni per la città.

Era però già iniziato il lento declino dell’edificio e in quest’area erano sorti sedi di corporazioni artigianali ed edifici religiosi, come, tra l’altro, la chiesa di San Vittore al Teatro, oggi demolita, che ha dato il nome alla via.

Oggi i resti del teatro sono conservati nei sotterranei del Palazzo della Borsa e di quello della Camera di Commercio di via Meravigli, dove è possibile prenotare una visita guidata gratuita che consigliamo perchè veramente suggestiva.

Sarà come un andare a teatro viaggiando a ritroso e immergersi in uno spettacolo di secoli fa passeggiando su una passerella di cristallo sospesa tra luci, suoni e perfino odori (anche quello del sudore degli antichi spettatori!) oggi ricreati artificialmente.

Guardando lontano Alda Levi avrebbe voluto, già negli anni Trenta, creare un’area archeologica per Milano. Così scriveva: “… ai visitatori degli affollati ambienti dei piani superiori (Camera di Commercio e Borsa) sarà possibile scendere nei silenziosi scantinati, … [tra] le venerande vestigia del teatro romano. E ancora una volta, la febbrile attività di Milano creerà uno dei più singolari contrasti tra il vecchio e il nuovo, tra l’antica e la modernissima vita.”

Così le nostre solide radici, senza avvilupparci, ci lasciano crescere liberamente.

 

 

A presto…

Passipermediolanum: le Colonne di San Lorenzo

La quasi sconosciuta statua di Ausonio sul Passaggio delle Scuole Palatine tra piazza Mercanti e via Orefici ci riporta all’epoca di Mediolanum, capitale dell’Impero Romano d’Occidente.

Ausonio, intellettuale di corte e appassionato giramondo del IV secolo d.C., compose diverse opere sulle località visitate nei suoi viaggi, come in una sorta di TripAdvisor imperiale.

Lo scrittore fa della nostra città, che aveva visitato nel 379, una bellissima recensione, ponendo Mediolanum al settimo posto, seconda città italiana dopo Roma, tra le venti top urbes dell’Impero Romano. Un’epigrafe, accanto alla sua statua, è la sua rece che possiamo leggere anche oggi.

“A Mediolanum -scrive nel suo Ordo Urbium Nobilium– ogni cosa è degna di ammirazione… La popolazione è di grande capacità… La città si è ingrandita ed è circondata da una duplice cerchia di mura… Vi sono il Circo… il Teatro, i templi…, il Palazzo Imperiale…, le Terme Erculee…”.

Cosa rimane oggi dei luoghi che avevano tanto colpito Ausonio? Qual è il presente di questo passato? Il tour per Mediolanum non è facile e talora bisogna cercare le antiche tracce in contesti nuovi, “pietra su pietra” per così dire…

Muro del Circo romano in via Vigna

Inoltre a Milano anche le pietre sono in movimento e nel corso dei secoli sono state “spostate” da un luogo all’altro per essere riutilizzate e ricominciare una nuova vita. Così  è accaduto alle Colonne di San Lorenzo.

Sono forse il monumento più conosciuto e meglio conservato di Mediolanum; raggiungiamole col tram n. 3 che passa loro accanto a Porta Ticinese.

I finestrini ci lasciano vedere uno squarcio incredibile della nostra città. In poco spazio ci sono colonne pagane, una tra le più antiche basiliche cristiane, la statua replicante di Costantino (l’originale è a Roma), un portale e un balconcino rococò… per non parlare dei graffiti accanto alla chiesa.

Le nostre Colonne facevano parte, probabilmente, di un tempio dedicato a Cibele, che si trovava, sembra, in piazza Santa Maria Beltrade e furono “spostate” per fare da ingresso imponente e maestoso alla basilica di San Lorenzo.

Sono in marmo, di eguale altezza e fattura, allineate sopra un basamento più recente di epoca medievale. I capitelli corinzi, invece, presentano alcune differenze di altezza e disegno e si pensa, quindi, provengano da due diversi edifici romani.

Sopra l’arco, al centro del colonnato, c’è l’intrusa: una piccola, solitaria colonnetta con la croce che fa spingere ancora più su il nostro sguardo. È la diciassettesima colonna.

All’estremità del colonnato ci sono due piccoli altari al posto di quelli ormai perduti. Presso uno di questi San Carlo celebrò Messe per far cessare la peste. Questi mattoni sembrano tenuti insieme dal cemento della storia.

A molti secoli prima risale l’epigrafe rinvenuta nel 1600 durante operazioni di scavo e collocata sulla parete verso il Carrobbio. Datata 167 d.C. è dedicata a Lucio Vero, imperatore assieme al fratello adottivo Marco Aurelio. Illeggibile e deteriorata aspetta tempi migliori; per ora ad uno sguardo distratto può sembrare più un rattoppo che un’epigrafe da decifrare.

Le nostre Colonne, nel corso dei secoli, sono riuscite a sopravvivere ad incendi, devastazioni, rifacimenti urbanistici, vibrazioni provocate dal passaggio dei tram.

Oggi sono uno dei luoghi simbolo di Milano e della sua movida. Si vive un forte contrasto tra la storia passata e la vita di oggi con i gruppi di giovani e le mode dei nostri giorni come  i graffiti poco lontani e inusuali shoefiti vicini alle Colonne.

Scarpe sportive, legate tra loro dalle stringhe, pendono da un filo di sostegno che passa attraverso il colonnato. Non si conoscono bene i motivi alla base di questa moda nata negli USA. Le scarpe legate vengono lanciate come bolas, segnali per chissà quali differenti messaggi.

A noi piacciono e ci fanno venire voglia di camminare ancora di più insieme per Milano.

A presto…

Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte seconda

Sono arrivate alla nostra stravagante agenzia immobiliare ancora molte richieste di case insolite.

“Viaggiatore del mondo torna a Milano e cerca una casa che gli ricordi un paese che ha visitato

Il nostro cliente, dopo tanti anni di lontananza, troverà la nostra città molto cambiata.

Il cognome Hu è più diffuso dei tradizionali Colombo o Brambilla; negozi e supermercati, ristoranti e scuole, il consueto via-vai sono lo specchio delle diverse provenienze dei nuovi milanesi, nuove molecole che si legano con le più vecchie per fare la Milano di oggi.

Questo signore ha avuto mille case e ora non ne ha nessuna. Abbiamo trovato per lui tre edifici che sembrano arrivati anch’essi da lontano.

Casa Igloo, Quartiere Maggiolina – Il Quartiere Maggiolina ha sperimentato, nei primi anni del secondo dopoguerra, una architettura molto fantasiosa; oltre le case-fungo, oggi scomparse, ci sono anche diverse casette unifamiliari a forma di igloo.

Erano state costruite per rispondere alle esigenze immediate di chi era rimasto senza casa. L’architetto Mario Cavallè le aveva progettate a ridosso della ferrovia, realizzando un quartiere di abitazioni piccole, ma ricche di poesia, quasi fiabesche dopo il periodo oscuro della guerra.

Si pensava fossero provvisorie, ma, per fortuna, sono riuscite ad evitare la demolizione e le possiamo guardare ancora oggi in mezzo ai nuovi palazzi.

Casa 770, via Poerio 35 – È una della serie di case tutte uguali sparse per il mondo.

La prima fu fatta costruire a Brooklyn al 770 di Eastern Parkway da un importante rabbino europeo, leader di un movimento religioso ebraico,  costretto a emigrare negli USA per sfuggire alle persecuzioni naziste.

la 770 di Brooklyn

Questa casa di stile fiammingo in mattoni rossi, con tre torrette dal tetto a punta, è uguale alle altre fatte costruire in seguito in vari paesi: da Montreal a Melbourne, da Sao Paulo a Gerusalemme. La nostra città è l’unica in Europa Occidentale ad averne una.

Villette stile Tudor, via Ottolini 2 e 5 – Se il nostro viaggiatore volesse una casa stile vecchia Inghilterra, potremmo proporgli due cottage molto belli.

Non sappiamo chi furono i primi proprietari: forse una famiglia di importatori di pianoforti o una signora inglese venuta ad abitare nella nostra città.

In questo piccolo angolo di Milano ci sembra di vedere in lontananza Miss Marple. Che sia un’altra cliente?

“Coniglio bianco, uscito dal cilindro di un mago, cerca casa adeguata”

Casa a tre cilindri, via Gavirate 27 – Lo spazio per costruire delle abitazioni plurifamiliari, in un quartiere giardino con severe norme edilizie e vincoli di altezza, era piuttosto irregolare e non ampio. Nacquero così, nei primi anni Sessanta, queste tre avveniristiche case a cilindro di tre piani ciascuna.

Gli appartamenti, uno per piano, sono messi a trifoglio e hanno portineria, scale e ascensore centrali in comune.

“Garibaldino cerca abitazione di rappresentanza ben custodita”

Casa Bettoni o dei Bersaglieri, corso di Porta Romana 20 – È un elegante palazzo che risale al 1865, appena dopo l’Unità d’Italia.

Sulla facciata alcuni bassorilievi rappresentano Garibaldi e Vittorio Emanuele II a cavallo; le statue più famose, però, sono quelle di due bersaglieri con tanto di fucile che fanno la guardia di fianco al portone d’ingresso.

“Amministratore di condominio cerca studio dove ricevere clienti VIP”

Ca’ di facc, piazza Baiamonti 3/5 – Questo grande palazzo di edilizia semipopolare fu costruito ai primi del Novecento.

Sulla facciata spiccano ben 51 medaglioni coi visi di personaggi famosi: da Leonardo a Raffaello, da Garibaldi a Mazzini, da Manzoni a Toscanini. All’assemblea di condominio del nostro amministratore se ne sentiranno delle belle…

Un altro cliente ci aspetta sulla più insolita e nuovissima panchina di Milano, al Verziere, accanto alla chiesa di San Bernardino alle Ossa… Quali saranno le sue richieste?

A presto…

Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte prima

Come in un incontro bello e improvviso ci siamo talvolta imbattuti, durante i nostri passipermilano, in edifici un po’ particolari. Li abbiamo via via fotografati per raccoglierli in una stravagante “vetrina immobiliare” da proporre, come in un gioco, a “clienti” fantastici e scoprire così altri angoli della nostra città.

Abbiamo scelto come ingresso di questa nostra insolita “agenzia” un portone veramente speciale, quello del Palazzo di piazza Erculea 11.

È una immagine che fa molto Milano: vecchio e nuovo accostati e conviventi. Le bombe avevano colpito pesantemente il centro cittadino e anche due antiche dimore alle spalle di corso di Porta Romana erano poco più che macerie.

C’era molto da ricostruire, perché non salvare il bel portone e una colonna d’angolo e costruirci intorno due nuovi palazzi?

Alla nostra “agenzia” sono già pervenute alcune richieste da parte di strani “clienti”, riusciremo a soddisfarle?

“Genio del Quattrocento cerca abitazione lontana dal traffico”

Cascina Bolla, via Paris Bordone 9 – Un altro intarsio tra vecchio e nuovo per abitare un antico edificio dove, si dice, abbia vissuto anche Leonardo. Dell’antico palazzo resta ben poco, ma che bello guardare le sue finestre e immaginare la vita di cinquecento anni fa.

“Cavaliere medievale cerca castello in pieno centro storico, dotato di tutti i confort moderni”

Castello Cova, via Carducci 36 – A vederlo, di fronte a Sant’Ambrogio, sembra quasi più vero di altri autentici, ma molto rimaneggiati. Questo castello “medievale” del 1915 è stato realizzato dall’architetto Adolfo Coppedè, che vi ha inserito anche doccioni a forma di animali fantastici.

Una curiosità molto milanese: la torre di questo castello ha ispirato, sembra, la Torre Velasca coi tiranti che sostengono il “fungo”… Wow!

“A proposito di funghi… Folletto cerca grattacielo in un bosco”

Case fungo e Bosco Verticale di Porta Nuova – Sono due icone dell’architettura milanese. Un tempo, nel Quartiere Maggiolina, c’erano due casette che sembravano uscite da un libro di fiabe. Non ci sono più, ma poco distante è stato costruito il pluripremiato Bosco Verticale, tra i più ammirati al mondo.

“Cercasi casa disperatamente, bella o brutta che sia, zona Repubblica”

Casa delle Rondini, via Carlo Porta 5 e Ca’ Brutta, via Moscova 12 – così vicine, così lontane… La Casa delle Rondini, voluta dal pittore Ernesto Treccani, è coperta da oltre 2000 piastrelle azzurre e nere che formano la bella immagine di un volo di rondini nel cielo.

Poco distante c’è, invece, quella che i milanesi avevano soprannominato la “Ca’ Brutta”. È una delle prime opere dell’architetto Giovanni Muzio, realizzata tra 1919 e il 1922 in uno stile nuovo, lontano da quello dei palazzi monumentali o Liberty.

“Vorrei una casa molto colorata, anzi un villino…”

Villette di via Lincoln e Villino Maria Luisa di via Tamburini 8 – Non solo “giallo Milano”; ecco alcune villette dipinte con colori accesi: sono le famose villette di via Lincoln, costruite, a fine Ottocento, per un quartiere giardino destinato a operai, artigiani e impiegati. Unifamiliari, furono le uniche a essere costruite e oggi sono molto ricercate.

Il Villino Maria Luisa, invece, è ricoperto da un mosaico azzurro e dorato. Realizzato ai primi del Novecento ha importanti ferri battuti del celebre Mazzucotelli.

“Famiglia tutta casa e lavoro nel campo dei laterizi, cerca abitazione di rappresentanza”

Casa Candiani, via Matteo Bandello 20 – La famiglia Candiani era proprietaria di una fabbrica di laterizi per edilizia e desiderava una casa campionario della propria produzione. Si affidò all’architetto Luigi Broggi che nel 1885 progettò questo palazzo, su precisa richiesta dei committenti, con decorazioni in cotto uscite dallo stabilimento. Casa e bottega: molto milanese, no?

“Gatto nero cerca palazzo stiloso da condividere”

Casa di corso Monforte 43 – Ecco una vera leccornia in questo street food immobiliare un po’ stravagante: una casa in stile Liberty con figure femminili sulla facciata. Da una finestra del seminterrato ci osserva un gatto in ferro battuto, opera, si dice, del grande Mazzucotelli.

Sembra avesse vicino un topolino sempre in ferro battuto; ora non c’è più, forse è riuscito a sfuggire…

Continua…

San Vincenzo in Prato: storia e storie di una chiesa millenaria

Poco lontano dal corso Genova, vivace e modaiolo, troviamo una chiesa millenaria dai bei mattoni rossi. È riservata e schiva, ricca di storia e di storie: San Vincenzo in Prato.

È tra le chiese più antiche di Milano, tanto che qualcuno pensa possa trattarsi addirittura della Basilica Vetus di cui parla Ambrogio alla sorella Marcellina (ricordate le Reliquie dei Magi di Brugherio?). Forse non è così. ma senz’altro testimonia come erano fatte le prime chiese milanesi.

Si affaccia su una piazzetta che sembra uscita dall’album di un’altra città. La storia di questa chiesa ha attraversato secoli e conserva diverse tracce di questo suo lungo cammino. Per scoprirla dobbiamo scendere alcuni gradini: la chiesa, infatti, si trova al di sotto dell’attuale piano stradale, a livello di quello dove sorgeva Mediolanum.

Sorse in una zona che ha visto succedersi fedi e preghiere differenti: era stata nemeton (bosco sacro) celtico, tempio di Giove, necropoli pagana e poi cristiana, chiesetta longobarda. Alcuni alberi lasciano intravedere dei reperti all’esterno della chiesa, sulla parete sinistra.

Anche all’interno ci sono elementi che arrivano dal tempo: capitelli di spoglio (origine romana e medievale) e una colonna romana che, stanca di reggere pesi gravosi , ora osserva i nuovi fedeli appoggiata alla parete di sinistra.

Infine scendiamo nella cripta di epoca romanica, posta sotto l’altare maggiore. Un tempo si diceva che qui ci fosse una fonte taumaturgica e infatti troviamo un piccolo pozzo tutto in pietra che se ne sta quasi  in disparte, ma l’acqua non sgorga più…

San Vincenzo raccoglie anche storie di altre chiese ormai distrutte. Guardiamo la Crocifissione, meglio nota come “Madonna del pianto” posta sull’altare maggiore.

Si trovava nella vicina chiesa di San Calocero (non Calogero!), demolita prima dalle bombe della seconda guerra mondiale e poi dalle scelte umane della ricostruzione.

La storia, o leggenda se preferite, racconta che nel 1519, quando Milano era ghiotta terra di conquista, la Madonna di questo dipinto abbia versato lacrime di sangue per tre giorni e tre notti. Il popolo era accorso e ciascuno le asciugava con panni da tenere con sè.

L’Arcivescovo di allora, però, mise fine a questo pellegrinaggio e fece raccogliere le lacrime in un’unica ampolla d’argento. Madornale errore: il nuovo padrone di Milano, Francesco I Re di Francia, prese il reliquiario e lo fece portare a Parigi. Avrebbe voluto portarsi via anche il Cenacolo… per fortuna era inamovibile.

Sulla navata destra di San Vincenzo troviamo anche le Madonna dell’Aiuto, un bell’affresco molto venerato nei secoli. Il volto della Vergine è giovane e quasi sbarazzino.

Da una porta sulla sinistra della chiesa si accede al Battistero ottagonale, realizzato nel 1932 dall’architetto Paolo Mezzanotte.

Vi si trova un particolare fonte battesimale ricavato dalla base di un’antica colonna dalla quale, si dice, Ambrogio abbia predicato. Una leggenda di sapore molto più familiare racconta, invece, che la pietra abbia fatto da gradino al nostro santo Patrono per salire sulla sua mula Betta cercando di sfuggire alla nomina vescovile.

Questa colonna proviene dalla chiesa di San Nazaro in Pietrasanta, demolita per realizzare via Dante. Ancora una volta Milano si rinnova ma conserva le tradizioni.

Le belle storie milanesi legate alla chiesa di San Vincenzo non finiscono qui, anzi… I decreti napoleonici la fecero sconsacrare riducendola a magazzino e caserma. Il “progresso” colpì poi pesantemente la ex-chiesa sotto gli Austriaci, tanto da farla diventare la “Casa del Mago”.

C’è poco esoterismo, però, questa volta. Infatti San Vincenzo fu venduta a privati che la utilizzarono come fabbrica di prodotti chimici. Luci, bagliori, fumi colorati e maleodoranti uscivano dalla chiesa e dal povero campanile diventato camino e ciminiera.

I milanesi, con la loro solita bonaria ironia, la chiamarono appunto la “Casa del Mago”. A questo proposito ecco alcune immagini tratte dalle opere di Luigi Conconi, un pittore della Scapigliatura milanese.

Finalmente nel 1884 la chiesa fu riscattata, riconsacrata e restaurata; il campanile venne abbattuto e rifatto.

Le bombe dalla seconda guerra mondiale, però, colpirono pesantemente tutta la zona e gli affreschi furono irrimediabilmente distrutti. Si decise allora di dipingere le pareti di bianco, così come le vediamo oggi.

L’acqua santa, la musica dei bei concerti d’organo e le luce delle candele, possiamo dire con un sorriso, sono tornate a San Vincenzo sconfiggendo i fumi e i bagliori di zolfo della vecchia Casa del Mago.

http://www.sanvincenzoinprato.it/concerti_1.htm

Il suono delle campane è tornato a diffondersi dal campanile, non più ciminiera.

A presto…

 

La Rotonda della Besana: uno spazio trasformista nel cuore di Milano

Quante cose strane ci sono nella nostra città! Abbiamo scoperto che c’è persino un folletto che vive alla Rotonda della Besana a pochi passi da piazza Cinque Giornate. Si chiama Bambilla (con la “erre” diventerebbe il cognome più DOC di Milano) ed è nato dalla fantasia e dalla penna di uno scrittore per bambini, Roberto Piumini.

Questo folletto, amico dei bambini e della natura, è nipote della Besana, una maga strana che sembra un’arancia piena di verde. Facciamo i nostri soliti quattropassi per andare a vedere questo edificio, uno dei luoghi, in realtà, più trasformisti della nostra città e, aggiungiamo, con un bel po’ di fascino dark.

Il nome non tragga in inganno. La Besana non è affatto rotonda e deve il suo “cognome” ad un patriota, prima combattente nelle Cinque Giornate, poi garibaldino, Enrico Besana, al quale è dedicata la via dove si trova il nostro edificio.

La sua costruzione risale alla fine del 1600 quando venne edificato come cimitero della vicina Ca’ Granda, ieri ospedale, oggi Università Statale.

Milano stava crescendo e la cripta dell’Ospedale non bastava più per seppellire i defunti.

In via Francesco Sforza, alle spalle della Ca’ Granda, scorreva il Naviglio Interno e si pensò di costruire un altro cimitero, il Foppone di San Michele ai Nuovi Sepolcri, al di là del corso d’acqua.

I carri con i defunti dell’Ospedale oltrepassavano la Porta della Meraviglia (non abbiamo scoperto perchè sia nota con questo nome) e, attraverso un ponte, raggiungevano il nuovo cimitero in mezzo ai campi.

Questa porta c’è ancora oggi, quasi davanti al Giardino della Guastalla, con ciò che resta del parapetto dell’antico ponte.

Una curiosità un po’ misteriosa e quindi molto milanese: perchè sulla panchetta in pietra, a sinistra della porta, è incisa una “triplice cinta”? È un simbolo arcaico diventato poi anche un gioco. Come e perchè è arrivato fin qui?

Percorrendo via San Barnaba giungiamo alla cinta muraria della Rotonda. L’andamento delle mura non è circolare e al centro si trova quella che fu la chiesa di San Michele, a croce greca, con le quattro facciate tutte uguali, sotto una cupola centrale.

Ed ecco un’altra curiosità che rende questa costruzione una tra le più esoteriche della nostra città. La chiesa, al centro del cimitero, fu progettata dall’architetto Arrigoni alla fine del 1600; egli ne orientò gli assi in direzione di due stelle particolari: a nord Deneb (costellazione del Cigno) e a sud Sirio. Il nord probabilmente indicava il punto di partenza per l’anima che doveva raggiungere il sud per essere giudicata.

Anche il Santo, cui la chiesa fu dedicata nel 1700, è ricco di significati profondamente radicati in antiche culture. San Michele era venerato, fin dall’alto Medioevo, il 29 settembre, sotto il segno della Bilancia, quando la durata del giorno e della notte si avvicinano e sono quasi in equilibrio. L’Arcangelo viene spesso raffigurato con una bilancia per pesare le anime e accompagnarle nell’aldilà.

Sulle mura della Rotonda ci sono numerose e grandi finestre che si pensava potessero mettere in contatto la città con il cimitero, la vita con la morte. Oggi invece si aprono su spazi verdi.

L’interno dell’intero edificio è molto articolato: intorno alle mura corre un bel porticato coperto, più alto rispetto al terreno.

Infatti la terra del cimitero spesso si allagava con gravi problemi igienici. Si pensò così di costruire un porticato sopraelevato, al si sotto del quale c’erano le cripte per i defunti. Ancora oggi possiamo osservare tanti “tombini”. Che fossero quelli per scendere negli ossari?

Verso la fine del Settecento il Foppone aveva esaurito i “posti” e venne abbandonato. Visse un momento di gloria col Cagnola che avrebbe voluto farne, ai primi dell’Ottocento, il Pantheon del napoleonico Regno Italico.

Nei decenni successivi, invece, la Rotonda decadde e si trasformò via via in scuderia, magazzino, lavanderia, persino in reparto per i malati di vaiolo del vicino Ospedale Maggiore, durante l’epidemia del 1870. Infine, a metà Novecento, passò al Comune di Milano che la bonificò ulteriormente facendone verde pubblico e luogo per esposizioni.

Oggi la ex-chiesa ospita il MuBa, museo per i bambini, con spazi gioco che si aprono come scatole sotto le volte, accanto ad un piccolo bar.

L’origine della chiesa di San Michele, però, è ricordata, in modo un po’ inquietante, dai piccoli teschi di pietra posti sui capitelli delle tante colonne.

Fra pochi giorni sarà Halloween e in questo spazio supertrasformista, e molto dark, sarebbe bello bere un aperitivo…

A presto…

 

Quattropassi nella Milano del “fare” di ieri e di oggi: piazza Olivetti con vista Fondazione Prada

Ci si può andare con l’autobus 65 per meglio assaporare alcuni scorci inconsueti della nostra città.

Dal ponte di corso Lodi diamo uno sguardo allo Scalo Romana, dove, tra qualche anno, sorgerà parte del Villaggio Olimpico tra grandi spazi verdi. Se l’ora lo consente, fermiamoci a guardare da lontano la Torre Prada in un incantevole tramonto milanese.

Siamo ora in largo Isarco, in una zona della vecchia Milano del “fare”, caratterizzata da fabbriche dismesse. muri sbrecciati, verde incolto e tanto lavoro, che ora sta trasformandosi in una delle più cool ed emergenti, soprattutto grazie alla presenza della Fondazione Prada.

Questa zona entra nel futuro e mette in connessione vecchio e nuovo, spazi per il lavoro di oggi e luoghi d’arte, come la Fondazione ICA (Istituto Contemporaneo per le Arti); nascono piazze accanto a fabbriche rinate e a costruzioni d’autore.

Facciamo quattropassi nella nuovissima piazza Adriano Olivetti, di fianco alla Fondazione Prada, tra via Orobia e via Adamello.

La piazza è un omaggio a Milano, città d’acqua senza mare o grande fiume, di cemento e mattoni, di lavoro e di verde, che cambia e conserva, che “fa” e ama la bellezza di ieri ma anche quella di dopodomani.

In questa grande piazza (circa 13.000 metri quadri) una vasca d’acqua quasi ferma fa pensare alle rogge, alle marcite e riflette i palazzi intorno tra ninfee galleggianti.

Una passerella in ferro (no tacco 12, non usa più!) attraversa un altro spazio d’acqua e ci porta ai palazzi dei nuovi lavori.

L’acqua e il palazzo a specchio riflettono e moltiplicano, in un rimando continuo, gli edifici intorno: la vecchia distilleria diventata Prada, le torri di Rem Koolhaas, quella bianca e avveniristica e quella d’oro, quasi per ribadirne la preziosità.

Nella piazza troviamo panchine, spazio per eventi, alberi in attesa di tante primavere per crescere, un cavallo alato, omaggio contemporaneo a quello di Leonardo, aiuole di verde ruderale.

Ad una prima occhiata la vegetazione, tipica delle nostre parti, sembra incolta, cresciuta spontaneamente e un po’ dimenticata.

L’ambientazione è opera, invece, di un paesaggista, Carlo Masera, che ha voluto ricreare un ambiente naturale di erbe e piante autoctone, da ammirare in un percorso lungo i muri perimetrali della Fondazione Prada.

E perché, prima di tornare a casa, non stupirci facendo un giro alla Fondazione stessa che, come dice un suo foglio illustrativo, “…mette in contatto arte, architettura, cinema, filosofia, design e moda, sottolineandone l’aspetto culturale…”?

Infine possiamo fermarci a gustare un buon caffè al bar Luce di Prada, dove dialogano stili diversi e, guardando le pareti e il soffitto, ci sentiamo anche un po’ in Galleria.

A presto…