Torri e grattacieli a Milano: sguardo all’insù tra ieri, oggi e domani (Primo itinerario)

In questi nuovi itinerari, i nostri passipermilano ci porteranno a vedere alcuni edifici “alti” e “altissimi” della nostra città, che diventa sempre più verticale.

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Ci fermeremo davanti a qualcuno di essi, mentre passeggiamo, per guardare anche come sono inseriti nello spazio urbano circostante, edifici tra gli edifici, e come sono vissuti, abitati, attraversati dalla gente.

Iniziamo il nostro primo itinerario “all’insù” dalla Torre Velasca, che coi suoi 106 metri di altezza e 25 piani di uffici e abitazioni, supera di molto tutti gli edifici vicini.

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Si trova in piazza Velasca 5, in pieno centro storico, a due passi da piazza Missori, dalla Ca’ Granda e poco lontana dal Duomo.

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Cortile della Ca’ Granda

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È stata progettata negli anni Cinquanta dallo Studio BBPR (Belgiojoso, Peressutti, Rogers), rimasto orfano di uno dei suoi soci fondatori, quel Banfi morto nel campo di Mauthausen – Gusen.

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lo Studio BBPR al completo

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monumento ai Caduti nei campi di sterminio (BBPR – Cim. Monumentale)

Ripresa l’attività nel dopoguerra, gli architetti dello Studio BBPR hanno mantenuto sempre vivo il legame con la storia, partecipando alla ricostruzione, ristrutturazione e allestimenti di tanti edifici come il Castello Sforzesco, la Ca’ Granda

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allestimento vecchia sede Pietà Rondanini (BBPr – Castello Sforzesco)

Se guardiamo la Torre Velasca, vediamo come la memoria entri nell’architettura; nell’insolita struttura a fungo ritroviamo echi della Torre di Bona di Savoia del Castello.

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Anche il nome “torre” vuole rendere omaggio alla tradizione milanese e creare continuità col passato. Guardiamo questa foto: la Velasca sembra la torre di un nuovo spazio urbano dove le mura sono altri edifici.

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La Torre Velasca è lontana dall’idea dei grattacieli americani. È un grattacielo milanese.

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I pilastri, che la percorrono a vista, si piegano e si allargano per sorreggere la parte superiore più ampia, destinata ad abitazioni, tanto da essere soprannominati dai vecchi Milanesi “giarrettiere”.

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La Torre Velasca ha ricevuto consensi, ma anche tante critiche, fin dalla sua realizzazione. Ha “partecipato” a diversi film, tra i quali “Milano calibro 9″ e “Il vedovo”, con Alberto Sordi.

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Guardiamo questa foto e ci accorgiamo che la Velasca non è la sola torre del centro storico, vicino al Duomo.

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Poco lontano, in piazza Diaz, sulle macerie di un quartiere vecchio, colorito, malfamato, il Bottonuto, sorge infatti, dalla fine degli anni Cinquanta, la Torre Martini.

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Palazzo per uffici, ha in cima una bella Terrazza Bar, quasi un anticipo della Milano da Bere degli anni Ottanta. Ora vi si organizzano eventi e si può guardare la città dall’alto, bevendo qualcosa.

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Questa torre, che sembra ispirata al Rockefeller Center di NY, dà il meglio di sè se viene inquadrata dalla Galleria.

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Milano

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New York

Alta 80 metri per 15 piani, chiude la piazza, circondata su tre lati da portici, sotto i quali si aprono negozi, locali, e una palestra. La seconda domenica di ogni mese, poi, vi si tiene la mostra mercato di libri antichi, vecchi, curiosi, da collezione e bancarelle di articoli vintage.

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Piazza Diaz, nata a partire dagli anni Trenta, avrebbe dovuto essere il perno della city direzionale in pieno centro storico. Vi si trovano palazzi importanti come l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (piazza Diaz 6) di P. Portaluppi, con un corpo più basso e una torre porticata.

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In mezzo alla piazza, ora sotto un’aiuola verde, si trova il primo parcheggio sotterraneo di Milano, costruito tra il 1953 e il ’56. Allora in Centro si andava in macchina!

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Il monumento ai Carabinieri, in acciaio, opera di L. Minguzzi, si perde un po’ in questa grande piazza, nascosto in parte dal verde.

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Piazza Diaz ha un che di squadrato, un rettangolo con vie laterali che danno movimento. Era stata soprannominata “il robottino”: la piazza rappresenta il busto, le braccia sono le vie Giardino e Rastrelli, le gambe le vie Gonzaga e Baracchini.

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Sul lungo collo, via Marconi, si trova l’ingresso del Museo del Novecento, in uno degli edifici dell’Arengario, con opere imperdibili del Secolo Breve.

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E la testa di questo robot? Non poteva essere che piazza del Duomo, con le sue guglie e la Madonnina. I suoi 108,50 metri sono stati per molto tempo l’altezza insuperata e insuperabile dei grattacieli di Milano.

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Continua…

La Vigna di Leonardo e la Casa degli Atellani

Ancora due tesori nascosti di Milano: un palazzo rinascimentale riaperto al pubblico e una vigna, per ritrovare la quale è stato necessario, letteralmente, scavare sotto la terra di anni.

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Siamo in corso Magenta, quasi fronte al Cenacolo e a Santa Maria delle Grazie.

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Anche ai tempi di Ludovico il Moro la zona era bella, c’erano palazzi per i cortigiani, come la famiglia degli Atellani, che possedeva due case adiacenti.

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Leonardo aveva appena terminato l’Ultima Cena quando Ludovico gli regalò, con atto notarile, una bella vigna di oltre 8000 metri quadrati, situata alle spalle delle Case degli Atellani.

(4-16) Leonardo e Ludovico Sforza ragionano sul Cenacolo

Con questa proprietà terriera, il Maestro avrebbe potuto acquisire la cittadinanza milanese; un “cervello in fuga” che aveva trovato nella nostra città la sua terra adottiva.

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Sono passati cinque secoli e la nostra città ha appena vissuto l’effervescente clima di EXPO 2015.

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La Casa degli Atellani, in corso Magenta 65, è stata aperta, in parte, al pubblico dagli attuali proprietari, per permettere ai visitatori di ammirare le stanze, gli affreschi, il porticato, il giardino… e non solo.

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Questa Casa è un altro luogo poco conosciuto: quelli che in origine erano due palazzi adiacenti, sono stati uniti, negli anni Venti dello scorso secolo, dall’architetto Piero Portaluppi, genero del nuovo proprietario, Ettore Conti, presidente dell’AGIP e di Confindustria, che ne fece la sua residenza privata.

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Piero Portaluppi

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Ettore Conti

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L’architetto ha riportato le sale del palazzo, con i loro capolavori, allo splendore di un tempo. Ci sono opere di Bernardino Luini e della sua scuola, una Sala dello Zodiaco, medaglioni di illustri personaggi; non mancano, inoltre,  interventi dello stesso Portaluppi.

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Non solo: le stanze aperte al pubblico hanno mantenuto un aria vissuta, di famiglia agiata del tempo.

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Prendiamo in prestito dal sito ufficiale la mappa del “tesoro”, per chi non potesse visitare di persona la Casa degli Atellani.

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Il giardino, anche in questo splendido palazzo, è invisibile agli occhi indiscreti di chi passa per corso Magenta. Resta un luogo appartato, protetto da alberi, tra case e cortili, molto “milanese” nel voler restare un po’ segreto.

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In fondo a questo giardino si vede qualche filare di vite, quel tesoro incredibile scoperto e fatto rinascere: la Vigna di Leonardo.

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Il Maestro, nipote di vignaioli toscani, fu sempre legato a questa vigna, dono del Duca, e a Milano, città dove aveva trovato fama e prestigio.

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Quando il Moro fu sconfitto e imprigionato, la vigna venne confiscata dai Francesi, ma Leonardo, tornato a Milano dopo qualche tempo su invito del governatore francese, ne ottenne la restituzione, tanto era forte il legame con la nostra città.

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La lasciò poi in eredità a due fedeli compagni, che l’avevano seguito in Francia, il servitore G.B. Villani e l’allievo prediletto G.G. Caprotti, detto il Salai.

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“Morte di Leonardo” di J.B. Ingres

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Il Salai

Poi la Storia, grande e piccola, ci mise del suo e per la vigna ci furono anni di silenzio. Ma negli anni Venti, quel grande “cercatore” di tesori milanesi che fu Luca Beltrami, riuscì ad individuare dove si trovava la vigna del Maestro e persino a far fotografare ciò che ne restava.

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La Seconda Guerra Mondiale, e altri disastri umani, coprirono di macerie anche la vigna, ma, come aveva scritto, e disegnato, Leonardo secoli prima… la vite si nasconde sotto terra e poi ricresce.

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Così un team di genetisti e docenti di agraria con un famoso enologo, sono riusciti non solo a ricavare il DNA da una radice sepolta, ma, attraverso studi, esperimenti e innesti, anche a far crescere un nuovo vigneto di Malvasia di Candia, come era quello del Maestro.

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Il pubblico ha potuto visitare la Casa degli Atellani e la rinata Vigna di Leonardo durante l’EXPO 2015; poi, vista la grande affluenza, le visite sono state prorogate fino al 31 marzo 2016. Mancano quindi solo poche settimane, anche se si spera in una ulteriore proroga.

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Se potete, non perdetevi la visita al palazzo e a quella “magia” scientifica che è  la vigna di Leonardo. Quale altra città può permetterci di passeggiare nel vigneto amato da quel grande Genio?

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un “decanter” in un rebus di Leonardo

Con Leonardo “enigma”, “mistero” e “magia” non mancano mai. Per questo amò tanto Milano?

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Un tuffo nel Liberty vicino al Lazzaretto (un quartiere rinato – Parte Terza)

Quanti mondi sono passati tra le damine che passeggiavano a Porta Venezia e le donne con pochi veli che si mostravano a Palazzo Castiglioni, la cosiddetta “Ca’ di Ciapp“?

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Il nostro itinerario attraverso il quartiere del Lazzaretto termina con un tuffo nel Liberty in alcune vie vicino a corso Buenos Aires. Già un primo assaggio di questo “nuovo stile” lo abbiamo gustato scendendo nel Diurno di piazza Oberdan, ancora da restaurare.

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Gli ottocenteschi Caselli del Dazio sulla piazza erano quasi il confine tra la zona nobile di Porta Venezia e quella più popolare dell’ex-Lazzaretto.

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Dalla seconda metà dell’ Ottocento Milano è in pieno fermento: c’è crescita economica e demografica, nascono le industrie, arrivano la luce elettrica, i cinema, le automobili… il progresso.

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La borghesia è in ascesa e vuole un sempre maggiore riconoscimento sociale. I contadini, arrivati in città, diventano operai delle nuove industrie e nascono i primi moti, gli scioperi e anche le iniziative di solidarietà tra i lavoratori.

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“Il quarto Stato” G. Pellizza da Volpedo – Museo del Novecento, Milano

La borghesia e le fasce popolari sono entrambe conquistate dal nuovo stile, il Liberty. Due esempi, nelle vicinanze di Porta Venezia, sono Palazzo Castiglioni e la sede della Società di Mutuo Soccorso per ferrovieri.

Palazzo Castiglioni, il primo edificio di questo stile a Milano, si trova al numero 47 di corso Venezia, tra bei palazzi neoclassici. Era stato commissionato da un ricco borghese, l’ing. E. Castiglioni, all’architetto Sommaruga e appariva come una novità e, insieme, una sorta di provocazione in campo architettonico.

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ferri battuti di A. Mazzucotelli

Era decorato con due grandi figure femminili, che rappresentavano la Pace e l’Industria, formose e con un bel “lato B” in vista.

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Destarono un così grande scandalo che le due statue della “Ca’ di Ciapp” (così era stato soprannominato il palazzo) dovettero essere rimosse e ricollocate nel giardino interno di un’altra villa, sempre progettata dello stesso architetto, in via Buonarroti, ora sede di una Casa di Cura.

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Villa Faccanoni Romeo – Oggi Casa di Cura “Columbus”

Palazzo Castiglioni ospita oggi l’Unione Commercianti di Milano.

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Dall’elegante corso Venezia spostiamoci in via San Gregorio, alle spalle della antica Stazione Centrale, dove, in quegli anni, viene aperta la sede del Mutuo Soccorso tra i ferrovieri.

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Qui, nella sala Liberty di questo dopolavoro, venne indetto uno sciopero riportato anche dai giornali dell’epoca.

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Ora questa sala, restaurata dopo un passato anche di cinema a “luci rosse”, fa parte del ristorante Osteria del Treno. È un ampio salone con scala di ferro e balconata sorretta da colonne di ghisa, omaggio all’architettura industriale del tempo. Ospita ricevimenti, eventi ed amanti del tango.

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Dopo questa digressione, che potrebbe essere anche gastronomica (ci siamo fermati a pranzo e non ce ne siamo pentiti, anzi!), facciamo quattro passi alzando lo sguardo verso gli edifici di questa zona, quasi un minitinerario nell’itinerario. Possiamo trovare elementi Liberty, palazzi deliziosi o anche inquietanti.

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Casa Hahn – via Settembrini 38 / 40

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Casa Felisari – via Settembrini 11

Vi proponiamo altre immagini di Casa Felisari, progettata dall’architetto Arata. Non perdetevela assolutamente; guardate anche il citofono dell’ingresso laterale su via Boscovich. Un pizzico di insolito e di mistero in Passipermilano non manca mai!!! Chi ci abiterà?

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Torniamo al nostro itinerario Liberty a Porta Venezia.

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Percorriamo pochi isolati e raggiungiamo l’ex-cinema Dumont in via Melzo angolo via Frisi, passando davanti all’interessante Teiera Eclettica, regno del tè.

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La storia di questo cinema, uno dei primi di Milano,  fu molto travagliata. Nacque nel 1910 in questa bella palazzina Liberty, di cui vediamo ancora oggi la facciata. In seguito divenne un autosalone e, negli anni Ottanta, rischiò di essere abbattuto per diventare un garage multipiano.

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Gli abitanti della zona si opposero e riuscirono a salvarne la facciata e l’atrio, trasformandolo in una biblioteca  comunale rionale.

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Nelle vicinanze ci sono due capolavori Liberty: Casa Guazzoni (1903-1906) e la spettacolare Casa Galimberti (1902-1906) progettate dallo stesso architetto, G.B. Bossi.

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Casa Guazzoni – via Malpighi 12

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Casa Galimberti – via Malpighi 3

I due edifici sono alquanto diversi: la ricca facciata di Casa Guazzoni è decorata con morbide figure, putti e elementi vegetali in cemento accostati a ferri battuti, probabilmente del celebre artigiano A. Mazzucotelli, che formano un effetto chiaro-scuro.

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Di fronte restiamo quasi senza parole davanti alla maioliche dipinte a fuoco di Casa Galimberti.

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Era una “casa da reddito”, cioè con appartamenti da affittare; le maioliche avevano anche l’intento di facilitare la manutenzione della facciata. Belle donne, dai capelli e forme morbide, ci guardano dal primo piano del palazzo. Ai piani superiori colorate piastrelle a fiori e frutti.

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Sembra una sorta di community ante litteram; queste belle donne sono a proprio agio mostrandosi e guardando anche all’interno delle case.

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Il nostro itinerario è quasi terminato. Andando verso la fermata della metropolitana di Porta Venezia diamo un’occhiata a un altro edificio Liberty, l’hotel Sheraton Diana Majestic.

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A quel tempo il suo Kursaal era una sorta di dopolavoro dell’alta borghesia milanese, con piscina (la prima con trampolino e aperta, in alcuni orari, anche alle signore), teatro, ristorante, bar, persino un campo per il gioco della pelota basca.

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 È stato un itinerario insolito e lungo, in una zona poco conosciuta, ma quante cose c’erano da vedere!

Ciao!

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Un “noir” nella Milano di inizio Seicento

Se vi trovate nella zona del Lazzaretto, magari seguendo il nostro itinerario (bellissimo e sconosciuto, fidatevi!!!), guardate l’angolo di cielo sopra via Settala.

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C’è una storia antica, oscura e terribile, da conoscere, per chi voglia uscire da Google Maps e scavare nella memoria della nostra città.google-maps-3

Lui è quel Lodovico Settala al quale è stata dedicata la via. Era il Protomedico, cioè il più alto funzionario sanitario pubblico di Milano, uomo stimato, potente, un’autorità del suo tempo. Stava indagando sul legame tra ambiente e peste, in un periodo in cui si credeva che questa malattia fosse causata dagli untori.

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Lei, Caterina Medici, senza “de” (non apparteneva alla nobile casata fiorentina) era nata a Broni, nel Pavese, figlia di un maestro.

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La ragazzina aveva imparato a leggere, a scrivere e forse molto altro; si sposò a 13 anni con un uomo violento che la picchiava e la faceva prostituire.

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Il marito morì dopo pochi anni. La ragazza andò a servizio, cambiando molti padroni, passando da osterie a case nobili o di ufficiali. Non era bella, ma “carnosa e di ciera diabolica”, come scrissero alcuni suoi contemporanei, e molto intelligente.

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Un certo capitano Squarciafico, dal quale lavorava, le fece fare tre figlie, di cui due riconosciute. Non sappiamo se fosse una storia d’amore, ma il Vescovo di Casale Monferrato, città dove lavorava, mise fine alla loro unione di fatto, perchè faceva scandalo. Non è un argomento solo di quattro secoli fa, così lontano da noi…

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La donna fu allontanata senza le figlie e, infine, andò a servizio a Milano presso un nobile, Luigi Melzi. Il nuovo padrone, sessantenne, era solo, con figli grandi; soffriva di dolori allo stomaco e di melanconia.

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I grandi medici di Milano, tra cui il Settala, che l’avevano in cura, non riuscivano a curare la gastralgia, mentre la melanconia la curava Caterina.

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Il nobile le “faceva visita” spesso e trovava conforto alla sua solitudine. Questo insospettì non poco i figli, che temevano per la nuova vita del padre… e… per la loro eredità.

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Il caso condusse a casa Melzi un  certo capitano Vacallo, che aveva conosciuto in precedenza Caterina. Il capitano era convinto che la giovane donna avesse usato contro di lui dei filtri d’amore in combutta con un’altra donna che avrebbe voluto farlo innamorare.

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Ed ecco l’accusa: Caterina era una strega che stava usando con il Melzi sortilegi e filtri magici d’amore, i quali causavano anche i violenti dolori gastrici.

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Davvero una bella badante doveva usare filtri per far innamorare un uomo anziano, lasciato solo?

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Il figlio e le due figlie suore del Melzi denunciarono la donna, che venne messa sotto processo. Ci furono molti testimoni, tra i quali anche il Settala, cui, forse, non parve vero di poter attribuire a Caterina l’insuccesso delle proprie cure.

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Caterina non negò mai di essere una strega, e venne torturata, tenagliata e condannata al rogo in piazza Vetra il 4 marzo 1617. Il Melzi le sopravisse di altri otto anni.

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Di questa storia terribile parlarono il Verri, il Manzoni e, in tempi più recenti, Sciascia. Vengono messi sotto accusa la Giustizia, la Società, la superstizione, l’avidità.

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La “fede” nella stregoneria aveva accomunato di fatto vittima e carnefice, accusatore e accusata: la medicina ufficiale credeva nelle streghe quanto Caterina.

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E se Caterina fosse stata davvero una “strega” a conoscenza di un sapere antico? Ogni sapere ha i suoi sacerdoti, i suoi riti, le sue “magie” scientifiche in qualsiasi tempo…

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C. Barnard – primo trapianto di cuore

La lunga storia del Lazzaretto

Il Lazzaretto appartiene alla storia di Milano da oltre cinque secoli. Infatti nel 1488 fu posta la prima pietra di questa sorta di reparto di infettivologia per non abbienti, realizzato per fronteggiare le epidemie di peste, isolando i malati. Questa cittadella quadrata (378 metri per 370) appariva quasi una fortezza alla rovescia, con il nemico, la peste, tenuto, per quanto possibile, prigioniero all’interno.

Lazzaretto e la chiesetta di San Gregorio

Sul suo nome ci sono due ipotesi principali: l’una lo farebbe risalire al primo ricovero veneziano di Santa Maria di Nazaret, termine poi trasformato in Nazaretto e, infine, Lazzaretto.

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L’altra, invece, farebbe derivare il nome da Lazzaro, il mendicante coperto di piaghe della parabola evangelica del Ricco Epulone.

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Ci sono anche altri due Lazzari presenti alla nascita del Lazzaretto di Milano. Omen Nomen dicevano i Latini; il nome è un presagio. Forse è andata proprio così…

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I due Lazzari sono Lazzaro Cairati, illuminato notaio dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda al tempo del Moro e Lazzaro Palazzi, un self made man che aveva iniziato la sua carriera come scalpellino nella Fabbrica del Duomo, diventando poi “ingegnere ducale”, pur essendo, sembra, analfabeta. A lui taluni attribuiscono anche la Cappella Brivio di Sant’Eustorgio.

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Non senza difficoltà economiche e sociali, i due Lazzari portarono avanti il progetto di questa cittadella costruita fuori le mura di Milano, sui terreni della Basilica di San Dionigi, che sorgeva dove oggi c’è il Planetario.

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Questa fortezza sanitaria era piuttosto confortevole e dignitosa. Le camere/celle (in totale 288) si trovavano lungo il perimetro. erano tutte “singole”, di forma quadrata (metri 4,75 di lato), dotate di comignolo per le esalazioni e di un piccolo “servizio”, un sedile in mattoni, che scaricava nel fossato. Porte e finestre erano sbarrate.

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In mezzo al Lazzaretto c’era un grande spazio, la “prateria”, circondato da portici di buona fattura, con colonne in granito di Baveno. https://www.youtube.com/watch?v=GB605GuYvl4

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Al centro di questo spazio circondato da mura c’era una chiesetta, voluta da San Carlo al posto di una precedente cappella, aperta su tutti gli otto lati, per permettere ai ricoverati di vedere sempre l’altare. È la chiesa di San Carlino.

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Se guardiamo con attenzione una cartina d’epoca, vediamo come accanto alla chiesa, si trovasse un palo definito “della tortura”; dieci “sbirri” e due boia erano il servizio d’ordine all’interno.

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Al di fuori del Lazzaretto, invece, si trovava un cimitero, il Foppone, con le fosse comuni per i morti di peste. Qui sorge oggi la chiesa di San Gregorio, con una cripta visitabile, che contiene lapidi di diverse epoche, successive al periodo della peste.

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In poco più di un secolo il Lazzaretto si dota di una Accettazione, due cucine, una per gli infetti e l’altra per i sospetti, un forno per il pane, due lavanderie, una stalla per il latte dei bambini. Il menù era costituito da pane, una zuppa, un secondo e vino…non male!

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Dal punto di vista sanitario c’era poco da fare contro la peste, se non la profilassi e l’isolamento. I medici, che indossavano un lungo camicione, dei guanti e una curiosa maschera con un lungo “becco” contenente erbe aromatiche, non venivano quasi mai a contatto con gli ammalati.  Questi venivano “visitati” da “barbieri” che poi riferivano e portavano eventuali cure dalla Spezieria.

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Era un mondo in chiaroscuro: si credeva agli untori e alle streghe. Il Settala, Protomedico di Milano, ovvero il principale funzionario sanitario cittadino, fece condannare al rogo per stregoneria una donna accusata di fatture contro un nobile che soffriva di mal di stomaco.

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Diversi religiosi, tra cui il cappuccino Felice Casati, davano ai ricoverati conforto umano e spirituale.

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Un affresco in via Laghetto, la “Madonna dei Tencitt”, ex voto dei carbonai, ricorda l’opera di San Carlo e riproduce, alla sua base, l’antico Lazzaretto.

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Seppure all’avanguardia, però, il Lazzaretto non riuscì mai a fronteggiare le emergenze delle epidemie che colpirono Milano. Le camere erano meno di 300 e i malati migliaia. La Prateria si riempì di tende per gli appestati, i morti accanto ai vivi. Furono costruiti altri lazzaretti di fortuna fuori le mura, ma la peste era un avversario troppo forte.

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Chi poteva fuggiva lontano, nobili e facoltosi si rifugiavano nelle case di campagna, secondo la “terapia”: Mox (subito), Longe (lontano), Tarde (a lungo). Quindi Don Rodrigo, ricoverato al Lazzaretto, in mezzo alla gente comune, è, probabilmente, un “falso d’autore”.

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La peste manzoniana del 1630 fu l’ultima per Milano. Il Lazzaretto, che durante le pestilenze era sotto il Tribunale della Sanità, tornò all’Ospedale Maggiore Ca’ Granda.

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Sanificati gli ambienti con la calce, divenne, via via, caserma, ospedale militare, persino scuola di veterinaria. Una breve parentesi in questo declino si ebbe durante il regno napoleonico, quando il Lazzaretto fu usato per parate militari e San Carlino fu trasformato in Altare della Patria.

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Il lento degrado del Lazzaretto continua senza sosta, mentre i dintorni si riempiono di belle carrozze e da piazzale Loreto arrivano i cortei asburgici.

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Viene realizzata una ferrovia sopraelevata che taglia in due il Lazzaretto, anche se gli archi del viadotto permettevano il passaggio di persone e merci.

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Nell’attuale piazza della Repubblica è costruita una delle più belle stazioni d’Europa, quasi una nuova “porta” della città. per gente venuta da lontano. Sarà poi demolita e sostituita dall’attuale Stazione Centrale in piazza Duca d’Aosta.

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Durante il Regno d’Italia il Lazzaretto si si riempie di inquilini, alcuni regolari e altri abusivi; si soppalcano le celle e si aprono attività commerciali. Ci sono macellai, falegnami, lavandai, persino una ghiacciaia, una fabbrica di fiammiferi e un tiro a segno.

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L’edificio si deteriora sempre di più e l’Ospedale Maggiore decide di venderlo. La Banca di Credito Italiano interviene e acquista tutto il Lazzaretto come investimento immobiliare, destinandolo alla demolizione, alla lottizzazione e alla realizzazione di nuovi edifici.

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Il giovane architetto Beltrami, con altri, si oppone a questa “piazza pulita”, ma ottiene solo di poter fare un accurato rilievo grafico e fotografico. Si rifarà salvando il Castello Sforzesco.

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Del Lazzaretto si conserva oggi solo quella piccola parte in via San Gregorio al 5.

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