Le “piscinine”, una tradizione milanese

Nel giugno del 1902 si svolse a Milano lo sciopero delle “piscinine”, le ragazzine che lavoravano presso le botteghe di moda del tempo. Così ha “dipinto” questo fatto Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere.

Chi erano queste “piscinine”? Erano bambine e ragazzine che portavano gli scatoloni con stoffe o vestiti, da parte delle sarte, a casa delle clienti e che svolgevano anche piccoli lavori presso gli atellier guidati dalla premiere. La paga era irrisoria, il tempo di lavoro lungo, il bisogno tanto, la strada per i diritti delle donne appena agli inizi.

Dalla piscinina alla AI: una storia personale.

La zia di una di noi faceva la sarta. Aveva cominciato come piscinina verso la fine degli anni Venti e, via via, aveva “rubato” il mestiere alla sarta che le faceva da maestra. Non diventò mai una stilista famosa, ma è rimasta, per tutta la sua lunga vita, una brava sarta di quartiere, con la Singer, macchina da cucire a pedali, il Burda, giornale di cartamodelli tedesco, tanti fili, bottoni, passamanerie, stoffe che le clienti bene compravano da Galtrucco, altre da Ghidoli, le più nei negozi di zona.

In casa c’era il manneken, quell’oggetto che rappresentava un busto di donna senza testa, nè braccia, nè gambe, dove si appoggiavano i vestiti per provarli. Mi sembrava qualcosa di mitologico, non era nessuna donna e poteva essere tutte, senza pensiero nè movimento.

Chi sta scrivendo ricorda quello cha la zia le diceva: sono i particolari che fanno la differenza, cambia i bottoni a una giacca e diventerà un’altra…se l’abito fa qualche difetto, usa il ferro da stiro, che è il “ruffiano” della sarta.

“Questa io” è cresciuta in una casa piena di fili di cotone colorati, tra ritagli di stoffa per i vestiti delle bambole, bottoni-gioiello spaiati, vecchi vestiti rimodernati secondo la moda del momento… era il recygling di allora.
Le clienti che venivano a provare i loro vestiti a casa della zia, diventavano amiche, confidavano storie, pettegolezzi e peccatucci di cui si parlava quando pensavano che non ascoltassi; rimanevano in sottoveste o, anche allora, “sotto il vestito niente”, mostrando il proprio corpo da migliorare con una pince o un’imbottitura, come in un photoshop. Quante storie e quanti segreti sono stati raccontati provando i vestiti…

Ora “questa io” ha letto che vicino a Porta Romana ci sono delle “fashion-tech” che con algoritmi entrano nel mondo della sartoria. Ne è affascinata: l’occhio della zia diventa un algoritmo, la sua creatività viene aumentata a dismisura e in velocità. Come all’Ikea per i mobili, forse presto si faranno progetti di abiti costruiti sulle misure del nostro corpo, a seconda dei nostri desideri e dei colori che ci donano di più. In questa AI ci sono anche l’esperienza, la creatività e il lavoro di chi non c’è più. Il mondo della moda è cambiato, le piscinine non ci sono più… ora il “Diavolo veste Prada”.

A presto…

Luigi Lorenzo Secchi, un ingegnere milanese da scoprire

La nostra città non è grande e la si può guardare quasi tutta da un grattacielo, la si può vedere e conoscere camminando (con l’aiuto, magari, di qualche mezzo pubblico, salvo scioperi) come fa il nostro “passipermilano”, la si può amare con il “coeur in man” e col lavoro, ricchi di fiducia e coraggio: così siamo tutti milanesi.

L’ingegner Luigi Lorenzo Secchi non era nato nella nostra città, ma lo ricordiamo come un grande milanese del secolo scorso. Nacque ad Avenza, al confine tra Liguria e Toscana, alla fine dell’Ottocento (1899) e frequentò l’Istituto Tecnico Fisico Matematico a La Spezia per qualche anno; poi fu chiamato alle armi come Ufficiale di complemento e nel 1918 venne gravemente ferito e dovette affrontare una lunghissima degenza a Bologna. Dopo qualche anno fu dimesso e riuscì a diplomarsi. Nel 1920 si trasferì con la famiglia a Milano, si iscrisse al Politecnico e divenne ingegnere.

Dopo una breve esperienza per alcuni progetti ad Alessandria d’Egitto, nel 1925 entrò nell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano prima come “precario”, via via acquisendo nel tempo funzioni dirigenziali. Molto capace e schivo, come i milanesi autentici, amava la cultura, che entrò sempre nelle sue attività, e soprattutto la nostra città, dove si spense ultracentenario.

Gli Anni Venti, che videro gli inizi della carriera del nostro ingegnere, furono anni di grandi cambiamenti per la nostra città che stava crescendo. Nel 1883 era stato incorporato il Comune dei Corpi Santi, che rappresentava quasi una cintura intorno alla piccola Milano di allora, che si trovava tutta all’interno delle Mura Spagnole. Non bastava: nel 1923 entrarono a far parte di Milano altri comuni della fascia più esterna. Non fu una acquisizione facile e priva di problemi.

L’ingegner Secchi lavorava per il Comune e si occupava di architettura sociale per dare strutture decentrate nelle zone “nuove” della nostra città. Si occupò di scuole, progettate seguendo i nuovi orientamenti didattici; lavorò infatti per il Trotter e fece realizzare altre scuole come la G.B. Perasso a Crescenzago e la bella Leonardo da Vinci a Città Studi.

Negli Anni Venti, le poche strutture sportive milanesi erano spesso private e concentrate in zone centrali; via via, però, la gente aveva maggior tempo libero e desiderio di svago. Il Comune quindi pensò di realizzare più impianti sportivi e l’ingegner Secchi si occupò di rimodernare strutture già esistenti (ad esempio l’Arena Civica e il Campo Giuriati, per il quale fece realizzare le gradinate) e progettare nuovi campi di calcio in zone periferiche (via Pascal, via Fedro, via Iseo ad Affori) ma raggiungibili.

Chi viveva a Milano, spesso non aveva ancora la possibilità di fare vacanze al mare; ma cosa c’è di meglio di una bella nuotata? Quando andiamo alla piscina Ponzio (Guido Romano), alla Caimi (ora Bagni Misteriosi) e alla Cozzi, guardiamole e pensiamo che sono frutto dei progetti del Secchi. A proposito della piscina Cozzi, che venne realizzata in soli sei mesi nel 1934, ricordiamo che fu la più grande piscina coperta europea dell’epoca e che le sue gradinate, che affiancavano la vasca, rappresentarono una vera novità.

Verso la fine degli Anni Trenta fu impegnato nella progettazione del Comando dell’Aeronautica di piazza Novelli, della Caserma Pastrengo di via Marcora e della Casa del Mutilato di via Freguglia. Tutte queste costruzioni si caratterizzano per una struttura lineare interrotta da una torre (dove si trovano gli ingressi), secondo la tradizione italiana ripresa nell’epoca fascista.

Sempre dell’ingegner Secchi è il mercato rionale di viale Monza, sorto in una zona periferica, come molte delle sue opere, vicine a dove abitava la gente; in anticipo sui tempi, il sotterraneo consisteva in un locale riservato alle celle frigorifere.

Infine, come è stato già ricordato parlando della Scala, all’ingegnere si deve il salvataggio e la ricostruzione del nostro teatro, del quale è stato Architetto Conservatore per ben cinquanta anni (dal 1932 al 1982).

Lasciato il Comune nel dopoguerra, si occupò di edilizia privata realizzando diverse ristrutturazioni di palazzi (come, ad esempio, Palazzo Serbelloni) e di strutture produttive.

Per concludere, vogliamo ricordarlo con una sua piccola opera che testimonia la vasta cultura e versatilità dell’ingegnere. Nell’ultimo altare a sinistra della chiesa di San Fedele, c’è un “quadretto” in bronzo, dedicato ad Alessandro Manzoni, nel quale lo scrittore è rappresentato mentre riceve la Comunione appena prima della caduta sui gradini della chiesa che gli risulterà fatale.

Il disegno di questo momento intimo e toccante è di Luigi Lorenzo Secchi, un autore pressocchè sconosciuto ai più, come quest’opera.

A presto…

11 maggio 1946 – 11 maggio 2026: una festa per la Scala

L’ 11 maggio 1946 la Scala veniva solennemente riaperta con un concerto dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale che l’avevano gravemente colpita. Oggi Milano celebra gli ottant’anni da questa rinascita con una serie di eventi culminanti con un concerto alla presenza del Presidente della Repubblica.

Storia di una rinascita

Ecco come lo scenografo scaligero di allora, Nicola Benois, raccontò la rinascita del nostro massimo teatro. In questa immagine la Scala, distrutta dalla guerra, viene salvata dall’Italia attorniata da angeli che la fanno volare trainata dal carro di Apollo.

Come avvenne questa rinascita, fatta di coraggio, speranza, capacità e tanto, tanto lavoro? La raccontiamo brevemente come una delle tante belle storie della nostra città.

I bombardamenti dell’agosto 1943. “Invano cerchi tra la polvere,/ povera mano, la città è morta“. Così scriveva Salvatore Quasimodo in “Milano, agosto ’43”. I bombardamenti avevano causato la rovina e la distruzione di edifici, fabbriche, infrastrutture; tanti erano stati i morti e oltre 400.000 persone erano senza casa.

Anche la Scala era stata gravemente danneggiata. Le bombe avevano distrutto il tetto e la volta che, crollando, avevano trascinato nella loro caduta il proscenio e parte dei palchi e delle gallerie. Sembrava la fine di un’epoca e, soprattutto, di un simbolo della nostra città. Ampio fu il dibattito tra chi pensava che il nostro teatro andasse abbattuto e ricostruito e chi si batteva perchè potesse essere salvato.

Come non pensare, oggi, alle discussioni sul futuro del nostro stadio di San Siro, la Scala del calcio?

La ricostruzione. Per fortuna c’era chi credeva nella possibilità di una rinascita del teatro, come l’ingegner Luigi Lorenzo Secchi, un dirigente tecnico del Comune, che già dal 1932 aveva lavorato per la Scala realizzando, tra l’altro, disegni e appunti che saranno preziosi per la ricostruzione del teatro.

Questo grande e schivo ingegnere riuscì a far prevalere la strada della ricostruzione, tanto più che parte delle attrezzature, già all’avanguardia, si era salvata. Subito venne iniziato lo sgombero delle macerie (ove possibile riutilizzandole), la demolizione delle parti pericolanti e la copertura del tetto per evitare che le piogge e l’inverno peggiorassero la situazione.

Non fu un’impresa facile: i finanziamenti mancavano e diverse erano le opinioni degli esperti sulle scelte dei materiali da utilizzare. L’ingegner Secchi non si perse d’animo. Fece realizzare una struttura in ferro che era più leggero, malleabile ed economico rispetto al cemento armato; fece restaurare in modo geniale lo splendido lampadario e, “provando e riprovando” fece rifare persino i chiodi esattamente uguali a quelli usati dal Piermarini per non provocare la rottura dei legni utilizzati.

Era soprattutto preoccupato perchè, accanto al rispetto per la struttura originaria, fosse salvaguardata la perfetta acustica. Quando, terminata l’ultima prova prima della riapertura, chiese a Toscanini il suo parere, il Maestro rispose: “L’acustica è come prima, se non meglio di prima” e questo, scrisse l’ingegnere, fu “il coronamento del mio lavoro e della mia ansia”.

I costi furono ingenti e spesso finanziati da privati e dai cittadini stessi, ma, come scrive ancora l’ingegner Secchi: “Le spese sostenute dallo Stato furono esigue, rispetto a quelle sussurrate… Si lavorò con passione, con cronometrica prevista successione delle fasi del lavoro… con ottime maestranze”. La Scala era pronta per la riapertura!

Il concerto inaugurale dell’ 11 maggio 1946. La Scala, che nel frattempo aveva proseguito la sua attività fuori sede, prima a Como, poi a Bergamo e infine al Castello Sforzesco e al Teatro Lirico, era pronta a riaprire solennemente. Sindaco di Milano era il socialista Antonio Greppi che amava profondamente il teatro e che aveva messo la ricostruzione della Scala tra le priorità da realizzare.

Venne invitato a dirigere il concerto inaugurale il Maestro Arturo Toscanini che, in opposizione al regime fascista, si era trasferito in volontario esilio in America. Il sindaco, che aveva perso un figlio partigiano, avrebbe voluto che il concerto fosse preceduto da un breve discorso per ricordare il recente e doloroso passato, ma il Maestro si oppose fermamente perchè riteneva che la musica dovesse essere al di sopra delle vicende umane. Il sindaco scrisse al sovraintendente alla Scala Antonio Ghiringhelli: “Toscanini è certamente un grande artista, ma prima di lui ci sono i Martiri e gli Eroi”. Per evitare polemiche non ci fu alcun discorso.

Il concerto ebbe inizio alle 21 precise dell’ 11 maggio e Toscanini diresse, con una bacchetta dall’impugnatura tricolore, musiche di autori solo italiani. Non venne suonata la Marcia Reale, anche se il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica sarebbe avvenuto qualche settimana più tardi.

Il concerto della Scala venne diffuso con altoparlanti in piazza del Duomo, in Galleria, in via Manzoni con grande partecipazione dei milanesi e persino i tram furono fermati per non disturbare la musica. Le note raggiunsero, attraverso la radio, anche l’Europa e gli Stati Uniti.

In pochissimo tempo, nonostante le gravissime difficoltà postbelliche, la Scala era rinata!

Il concerto celebrativo dell’ 11 maggio 2026. Ecco alcune immagini della festa per gli ottant’anni dalla riapertura della Scala.

A presto…

Buon Primo Maggio con i “Mughetti” di Čajkovskij

Fin dall’antichità il mughetto ha sempre avuto un forte carattere simbolico nella cultura europea ed è stato fonte di ispirazione per leggende, scrittori, persino maestri della moda (pensiamo agli abiti da sposa di alcune principesse e al grande Christian Dior).

Questo piccolo fiore viene tradizionalmente regalato il Primo Maggio per augurare gioia e fortuna alle persone care. Per i nostri auguri quest’anno abbiamo trovato una rarissima poesia dedicata ai mughetti che il grande compositore russo Pëtr Il’ič Čajkovskij aveva scritto durante un suo viaggio in Italia nel dicembre 1878.

Ci sono immagini molto belle, ricche di sensibilità e nostalgia. Anche se i versi risentono dell’epoca in cui sono stati scritti, abbiamo potuto conoscerli solo grazie ai mezzi attuali che ci hanno permesso, in poco tempo, la traduzione dal russo attraverso una versione inglese. Straordinario legame tra passato e presente!

“Quando alla fine della primavera colgo per l’ultima volta
i miei fiori preferiti, un desiderio mi riempie il petto,
e al futuro mi rivolgo con urgenza:
lasciami guardare ancora una volta i mughetti.
Ora sono appassiti. Come una freccia l’estate è volata via,
i giorni si sono accorciati. Il coro delle piume tace,
il sole ci concede più clemente il suo calore e la sua luce,
e il bosco ha già steso il suo tappeto di foglie.
Poi, quando arriva il rigido inverno
e le foreste indossano la loro coltre di neve,
vagabondo sconsolato aspetto con rinnovato desiderio
che il cielo risplenda del sole di primavera.
Non trovo piacere nei libri, né nelle conversazioni,
né nelle slitte veloci, né nello scintillio rumoroso del ballo,
né nel mio amore, né nel teatro, né nella cucina raffinata,
né nel tranquillo crepitio dei ceppi che ardono nel fuoco.
Aspetto la primavera. Ed ecco che appare l’incantatrice,
il bosco si è liberato del suo sudario
e ci prepara l’ombra,
i fiumi cominciano a scorrere e il boschetto si riempie di suoni
e finalmente il giorno tanto atteso è arrivato!
Presto nel bosco! Corro lungo il sentiero familiare.
I miei sogni si saranno avverati, i miei desideri saranno stati appagati?
Eccolo! Chinandomi a terra, con mano tremante
colgo il meraviglioso dono dell’incantatrice Primavera.
O mughetto, perché sei così piacevole alla vista?
Altri fiori sono più sontuosi e maestosi,
con colori più brillanti e motivi più vivaci,
eppure non hanno il tuo misterioso fascino.
Dove si cela il segreto del tuo incanto? Cosa profetizzi all’anima?
Con cosa mi attrai, con cosa rallegri il mio cuore?
È forse che fai rivivere il fantasma dei piaceri passati,
o è la beatitudine futura che ci prometti?
Non lo so. Ma il tuo profumo balsamico,
come vino che scorre, mi riscalda e mi inebria,
come musica, mi toglie il respiro,
e come una fiamma d’amore, pervade le mie guance ardenti.
E sono felice mentre fiorisci, modesto mughetto,
la noia dei giorni invernali è passata senza lasciare traccia,
e i pensieri opprimenti sono svaniti, e nel mio cuore in languida consolazione
accoglie, con te, la dimenticanza di problemi e affanni.
Eppure ora appassisci. Di nuovo in monotona successione
i giorni inizieranno a scorrere lentamente, e più forte di prima
sarò tormentato da un desiderio insistente,
dal sogno angosciante della felicità dei giorni di maggio.
E poi un giorno la primavera chiamerà di nuovo
e solleverà il mondo vivente dalle sue catene.
Ma l’ora giungerà. Non sarò più tra i vivi,
incontrerò, come tutti, il mio destino.
E poi? Dove, nell’ora alata della morte,
la mia anima, obbedendo al suo comando, si innalzerà silenziosamente?
Nessuna risposta! Sii silenziosa, mente inquieta,
non puoi immaginare cosa ci riserva l’eternità.
Ma come tutta la natura, attratti dalla nostra sete di vivere,
ti invochiamo e aspettiamo, bella Primavera!
Le gioie della terra sono così vicine a noi, così familiari,
la fauce spalancata della tomba è così oscura!”

Buon Primo Maggio a tutti con tanta felicità e buona sorte!

A presto…

8 marzo, una mimosa per “Le Alchimiste”

Vedi le triste che lasciaron l’ago, 
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; 
fecer malie con erbe e con imago.
 

Abbiamo ricordato questi versi (Dante, Inferno, Canto XX, 121/123) a proposito dell’8 marzo e della visita alla mostra “Le Alchimiste” in corso a Palazzo Reale.

Nella Sala delle Cariatidi, spazio quanto mai ricco di suggestioni, sono esposti i grandi teleri (tele di oltre 5 metri per 3) che Anselm Kiefer ha realizzato per celebrare alcune donne che, controcorrente per i loro tempi, hanno esplorato il mondo alchemico in diversi campi dalla ricerca della pietra filosofale ad altri processi chimici, dalla erboristica alla geologia, dalla farmacopea alla cosmesi, lavorando e sperimentando con alambicchi, fornelli e calderoni.

Bruegel il Vecchio

I teleri, sorretti da carrelli mobili, sono disposti come paraventi che uniscono e insieme dividono lo spazio.

I colori sono forti e vanno dal nero, al bianco, giallo, rosso fino ad arrivare all’oro, secondo il percorso alchemico. Inoltre, ai colori classici sono aggiunti sulle tele materiali diversi (paglia, argilla, erbe e piante…) che entrano nelle opere come materici elementi pittorici.

Alle pareti di questa grande e sontuosa sala espositiva, le Cariatidi, figure femminili in pietra provenienti dalla Storia (le donne di Carie) e dal Mito, sono granitici simboli degli oltraggi, soprusi, violenze subiti nel corso dei secoli dalle donne. In particolare le Cariatidi in questa sala portano sui loro corpi le ferite delle bombe che le hanno colpite nella seconda guerra mondiale, lasciate volutamente come erano.

In questa grandiosa scenografia hanno molta importanza anche la luce e gli specchi che riflettono le opere e gli spazi, frutto di un accurato studio dell’artista.

Leggiamo la bella introduzione all’ingresso della mostra.

I teleri di Kiefer rappresentano simbolicamente alcune alchimiste. Chi erano queste donne? Certamente erano di nobili origini, coltissime, che da sole o con familiari hanno “osato” affrontare percorsi diversi da quelli allora consueti. Eccone i nomi, molti dei quali sconosciuti che suscitano la voglia di scoprire qualcosa di più su di loro. Un pensiero va anche alle tante donne di ceto e di saperi popolari rimaste anonime, che, come “streghe“, hanno pagato con la vita le loro “magie”.

Iniziamo guardando i teleri di due donne milanesi, che furono anche alchimiste: Caterina Sforza e Isabella d’Aragona. Caterina era figlia di Galeazzo Maria e della sua amante, Lucrezia Landriani. Coltissima e spregiudicata era soprannominata “la Tigre” e venne definita da uno storico “donna fiera e crudele” per la sua vita intrisa di potere (era contessa di Forlì) e di amori.

Una piccola curiosità toponomastica: a Milano le è dedicato un viale (Caterina da Forlì) e al più famoso dei suoi figli, Giovanni dalle Bande Nere, anche una piazza e una stazione della metropolitana. Caterina si occupò anche di alchimia e di medicina (a lei si deve, sembra, una sorta di antenato del cloroformio e l’ “aqua celeste” per rinvigorire gli uomini anziani).

Isabella d’Aragona, consorte del Duca Gian Galeazzo Maria Sforza, forse amata da Leonardo da Vinci, si occupò di cosmesi e profumeria per ottenere, come andava di moda allora, pelle bianchissima e capelli biondi. Milano era già glamour!

Lungo il percorso quasi labirintico di questa mostra si incontrano teleri dedicati a donne, il cui nome è scritto in oro, di epoche diverse. Ci sono filosofe, scrittrici, “proto scienziate”… e anche due regine, come Barbara von Cilli, regina di Ungheria e Boemia, (1392-1451), definita la “Messalina di Germania” o la “Regina nera” per i suoi legami con la magia nera.

Altro tipo di donna e di regina fu Blanche di Navarra, consorte di Filippo VI di Francia. Siamo nel 1300 e questa donna, soprannominata “Bellezza suprema”, rimasta presto vedova, si occupò a tempo pieno di alchimia diventando, sembra, Gran Maestro del Priorato di Sion. Chapeau!

Le alchimiste più antiche (terzo/quarto secolo d.C.) furono la greca Cleopatra (da non confondere con la famosa regina d’Egitto!), e le alessandrine Theosebeia e Paphnutia. Cleopatra, in particolare, scrisse un papiro alchemico e si dice abbia inventato l’alambicco per la distillazione.

Alcune alchimiste furono condannate dai loro contemporanei come Marie de Bachimon (francese del 1600, che aveva coniato, col marito, false monete d’argento e ideata la cosiddetta “polvere dell’eredità”, cioè un potente veleno) e Anne Marie Ziegler (di nobile famiglia bretone, messa al rogo nel 1575 dopo una tragica vita).

Altre alchimiste condivisero con mariti e familiari studi e ricerche, come l’astronoma danese Sophie Brahe, la geologa Martine De Bertereau e Rebecca Vaughan che affiancò il marito Thomas, esponente dei Rosacroce e seguace di Paracelso.

Infine un breve cenno ad alcune alchimiste che dedicarono i propri studi a motivi umanitari come Marie Meurdrac, una chimica francese del 1600, paladina dell’istruzione femminile, che scrisse un trattato “facile” per spiegare ad altre donne i segreti e l’uso di rimedi per alcune cure; Susanna von Klememberg, invece, fu legata alla ricerca spirituale oltre che alchemica, prendendosi cura anche del piccolo Goethe, della cui madre era amica.

Grande alchimista fu anche Anne Mary Sidney Herbert, dama di Elisabetta I, che fu insigne poetessa e chimica, fondando anche diversi laboratori nei suoi castelli per i propri studi di farmacia.

In questa mostra non ci sono indicazioni per conoscere qualcosa di più delle opere e del percorso umano di queste donne, quasi le alchimiste facessero parte di un unico, più grande “Sapere” e si lascia al visitatore, se lo desidera, approfondire le loro vite e il loro pensiero.

In alcune alchimiste, pensiamo, grande è stata anche la ricerca interiore accanto a quella della trasmutazione della materia con una profonda riflessione sulla propria condizione umana. Concludiamo con i versi di una regina, la grande Elisabetta I:

I am and not, I freeze and yet am burned, Since from myself another self I turned.

(Io sono e non sono, gelo e tuttavia brucio, poiché da me stessa mi sono trasformata in un’ altra me stessa.)

A tutte e a tutti, Buon 8 Marzo!

A presto…

Buon Natale 2025!

Tra qualche giorno saremo “innevati” dalle immagini delle Olimpiadi di Milano-Cortina e già scendono i primi fiocchi di luce per le strade della nostra città.

Anche il nostro Duomo è immerso in questa “nevicata” con il tradizionale Albero di Natale che parla anch’esso di Giochi Olimpici. La nostra cattedrale, da sempre il centro di Milano, sembra già vestirsi d’oro e, sul podio più alto, brilla la Madonnina.

A tutti un affettuoso Augurio nel nostro dodicesimo anno insieme.

Buon Natale!

A presto…

Cartoline da Passipermilano

Vi ricordate le cartoline che si mandavano agli amici durante le vacanze per un saluto, un ricordo, un pensiero? Anche noi manderemo agli amici di Passipermilano qualche “cartolina” della nostra città per farla conoscere un po’ di più, farla ricordare ma, soprattutto, farla amare sempre… nonostante tutto.

Estate nei chiostri dell’Umanitaria

Tra le tante iniziative che Milano propone questa estate, partiamo con una cartolina-invito per la rassegna di incontri culturali gratuiti presso gli spazi rinascimentali della Società Umanitaria in via San Barnaba 48.

Il programma è ricco, fresco di idee nuove e caldo di amore per la cultura: un cocktail estivo tutto da gustare, dove passato, presente e futuro si mescolano a meraviglia.

Alla prossima cartolina.

A presto…

La Vergine delle rocce ieri e oggi: la versione 2025

Milano, 25 aprile 1483. Il notaio Antonio De Capitani, quel giorno, stipulò un contratto un po’ speciale; avrà mai pensato, in seguito, che con quell’atto aveva sancito la futura nascita della “Vergine delle Rocce“, uno dei capolavori di Leonardo?

Committente era la Confraternita francescana dell’Immacolata Concezione che affidava ai fratelli pittori Ambrogio ed Evangelista De Predis e ad un artista, giunto da poco alla corte di Ludovico il Moro, Leonardo da Vinci, l’incarico di realizzare un dipinto dedicato a Maria per la chiesa di San Francesco Grande, alle spalle della basilica di Sant’Ambrogio.

Questo contratto rappresenta uno dei documenti più preziosi del nostro Archivio di Stato di via Senato e reca la firma autografa di Leonardo, forse l’unica esistente oggi, per di più autenticata da un notaio!

Un brevissimo cenno storico sull’Archivio. L’edificio in cui si trova, molto sobrio ed elegante, venne fatto costruire nel 1608 dal Cardinale Federico Borromeo come Collegio Elvetico (seminario per la preparazione dei sacerdoti svizzeri). Oltralpe si stavano diffondendo “pericolose” eresie e Milano, sotto sotto, un po’ eretica lo è sempre stata.

Inoltre, per chi è amante delle curiosità, sulla facciata di questo edificio c’è la prima buca delle lettere milanese, risalente al periodo napoleonico. Davanti all’Archivio si trova un’originale statua di Joan Mirò, “Mere Ubu”, dall’altra parte della strada vediamo poi un edificio firmato Zanuso con inserti in ceramica di Lucio Fontana. Un WOW a Km 0!

L’Archivio è una vera e propria miniera di atti che ci parlano della nostra storia, come il documento in cui il Barbarossa concedeva, dopo essere stato sconfitto a Legnano, alcune importanti libertà a Milano.

L’Archivio, però, non guarda solo al passato: infatti, in collaborazione con una classe di maturandi del Liceo Artistico di Brera, ha realizzato un progetto ardito, la “Genesi di un capolavoro” facendoci vedere la “Vergine delle Rocce” realizzata seguendo quanto prevedeva il contratto.

Gli studenti, con i loro insegnanti, hanno “tradotto e visualizzato” quanto previsto nell’atto rogitato che, in modo molto minuzioso, indicava i personaggi (tra cui due Profeti e Dio Padre), i loro atteggiamenti, i materiali, i colori, le tecniche, ecc, ed hanno realizzato quella Vergine che esisteva solo nei desideri del Priore.

Leonardo, però, dipinse la sua “Vergine delle Rocce“, che oggi si trova al Louvre, ricca di mistero come l’argomento trattato.

L’artista disattese quindi il contratto, la Confraternita lo impugnò e non corrispose quanto era stato pattuito. Ne nacque una controversia giudiziaria che (anche allora!) durò parecchi anni. Infine, nel 1506, si giunse ad un accordo e venne dipinta una seconda versione della Vergine delle Rocce (probabilmente anche con l’intervento dei De Predis e di alcuni allievi), sempre diversa dal contratto, ma forse più ortodossa. L’opera è quella oggi esposta alla National Gallery di Londra.

In seguito vennero realizzate altre versioni a cura di allievi di Leonardo, forse anche con l’intervento del Maestro. Una di queste si trova presso la chiesa di San Michele sul Dosso, di fronte a Sant’Ambrogio.

Un’altra versione è sempre accessibile (e forse per questo molto sottovalutata) nella chiesa di Santa Giustina ad Affori.

Ora abbiamo anche una “Vergine delle Rocce 2025”, che dal 4 giugno si può visitare gratuitamente, con un semplicissimo appuntamento telefonico, all’Archivio di Stato. Un dipinto vecchio e nuovo al tempo stesso, quasi un tuffo in pieno Rinascimento da parte di giovani di oggi.

A presto…

Francesca Scanagatta: la prima donna Ufficiale… sotto mentite spoglie (prima parte)

Francesca Scanagatta viene considerata la prima donna diventata Ufficiale di un esercito regolare. Siamo alla fine del Settecento e la tenente era milanese.

Non è stato facile trovare notizie esaurienti su questo insolito personaggio, perciò ci siamo basati principalmente sulla biografia scritta, a metà Ottocento, dal nipote che si chiamava Celestino Spini, come il nonno, marito di Francesca.

Via via che ci documentavamo, abbiamo incontrato nel libro dei “non detti” relativi a fatti ed emozioni rimasti volutamente privati che forse Francesca aveva scelto di non raccontare. Soprattutto, però, ci siamo resi conto di come questa storia di oltre duecento anni fa faccia emergere tematiche ancora molto attuali come le difficoltà relazionali tra genitori e figli durante l’adolescenza, il ruolo sociale dei comportamenti maschili e femminili, i motivi del crossdressing che ha portato un abbigliamento tipicamente maschile, come i pantaloni, a diventare normalità ai giorni nostri. Questo completo Armani sarebbe piaciuto anche a Francesca?

Sullo sfondo della storia di Francesca, c’è la grande storia che ha vissuto Milano in poco più di un secolo: il governo austriaco (nel cui esercito divenne ufficiale la Scannagatta), il regno napoleonico (per il quale combatterono sia il marito che il fratello), il ritorno degli austriaci, l’insurrezione delle Cinque Giornate (durante le quali morì combattendo la figlia Isabella).

Francesca ci racconta la sua storia

“Sono nata sotto il segno del Leone, il 1° agosto 1776, a Milano. La mia era una famiglia benestante, diventata nobile sotto il regno di Maria Teresa. Mio padre era un alto funzionario statale, fedelissimo alla sovrana. A casa vivevano i miei genitori (Giuseppe e Isabella) e noi figli, educati da una istitutrice di Strasburgo, madama Dupuis, che ci insegnava tedesco, francese e, soprattutto, ci raccontava le gesta dei poemi cavallereschi con le figure di alcune eroine che combattevano al pari degli uomini… In queste avventure mi vedevo un po’ Bradamante e un po’ Clorinda. Forse già “volevo i pantaloni”.

A dieci anni entrai, come tante altre fanciulle di buona famiglia, all’Istituto delle Dame della Visitazione di via Santa Sofia. Le insegnanti mi descrissero “dolce”, “ragionevole”,… ma “altera e vivace”, “amante del vero e del giusto”, pronta a farmi rispettare. Ho dei bei ricordi, tanto che da grande tornai in divisa da tenente a salutare la Superiora che, lungi dallo scandalizzarsi per quello che era diventata la sua educanda di un tempo, mi gettò affettuosamente le braccia al collo. Ero per lei una pecorella smarrita o una grande soddisfazione?

Terminati gli anni del collegio, verso i sedici anni tornai a casa. Papà teneva molto a me, “nulla trascurava quanto concerneva la mia piena e felice riuscita”. Mi portava spesso con sè nei suoi viaggi di lavoro vestita come un ragazzo per essere io “più al sicuro e evitare ogni imbarazzo” e lui più libero nei suoi affari. Mi piaceva e diventavo sempre più disinvolta anche negli atteggiamenti da ragazzo. Era un po’ la shakespeariana Viola e un po’ Lady Oscar, come piaceva a papà e a me.

Forse fu durante questi viaggi che mi resi conto di come “essere” maschio significasse godere di maggiore libertà e di possibilità di affermarsi. Quante donne nella storia si sono travestite da uomo per realizzare quello che desideravano fare in vari campi?

Un giorno il caso mi offrì una possibilità. Mio padre aveva organizzato per me e mio fratello maggiore un viaggio a Vienna: lui avrebbe dovuto presentarsi all’Accademia Militare di Neustadt, io a casa di una nobildonna per completare la mia educazione da “signora”. Giunti a Udine, mio fratello si ammalò e mi confidò di non voler frequentare l’Accademia, ma di preferire studi civili. Era la mia occasione: lo convinsi (e non fu molto difficile) a tornare a casa e a rivelare le sue intenzioni ai nostri genitori; intanto io avrei proseguito il mio viaggio non, come pensava lui, verso la dama, ma verso l’Accademia utilizzando la sua lettera di presentazione, che avevo preso a sua insaputa.

In fondo ognuno di noi avrebbe fatto quello che desiderava… ed io volevo vivere un’esperienza militare che, in quanto donna, mi sarebbe stata preclusa. Ero sicura di potercela fare. Adolescente ribelle e incosciente? Forse, ma tra i pizzi e merletti e la divisa militare quale era per me, allora, la vera maschera? Il travestimento era il mio lasciapassare verso il futuro che desideravo. Carica di speranze e di determinazione, mi recai presso la casa del dottor Haller, medico dell’Accademia e conoscente di mio padre, che avrebbe dato ospitalità a casa sua al cadetto. Corressi il nome sulla lettera di presentazione, diventando Francesco e fui così vivace, affabile e piena di vita verso di lui e le sue figliuole che il buon dottore non mi fece neanche la visita medica di idoneità per l’Accademia. Effettivamente stavo benissimo!…” Continua…

A presto…