Quattropassi ieri e oggi nella Milano che vide nascere la “Vergine delle Rocce”

Com’era Milano quando vi nacque la “Vergine delle Rocce”? Cosa rimane, sia pure con i “ritocchi” avvenuti in oltre cinquecento anni di storia? Facciamo quattropassi per andare a vedere la nostra città di fine Quattrocento seguendo le indicazioni della nostra Guida.

Milano, al tempo di Ludovico il Moro, era una città in grande fermento ed espansione. Aveva forma circolare, era ricca di corsi d’acqua naturali e artificiali (i Navigli). Leonardo collocò, in un suo disegno, il centro cittadino presso la chiesa di San Sepolcro nel cuore di Mediolanum.

Aveva un Broletto, a pochi passi dal Duomo che si stava costruendo utilizzando il marmo rosa più pregiato, ricordo delle conchiglie di antichi mari.

Accanto, dove ora c’è Palazzo Reale, si trovava Corte Vecchia, storica dimora dei Visconti. Ancora oggi, qua e là, qualche antica finestra si affaccia sul veloce via vai del nostro mondo.

Raggiungiamo la chiesa di San Gottardo in Corte. Ha il più bel campanile di Milano, sulla cui cima veglia un angelo, “discendente” da quello abbattuto, secondo la leggenda, dal “Bombarda” ai tempi dell’invasione francese. La chiesa non ha la facciata, inglobata nel Palazzo, ma l’interno è un gioiello tutto da scoprire, accedendovi dal Museo del Duomo.

Senz’altro Leonardo passò davanti alla chiesa di Santo Stefano, presso la quale era stato ucciso da congiurati il Duca Galeazzo Maria Sforza, e si fermò a guardare la Ca’ Granda, ospedale pubblico dove, probabilmente, fu ricoverata anche Caterina, madre dell’artista.

La Ca’ Granda era stata voluta da quel Francesco Sforza (padre di Galeazzo Maria e di Ludovico il Moro) al cui monumento equestre tanto lavorò il Maestro proprio in Corte Vecchia. Oggi il Cavallo, dono americano ispirato al progetto di Leonardo, si trova, un po’ in disparte, all’Ippodromo di San Siro.

A pochi passi dalla Ca’ Granda, Leonardo avrà certamente visto la Basilica di San Nazaro, ovviamente senza il Mausoleo Trivulzio, costruito dopo.

Poco più in là, in piazza Missori, possiamo scendere nell’antichissima cripta di San Giovanni in Conca e fermarci nella vicina San Satiro per vedere l’illusoria abside del Bramante, contemporaneo di Leonardo.

Milano, anche allora, era densamente popolata e tanti erano i bei palazzi, le torri, le chiese, dentro e fuori le mura.

Proprio per una chiesa vicino alla Pusterla di Sant’Ambrogio, una delle porte delle mura, nacque la Vergine delle Rocce.

Leonardo era giunto a Milano pieno di speranze per cercare fama e fortuna alla corte del Moro, preceduto da un curriculum a 360°.

Dopo un paio di anni, però, non gli erano ancora arrivati incarichi di prestigio e il Maestro doveva pur sbarcare il lunario. Così, quando i Confratelli della chiesa di San Francesco Grande gli commissionarono una pala d’altare per illustrare ai fedeli l’Immacolata Concezione, Leonardo accettò questo incarico, il primo al di fuori della corte sforzesca.

Il “contratto” tra i committenti e l’artista è miracolosamente giunto fino a noi ed è conservato presso gli archivi cittadini.

Secondo le richieste, Maria avrebbe dovuto essere vestita di “broccato d’oro e azurlo (sic!)” con il Bimbo tra le braccia, volo d’angeli, sotto lo sguardo di Dio Padre, come era nella tradizione e come l’avevano dipinta anche i contemporanei Botticelli e  Perugino.

Leonardo, però, spiazza e interpreta. Non è l’artigiano che esegue, ma un artista che crea, vicino forse anche alle teorie poco ortodosse di un francescano, Amedeo Mendes da Silva.

I Confratelli avevano chiesto per la pala uno sfondo roccioso. Leonardo fa svolgere la sacra scena in una grotta (il ventre materno? Il grembo della Natura?) così come in una grotta Gesù era venuto alla luce e da un sepolcro di pietra era uscito con la Resurrezione (dal buio scaturisce la luce?).

Non solo: l’artista rappresenta l’incontro, narrato nei Vangeli apocrifi, tra i piccoli Gesù e Giovanni Battista avvenuto durante la Fuga in Egitto. Uriel è l’arcangelo al quale, secondo la leggenda, Maria aveva affidato il piccolo Giovanni dopo la morte della madre. I personaggi non avevano le aureole; l’angelo, senza ali, sembra voglia “dirci” qualcosa. guardandoci enigmatico e suadente.

Poveri Confratelli! Questo capolavoro, accompagnato ai lati da angeli dipinti dai De Predis (tra cui Ambrogio, quello della Vergine di Affori?) era molto diverso da come l’avrebbero voluto. Ne nacque un lungo contenzioso economico, che durò circa vent’anni, ieri come oggi! Alla fine Leonardo dipinse per la Confraternita la seconda versione riveduta dell’opera.

Al posto della chiesa di San Francesco Grande, abbattuta agli inizi dell’Ottocento, ora vediamo la caserma della Polizia di Stato. Una bella copia della Vergine delle Rocce, prima maniera, è però esposta di fronte a Sant’Ambrogio, nella antica chiesetta di San Michele sul Dosso. Sembra quasi che questo capolavoro abbia voluto restare in qualche modo vicino alla propria casa.

Il nostro giro per guardare oggi ciò che vide allora Leonardo proseguirà tra breve…

 

A presto…

 

La Vergine delle Rocce di Affori, una tavola tra misteri ed enigmi

La Vergine delle Rocce è uno dei quadri più belli ed enigmatici di Leonardo. Ne realizzò due versioni, la prima è esposta al Louvre, l’altra alla National Gallery di Londra.

“Nacquero” entrambe a Milano a circa venticinque anni di distanza; nella nostra città ora ne esistono due copie, poco valorizzate ma molto importanti, probabilmente realizzate in co-working da Leonardo ed altri artisti.

È possibile andare a vedere queste opere con una certa facilità; la prima riprende la versione del Louvre e si trova nella chiesa di San Michele sul Dosso, presso le Suore Orsoline di via Lanzone. L’altra, invece, è visibile ancora più liberamente, senza necessità di appuntamento, recandoci presso la Parrocchia di Santa Giustina ad Affori.

La “Vergine” di Affori riprende la seconda versione dell’opera leonardesca, quella in cui l’angelo ha riavuto le ali ed osserva la scena che si svolge nella grotta senza puntare l’indice e senza lo sguardo ammiccante che ‘guarda verso chi guarda’.

Soffermiamoci davanti alla tavola della Vergine di Santa Giustina e osserviamola anche con l’aiuto del bel libro che si trova in vendita in Parrocchia.

La tavola è più piccola e luminosa della pala di Londra e, probabilmente, venne realizzata anche da un “copittore” di Leonardo, forse quell’Ambrogio De Predis con il quale il Maestro aveva già lavorato più volte dipingendo tra l’altro anche il “Ritratto di Musico” dell’Ambrosiana.

Una indicazione sul nome dell’autore potrebbe venire dal copricapo della Vergine, dove sembrano vedersi alcune lettere dell’alfabeto: P, R, E, D. Sono una “firma” (Predis) o un riferimento a “predestinata”?

Il dipinto, che doveva rappresentare l’Immacolata Concezione, non è una copia identica all’originale. Se la osserviamo più da vicino, notiamo una serie di “novità” piuttosto intriganti, quasi una tavola da guardare con la lente o un gioco enigmistico per solleticare le nostre menti.

Iniziamo con un “cos’è” riferito a Milano. Sotto il cielo minaccioso che si intravvede dalla grotta, vediamo in lontananza un paesaggio con una chiesa, “anacronistica” rispetto alla scena. A noi, guardandola, pare la basilica di San Lorenzo, prima della ricostruzione della cupola. Sappiamo che il De Predis e lo stesso Leonardo avevano abitato non lontano dalla Basilica. C’è forse aria di casa in questo dipinto?

Un altro enigma: dietro il capo della Vergine, la roccia sembra prendere le sembianze di un volto di uomo anziano, con la lunga barba e un copricapo deja-vu. È uno scherzo della nostra immaginazione o Leonardo ha voluto far apparire il suo volto, col suo cappello, anche in questa tavola?

Ancora: sullo sfondo si vede una piccola figura sdraiata, il misterioso “dormiente”. È forse San Giuseppe e la scena riguarda la Fuga in Egitto? E cosa indica il ramo secco, dietro questa figura?

La leggenda, ripresa poi da Raffaello nello “Sposalizio della Vergine” (Pinacoteca di Brera), narra che il ramo portato da Giuseppe fosse fiorito miracolosamente per indicare, tra i diversi pretendenti, lo sposo di Maria prescelto da Dio. Perché il ramo della tavola di Affori rimane spoglio?

Altri “intrusi” da decifrare sono un uccellino e il muso, quasi nascosto, di un asinello. Sono stati dipinti con grande cura forse in un secondo momento e cosa indicano?

Anche i fiori e le piante che compaiono nella grotta sono ricchi di significati simbolici. Dipinti con cura meticolosa ci sono ranuncoli, arnica, felci, edera… Ma ecco, vicino a San Giovannino, spunta l’aquilegia, che rappresenta. tra l’altro, l’unione tra umano e divino. I due Bambini potrebbero anche rappresentare  la duplice natura di Gesù, umana e divina?

Simbolismo e natura già da allora erano un groviglio inestricabile per la mente e ancora oggi sono presenti in alcuni moderni logo di prodotti o eventi.

Abbiamo scoperto molte altre cose a proposito della “Vergine delle Rocce” e della Milano che la vide nascere. In fondo, come scrisse Leon Battista Alberti nel 1400, “bisogna che la pittura faccia pensare più di quel che lascia vedere..”

A presto…

LEONews – Alla ricerca del vero volto di Leonardo

È di  questi  giorni  l’app  “Face Challenge”  che  ci  permette  di vedere come saremo da grandi.

Lavorando su Leonardo ci è venuto da pensare che conosciamo il volto del Maestro quasi solo da vecchio. Il suo più famoso autoritratto è stato, infatti, realizzato tra il 1515 e il 1517, quando aveva meno di 65 anni, un’età che oggi, peraltro, consideriamo quasi una seconda giovinezza.

In questo autoritratto, conservato a Torino alla Biblioteca Reale, la lunga barba e la folta capigliatura, un look eccentrico per l’epoca, fanno quasi da maschera al volto ma creano il personaggio.

Leonardo è un uomo di spettacolo, che svela e nasconde, illudendoci con le sue magie e i suoi enigmi. Anche Raffaello, qualche decennio dopo, lo dipinge come un vecchio saggio, un guru, facendogli interpretare Platone, in veste rossa, nella Scuola di Atene.

Come era Leonardo prima di diventare un vecchio Maestro? Ecco un presunto autoritratto del Genio durante gli anni della giovinezza, a Firenze. Era un bel giovane, con i lunghi capelli, eccentrico, provocatorio e persino già un po’ teatrale.

Abbiamo scavato ancora, cercando tra i presunti ritratti o suoi o di qualche suo apprendista che lo conosceva bene. Questa è la copia di un autoritratto del Maestro andato perduto. Realizzata da un suo discepolo, Francesco Melzi,  mostra un Leonardo maturo, di circa cinquant’anni.

In tempi recenti i Carabinieri dei RIS, con le tecniche usate per le proprie indagini, hanno ricostruito un identikit di Leonardo eseguendo un lifting al computer, spianando le rughe ma mantenendo le caratteristiche principali: un bell’uomo davvero.

Andiamo oltre per cercare lo sguardo di Leonardo. Sembra che nell’ “Adorazione dei Magi” (1481-82), l’artista si sia ritratto nel giovane sulla destra, quello che non guarda la scena.

Se lo osserviamo con attenzione troviamo qualche somiglianza col “Ritratto di Musico” e con l’ “Uomo vitruviano”. Che Leonardo, come Hitchcock, facesse delle “apparizioni” nelle proprie opere?

Recentemente una ricercatrice ha fatto una scoperta sensazionale. Analizzando il ritratto di fanciulla del foglio 399 v. del Codice Atlantico, conservato all’Ambrosiana, ha osservato come sotto l’ascella della giovane (forse Giovanna Bianca Sforza, primogenita del Moro) sia mimetizzato il profilo capovolto di Leonardo.

“Ogni dipintore dipinge sè” come si sosteneva nel Rinascimento oppure Leonardo aveva creato una sorta di automimetismo enigmatico come si ritiene oggi? In questo caso prenderebbe forza l’ipotesi di chi sostiene che quello della beffarda Gioconda sia un viso fusion con quello di Leonardo.

E ora, augurandovi Buone Vacanze, una piccola anticipazione. Nella Vergine delle Rocce di Affori, che stiamo preparando per la fine di agosto, si può intravvedere, mimetizzato tra le rocce…

A presto…

Quattropassi ad Affori per vedere la Vergine delle Rocce

Per tuffarci nella bellezza e nel mistero di un’opera d’arte, la cui presenza è ancora oggi poco conosciuta al di fuori del quartiere,  andiamo verso la periferia nord di Milano, nella chiesa di Santa Giustina ad Affori.

La chiesa è stata edificata a metà Ottocento anche con la partecipazione attiva degli afforesi che dedicavano il proprio tempo libero alla sua costruzione.

Al suo interno, sopra il ricco altare di una cappella, è esposta una preziosa tavola raffigurante la leonardesca Vergine delle Rocce. Chi fu il grande, ma ignoto, pittore?

Viene definita “preclaris pictoris opus”. Cerchiamo una serie di indizi e notizie per scoprire questo tesoro un po’ sconosciuto della nostra città.

Questa tavola fu lasciata in eredità alla Parrocchia di Affori a metà Ottocento da un generoso benefattore, Luigi Taccioli, perchè fosse esposta alla devozione dei fedeli.

Luigi aveva comperato ad un’asta la splendida Villa Litta di Affori, che aveva visto nel tempo susseguirsi diversi e nobili proprietari.

Tra questi ci fu anche Barbara Melzi dei conti di Magenta, una nobildonna discendente da quel pittore, Francesco Melzi, che aveva ereditato dal suo Maestro, Leonardo da Vinci, gran parte delle opere rimaste.

Barbara aveva, probabilmente, portato in dote la preziosa tavola quando, nel 1683, aveva sposato Pietro Paolo Corbella, futuro marchese del feudo di Affori, che fece costruire la villa accanto ai ruderi di un’antica dimora dei Visconti risalente al 1350.

Ora questa villa e il suo parco, i cui alberi furono in parte tagliati nella seconda guerra mondiale, per “fare legna” e riscaldare le case, è di proprietà del Comune e ospita, tra l’altro, una ricca Biblioteca e saloni per eventi.

Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento a Villa Litta si teneva un vivace “salotto letterario” al quale partecipava la colta nobiltà milanese, tra cui Alessandro Manzoni e il pittore Francesco Hayez, quello del “Bacio” di Brera.

Avranno visto il quadro della Vergine custodito nella Villa? Senza dubbio sì, tanto che Hayez fece anche una perizia testamentaria nel 1853 su incarico degli eredi Taccioli.

Questa Vergine delle Rocce fu solennemente collocata nella chiesa nel maggio del 1870 e subito venne venerata dai fedeli, ma poco considerata dagli storici d’arte. Non per molto. A cavallo tra Ottocento e Novecento molti studiosi la presero in esame, quasi “sorpresi” da questa opera.

Da allora la tavola è stata esposta in diverse mostre leonardesche.

In tempi più recenti è stata anche sottoposta a indagini scientifiche dalle quali risulterebbe eseguita a più mani intorno al 1520, con aggiunte e interventi di restauro nei secoli successivi. Nel tempo ha persino cambiato un po’ le misure, forse per essere adattata alla cornice. Ora la tavola misura 86,5 per 65,5 centimetri, mentre Hayez l’aveva misurata in braccia milanesi e risultava di circa un metro per 80 centimetri, più piccola quindi delle pale esposte a Londra, a Parigi e nella milanesissima chiesa di San Michele sul Dosso.

Chi è dunque l’autore di questa “sorellina”? C’è chi parla di un’opera di Leonardo stesso (tra questi il nostro Luca Beltrami, quello che ha rifatto il Castello e piazza della Scala!), c’è chi propende per un’opera della sua scuola, chi pensa che l’autore sia Bernardino Luini. L’autore di quest’opera resta ancora oggi avvolto in una nuvola di mistero e il dipinto contiene molti altri enigmi da scoprire insieme.

A presto…  

 

LEONews – Un Hair Stylist d’eccezione

Come porteremo i capelli questa estate? Meglio il raccolto o il riccio naturale? E il colore? Un biondo dorato o un castano caldo?

Chissà se le signore milanesi al tempo di Ludovico il Moro avranno avuto i nostri stessi “dilemmi”. Avevano a disposizione un Coiffeur “geniale”, il grande Leonardo che nella sua poliedrica attività si occupava anche di acconciature e tinture per capelli.

A Bologna, nel marzo scorso, si è tenuto il Cosmoprof, una manifestazione di cosmesi, quest’anno con uno spazio dedicato alla bellezza rinascimentale e agli studi di Leonardo su questo tema. A fine settembre, poi, anche a Milano si parlerà, nella sua vigna, la Casa degli Atellani, di vino e profumi. Un evento senza dubbio inebriante, a cui non mancare.

Com’era la bellezza ai tempi di Leonardo? Andava il viso naturale, senza alcuna traccia di rossetto e, ovviamente, senza abbronzatura. La pelle era trattata con cipria e idratata con creme spesso a base di bava di lumaca, un prodotto adatto anche a dare lucentezza alla chioma. Lo avrà usato anche Monna Lisa? La signora sorride ma non conferma.

E ora veniamo ai capelli. La fronte doveva restare scoperta senza frangia o ciuffo, con sopracciglia molto delicate o quasi inesistenti.

All’epoca erano di moda diverse sfumature dorate, ottenute con prodotti e miscele naturali: il biondo veneziano,  quello fiorentino e quello alla napoletana.

Nei suoi codici Leonardo parla di capelli “neri e gialli”; ama il tanè, un colore castano con sfumature che ricordano le castagne o il cuoio. Per le signore più “in”, come Cecilia Gallerani, sceglie acconciature raccolte che incorniciano il volto senza scoprire le orecchie.

Non manca, però, qualche vezzo sbarazzino o intrigante, come un gioiello sulla fronte. A noi ricorda un po’ il mondo hippy, ma qui ci sono lusso e potere. Una curiosità: da allora questo ornamento si chiama ancora ferronière.

Le dame talvolta raccoglievano i capelli in una grande treccia, ornata da un nastro.

Leonardo, però, nei suoi disegni amava i ricci, liberi, naturali, come mossi dal vento.

E come copricapo? Chissà se Grace Kelly, icona di stile, si è ispirata a questo disegno di Leonardo?

Bei visi di giovani donne hanno attraversato i secoli e ancora oggi mostrano con naturalezza semplici acconciature senza tempo uscite dal “salone” rinascimentale di Leonardo.

“Fa’ tu adunque alle tue teste i capelli scherzare col finto vento intorno ai giovanili volti e con diverso rivoltare graziosamente ornarli…”. In un’epoca di corpetti, gonnone e acconciature composte, Leonardo libera la femminilità della donna coi capelli e l’abito leggero mossi dal vento.

A presto…

LEONews – Il mistero di Caterina, la madre di Leonardo

Siamo in piena Leonardomania. Tutti parlano e scrivono del Genio, si fanno eventi e spettacoli su di lui. Anche noi faremo dei passiperMilano con Leonardo, raccontando delle LEONews, una miscellanea di notizie, curiosità e anche un po’ di gossip legati a questa celebrity e alla nostra città.

Il mondo di Leonardo ha spesso zone d’ombra, misteri non ancora risolti. Persino la sua origine ha ancora aspetti poco chiari.

Nacque sotto il segno di fuoco dell’Ariete e vulcanico lo fu davvero. Il nonno paterno, Antonio, attesta che nel 1452 “…nacque un mio nipote, figliuolo di Ser Piero mio figliuolo, a dì 15 aprile in sabato, a ore 3 di notte”.

Non sappiamo con certezza il luogo dove venne alla luce; non tutti, infatti, concordano sul casale di Anchiano, appena fuori Vinci.

Più preciso è invece il luogo del Battesimo, la chiesa di Santa Croce a Vinci. “…Battezzollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci…” alla presenza di cinque padrini e cinque madrine, una cerimonia per un bimbo illegittimo nato dalla relazione tra Ser Piero e la misteriosa Caterina.

Il padre era un giovane notaio che fece carriera occupandosi anche degli affari della Signoria dei Medici; della madre, invece, poco si sa. Per alcuni storici Caterina era una giovane contadina, figlia, si dice, di un certo Meo Lippi, morto senza lasciare tracce sicure.

Per altri, invece, era una schiava al servizio di un anziano banchiere fiorentino del quale era ospite Piero. Il giovane notaio “riuscì” ad ottenere l’eredità del facoltoso cliente e anche Caterina, che portò a Vinci.

A quel tempo, a Firenze, vivevano diverse schiave catturate dalle navi genovesi e veneziane. Anche Cosimo de’ Medici aveva ricevuto in dono, dalla Repubblica di San Marco, Maddalena, una schiava circassa che divenne sua amante ufficiale e che influì non poco in campo artistico sul Signore.

Da dove proveniva dunque Caterina? Era una contadinella toscana, una schiava tatara, cinese o mediorientale? I segreti di Caterina non sono mai stati svelati. Non sappiamo neppure se Leonardo sia nato per insidia, per gioco o per amore.

Il ramo materno di Leonardo è un rebus ancora irrisolto. Un recente studio, compiuto da ricercatori dell’Università di Chieti, ha osservato come nell’esame di alcune impronte digitali di Leonardo, ricavate accuratamente da alcune sue opere, siano presenti caratteristiche proprie di popolazioni arabe. Il Genio è veramente planetario.

Dopo la nascita del figlio, Caterina ricevette dalla famiglia del notaio una piccola dote e venne fatta sposare, a Vinci, con Piero del Vacca detto “Attaccabriga”, probabilmente un ex soldato di ventura diventato artigiano. L’uomo, sembra, avrebbe mantenuto contatti di “lavoro” col notaio facendogli da “testimone” in diversi affari.

Caterina ebbe ben cinque figli dal marito, ma probabilmente continuò ad avere contatti con Leonardo, che viveva a Vinci nella casa dei nonni paterni con lo zio Francesco. Ci è balenata improvvisamente un’idea: anche gli arabi scrivono da destra a sinistra come Leonardo. Un altro mistero?

Ed ecco molti anni dopo un vero colpo di scena che ci porta a Milano. Sappiamo da un codice leonardesco che Caterina, il 16 luglio 1493, all’incirca sessantenne e ormai vedova, giunse nella nostra città.

Forse andò a vivere con il figlio quarantenne ormai affermato o trovò ospitalità in un convento; sappiamo comunque che Leonardo annota nei suoi taccuini le spese sostenute per Caterina e per la sua salute.

Quando un anno più tardi la donna morì, il Maestro si occupò anche del suo funerale che avvenne in modo molto decoroso, presso la chiesa di San Francesco Grande, a Porta Vercellina, per la quale aveva dipinto le due versioni della Vergine delle Rocce.

Quanti enigmi si nascondono dietro i loro sguardi indecifrabili ….

A presto…

LEONews – Il Concerto spettacolo di Luca Uslenghi

Come possiamo, nel terzo millennio, raccontare Leonardo?  Possiamo riflettere sulle sue opere, perderci in quel labirinto che sono i suoi appunti, scavare nella sua vita per mettere in luce aspetti poco noti e ciò che ancora oggi ci sfugge.

Leonardo è stato a Milano più di vent’anni; ha vinto e fallito come accade a ciascuno di noi, in fondo ha vissuto. Forse è per questo che lo sentiamo così vicino, un compagno di viaggio che vorremmo conoscere meglio, anche attraverso il ricco calendario di eventi che Milano offre per i cinquecento anni dalla sua morte.

Ecco la prima delle LEONews che dedicheremo al Genio: il Teatro Musicale di Luca Uslenghi propone un Concerto spettacolo sull’Uomo e la Natura. La lettura di pensieri di Leonardo sarà accompagnata dalla gestualità e dalla sensibilità dell’attore con il sottofondo di brani musicali classici di autori diversi.

http://www.teatrofilodrammatici.eu/spettacoli/leonardo500/

http://www.lucauslenghi.com/1617/index.html

Questo è un invito a tutti noi, per lasciarci andare al “moto” della Natura e delle nostre emozioni.

A presto…

Quattropassi nel Fuorisalone 2019

Da qualche giorno è terminato l’ormai tradizionale appuntamento con il Fuorisalone. È un evento imperdibile in cui Milano offre i suoi spazi al design internazionale per presentarlo ad un pubblico cosmopolita.

La nostra città, pur così ricca di arte e storia, ha sempre avuto il coraggio di vivere il presente e di pensare al futuro senza chiudersi nel ricordo di un passato pieno solo di nostalgia che non lascia spazio alle nuove idee.

Il Fuorisalone, più che mai, mostra questi aspetti di Milano che fa dialogare chiese e palazzi d’epoca, colonnati e scaloni imponenti con la creatività e il business.

La nostra città non ha una grande estensione, eppure è stato quasi impossibile rivisitarla tutta in una sola settimana per vedere vie, idee e anche luoghi quasi sempre chiusi al pubblico e aperti per ospitare il Fuorisalone.

Centro e periferie (ma sarebbe meglio dire “quartieri” per valorizzare le loro unicità) sono come le stanze di una sola grande casa vestita a festa e diventano il palcoscenico per arredi, luci, oggettistica, installazioni ed eventi che portano conoscenza, visibilità e affari alla nostra città.

Alcune installazioni sono divertenti; altre, invece, provocano e fanno discutere il pubblico.

Nei nostri quattropassi (anzi, questa volta, molti di più) abbiamo guardato con occhi nuovi luoghi consueti e provato meraviglia davanti alla loro trasformazione durante il Fuorisalone.

Non solo, però, bellezza, curiosità e svago. Il Fuorisalone ha invitato anche a riflettere su problemi ambientali e sulla ricerca di nuovi materiali, anche inaspettati, come i miceli dell’Orto Botanico.

Nel cortile d’Onore dell’Università Statale, il nostro pianeta sembra lanciare un gigantesco grido d’aiuto con migliaia di tappi di plastica ingabbiati un una rete metallica e subito pensiamo all’invasione e all’eternità dei materiali non degradabili.

Il Fuorisalone ha rivelato anche un animo green con alcune scenografiche installazioni e spazi dedicati al relax nel verde.

Anche la Rinascente ha scelto per il Fuorisalone il tema del verde. Davanti alle vetrine c’era un piccolo uliveto con alberi centenari e, nei diversi piani, erano presenti angoli di vegetazione lussureggiante e altri con animali che “sprizzano” luce. La giungla urbana non è mai stata così simpatica e divertente.

Altri animali hanno partecipato agli allestimenti del Fuorisalone.

La gigantesca “arca”, approdata all’Università Statale, li accoglierà tutti o lascerà le belve tra noi?

Tra qualche settimana Milano celebrerà Leonardo e le sue opere nella nostra città. Anche il Fuorisalone ha reso omaggio a questo protodesigner con una futuristica installazione multimediale alla sua Conca dell’Incoronata.

All’Ippodromo di San Siro, in realtà piuttosto scomodo da raggiungere, il Cavallo di Leonardo, un sogno durato oltre 500 anni, è stato riprodotto e personalizzato per ben tredici volte da artisti e designer contemporanei.

Questi cloni saranno poi esposti in varie zone della città, come se il Cavallo immaginato da Leonardo nel Rinascimento continuasse a vivere anche in questo nuovo rinascimento milanese.

A presto…

Quattropassi nel ‘400 sforzesco con vista grattacieli: la chiesa e la conca dell’Incoronata

È una città ricca di acque quella che Leonardo ha trovato al suo arrivo a Milano nel 1482.

Non solo c’erano i tanti corsi d’acqua naturali, i fontanili e persino una fonte miracolosa alla quale ci si accosta ancora oggi; a Milano scorrevano anche i Navigli, canali navigabili importanti per l’irrigazione e il trasporto di persone e merci. Si pensi ai barconi con il marmo di Candoglia per il Duomo!

Leonardo, nel suo curriculum, si era proposto a Ludovico il Moro anche come esperto in campo idraulico: “credo satisfare benissimo… in conducer acqua da uno loco ad uno altro“.

Fu così incaricato dal Moro di occuparsi, tra l’altro, anche del collegamento tra la cosiddetta Cerchia Interna dei Navigli e il canale della Martesana, che era stato appena costruito.

La Cerchia Interna era stata, ai tempi del Barbarossa, un fossato difensivo ed ora, alla fine del Quattrocento, rappresentava una sorta di circonvallazione su acqua rispetto alla città. Perchè non collegarla dunque anche alla Martesana, proveniente da Nord Est, che avrebbe arricchito con le acque dell’Adda la Cerchia Interna?

Milano è considerata una città completamente piatta, invece è ondulata, con avvallamenti e dossi. C’era, anche, una differenza di altezza tra la Cerchia e la Martesana, che scorre più in alto. Era necessario, quindi, un sistema di conche e chiuse per permettere alle barche la navigazione, come già avvenuto alla Conca di Viarenna accanto alla Darsena.

Facciamo ora uno zoom su una di queste conche tra la Martesana e la Cerchia Interna: ecco, in fondo a via san Marco, la Conca dell’Incoronata, al cui progetto partecipò anche Leonardo.

La conca prende il nome dalla vicina chiesa di Santa Maria Incoronata, in corso Garibaldi. Da quest’ultima iniziamo i nostri quattropassi per rispettare l’anzianità di costruzione. Alla prima occhiata restiamo stupiti: è una chiesa doppia, con due facciate uguali che fanno pensare a villette a schiera.

La chiesa di sinistra è la più antica, costruita in epoca comunale e andata poi in rovina. Venne fatta ricostruire da Francesco Sforza che la volle dedicare a Santa Maria Incoronata in occasione della propria incoronazione a Duca di Milano, nel 1451.

Qualche anno dopo, nel 1457, Bianca Maria Visconti, moglie di Francesco Sforza, volle fosse costruita a fianco un’altra chiesa del tutto simile alla precedente, come simbolo della loro unione matrimoniale e di casata.

Un Biscione visconteo, proprio tra le due facciate, rappresenta un sigillo della legittimità e della continuità della successione. “OK, tu sei il Duca” deve aver pensato Bianca Maria “ma c’è anche il mio Biscione”. Brava!

L’interno della chiesa è un grande spazio unico a due navate, suddivise da pilastri, con due absidi e due altari.

Da ammirare, tra l’altro, un’insolita opera del Bergognone dove Cristo, con la Croce simbolo del Sacrificio, torchia l’uva per farne il Vino Eucaristico.

A fianco alla chiesa troviamo la quattrocentesca Biblioteca Umanistica, che faceva parte del convento dei frati agostiniani.

Conteneva migliaia di codici e volumi, depredati poi da Napoleone, che, però, non poté portarsi via anche gli ambienti. Tra poco questi ospiteranno, come gli anni scorsi, alcuni eventi del FuoriSalone del Mobile.

Il FuoriSalone 2019 (8-14 aprile) prevede anche un’installazione proprio alla Conca dell’Incoronata e al vicino Ponte delle Gabelle, in ceppo d’Adda, dove un tempo si pagavano dazio e pedaggio.

Unica rimasta di questo tratto di Naviglio, ormai interrato, la conca conserva ancora alcune caratteristiche che la rendono una sorta di museo a cielo aperto… manca solo l’acqua!

È un omaggio a Leonardo e al suo genio. Osservando, infatti, la conca troviamo un’altra sua invenzione, utilizzata ancora oggi nelle chiuse di tutto il mondo: la porta vinciana.

Le porte della chiusa, in rovere, sono infatti uguali a quelle progettate da Leonardo e raccolte nel Codice Atlantico dell’Ambrosiana.

Si crede che la porte vinciane siano state messe in opera per la prima volta proprio alla Conca dell’Incoronata. Sono dotate di sportelli incernierati al centro, per facilitarne l’apertura e la chiusura e quindi l’entrata e l’uscita dell’acqua.

Se dalla chiesa o dalla conca ci guardiamo intorno, vediamo stagliarsi sullo sfondo la guglia del grattacielo Unicredit del grande Cesar Pelli. Il “qui” e “ora” dei nostri passipermilano possono spaziare dal Rinascimento alle torri di piazza Gae Aulenti. Negli occhi abbiamo momenti diversi di cinquecento anni di progetti per Milano.

A presto…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Seconda, verso il nuovo millennio

Chissà dove vanno a dormire i sogni quando li dobbiamo lasciare e come fanno a risvegliarsi altrove dopo tanto tempo?

Realizzare il Cavallo era stato il sogno degli Sforza e di Leonardo che aveva cercato di materializzarlo. Le loro vite, poi, non lo avevano reso possibile e il sogno si era addormentato per circa cinquecento anni in un gomitolo rosso.

Madrid, 1964 –  Il fil rouge che avvolgeva il sogno inizia di nuovo il suo lungo cammino. Alla Biblioteca Nazionale vengono ritrovati alcuni manoscritti e annotazioni di Leonardo riguardanti il Cavallo e la sua fusione.

Allentown, Pennsylvania, 1977 – Charles Dent (1917 – 1994). figlio del proprietario di una fonderia, è un uomo che ama l’arte e il volo. È stato pilota civile ed è anche un collezionista appassionato di opere d’arte, in particolare del Rinascimento.

https://www.davincisciencecenter.org/about/leonardo-and-the-horse/biography-of-charles-c-dent/

Legge sul National Geographic un articolo che riguarda Leonardo e il Cavallo che “non fu mai”. Da allora la realizzazione di “the Horse” diventa il sogno al quale dedica tempo, amore e sostanze. Lo vuole regalare alla nostra città in segno di omaggio al Maestro e a Milano, dove il sogno era iniziato.

Charles organizza una Fondazione, incontra i più importanti studiosi del Rinascimento per verificare la fattibilità del progetto, raccoglie materiale e fondi, “fieno per il Cavallo”. Come Leonardo lavora a questo progetto per 17 anni, ma lo lascerà ad altri. Muore, infatti, nel 1994 con il sogno ancora da realizzare.

Michigan, 1994 – Il sogno di Charles passa ai suoi familiari e il Cavallo prosegue il suo lungo cammino. Il fil rouge arriva infine a Frederik Meijer, imprenditore americano, proprietario di una grande catena di supermercati. Anche lui impegna tempo, energie, passione e denaro per realizzare the Horse.

Beacon, NY, 1996 – Il filo rosso avvolge anche Nina Akamu, una scultrice americana di origine giapponese, che era stata incaricata di dare forma al sogno.. Appassionata di cavalli e dell’Italia, studia i progetti di Leonardo e infine riesce a realizzarne il calco. Nella fonderia Tallix di Beacon finalmente nasce il Cavallo made in USA.

http://www.studioequus.com/biography.html

Milano, 1999 – Il Cavallo, esattamente 500 anni dopo la distruzione del modello in argilla da parte dai francesi, giunge in dono a Milano. È veramente colossale (metri 7,20 di altezza, 8 di lunghezza, 15 tonnellate di peso) e fa bella mostra sopra un maxi piedistallo davanti alla tribuna dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro.

Una curiosità: è stata effettuata recentemente una simulazione in 3D della fusione. E stato così  verificato che Leonardo, con le tecniche che aveva progettato, sarebbe stato in grado di realizzare la propria opera in meno di tre minuti.

https://www.museogalileo.it/it/biblioteca-e-istituto-di-ricerca/progetti/progetti-speciali/834-non-era-leggenda-il-leggendario-cavallo-di-leonardo.html

Per il trasporto dall’America, invece, il Cavallo è stato realizzato in otto pezzi separati da assemblare.

Il Cavallo di Leonardo ha anche un gemello americano, esposto nel parco di Grand Rapids nel Michigan del quale è  la principale attrazione.

Un terzo “fratello”, più piccolo, è stato donato, nel 2001, a Vinci, paese natale del Maestro.

Milano, 2019 – A vent’anni esatti dalla sua collocazione, defilato rispetto ai circuiti turistici e quasi sperduto tra i parcheggi dello Stadio, ci pare un po’ sottovalutato.

Attualmente è il logo del MIFF AWARDS, Festival di Film d’Autore, che si tiene ogni anno nella nostra città e lo vedremo sicuramente protagonista nelle varie celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo.

Questo Cavallo non è “quello” di Leonardo da Vinci, come sostengono i critici. Questo progetto, però, ha attraversato e unito secoli e paesi. È il Cavallo di Leonardo, di Ludovico, di Charles, di Frederik, di Nina, un po’ di tutti coloro che, con tenacia, cercano di concretizzare un sogno e, se non ci riescono, lo lasciano alle generazioni future perchè possano continuare a sognare, a immaginare, a creare, e a operare per realizzarlo.

A presto…