Quattropassi ieri e oggi nella Milano che vide nascere la “Vergine delle Rocce”

Com’era Milano quando vi nacque la “Vergine delle Rocce”? Cosa rimane, sia pure con i “ritocchi” avvenuti in oltre cinquecento anni di storia? Facciamo quattropassi per andare a vedere la nostra città di fine Quattrocento seguendo le indicazioni della nostra Guida.

Milano, al tempo di Ludovico il Moro, era una città in grande fermento ed espansione. Aveva forma circolare, era ricca di corsi d’acqua naturali e artificiali (i Navigli). Leonardo collocò, in un suo disegno, il centro cittadino presso la chiesa di San Sepolcro nel cuore di Mediolanum.

Aveva un Broletto, a pochi passi dal Duomo che si stava costruendo utilizzando il marmo rosa più pregiato, ricordo delle conchiglie di antichi mari.

Accanto, dove ora c’è Palazzo Reale, si trovava Corte Vecchia, storica dimora dei Visconti. Ancora oggi, qua e là, qualche antica finestra si affaccia sul veloce via vai del nostro mondo.

Raggiungiamo la chiesa di San Gottardo in Corte. Ha il più bel campanile di Milano, sulla cui cima veglia un angelo, “discendente” da quello abbattuto, secondo la leggenda, dal “Bombarda” ai tempi dell’invasione francese. La chiesa non ha la facciata, inglobata nel Palazzo, ma l’interno è un gioiello tutto da scoprire, accedendovi dal Museo del Duomo.

Senz’altro Leonardo passò davanti alla chiesa di Santo Stefano, presso la quale era stato ucciso da congiurati il Duca Galeazzo Maria Sforza, e si fermò a guardare la Ca’ Granda, ospedale pubblico dove, probabilmente, fu ricoverata anche Caterina, madre dell’artista.

La Ca’ Granda era stata voluta da quel Francesco Sforza (padre di Galeazzo Maria e di Ludovico il Moro) al cui monumento equestre tanto lavorò il Maestro proprio in Corte Vecchia. Oggi il Cavallo, dono americano ispirato al progetto di Leonardo, si trova, un po’ in disparte, all’Ippodromo di San Siro.

A pochi passi dalla Ca’ Granda, Leonardo avrà certamente visto la Basilica di San Nazaro, ovviamente senza il Mausoleo Trivulzio, costruito dopo.

Poco più in là, in piazza Missori, possiamo scendere nell’antichissima cripta di San Giovanni in Conca e fermarci nella vicina San Satiro per vedere l’illusoria abside del Bramante, contemporaneo di Leonardo.

Milano, anche allora, era densamente popolata e tanti erano i bei palazzi, le torri, le chiese, dentro e fuori le mura.

Proprio per una chiesa vicino alla Pusterla di Sant’Ambrogio, una delle porte delle mura, nacque la Vergine delle Rocce.

Leonardo era giunto a Milano pieno di speranze per cercare fama e fortuna alla corte del Moro, preceduto da un curriculum a 360°.

Dopo un paio di anni, però, non gli erano ancora arrivati incarichi di prestigio e il Maestro doveva pur sbarcare il lunario. Così, quando i Confratelli della chiesa di San Francesco Grande gli commissionarono una pala d’altare per illustrare ai fedeli l’Immacolata Concezione, Leonardo accettò questo incarico, il primo al di fuori della corte sforzesca.

Il “contratto” tra i committenti e l’artista è miracolosamente giunto fino a noi ed è conservato presso gli archivi cittadini.

Secondo le richieste, Maria avrebbe dovuto essere vestita di “broccato d’oro e azurlo (sic!)” con il Bimbo tra le braccia, volo d’angeli, sotto lo sguardo di Dio Padre, come era nella tradizione e come l’avevano dipinta anche i contemporanei Botticelli e  Perugino.

Leonardo, però, spiazza e interpreta. Non è l’artigiano che esegue, ma un artista che crea, vicino forse anche alle teorie poco ortodosse di un francescano, Amedeo Mendes da Silva.

I Confratelli avevano chiesto per la pala uno sfondo roccioso. Leonardo fa svolgere la sacra scena in una grotta (il ventre materno? Il grembo della Natura?) così come in una grotta Gesù era venuto alla luce e da un sepolcro di pietra era uscito con la Resurrezione (dal buio scaturisce la luce?).

Non solo: l’artista rappresenta l’incontro, narrato nei Vangeli apocrifi, tra i piccoli Gesù e Giovanni Battista avvenuto durante la Fuga in Egitto. Uriel è l’arcangelo al quale, secondo la leggenda, Maria aveva affidato il piccolo Giovanni dopo la morte della madre. I personaggi non avevano le aureole; l’angelo, senza ali, sembra voglia “dirci” qualcosa. guardandoci enigmatico e suadente.

Poveri Confratelli! Questo capolavoro, accompagnato ai lati da angeli dipinti dai De Predis (tra cui Ambrogio, quello della Vergine di Affori?) era molto diverso da come l’avrebbero voluto. Ne nacque un lungo contenzioso economico, che durò circa vent’anni, ieri come oggi! Alla fine Leonardo dipinse per la Confraternita la seconda versione riveduta dell’opera.

Al posto della chiesa di San Francesco Grande, abbattuta agli inizi dell’Ottocento, ora vediamo la caserma della Polizia di Stato. Una bella copia della Vergine delle Rocce, prima maniera, è però esposta di fronte a Sant’Ambrogio, nella antica chiesetta di San Michele sul Dosso. Sembra quasi che questo capolavoro abbia voluto restare in qualche modo vicino alla propria casa.

Il nostro giro per guardare oggi ciò che vide allora Leonardo proseguirà tra breve…

 

A presto…

 

LEONews – Un Hair Stylist d’eccezione

Come porteremo i capelli questa estate? Meglio il raccolto o il riccio naturale? E il colore? Un biondo dorato o un castano caldo?

Chissà se le signore milanesi al tempo di Ludovico il Moro avranno avuto i nostri stessi “dilemmi”. Avevano a disposizione un Coiffeur “geniale”, il grande Leonardo che nella sua poliedrica attività si occupava anche di acconciature e tinture per capelli.

A Bologna, nel marzo scorso, si è tenuto il Cosmoprof, una manifestazione di cosmesi, quest’anno con uno spazio dedicato alla bellezza rinascimentale e agli studi di Leonardo su questo tema. A fine settembre, poi, anche a Milano si parlerà, nella sua vigna, la Casa degli Atellani, di vino e profumi. Un evento senza dubbio inebriante, a cui non mancare.

Com’era la bellezza ai tempi di Leonardo? Andava il viso naturale, senza alcuna traccia di rossetto e, ovviamente, senza abbronzatura. La pelle era trattata con cipria e idratata con creme spesso a base di bava di lumaca, un prodotto adatto anche a dare lucentezza alla chioma. Lo avrà usato anche Monna Lisa? La signora sorride ma non conferma.

E ora veniamo ai capelli. La fronte doveva restare scoperta senza frangia o ciuffo, con sopracciglia molto delicate o quasi inesistenti.

All’epoca erano di moda diverse sfumature dorate, ottenute con prodotti e miscele naturali: il biondo veneziano,  quello fiorentino e quello alla napoletana.

Nei suoi codici Leonardo parla di capelli “neri e gialli”; ama il tanè, un colore castano con sfumature che ricordano le castagne o il cuoio. Per le signore più “in”, come Cecilia Gallerani, sceglie acconciature raccolte che incorniciano il volto senza scoprire le orecchie.

Non manca, però, qualche vezzo sbarazzino o intrigante, come un gioiello sulla fronte. A noi ricorda un po’ il mondo hippy, ma qui ci sono lusso e potere. Una curiosità: da allora questo ornamento si chiama ancora ferronière.

Le dame talvolta raccoglievano i capelli in una grande treccia, ornata da un nastro.

Leonardo, però, nei suoi disegni amava i ricci, liberi, naturali, come mossi dal vento.

E come copricapo? Chissà se Grace Kelly, icona di stile, si è ispirata a questo disegno di Leonardo?

Bei visi di giovani donne hanno attraversato i secoli e ancora oggi mostrano con naturalezza semplici acconciature senza tempo uscite dal “salone” rinascimentale di Leonardo.

“Fa’ tu adunque alle tue teste i capelli scherzare col finto vento intorno ai giovanili volti e con diverso rivoltare graziosamente ornarli…”. In un’epoca di corpetti, gonnone e acconciature composte, Leonardo libera la femminilità della donna coi capelli e l’abito leggero mossi dal vento.

A presto…

San Cristoforo, una chiesetta lungo il Naviglio – parte seconda, l’interno

Appena varcata la soglia della chiesetta di San Cristoforo, restiamo incantati di fronte a questo ambiente unico che conserva, come l’esterno, le caratteristiche delle due chiese di un tempo.

Due grandi archi, ricavati nella parete che le separava, hanno unito nel 1625 le navate delle due chiese costruite affiancate nello spazio ma a circa un secolo di distanza.

I soffitti sono diversi; l’uno, il più antico, è a cassettoni, l’altro, invece, conserva la struttura gotica a volte decorate.

Alle pareti alcune vetrate lasciano filtrare un po’ di luce. Una tra queste ci pare insolita e mostra una mano scendere da una nuvola verso un triangolo raggiato; forse è l’immagine della Provvidenza?

Preziosi affreschi fanno capolino dall’usura del tempo e sembra quasi siano loro a osservare noi, viaggiatori del terzo millennio. Ci sono opere di diverse scuole (Bergognone, Giotto, pittori lombardi, Bernardino Luini).

Non sappiamo come fossero in precedenza gli altari delle due chiese. Ora, l’unico, si trova in quella di sinistra, la più antica.

È un altare contemporaneo, essenziale, con una struttura in metallo sopra una macina in pietra che ci riporta al tema del grano che diventa Pane. Una lastra di ardesia fa da piano; è lasciata al naturale, come indicato nell’Esodo (20 : 25) “…e se fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietre tagliate…”

Il Santo a cui sono dedicate entrambe le chiese è Cristoforo, un gigante come Ercole, diventato il Patrono di chi compie un viaggio o affronta il guado della vita.

Due belle statue lignee, una per chiesa, lo raffigurano appoggiato a un bastone con Gesù Bambino sulle spalle.

Ecco, in breve, la storia di questo Santo martire raccontata da Jacopo da Varagine nel XIII secolo.

Cristoforo si era proposto di servire il più potente della Terra, oggi diremmo il potere. Era stato al servizio di un re, poi di un imperatore, persino del diavolo, dal quale, però, aveva capito che il Figlio di Dio era il più forte. Per prepararsi al Battesimo aveva scelto di abitare lungo il corso di un fiume per aiutare i viandanti a passare da una sponda all’altra.

Una notte fu svegliato da un fanciullo che gli chiese di aiutarlo ad oltrepassare il fiume. Il gigante se lo caricò sulle spalle ma, nella traversata, il bambino diventava sempre più pesante, perché portava con sé tutto il mondo.  Cristoforo si piegava dalla fatica, quasi da non farcela. Appoggiandosi ad un bastone riuscì infine ad arrivare col suo “carico” all’altra sponda e comprese di aver portato sulle spalle Gesù. Il suo bastone fiorì.

Era considerato anche il Santo che aiutava gli appestati; da qui la costruzione di un lazzaretto accanto a questa chiesa e la Cappella dei Morti, costruzione risalente alla peste manzoniana del 1600.

A questa cappella si accede oggi dalla sacrestia, attraverso un’antica porta. Al di sotto, non visitabile, c’è una cripta con sepolture anche importanti e, si dice, una galleria segreta che porta fino alla chiesa di San Lorenzo.

Altri sono i “si dice” legati a questa chiesetta: da qui sembra essere partito il gruppo dei Lombardi per la Prima Crociata, al grido di Ultreia! (Andiamo avanti, oltre) saluto usato ancora oggi da chi compie il Cammino di Santiago di Compostela.

Qui arrivò la notizia della vittoria della Lega Lombarda sul Barbarossa, nel 1176 (questa chiesa non c’era ancora, ma esisteva già la cappella sua antenata); qui Ludovico il Moro andò incontro alla sua promessa sposa, Beatrice d’Este.

Una tradizione viva ancora oggi: in questa chiesa molti giovani iniziano qui il loro viaggio insieme.

Tanti sono i viaggi e i passaggi difficili della nostra vita, perchè non fare un salto ogni tanto a San Cristoforo? A tutti un “Ultreia!” per i propri passi.

A presto …

Quattropassi nel ‘400 sforzesco con vista grattacieli: la chiesa e la conca dell’Incoronata

È una città ricca di acque quella che Leonardo ha trovato al suo arrivo a Milano nel 1482.

Non solo c’erano i tanti corsi d’acqua naturali, i fontanili e persino una fonte miracolosa alla quale ci si accosta ancora oggi; a Milano scorrevano anche i Navigli, canali navigabili importanti per l’irrigazione e il trasporto di persone e merci. Si pensi ai barconi con il marmo di Candoglia per il Duomo!

Leonardo, nel suo curriculum, si era proposto a Ludovico il Moro anche come esperto in campo idraulico: “credo satisfare benissimo… in conducer acqua da uno loco ad uno altro“.

Fu così incaricato dal Moro di occuparsi, tra l’altro, anche del collegamento tra la cosiddetta Cerchia Interna dei Navigli e il canale della Martesana, che era stato appena costruito.

La Cerchia Interna era stata, ai tempi del Barbarossa, un fossato difensivo ed ora, alla fine del Quattrocento, rappresentava una sorta di circonvallazione su acqua rispetto alla città. Perchè non collegarla dunque anche alla Martesana, proveniente da Nord Est, che avrebbe arricchito con le acque dell’Adda la Cerchia Interna?

Milano è considerata una città completamente piatta, invece è ondulata, con avvallamenti e dossi. C’era, anche, una differenza di altezza tra la Cerchia e la Martesana, che scorre più in alto. Era necessario, quindi, un sistema di conche e chiuse per permettere alle barche la navigazione, come già avvenuto alla Conca di Viarenna accanto alla Darsena.

Facciamo ora uno zoom su una di queste conche tra la Martesana e la Cerchia Interna: ecco, in fondo a via san Marco, la Conca dell’Incoronata, al cui progetto partecipò anche Leonardo.

La conca prende il nome dalla vicina chiesa di Santa Maria Incoronata, in corso Garibaldi. Da quest’ultima iniziamo i nostri quattropassi per rispettare l’anzianità di costruzione. Alla prima occhiata restiamo stupiti: è una chiesa doppia, con due facciate uguali che fanno pensare a villette a schiera.

La chiesa di sinistra è la più antica, costruita in epoca comunale e andata poi in rovina. Venne fatta ricostruire da Francesco Sforza che la volle dedicare a Santa Maria Incoronata in occasione della propria incoronazione a Duca di Milano, nel 1451.

Qualche anno dopo, nel 1457, Bianca Maria Visconti, moglie di Francesco Sforza, volle fosse costruita a fianco un’altra chiesa del tutto simile alla precedente, come simbolo della loro unione matrimoniale e di casata.

Un Biscione visconteo, proprio tra le due facciate, rappresenta un sigillo della legittimità e della continuità della successione. “OK, tu sei il Duca” deve aver pensato Bianca Maria “ma c’è anche il mio Biscione”. Brava!

L’interno della chiesa è un grande spazio unico a due navate, suddivise da pilastri, con due absidi e due altari.

Da ammirare, tra l’altro, un’insolita opera del Bergognone dove Cristo, con la Croce simbolo del Sacrificio, torchia l’uva per farne il Vino Eucaristico.

A fianco alla chiesa troviamo la quattrocentesca Biblioteca Umanistica, che faceva parte del convento dei frati agostiniani.

Conteneva migliaia di codici e volumi, depredati poi da Napoleone, che, però, non poté portarsi via anche gli ambienti. Tra poco questi ospiteranno, come gli anni scorsi, alcuni eventi del FuoriSalone del Mobile.

Il FuoriSalone 2019 (8-14 aprile) prevede anche un’installazione proprio alla Conca dell’Incoronata e al vicino Ponte delle Gabelle, in ceppo d’Adda, dove un tempo si pagavano dazio e pedaggio.

Unica rimasta di questo tratto di Naviglio, ormai interrato, la conca conserva ancora alcune caratteristiche che la rendono una sorta di museo a cielo aperto… manca solo l’acqua!

È un omaggio a Leonardo e al suo genio. Osservando, infatti, la conca troviamo un’altra sua invenzione, utilizzata ancora oggi nelle chiuse di tutto il mondo: la porta vinciana.

Le porte della chiusa, in rovere, sono infatti uguali a quelle progettate da Leonardo e raccolte nel Codice Atlantico dell’Ambrosiana.

Si crede che la porte vinciane siano state messe in opera per la prima volta proprio alla Conca dell’Incoronata. Sono dotate di sportelli incernierati al centro, per facilitarne l’apertura e la chiusura e quindi l’entrata e l’uscita dell’acqua.

Se dalla chiesa o dalla conca ci guardiamo intorno, vediamo stagliarsi sullo sfondo la guglia del grattacielo Unicredit del grande Cesar Pelli. Il “qui” e “ora” dei nostri passipermilano possono spaziare dal Rinascimento alle torri di piazza Gae Aulenti. Negli occhi abbiamo momenti diversi di cinquecento anni di progetti per Milano.

A presto…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Seconda, verso il nuovo millennio

Chissà dove vanno a dormire i sogni quando li dobbiamo lasciare e come fanno a risvegliarsi altrove dopo tanto tempo?

Realizzare il Cavallo era stato il sogno degli Sforza e di Leonardo che aveva cercato di materializzarlo. Le loro vite, poi, non lo avevano reso possibile e il sogno si era addormentato per circa cinquecento anni in un gomitolo rosso.

Madrid, 1964 –  Il fil rouge che avvolgeva il sogno inizia di nuovo il suo lungo cammino. Alla Biblioteca Nazionale vengono ritrovati alcuni manoscritti e annotazioni di Leonardo riguardanti il Cavallo e la sua fusione.

Allentown, Pennsylvania, 1977 – Charles Dent (1917 – 1994). figlio del proprietario di una fonderia, è un uomo che ama l’arte e il volo. È stato pilota civile ed è anche un collezionista appassionato di opere d’arte, in particolare del Rinascimento.

https://www.davincisciencecenter.org/about/leonardo-and-the-horse/biography-of-charles-c-dent/

Legge sul National Geographic un articolo che riguarda Leonardo e il Cavallo che “non fu mai”. Da allora la realizzazione di “the Horse” diventa il sogno al quale dedica tempo, amore e sostanze. Lo vuole regalare alla nostra città in segno di omaggio al Maestro e a Milano, dove il sogno era iniziato.

Charles organizza una Fondazione, incontra i più importanti studiosi del Rinascimento per verificare la fattibilità del progetto, raccoglie materiale e fondi, “fieno per il Cavallo”. Come Leonardo lavora a questo progetto per 17 anni, ma lo lascerà ad altri. Muore, infatti, nel 1994 con il sogno ancora da realizzare.

Michigan, 1994 – Il sogno di Charles passa ai suoi familiari e il Cavallo prosegue il suo lungo cammino. Il fil rouge arriva infine a Frederik Meijer, imprenditore americano, proprietario di una grande catena di supermercati. Anche lui impegna tempo, energie, passione e denaro per realizzare the Horse.

Beacon, NY, 1996 – Il filo rosso avvolge anche Nina Akamu, una scultrice americana di origine giapponese, che era stata incaricata di dare forma al sogno.. Appassionata di cavalli e dell’Italia, studia i progetti di Leonardo e infine riesce a realizzarne il calco. Nella fonderia Tallix di Beacon finalmente nasce il Cavallo made in USA.

http://www.studioequus.com/biography.html

Milano, 1999 – Il Cavallo, esattamente 500 anni dopo la distruzione del modello in argilla da parte dai francesi, giunge in dono a Milano. È veramente colossale (metri 7,20 di altezza, 8 di lunghezza, 15 tonnellate di peso) e fa bella mostra sopra un maxi piedistallo davanti alla tribuna dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro.

Una curiosità: è stata effettuata recentemente una simulazione in 3D della fusione. E stato così  verificato che Leonardo, con le tecniche che aveva progettato, sarebbe stato in grado di realizzare la propria opera in meno di tre minuti.

https://www.museogalileo.it/it/biblioteca-e-istituto-di-ricerca/progetti/progetti-speciali/834-non-era-leggenda-il-leggendario-cavallo-di-leonardo.html

Per il trasporto dall’America, invece, il Cavallo è stato realizzato in otto pezzi separati da assemblare.

Il Cavallo di Leonardo ha anche un gemello americano, esposto nel parco di Grand Rapids nel Michigan del quale è  la principale attrazione.

Un terzo “fratello”, più piccolo, è stato donato, nel 2001, a Vinci, paese natale del Maestro.

Milano, 2019 – A vent’anni esatti dalla sua collocazione, defilato rispetto ai circuiti turistici e quasi sperduto tra i parcheggi dello Stadio, ci pare un po’ sottovalutato.

Attualmente è il logo del MIFF AWARDS, Festival di Film d’Autore, che si tiene ogni anno nella nostra città e lo vedremo sicuramente protagonista nelle varie celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo.

Questo Cavallo non è “quello” di Leonardo da Vinci, come sostengono i critici. Questo progetto, però, ha attraversato e unito secoli e paesi. È il Cavallo di Leonardo, di Ludovico, di Charles, di Frederik, di Nina, un po’ di tutti coloro che, con tenacia, cercano di concretizzare un sogno e, se non ci riescono, lo lasciano alle generazioni future perchè possano continuare a sognare, a immaginare, a creare, e a operare per realizzarlo.

A presto…

Il Cavallo di Leonardo, un sogno durato 500 anni – Parte Prima, il periodo sforzesco

È un sogno durato oltre 500 anni, nato a Milano sotto gli Sforza e realizzato in America alla fine del Novecento. Questo fil rouge ci porta a San Siro, davanti all’Ippodromo, dove si trova il Cavallo di Leonardo.

Ecco la sua storia:

Milano, 1473 – Galeazzo Maria Sforza è Duca di Milano, dopo la morte del padre, il grande Francesco, avvenuta nel 1466.

Francesco Sforza, capitano di ventura in carriera, aveva sposato Bianca Maria Visconti, ereditando titolo e Ducato.

Il nuovo Duca vorrebbe dedicare al padre un monumento equestre in bronzo, anche come simbolo del potere della propria casata.

Incarica Bartolomeo Gadio, architetto capo del Castello, di cercare anche in altre città un artista capace di lavorare questo metallo, ma questo progetto rimane irrealizzato.

Il Duca, infatti, viene ucciso da congiurati nel giorno e nella chiesa di Santo Stefano il 26 dicembre 1476, lasciando un Ducato in stand by, la moglie Bona di Savoia e, come erede, il figlio Gian Galeazzo Maria di soli sette anni.

Milano, qualche anno dopo – Ludovico il Moro, fratello minore di Galeazzo Maria e “reggente” del Ducato in nome del nipote, chiede a Lorenzo il Magnifico, grande mecenate, di indicargli alcuni artisti per realizzare il monumento al padre Francesco.

Ludovico il Moro

corte di Lorenzo il Magnifico

Viene consultato anche il Pollaiolo, che realizzerà solo qualche disegno.

Firenze, 1482 – Leonardo da Vinci manda a Ludovico il proprio curriculum dove tra l’altro scrive: “… ancora si potrà dare opera al Cavallo, che sarà gloria immortale e onore… della inclita casa sforzesca… “. Aveva lavorato a bottega dal Verrocchio, da cui aveva imparato tra l’altro il metodo a “cera persa” per la fusione del bronzo.

Milano, qualche anno dopo – Leonardo è stato “assunto” e lavora ormai alla corte di Ludovico, studiando, dipingendo, facendo progetti e occupandosi delle più disparate cose, persino del food ducale. Del Cavallo nessuna traccia, solo molti studi e disegni.

Milano, 1489 – Il Moro, spazientito per il monumento che ancora non è iniziato, sollecita il Maestro. Leonardo batte cassa, ricordando di aver ricevuto dal Duca, fino ad allora, solo 50 ducati. Aveva perciò dovuto accettare incarichi anche da altri committenti, che gli avevano fatto ritardare il progetto del Cavallo. A questo ritardo dobbiamo la “Vergine delle Rocce“!

Louvre

Ludovico chiede ancora al Magnifico di proporgli altri artisti per realizzare il monumento tanto atteso; due poeti di corte, sollecitati dal Maestro, convincono, però, il Duca a lasciare l’incarico a Leonardo che avrebbe realizzato un’opera di dimensioni mai viste prima, addirittura “supra naturam”.

monumento a Leonardo – Milano, piazza della Scala

Milano, 23 aprile 1490 – “… ricominciai il cavallo”, scrive il Maestro. Non si tratta di un cavallo rampante, come si pensava all’inizio, ma di uno al passo, un vero colosso, il più grande mai realizzato in bronzo fuso.

Milano, 1493 – Il modello in argilla del Cavallo è terminato. Le sue dimensioni sono veramente colossali: 8 metri di altezza, quasi il doppio di quello di Donatello a Padova e ben più grande di quello del Verrocchio a Venezia.

Donatello – monumento al Gattamelata

Verrocchio – monumento al Colleoni

L’imponente monumento (ma di Francesco nessuna traccia) probabilmente avrebbe dovuto adornare una grande piazza davanti al Castello per onorare la potenza degli Sforza.

Restava il problema tecnico della fusione delle 70 tonnellate di bronzo da utilizzare per il monumento. La situazione politica, però, sta precipitando e il bronzo serve per fare cannoni.

Milano, 1499 – Forse Leonardo ha fatto trasferire il Cavallo in argilla nella sua vigna vicino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per tentare di metterlo in salvo. Le truppe francesi, che avevano invaso il Ducato di Milano, però, si sistemano proprio in quella zona.

La soldataglia usa il Cavallo come bersaglio per balestrieri e arcieri. Non sappiamo se Leonardo abbia visto andare in frantumi il suo sogno durato oltre 15 anni. “Il Duca ha perso lo stato, la roba e la libertà e nessuna opera si finì per lui…” scrive Leonardo. In certe notti, si dice, il fantasma di Ludovico ancora fugge in sella ad un cavallo al galoppo. La lunga notte del Castello ha inizio, buia e senza sogni…

Amboise, 1519 – Leonardo muore nel castello vicino ad Amboise, ospite onorato del Re Francesco I. Due sono i sogni che, in punto di morte, rimpiange di non essere riuscito a realizzare: non aver mai volato e non aver finito il suo Cavallo.

Leonardo ha creato un ponte verso il futuro e i suoi sogni non moriranno con lui…

Continua…

La Vigna di Leonardo e la Casa degli Atellani

Ancora due tesori nascosti di Milano: un palazzo rinascimentale riaperto al pubblico e una vigna, per ritrovare la quale è stato necessario, letteralmente, scavare sotto la terra di anni.

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Siamo in corso Magenta, quasi fronte al Cenacolo e a Santa Maria delle Grazie.

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Anche ai tempi di Ludovico il Moro la zona era bella, c’erano palazzi per i cortigiani, come la famiglia degli Atellani, che possedeva due case adiacenti.

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Leonardo aveva appena terminato l’Ultima Cena quando Ludovico gli regalò, con atto notarile, una bella vigna di oltre 8000 metri quadrati, situata alle spalle delle Case degli Atellani.

(4-16) Leonardo e Ludovico Sforza ragionano sul Cenacolo

Con questa proprietà terriera, il Maestro avrebbe potuto acquisire la cittadinanza milanese; un “cervello in fuga” che aveva trovato nella nostra città la sua terra adottiva.

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Sono passati cinque secoli e la nostra città ha appena vissuto l’effervescente clima di EXPO 2015.

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La Casa degli Atellani, in corso Magenta 65, è stata aperta, in parte, al pubblico dagli attuali proprietari, per permettere ai visitatori di ammirare le stanze, gli affreschi, il porticato, il giardino… e non solo.

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Questa Casa è un altro luogo poco conosciuto: quelli che in origine erano due palazzi adiacenti, sono stati uniti, negli anni Venti dello scorso secolo, dall’architetto Piero Portaluppi, genero del nuovo proprietario, Ettore Conti, presidente dell’AGIP e di Confindustria, che ne fece la sua residenza privata.

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Piero Portaluppi

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Ettore Conti

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L’architetto ha riportato le sale del palazzo, con i loro capolavori, allo splendore di un tempo. Ci sono opere di Bernardino Luini e della sua scuola, una Sala dello Zodiaco, medaglioni di illustri personaggi; non mancano, inoltre,  interventi dello stesso Portaluppi.

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Non solo: le stanze aperte al pubblico hanno mantenuto un aria vissuta, di famiglia agiata del tempo.

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Prendiamo in prestito dal sito ufficiale la mappa del “tesoro”, per chi non potesse visitare di persona la Casa degli Atellani.

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Il giardino, anche in questo splendido palazzo, è invisibile agli occhi indiscreti di chi passa per corso Magenta. Resta un luogo appartato, protetto da alberi, tra case e cortili, molto “milanese” nel voler restare un po’ segreto.

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In fondo a questo giardino si vede qualche filare di vite, quel tesoro incredibile scoperto e fatto rinascere: la Vigna di Leonardo.

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Il Maestro, nipote di vignaioli toscani, fu sempre legato a questa vigna, dono del Duca, e a Milano, città dove aveva trovato fama e prestigio.

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Quando il Moro fu sconfitto e imprigionato, la vigna venne confiscata dai Francesi, ma Leonardo, tornato a Milano dopo qualche tempo su invito del governatore francese, ne ottenne la restituzione, tanto era forte il legame con la nostra città.

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La lasciò poi in eredità a due fedeli compagni, che l’avevano seguito in Francia, il servitore G.B. Villani e l’allievo prediletto G.G. Caprotti, detto il Salai.

Morte di Leonardo da Vinci

“Morte di Leonardo” di J.B. Ingres

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Il Salai

Poi la Storia, grande e piccola, ci mise del suo e per la vigna ci furono anni di silenzio. Ma negli anni Venti, quel grande “cercatore” di tesori milanesi che fu Luca Beltrami, riuscì ad individuare dove si trovava la vigna del Maestro e persino a far fotografare ciò che ne restava.

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vigna 1920

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La Seconda Guerra Mondiale, e altri disastri umani, coprirono di macerie anche la vigna, ma, come aveva scritto, e disegnato, Leonardo secoli prima… la vite si nasconde sotto terra e poi ricresce.

la vite di Leonardo

Leonardo la vite

http://www.slowfoodcorridonia.it/pdf/LaVignaDiLeo.pdf

Così un team di genetisti e docenti di agraria con un famoso enologo, sono riusciti non solo a ricavare il DNA da una radice sepolta, ma, attraverso studi, esperimenti e innesti, anche a far crescere un nuovo vigneto di Malvasia di Candia, come era quello del Maestro.

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Il pubblico ha potuto visitare la Casa degli Atellani e la rinata Vigna di Leonardo durante l’EXPO 2015; poi, vista la grande affluenza, le visite sono state prorogate fino al 31 marzo 2016. Mancano quindi solo poche settimane, anche se si spera in una ulteriore proroga.

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Se potete, non perdetevi la visita al palazzo e a quella “magia” scientifica che è  la vigna di Leonardo. Quale altra città può permetterci di passeggiare nel vigneto amato da quel grande Genio?

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un “decanter” in un rebus di Leonardo

Con Leonardo “enigma”, “mistero” e “magia” non mancano mai. Per questo amò tanto Milano?

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La lunga storia del Lazzaretto

Il Lazzaretto appartiene alla storia di Milano da oltre cinque secoli. Infatti nel 1488 fu posta la prima pietra di questa sorta di reparto di infettivologia per non abbienti, realizzato per fronteggiare le epidemie di peste, isolando i malati. Questa cittadella quadrata (378 metri per 370) appariva quasi una fortezza alla rovescia, con il nemico, la peste, tenuto, per quanto possibile, prigioniero all’interno.

Lazzaretto e la chiesetta di San Gregorio

Sul suo nome ci sono due ipotesi principali: l’una lo farebbe risalire al primo ricovero veneziano di Santa Maria di Nazaret, termine poi trasformato in Nazaretto e, infine, Lazzaretto.

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L’altra, invece, farebbe derivare il nome da Lazzaro, il mendicante coperto di piaghe della parabola evangelica del Ricco Epulone.

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Ci sono anche altri due Lazzari presenti alla nascita del Lazzaretto di Milano. Omen Nomen dicevano i Latini; il nome è un presagio. Forse è andata proprio così…

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I due Lazzari sono Lazzaro Cairati, illuminato notaio dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda al tempo del Moro e Lazzaro Palazzi, un self made man che aveva iniziato la sua carriera come scalpellino nella Fabbrica del Duomo, diventando poi “ingegnere ducale”, pur essendo, sembra, analfabeta. A lui taluni attribuiscono anche la Cappella Brivio di Sant’Eustorgio.

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Non senza difficoltà economiche e sociali, i due Lazzari portarono avanti il progetto di questa cittadella costruita fuori le mura di Milano, sui terreni della Basilica di San Dionigi, che sorgeva dove oggi c’è il Planetario.

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Questa fortezza sanitaria era piuttosto confortevole e dignitosa. Le camere/celle (in totale 288) si trovavano lungo il perimetro. erano tutte “singole”, di forma quadrata (metri 4,75 di lato), dotate di comignolo per le esalazioni e di un piccolo “servizio”, un sedile in mattoni, che scaricava nel fossato. Porte e finestre erano sbarrate.

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ricostruzione grafica

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In mezzo al Lazzaretto c’era un grande spazio, la “prateria”, circondato da portici di buona fattura, con colonne in granito di Baveno. https://www.youtube.com/watch?v=GB605GuYvl4

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ieri

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oggi

Al centro di questo spazio circondato da mura c’era una chiesetta, voluta da San Carlo al posto di una precedente cappella, aperta su tutti gli otto lati, per permettere ai ricoverati di vedere sempre l’altare. È la chiesa di San Carlino.

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ieri

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oggi

Se guardiamo con attenzione una cartina d’epoca, vediamo come accanto alla chiesa, si trovasse un palo definito “della tortura”; dieci “sbirri” e due boia erano il servizio d’ordine all’interno.

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Al di fuori del Lazzaretto, invece, si trovava un cimitero, il Foppone, con le fosse comuni per i morti di peste. Qui sorge oggi la chiesa di San Gregorio, con una cripta visitabile, che contiene lapidi di diverse epoche, successive al periodo della peste.

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In poco più di un secolo il Lazzaretto si dota di una Accettazione, due cucine, una per gli infetti e l’altra per i sospetti, un forno per il pane, due lavanderie, una stalla per il latte dei bambini. Il menù era costituito da pane, una zuppa, un secondo e vino…non male!

cucina renzo

Dal punto di vista sanitario c’era poco da fare contro la peste, se non la profilassi e l’isolamento. I medici, che indossavano un lungo camicione, dei guanti e una curiosa maschera con un lungo “becco” contenente erbe aromatiche, non venivano quasi mai a contatto con gli ammalati.  Questi venivano “visitati” da “barbieri” che poi riferivano e portavano eventuali cure dalla Spezieria.

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ieri

peste di oggi

oggi

Era un mondo in chiaroscuro: si credeva agli untori e alle streghe. Il Settala, Protomedico di Milano, ovvero il principale funzionario sanitario cittadino, fece condannare al rogo per stregoneria una donna accusata di fatture contro un nobile che soffriva di mal di stomaco.

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Diversi religiosi, tra cui il cappuccino Felice Casati, davano ai ricoverati conforto umano e spirituale.

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Un affresco in via Laghetto, la “Madonna dei Tencitt”, ex voto dei carbonai, ricorda l’opera di San Carlo e riproduce, alla sua base, l’antico Lazzaretto.

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Seppure all’avanguardia, però, il Lazzaretto non riuscì mai a fronteggiare le emergenze delle epidemie che colpirono Milano. Le camere erano meno di 300 e i malati migliaia. La Prateria si riempì di tende per gli appestati, i morti accanto ai vivi. Furono costruiti altri lazzaretti di fortuna fuori le mura, ma la peste era un avversario troppo forte.

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ieri

emergenza ospedali

oggi

Chi poteva fuggiva lontano, nobili e facoltosi si rifugiavano nelle case di campagna, secondo la “terapia”: Mox (subito), Longe (lontano), Tarde (a lungo). Quindi Don Rodrigo, ricoverato al Lazzaretto, in mezzo alla gente comune, è, probabilmente, un “falso d’autore”.

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La peste manzoniana del 1630 fu l’ultima per Milano. Il Lazzaretto, che durante le pestilenze era sotto il Tribunale della Sanità, tornò all’Ospedale Maggiore Ca’ Granda.

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Sanificati gli ambienti con la calce, divenne, via via, caserma, ospedale militare, persino scuola di veterinaria. Una breve parentesi in questo declino si ebbe durante il regno napoleonico, quando il Lazzaretto fu usato per parate militari e San Carlino fu trasformato in Altare della Patria.

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Il lento degrado del Lazzaretto continua senza sosta, mentre i dintorni si riempiono di belle carrozze e da piazzale Loreto arrivano i cortei asburgici.

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Viene realizzata una ferrovia sopraelevata che taglia in due il Lazzaretto, anche se gli archi del viadotto permettevano il passaggio di persone e merci.

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Nell’attuale piazza della Repubblica è costruita una delle più belle stazioni d’Europa, quasi una nuova “porta” della città. per gente venuta da lontano. Sarà poi demolita e sostituita dall’attuale Stazione Centrale in piazza Duca d’Aosta.

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antica stazione

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Durante il Regno d’Italia il Lazzaretto si si riempie di inquilini, alcuni regolari e altri abusivi; si soppalcano le celle e si aprono attività commerciali. Ci sono macellai, falegnami, lavandai, persino una ghiacciaia, una fabbrica di fiammiferi e un tiro a segno.

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L’edificio si deteriora sempre di più e l’Ospedale Maggiore decide di venderlo. La Banca di Credito Italiano interviene e acquista tutto il Lazzaretto come investimento immobiliare, destinandolo alla demolizione, alla lottizzazione e alla realizzazione di nuovi edifici.

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Il giovane architetto Beltrami, con altri, si oppone a questa “piazza pulita”, ma ottiene solo di poter fare un accurato rilievo grafico e fotografico. Si rifarà salvando il Castello Sforzesco.

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Del Lazzaretto si conserva oggi solo quella piccola parte in via San Gregorio al 5.

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Itinerario da brivido per la Notte di Halloween

In questa notte, come si credeva accadesse durante l’antico Samhain celtico, il velo tra i morti e i vivi diventa più sottile e l’Aldilà è maggiormente percepibile.

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Faremo quattro passi tra memorie e immaginazione, percorrendo un itinerario tra il Castello Sforzesco, palazzi, chiese e Parco Sempione, dove le “apparizioni” sono di casa. Questo itinerario forma una sorta di ellisse, come ellittico era, al tempo dei Celti, il Recinto Sacro da cui nacque Milano.

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Partiamo dal Castello, che potrebbe essere considerato il luogo più affollato di Milano per numero o antico prestigio dei fantasmi che vi si trovano.

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Ignoti sono i nomi dei trecento soldati francesi che morirono nell’esplosione della Torre del Filarete, agli inizi del 1500. A causarla fu un fulmine? Un errore umano? La vendetta del Bombarda, un mercenario svizzero innamorato?

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Non si sa, resta un mistero; ma c’è chi sostiene che nella notte dei Morti, gli echi della Storia abbiano suoni di urla strazianti e di lamenti umani.

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Secondo alcuni studiosi di fenomeni paranormali, i fantasmi rivivrebbero qualche episodio importante e drammatico della propria vita, come se fossero incatenati ai ricordi.

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Ludovico il Moro comparirebbe sotto la Ponticella del Bramante, mentre fugge a cavallo, travestito da mercenario.

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Wrangler Nate Cummins takes the opportunity to ride by moonlight, the night before the "Super Moon" during Montana Horses' annual horse drive outside Three Forks, Montana, May 4, 2012. The Mantle family, who own Montana Horses, held their last horse drive where they rounded up approximately 300 horses and drove the herd 35 miles from their winter range to the Mantle ranch. The horses will be picked up by leasers to be used as pack and trail horses at dude ranches and national parks. Photo taken May 4, 2012. REUTERS/Jim Urquhart (UNITED STATES - Tags: ANIMALS SOCIETY ENVIRONMENT TPX IMAGES OF THE DAY)

Anche Bianca Maria di Challant rivive in questa notte brani della sua vita e ricompare al Castello, dove era stata decapitata, con una coppa di sangue, mentre la testa le rotola via.

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Altre donne importanti rimangono “presenti” nel Castello dove vissero un tempo. Fra queste Bona di Savoia, vedova di Galeazzo Maria Sforza, rifugiatasi nella torre che porta il suo nome.

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La giovane duchessa Beatrice, moglie del Moro, morta di parto, appare pensosa ricordando gli avvenimenti della sua breve e intensa vita.

Cristofero Solari - Tomba di Ludovico il Moro e Beatrice D'Este (particolare, Pavia, Certosa, 142

L’indomita Isabella d’Aragona, nipote e nemica del Moro, compare tenendo tra le mani una boccetta di veleno con il quale avrebbe voluto avvelenare gli Sforza e per il quale, invece, perse il marito e un’amata figlia.

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Lasciamo il Castello ed i suoi ricordi di sangue versato.

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Poco più avanti, in via Rovello, un’altra donna, legata al Moro, lo aspetta ancora. È Cecilia Gallerani, la Dama con l’ermellino, dipinta da Leonardo, che a Palazzo Carmagnola, dove visse, attende di rivedere il suo amato. E’ possibile vederla ad una delle finestre proprio in questi giorni.

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Eccola!

Raggiungiamo piazza Duomo, dove “vive” il fantasma della Carlina, la sposa in nero che, terrorizzata dalle statue sulle guglie della nostra amata e misteriosa Cattedrale, scomparve e non fu più ritrovata. È un fantasma “prezzemolino”; infatti spesso compare nelle foto scattate dentro e fuori il Duomo.

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In via Santa Radegonda, accanto al Duomo, possiamo incontrare un’altra donna, Bernarda, la figlia di Bernabò Visconti, imprigionata e fatta morire di stenti dal padre; ma è, per così dire, un fantasma dalle…molte vite.

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A pochi passi dal Duomo, in piazza Santo Stefano, c’è uno dei luoghi più lugubri di Milano (andate a vederlo!!!).

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È San Bernardino alle Ossa, una chiesa con una cappella rivestita internamente di ossa umane.

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Nella notte del 2 novembre, una bimba ricompone il proprio scheletro come in un puzzle horror e trascina in una danza macabra gli altri defunti.

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Vi parteciperanno anche gli scheletri della vicina cripta nella chiesa della Statale?

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cripta

Se avete ancora voglia di esperienze forti, andate verso la Basilica di Sant’Ambrogio (autobus 94), passando accanto a piazza Vetra, terra di Inquisizione, roghi, patiboli e torture.

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Fermatevi accanto alla Basilica di Sant’Ambrogio, presso la Colonna del Diavolo, dove rimasero conficcate le corna di Satana, dopo un calcione ben assestato dal nostro Santo patrono.

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Il Diavolo riuscì poi a liberarsi e da questa colonna tornò all’Inferno. C’è dunque qui sotto un varco per gli Inferi? Molti rumori provengono da lì e un tempo, prima che fossero cementati, anche odori di zolfo da quei fori che sembrano orbite vuote.

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Tornate a piedi verso il Castello percorrendo via Carducci. Qui c’è un simpatico localino, PolentamiSu, dove si possono mangiare una polenta calda e un ottimo tiramisù…Ne avrete bisogno…

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Signori uomini, se vedete venirvi incontro, nelle vicinanze di via Paleocapa, una dama velata che emana profumo di violetta e vi promette ore indimenticabili in una villa vicina, non seguitela.

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Il suo viso è un teschio, come ha raccontato chi aveva ceduto alle sue lusinghe. In questa zona esisteva una casa disabitata con fama sinistra; da metà degli anni Settanta questa donna non compare più, forse la casa ha cambiato inquilini?

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da “Poema a fumetti” di Dino Buzzati

Casa Toniella

Di giorno, invece, quando il Parco Sempione è aperto, molti dicono di essere stati seguiti da una giovane donna che fa jogging e che li avverte dei danni del fumo. Poi svanisce, come il fumo di una sigaretta.

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Ben altri fuochi arsero nell’antica Piazza d’Armi dietro al Castello. Qui fu bruciata Isabella da Lampugnano, una delle tante streghe finite al rogo anche nella nostra città, che questa notte ritornano…

Eden Urban Nightscape #2, Parco Sempione, Milano 2012

Siamo tornati da dove eravamo partiti. Ora vi meritate una bella cenetta.

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Chi saranno gli altri convitati?

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Buon Halloween a tutti!

 

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I Mystèriosi sotterranei del Castello

È una Milano oscura e livida quella che fa da sfondo all’avventura “Scendendo” di Martin Mystère, apparsa su Almanacco del Mistero, 1995.

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I sotterranei, questa terra di mezzo tra il sopra e il sotto, il mondo delle luci e quello del buio assoluto del sottosuolo, sono i veri protagonisti di questa storia che riguarda il Castello Sforzesco.

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Martin, indagando sull’omicidio di un ingegnere che aveva lavorato sul sottosuolo, riesce a sventare, attraverso rocambolesche vicende, un piano terroristico che intendeva far esplodere il Castello e gettare Milano nel caos e nel terrore.

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Questo piano era basato su un complesso progetto difensivo ideato da Leonardo, “ingegnere militare” secondo il curriculum da lui inviato a Ludovico il Moro.

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curriculum di Leonardo

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progetto di “carro armato”

Un micidiale composto, il cosiddetto fuoco greco, era stato nascosto sotto la Piazza d’Armi per impedire, attraverso incendi ed esplosioni, l’eventuale conquista del Castello, da parte di nemici.

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Il colpo di scena finale rivela che il Maestro, in accordo con il comandante della guarnigione, che aprì le porte del Castello ai Francesi, non mise in atto il piano distruttivo al fine di salvare l’amata Milano.

ultima pagina

Perchè raccontare questa storia su alcuni “segreti” del Castello?

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Sotto il Castello c’è realmente un mondo sotterraneo “archiviato”. Si narra di una strada segreta, che univa il Castello a Santa Maria delle Grazie, fatta costruire dal Moro. Ecco il suo ingresso, che si trova nella Ghirlanda, l’antica via difensiva coperta realizzata dagli Sforza.

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inizio percorso verso Santa Maria delle Grazie

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via sotterranea della Ghirlanda

Un’altra storia, dal sapore molto hard, ebbe luogo ai tempi della dominazione austriaca. Una compagnia di giovani era solita radunarsi nei sotterranei del Castello, coperti di muschio; da qui il nome di Compagnia della Teppa (parola milanese che indica il muschio), dal quale deriva il termine teppista.

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uno degli accessi ai sotterranei, con muschio

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uno dei sotterranei

Tra le bravate di questo gruppo, l’organizzazione di un festino a luci rosse a Villa Simonetta.

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Villa Simonetta, Milano

Furono invitate le fanciulle, in cerca di marito, della Milano bene di allora e, ad insaputa di queste, nani e derelitti dei bassifondi milanesi, cui, invece, era stato promesso in dono un incontro con prostitute. La polizia austriaca, su segnalazione di una invitata, intervenne a salvare le ragazze e i “teppisti” furono arruolati a forza nell’esercito.

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da “Senso” di L. Visconti e da “Il bacio” di Hayez

http://www.placidasignora.com/2007/06/07/la-compagnia-della-teppa-e-la-notte-dei-nani/

http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/03/terribili_scherzi_della_teppa_Fra_co_7_080803035.shtml

Infine, per fortuna, è stato anche “archiviato” l’uso della Ghirlanda come rifugio antiaereo durante i bombardamenti.

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Oggi la via coperta della Ghirlanda è aperta al pubblico solo con prenotazione e guida presso l’Info Point del Castello.

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inizio del percorso

È una visita assolutamente da non perdere, perchè mostra il Castello da un altro punto di vista, molto underground, con scorci inaspettati e cunicoli tortuosi e impervi.

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Ponticella del Bramante vista dalla Ghirlanda

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Se avete voglia, infine, di vivere qualche brivido in questa nostra misteriosa e sconosciuta città, pensate che le linee Rossa e Verde della metropolitana scorrono proprio sotto la Piazza d’Armi, magari accanto a vie segrete murate…

metropolitana sotto il castello

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dietro questo muro passa la metropolitana

Meglio non aprire certe porte…

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