Fotoarca di Passipermilano (seconda puntata: i cavalli)

Tra poco Milano si accenderà con le luci del Natale e diventerà il palcoscenico di tutti noi che, di corsa, come puledri, cavalli rampanti o ronzini stanchi faremo acquisti e porteremo pacchi e pacchetti, borse e borsoni, figlioletti o nipotini.

Con un sorriso dedichiamo i nostri quattropassi di fine novembre al cavallo, questo nobile animale che nei secoli al passo, al trotto o al galoppo ha trasportato uomini e cose. Lo cercheremo tra i monumenti della nostra città per la seconda puntata della Fotoarca di Passipermilano.

Iniziamo la nostra passeggiata dai Cavalli Alati, bianchi e giganteschi, “parcheggiati” sul tetto della Stazione Centrale. Alti quasi 8 metri, ci ricordano che qui si va veloci, si arriva e si parte quasi volando (forse i pendolari non sono sempre d’accordo). Due palafrenieri, Intelligenza e Progresso, tengono le loro redini.

I cavalli da sempre sono stati una delle “sedute” preferite da Re e generali, che amavano essere immortalati fieramente in groppa a destrieri. Nei monumenti antichi i cavalli sono di solito rappresentati, per motivi tecnici, per lo più al passo; se invece sono dipinti,  vengono raffigurati più liberamente al trotto, al galoppo o addirittura rampanti.

Vittorio Emanuele II forse è giunto al galoppo in piazza Duomo e deve frenare il suo cavallo, lanciato… verso il portone centrale della nostra cattedrale. Conflitto Stato – Chiesa?

Accanto al monumento si riunivano i tifosi quando una delle squadre milanesi vinceva lo scudetto… ahimè, da parecchi anni è il torinese Vittorio Emanuele che festeggia.

Un altro cavaliere illustre è Napoleone III che, al Parco Sempione, saluta chi passa, come un vecchio gentiluomo un po’ bislacco. Il suo cavallo lo accompagna con pazienza.

Un famoso quadro immortala l’Imperatore, con Vittorio Emanuele II, sotto lArco della Pace, mentre, vittoriosi, entrano in Milano liberata.

Una curiosità: i cavalli della sestiga sopra l’Arco, risalenti a Napoleone I, furono fatti ruotare di circa 180° dagli Austriaci, quando tornarono a Milano, perchè voltassero il fondoschiena alla Francia… e da allora sono rimasti così.

prima

dopo

In largo Cairoli il cavallo di Giuseppe Garibaldi è finalmente fermo dopo tante battaglie col suo cavaliere e ha un aspetto forte e fiero. Non così quello del generale Missori, nella omonima piazza, tanto accasciato da essere entrato in un modo di dire milanese: “te me paret el caval del Missori”. Il modello fu un povero cavallo da tiro, che oscurò, nel tempo, il suo cavaliere.

Un cavallo, invece, pieno di vigore è quello che salta un ostacolo nel monumento alle “Voloire” in piazzale Perrucchetti, davanti all’ex-caserma dell’Artiglieria a Cavallo.

Questa volta il cavaliere non è un illustre personaggio, ma il simbolo di chi ha rischiato o dato la vita in guerra. Chissà se il suo cavallo, fedele compagno di tante ore di battaglia o di solitudine, lo avrà dovuto vegliare “in un campo di grano… sotto mille papaveri rossi” come cantava Fabrizio De Andrè.

Due monumenti celebrativi ci riportano a secoli lontani. In piazza Mercanti, sul Broletto, ora in ristrutturazione, si trova  l’altorilievo di Oldrado da Trèsseno (podestà di Milano – 1233), che, nell’epigrafe, si vanta di aver fatto costruire il palazzo e di aver mandato al rogo i Catari.

Al Museo del Castello, invece, c’è il monumento funebre del feroce Bernabò Visconti, impettito in groppa al suo destriero. Gli animali avranno avuto più cuore dei loro padroni? Povere bestie…

Nei nostri passipermilano stiamo cercando di far vedere quanto la nostra città sia piuttosto insolita e misteriosa. A questo proposito abbiamo scoperto che a Milano c’è anche il monumento “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e il Cavallo Bianco della Pace”. Ebbene, questo poco noto gruppo di cavalli e cavalieri si trova nel luogo più impensabile che si possa immaginare: i Giardini Pubblici “Indro Montanelli”.

Entrando da piazza Cavour, in una grande aiuola, vicino alla statua del giornalista, c’è un gruppo di stilizzate figure in bronzo, che passano quasi inosservate, forse perchè piuttosto basse e smilze. La scena rappresentata è molto drammatica, con cavalieri e cavalli in action.

 

Quasi in disparte c’è un cavallo bianco, senza cavaliere, che sta brucando, distante anni luce dagli altri: è il “Cavallo Bianco della Pace”.

Questo monumento, quasi sconosciuto e assolutamente da andare a vedere, è opera di Harry Rosenthal, uno scultore austriaco che ha attraversato il Novecento con i suoi tanti e contrastanti avvenimenti.

Infine ecco “IL” cavallo; senza cavaliere, imponente, maestoso ha un passato illustre e un presente che genera discussioni.

È conosciuto come “il Cavallo di Leonardo” e si trova davanti all’ippodromo del galoppo di San Siro, in una posizione con poca visibilità turistica, almeno per ora. L’anno prossimo, infatti, ci saranno le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del Maestro e questo cavallo diventerà protagonista di eventi e manifestazioni. Ne parleremo anche noi tra qualche settimana.

A presto…

Il mistero della Fontana all’Isola

Siamo nel cuore dell’Isola, in via Thaon di Revel, dove si trova uno dei luoghi più belli della Milano sforzesca appena scivolata nel 1500 e nelle dominazioni straniere.

Il Santuario di Santa Maria alla Fontana è un intreccio di storia, arte, fede e mistero, situato in uno dei quartieri più vivaci della città, con i grattacieli accanto alle case di ringhiera, con il futuro che si impone e fa sognare, mentre il passato resta presente e si fa radice.

Dalla strada non si vede il Santuario, ma solo la “chiesona” dallo stesso titolo, che si affaccia sulla via.

Ancora una volta, anche per capire Milano, dobbiamo andare oltre la “prima vista”. Dalla Chiesa Superiore, a livello della strada, scendiamo con una scala in un avvallamento naturale dove si trova il Santuario, e poi ancora più sotto fino alla fonte da secoli considerata miracolosa, per confrontarci col mistero.

Andiamo con ordine, un passo, anzi, un gradino alla volta. La Chiesa Superiore è stata da sempre legata alla storia del Santuario e della città. Nel corso di oltre cinque secoli ha visto arrivi e partenze, ampliamenti e restauri fino a quelli di Griffini e Mezzanotte e agli ultimi della metà del Novecento.

Guardando la facciata, sulla destra, una scala ci invita a scendere e improvvisamente ci troviamo in pieno Rinascimento.

Passeggiando tra i chiostri che non ci si aspetta, guardando gli affreschi, la volta, i soffitti, la fonte con gli zampilli d’acqua, sentiamo di trovarci in uno dei luoghi più coinvolgenti di Milano.

Per raccontare la storia di questo Santuario, partiamo dalla pietra che indica l’inizio della costruzione, il 29 settembre 1507, e il committente,  Carlo II d’Amboise, governatore francese di Milano.

Questi soffriva di una grave malattia della vista e si volle recare qui dove c’era una fonte considerata da tempo miracolosa. Si bagnò gli occhi, guarì e come ringraziamento fece costruire questo santuario mariano. Un grande dipinto cinquecentesco dei fratelli Campi, sopra l’altare, ricorda il miracolo.

Chi fu l’artista incaricato da un committente così importante? Si è parlato del Bramante, del Bramantino e di Leonardo (in quel periodo a Milano), tanto legato alla famiglia dei D’Amboise, da essere poi ospitato, fino alla morte, in uno dei loro castelli in Francia. Oggi, infine, si propende per una collaborazione dell’Amadeo, secondo quanto ritrovato in un antico documento.

I dubbi restano molti; confrontando alcuni particolari dei doppi archi, si nota una forte somiglianza tra quelli del Santuario e alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo.

Alle pareti della Cappella ammiriamo affreschi della scuola di Bernardino Luini, in parte danneggiati ma molto dolci e suggestivi.

Interessanti i particolari di due affreschi che riguardano l’ambiente dell’epoca. Nel “San Rocco” si vede una cascina tra i campi, mentre nella “Visitazione” siamo in un contesto cittadino, con una ricca porta di un palazzo e una piccola balaustra. Città e campagna fanno da sfondo alla Fede.

La grande volta a dodici spicchi (unica, sembra, in Italia) riproduce gli Apostoli (tranne Giuda) e San Paolo. Al centro un rilievo in legno e stucco dorato con Dio Padre benedicente circondato da raggi di luce e di calore.

Nel ricco soffitto a botte sopra l’altare ci sono raffinati disegni simbolici risalenti al XVI secolo: l’ibis (che indica la gratitudine), il sole raggiato, alcune fiaccole e il caduceo (simbolo da sempre della Medicina) che ricorda la doppia spirale del DNA, quasi un misterioso presagio di future scoperte.

Il colore rosso dei disegni indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina: infatti questo Santuario fu uno dei poli sanitari milanesi come la Ca’ Granda e il Lazzaretto. Al centro di questo ospedale, fino a metà Ottocento, spiccava una grande vasca, come vediamo da alcune immagini.

Nella storia di questo Santuario ci furono, però, momenti difficili. Se un nobile francese lo aveva fatto costruire, un altro, Napoleone, dopo averlo utilizzato come ospedale per le proprie truppe, lo aveva trasformato in un deposito per quei carri che servivano a innaffiare le polverose vie della città, antenati di quei tram soprannominati “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni.

Un grave disastro colpì, verso la fine dell’Ottocento, la fonte del nostro Santuario, quando un incendio in una vicina fabbrica di bitume inquinò la sorgente. Questo danno ambientale non fermò mai la devozione dei fedeli e l’acqua, oggi collegata all’acquedotto, sgorga ancora da undici beccucci posti su una lastra di pietra.

Abbiamo osservato a lungo la disposizione insolita dei beccucci e la lastra considerata quella originaria dell’antica fonte. C’è chi sostiene che la pietra sia carica di energia e che i fori formino misteriosi triangoli, così come l'”ammaccatura” nella parte superiore della pietra. E se fossero segnali di qualcosa di non conosciuto, ancora da scoprire?

Ci lasciamo qui, davanti a questa antica fonte piena di misteri, ognuno con i propri pensieri, per decidere se scendere e accostarci alla fonte o no…

A presto…

Il Duomo: il campanile che non c’è

Il Duomo è un racconto continuo che percorre e narra la storia della nostra città e quella di tutti noi. Non possono mancare mai quattropassi intorno al Duomo, luogo del cuore della nostra città, per partecipare al suo racconto.

La nostra Cattedrale è così immersa nella storia (dal 1300 ad oggi…) che troviamo sfumature del tempo, degli stili e persino dell’ “aria” che respiriamo, se guardiamo il deterioramento delle statue e del bellissimo, ma delicato, marmo rosa di Candoglia, nato dal mare padano.

Il Duomo non ha avuto né un unico autore, né un unico progetto. È stato via via pensato nel corso dei secoli come se ogni architetto incaricato l’avesse voluto in un certo modo: il suo.

C’è chi l’avrebbe voluto più grande, chi più piccolo, con uno, due o nessun campanile.

Anche la facciata, costruita agli inizi dell’Ottocento per l’autoincoronazione di Napoleone a Re d’Italia, è stata poi ripensata e riprogettata… ma non se ne fece nulla; in fondo il nostro Duomo è sempre lo stesso, anche se la sua Veneranda Fabbrica sembra infinita.

A proposito di campanile, può sembrare strano, ma non c’è e le  campane sono collocate nel tiburio. Non è sempre stato così: cercando tra vecchie immagini abbiamo trovato che un accenno di campanile, piccolo e tozzo, si trovava un tempo  tra le guglie e fu demolito nel 1866, per il grave deterioramento.

In seguito ci sono stati progetti, mai realizzati, per affiancare un degno campanile al Duomo. Eccone uno del nostro amatissimo Luca Beltrami.

Durante il fascismo, poi, si pensò di realizzarne uno collocato accanto a Palazzo Reale, di fronte alla Galleria.

progetto Cabiati

progetto Bacciocchi

progetto Pasquè

progetto Viganò

Fu scelto il progetto dell’architetto Viganò. Abbiamo trovato un vecchio articolo di giornale, in cui se ne parla.

Anche questa volta non se ne fece nulla e al posto del campanile, sulla cui cima avrebbe dovuto esserci il Faro della Pace, fu costruito l’Arengario, dove ora splende la luce di Lucio Fontana.

Abbiamo cercato ancora. Al cimitero di Cernusco sul Naviglio, nella cappella di famiglia dell’architetto Viganò, c’è una vetrata dove appare il campanile del Duomo. Era talmente “suo” da volerlo guardare per sempre.

Il racconto del Duomo, così “nostro” continua

A presto!

 

La costruzione del Duomo: quando la nostra cattedrale si vestì di rosa

Il Duomo è fatto di conchiglie. Tanto tempo fa, in un’era lontana lontana, quando un grande mare ricopriva la pianura padana, c’era una zona ricca di conchiglie. Nel corso di milioni di anni sono diventate marmo rosa, fuse nella roccia.

Il marmo rosato, con il quale è stato costruito il nostro Duomo, è nato così, in Val d’Ossola, estratto dalle cave di Candoglia.

Esse appartenevano all’allora Signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti che le donò alla Veneranda Fabbrica per la nostra Cattedrale. Ancora oggi, viene estratto da queste cave, bello e delicato, facile da lavorare ma fragile, per continuare l’opera iniziata più di seicento anni fa.

Milano era già allora una città ricca e fiorente, ma non aveva una cattedrale prestigiosa come quelle diffuse in Europa e in Italia.

Cattedrale di Chartres

Basilica di S.Antonio a Padova

Duomo di Orvieto

Duomo di Firenze

Le due concattedrali di Santa Tecla e di Santa Maria Maggiore, che si trovavano “in piazza Duomo” erano piuttosto vecchiotte. Inoltre, nel 1353 il grande campanile situato nei pressi dell’odierna Galleria era crollato facendo moltissime vittime e demolendo parte di Santa Maria Maggiore.

Circa trent’anni dopo l’Arcivescovo di Milano, Antonio da Saluzzo, diede l’avvio ai lavori della nuova cattedrale. Subito i milanesi si gettarono con amore e entusiasmo in quest’opera che doveva perpetuare la sacralità del luogo, dove da sempre c’erano templi e boschi sacri.

L’Arcivescovo approva il progetto – porta del Duomo di L. Minguzzi

Benedizione della prima pietra – porta del Duomo di L. Minguzzi

Era il 1386 e si pensava ad una cattedrale in mattoni e cotto, secondo la tradizione lombarda. Gian Galeazzo, però, entrò, per così dire, a gamba tesa e un anno dopo volle che il futuro Duomo venisse costruito in marmo, nello stile delle più ammirate cattedrali europee.

Duomo di Colonia

Notre Dame di Parigi

Il Duca donò le cave di Candoglia, fece ingentissime e continue elargizioni; avrebbe voluto anche un archistar francese, Jean Mignott, ma i milanesi fecero catenaccio, licenziarono l’architetto e vennero preferite maestranze italiane, meglio se lombarde. Il Duomo sarebbe stato dei milanesi e non dei Visconti; Gian Galeazzo, volendo un mausoleo per la sua dinastia, si impegnò anche nella costruzione della Certosa di Pavia.

tomba di Gian Galeazzo

Certosa di Pavia

I muratori furono sostituiti dai marmoristi e dagli scalpellini e tutti i milanesi lavorarono con impegno e generosità in un’opera comune e condivisa.

Anno dopo anno, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo (e ora è cambiato anche il millennio), la storia e la costruzione del Duomo sono continuate in un’incredibile staffetta.

Ancora oggi la Fabbrica si occupa dei lavori che riguardano la cattedrale e propone iniziative per raccogliere i fondi necessari. È di questi giorni la notizia dell’orologio a cucù, simbolo di “Adotta una Guglia”, donato a Barak Obama in visita a Milano.

Oltre seicento anni hanno influito sulla storia della nostro Duomo. Più architetti, più scuole, più stili hanno lasciato la propria impronta donandoci opere da ammirare in una sorta di museo di arte e di fede.

Nel Quattrocento venne completata l’abside, forse la parte più bella del Duomo; il colore irruppe in alcune preziose vetrate, si innalzarono le prime guglie.

La prima in assoluto venne dedicata a Marco Carelli, il benefattore che aveva donato tutte le sue ingenti ricchezze al Duomo. Ancora oggi la vediamo sopra l’abside; la statua, però, su questa guglia ritrae Gian Galeazzo, in fondo anche lui sponsor del Duomo.

Statua originale – Museo del Duomo

Nel 1418 Papa Martino V consacrò l’altare maggiore e diede inizio al culto.

Nella seconda metà del Quattrocento vennero abbattuti, per fare spazio, l’Arengo, Santa Tecla e una parte di Santa Maria Maggiore che, però, “prestò” ancora la facciata al Duomo.

Nel Cinquecento vennero terminate la cupola e una parte della terrazza.

Alla direzione dei lavori c’era Pellegrino Tibaldi che poteva contare sull’appoggio dell’Arcivescovo Carlo Borromeo. L’architetto presentò anche un progetto della facciata e, all’interno, si dedicò, tra l’altro, al pavimento, un tappeto di fiori e di conchiglie di marmo.

Con la dominazione spagnola (1535 – 1714), però, i lavori andarono un po’ a rilento.

F. Gonin

evento nel 1630

Nella seconda metà del Settecento, sotto il governo austriaco, vennero iniziati i lavori per la guglia (1765) che avrebbe ospitato nove anni dopo la Madonnina, il punto più alto di Milano fino al secondo dopoguerra.

Nell’Ottocento Napoleone, che voleva essere incoronato in Duomo Re d’Italia con la Corona Ferrea (vi ricordate il “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”?), diede una accelerata ai lavori. Venne completata la facciata, si innalzarono guglie e statue.

Ma chi pagò i conti imperiali? Per sostenere le ingenti spese, l’Imperatore e Re ordinò la vendita di tutti i beni che la Veneranda aveva amministrato per secoli con grande saggezza. L’impegno di Napoleone era quello di pagare metà delle spese, ma stiamo ancora aspettando…

Passarono Re e Imperatori…

Incoronazione di Ferdinando d’Austria Re del Lombardo Veneto

Te Deum in Duomo dopo la vittoria dei Franco-Piemontesi

Nel tardo Ottocento si parlò di rifare la facciata napoleonica. L’architetto incaricato, Giuseppe Brentano, però, morì giovanissimo mentre stavano per iniziare i lavori e tutto rimase come allora.

Nel corso del Novecento, infine, ci furono importanti opere di rifacimento, dopo i danni della guerra. Nel corso del secolo vennero completate le porte di bronzo e fu effettuato il recupero statico della cattedrale.

La facciata, invece, è rimasta sempre la stessa, quella napoleonica, imperfetta e composita, unica e inconfondibile: è… la nostra.

Continua…

 

La lunga notte del Castello sotto le dominazioni straniere

Le porte del Castello, che si aprono a tradimento alle truppe francesi, spalancano la strada ad un’epoca, per Milano, di dominazioni che durerà circa 350 anni.

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Le sale che avevano visto lo sfarzo e lo splendore della vita di Corte ai tempi del Moro, diventano stalle, i tesori vengono depredati, il Castello diventa il ventre del potere che pullula di soldati nemici. Così un cronista dell’epoca, Marin Sanudo, scriveva: “in Castello esser gran sporzizie;…francesi pissano in le camere, cachano in corte e in salla“.

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Il Castello, che si apriva alla città, ora è rivolto contro di essa, per controllarla e per difendersi, anzichè difendere Milano.

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il Castello nel XVI secolo

Del breve dominio francese abbiamo due ricordi: la distruzione della Torre del Filarete ed il monumento funebre di Gaston de Foix, nipote del Re e comandante del Castello, così bello e lontano nella sua compostezza ultraterrena.

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Misteriose e intriganti sono le cause che hanno provocato il crollo della Torre, diventata, durante l’occupazione francese, armeria e deposito di esplosivi. Errore umano di un soldato, che ne causò l’esplosione, o un fulmine che la colpì durante un violento temporale nella notte di fine giugno 1521?

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“Era una notte buia e tempestosa” , direbbe Snoopy…

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Alcune voci dell’epoca, al di là delle versioni ufficiali, parlarono di una statua d’angelo decapitata e della vendetta di un artigliere svizzero, avvenuta quella notte.

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mercenario svizzero

La versione popolare sosteneva che il governatore francese di Milano, da qualche tempo non riuscisse a dormire per il cigolio che faceva la statua di San Michele in cima al campanile di San Gottardo.

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san gottardo angelo

Qualcuno gli suggerì di farla saltare, come per errore, con un colpo di bombarda.

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Fu incaricato, in cambio della libertà, un mercenario svizzero al soldo degli Sforza, detto “il Bombarda”, che era stato catturato e fatto prigioniero insieme alla sua donna. Il Bombarda sparò e San Michele fu decapitato.

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Mentre si trovava ancora sulla torre dalla quale aveva sparato, il mercenario vide, nella piazza d’Armi, la sua donna subire violenze dalla soldataglia francese.

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da “La ciociara”

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muro delle bambole a Porta Ticinese – contro la violenza sulle donne

Senza esitare, mirò di nuovo e colpì la Torre del Filarete, piena di esplosivo. Il boato fu tremendo, la Torre distrutta e 300 soldati morirono nell’esplosione. Si dice che ancora oggi ci siano 300 spiriti che vagano senza pace in piazza d’Armi, nel giorno dei Morti.

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Dei due amanti non si seppe più nulla.

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Il Castello, mutilato nella sua torre centrale, continuò la sua vita da caserma anche sotto la dominazione spagnola, ospitando fino a 3.000 soldati.

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Al suo interno: due chiese, osterie, botteghe, stalle, pollai, alloggi, cucine, mense, persino un ospedale per gli appestati (che oggi ospita la Pietà Rondanini di Michelangelo) quasi una cittadella del potere spagnolo a carico delle tasse dei milanesi.

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Pietà Rondanini – antico Ospedale spagnolo

All’esterno 3 chilometri di bastioni avevano circondato la Ghirlanda, antica fascia protettiva del Castello.

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Sono anni bui per il Castello e per Milano, con rivolte popolari e gravi pestilenze, descritte anche ne “I promessi sposi”.

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la rivolta del pane

Nel Castello è conservata ancora la lapide che ricorda la tremenda fine di Gian Giacomo Mora, presunto “untore”, torturato e ucciso con l’accusa di aver diffuso la peste.

lapide GG. Mora

Quando il Ducato di Milano venne ceduto dalla Spagna agli Asburgo d’Austria, per il Castello non cambiò molto e continuò ad essere caserma e stalla per la guarnigione austriaca, sotto lo sguardo della statua di San Giovanni Nepomuceno, suo protettore, che ancora oggi, campeggia nella piazza d’Armi.

statua san giovanni nepomuceno

La storia incontra sempre le pietre del Castello: la meteora napoleonica aveva fatto grandi progetti per Milano, tanto da prevedere anche un’impegnativa trasformazione della zona intorno al Castello. che si sarebbe trovato al centro di una grande piazza circolare, della quale ancora oggi rimane Foro Buonaparte.

Castello Napoleone

come doveva diventare il Castello

castello foro bonaparte

progetto napoleonico

Foro Bonaparte

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attuale Foro Buonaparte

Mentre con una mano venivano rubate e trasportate in Francia opere d’arte, con l’altra furono costruiti edifici come l’Arco della Pace e l’Arena.

MILANO 20 Ott 2012 - ARCO DELLA PACE PRIMA DELLA CANCELLATA PROTETTIVA stella p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate - MILANO 2012-10-20 ARCO DELLA PACE PRIMA DELLA CANCELLATA PROTETTIVA ARCO DELLA PACE PRIMA DELLA CANCELLATA PROTETTIVA - fotografo: Gianluca Albertari / Fotogramma / Fotogramma arena

Una curiosità: il primo tricolore bianco, rosso e verde nacque a Milano, come stendardo militare della Legione Lombarda Cacciatori a Cavallo, un corpo di volontari a fianco di Napoleone, ed è conservato al Museo del Risorgimento di Milano.

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Caduto Napoleone, con la Restaurazione ed il ritorno degli Austriaci, il Castello riprese ad essere fortezza e prigione. Le sue segrete si riempirono, durante le Cinque Giornate, di prigionieri, i cui corpi furono trovati solo alla fine della dominazione austriaca.

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Con l’avvento del Regno d’Italia si pensò di demolire il Castello, ormai in grave stato di degrado, che era stato per troppi anni fortezza nemica dentro la città e simbolo dell’oppressione.

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il degrado del Castello

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a fine Ottocento

L’area occupata dal Castello stava per diventare preda ambita per l’espansione e la speculazione edilizia. Per l’antica dimora dei Duchi sembrava arrivata la fine, ma il Biscione, simbolo di Milano, aveva pronto l’uomo che avrebbe fatto rinascere il Castello.

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continua…

Itinerario Basilica di Sant’Ambrogio (Parte Seconda – l’interno)

La Basilica dei Martiri, voluta da Sant’Ambrogio, vescovo di Milano dal 374, venne edificata, al di fuori delle mura romane, nel luogo in cui si trovava un cimitero dove erano sepolti martiri cristiani, uccisi durante le persecuzioni.

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La Basilica fu rimaneggiata fortemente nei secoli e venne poi dedicata a Sant’Ambrogio, Santo Patrono della nostra città.

Appena entrati, lo splendido Altare d’Oro attrae immediatamente lo sguardo del visitatore; avviciniamoci, però, poco alla volta per guardare come sempre alcune “cose”, ricche di suggestioni e di curiosità.

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All’inizio della navata laterale sinistra, ecco ciò che rimane delle altre due scacchiere di ignoto significato. Sono sulla parete in alto, un po’ deteriorate.

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Poco più avanti non perdiamoci la Colonna del Serpente.

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SerpenteSAnt'Ambrogio_14© Irene Bascì

È un’antica colonna romana sul cui capitello si trova un serpente di bronzo, che la tradizione vuole fatto da Mosè in persona per curare chi fosse stato morsicato da un serpente durante l’Esodo. Chi lo toccava diventava immune al veleno.

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Un Imperatore bizantino lo donò all’Arcivescovo di Milano attorno all’anno Mille e da allora i milanesi rivolsero preghiere al serpente per guarire da alcuni malanni, come le malattie dello stomaco, intestinali e dai…vermi. Accanto a questa leggenda più “umana”, ce ne è una ben più straordinaria, da Fine del Tempo: questo serpente comincerà a sibilare e scenderà dalla colonna per far ritorno a Gerusalemme, nella Valle di Giosafat, dove era stato creato, per arrivare in tempo al Giorno del Giudizio.

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È un serpente “positivo”, lontano dalle tradizionali immagini che ritroviamo nelle raffigurazioni sacre, e il cerchio che il suo corpo forma potrebbe avere significati allegorici.

Milano, in fondo, ha molti misteriosi rettili nella sua storia!

Poco più avanti, in una cappella laterale, troviamo un bel dipinto, la “Madonna dell’Aiuto” alla quale i milanesi sono molto devoti. Il culto, secondo la tradizione, sarebbe iniziato nel 1495 quando un eremita, chiamato dal popolo “Missus a deo”, incitava ogni sera in piazza del Duomo i milanesi alla penitenza e alla devozione mariana.

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Fermiamoci ora al Sarcofago di Stilicone, sotto l’Ambone di marmo (una sorta di pulpito), che conterrebbe le spoglie del generale imperiale e di sua moglie Serena, di cui abbiamo trovato un’immagine.

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Sul sarcofago sono raffigurate diverse scene, tra le quali vi segnaliamo quella della Natività, che guarda verso l’altare; Gesù è in fasce, nella mangiatoia, ma col volto di adulto, ai suoi lati il bue, l’asinello e due uccelli.

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Il bue e l’asinello si pensa rappresentassero rispettivamente i Profeti d’Israele e i pagani, mentre l’uccello che becca con riluttanza indicherebbe le difficoltà ad accogliere il messaggio cristiano. Sottostante a questa Natività è scolpita una greca con immagini del Sole e con croci uncinate, antichissimo simbolo religioso.

Un’altra piccola curiosità, che si trova su questo sarcofago: guardiamo i discepoli che si tengono uniti e persino  i loro piedi  si toccano o sono in parte sovrapposti. Formano una catena umana che continua il messaggio evangelico.

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È, secondo noi, un’immagine molto bella: “nessun uomo è un’isola” (John Donne).

Nessun uomo è un'isola

Siamo ora all’Altare d’Oro, sotto il quale c’è la cripta dei santi Ambrogio, Gervasio e Protasio.

Scendiamo una piccola scala a lato dell’altare per rendere il doveroso omaggio al nostro Santo Patrono. È posto in mezzo ai due martiri, ai quali la Basilica era stata dedicata inizialmente.

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Ambrogio aveva scelto di stare alla loro sinistra, ma quando il sarcofago venne aperto, miracolosamente i due corpi si spostarono per far posto nel mezzo al santo…e così sono rimasti!

L’Altare d’Oro è un’arca di legno, rivestita in lamina d’oro e d’argento di 2,5 millimetri, lavorata a sbalzo e decorata con smalti, filigrane, perle e oltre 4000 pietre preziose.

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È opera della scuola di Volvinio, che fu il primo artista medievale a firmare la propria opera.

Sopra l’Altare il bellissimo Ciborio, sorretto da quattro colonne di porfido rosso, materiale che nell’antico Egitto era riservato ai soli faraoni, e in epoca romana esclusivamente agli imperatori.

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Dietro questo magnifico Altare si trova il coro ligneo del XV secolo sotto il catino absidale rivestito da uno splendido mosaico dorato. Se volete saperne di più, guardate questo video  http://www.youtube.com/watch?v=-h4Jl56PN_U

Passiamo ora alla navata destra. Salendo qualche gradino subito incontriamo il Sacello di San Vittore in Ciel d’Oro e un piccolo museo.

Nel prezioso mosaico dorato abbiamo, forse, l’immagine più antica e realistica di Sant’Ambrogio, che è raffigurato in abiti civili e senza l’aureola: sembra fosse un uomo di media statura, col viso un po’ asimmetrico e le orecchie a sventola.

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Nel piccolo museo abbiamo reperti della precedente basilica e oggetti sacri.

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Una toccante curiosità: in una vetrina si trova un piccolo presepe fatto, con materiali di fortuna, da militari italiani internati in un campo di concentramento nazista.

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Prima di divenire parte integrante della Basilica, questo Sacello, ancora più antico di Sant’Ambrogio, era staccato, con ingresso indipendente; ora regge, in parte,  lo scalone principale della adiacente Università Cattolica.

Sacello s. vittore staccato

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Per accedere al Sacello di San Vittore e al museo, è richiesto un biglietto d’ingresso (Euro 2).

Sempre sul lato destro della navata troviamo una serie di cappelle, tra le quali quelle con le spoglie di Santa Marcellina e di San Satiro, fratelli di Ambrogio.

Vi invitiamo ora a ripercorrere tutta la Basilica, guardando questo splendido video

 http://www.360visio.com/progetti/milano-basilica-santambrogio/

Il nostro itinerario di Sant’Ambrogio, però, non è ancora finito…

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Itinerario da San Maurizio

Questo itinerario è molto piacevole e vario; attraverso un intreccio di vie tra le più eleganti e signorili di Milano, vi porterà a spasso nel tempo, incontrando dei resti romani, un museo archeologico, un palazzo barocco, un’abitazione di Lorenzo il Magnifico, un bar liberty, molti negozi contemporanei…e un lussuoso abbeveratoio per cavalli.

Siete pronti? Andiamo!

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Lasciamo la chiesa di San Maurizio: non perdetevela! Diversi critici l’hanno paragonata addirittura alla Cappella Sistina!!!

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Ci troviamo subito accanto al Civico Museo Archeologico di corso Magenta 15, che un tempo ospitava le suore di clausura del Monastero Maggiore.

La Chiesa di San Maurizio

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Pianta del Museo

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È una struttura evegreen molto bella, nonostante i molti secoli alle spalle (sembra risalga all’epoca longobarda).

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Non possiamo descrivere tutto ciò che contiene; vi invitiamo a visitarlo di persona! Ci sono reperti molto interessanti, tutti quelli di epoca romana (sezioni “Milano Antica” e “Abitare a Mediolanum”) sono provenienti da scavi nell’area milanese.  All’ingresso ci accoglie un plastico che riproduce, anche con colori diversi rispetto alle varie epoche, i principali edifici romani e la cerchia di mura, inseriti nella struttura urbanistica recente.

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Plastico di Mediolanum con le mura e gli edifici di età repubblicana in colore chiaro; quelli di età imperiale sono più scuri

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Mappa di Mediolanum repubblicana con l’espansione di Massimiano

Fra tanti reperti  alcuni capolavori, come un piatto d’argento  (la “Patera di Parabiago”) con un insieme di raffigurazioni mitologiche (con un click vedrete il carro di Cibele trainato da leoni, Atlante che sostiene il Tempo, le Quattro Stagioni, una lucertolina impertinente e tanto altro ancora); era utilizzato durante le cerimonie sacre pagane.

patera

Un altro tesoro da non perdere  è la splendida coppa di vetro del IV secolo, detta Coppa Trivulzio: ce ne sono solo tre al mondo, due appartengono  a  collezionisti misteriosi. E’ lavorata con una tecnica particolare che crea una specie di intarsio nel vetro, formando anche una frase beneaugurante.

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“bibe, vivas multis annis”

Ci sono poi i resti di una villa romana del primo secolo, demolita per costruire il Circo di Massimiano.

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Guardate questi gioielli incantevoli, attuali ancora oggi. .. chi era la fortunata signora?

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Quante altre cose si possono vedere al museo, ma ve le lasciamo scoprire da soli…..

Usciamo da qui alla ricerca di altri tesori.

A proposito di gioielli, a chi potrebbe venire in mente di farsi incastonare una perla nel pavimento? Alla marchesa Litta, inquilina del palazzo di fronte al museo!

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Palazzo Litta

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La marchesa Litta

Si dice infatti che alla nobildonna, quando Napoleone venne a trovarla, per l’emozione cadde una lacrima sul pavimento del Salotto Rosso: la preziosa lacrima fu ricordata con una perla.

una lacrima di perla

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Purtroppo il palazzo, sede di uffici del Ministero dei Beni Culturali, non è visitabile, salvo particolari occasioni. Al suo interno  ospita un piccolo teatro a cui si accede da un ingresso laterale entrando nel cortile detto dell’Orologio

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Ingresso al teatro

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Teatro Litta

Accanto al teatro  c’è una caffetteria da non perdere: entrate in questa ex scuderia del palazzo dove  una fontana  ruba la scena!

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caffetteria Boccascenacafè

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una fontana nel locale?

Vi domina un enorme Nettuno; bello vero? Chissà come erano emozionati i cavalli che qui si abbeveravano!!!

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Proseguendo su corso Magenta incontriamo la piccola via Terraggio: fate una sosta nel Giardino Segreto, entrando dal portone del numero civico 5.

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Qui passeggiava Lorenzo il Magnifico, quando veniva in visita agli Sforza, nella casa che gli avevano donato!

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Casa Medici fu trasformata poi in un convento, successivamente il refettorio divenne il cinema Orchidea, attualmente chiuso.

La dimora quattrocentesca di Lorenzo De' Medici a Milano, in Corso Magenta 29

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100_6588 Ex cinema Orchidea

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Se volete passare dal ‘400 al ‘900, spostandovi di pochi passi, potete trovare una importante libreria di settore, la Libreria dello Spettacolo.

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interno libreria dello spettacolo

Poco più avanti vi conviene fare una sosta al Bar Magenta, un locale storico dove vi sentirete pervasi dall’atmosfera Liberty.

Bar-Magenta 

bar magenta interno

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Se vi gira un po’ la testa dopo aver camminato in mezzo a tutta questa Storia, rilassatevi facendo quattro passi di ritorno su corso Magenta. per fortuna ci sono negozi bellissimi di vario genere: abbigliamento, calzature, una gioielleria che in genere ha una vetrina di forte impatto, una storica drogheria e, di fronte, la Libreria Milanese.

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Ora siete pronti per una visita al Palazzo Imperiale…o a ciò che ne resta, in via Brisa.

Più che un palazzo era una serie di edifici, una sorta di Quartiere Imperiale. Certamente si resta un po’ delusi di fronte a questo piccolo spazio verde con dei ruderi, che si può solo guardare dall’alto; d’altra parte sembra che a Palazzo abbia abitato anche Attila…

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via Brisa

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resti del palazzo di via Brisa

Avete voglia di un dolcino per concludere questa passeggiata? La Pasticceria Marchesi è qui dal 1824; vi tenterà non poco.

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100_6477 Pasticceria Marchesi

Tra un po’ aprirà un punto vendita anche in uno dei più lussuosi negozi in Galleria. Per ora un’occhiata che non fa ingrassare o, se siete golosi, un piccolo peccato di gola che sarà perdonato se farete ancora quattro passi per Milano!

Alla prossima!