Voglia di primavera nei “Cortili aperti”

La primavera tarda ad arrivare e abbiamo sentito ancora più forte il desiderio di verde e fiori intorno a noi.

Abbiamo così “colto” l’occasione, proprio come un fiore sbocciato all’improvviso in un giorno di pioggia, di visitare “The Secret Garden”, il chiostro ottocentesco delle Gallerie d’Italia, aperto al pubblico in omaggio ad Orticola, la tradizionale manifestazione di fiori e piante.

Il “Disco in forma di rosa del deserto”, opera di Arnaldo Pomodoro, è custodito da vetrate, come in un giardino d’inverno, tra profumi, cinquettii, suoni di zampilli e fruscio di foglie in una esperienza multisensoriale quasi onirica.

Accanto a questa “idea di natura” c’è, invece, il vero, bellissimo, antico giardino della casa del Manzoni.

In questo giardino, che fa parte delle Gallerie d’Italia, alcune statue di autori contemporanei si lasciano guardare come in un museo all’aperto.

Belle panchine invitano alla sosta in quest’angolo quasi segreto, vicino a via Manzoni.

Un altro evento, “Cortili Aperti”, ha permesso di varcare i portoni di palazzi storici tra corso Magenta e via Cappuccio, solitamente chiusi al pubblico.

Era aperto, eccezionalmente, anche l’antico Palazzo Borromeo nella omonima piazza.

Un placido dromedario, simbolo di pazienza e moderazione, campeggia in una cesta sopra il portone, custode di un passato memorabile.

All’interno del palazzo si aprono due cortili restaurati dopo i bombardamenti.

Nel secondo cortile un intero lato è affrescato con il ripetuto motto, “Humilitas”, dei padroni di casa, tra i quali gli Arcivescovi Carlo e Federico Borromeo.

Nei nostri quattropassi abbiamo anche scoperto, tra via Sant’Agnese e via Nirone, un piccolo giardino sempre aperto al pubblico, bellissimo anche nelle giornate piovose.

E’ intitolato ad Aristide Calderini, storico e archeologo dell’Università Cattolica.  Al centro di questo giardino una stele di Arnaldo Pomodoro è dedicata alle vittime della strada, in ricordo di una giovane vita spezzata che qui aveva trascorso ore serene coi propri amici.

Questo giardino è nato dai bombardamenti che hanno distrutto il palazzo rinascimentale dove, forse, era nato Bernardino Corio, storico milanese ai tempi di Ludovico il Moro.

Alla costruzione del palazzo, di cui rimangono alcuni resti, aveva partecipato anche il Bramante ed ora possiamo sedere tra antiche mura e prati verdi.

 

Ancora una volta basta poco per  trovare angoli nascosti e  poetici  nella nostra Milano che corre.

A presto…

Il mistero della Fontana all’Isola

Siamo nel cuore dell’Isola, in via Thaon di Revel, dove si trova uno dei luoghi più belli della Milano sforzesca appena scivolata nel 1500 e nelle dominazioni straniere.

Il Santuario di Santa Maria alla Fontana è un intreccio di storia, arte, fede e mistero, situato in uno dei quartieri più vivaci della città, con i grattacieli accanto alle case di ringhiera, con il futuro che si impone e fa sognare, mentre il passato resta presente e si fa radice.

Dalla strada non si vede il Santuario, ma solo la “chiesona” dallo stesso titolo, che si affaccia sulla via.

Ancora una volta, anche per capire Milano, dobbiamo andare oltre la “prima vista”. Dalla Chiesa Superiore, a livello della strada, scendiamo con una scala in un avvallamento naturale dove si trova il Santuario, e poi ancora più sotto fino alla fonte da secoli considerata miracolosa, per confrontarci col mistero.

Andiamo con ordine, un passo, anzi, un gradino alla volta. La Chiesa Superiore è stata da sempre legata alla storia del Santuario e della città. Nel corso di oltre cinque secoli ha visto arrivi e partenze, ampliamenti e restauri fino a quelli di Griffini e Mezzanotte e agli ultimi della metà del Novecento.

Guardando la facciata, sulla destra, una scala ci invita a scendere e improvvisamente ci troviamo in pieno Rinascimento.

Passeggiando tra i chiostri che non ci si aspetta, guardando gli affreschi, la volta, i soffitti, la fonte con gli zampilli d’acqua, sentiamo di trovarci in uno dei luoghi più coinvolgenti di Milano.

Per raccontare la storia di questo Santuario, partiamo dalla pietra che indica l’inizio della costruzione, il 29 settembre 1507, e il committente,  Carlo II d’Amboise, governatore francese di Milano.

Questi soffriva di una grave malattia della vista e si volle recare qui dove c’era una fonte considerata da tempo miracolosa. Si bagnò gli occhi, guarì e come ringraziamento fece costruire questo santuario mariano. Un grande dipinto cinquecentesco dei fratelli Campi, sopra l’altare, ricorda il miracolo.

Chi fu l’artista incaricato da un committente così importante? Si è parlato del Bramante, del Bramantino e di Leonardo (in quel periodo a Milano), tanto legato alla famiglia dei D’Amboise, da essere poi ospitato, fino alla morte, in uno dei loro castelli in Francia. Oggi, infine, si propende per una collaborazione dell’Amadeo, secondo quanto ritrovato in un antico documento.

I dubbi restano molti; confrontando alcuni particolari dei doppi archi, si nota una forte somiglianza tra quelli del Santuario e alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo.

Alle pareti della Cappella ammiriamo affreschi della scuola di Bernardino Luini, in parte danneggiati ma molto dolci e suggestivi.

Interessanti i particolari di due affreschi che riguardano l’ambiente dell’epoca. Nel “San Rocco” si vede una cascina tra i campi, mentre nella “Visitazione” siamo in un contesto cittadino, con una ricca porta di un palazzo e una piccola balaustra. Città e campagna fanno da sfondo alla Fede.

La grande volta a dodici spicchi (unica, sembra, in Italia) riproduce gli Apostoli (tranne Giuda) e San Paolo. Al centro un rilievo in legno e stucco dorato con Dio Padre benedicente circondato da raggi di luce e di calore.

Nel ricco soffitto a botte sopra l’altare ci sono raffinati disegni simbolici risalenti al XVI secolo: l’ibis (che indica la gratitudine), il sole raggiato, alcune fiaccole e il caduceo (simbolo da sempre della Medicina) che ricorda la doppia spirale del DNA, quasi un misterioso presagio di future scoperte.

Il colore rosso dei disegni indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina: infatti questo Santuario fu uno dei poli sanitari milanesi come la Ca’ Granda e il Lazzaretto. Al centro di questo ospedale, fino a metà Ottocento, spiccava una grande vasca, come vediamo da alcune immagini.

Nella storia di questo Santuario ci furono, però, momenti difficili. Se un nobile francese lo aveva fatto costruire, un altro, Napoleone, dopo averlo utilizzato come ospedale per le proprie truppe, lo aveva trasformato in un deposito per quei carri che servivano a innaffiare le polverose vie della città, antenati di quei tram soprannominati “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni.

Un grave disastro colpì, verso la fine dell’Ottocento, la fonte del nostro Santuario, quando un incendio in una vicina fabbrica di bitume inquinò la sorgente. Questo danno ambientale non fermò mai la devozione dei fedeli e l’acqua, oggi collegata all’acquedotto, sgorga ancora da undici beccucci posti su una lastra di pietra.

Abbiamo osservato a lungo la disposizione insolita dei beccucci e la lastra considerata quella originaria dell’antica fonte. C’è chi sostiene che la pietra sia carica di energia e che i fori formino misteriosi triangoli, così come l'”ammaccatura” nella parte superiore della pietra. E se fossero segnali di qualcosa di non conosciuto, ancora da scoprire?

Ci lasciamo qui, davanti a questa antica fonte piena di misteri, ognuno con i propri pensieri, per decidere se scendere e accostarci alla fonte o no…

A presto…

Quanta storia tra le vetrine! Alla scoperta di via Torino (parte prima – San Sebastiano e Casa dei Grifi)

Via Torino è una strada che “sa” di Milano, ne ha il sapore e conosce e conserva memorie della nostra città.

Vetrine, lavoro, traffico, edifici nuovi d’autore, demolizioni e costruzioni: ecco come ci appare a prima vista questa strada che unisce piazza Duomo con corso di Porta Ticinese e con via Cesare Correnti e Porta Genova.

Non è fatta per essere guardata; la nostra attenzione viene attirata dai tanti negozi, dalla gente del mondo che la percorre, dai jumbo-tram che la occupano.

Dietro a questa immagine “a prima vista” c’è un’altra via Torino che si lascia scoprire solo da chi lo vuole. È veramente una strada di Milano, una città, che, come dice Vecchioni, non è puttana e non esibisce le sue bellezze.

Via Torino, così chiamata in onore dell’Unità d’Italia, nasce nel 1865 con la soppressione di alcune strade che in passato avevano ospitato diverse corporazioni di artigiani di alta professionalità.

mappa di inizio Ottocento

In mezzo a tanto fervore architettonico, distruttivo e creativo (“fa’ e disfa’ l’è semper un lavurà”… dicono i vecchi milanesi), alcuni gioielli della storia, come la chiesa di Santa Maria Beltrade, sono andati perduti.

Altri, invece, sono rimasti al loro posto, ma sembrano defilati, come la celebre e bellissima chiesa di San Satiro, risalente all’anno 876, dalla insolita pianta a Tau, con lo sfondo bramantesco che confonde i visitatori con l’illusoria prospettiva.

Intorno a questa chiesa c’è un reticolo di vie tra le quali via Lupetta, dove troviamo, incastonata in un edificio d’angolo con via Torino, una piccola testa di lupa, una new entry per l’arca degli animali della nostra città.

Questa lupa si trova di fronte ad una possente chiesa circolare, il Tempio Civico di San Sebastiano. Non ha sagrato e si apre quasi all’angolo con una viuzza laterale.

Ha una inconsueta forma cilindrica e anche il suo nome è insolito: è, infatti, un Tempio Civico, fatto costruire come voto dal Comune e dai cittadini di Milano. Era il 1577, la peste stava dilagando. I milanesi,  con l’Arcivescovo Carlo Borromeo, non sapevano più a che Santo votarsi.

Venne “scelto” San Sebastiano, un patrizio milanese, ufficiale dei pretoriani, che aveva subito il martirio a Roma al tempo di Diocleziano.

Era molto venerato da Sant’Ambrogio, come ricorda una lapide all’interno della chiesa.

Il 20 gennaio 1578 venne ufficialmente dichiarata la fine della pestilenza e San Sebastiano fu nominato co-patrono di Milano. Da allora la Chiesa Civica accoglie autorità religiose e civili in diverse ricorrenze. L’appartenenza del Tempio ai riconoscenti cittadini di Milano è testimoniata anche dagli stemmi delle sei “Porte” all’interno della chiesa.

Questi stemmi hanno un sapore antico e nuovo. Milano era allora suddivisa in sestieri con i nomi delle porte e ciascuno di  essi comprendeva cinque contrade, una sorta di antico decentramento.

ieri

oggi

Una piccola curiosità: San Sebastiano è il Patrono anche dei Vigili Urbani; se non sappiamo a che santo votarci per evitare le multe, accendiamogli un cero… Non si sa mai.

Facciamo quattropassi e, poco distante dalla chiesa, troviamo, in via Valpetrosa 5, dietro un anonimo ingresso, uno dei più bei cortili della Milano sforzesca, forse progettato del Bramante.

Un tempo era la nobile Casa dei Grifi, famiglia di cui fece parte anche quel famoso Ambrogio Grifi, medico ducale di Ludovico il Moro, nonchè matematico e fisico. Nel corso dei secoli questa dimora divenne un albergo, ed ora è una fantastica casa di ringhiera privata, cresciuta sopra il portico.

Tornando verso via Torino guardiamoci attorno: nello stesso isolato dei Grifi ci sono negozi di moda, un pub e un centro Hare Krishna.

Certo… Milan l’è on gran Milan!

Continua…

Una splendida sorpresa: la chiesa di San Michele sul Dosso con la Vergine delle Rocce

Storia, arte, cultura e fede, tutte autenticamente milanesi, sono custodite nella chiesa di San Michele sul Dosso, che ora fa parte dell’Istituto delle Suore Orsoline di San Carlo, in via Lanzone, vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio.

Questo Istituto è uno scrigno dove la Storia fa capolino quasi con elegante nonchalance. Uno scampolo di antiche mura protegge colorati giochi per bambini della scuola materna.

Portici secolari dal Quattrocento in poi (c’è anche la mano del Bramante!) sono la quinta di un cortile dove, durante l’anno scolastico, si sentono giovani voci dall’infanzia all’adolescenza, si tengono eventi dedicati alla mente e allo spirito, si vive quotidianamente la fede.

In una piccola sala d’attesa ci accoglie una pregevole scultura rinascimentale di Madonna con Bambino, forse dei Maestri Campionesi, ritrovata lungo il Naviglio che scorreva in via De Amicis.

Altri preziosi dipinti, che uniscono arte e fede, sono esposti alle pareti delle diverse sale.

Infine sotto il portico, ecco l’ingresso della piccola chiesa di San Michele sul Dosso, così chiamata perchè costruita vicino al terrapieno delle mura comunali.

La chiesa, all’esterno, ha un aspetto semplice, con un finestrone a mezzaluna sopra il portone del Cinquecento e un piccolo campanile che appena si vede. Un tempo la chiesa doveva essere molto importante; antichi “storici” come Galvano Fiamma e Giovanni Pietro Puricelli la dicono fondata da Sant’Ambrogio stesso e sede dell’incoronazione di alcuni re medievali.

Accanto alla chiesa, una targa ci racconta che in questo isolato visse per qualche anno Francesco Petrarca, ospite dei Visconti, che avrebbe desiderato riposare per sempre nella Basilica di Sant’Ambrogio. Un altro like d’autore per la nostra città!

L’interno della piccola chiesa medievale venne rifatto nel Cinquecento secondo lo stile armonioso del Bramante; fu poi ampliato con l’aggiunta di una grande sala per il coro alla quale si deve l’attuale pianta a T, con la vecchia chiesa diventata il transetto di quella nuova. Un grande dipinto sopra il coro raffigura la Beata Vergine. Posto di fronte all’ingresso dal portico, invita a entrare come fossimo attesi ed accolti.

Sul bellissimo coro ligneo sono raffigurate immagini sacre… ma sono presenti anche i segni delle fucilate austriache sparate durante le Cinque Giornate contro il convento, che aveva appoggiato l’insurrezione fornendo materiale per le barricate. Un monito lasciato volutamente per ricordare la lotta per la Libertà da parte di tutti i milanesi.

Il semplice altare è come protetto da un affresco e di fronte al vecchio ingresso, sempre chiuso, una grande balconata a più livelli lascia immaginare le tante preghiere recitate in questo luogo.

Su una parete uno splendido dipinto del Quattrocento rappresenta la chiesa di San Michele affidata alla protezione della Vergine col Bambino e dei Santi Michele e Benedetto. In primo piano sono raffigurati alcuni benefattori, tra cui una donna con un antico rosario.

Infine la sorpresa più grande: la “Vergine delle Rocce”!!! Questo dipinto su tela di lino è custodito dalle Suore Orsoline dopo lunghi e complessi passaggi di proprietà, attenti studi e accurati restauri.

Viene attribuito a Francesco Melzi, il discepolo che accompagnò Leonardo in Francia, diventandone poi il principale erede.

Francesco Melzi

opera del Melzi

Durante il soggiorno ad Amboise si pensa che il Melzi abbia lavorato su alcune opere iniziate dal Maestro, colpito da una parziale paralisi. Dopo la morte di Leonardo (2 maggio 1519), il Melzi tornò a Milano portando con sè importanti carte e disegni del Maestro.

Leonardo amò molto la nostra città e vorremmo pensare che questa “Vergine”, così simile a quella dipinta a Milano ed esposta ora al Louvre, sia tornata a casa.

Per ora viviamo l’incanto e la suggestione che ci trasmette quest’opera, senza raccontare altro. Ne parleremo ancora, perchè abbiamo scoperto che la Vergine delle Rocce ci aspetta in una zona periferica di Milano

Buona Pasqua a tutti, con l’augurio di tante belle “sorprese” dalla vita!

 

A presto…

 

Itinerario Castello Sforzesco (Parte Seconda)

Il Castello non vive solo di memorie, ma è ben presente nella vita di oggi.

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allestimento per un evento – ottobre 2015

Al Castello ci si incontra per manifestazioni, eventi, appuntamenti culturali all’ora dell’aperitivo; la location, specialmente di sera, diventa quanto mai intrigante e suggestiva.

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luci alla Rocchetta

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Agli eventi, in genere, sono riservati spazi all’aperto o strutture a tempo.

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Gli interni, invece, proteggono capolavori e raccolte di grande valore.

mappa dei musei del castello

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La Corte Ducale è una specie di Expo permanente di arte e cultura, che richiede una visita di diverse ore, magari suddivisa in più itinerari. Qui si trova la biglietteria per tutti i Musei, “padiglioni” che espongono le diverse eccellenze di arti e produzioni differenti.

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Una grande porta, la Pusterla dei Fabbri, accoglie i visitatori ed invita ad entrare. Non è il portone di un nobile palazzo quello che apre la strada ai tesori del Castello, ma l’arco di una Pusterla delle mura medievali.

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Questo arco, situato in una zona della Milano delle botteghe e popolare, fu portato al Castello ai primi del Novecento, in occasione di trasformazioni urbanistiche che ne prevedevano la demolizione. Ora si trova all’ingresso del Museo d’Arte Antica, quasi un omaggio al lavoro dei milanesi che ha fatto grande la nostra città.

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fabbri corriere

Entrati nella Corte Ducale, residenza rinascimentale dei Duchi, ciò che colpisce in primo luogo sono gli spazi: grandi, aperti, con ampie vetrate, che mostrano “scenografie” inaspettate.

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Il Museo d’Arte Antica è il primo “padiglione” che incontriamo. La varietà di ciò che contiene rende la visita molto ricca di scoperte. All’inizio di ogni sala si può ritirare una piccola guida gratuita che illustra, in più lingue, quanto esposto.

Ecco qualche “assaggio”:

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mausoleo di Bernabò Visconti

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Madonna Lia

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pietra tombale di Gaston de Foix

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gonfalone di Milano

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bassorilievo della “fanciulla impudica”

Le sale ducali sono esse stesse museo e gli ambienti, talora, rubano la scena.

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sala verde

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sala delle colombine

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Sala delle Asse

Dalle vetrate delle sale ci appaiono anche scorci antichi ed indimenticabili: il fossato, la Ghirlanda, la Ponticella del Bramante, dove Ludovico il Moro si ritirò a piangere, in tre salette “vestite” a lutto (le salette Nigre), la scomparsa della moglie Beatrice. Ci restò, dicono, “ben” quindici giorni!

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ponticella del Bramante

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ponticella del Bramante

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portico della Ponticella

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fossato e Ghirlanda

Fino a pochi mesi fa, in questo “padiglione” era ospitata anche la Pietà Rondanini, in una sorta di cappella votiva, realizzata dallo Studio BBPR, lo stesso cui si deve, tra l’altro, il progetto della Torre Velasca.

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BBPRarchitetti

gli architetti Banfi, Balgiojoso, Peressutti e Rogers

Per raggiungere il prossimo “padiglione” museo, dobbiamo scendere e passare sopra un ponticello sospeso.

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In questa nostra avventura, inaspettatamente, sotto di noi, appare una fontanella in un verde “prato” di muschio.

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La storia di questa fontanella del Castello Sforzesco è piuttosto curiosa: gli Sforza non l’hanno mai vista in questo posto! Infatti l’originale si trovava al Castello di Vigevano da dove fu traslocata per diventare un’acquasantiera nella Collegiata di Bellinzona.

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Bellinzona

Al Beltrami questa fontana piacque così tanto che ne fece costruire ben tre identiche. Una è quella dell Castello, un’altra è a Seregno.

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Seregno

La terza si trova, sempre a Milano, a Villa Mirabello, in una dimora di campagna del Quattrocento. Era soprannominata magiabagaj (mangiabambini) per l’immagine classica dell’inquietante biscione.

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Villa Mirabello

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Villa Mirabello

Sopra la fontana del Castello c’è una delle finestre originali, che ha fatto da modello per i restauri geniali e “creativi” del Beltrami.

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Raggiungiamo la Loggia di Galeazzo Maria con un ampio scalone a gradoni bassi, fatto per salire… a cavallo!

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Prima di iniziare un nuovo percorso museale fermiamoci sulla Loggia, magari seduti su questa deliziosa panchettina, per guardare il panorama.

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Siamo al primo piano della Corte Ducale e il “padiglione” da visitare è una sorta di Salone del Mobile attraverso i secoli. Qui regnano insieme storia e design.

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Anche la Pinacoteca, successivo “padiglione” di questa Expo speciale, offre una raccolta di capolavori che lascia frastornati.

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una delle sale

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Bernardino Luini

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Canaletto

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Andrea Mantegna

Con un passaggio coperto sulle mura si passa alla Rocchetta, dove si trovano il Museo delle Arti Decorative e quello degli Strumenti Musicali.

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Come all’Expo, assaggiamo qualche piatto speciale di questi padiglioni per…stuzzicare l’appetito.

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Entriamo nella Sala della Balla; accanto agli Arazzi dei Mesi, del Bramantino, si può utilizzare una postazione multimediale per leggere qualche pagina di Leonardo.

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Il percorso museale ci riconduce, attraverso un camminamento all’interno della Porta Giovia, alla sala della biglietteria.

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Ma la nostra “Expo” non finisce qui.

All’esterno, sotto il portico della Corte Ducale sostiamo un attimo “a bordo piscina”, accanto all’Affresco dell’Elefante, uno degli animali esotici che erano ospitati nella riserva dei Duchi, oggi Parco Sempione.

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Davanti a questo affresco è stata collocata la lapide a Gian Giacomo Mora, vittima dell’ignoranza e della superstizione, di manzoniana memoria.

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Da qui possiamo scendere nei sotterranei per visitare altri due “padiglioni”: il Museo della Preistoria e Protostoria e quello Egizio, sezioni distaccate del Museo Archeologico di corso Magenta.

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Che ci fa una gatta rock, venuta dal lontano Egitto, nei sotterranei del Castello? Quali misteri vi si nascondono?

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Continua…

Itinerario Castello Sforzesco (Parte Prima)

La visita al Castello è veramente un’esperienza ricca di emozioni, scoperte e avventure, quasi un’impresa come quella degli antichi cavalieri che ricordavano un episodio esaltante della loro vita con uno stemma e un motto personali, diversi dallo stemma del casato.

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Sala delle Asse

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una delle segrete

Uno degli stemmi scelti da Ludovico il Moro rappresenta un mare in tempesta e due fari che indicano il porto da raggiungere.

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Rocchetta

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Santa Maria delle Grazie

Questo stemma si trova sia al Castello, su un capitello nel portico della Rocchetta, sia in Santa Maria delle Grazie, voluta dal Duca come cappella di famiglia.

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Forse indicavano il travaglio della sua vita per giungere al potere terreno e alla pace eterna.

sarcofago di Ludovico e Beatrice (Certosa di Pavia)

Tal trabalio mes places, por tal thesaurus non perder” (tale fatica mi è gradita per non perdere un tale tesoro). Il motto che accompagnava l’impresa di Ludovico ci ha fatto pensare alla “vita” del Castello, giunto fino a noi in grande splendore dopo le tempeste della sua storia.

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Castello degradato

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Castello ora

Godiamoci questo tesoro conoscendo meglio la complessa varietà di quanto mostra, senza dimenticare, però, quanto nasconde o c’è ancora da scoprire.

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Il Castello è nel cuore della città, vasto quadrilatero di mura in mattoni definite da due torri rotonde sul davanti e quadrate verso il Parco Sempione.

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Non è del tutto originale, ma è stato ricostruito da Luca Beltrami, l’architetto milanese che, a fine Ottocento, riuscì a compiere l’impresa di salvare e restaurare il Castello e, insieme, la memoria dei milanesi rispetto alla loro Storia.

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Ecco la mappa del Tesoro:

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Passare sotto la Torre del Filarete è come varcare il portale verso il passato del Castello.

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Su di essa, ricostruita in maniera avventurosa dal Beltrami attraverso studi, ricerche e ritrovamenti fortunosi, spiccano un grande orologio, misura umana del tempo, la statua di Sant’Ambrogio e quella di Umberto I, al quale la torre è dedicata.

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La vasta Piazza d’Armi, che ci accoglie appena entrati, non fa pensare ai cortei cavallereschi o alle esercitazioni militari che qui avvenivano durante le varie dominazioni straniere.

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Ora sembra un giardino sul quale si affacciano sedi culturali o di capolavori come la Pietà Rondanini nell’ex-Ospedale Spagnolo.

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Ospedale Spagnolo

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Sul lato di fronte al Museo della Pietà, alcuni resti sono memoria della città che abitiamo e fanno da panchina per qualche gatto fermo, come noi, forse a meditare.

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gatto tra i resti

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La statua di san Giovanni Nepomuceno, patrono dei soldati austriaci e… protettore degli ubriachi caduti in acqua (una sua statua era situata anche a Porta Romana, quando vi scorreva il Naviglio) è davanti al cosiddetto fossato morto, completamente asciutto, dove spesso gatti sornioni ci guardano con felino e signorile distacco, accanto a palle di cannone in pietra.

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Statua e Naviglio a Porta Romana

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fossato morto

gatto e palle di cannone

L’antica Porta Giovia, che si apre sulla Piazza d’Armi, fa quasi da cartello indicatore verso i capolavori di Michelangelo e Leonardo contenuti nel Castello.

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torrione di Porta Giovia

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Entriamo ora nella seconda parte del Castello, dove si affacciano la Rocchetta, il luogo più protetto, al quale si accedeva solo da un ponte levatoio sopra il fossato morto, e la Corte Ducale, residenza del Duca e centro politico di Milano.

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Rocchetta col ponte levatoio

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Corte Ducale

Davanti alla Rocchetta possiamo fermarci per una sosta in un moderno luogo di ristoro.

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Accanto al bar, possiamo invece dissetarci, con la fantasia, alla piccola fontana su cui sono riportate cinque imprese dei Visconti e degli Sforza.

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Dalla fontana non sgorga acqua, ma si sa che i gatti non la amano; un inquietante gatto nero fa da guardiano a chissà quali misteri.

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Nell’elegante cortile della Rocchetta possiamo passeggiare sotto i portici ai quali lavorò anche il Bramante.

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Sui capitelli stemmi araldici, mentre sullo sfondo appare la Torre di Bona di Savoia, rifugio della infelice vedova di Galeazzo Maria Sforza.

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Da questa torre sembrano provenire, talvolta, gemiti e lamenti. Saranno quelli di Bona o di un gatto rimasto solo?

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gatto come fantasma al castello

Nel cortile della Rocchetta si apre anche la Torre Castellana, dove si trovava la Sala del Tesoro, purtroppo non sempre visitabile.

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Era il forziere che custodiva il tesoro dello Stato e quello privato del Duca.

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deposito di Paperon de’ Paperoni

Secondo l’ambasciatore di Ferrara, la quantità di ricchezze era tale che un cerbiatto non sarebbe riuscito a superarle con un balzo.

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In questa sala è possibile ammirare l’affresco, opera del Bramantino, raffigurante Argo. Questa figura mitologica dai cento occhi vegliava sul Tesoro, affiancata da due splendidi pavoni.

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La finestrella accanto conteneva un ingegnoso antifurto: nel vano erano contenute delle lampade ad olio che proiettavano la loro luce nella sovrastante stanza del Castellano; l’apertura non programmata della porta della sala avrebbe creato una corrente d’aria tale da farle spegnere, dando così l’allarme.

argo e finestra

Al primo piano si può passeggiare nel Museo degli Strumenti Musicali e nella Sala della Balla, dove sono esposti altri capolavori quali gli Arazzi dei Dodici Mesi, commissionati al Bramantino da Gian Giacomo Trivulzio, che appare in quello del mese di Settembre, con un falco sulla mano; un gigantesco selfie di stoffa dell’epoca.

Sala della Balla e Arazzi dei Mesi

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mese di Settembre

E come non pensare che in questa Sala, dove si giocava anche alla pallacorda, avvenne un dramma pubblico e privato? Dopo una notte di danze, per le feste del Nuovo Anno, Beatrice d’Este, giovanissima moglie del Moro, morì di parto insieme al suo bambino. Si dice che il fantasma della giovane Duchessa non abbia mai abbandonato queste sale.

Beatrtice d'Este

Quante altre storie conoscono i gatti del Castello?

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A tra poco…continua.

Il Castello e gli Sforza: la “Grande Bellezza”

Il Castello, sotto gli Sforza, entra nel suo periodo d’oro e diventa simbolo e immagine del Potere.

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Il passaggio del Ducato dai Visconti agli Sforza era stato malvisto da alcune delle grandi potenze europee, che vantavano diritti su Milano per via di matrimoni o di “fidanzamenti”. Anche Bianca Maria, ad esempio, era stata promessa a diversi pretendenti di illustri casate, ma il Biscione aveva preferito continuare la sua discendenza attraverso una stirpe di valorosi condottieri, veri “signori della guerra”, come Francesco Sforza.

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matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti

Alla morte dell’ultimo Visconti era stata proclamata la Repubblica Ambrosiana e il Castello in parte abbattuto.

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vessillo della Repubblica Ambrosiana

Milano Ambrosiana

insegna della Repubblica Ambrosiana

In un clima di grande incertezza politica, Francesco strinse Milano in un assedio, come un serpente che avviluppa e stritola senza colpire.

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Milano si consegnò a Francesco; il nuovo Duca pensò subito in grande, per costruire un’immagine forte della città e di se stesso, capostipite di una casata con un blasone da legittimare.

stemma

Mise mano agli ordinamenti statali e avviò la costruzione di grandi opere come il Naviglio della Martesana e la Ca’ Granda.

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Ca Granda

Anche il Castello subì interventi per “ornamento de la cità e sicurezza” (Francesco Sforza);  fu ampliato e rivolto verso Milano: vennero realizzate la Piazza d’Armi, le mura con le due torri circolari e quella centrale d’ingresso al Castello, nota oggi come Torre del Filarete.

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torre filarete

Infatti questa torre, che appare come simbolo del potere di uno solo, il Duca, che domina sul Castello e sulla città, fu progettata uno dei più famosi architetti dell’epoca, il fiorentino Antonio di Pietro Averulino, noto con lo pseudonimo di Filarete, al quale si deve anche la Ca’ Granda.

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il Filarete

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chiostro della Ca’ Granda

Il Castello divenne così famoso che persino nella lontana Russia, lo Zar pensò di rivolgersi ad architetti italiani per dare lustro al Cremlino, con mura e torri che ricordano quelle milanesi.

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il Cremlino

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il Cremlino

Alla morte di Francesco Sforza gli successe il figlio primogenito Galeazzo Maria, uomo avido e spregiudicato, che non esitò, persino, a far allontanare e, forse, avvelenare anche la propria madre Bianca Maria Visconti. Un vero serpente, degno del sangue dei Visconti!

Galeazzo M. Sforza

Galeazzo vive al Castello con la moglie Bona di Savoia. In poco tempo si arricchiscono di affreschi e decorazioni le sale, la Cappella e la Rocchetta; questa era la parte meglio difesa del Castello e sarà resa ancora più sicura con la torre cosiddetta di Bona.

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interno della Rocchetta

Bona di Savoia

Bona di Savoia

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esterno della Rocchetta e torre di Bona

Galeazzo venne ucciso sul sagrato della chiesa di Santo Stefano da alcuni congiurati, lasciando come erede, Gian Galeazzo Maria, un bambino di sette anni, sotto la reggenza della madre.

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chiesa di Santo Stefano

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Bona, però, nulla potrà contro il cognato Ludovico, ultimo figlio di Francesco, detto “il Moro”, forse per il colore scuro della carnagione, forse per aver incrementato la diffusione delle piante di gelso (dette moron in dialetto), utilizzate per nutrire i bachi da seta, importante produzione del Ducato.

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Ludovico il Moro

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piante di gelso affrescate da Leonardo nella Sala delle Asse del Castello

Ludovico, di fatto, diventerà, via via, il signore assoluto di Milano, fino ad assumere il titolo di Duca alla morte del nipote Gian Galeazzo, avvenuta a venticinque anni, a Pavia, in una sorta di “esilio dorato” in mezzo a lussuosi “divertimenti”.

Gian Galeazzo Sforza

Gian Galeazzo Sforza

Ludovico deve legittimare ancora la casata e, soprattutto, la sua usurpazione del potere a scapito del nipote: l’immagine deve quindi essere sfarzosa e di “grande bellezza”.

Il Duca porta a Milano il Rinascimento. Chiama alla sua Corte grandi artisti ai quali affida grandi progetti. Le stanze del Castello vengono affidate  a personalità come il Bramante, a cui si deve anche la Ponticella e, forse, la Sala del Tesoro, il Bramantino e, soprattutto, Leonardo da Vinci.

Bramante

Donato Bramante

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la Ponticella

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il Bramantino

(2-20) Ludovico il Moro visita Leonardo alle Grazie (1)

Leonardo da Vinci

Il Maestro creerà, per la fama del Duca, e la propria, capolavori immortali, schizzi e progetti come quelli per la mai realizzata statua equestre dedicata a Francesco Sforza.

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cavallo leonardo

A Leonardo si deve anche la decorazione della Sala delle Asse, oggi appena restaurata, dove si svolgevano i ricevimenti del Moro, sotto rami di gelso dipinti, nel cui centro si trova lo stemma ducale.

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Al Castello c’era persino una sala per il gioco della palla, la Sala della Balla, dove oggi sono esposti gli Arazzi dei Mesi.

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Si dice che in questa sala sarebbe morta Beatrice d’Este, moglie del Moro, in attesa di un figlio, dopo una notte di danze.

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La Corte, come scrive Bernardino Corio, un cronista dell’epoca, “era splendidissima,…Ludovico, sino dalle estreme parti d’Europa, aveva condotto eccellentissimi uomini. Quivi eravi scuola di greco, risplendevano la poesia, la prosa latina, quivi i maestri nello scolpire…i più famosi nella pittura.”

Bernardino Corio

Le sale del Castello ospitavano dame e cavalieri, vestiti in ricchi broccati, che si dilettavano di musica, banchetti, balli, spesso sotto la regia di Leonardo, come la festa per le nozze del giovane Duca Gian Galeazzo, con Isabella d’Aragona.

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Isabella d’Aragona (?)

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festa di nozze

Solo Beatrice, in un solo anno, sembra si fosse fatta confezionare ben ottantaquattro abiti trapuntati d’argento e perle.

Beatrice d'Este

abito rinascimentale

Tutta la Corte viveva nel lusso; persino i cavalli avevano selle trapunte d’oro e staffe dorate.

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Sotto il Moro Milano cresce ed è la città più popolosa d’Europa; ci sono nuove strade, nuovi palazzi, si fanno progetti urbanistici; l’economia è solida.

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“Sforzinda” del Filarete

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Progetto di Leonardo

(13-1) Leonardo e Ludovico il Moro presso i Navigli (1)

Leonardo e Ludovico progettano Milano

(4-4) Leonardo mostra a Ludovico Sforza dei disegni di guerra (1)

Leonardo e Ludovico progettano Milano

Nubi, però, si addensano sul Castello in questi anni.

nubi sul castello

Ludovico, mentre vive in questo sogno di magnificenza, ribalta le alleanze. Le potenze nemiche incombono: per difendersi dagli aragonesi di Napoli, alla cui dinastia apparteneva Isabella, chiama in suo aiuto i francesi di Carlo VIII, prima discesa di eserciti stranieri in Italia da secoli. Purtroppo non sarà l’unica!

Carlo VIII

Successivamente divenne Re di Francia Luigi XII, cugino di Carlo. Egli, ritenendosi il legittimo Duca di Milano, in quanto discendente da Valentina Visconti, invase il Ducato.

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Luigiorleans

Siamo nel 1494, la situazione precipita: le porte del Castello vengono aperte a tradimento dal comandante, corrotto con terre e denaro; Ludovico è catturato e condotto prigioniero in Francia, nel Castello di Loches, dove morirà.

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Ma la storia del Castello Sforzesco continua

Incontriamo in via Rovello la “Dama con l’Ermellino”

Quando entriamo nel palazzo di via Rovello 2, per andare a teatro, bere un caffè o fare anche solo due passi, come non pensare che qui ha vissuto Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, la “Dama con l’Ermellino” ritratta da Leonardo?

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Il suo bel viso non guarda il pubblico, lo sguardo è richiamato altrove, libero e forse un po’ audace; è il volto di una giovane donna dall’intelligenza viva e arguta, consapevole di ciò che vuole e le è consentito fare, non quello di una favorita che mette in mostra le sue grazie alle quali deve tutto.

cecilia

Più magra e più giovane della Gioconda, ha mani grandi e affusolate, posate, senza carezze o forti prese, su un grosso ermellino.

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ermellino

http://www.franuvolo.it/sito/doc/Rassegna/illustrati/ILL_60_72.jpg

Non è chiaro perchè Leonardo abbia dipinto Cecilia con un ermellino; c’è chi sostiene persino che si tratti di una donnola o di un furetto, più facile da addomesticare. Nuovi studi indicherebbero dei ripensamenti, da parte del Maestro, sull’immagine dell’animale.

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http://www.archeomatica.it/documentazione/nuova-tecnica-non-invasiva-indaga-la-dama-con-l-ermellino

Anche le interpretazioni sul significato dell’animale restano incerte: per alcuni indicherebbe la purezza, per altri richiamerebbe il cognome di Cecilia (in greco antico ermellino si dice galè), per altri ancora farebbe riferimento all’onorificenza di Cavaliere dell’Ermellino, ricevuta dal Moro; le diverse ipotesi si intrecciano e si confondono. D’altra parte il gusto di Leonardo per l’enigma e il mistero spinge continuamente a cercare risposte fuori e dentro di noi.

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Cecilia nacque a Milano nel 1473, figlia di un giurista senese che aveva fatto fortuna alla corte dei Visconti prima e di Francesco Sforza poi, che gli aveva concesso il grandissimo benefit di non pagare tasse.

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La bambina aveva ricevuto un’educazione di buon livello ed era bella, intelligente ed istruita.

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La morte del padre, però, lasciò la famiglia in gravissime difficoltà economiche. Le terre ed i beni vennero confiscati per i debiti e toccò al figlio maggiore recuperare il benessere di un tempo. Fece successivamente una petizione al Moro, divenuto Signore di Milano, per riavere i possedimenti perduti e alcuni studiosi ipotizzano che sia stata proprio la sedicenne Cecilia a sottoporla al Duca, che accettò la richiesta.

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Di fatto, però, non sappiamo quando Cecilia e Ludovico si incontrarono, ma non fu solo una delle tante storie d’amore del Duca. Fu un amore intenso, lungo forse tutta la vita, quello che ebbe inizio tra la ragazza ed il più maturo Signore di Milano, che aveva diciannove anni più di lei.

collana con ceci

La loro passione trapela dalle lettere che l’ambasciatore estense alla corte del Moro, Jacopo Trotti, scriveva ai suoi Signori, in attesa del matrimonio combinato tra Ludovico e la giovanissima Beatrice d’Este. “Si dice che il male del signor Ludovico è causato dal troppo coito di una sua puta [il termine veniva usato per indicare la giovanissima età] che prese presso di sè, molto bella, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione”.

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La Gallerani visse a Corte come una regina, accanto a personalità come Leonardo, Bramante e Bandello, ai quali fu legata da amicizia e stima profonde.

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Cecilia sapeva che non avrebbe mai potuto essere la sposa del Signore e lo accettava. Era però la First Lady della Corte e partecipò accanto a Ludovico ad una delle più grandi feste mai date: “la Festa del Paradiso”, per la quale Leonardo curò le scenografie.

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Quattro mesi dopo questo evento vennero celebrate le sontuose nozze del Moro con Beatrice d’Este, nella raffinata e magnifica Corte milanese.

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La Gallerani aspettava un figlio, Cesare, che crebbe a Corte ed è raffigurato sulla Pala di Brera, assieme ai Duchi e al loro figlioletto.

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Cesare Sforza nella pala

Cecilia, dapprima, visse al Castello, tollerata da Beatrice: ma tutto ciò non poteva durare a lungo. Il Moro era un Signore munifico e capace, ricco e generoso, ma…solo un uomo può non capire che non si deve fare lo stesso regalo (un abito, poi!) a moglie e amante.

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La bomba scoppiò quando, infatti, il Moro fece confezionare due tuniche simili, ma di tessuti diversi: l’uno, più prezioso, per la moglie, l’altro, meno pregiato, per l’amante…alla quale però stava meglio.

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La camora, questo il nome del tipo di tunica, fece scatenare le ire di Beatrice, che ottenne l’allontanamento della rivale da Corte. Per farlo apparire definitivo il Moro diede a Cecilia una ricca dote, possedimenti ed un nobile marito, il conte Ludovico Carminati, uomo discreto e tranquillo, che permise a Cecilia di vivere una seconda vita lontana da Corte.

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Nel palazzo di via Rovello, donato dal Moro, vennero fatti lavori affidati a personalità come Leonardo e Bramante, che frequentavano anche i colti salotti della Gallerani, che divenne una delle più famose e stimate dame del Rinascimento lombardo.

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Alla morte di Beatrice, Cecilia tornò a Corte per stare vicina al Moro, ormai in crisi politica e personale. Tutto stava precipitando: il figlio Cesare, frutto del loro amore, morì e il re di Francia, Luigi XII, sconfisse Ludovico.

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Luigi XII

La contessa si ritirò nel suo castello di San Giovanni in Croce, nel cremonese, dove visse per lunghi anni, circondata da importanti e colte frequentazioni, studi e scambi epistolari anche col grande Leonardo che aveva reso immortale la sua bellezza.

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Secondo alcuni, in una pala della cappella del castello, è raffigurata una Cecilia ultraquarantenne un po’ più curvy.

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Morì a 63 anni e, probabilmente, fu sepolta nella cappella della famiglia Carminati, nella chiesa di San Zevedro, dove riposano due dei suoi figli.

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E il vedovo? Sembra che si sia risposato con Lucrezia Crivelli, un’altra “ex” del Moro …..

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Del celebre ritratto di Cecilia, per molti secoli, non si seppe più nulla; venne acquistato infine da una principessa polacca. Dopo varie peripezie tutta la collezione della principessa fu depredata dai gerarchi nazisti e il quadro venne collocato nella residenza del governatore tedesco a Cracovia.

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Sul finire della guerra, questi lo fece portare in Baviera, ma qui fu recuperato dai Monuments Men americani e riconsegnato alla Polonia.

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Ora la “Dama con l’Ermellino” si trova a Cracovia, ma si dice che lo spirito di Cecilia torni spesso, in attesa del Moro, nel palazzo di via Rovello, nella sua indimenticata Milano.

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“Cecilia” di Igor Bitman

Storia, arte, cibo e cultura in via Rovello, 2 – (dove)

Da dove iniziare? Dal Conte di Carmagnola, primo proprietario di questo palazzo, da Cecilia Gallerani, la Dama con l’Ermellino  che abitava qui, dalla sede storica del Piccolo Teatro o dall’aperitivo nel chiostro? Quanti secoli di storia sono entrati da questo portone!

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Ci troviamo in via Rovello 2, lo storico palazzo che ospita anche, in parte, uffici del Comune.

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Andiamo con ordine. La via Rovello si apre, piccola e inaspettata, sulla larghissima via Dante, che è stata realizzata, verso la fine dell’Ottocento, demolendo case e casupole che si trovavano in una fitta rete di stradine secolari.

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Al civico 2 c’è la dimora che fu di Francesco Bussone, detto “Il Carmagnola”, soldato di ventura divenuto condottiero, che la ebbe in dono nel 1415 da Filippo Maria Visconti, come ricompensa del suo valore.

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Il conte di Carmagnola non ebbe una storia felice e fu decapitato, per presunto tradimento, dai veneziani, ai quali era passato.

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Il suo palazzo arrivò, per matrimonio della figlia, alla famiglia Dal Verme; sul finire del secolo, infine, fu requisito da Ludovico il Moro che ne fece la splendida dimora della propria amante, quella Cecilia Gallerani ritratta da Leonardo.

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La giovane donna, che aveva avuto un figlio dal Moro, non poteva più vivere al Castello accanto alla moglie legittima del Duca, Beatrice d’Este, anche se questa era molto liberal in proposito.

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la “Pala di Brera” con Ludovico e Beatrice

Fu un periodo splendido per il palazzo di via Rovello, che vide i più bei nomi della cultura e dell’arte di quei tempi, Leonardo, Bramante, Bandello, frequentare il salotto della bellissima e colta Cecilia.

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Con le dominazioni straniere inizia il declino di questo palazzo, finchè giunse in proprietà al Comune di Milano, che ne fece la propria sede, prima di Palazzo Marino.

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Durante la Repubblica di Salò diventò la caserma della famigerata Legione Autonoma “Ettore Muti”.

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Terminata la guerra, il Palazzo Carmagnola rinacque. Qui ebbe sede il primo teatro comunale d’Italia: il Piccolo Teatro della Città di Milano che, con Grassi, Strehler e la loro compagnia, divenne ambasciatore della cultura italiana nel Mondo.

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Oggi i “Piccoli” sono ben tre: la Sala Grassi (nella storica sede di via Rovello), il Teatro Strehler e il Teatro Studio, ora dedicato a Mariangela Melato.

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Storia, arte, cultura e anche buon cibo: in questo palazzo, infatti, si possono sfogliare o acquistare libri e si può anche cenare, immersi nello splendore quattrocentesco, al Caffè Letterario, sotto i chiostri o all’aperto, nel bel cortile.

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È un’occasione unica per un caffè o un aperitivo in una location da toglier il fiato.

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C’è chi dice anche che la bella Cecilia torni qualche notte a rivedere il suo palazzo… Cena alla Corte con fantasma?

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Il Parco delle Basiliche – (dove)

Costeggiamo il fianco di Sant’Eustorgio, così bello ed articolato, e raggiungiamo il Parco delle Basiliche, lasciando alle nostre spalle corso di Porta Ticinese.

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Le due Basiliche, Sant’Eustorgio e San Lorenzo, sono quasi più belle viste da dietro perchè le facciate hanno subito molti ritocchi e interventi mentre il prato un po’ mosso, che le unisce alle spalle, lascia spazio alla loro “frastagliata” architettura di absidi e cappelle.

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Anche piazza Vetra, oggi, fa parte di questo parco. Posta alle spalle di San Lorenzo, non conserva nulla del suo antico aspetto, specialmente dopo i bombardamenti e le demolizioni post-belliche.

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Via le vecchie case, covo di malavita e di poveri diavoli, via anche i conciatori di pelli, che lavoravano in questa zona.

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Persino la statua di San Lazzaro, in piazza Vetra fin dal 1600, è stata spostata e messa ora quasi a vegliare su un campo giochi all’interno del parco.

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Il nome della piazza, Vetra, che deriva forse da castra vetera, è duro, aspro, tagliente. Questo è stato il regno dei “vetraschi”, tintori e conciatori di pelli, che utilizzavano le acque correnti per lavorare le pelli animali con solventi a base di urina.

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Era un luogo maleodorante, con gli odori della morte; ma ben altre morti sono state inflitte in piazza Vetra. Qui arsero le spoglie di Guglielmina Boema ed il corpo vivo della sua seguace Manfreda; poi le prime streghe di Milano come Sibilla e Pierina nel 1390.

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Dopo di loro un numero imprecisato di uomini e donne, accusati di malefici, incontri diabolici ed eresia, ricevette la morte come liberazione dalle torture.

Anche il Cinquecento vedrà stragi e supplizi in piazza Vetra e davanti a Sant’Eustorgio: Giovannina, Simona, Lucia…; i roghi si estendono in tutta la Lombardia.

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Nel Seicento: Isabella, Doralice, Antonia…viene persino redatto il Compendium Maleficarum, ad opera di un frate del convento di Sant’Eustorgio.

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Finirono inoltre tra le fiamme Anna Maria e Margherita; l’ultima “strega” arsa a Milano fu Caterina, della quale ci è giunta la storia che racconteremo; siamo nel 1617.

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Non solo roghi di streghe: nel 1630 ci fu l’orrendo supplizio di Gian Giacomo Mora e del suo presunto complice, Guglielmo Piazza, accusati di aver diffuso la peste a Milano e giustiziati pubblicamente.

L'esecuzione di GG Mora e degli altri untori in Piazza alla Vetra

Per saperne di più:

https://www.youtube.com/watch?v=H4QaCzXafgk

In questo tremendo numero di condannati ci furono uomini e donne, ma il loro nome e la relativa documentazione furono distrutti col fuoco nel 1788 nel cortile di Santa Maria delle Grazie. Purtroppo le esecuzioni capitali continuarono…

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Il Parco delle Basiliche, ora dedicato a Papa Giovanni Paolo II, appare verde, ben tenuto, invitante, ma la cancellata che lo protegge dal popolo della movida e dagli spacciatori, che fino a qualche tempo fa qui imperversavano, non può far niente per tenere lontano il passato con i roghi, gli strazi delle torture e le pene capitali.

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Godiamoci il dolce Parco delle Basiliche, ma un piccolo pensiero, qualche volta, voli più in alto della cima degli alberi.

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