La storia di Caterina Visconti – Parte quinta: un cold case ancora aperto

Chi fu Caterina Visconti, la prima Duchessa di Milano? Il racconto della sua vita e il cold case relativo alla sua morte ci hanno accompagnato in questa caldissima estate lasciando insoluti molti interrogativi e aperte alcune risposte.

Figlia di Bernabò Visconti e dell’autorevole Beatrice della Scala (non a caso nota come “Regina”), si sposò, per giochi di potere, col primo cugino, il grande Gian Galeazzo Visconti, rimasto vedovo e senza eredi. Caterina avrebbe dunque dovuto essere una “generatrice di razza” della futura stirpe viscontea. Rimasta vedova fu reggente in nome del primogenito Giovanni Maria, ma dopo solo due anni morì in circostanze misteriose nel castello di Monza dove era probabilmente prigioniera. Il suo percorso di vita verso la maternità, la crescita problematica dei due figli e infine la breve reggenza furono certamente difficili, ma anche carichi di responsabilità che implicarono scelte e rinunce coraggiose.

Gli storici, in genere, hanno piuttosto trascurato la personalità e le opere di questa Duchessa valutando principalmente i soli due anni di reggenza. Forse perchè, come aveva scritto un vescovo e giurista francese del Milleduecento, Guillaume Durand, “…la condizione delle donne è peggiore di quella degli uomini”?

Per capire di più Caterina, abbiamo cercato in primo luogo nei testi dei suoi contemporanei per trovare, magari tra le righe, qualche indizio sulla sua vita e sulla sua morte.

Abbiamo così letto e riletto l’orazione funebre che nel 1426 aveva scritto frate Taddeo degli Airoldi, un benedettino della Confraternita dei Celestini, su incarico di Filippo Maria, secondogenito della Duchessa, divenuto Duca dopo la morte del fratello, ucciso nella chiesa di San Gottardo in Corte da alcuni congiurati.

Erano dunque passati vent’anni dalla morte della Duchessa e Filippo Maria voleva commemorare la madre “amata a tal punto da non perdonare a nessuno dei complici la morte di lei” (secondo quanto riportato dal cancelliere del Duca). Nel contempo, però, Filippo Maria voleva, esaltando il proprio casato, entrare nelle grazie del legato papale che avrebbe fatto da mediatore nella guerra tra Milano e Venezia. Questo uso del lutto personale a fini politici e l’ambiguità comunicativa saranno in seguito molto apprezzati dal Machiavelli che scriverà: “Io non dico mai quello che credo, né credo quello che dico e se pure mi vien detto qualche volta il vero, lo nascondo con tante bugie che è difficile trovarlo”. Quanto c’era degli insegnamenti di Caterina al figlio in tutto ciò? Fu, forse, un’abile dissimulatrice anche quando asseriva ripetutamente “sono io segura”?

In questa orazione funebre, che si tenne a Milano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (demolita via via per costruire al suo posto il Duomo), Caterina viene celebrata attraverso una lunghissima serie di virtù attribuite a tradizionali personaggi femminili del mondo classico… ma, leggendola con attenzione, ci sono delle novità e dei riferimenti che fanno riflettere.

Nell’orazione l’Airoldi sente l’influsso del Boccaccio che, per primo, cercò di ritrarre alcune donne illustri, tenendo conto della loro vita e non solo associandole a vizi e virtù. Così frate Taddeo parla della “serenità” della Duchessa in “tot sue viduitatis adversa” e dell’ “extremum usque fortune ludubrium”, cioè l’oltraggio finale della sorte: Caterina fu, forse, uccisa dal figlio (o su suo ordine) o scelse il suicidio durante la prigionia, come potrebbe far pensare il riferimento a Ippo (o Ippone), la nobildonna greca che si tolse la vita per non cedere ai pirati che l’avevano catturata?

La nostra Duchessa, nella laude, viene accostata anche a Semiramide, regina degli Assiri, che governò con grande capacità, dimostrando che “…non sexus, sed animus oportunus est imperio”.

E Caterina? Riuscì, come Penelope, a conservare la “castitas” cioè la fedeltà allo Stato oltre che al consorte?

Interessante anche, nell’orazione, l’accenno a Ipermnestra che avrebbe avuto il compito di uccidere, come si diceva di Caterina, il marito avvelenandolo. Frate Taddeo dà dunque credito alle accuse rivolte a suo tempo dalla suocera alla giovane sposa, per esaltarne, invece, la consapevole scelta di restare accanto al proprio coniuge?

La prima donna europea scrittrice di professione (XIV secolo), Christine de Pizan, sostenne che la “viduitas”, cioè la vedovanza, era per le donne di potere una occasione di autonomia.

Caterina si trovò legata al testamento del marito, ma fece anche scelte autonome durante la reggenza. Innanzi tutto dobbiamo a lei lo spostamento della capitale da Pavia a Milano. Inoltre scelse come dimora l’Arengo (edificio storico, simbolo dell’antico Comune, che aveva alla base un porticato aperto a tutti) invece della fortezza di Porta Giovia dove abitava il Duca quando si trovava a Milano. Riuscì anche a fare ulteriori scelte in maniera autonoma o fu spesso condizionata dal Consiglio di Reggenza, impostole da Gian Galeazzo?

E come cercò di tenere a bada il violento figlio ed erede Giovanni Maria? Un notaio bolognese di fine Trecento, Giovanni Sabadino degli Arienti, lo definì di “…natura colpabile in tutte le generazioni di mali”. Fu forse il mandante del matricidio, tesi avvalorata anche dalla feroce esecuzione che Giovanni Maria ordinò nei confronti del castellano (ed del suo figlioletto) della residenza di Monza, dove era rinchiusa Caterina? Avevano forse parlato o visto troppo?

Il notaio, infine, parla di Caterina come di una “…singular donna, da essere con divina laude alzata al Sommo Trono” e anche la popolazione di Monza la considerò Beata dedicandole un medaglione nel santuario della Madonna delle Grazie.

Chi fu veramente Caterina? “Ducissa et Dux” (come si firmava durante la reggenza), “mater et vidua” (come la considerarono molti storici, senza indagare ulteriormente), persona colta e amante delle arti, Duchessa “incapace” (Pietro Verri), “donna di grande animo che governò con prudenza e discrezione Milano” (Sabatino degli Arienti) o, persino, una Beata?

Caterina, prima Duchessa di Milano, per molti aspetti ancora oggi misteriosa, con il suo operato salvò comunque la continuità della dinastia Viscontea e contribuì a far grande la nostra Milano.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte quarta: gli ultimi anni di Caterina

A inizio del Quattrocento Milano era una delle città europee più fiorenti, ma piuttosto malsana. Le scarse condizioni igieniche generali (liquami, fopponi, topi), dell’ambiente (rogge e risorgive), del lavoro stesso (ad esempio la conciatura delle pelli) favorivano lo sviluppo di malattie endemiche come la peste, il vaiolo e la malaria. A ciò si aggiungevano anche le parassitosi e le malattie della pelle tanto diffuse da richiedere dei “protettori” celesti a cui votarsi come Sant’Antonio Abate (per l’herpes zoster -o Fuoco di Sant’Antonio-) e come il serpente bronzeo della basilica di Sant’Ambrogio per chi era colpito da parassiti intestinali.

Fu probabilmente a causa di una febbre malarica che il 3 settembre 1402 morì Gian Galeazzo, lasciando nel testamento la moglie Caterina “Curatrix” sia di un Ducato in grave dissesto finanziario sia dei due giovani figli: il quattordicenne Giovanni Maria, portatore di gravi turbe psichiche, e Filippo Maria, ancora bambino, affetto da una malattia genetica invalidante, ma sveglio e determinato. Il Duca, conoscendo i gravi problemi caratteriali del figlio primogenito, si era preoccupato di lasciarne la tutela a Caterina, fino al compimento dei vent’anni (cosa assolutamente insolita dal momento che la consuetudine prevedeva la maggiore età a quattordici anni) in attesa che Filippo Maria crescesse.

Caterina accettò pienamente il suo compito di Reggente. Spostò immediatamente la capitale da Pavia (scelta da Gian Galeazzo per il prestigio della monarchia longobarda da cui i Visconti vantavano l’origine), dove lasciò il piccolo Filippo Maria, a Milano, la sua città a cui era profondamente legata e di cui aveva compreso le grandi potenzialità. Anche la scelta della residenza ducale fu molto importante: a disposizione c’erano il castello di Porta Giovia, dimora milanese di Gian Galeazzo, il palazzo ormai abbandonato del padre Bernabò, simbolo, però, di un personaggio sconfitto, e l’Arengo (dove oggi sorge Palazzo Reale) sede il primo governo comunale, reso poi più signorile da Azzone Visconti. Caterina, molto opportunamente, scelse proprio l’Arengo sia in segno di apertura verso la tradizione comunale milanese, sia per la sua vicinanza al cantiere del Duomo, ieri, come oggi, “centro” del cuore dei milanesi. “Segura”, come usava dire, dei suoi concittadini, rifiutò anche la scorta armata.

Accanto a lei, nella reggenza, Gian Galeazzo aveva nominato un Consiglio del quale facevano parte anche il Vescovo Pietro Filargo (fautore della supremazia milanese, ma, ahimè, un po’ misogino e pieno di preconcetti verso le donne) e il fidato e potente “superministro” Francesco Barbavara che qualche storico sostenne essere molto “gradito” alla Duchessa, ma inviso agli aristocratici milanesi.

Con la sua dote personale cercò di ripianare i debiti del giovane Ducato, pagò i capitani di ventura che avevano richiesto il loro compenso e, per onorare il consorte, fece organizzare una grandiosa cerimonia funebre postuma alla quale, insolitamente per l’Italia, parteciparono, tra gli altri, anche due Ghostly Knights, cavalieri che impersonavano l’uno il corpo fisico e l’altro il corpo politico del Duca. In segno del tentativo di pacificazione e di unità voluto da Gian Galeazzo, in questa cerimonia rappresentavano anche un guelfo e un ghibellino. Caterina incaricò anche un artista, Michelino da Besozzo, di miniare il frontespizio dell’orazione funebre del consorte.

Molto devota, aiutò anche la Veneranda Fabbrica e fece costruire sulla guglia Carelli del Duomo, donata da uno dei primi grandi benefattori, la statua di San Giorgio (oggi al Museo del Duomo) con le fattezze del defunto Duca. Fedeltà e devozione o qualcosa di più nel cuore della vedova?

Per risanare ulteriormente le finanze del Ducato, firmò una specie di “condono fiscale” secondo il quale i cittadini avrebbero potuto versare solo la metà delle tasse dovute… Ma sembra sia stato, anche allora, un flop. Pensò anche all’ambiente: fece bruciare a Milano erbe aromatiche per purificare e deodorare l’aria, così come si era soliti piantare menta, lavanda, timo e camomilla nei cortili, chiostri e giardini perchè, calpestandone le foglie, venissero rilasciati gli olii essenziali. Dedichiamo a Caterina questa immagine dell’Infiorata di via Spiga.

La reggenza di Caterina durò poco tempo e, purtroppo, molto resta ancora da capire anche attraverso la lettura della documentazione, purtroppo assai modesta, degli atti. Nei due anni di reggenza si susseguirono disordini e vari tentativi di “colpo di stato” tra i “rinati” Guelfi e Ghibellini, appoggiati anche dal figlio Giovanni Maria, coi milanesi esasperati dalle tassazioni e dall’essere diventati “sudditi” del potere e non più “cives”. Caterina cercò di mantenere il potere in tutti i modi, anche attraverso brutali esecuzioni di alcuni nobili ex-alleati. Infine venne esautorata da Giovanni Maria, ormai quindicenne, sempre più turbato, violento e manipolato da consiglieri assetati di potere; dal 14 agosto 1403 non troviamo più la firma di Caterina sugli atti pubblici.

Mentre era in corso un’epidemia di peste, Caterina si ritirò, forse prigioniera, nel proprio castello di Monza, lasciatole dal marito, e qui, il 17 ottobre 1404, si spense “per le afflizioni d’animo…, salute vacillante,,,, aiutata da veleno… o laccio” (Giorgio Giulini). Di lei si persero le tracce e non si conosce neppure il luogo della sua sepoltura. Rimangono molti interrogativi su di lei: fu uccisa (forse da Giovanni Maria o su suo ordine), si suicidò e, soprattutto, chi fu veramente Caterina Visconti? Arrivederci alla prossima puntata di questo cold case medievale per scoprire qualcosa di più sulla prima, misteriosa Duchessa di Milano.

Continua…

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte terza: il matrimonio di Caterina e Gian Galeazzo

Caterina, cresciuta a Palazzo Visconti nel cuore di Porta Romana, tra battesimi, matrimoni combinati, faide familiari e scontri politici, venne fatta sposare a diciotto anni, il 15 novembre 1380, nella chiesa di San Giovanni in Conca, con Gian Galeazzo Visconti, suo primo cugino. Questi era rimasto vedovo di Isabella di Valois, morta di parto dopo avergli dato quattro figli, tra cui l’erede maschio, Azzone. Morte e vita furono sempre presenti nella storia di Caterina. Infatti il suo matrimonio avvenne durante i funerali del piccolo Azzone, morto di vaiolo. La giovane sposa doveva fare i conti anche con il ricordo della amata prima moglie e con la malevolenza della zia-suocera Bianca che la accusava di tramare con i suoi familiari per avvelenare Gian Galeazzo e prendere il potere di tutta Milano.

Caterina aveva dunque più che mai il “dovere” di dare subito un nuovo erede al marito, ma era inconsapevole portatrice di una malattia genetica, la glicogenosi di tipo II, che influiva sulla gestazione e sulla futura salute degli eventuali figli. Le gravidanze di Caterina furono quanto mai travagliate tra aborti e bimbi morti appena nati. Quali aiuti avrà cercato nelle cure con le erbe, che tanto conosceva? Per favorire la gravidanza si facevano bagni (con artemisia, ruta, lauro), suffumigi (con incenso, mirra, aloe, grasso d’oca), si mettevano “tampax” di lana impregnata di olii vari, si inghiottivano intrugli di testicoli di volpe, caglio di lepre e aconito, un veleno molto pericoloso… anche le erbe hanno il loro lato oscuro.

Il mondo di Caterina a Pavia, dove i coniugi si erano trasferiti dopo il matrimonio, era diventato ancora più pericoloso. Gian Galeazzo aveva fatto arrestare il suocero-zio Bernabò a scopo “preventivo”, accusandolo di tramare contro di lui e di ostacolare la nascita di un erede con ogni mezzo…. compreso il malocchio! Ovviamente le ragioni erano ben altre e riguardavano lotte di potere. Bernabò, rinchiuso nel castello di Trezzo d’Adda, morì, sembra avvelenato con una ciotola di fagioli, in circostanze mai chiarite. Un giallo ancora irrisolto.

La situazione era difficile per entrambi i coniugi: Gian Galeazzo non aveva eredi maschi dalla prima moglie, Caterina sembrava sterile, il suocero-zio Bernabò era stato assassinato e se lui avesse riconosciuto come eredi eventuali figli avuti dall’amante, avrebbe avuto contro anche i fratelli di Caterina per questioni ereditarie. E la giovane sposa? Apparentemente non fece nulla in difesa del padre; quale groviglio di sentimenti (paura, odio, indifferenza, speranza…) ci fu in lei in quei giorni?

Gian Galeazzo e Caterina, forse, non sapevano proprio più a che santo votarsi. Si rivolsero allora ad un “potere” superiore, facendo voto alla Vergine Maria di far costruire una nuova splendida cattedrale a Milano, dedicata proprio a Santa Maria Nascente: il nostro Duomo! Nacque così anche la Veneranda Fabbrica che doveva reperire i fondi tra i milanesi e gestirli, come avviene tuttora, in una tradizione secolare.

Nel 1388 finalmente nacque il figlio tanto desiderato: Giovanni Maria e, da allora, i discendenti maschi dei Visconti aggiunsero al primo nome quello della Madonna in segno di devozione. Quasi contemporaneamente era nato anche Gabriele Maria, figlio dell’amante di Gian Galeazzo, Agnese Mantegazza. La dinastia era salva.

Giovanni Maria, però, manifestò presto gravi problemi di comportamento curati molto empiricamente praticandogli una ferita alla base del collo (che veniva tenuta aperta inserendovi piselli o ceci) per far defluire gli umori maligni; inoltre gli venivano somministrate pozioni a base di laudano o papavero. Povero Giovanni Maria, diventò pazzo e violento per la malattia o per la cura?

Caterina, due anni dopo la nascita del primogenito, era di nuovo in attesa, ma si prevedeva un parto molto pericoloso per madre e nascituro. Fece quindi voto di lasciare dei fondi per erigere un monastero in una villa del Pavese, la Torre dei Mangano, nella cui cappella andava spesso a pregare. Il bimbo morì, lei si salvò e Gian Galeazzo “scippò” il voto della moglie ponendo le fondamenta, poco lontano dal luogo di preghiera di Caterina, di quella che sarebbe diventata nel tempo la grandiosa Certosa di Pavia.

Di Caterina, oggi, nella Certosa, rimane solo un bassorilievo sulla Porta delle Duchesse.

Nel frattempo Gian Galeazzo aveva spostato la residenza a Milano, nella Rocca di Porta Giovia, il futuro Castello Sforzesco. Qui, nel 1392, nacque il secondogenito di Caterina, Filippo Maria. Fu un parto molto travagliato e il bambino manifestò pienamente la malattia genetica di cui la madre era portatrice, la glicogenosi tipo II che impedisce la sintesi degli zuccheri. Caterina, con l’aiuto di medici e astrologi, “inventò” una terapia dietetica e fisioterapica che permise al figlio minore di sopravvivere. La dieta era a base di polpette di “panìco” (una sorta di polenta a base di miglio, perché il bambino era senza denti), fegatini di pollo, uova, rape, frutta e ricotta.

Per aiutarlo a camminare lo sostenevano con una cinghia legata alla schiena, e anche da adulto avrà sempre delle difficoltà motorie. Nonostante tante limitazioni, continuando per tutta la vita questa dieta, accompagnato sempre da medici e astrologi, Filippo Maria diventò un uomo di notevole statura, vivendo fino a cinquantasei anni, governando Milano e diventando anche padre di Bianca Maria, futura moglie di Francesco Sforza.

Mentre Caterina era assorbita totalmente dalla cura di questo figlio sfortunato, rinunciando per lui anche alla vita di corte, Gian Galeazzo perseguiva il sogno di diventare Duca di Milano, “primus inter pares” d’Italia, grazie anche ai consigli del Vescovo Pietro Filargo, eminenza grigia di questo progetto. Nel 1395 Gian Galeazzo “comprò”, con un esborso da capogiro di fiorini d’oro, il titolo di Duca da Venceslao “il Pigro”, Re dei Romani, ma mai incoronato dal Papa. Caterina, dunque, divenne la prima Duchessa della nostra città, dedita quasi esclusivamente alla cura di Filippo Maria.

Il destino, però, stava preparando per lei un grande cambiamento…

continua…

A Presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte seconda: il mondo della giovane Caterina

Qual era il mondo della giovane Caterina, futura prima duchessa di Milano?

Era figlia di Bernabò Visconti, collerico Signore della nostra città, in lotta anche con i fratelli per il potere, e di Regina della Scala, di nobile famiglia veronese, che sfornava e accasava figli (ben quindici) per stabilire alleanze con i potenti ottenute in cambio di doti stratosferiche; era diventata così suocera degli Asburgo, dei Gonzaga e di nobili famiglie francesi e bavaresi.

Caterina viveva nella cittadella fortificata del padre a Porta Romana, tra piazza Missori e San Nazaro I genitori, come usava, vivevano in palazzi separati. Regina abitava in piazza Missori nella “Ca’ di Can”, così chiamata perchè si ritiene ora che ci fossero dei cani dipinti sulla facciata, simbolo della famiglia di Cangrande della Scala. Bernabò, invece, viveva in un palazzo in via Unione, con una sua concubina (anche allora i matrimoni dei potenti erano piuttosto “affollati”).

Lì accanto, nell’odierna via Mazzini, si tenevano i tornei tra cavalieri in armatura che facevano shopping nelle vicine vie Spadari, Armorari, Speronari, dove c’erano le botteghe delle armi. I clienti dovevano essere molto ricchi: si è calcolato, infatti, che un’armatura di allora venisse a costare quanto oggi un elicottero personale.

A unire, simbolicamente, le abitazioni di marito e moglie era la chiesa di San Giovanni in Conca, i cui resti si trovano ancora oggi in piazza Missori, mentre la facciata originale è stata invece trasferita al Tempio Valdese di via Francesco Sforza.

Bernabò, come fanno ancora oggi i potenti narcisisti della Terra, si era fatto costruire, in vita, un monumento che doveva manifestare tutta la sua grandezza, da collocare all’interno della chiesa di San Giovanni in Conca. Era in marmo di Candoglia con inserti in oro e argento. Il Signore, impettito sul cavallo, aveva anche un elmo con un Biscione, purtroppo andato perduto.

In seguito la statua, ora custodita al Museo del Castello Sforzesco, divenne il suo monumento funebre, accanto a quello, ben più modesto, della moglie Regina. sulla cui tomba Bernabò fece scrivere, tra l’altro: “Andò sposa al potente Bernabò, glorioso tra i sovrani, simbolo di valore e illustre decoro della natura, da ogni parte temuto…” Era l’elogio di Regina o di Bernabò?.

Nel palazzo di Regina vivevano figli, domestici e precettori. Era una corte anche piuttosto colta. Infatti la nobildonna e la cognata Bianca, madre del futuro marito di Caterina, facevano a gara a procurarsi manoscritti preziosi e i castelli erano pieni di tesori e reliquie. Regina, che sembra fosse l’unica in grado di “calmare” le sfuriate del consorte, era anche una capace amministratrice e un’abile politica, tanto da esercitare un vero e proprio soft power. Le donne nobili di un tempo non erano dedite solo a procreare, a tessere, a balli e musica, ma si occupavano di affari e commerci, tenuto anche conto che i figli ereditavano principalmente i beni dalle madri e i titoli dal padre. Anche le concubine erano oltremodo attente a dare ai propri figli, tutti legittimati dal Signore, un cospicuo futuro.

In questa cultura al femminile, grande spazio aveva anche l’uso delle erbe coltivate nei “viridari”, ovvero orti e giardini adiacenti ai palazzi e ai conventi. Il viridario di Casa Visconti occupava tutta l’odierna via Albricci e la giovane Caterina crebbe tra queste piante che venivano utilizzate per l’alimentazione, la cosmesi e le “cure mediche”. Grazie ad esse, come vedremo, riuscì a garantire la sopravvivenza sia fisica del figlio, sia quella della stirpe viscontea. Ecco come appare oggi ciò che rimane del mondo di Caterina in piazza Missori e in via Albricci… un angolo di storia a portata di mano.

Quanto influì questo mondo nel futuro di Caterina? La sua storia, spesso ignorata dagli studiosi, lascia aperti ancora oggi molti e intriganti interrogativi.

Continua…

A presto…

La storia di Caterina Visconti, la prima duchessa di Milano (parte prima)

Questa estate i nostri passiperMilano ci porteranno nella seconda parte del Quattordicesimo secolo, in un percorso più del tempo che dello spazio.

Accadde oggi, 12 luglio 1362.

In questo giorno nasceva a Milano Caterina, la nona figlia del tirannico Bernabò Visconti e della nobile Beatrice della Scala, soprannominata Regina per la sua fecondità (ebbe quindici figli) e le sue capacità politiche e amministrative.

Caterina, andata sposa al cugino Gian Galeazzo, divenne la prima duchessa di Milano, ma la sua figura è rimasta per lungo tempo nell’ombra della storia ed è tuttora piuttosto sconosciuta. A lei, nonna di Bianca Maria Visconti (moglie di Francesco Sforza), dobbiamo l’aver condiviso col marito il sogno di unire l’Italia sotto un unico signore (lui!) primus inter pares, l’inizio del Duomo e della Certosa di Pavia, gli “studi” per combattere e vincere con dieta ed esercizio fisico la malattia genetica del figlio Filippo Maria e salvare così la casata milanese dei Visconti.

Chi fu Caterina? Abile o incapace, manipolata o manipolatrice, spietata o Beata?

A Milano non ci sono monumentistrade dedicati a lei e anche le notizie non sono molte. La sua figura è, però, quanto mai intrigante e ricca di sfumature. La storia della nostra misteriosa, “ghostly“, Caterina è tutta da raccontare come in una soap milanese del Milletrecento.

Continua…

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte seconda)

La storia dei Giochi Olimpici, vista attraverso le opere di grande pregio raccolte per la mostra in corso alla Fondazione Rovati, prosegue facendoci letteralmente entrare nella “Tomba delle Olimpiadi” (530-520 a.C.) proveniente dal Museo Archeologico di Tarquinia. Alle pareti non riproduzioni, ma dei dipinti a secco, strappati e riposizionati su tela, che escono per la prima volta dalla loro sede per essere ospitati in questo museo di arte etrusca.

Siamo circondati, diremo quasi avvolti, da immagini di gare di corsa, lancio del disco, incontri di lotta e pugilato, corse di bighe e da raffigurazioni di danze e banchetti. Colpisce, di fronte all’ingresso, la porta che segna il passaggio per l’aldilà; è un’immagine di grande impatto emotivo: di qui la vita con i suoi piaceri, oltre la porta il mistero di ciò che non si conosce.

In un’altra sala, molto interessante è la copia, realizzata nell’Ottocento da Carlo Ruspi e proveniente dei Musei Vaticani, delle pitture murali etrusche relative alla “Tomba delle bighe”. Anche qui giovani che danzano o suonano, gare sportive, un tavolo per il banchetto e alcune bighe con auriga.

In alto, una tribuna coperta ospita gli spettatori. Anche questa tomba è un inno alla vita che ci testimonia come le gare facessero parte dei piaceri terreni e dei rituali funebri; quasi un invito al Carpe diem?

Gli antichi Romani, anche dopo la conquista dell’Ellade, non “adottarono” mai veramente le Olimpiadi. I giochi preferiti erano per lo più spettacoli popolari con corse di bighe e quadrighe, combattimenti tra gladiatori o contro animali.

Uno di questi gladiatori, storico e non hollywoodiano, è Urbicus, un secutur, la cui stele funeraria si trova a Milano, all’Antiquarium “Alda Levi” di via De Amicis. Questa lapide ci riporta all’amore della sua famiglia che ricorda un atleta ucciso a tradimento dopo un combattimento vittorioso.

I giochi al tempo dei Romani divennero quasi un “rito”, un ammortizzatore sociale e politico: panem et circenses. Paradossalmente chi amò le Olimpiadi fu un Imperatore molto controverso: Nerone. Infatti gareggiò ad Olimpia come atleta e artista, vincendo (?!!!) oltre 1800 gare, facendo persino spostare la data delle Olimpiadi. Il suo trionfo a Roma fu grandioso e i suoi trofei furono portati in corteo. A lui accostiamo un’immagine della mostra, il trofeo opera di Peter Carl Fabergè, realizzato per conto dello Zar Nicola II come premio per il vincitore di una gara.

Via via il fuoco della fiaccola olimpica si affievolì sempre più, tanto che l’Imperatore Teodosio, nel 393 d.C. lo fece spegnere, abolendo i Giochi insieme ad altri riti pagani. Ci furono secoli di oblio, ma, come il leggendario fiume Alfeo che attraversa la piana di Olimpia, scorre poi sottoterra e riemerge, per volere di Zeus, nell’isola di Ortigia (a Siracusa) per ricongiungersi con l’amata Aretusa, così i Giochi Olimpici rinacquero a fine Ottocento per merito del barone Pierre De Coubertin.

La prima Olimpiade moderna si tenne ad Atene nel 1896. Poi, come un tempo, i Giochi attraversarono momenti storici diversi e difficili: guerre, boicottaggi politici, attentati, persino il Covid, che fece rimandare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Lo sport olimpico si urbanizzò e divenne “mondiale”. Si aggiunsero gare, discipline sportive nuove e, persino, altri Giochi, quelli Invernali e quelli Paralimpici.

Ora tocca a Milano-Cortina! “Altius, Fortius, Citius et… Communiter”

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte prima)

Tra qualche giorno si inaugureranno le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e la nostra città propone, per questo evento, anche una serie di iniziative culturali. Un’occasione da non perdere è la mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga 3000 anni” in corso alla Fondazione Rovati, corso Venezia 52, aperta fino al 22 marzo 2026.

Nelle diverse sale convivono passato e presente dei Giochi: a reperti antichi sono infatti accostati oggetti sportivi recenti, talora diventati iconici, in un percorso espositivo che ci porta a riflettere sull’evoluzione storica e di costume delle Olimpiadi. In questa vetrinetta, ad esempio, vediamo, tra l’altro, una maglietta di Usain Bolt, una scarpa da basket di Michael Jordan e una terracotta di età ellenistica che rappresenta un piede che calza un sandalo.

Abbiamo preso spunto da questa mostra per intrecciare alcune immagini degli oggetti esposti con notizie, a volte curiose o poco note, sulla storia delle Olimpiadi. Chi volesse approfondire questo argomento potrebbe leggere l’interessante “Enciclopedia dello Sport – Olimpiadi antiche” sulla Treccani online, visitare il book-shop della Fondazione e, soprattutto, vedere la mostra!

https://www.treccani.it/enciclopedia/olimpiadi-antiche_(Enciclopedia-dello-Sport)/

I Giochi Olimpici – Spigolando qua e là nell’antica Grecia

Anticamente gli “sport” erano presenti e praticati in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Sono stati ritrovati, infatti, molti reperti che testimoniano incontri di lotta, pugilato, gare di corsa e coi carri anche in Egitto, Mesopotamia, Creta, fra gli Ittiti…

In Grecia i giochi erano praticati per rendere più solenni i riti religiosi e quelli funebri. Vi ricordate le gare per i “funerali” di Patroclo sotto le mura di Troia? Omero visse circa due secoli prima della nascita ufficiale dei Giochi Olimpici (776 a.C.) e molte delle gare descritte nell’Iliade furono praticate anche nelle Olimpiadi.

I Greci amavano molto gareggiare e lo facevano in campi diversi: tra l’altro esistevano, a Delfi, anche gare artistiche in onore di Apollo.

I giochi sportivi che nacquero ad Olimpia, dove c’era un santuario dedicato a Zeus, furono senza dubbio i più conosciuti ed importanti, tanto che la loro origine era considerata divina e che i Greci ritenevano il 776 a.C. l’inizio della propria storia.

I Giochi, che si tenevano ogni quattro anni, regolavano anche il calendario. Il periodo tra un’Olimpiade e la successiva prendeva il nome dal vincitore dello Stadion (una corsa veloce di 192, 27 metri) il quale aveva il privilegio di accendere il fuoco dell’altare di Zeus. Ancora oggi l’accensione della fiaccola è uno dei momenti più suggestivi delle Olimpiadi.

Quanto alla cosiddetta “tregua olimpica”, gli storici contemporanei non sono del tutto concordi. Ci furono, infatti, battaglie entrate nella storia (come le Termopili contro i Persiani o altre tra città greche stesse) che non si interruppero per i Giochi. Si tenga poi presente che si parla di tregua, non di pace. Forse il Barone Pierre De Coubertin, al quale si deve la rinascita delle Olimpiadi nel 1896, sperava che idealizzare un po’ la “tregua” potesse essere d’esempio e di ispirazione per i contemporanei e i posteri. Pierre anche era un appassionato di sport e praticava, tra l’altro, la boxe. Ecco i suoi guantoni.

In Grecia i Giochi Olimpici erano riservati a maschi greci e di condizione libera mentre le donne non potevano neppure assistere alle gare. Dovranno aspettare fino alle Olimpiadi del 1900 per essere ammesse a gare al femminile, con, talvolta, anche qualche discussione… di genere.

Per gli antichi Greci l’importante era vincere, non partecipare (un’altra invenzione del Barone)! Non esistevano il podio per il secondo e il terzo posto nè il gioco a squadre. Al centro c’era sempre l’Agon, la competizione. Il vincitore era osannato e premiato con una corona di ulivo selvatico. Via via, però, le corone divennero d’oro, si aggiunsero benefit come l’esenzione dalle tasse e grandi premi in denaro. Questo portò anche al “professionismo”, alla nascita della figura dell’allenatore ma pure ad episodi di corruzione di atleti e giudici nonchè ad un esasperato culto dell’atleta-mito. Scrive Euripide: “Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti… Si aggirano in vesti lussuose e si credono il vanto della città”. E oggi?

Quali erano le gare principali? Fino alla XIII edizione dei Giochi (728 a.C.) si svolgeva una sola gara, lo Stadion. Nel corso del tempo però, le prove olimpiche aumentarono di numero e ci furono anche delle modifiche. In questa mostra ci rendiamo conto come attraverso oggetti comuni (vasi, monete, eccetera) gli atleti ed i Giochi entrassero nella vita greca “anticipando”, in un certo senso, le figure degli sportivi e gli eventi che oggi i media portano nelle nostre case. In quest’anfora sono riprodotti il lancio del giavellotto e del disco.

Molto interessante è l’accostamento tra un disco in ferro (enorme!) di quel periodo ed uno utilizzato ai Giochi di Los Angeles del 1932.

Tra le gare olimpiche alcune erano di contatto, come la lotta, il pugilato e il successivo pancrazio. La lotta (chiamata palè, da cui palestra) iniziò ad essere praticata nel 708 a.C. e fu considerata da Senofonte “Scienza ed arte”. Gli atleti si cospargevano il corpo con olio che toglievano al termine della gara usando lo strigile, una specie di raschietto metallico.

Gli incontri di pugilato, entrato tra i Giochi nel 688 a.C. non avevano nè tempo massimo nè intervalli. Si andava avanti a oltranza finchè uno dei pugili era (o si dava per) sconfitto. Inizialmente si combatteva a mani nude, poi con delle “protezioni” per le mani che avevano, però, lo scopo di fare più male possibile all’avversario. Non contava comunque solo la forza, ma servivano anche l’intelligenza e l’agilità: Rocky e Apollo Creed insieme.

In questi sport da combattimento avvenivano parecchie infrazioni alle regole tanto che l’illecito divenne poi lecito dando vita al pancrazio, una gara dove tutto era permesso tranne morsi e dita degli occhi, naso e bocca dell’avversario.

Anche le gare ippiche erano molto seguite, sia quelle con le bighe, sia quelle su cavalli montati a pelo, senza sella nè staffe (che, peraltro, non erano state ancora inventate).

Il premio veniva consegnato non all’auriga o al cavaliere vincitore, ma al proprietario del cavallo; potremmo dire non al pilota, ma alla scuderia.

Pausania e Plutarco ci raccontano che, intorno al 400 a.C., Cinisca, una principessa spartana appassionata proprietaria di cavalli, ottenne il premio olimpico facendo poi scrivere sul monumento a lei dedicato: “Dico che io, sola tra le donne di tutte l’Ellade, colsi questa corona”. A lei dedichiamo questa statuetta con una Vittoria alata.

Le nostre spigolature olimpiche continueranno tra qualche giorno…

A presto…

Una moderna favola medievale: il drago dei Giardini Pubblici Montanelli

Mentre, chiusi in casa per la pandemia, cercavamo storie e leggende sul Biscione, ci siamo imbattuti in due racconti che narrano di un drago che sarebbe vissuto nel IV secolo a Porta Venezia, dove oggi ci sono i Giardini Pubblici.

Vogliamo condividerli: sono storie a lieto fine, come speriamo siano quelle di tutti noi dell’Era Covid. Gli autori sono il frate Domenicano Galvano Fiamma (1283-1344) e il superiore generale dei Gesuiti, Paolo Morigia (1525-1604), che raccontano, a secoli di distanza, la vicenda di questo drago e del valoroso cavaliere che lo sconfisse.

Si narra che, poco dopo la morte di Sant’Ambrogio, i milanesi che vivevano nei pressi della Basilica dei Profeti (poi diventata San Dionigi, della quale parleremo tra poco) erano terrorizzati dalla presenza di una mostruosa creatura che viveva in una caverna.

Questo orrendo essere col suo pestilenziale e mortifero respiro infettava i dintorni. C’era dunque un focolaio dovuto alla bestia.

Tutta la zona era “rossa”; nessuno usciva, migliaia di persone morivano e, via via, anche nella città stava arrivando il contagio. Se qualcuno, poi, si avventurava all’aperto o cercava di attaccare il mostro, veniva ucciso e divorato.

Che fare? Un antenato della nobile famiglia Visconti, Uberto, armato non tanto di ferro, quanto di “fortezza d’animo, destrezza e di ingegno, mosso dal suo naturale valore si espose a pericolo della vita per liberare la città” (P. Morigia).

Dopo due giorni di lotta, Uberto riuscì a uccidere il mostro, “prendendolo per la barba e colpendolo con una scure”: il nemico era sconfitto e il “morbo” finito. Da allora il terribile drago divenne l’emblema dei Visconti.

Ieri il drago, oggi il Covid… Certe storie non furono mai, ma in fondo accadono sempre.

Quattro parole sulla Basilica di San Dionigi

Questa è un’altra leggenda sull’origine del Biscione, ma contiene anche alcuni tasselli per ricostruire un angolo della nostra città. La storia raccontata si svolge, infatti, a Porta Venezia, nei dintorni della chiesa di San Dionigi, oggi scomparsa.

Era una delle quattro basiliche volute da Sant’Ambrogio fuori le mura della città.

Inizialmente era stata dedicata ai Santi Profeti, poi, come le altre tre basiliche, aveva assunto il nome di un Santo, in questo caso del Vescovo di Milano, Dionigi, morto in esilio in Cappadocia, il cui corpo, però, era stato fatto tornare e tumulare in questa chiesa.

Basilica dei Martiri – Sant’Ambrogio

Basilica degli Apostoli – San Nazaro

Basilica delle Vergini – San Simpliciano

Basilica dei Profeti – San Dionigi (scomparsa)

Questa zona, più o meno dove oggi sorge il Planetario, era stato da sempre un luogo sacro.

La leggenda racconta che il 13 marzo del 51 d.C. San Barnaba avesse trovato qui la pietra rotonda venerata dai Celti (che oggi vediamo ancora presso la chiesa di Santa Maria del Paradiso a Porta Vigentina) ed avesse iniziato l’evangelizzazione di Milano.

La pietra venne custodita nella Basilica di San Dionigi fino a quando la chiesa non fu demolita. Già nel 1500, devastata dai lanzichenecchi, fu fatta ricostruire dal governatore di Milano (Antonio de Leyva, antenato della Monaca di Monza), spostandola entro le nuova mura spagnole, i Bastioni di Porta Venezia.

Infine la basilica venne demolita definitivamente quando, verso la fine del 1700, gli austriaci vollero creare uno spazio verde all’interno della città, i Giardini Pubblici.

Attualmente sono in corso scavi, dove è possibile, per cercare i resti di questa antica basilica, così importante per conoscere il nostro passato.

Quando faremo di nuovo quattropassi ai Giardini Pubblici, pensiamo su quanti secoli di storia stiamo camminando.

A presto…

 

Il Duomo, da sempre il centro di Milano – (parte prima – il prequel)

“Piazza del Duomo”, aprile 387 d.C., Veglia Pasquale.

Il vescovo Ambrogio impartisce il Battesimo ad Agostino durante la veglia di Pasqua, nel Battistero di San Giovanni alle Fonti, in quella che oggi è piazza del Duomo.

Sono passati ben 1630 anni da allora e la piazza è del tutto cambiata. È persino più alta di circa tre/quattro metri, tanto che per ritrovare i resti del Battistero è necessario scendere sotto il sagrato con la scala che porta alla Zona Archeologica (ingresso a pagamento) all’interno del Duomo.

Zona Archeologica

Il Fonte battesimale è uno dei più antichi della Cristianità a forma ottagonale.

fonte battesimale

Il numero 8 è simbolo dell’infinito (∞), quando è messo orizzontale, e della rinascita; in senso cristiano rappresenta la Resurrezione, dopo i sei giorni della Creazione e il settimo del Riposo, come anche nel pensiero di Sant’Ambrogio.

Anche sul sagrato del Duomo possiamo trovare una traccia, un piccolo solco, che indica l’area occupata dal Battistero e dal Fonte battesimale.

La nostra ricerca intorno al “prima” del Duomo continua in… metropolitana. Scendiamo nel mezzanino. In una sorta di vetrina laterale, quasi in disparte, ci sono alcuni resti della Basilica di Santa Tecla.

Sono venuti alla luce (chissà quanto è andato perduto!) durante gli scavi per la metropolitana e ancora prima, per la costruzione di un rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale.

Com’era piazza del Duomo prima del Duomo? Ecco una cartina con gli edifici costruiti e demoliti nel tempo. Si può osservare come la chiesa di Santa Tecla fosse rivolta verso l’attuale piazza Mercanti. Dietro l’abside sorgeva il Battistero di San Giovanni, riservato ai maschi, mentre quello di Santo Stefano alle Fonti era quello femminile

Dietro Santa Tecla venne poi eretta Santa Maria Maggiore, molto più piccola, che può essere considerata il vero “prequel” del Duomo. Infatti “sopra” di essa venne realizzata la nostra Cattedrale, alla quale per molto tempo prestò, per così dire, la facciata.

Per non creare conflitti con Santa Tecla, in Santa Maria Maggiore si svolgevano le funzioni durante i sei mesi invernali. Santa Tecla, invece, veniva aperta appena terminata la Messa Pasquale e diventava l’ecclesia aestiva fino alla terza domenica di ottobre. Una sorta di “ora legale” delle funzioni religiose divise tra le due concattedrali e legate alle stagioni.

La zona dove oggi si trova il Duomo è sempre stata un luogo sacro. Infatti recenti scoperte sostengono come in quest’area ci fosse un tempio dedicato a Minerva, probabilmente sorto su un precedente luogo di culto celtico dedicato alla dea Belisama, forse un bosco di alberi sacri ai nostri antenati.

cattedrale di alberi al Parco Sempione (oggi)

http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2014/01/29/1017757-archeologia.shtml

Era una zona ricca di acque e di verde: poco più avanti, verso San Babila, in epoca imperiale romana vi erano le Terme e sembra che i battisteri prendessero acqua da alcune sorgenti.

resti delle Terme Erculee in zona San Babila

Una leggenda, o forse no, parla anche di pozzi sotto il Duomo, dove potrebbe trovarsi il corpo della Carlina, il fantasma gentile della nostra Cattedrale, scomparsa precipitando dalle guglie.

Altri intriganti aspetti sui quali scavare un pochino, ci vengono offerti dalla figura di Santa Tecla alla quale fu dedicata l’antica basilica in piazza del Duomo  .

I milanesi sono molto legati a questa Santa. Esiste una via “in rosa” a lei dedicata, di fianco all’Arcivescovado; in Duomo c’è un importante altare nel transetto nord, a cui sono molto devoti i cristiani ortodossi; su una guglia la bella Tecla regge un libro e, soprattutto, la Parrocchia del Duomo è intitolata alla Santa.

Infine il 23 settembre, festa di Santa Tecla, viene celebrato nel Duomo il rito del Faro, con l’accensione di un particolare cero in suo onore.

Chi era questa donna? Tecla, originaria di Iconio, in Asia Minore, venne convertita da San Paolo, diventandone discepola.

Si era votata alla castità e per questo fu denunciata come cristiana dal promesso sposo e condannata ad essere sbranata dai leoni. Una leonessa, però, si frappose tra lei e le belve che la risparmiarono accucciandosi anche ai suoi piedi. Questo episodio è stato ripreso sia sull’altare sia sulla vetrata del Duomo.

Alcuni studiosi sostengono che Tecla, donna colta e studiosa di filosofia, fosse di origine celtica e, forse, una druida. Dalla Chiesa viene venerata come prima donna martire della Cristianità, anche se esistono diverse versioni sulla sua morte.

Per alcune di esse Tecla subì il martirio a Roma; per altre, invece, visse fino a tardissima età dedicandosi con altre donne alla cura dei malati che prodigiosamente riusciva a guarire.

dipinto di G.B. Tiepolo

Di certo è suggestivo il legame tra l’antica e la nuova religione che rappresenta Tecla, una druida convertita al Cristianesimo. In Duomo ci sarebbero le sue reliquie ed è bello pensare ora dorma per sempre dove c’era l’antico Nemeton di Medhelan, sotto le guglie, alla luce della Luna.

Il “prequel” della nostra Cattedrale è quasi finito. Presto parleremo dell’itinerario all’esterno e all’interno del Duomo. Per intanto il piccolo dinosauro scolpito sulla facciata augura a tutti noi una Pasqua serena e ci promette tante sorprese.

Continua…

Milano – Monza andata e ritorno: la tragica vita di una monaca famosa (Parte Seconda)

Milano, Pia Casa delle Convertite di Santa Valeria, 17 ottobre 1608.

La piccola cella di tre metri per uno e ottanta si apre davanti a Suor Virginia, la monaca peccatrice giudicata “colpevolissima” di “plurima, gravia… et atrocissima delicta” negli Atti del Tribunale Ecclesiastico.

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Sarà murata viva per sempre, collegata al mondo solo da uno sportello per il cibo e da una finestrella per far entrare un filo di cielo.

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Le passioni e gli orrori della sua vita resteranno un ricordo e Virginia avrà tempo per ripensare al suo passato ed espiare le proprie colpe. Quali colpe? La monaca, al processo, aveva dichiarato di essere sempre stata vittima e che il Male doveva essere cercato fuori, non dentro di lei. Aveva firmato la sua deposizione, una mano storpiata dalla tortura.

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Forse l’orgoglio di casta, che l’aveva portata anche a ribellarsi all’arresto sguainando una spada, era stato ferito più della mano sottoposta al tormento dei sibilli per il “tempo di due Miserere”.

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Si sentiva vittima del padre, che l’aveva malmonacata a undici anni e rinchiusa nel convento di Monza, feudo familiare, per godersi l’eredità lasciata a Virginia dalla madre.

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Nel convento era considerata la “Signora”, riverita e potente; alcuni, però, avevano via via saputo leggere in lei una sorta di inquietudine interiore e l’avevano quasi guidata, passo a passo, allo scopo di rendersela amica ed ottenere vantaggi, verso le braccia di Paolo Osio, il nobile che viveva nel palazzo accanto al convento.

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Si sentiva vittima anche di Don Arrigone, il curato della chiesa vicina. Egli, che già aveva un’amante in canonica, aveva tessuto una trama diabolica, conducendo la monaca con bugie, stratagemmi e “incantamenti” (anche una calamita benedetta, fatta baciare ai due innamorati) a cedere al desiderio di Paolo, amico e benefattore del religioso.

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Il parroco, che forse desiderava anche per sè Virginia, per interesse o trofeo sociale, sarà condannato dal Tribunale a tre anni di remi su una nave spagnola nel Regno di Napoli.

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Virginia aveva cercato in ogni modo di allontanare Paolo dalla sua vita: aveva gettato le chiavi con le quali il nobile entrava in convento, grazie anche alla complicità non disinteressata di alcune monache. Aveva fatto voti, si era sottoposta perfino a sortilegi e filtri contro la propria passione, fatti anche con gli escrementi dell’amato.

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Le monache che le vivevano accanto coprivano quanto stava accadendo, anche per raccogliere le briciole del vigore di Paolo, quando Virginia si rifiutava o cadeva ammalata, forse per il senso di colpa.

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Le consorelle l’avevano anche aiutata quando Virginia aveva partorito prima un bimbo nato morto, successivamente la piccola Alma, frutto di quelle due anime piene di amore e di tormenti. Paolo aveva riconosciuto la bimba, che era vissuta nel palazzo accanto al monastero. Forse il ricordo di questa figlia, un sacchettino con un ricciolo, accompagnò Virginia nei pensieri della sua lunga prigionia.

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A Monza lo “strano” matrimonio tra Paolo e la “Signora” era sulla bocca di tutti e troppi sapevano e parlavano. Caterina, una conversa, cameriera di Virginia, minacciò di svelare tutta la tresca ai superiori della Diocesi.

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Forse sarebbe bastato comperare il suo silenzio; Paolo, invece, in un estremo tentativo di difendere l’onore dell’amata, fece tacere per sempre la conversa, inscenandone la fuga. Certi delitti sono ancora gli stessi dopo secoli…

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A questo omicidio ne seguirono altri. Furono uccisi dai suoi bravi lo speziale e il fabbro che avevano parlato troppo.

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Tutto precipitò: Virginia, che non aveva voluto ascoltare per tempo gli ammonimenti del Cardinale, Federigo Borromeo, venne arrestata e condotta a Milano presso il monastero di Sant’Ulderico al Bocchetto a Porta Vercellina.

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resti del chiostro durante la demolizione

Osio, accusato di omicidio, si era nascosto in convento su consiglio di Don Arrigone. A questo punto non poté far altro che fuggire rifugiandosi nella Bergamasca, allora sotto la Repubblica di Venezia.

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Durante la fuga Paolo cercò di liberarsi con la violenza delle due monache che lo avevano seguito, spaventate dalle accuse che avrebbero potuto esser loro rivolte. Tuttavia Suor Ottavia e Suor Benedetta riuscirono a sopravvivere. Furono arrestate e confessarono sotto tortura quanto era avvenuto al convento di Monza, dando conferma dei delitti commessi. Suor Ottavia morì per le ferite, mentre Suor Benedetta venne murata viva come altre due consorelle complici dell’accaduto.

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Paolo, ormai braccato, tentò con ogni mezzo di salvare Virginia, tornando a Milano e mettendo a repentaglio la propria vita. Si rifugiò nel palazzo dell’amico conte Taverna e qui sarà fatto uccidere a tradimento dal nobile, legato al governatore spagnolo e allettato dalla taglia.

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Si dice che ancora oggi, in quello che ora si chiama Palazzo Isimbardi, in corso Monforte, si sentano misteriosi rumori provenire dai sotterranei, dove fu ucciso il nobile.

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continua…