Riciclando in verde: una pianta facile facile, il Sedum palmeri

Oggi parliamo di una pianta facile facile, dalla generosa fioritura, adatta anche ai pollici più neri: il Sedum palmeri.

 

E’ una succulenta sempreverde che cresce in piccoli vasi come in spazi più grandi, facilissima da curare (anzi fa quasi tutto da sola), fiorisce da fine inverno a piena estate e, come se non bastasse, è anche decorativa da sola o insieme ad altre piante.

 

Originaria delle montagne messicane è molto resistente anche se vi dimenticate per un po’ di bagnarla. Non si sviluppa molto in altezza ma si allarga se trova spazio o, se posta in un vaso, diventa ricadente, quasi una cascata verde.

 

Le foglie sono carnose e formano piccole rose verdi. Durante la stagione fredda i bordi si colorano di rosso. Anche se siamo in pieno inverno, però le nostre piantine si preparano a fiorire con accenni di piccoli grappoli.

 

I fiorellini, infatti, a forma di stelline gialle, si aprono su tanti grappolini che riescono a dare pennellate di colore ai nostri balconi. Aspettiamo solo qualche settimana… Per ora guardiamoli in questa composizione della primavera scorsa.

 

Il Sedum palmeri vive bene all’aperto; in casa i rametti si allungano e si assottigliano rischiando di spezzarsi. E’ una pianta così generosa, però, che a volte stacco qualche rosetta e con una tazzina un po’ sbreccata, una vecchia caffettiera e un po’ di terra, creo un angolino verde in cucina o su un tavolino.

 

Si riproduce con facilità: staccate un rametto o una rosetta col suo piccolo gambo e mettetelo direttamente in terra… cresceranno presto rigogliosi. Un consiglio: se avete una vicina o un’amica che hanno vasi di questa piantina un po’ cenerentola e poco considerata dai vivaisti, fatevi regalare una talea. Potrete poi ringraziare donando una piccola composizione fatta da voi con questa piantina.

 

A proposito di composizioni: ho utilizzato varie specie di Sedum palmeri; ecco alcune creazioni. Vi piacciono?

 

Se siete interessati a come realizzarle, contattatemi pure!

Un abbraccio a tutto green dalla vostra Francesca!

A presto…

San Maurizio, una chiesa museo (parte prima)

 

Corso Magenta è una delle vie più ricche di storia milanese e di cose da vedere: inizia con i resti del Palazzo Imperiale Romano di via Brisa e termina con gli edifici Liberty (casa Laugier e Farmacia Santa Teresa) all’angolo con piazzale Baracca. Percorrendolo, a piedi o in tram, incontriamo via via il Cenacolo, Santa Maria delle Grazie, la Casa degli Atellani con la Vigna di Leonardo, Casa Medici e altri palazzi storici (Litta, Stelline), il Museo Archeologico e la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore. Il corso ci mostra interessanti facciate di molti edifici, ma, per scoprirne i tesori, dobbiamo entrare, quasi un invito a comprendere che Milano è soprattutto bella dentro.

 

San Maurizio al Monastero Maggiore

La nostra passeggiata di oggi ci porta in corso Magenta 15 per visitare la chiesa di San Maurizio, che faceva parte del Monastero Maggiore. L’ingresso è, cosa rara oggi, libero e gratuito, grazie anche ai Volontari del Touring Club. La facciata in pietra grigia non lascia intuire l’interno di questa chiesa museo.

 

Entrare a San Maurizio è come immergersi in un ambiente tutto affrescato dai migliori artisti del Cinquecento lombardo e dalle loro scuole (Bernardino Luini e figli, Simone Peterzano…).

 

Qui la pittura sembra fondersi con l’architettura, il sacro con il profano e possiamo anche cogliere uno spaccato della società milanese della prima metà del Cinquecento.

 

Un po’ di storia

Il Monastero Maggiore è stato il primo e, senza dubbio, il più importante di Milano riservato alle donne.

 

L’area dove sorse è quella del Circo Romano, del quale si conserva una torre quadrata che è il “campanile” (ora senza più le campane) di San Maurizio.

 

Accanto a questa si trova un’altra torre, poligonale con ben ventiquattro lati, che faceva parte delle mura di Mediolanum ed che ora, splendidamente restaurata, costituisce un settore del Civico Museo Archeologico.

 

Un tempo era, però, usata come infermeria del convento e, prima ancora, probabilmente come luogo di culto per onorare i Cristiani che si pensava vi fossero stati reclusi. Oggi rimangono alcuni affreschi di quel periodo.

 

Per immaginare come fosse un tempo il monastero, andiamo all’adiacente Civico Museo Archeologico, che conserva anche la cripta, i chiostri sopravvissuti e il portone principale.

 

Per uno scorcio un po’ insolito di questo complesso, andiamo, invece, in via Bernardino Luini, sul fianco di San Maurizio. Qui possiamo vedere le due torri insieme da un’altra angolazione.

 

La fondazione, vera o presunta, di questo storico complesso monastico risalirebbe, secondo una tradizione raccontata anche dagli affreschi di San Maurizio, a San Sigismondo, Re dei Burgundi, nella seconda metà del VI secolo. San Sigismondo aveva dedicato in precedenza a San Maurizio una chiesa nell’odierna St. Moritz, sul luogo dove il comandante romano, con la sua Legione Tebea, era stato decapitato per essersi rifiutato, assieme ai suoi soldati, di uccidere i cristiani.

 

Anche San Sigismondo subì poi il martirio e fu gettato in un pozzo con la sua famiglia. Nell’ affresco affresco il Santo offre in dono un modello della chiesa a San Maurizio.

 

Nel corso dei secoli, il monastero venne ampliato con terreni e giardini e anche la chiesa venne rifatta più volte. Infine il convento venne soppresso dalla Repubblica Cisalpina. Tutto passò poi al Demanio: gli orti divennero strade ed edifici. Dell’antico monastero Maggiore restano per fortuna la chiesa di San Maurizio e i chiostri del Museo Archeologico.

L’interno di San Maurizio

L’attuale chiesa, iniziata nel 1503, probabilmente al posto di una più piccola, fu realizzata, forse, dal Dolcebuono o dal Bramantino. Importanti sponsor di San Maurizio sarebbero stati Ippolita Sforza, nipote di Ludovico il Moro, e il marito, Alessandro Bentivoglio, che vediamo ritratti in due affreschi ai lati del quadro sopra l’altare.

 

La chiesa, composta da una sola navata, non è imponente (metri 49,20 per 16,40) ed è suddivisa in due parti diseguali da un muro che non arriva alla volta. La prima parte era riservata ai fedeli, mentre la seconda, o coro, alle monache di clausura.

 

Sull’intera navata si aprono diverse cappelle, tutte riccamente affrescate, sopra le quali corre un lungo matroneo, suddiviso da robuste pareti.

 

Sotto la volta tutta decorata si aprono piccole finestre che creano uno scenografico gioco di luci.

 

Appoggiato al muro divisorio, nella parte pubblica, si trova l’altare maggiore di epoca più tarda, decorato anche con pietre preziose; sopra di questo si trova una doppia grata che permetteva anche alle monache di clausura di partecipare alla Messa e di ricevere l’Eucaristia attraverso il cosiddetto “comunichino”, una piccola apertura chiusa da uno sportello.

Si ritiene che questa grata, prima della Controriforma, fosse molto più grande e che sia stata ridotta alle dimensioni attuali murando la sua parte superiore, dove ora si trova un grande quadro con l’Adorazione dei Magi di Antonio Campi.

 

Da una piccola porta alla sinistra dell’altare si accede, salendo due gradini, all’ aula riservata alle religiose, con il grande coro ligneo di ben cento stalli, progettato, probabilmente, dallo stesso architetto della chiesa.

 

Da qui si alzava la dolce melodia del canto polifonico delle suore che raggiungeva anche i fedeli attraverso gli spazi vuoti sopra l’altare. Era accompagnato dalle note dello splendido organo realizzato tra il 1554 e il 1557 da Gian Giacomo Antegnati, autore anche di quello del Duomo.

Anche l’aula delle monache è riccamente affrescata con scene bibliche e di dolci paesaggi lombardi, ai quali le suore di clausura avevano rinunciato.

 

In una cappella una serie di scene bibliche è dedicata al Diluvio Universale. Gli animali (compresi due mitici unicorni!) salgono a coppie sull’Arca. Guardiamo, però, in basso a sinistra: i cani sono tre!!! Sembra che il terzo sia una sorta di logo usato dall’autore del dipinto…

 

Non abbiamo ancora parlato dei vari personaggi raffigurati negli affreschi… Ci sono ancora tante cose da vedere e tante storie da raccontare, compresa quelle di una dark Lady dell’epoca.

A presto…

Aspettando i Magi

Il Vangelo di Matteo è il solo che parla, sia pure brevemente, dei Magi(2, 1-12)

1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3[…] Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12

Matteo li chiama “Magoi” che nella cultura del tempo, erano indovini/astrologi di origine persiana che celebravano riti in onore della Luce, attendendo lo “Saoshyant” che sarebbe nato da una Vergine, discendente da Zarathustra, annunciato da una stella… Questo “Salvatore” divino avrebbe sconfitto le tenebre e portato con sè la resurrezione e l’immortalità degli uomini.

Secondo la tradizione cristiana, i Magi sono i primi non ebrei ad aver riconosciuto e adorato il Divino Bambino. Ma da dove venivano? Quanti erano? Come si chiamavano? Le ipotesi e le interpretazioni restano avvolte e trascinate nella scia della Cometa.

Secondo alcuni, i Magi rappresentano le tre razze umane al tempo conosciute (bianca, gialla, nera), originate dai tre figli di Noè (Sem, Cam e Jafet), secondo altri i tre continenti allora noti, secondo altri ancora le tre età della vita (giovinezza, maturità e vecchiaia). Tutte ipotesi legate al numero tre, tanto che anche i Magi, come i loro doni, sono rappresentati in tre, numero simbolico per eccellenza.

La nostra città è sempre stata molto devota ai Magi e legata al culto delle loro reliquie, parte delle quali è conservata nella basilica di Sant’Eustorgio.

Inoltre, nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli, si trova l’antico sarcofago di San Celso sul quale sono scolpiti anche i tre Magi.

Da notare che non portano la corona, ma indossano il berretto frigio degli antichi sacerdoti persiani, come quelli raffigurati a Ravenna, nella chiesa di Sant’Apollinare.

Secondo una attuale interpretazione i Magi di San Celso rappresentano il nostro rapporto con la Fede: c’è chi già la possiede, chi è alla sua ricerca, chi ha bisogno di aiuto per raggiungerla, come il Mago che si appoggia a quello che lo precede per farsi guidare.

Questa interpretazione ci ha ricordato un passo del “Milione” di Marco Polo che riguarda i Magi.

“In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque, […] l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. […] E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra,…”
(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

Ciascun Mago, da solo, davanti al Signore, riusciva a vedere unicamente se stesso; solamente quando furono tutti e tre insieme riuscirono a vederLo. Quindi, anche tutti noi insieme potremmo riuscire ad abbandonare, almeno un po’, il nostro egocentrismo e il culto di noi stessi?

A presto…

 

 

 

Benvenuto 2023!

Il 24 dicembre 1968 gli astronauti dell’Apollo 8 videro, dalla loro capsula, la Terra che sembrava sorgere dietro la Luna. Scattarono insieme questa foto, fuori programma, e tutto il mondo potè ammirare, dopo millenni di sogni, l’Earthrise.

 

Con questa immagine, al sorgere del Nuovo Anno, auguriamo che, pur fra mille difficoltà, con coraggio, fiducia e tenacia si possano realizzare non solo i progetti, ma anche le speranze e i sogni. A tutti un affettuoso, sincero augurio di

Buon Anno!!!

A presto…

 

 

 

 

Natale 2022: il lungo viaggio dell’Albero di Natale e del Presepe

Ma è nato prima l’Albero o il Presepe? Ce lo siamo chiesti, davanti a una fetta di panettone, dopo aver addobbato il nostro abete ecologico e fatto il presepe con le statuine arrivate, Natale dopo Natale, nelle nostre vite. In effetti la “rinascita” che ci porta il Natale comincia proprio da loro, dalle statuine che escono, una dopo l’altra, dallo scatolone che le custodisce durante l’anno e dall’albero che, come per magia, sembra rigermogliare in pieno dicembre.

Natale è… l’Albero

I nostri antenati Celti pensavano che un albero reggesse la volta del cielo. Un po’ di allora sembra esserci anche oggi guardando l’albero e la cupola della Galleria.

La storia dell’Albero di Natale viene da lontano. Per propiziare il ritorno delle giornate di luce, si addobbavano, al solstizio d’inverno, alberi con frutti come speranza di prosperità e abbondanza. Anche oggi…

Una leggenda racconta che nel 700 d.C. San Bonifacio, durante un viaggio per evangelizzare la Germania, si imbattè in un gruppo di pagani che, intorno ad una quercia, stavano compiendo un sacrificio umano per propiziare la rinascita della natura e la prosperità. il monaco si fermò, salvò il bambino che stava per essere sacrificato e “insegnò” ad adornare le porte delle case con un ramo di abete, pianta sempreverde con la quale erano costruite le capanne. Diede in questo modo, un valore più intimo e familiare, oltre che collettivo, al rito del solstizio.

 

Ancora oggi ci sono alberi “pubblici” e altri “familiari”. I primi illuminano piazze e sono bellissimi, ma un po’ aristocratici perché quasi sempre in luoghi VIP.

 

Alberi illuminano anche i negozi e i locali per attirare il pubblico e condurlo nel lungo viaggio verso il Natale.

 

La prima “uscita” pubblica in una piazza dell’Albero di Natale sembra sia avvenuta a Tallinn, in Estonia, nel 1441 quando, davanti al Municipio, venne posto un abete intorno al quale i giovani danzavano per trovare l’anima gemella. Ecco l’Albero 2022 davanti al Duomo, luogo di incontro per tutti i milanesi.

 

Gli antichi Romani erano soliti donare un ramo di sempreverde alle Calende di Gennaio come buon auspicio. Anche oggi, come allora, è bello regalare dei fiori come augurio.

Dove facciamo l’Albero nelle nostre case? Prima interior designer natalizia è stata la duchessa di Brieg che, nel 1661, avendo visto un angolo spoglio in uno dei suoi saloni, vi fece porre un abete come complemento d’arredo. Pubblici o privati, tradizionali o creativi, gli Alberi danno sempre colore e aria di festa.

 

Altre due tappe nel “viaggio del tempo” degli Alberi. La Regina Vittoria, col consorte Alberto, fece dell’Albero quasi un simbolo del Natale familiare; Papa Giovanni Paolo II, per primo, fece allestire un Albero, venuto dalla Polonia, in piazza San Pietro.

 

Natale è… il Presepe

Da qualche anno il Presepe sembra essere un po’ in secondo piano rispetto agli Alberi di Natale e ad altre decorazioni più appariscenti. Lo ritroviamo, però, sempre nelle chiese, spesso stilizzato ed elegante, e, pensiamo, nell’intimità di molte case.

 

 

Eppure il Presepe non manca mai di lasciare a bocca aperta i bambini che lo guardano con la stessa meraviglia del “pastore dello stupore”, statuina del Presepe classico che rimane attonito, a braccia spalancate, davanti alla Natività, portando in dono, come dice una leggenda, “solo” la propria capacità di meravigliarsi davanti alla meraviglia del Mistero.

 

Perchè il Presepe mantiene questo fascino, quasi magnetico, anche oggi? Viene dal tempo e affonda le sue radici in antiche storie, come quella di Mitra (nato da una vergine, in una grotta, al solstizio d’Inverno), del Sol Invictus romano che vince le tenebre, e di molte altre mitologie che narravano di un dio bambino, che nasce e, crescendo, fa allungare le ore di luce. Ecco il nostro Gesù Bambino!

 

 

La data ufficiale della nascita del Presepe cristiano viene fatta risalire al 1223 quando San Francesco, pochi giorni prima di Natale, realizzò a Greccio il primo Presepe vivente, senza però il Bambinello, rappresentato dall’Eucarestia celebrata su un altare sopra la mangiatoia.

 

Il Presepe è un villaggio di simboli, quasi un fermo-immagine della Natività. Si ripete in luoghi e tempi diversi; infatti non si riproduce solo un villaggio palestinese di quell’epoca, ma possono fare, via via, la loro comparsa anche personaggi anacronistici per quel periodo.

 

Siamo di fronte ad una storia, al ricordo di un “fatto” che coinvolge tutto il Creato, uomini e animali compresi, uniti attorno alla Sacra Famiglia.

I personaggi classici del Presepe sono pastori (tra cui Gelindo, che porta un agnello sulle spalle, e Benino, che dorme e non si accorge di quanto stia accadendo), pescatori, lavandaie, venditori di cibi, osti… talvolta sembrano quasi uniti in un rito collettivo per propiziare l’abbondanza.

 

In questo villaggio arrivano, alla dodicesima notte, i Re Magi che rappresentano, con le loro razze ed età diverse, tutto il Mondo, una sorta di villaggio globale. Ci manca solo una Regina Maga… chissà se prima o poi..,

 

Anche i luoghi del Presepe sono simbolici: ci sono monti e torrenti, ponti, pozzi, rovine di templi pagani, case, locande e la Grotta, buio del mondo e del cuore umano che cerca la Luce.

Da sempre gli uomini guardano alle stelle per cercare segnali astronomici e astrologici venuti dal Cielo. Altro importante simbolo del Presepe è la Stella, che guida, come un antico Google Map, e indica la strada verso Betlemme.

 

Da quanto tempo abbiamo simboli come l’Albero e il Presepe? Sono storie antiche… Si è fatto tardi, si avvicina mezzanotte! Avvistato Babbo Natale!!!

A tutti un sereno, gioioso e affettuoso

Buon Natale!!!

A presto…

 

 

 

 

Santa Maria della Pace, una chiesa difficile da visitare

Oggi è la festa dell’Immacolata che, con Sant’Ambrogio, rappresenta per tutti i milanesi l’inizio del periodo natalizio.

 

Siamo in un momento non facile, tormentato da guerre in atto, dure repressioni e violenze in molti paesi del mondo. Per questo, oggi, parliamo della chiesa di Santa Maria della Pace, bellissima, dalla storia tribolata, difficile da vedere… come la Pace.

 

Questa chiesa si trova in via San Barnaba, alle spalle del Palazzo di Giustizia. Sembra quasi in disparte, chiusa da un cancello che la esclude dalle visite dei fedeli.

 

Da alcuni anni è in uso, con alcuni bassi edifici di pertinenza, all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e viene aperta al pubblico solo il primo giovedì del mese con orario piuttosto limitato.

 

Non è facile dunque visitarla, anche se ha tanta storia di Milano da raccontare. Venne, infatti, fatta costruire, assieme all’adiacente convento (oggi Chiostri dell’Umanitaria) nel XV secolo grazie alle donazioni di Bianca Maria Visconti e del figlio Galeazzo Maria Sforza per Amedeo Menez da Silva, frate francescano portoghese, non sempre ortodosso, con fama di taumaturgo, oggi Beato.

 

Di lui sappiamo che ispirò non poco anche l’opera di Leonardo da Vinci, presente a quei tempi a Milano.

 

 

Erano anni molto importanti per l’architettura milanese che vide nascere la Ca’ Granda, Santa Maria delle Grazie e San Pietro in Gessate, con i loro caldi mattoni a vista, così milanesi.

San Pietro in Gessate

 

Santa Maria della Pace fu realizzata in circa trent’anni (1466/97) ed ha un’unica navata con diverse cappelle; nel Cinquecento le fu aggiunto il campanile.

 

Ora appare piuttosto spoglia, se si escludono gli affreschi sopra l’altare, che, però, si possono guardare da piuttosto lontano.

In passato aveva altri affreschi molto importanti, poi spostati in altre sedi o andati perduti. Ora sui capitelli rimangono ancora gli stemmi del Ducato e, se guardiamo verso l’alto, possiamo vedere ciò che resta di alcuni dipinti e le parole PAX e IHS ripetute sulla volta, quasi un invito alla preghiera.

La storia di questa chiesa è stata molto tribolata durante l’Ottocento. Venne sconsacrata da Napoleone, utilizzata come magazzino, ospedale, scuderia. Infine venne acquistata da una importante famiglia e trasformata in una sala per concerti di musica sacra, il famoso Salone Perosi, che poteva contare sullo splendido organo di Pietro Bernasconi del 1891.

 

Agli inizi del Novecento la chiesa venne riconsacrata e passò alle Suore di Santa Maria Riparatrice, che vi restarono fino a metà degli anni Sessanta. Poco dopo venne acquistata dall’Ordine del Santo Sepolcro, che trasferì, negli edifici adiacenti, la propria Luogotenenza per l’Italia Settentrionale.

 

Quest’Ordine, che risale ai tempi della Prima Crociata, era stato fondato da Goffredo da Buglione nel 1099 per la difesa dei valori cristiani. Attualmente si occupa di sostenere scuole interreligiose in Terra Santa e altre opere sociali.

 

Chiudiamo questa breve “visita” sostando davanti a Lei, la Madonna della Pace. Posto in una cappella, il dipinto mostra il Bambino in una mandorla dorata come culla, vegliato da Maria con un abito tempestato dalla parola PAX, un bene prezioso dal valore inestimabile.

A presto…

 

 

 

 

I Templari c’entrano sempre… Itinerario DOC a Milano (parte terza)

Riprendiamo il nostro itinerario sulle tracce dei Templari a Milano, che avevano fondato, come ci suggerisce la toponomastica, una precettoria, o commenda, nella via omonima, circondata da campi coltivati (orti, brolo) e boschi (braida).

 

Chi erano i Templari, come erano giunti nella nostra città e quali tracce si sono salvate dall’oblio in cui furono fatti precipitare?

 Venerdì 13 e altre curiosità

Il loro fascino oscuro, fatto di storie e leggende, continua ancora oggi persino nei modi di dire. Perchè, ad esempio, diciamo che Venerdì 13 è un giorno sfortunato? Nel lontano 1307, venerdì 13 ottobre, i Templari vennero fatti arrestare dal Re di Francia, Filippo il Bello. Iniziò così la loro fine, fuga o “metamorfosi”.

 

 

Perchè le caravelle di Colombo (quasi duecento anni dopo) avevano sulle vele la croce templare? Sappiamo che il suocero portoghese del navigatore era un cartografo. Aveva forse antiche mappe segrete indicanti rotte per nuove terre oltre oceano? I Templari ci erano forse già stati?

 

 

Un’altra curiosità: diversi articoli riportano studi che hanno esaminato la dieta di questi monaci guerrieri, molto più longevi (salvo, ovviamente, morti violente) dei loro contemporanei.

https://www.lacucinaitaliana.it/news/salute-e-nutrizione/il-segreto-della-longevita-la-dieta-dei-templari/

I Templari, è stato scoperto, seguivano una dieta “mediterranea”, ricca di Omega3 e di succo di aloe, come consigliano oggi, con ben altre conoscenze, i più moderni nutrizionisti.

 

 

La nascita dei Templari. Storia e leggende

Ancora una volta la toponomastica di Porta Romana ci indica un lontano passato.

 

 

Già dai primi secoli i pellegrinaggi a Roma e in Terra Santa erano una pratica di fede. Con un bastone, una bisaccia e un cappello, i pellegrini cercavano di raggiungere per terra (attraverso la penisola balcanica) o per mare (da Brindisi dove termina la Via Appia) la Palestina. 

 

 

Il viaggio non era certo facile e agevole. Non solo strade polverose, boschi, imboscate di briganti, malattie, ma anche la situazione politica della zona era pericolosa per le contese coi musulmani per i luoghi sacri. La basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che era caduta in mani arabe, era stata riconquistata nella Prima Crociata nel 1099.

 

 

Quando, però, i Crociati iniziarono a fare ritorno in patria, i pellegrini furono nuovamente attaccati da briganti e predoni saraceni. Nel 1114 il cavaliere francese Hugues de Payns, giunse a Gerusalemme con altri nove cavalieri ed ebbe l’idea di istituire una comunità di monaci-guerrieri in difesa armata dei pellegrini, dei Luoghi Santi e, forse, anche per cercare “qualcosa”…

 

 

Il Re di Gerusalemme assegnò loro una postazione sulle rovine dell’antico Tempio di Salomone, con gli immensi sotterranei come “scuderie”. Era un luogo carico di fede e di “reliquie” leggendarie…

 

 

Quando, nel 1119, un gruppo di settecento pellegrini disarmati fu brutalmente attaccato dai saraceni, il progetto di Hugues de Payns venne autorizzato. Si costituì così l’Ordine dei Templari (da “Tempio”) che univa gli ideali della cavalleria a quelli della religione. Loro ideologo fu San Bernardo da Clairvaux che scrisse la regola a cui doveva attenersi la “nova militia”. 

 

 

Intanto, per studiare testi e antichi saperi, forse là ritrovati, si era riunito, in una Abbazia francese, il meglio dei dotti cristiani, rabbini e arabi. I nove cavalieri restarono a Gerusalemme ben dieci anni a scavare tra le rovine del Tempio. Cosa cercavano? Fecero poi ritorno in Francia nel 1128 con un enorme bagaglio di conoscenze che furono applicate in diversi campi (architettura, scoperte geografiche, nozioni “arcane” per l’epoca, che offrirono poi il pretesto per accusare in seguito i Templari anche di stregonaria).

 

 

A Milano

In pochi anni i Templari crebbero di numero e di potere. Si occuparono anche, nei diversi paesi, di agricoltura e di economia. I breve divennero una potenza economica pari a quella di altri Stati, come la Francia. A loro si deve anche l’invenzione della “lettera di credito”, un sistema per cui un pellegrino poteva riscuotere altrove il denaro che aveva già versato ai Templari. Una sorta di moderno Travellers Cheque .

 

 

A Milano giunsero tra il 1132 e il 1135 al seguito di San Bernardo. Probabilmente si fermarono nella basilica di Sant’Ambrogio dove si trovano le misteriose scacchiere a loro attribuite. In genere si dice che si riferiscano al gioco degli scacchi, ma i monaci non sembra vi giocassero. Inoltre queste scacchiere hanno un numero diverso di caselle e sono stranamente orientate. Contengono forse qualche messaggio criptato?

 

 

Sulla facciata della Basilica ci sono anche un’immagine di San Bernardo e un medaglione da interpretare…: perchè?

 

 

Altro luogo “templare” è lAbbazia di Chiaravalle (traduzione di Clairvaux) fondata da Bernardo, tra boschi e risorgive, lungo la strada che esce da Porta Romana. Anni dopo, verrà tumulata qui, nel cimitero dei monaci, Guglielmina Boema, strano personaggio, considerata prima quasi una “papessa”, poi dichiarata eretica. Infatti il suo corpo verrà poi rimosso e messo al rogo assieme ai suoi seguaci. Un’altra inquietante storia…

 

 

Nel chiostro dell’Abbazia notiamo una serie di doppie colonne, la cui origine, carica di significati simbolici, risalirebbe ai Sumeri e agli antichi Egizi. Interessanti sono anche le colonne annodate, con aquile sui capitelli, simbolo di San Giovanni Evangelista, rivolte ai quattro punti cardinali.

 

 

Un’altra doppia colonna la troviamo alla Cascina Linterno (zona Baggio) con capitelli a testa di cavallo.

 

 

Poco distante, alla Cascina Barocco, c’è sull’antico ingresso una croce templare. Anche in questa zona, dunque, c’era probabilmente una “grangia”, complesso di edifici e terreni retti da una comunità templare che si occupava di agricoltura avanzata, sfruttando le marcite e facendo coltivare i campi a contadini salariati.

 

 

Una Commenda templare, come abbiamo già visto, si trovava vicino a Porta Romana, poco distante dalla chiesa di San Nazaro in Brolo, dove si dice esserci una tomba templare.

 

 

Qui, o più probabilmente nella stessa Commenda, dimorò il Barbarossa quando assediò Milano, con l’esercito accampato nei prati vicini.

L’Ordine Templare aveva dunque in Milano terre coltivate, boschi, cascine, mulini, mandrie e appoggi politici. Sono documentati diversi lasciti testamentari in loro favore, tra cui le terre di un certo Fra’ Dalmazio da Verzario che potrebbe aver dato il nome all’attuale Verziere. Un’altra indicazione dalla toponomastica milanese.

La fine (o la metamorfosi)?

Le loro ingenti ricchezze erano tali da poter prestare al Re di Francia una cifra immensa; invece di onorare il debito, Filippo il Bello li accusò di eresia e di ogni altro misfatto. Il Papa prese tempo e non intervenne. I Templari vennero arrestati, imprigionati e torturati per ottenere le loro confessioni. Infine, dopo anni, furono messi al rogo, l’Ordine sciolto, i beni confiscati e cancellate anche le loro tracce.

 

 

Filippo e il Papa non sopravvissero a lungo. Jacques de Molay, il Gran Maestro messo al rogo, avrebbe lanciato loro una maledizione. Il Papa morì poco dopo e Filippo qualche mese più tardi dopo una caduta da cavallo durante una battuta di caccia, così come i suoi tre figli che, uno dopo l’altro, gli erano succeduti. Si dice anche che, secoli dopo accompagnando alla ghigliottina Luigi XVI, ultimo Re di Francia, il boia gli avrebbe sussurrato di essere un Templare e di portare a compimento la maledizione del Gran Maestro.

 

 

Infine un altro mistero: prima che i Templari fossero arrestati, la loro flotta, una delle più potenti dell’epoca, forse per una soffiata dei loro servizi segreti, partì dal porto di La Rochelle, sull’Atlantico (perchè aveva la base lì e non nel Mediterraneo?) per chissà dove, con quali segreti e con quali tesori…

In fondo i Templari c’entrano sempre.

A presto…

 

 

 

I Templari c’entrano sempre …. Itinerario DOC a porta Romana (parte seconda)

Riprendiamo il nostro itinerario sulla tracce dei Templari a Porta Romana, ancora da via Orti. In questa rara fotografia del primo Novecento, vediamo un piccolo borgo con una casa che lo chiude. Un anziano abitante della zona ci ha detto che il portone sul fondo serviva anche da passaggio tra le vie.

 

 

Solo pochi decenni prima (1870 circa), via Orti era prevalentemente agricola, con qualche casupola. Un piccolo quiz: quali campanili si riconoscono sullo sfondo?

 

 

“Là dove c’era l’erba, ora c’è una città”, cantava Celentano. La toponomastica di questa zona ci riporta a un tempo molto lontano. Infatti una piccola traversa di via Orti ha un nome molto antico, di origine longobarda: via della Braida.

 

 

Se cerchiamo sul Dizionario Treccani scopriamo che “braida” significa “campo suburbano coltivato a prato”. La via, ora, pur mantenendo un aspetto un po’ privé, ha un teatro che dà la sensazione di esser parte della scena, un bellissimo bistrot con musica dal vivo con serate di jazz ed eventi, una galleria d’arte.

 

 

Ancora la toponomastica ci svela un passato forse poco conosciuto. Via Orti, infatti, incrocia una lunga strada che tutti conosciamo: via della Commenda.

 

 

Ci sono scuole della tradizione milanese (Berchet, Majno, Istituto Zaccaria) e soprattutto il Policlinico, la Mangiagalli, la De Marchi, il Cesarina Riva… E’ di pochi mesi fa la notizia che durante alcuni scavi per rinnovare l’ospedale, sembra siano state trovate tracce di una Commenda Templare.

 

 

Infatti, proprio in questa zona, esisteva un antico insediamento di monaci-guerrieri, con intorno terreni fatti coltivare da contadini. Non avendo immagini al riguardo, riportiamo il disegno di una “Commenda” francese.

 

 

 La struttura milanese sarebbe stata localizzata tra le attuali via della Commenda e via Manfredo Fanti. C’era anche di una chiesetta templare “Santa Maria del Tempio” che, dopo aver cambiato più volte nome e, caduti i Templari, anche l’Ordine di appartenenza, sarebbe stata abbattuta per costruire la De Marchi e altri padiglioni.

 

Strano, ma vero, di questa chiesetta esistono notizie scritte, ma non abbiamo trovato alcuna immagine. Continuiamo il nostro itinerario e incontriamo un tabernacolo della Madonna, copia di un dipinto della metà del Cinquecento, presente da allora in questa zona, protetto da una grata.

 

E’ la “Madonna della Provvidenza”, conosciuta più comunemente come “Madonna della Febbre” alla quale si rivolgevano gli ammalati. Ora è inserito nella facciata dell’Istituto Zaccaria, proprio in mezzo agli ospedali.

Il nostro itinerario sulle tracce dei Templari continua…

A presto…

 

 

 

Buon Halloween !!!

 

In questa notte i nostri fantasmi ci augurano uno spaventoso Halloween.

 

 

E se ricevete questa zucca in dono, rallegratevi un momento della sua bellezza… 

 

Ad Halloween la zucca non si trasforma in carrozza come quella di Cenerentola per andare a un ballo pieno di gioia …

 

 

Il suo itinerario è molto diverso e condurrà ad una ben altra danza … 

Terrificante Halloween a tutti!

A presto…

 

 

 

I Templari c’entrano sempre… Itinerario DOC a Porta Romana (parte prima – via Orti)

Ancora una volta Milano ci lascia stupiti per le storie intriganti che, riservata e sorniona, custodisce.
L’idea iniziale per questo articolo era di fare quattropassi a Porta Romana per vedere l’ex “convento” di via Orti, diventato un mega progetto residenziale col nome di Horti, e il suo piccolo giardino da poco aperto al pubblico.

 

 

Abbiamo così scoperto una via vivacissima e l’antico passato di questa zona nella quale erano presenti i misteriosi Templari, monaci-guerrieri entrati nella leggenda. Cercheremo di scoprire le loro tracce rimaste a Milano nei prossimi articoli, in un itinerario DOC.

 

 

Andiamo con ordine partendo dalla toponomastica che, in questa ricerca, sarà una guida per ritrovare il passato sommerso che affiora qua e là, come una risorgiva nel sud della nostra città.

 

 

Via Orti. Non esiste un signor Orti o una gentile fioraia che abbiano dato il nome a questa via.
Via Orti si chiama così perché qui c’era un’area agricola appartenente al cosiddetto “Patrimonio di Sant’Ambrogio“, come venivano chiamati i terreni di proprietà dell’arcivescovado milanese. Parte di questi, in particolare, a suo tempo, erano assegnati ai Templari.

 

 

I terreni agricoli di questa zona erano extra-moenia, fuori dalla città di allora, ma poco distanti dalla Via Porticata, ora corso di Porta Romana, una delle strade principali di accesso a Milano.

 

 

Sono passati secoli e ora via Orti è stata riqualificata ed è un esempio di come la nostra città sappia crescere e trasformarsi pur riuscendo a conservare una solida concretezza tutta meneghina e una memoria storica da capire piano piano.

 

 

Si tratta di una via un po’ tante cose insieme: volti, attività e mestieri tutti diversi tra loro.

 

 

Molti negozi si trovano in case d’epoca che fanno di questa via quasi un piccolo borgo con angoli caratteristici difficili da trovare nel nostro centro storico; alcuni di questi negozi conservano le loro tradizioni, altri sono diventati bar e ristoranti più o meno di tendenza.

 

 

Le attività sono spesso artigianali, di grande gusto e qualità.

 

 

Non manca lo spazio dedicato alla cultura tradizionale con una grande libreria, ma cultura sono anche le botteghe storiche e i mestieri presenti in questo “borgo”.

 

 

Infine, dietro ad un vecchio portone, ci sono gli “Horti”, il nuovissimo centro residenziale, firmato De Lucchi, sorto al posto di un convento in disuso del quale si conserva la vecchia chiesa trasformata in SPA… per il benessere del corpo.

 

L’area faceva parte di un complesso religioso-assistenziale del quale è ancora attiva la Fondazione Moscati, per la cura delle persone anziane in difficoltà.

 

La nuova struttura residenziale ha cercato di mantenere un po’ di sapore antico con le persiane e alcuni giardinetti privati.

 

 

Davanti alla residenza è stato ricavato un piccolo giardino aperto al pubblico con qualche panchina e spazi verdi con erbe officinali e aromatiche, come era un tempo.

 

Per ora non sembra uno spazio vivace, forse manca ancora la gente… Perchè non andarlo a vedere magari con un libro sui Templari?

 

 

Nei prossimi articoli seguiremo le antiche tracce dei Templari e la loro tragica e misteriosa storia ci farà conoscere qualche altro tassello della nostra città.

A presto…