Quattro chiacchiere semiserie tra le statue di donna della nostra città

“Hai sentito l’ultima? Si dice, con grandi bla bla, che da poco è stata inaugurata a Milano la prima statua dedicata a una donna, la Principessa Cristina Belgioioso.

E noi chi siamo? Il nostro corpo provocante aveva dato così scandalo, a inizio Novecento nel primo periodo Liberty, che ci hanno persino sfrattato dalla nostra casa, Palazzo Castiglioni, la cosiddetta Ca’ di ciapp, in corso Venezia.

Ora siamo alla clinica Columbus. Rappresentiamo la Pace e l’Industria, ma di noi tutti ricordano il nostro lato B.”

“Anche noi siamo un po’ discinte e abbiamo cambiato casa, dal ponte sul Naviglio a quello del Parco Sempione. Siamo melusine, come quella di Starbucks e abbiamo anche un cognome: le Sorelle Ghisini”.

“Ma voi siete sirenette… dicono che nella nostra città statue di donne vere non ce ne siano mai state, ma solo allegorie, figure mitologiche, come noi (le Tre Grazie di Salvatore Fiume in piazza Piemonte) …”

“Ciao, ci sono anch’io, sono Personaggio, la statua di donna in mezzo a via Vittor Pisani, scolpita da una donna, Rachele Bianchi, e mi trovo qui dal 2016.

Chi vi ha mai parlato di me? Che cosa rappresento? Ciascuno sembra dire la sua, per qualcuno sono la donna comune di Milano.. Certo che non sono una grande bellezza, però non ho le calze come le influencer di oggi”

” Anche noi siamo allegorie: siamo l’Italia Turrita (Giardini Montanelli), le Cinque Giornate (piazza Cinque Giornate), la Nuova Legge (ma forse sono stata il modello per la Statua della Libertà di New York e mi trovo sulla facciata del Duomo), il Dolore della Guerra che falcia giovani vite innocenti (Piccoli Martiri di Gorla)”

“Noi, invece, non siamo allegorie, le nostre vite erano vere e le abbiamo date anche per chi adesso neanche ci conosce, nè sa di noi. I nostri nomi di Donne Partigiane sono incisi sul monumento Fischia il Vento alla Barona.

E quante altre donne milanesi straordinarie non hanno mai avuto un monumento? Pensiamo alla Gaetana Agnesi, nata in via Pantano nel Settecento. Era coltissima, anticonformista, generosa. A scuola si studia ancora oggi un suo teorema, ha diretto con onestà la Baggina, ha vissuto con le “ultime” davvero, donne misere e considerate pazze. Le è stata dedicata una scuola, ma non ha ancora una statua nè un murale. Forse la sua modestia non è di moda?”

E poi c’è Lei, la più conosciuta che tiene accanto a sè un’alabarda come una guerriera.

Sotto di Lei ci sono schiere di donne forti e tenere come il marmo di Candoglia di cui sono fatte, che, guarda caso, è rosa.

A presto…

Una statua per Cristina Belgioioso, una protagonista del Risorgimento

È la prima milanese a cui è stato dedicato un monumento nella nostra città. Inaugurato qualche settimana fa e realizzato in bronzo da Giuseppe Bergomi, la statua di Cristina Belgioioso si trova nella piazzetta omonima vicino al palazzo del marito e alla casa del Manzoni.

In quest’opera Cristina è raffigurata nell’atto di alzarsi, interrompendo la lettura o quanto stava scrivendo.

L’idea del movimento è accentuata dalle balze dell’abito e dal colletto slacciato dal quale emerge un viso intenso, coi capelli raccolti e occhi grandi, aperti sulla realtà che la circonda.

La storia racconta che fu donna del Risorgimento, amica e sostenitrice di molte imprese e personaggi dell’Ottocento, scrittrice e animatrice di salotti, protagonista di cento avventure e tante vite. Ma chi fu veramente Cristina?

La sua storia

Cristina Trivulzio nacque il 28 giugno 1808 nel palazzo di famiglia in piazza Sant’Alessandro, discendente dell’antica dinastia della quale faceva parte quel Gian Giacomo, Maresciallo di Francia e grande condottiero, che sconfisse Ludovico il Moro, facendo cadere Milano sotto la dominazione francese.

La bimba fu battezzata con una sfilza di nomi nella vicina chiesa di Sant’Alessandro. Purtroppo rimase presto orfana di padre ed erede di leggendarie ricchezze e opere d’arte di inestimabile valore, di cui sarebbe venuta in possesso con la maggiore età o il matrimonio.

La madre Vittoria si risposò presto ed ebbe altri quattro figli dal nuovo marito, il Marchese Alessandro Visconti d’Aragona, che fece da buon patrigno a Cristina, legata per tutta la vita ai fratellastri.

Alessandro era un nobile di simpatie carbonare tanto da essere arrestato e imprigionato. Quando fu rilasciato, due anni dopo, era sconfitto nel corpo e nello spirito e la famiglia era ormai entrata sotto il controllo del Grande Fratello austriaco.

Cristina venne educata come una fanciulla dell’alta aristocrazia milanese del tempo, con ottimi insegnanti, tra i quali anche una pittrice, Ernesta Bisi, affiliata alla Carboneria, che le restò sempre amica.

La Marchesina apparteneva dunque ad una casata illustre, aveva una ricchezza inestimabile, buona cultura e un aspetto gradevole, forse vagamente dark… Come non essere chiesta in moglie?

Una zia, che faceva parte dell’aristocrazia milanese filoaustriaca, propose di unire famiglia e patrimonio Trivulzio facendole sposare il proprio figlio Giorgio. Cristina, però, rifiutò scegliendo invece un altro cugino, il Principe Emilio Barbiano di Belgioioso d’Este, bello, brillante, intelligente, ma libertino e dedito al gioco.

Le fastose nozze si tennero nella chiesa di San Fedele. La sedicenne Cristina, col matrimonio, divenne Principessa ed ebbe la disponibilità dell’enorme ricchezza degli avi.

Non fu, però, una unione felice, come aveva profetizzato un nobile, il Conte Crivelli, nei versi di uno scherzoso canto nuziale che Cristina conservò sempre tra le sue carte: “E sarà dunque ver, Cristina bella?/un “pezzo” principesco hai tu voluto?/che poi che teco alquanto avrà goduto/lussureggiando andrà con questa e quella/…/ma come indietro non si ritorna,/render solo potrai corna su corna”.

Purtroppo il Conte aveva ragione; dopo quattro anni, infatti, i coniugi si separarono amichevolmente e la Principessa, a vent’anni, si ritrovò libera, ricchissima e… ammalata di sifilide.

Intanto l’Occhio del Grande Fratello VIP, il Barone Carlo Torresani, capo della polizia austriaca a Milano, controllava Cristina, attento non solo alle frequentazioni e ai finanziamenti a favore dei movimenti risorgimentali, ma anche alla sua “moralità”. Ci furono, per tutta la vita, calunnie, “spetteguless”, anche confisca di beni e del passaporto, che poi la Principessa riusciva in qualche modo a riavere, del tutto o in parte, grazie alle conoscenze importanti del “contesto giusto” in cui viveva.

Nei suoi tanti viaggi in Italia e in Francia, spesso ufficialmente per curarsi, Cristina visse nel groviglio risorgimentale italiano facendo spesso da bancomat quasi illimitato. Fu anche l’animatrice di un salotto parigino dove si poteva incontrare il meglio di artisti e intellettuali.

Nella primavera del 1838, a Parigi, Cristina si accorse di aspettare un bambino, la cui paternità resta un mistero. Forse il padre era un famoso storico e intellettuale col quale la Principessa restò sempre in contatto, o forse un giovane e bellissimo musicista. In ogni caso Cristina fu e rimase la madre single di Maria.

Tra discussioni, studi e libri, la Principessa si avvicinò alla dottrina sociale della Chiesa e, tornata in Italia, si accorse della miseria e del degrado in cui vivevano i suoi contadini del castello avito di Locate.

Fondò un asilo, scuole, corsi di igiene, una cucina pubblica per bisognosi. Passò così per “sovversiva”, tanto che il buon Manzoni commentò: “Con la mania di quella signora… quando i contadini saranno tutti dotti, a chi toccherà coltivare la terra?”. Don Lisander, che abitava poco lontano da palazzo Belgioioso, proibì poi a Cristina di fare visita all’anziana madre dello scrittore, amica di vecchia data della Principessa. Troppo scandalosa e “diversa” dalla moglie, la dolcissima Enrichetta, sfinita da figli e maternità.

Cristina era realmente diversa e volle vivere mille avventure. Partecipò alle Cinque Giornate, scrisse libri, fondò riviste e giornali e, durante la breve vita della Repubblica Romana, diventò anche infermiera per curare i feriti.

Dopo le sconfitte risorgimentali, delusa dagli eventi e ricercata dagli Austriaci, fuggì in Medio Oriente scrivendo pagine disincantate e ironiche sulle sue esperienze di viaggio e sugli usi dei popoli che incontrava. Visitò anche un harem, che descrisse in modo ben diverso dalle fiabesche “Mille e un notte”.

Rimase in Medio Oriente diversi anni con la figlia, la governante e pochi amici, impiantando anche una sorta di azienda agricola dove si coltivavano gelsi, grano, orti… e oppio. Già abituata all’uso di pesanti antidolorifici, tutte le sere Cristina si concedeva una bella fumata col narghilè.

Quando subì un’aggressione, pensò di tornare in patria, preoccupata anche per il futuro della figlia. Trattò col governo austriaco il rimpatrio e la restituzione di tutti i beni. Era il 1855 e la Principessa fece un ritorno teatrale con un piccolo corteo del quale facevano parte anche un cavallo arabo, due levrieri afgani e due gatti d’angora. Grande Cri’, non si abbandonano mai gli animali.

Anticonformista, ribelle, ma lucidamente consapevole della forza di potere e denaro e, soprattutto, della cupidigia umana, “comprò” dal marito e dai parenti di lui il cognome Belgioioso per Maria che, come figlia illegittima, non avrebbe potuto ereditare nè titolo, nè beni nè, soprattutto, fare un buon matrimonio.

I tempi stavano cambiando e si realizzò l’agognata Unità d’Italia sotto i Savoia, come Cristina aveva sempre desiderato. Al ballo di gala in onore del Re, dato a Milano, però, Cristina non venne neanche invitata. Era una donna stanca e invecchiata, provata da vita, malattie e droghe che si procurava anche chiedendo aiuto a Cavour per sdoganare la merce. Il Conte l’aiutò irridendo con un amico quella donna ridotta all’oppio per procurarsi “quell’ebbrezza che i sensi non possono più darle”.

Visse gli ultimi anni tra Milano e il lago di Como, ospite della figlia diventata Marchesa Trotti e dama di corte. Sempre lucida e attiva si spense il 5 luglio del 1871 in poltrona, perchè non era in grado di morire in piedi come avrebbe voluto.

Alle donne lasciò questa riflessione riportata sul monumento di piazza Belgioioso:

Quanto c’è della sua storia in queste parole? Chi fu veramente Cristina?

A presto…

Il CAI per Milano: il Sentiero 101

Ecco una proposta insolita per conoscere la nostra città percorrendo un “sentiero urbano”, primo in Italia e tra i pochi in Europa. Inaugurato recentemente dal CAI – Club Alpino Italiano, unisce centro storico e periferia, collegando piazza Duomo al Monte Stella (la “montagnetta di San Siro”).

Viene indicato dal CAI come “sentiero 101”, ma la segnaletica è ancora carente e sarà completata entro la fine dell’anno. Per ora buona caccia!

All’Infopoint di piazza Duomo, al quale abbiamo chiesto notizie di questo nuovo sentiero, erano, ahimè, un po’ in difficoltà. Il CAI Milano, però, ci ha fornito gentilmente notizie e materiale scaricabile dal sito.

Questa iniziativa è troppo bella per non essere subito vissuta. Percorrere un “sentiero” di 9,5 chilometri, attraversare piazze, tre parchi, strade e grattacieli, guardando le diverse facce della nostra città sono passipermilano da fare subito, quando l’autunno veste di colori la vegetazione, non si soffre troppo il caldo e si ha voglia di passeggiare sentendosi ancora un po’ in vacanza.

Ecco in dettaglio il percorso del “sentiero 101 – MilanoInCima”, che sarà in seguito contrassegnato dagli appositi segnavia bianchi e rossi del CAI. Per ora affrontiamolo seguendo la mappa e il percorso segnalati dal Club Alpino.

Alla fine del percorso, arrivati al Monte Stella possiamo sostare un momento nel Giardino dei Giusti, dedicato a chi ha saputo mantenere la strada della propria umanità di fronte alle barbarie e alle ingiustizie.

Siamo pronti? Di corsa o camminando, zainetto in spalla, scarpe comode, bottiglietta d’acqua a portata di mano, facciamo una gita in montagna… pur restando in città. Buona passeggiata a tutti!

A presto…

Riciclando in verde: passeggiando per Orticola

Ed eccomi a raccontarvi un po’ di Orticola, che quest’anno ha avuto come sfondo un caldo colore settembrino (e qualche acquazzone) anziché il tenero verde di primavera.

Passeggiando tra i banchi di vivaisti e oggettistica green ai Giardini Montanelli, ho colto qua e là alcune immagini che raccontano la ricchezza e la varietà del mondo vegetale.

Spazio è stato dato anche alle varietà degli alberi da frutto in una girandola di specie diverse.

Ho anche assaggiato una leccornia vegana: il caviale di agrumi… è veramente buono e la sua pianta si può coltivare sul balcone di casa!

In questa edizione di Orticola, fiori e frutti sono andati a braccetto col riciclo. Guardate come molti oggetti “superati” sono stati reinterpretati e utilizzati con fantasia e creatività.
Quante idee mi stanno venendo…

Infine mi hanno colpito due piante in particolare: la rosa di Gerico e la Tillandsia con la quale si possono fare composizioni di grande effetto. Ci sto lavorando …

A presto…

Settembre… si riparte con eventi e iniziative

Milano inizia il mese con una serie di eventi, primo fra tutti il Supersalone, quasi un’anteprima del Salone del Mobile previsto per il prossimo aprile. Come sempre luoghi vecchi e nuovi della nostra città vengono trasformati da eventi e installazioni del Fuorisalone, richiamando visitatori in cerca di idee nuove. Molto suggestiva l’atmosfera della Università Statale.

Dopo la pausa estiva ma, soprattutto, quella lunga, dolorosa e traumatizzante della pandemia, si cerca di rimetterci in moto, più consapevoli della fragilità nostra e del nostro ambiente. Sempre alla Statale un uccello luminoso si sporge dalla sicurezza del suo nido, lo sguardo rivolto al futuro con la voglia di spiccare di nuovo il volo.

Anche i ragazzi sono stati penalizzati dalla pandemia e privati della libertà di movimento. Ecco un’altra bella manifestazione organizzata al Parco Sempione nella quale potevano riassaporare i piaceri degli sport in un’ atmosfera di festa. E’ stata anche un’occasione per rivedere uno dei nostri parchi più belli, ripopolato di nuove generazioni.

Un’altra manifestazione prevista per settembre è “Orticola”, la leggendaria esposizione-evento-mercato che si è sempre tenuta a maggio. Quest’ anno, invece, vestirà di fiori i Giardini Montanelli a metà settembre e Francesca ce la mostrerà attraverso alcune immagini nella rubrica “Riciclando in verde”.

Sempre di più il nostro avvenire sarà legato all’economia circolare, al riuso e al riutilizzo dei materiali più diversi. La plastica, sempre e solo demonizzata, può avere, invece, mille vite come è rappresentato nelle installazioni del Supersalone al Museo della Scienza e della Tecnologia.

Anche la grande distribuzione, come Esselunga, si sta adeguando a un utilizzo di materiali più rispettosi dell’ambiente. Ecco uno spettacolare allestimento di un “reparto” in un salone del Museo. Ancora una volta cultura ed economia possono andare a braccetto.

Infine, ecco alcune immagini dell’Orto Botanico di Brera, dove suggestive “bolle” riportano l’attenzione sul ruolo delle piante nel respiro del pianeta.

Milano, dunque, affronta la nuova stagione con coraggio e creatività, anche se con molta attenzione ai rischi della pandemia ancora in agguato. Altre sorprese e novità ci attendono in questo settembre, che sa di nuovo.

A presto…

Quattropassi nel Liberty: ancora la zona Magenta

L’ampia zona appena a nord di corso Magenta è una delle più ricche di edifici Liberty, eleganti pur nelle scelte architettoniche ardite, come l’ asimmetria e le facciate dipinte e molto decorate.

Tutti questi gli edifici, costruiti tra gli inizi del Novecento e il 1914, sembrano proporsi in una sfilata fatta per colpire chi guarda anche nei particolari di pregio come portoni, cancelli e androni.

In questi nostri quattropassi troviamo un altro tassello per capire il carattere della nostra città, che ha sempre cercato di vivere il suo tempo, senza invecchiare cristallizzata nel passato. Ecco un esempio di Liberty 2021, un bellissimo murale ispirato a Gaudì, apparso da poco su una parete dello stabile al numero 111 di corso di Porta Romana.

Tornando alla zona Magenta, lasciamo a chi lo vorrà il piacere di scoprire i particolari delle belle case di queste vie. Ecco alcuni suggerimenti.

via Mascheroni 19 – casa Berni (o Palazzo Troubetzkoy)

In via Ariosto ci troviamo immersi quasi in una rivista di architettura Liberty, ricca di atmosfera. Sfogliamo le diverse pagine: al numero 21 fermiamoci davanti a Casa Cavalli – Agostoni (1908), dove figure di donna, le quattro Stagioni, danno movimento tra decorazioni floreali e ferri battuti.

Altre case, ricche di elementi Liberty di grande impatto si trovano ai numeri 8, 10, 22, 24, 32 e 34 della stessa via. In particolare al numero 32 è interessante il contrasto tra le figure maschili della parte superiore (appena sotto il tetto) e la severità di quella inferiore.

Diversi palazzi hanno avuto un medesimo costruttore, ma architetti diversi. Uno di questi edifici si trova in via Tasso 8, fatto realizzare da Enrico Donzelli con l’architetto Zanoni (1912). Presenta linee semplici ma, improvvisamente, si è attratti dal busto di Torquato Tasso che sovrasta i suoi Armida e Tancredi “usciti” dalla Gerusalemme liberata.

Dello stesso costruttore sono anche le case di via Gioberti 1 e di via Revere 7, quest’ultima realizzata dall’architetto Ulisse Stacchini, che sarà poi l’autore della stazione Centrale. I bei balconi in ferro battuto sono del Maestro Mazzucotelli.

Sempre in via Revere, al numero 15, si trova la casa Castelli-Croff, che sembra quasi un’esposizione delle varie decorazioni Liberty.

Ed ora spostiamoci in via Mascheroni dove ci sono diversi edifici molto particolari. Al numero 18 colpisce l’assoluta asimmetria della facciata di Casa Carugati-Felisari (1908) quasi severa nelle sue linee.

casa Carugati Felisari

Completamente diverse sono al numero 20 Casa Tenca (1914) e di fronte, al numero 19, Casa Berni (o Palazzo Troubetzkoy) , imponente e mossa da un gioco di bovindi, come si può vedere nella foto più in alto.

Per riposare un momento, raggiunta piazza Tommaseo, fermiamoci in uno dei Giardini delle Donne, dedicato a Renata Tebaldi.

Di fronte a noi c’è la chiesa di Santa Maria Segreta, quasi “fotocopiata in 3D” dagli abitanti del Cordusio dopo che quella medievale era stata abbattuta per costruire il nuovo palazzo delle Poste.

Qui è conservata la statua del vecchio Angelo meteorologo che favoriva l’arrivo del caldo o del freddo. Forse potremmo chiedergli di intervenire in queste giornate di ritorno in città.

A presto…

Buon Ferragosto 2021!

Ripensando a quanto vissuto durante gli ultimi mesi, abbiamo realizzato questa immagine “aggiornando” con un dehor una vecchia foto delle terrazze del Duomo, luogo simbolo e cuore della nostra città.

Qui alcuni milanesi si erano raccolti, forse in una lontana estate, per condividere un momento di svago e di socialità. Ora, con la pandemia ancora in agguato, nei dehors sui marciapiedi, davanti ai locali, abbiamo ricominciato a stare un momento insieme agli amici.

Per riunirci virtualmente in un saluto affettuoso per Ferragosto, facciamo un brindisi, rigorosamente… Riciclando in verde con un vasetto usato, la bevanda che vogliamo e un piccolo pizzico green. Francesca ci ha messo un peperoncino che ha raccolto nel suo orticello sul davanzale, altra passione dei milanesi di oggi. Ne è nato un “Margarita Passipermilano”.

Da tutti noi un fortissimo Buon Ferragosto!!!

A presto…

Un giallo per l’estate: il caso irrisolto della Rosetta

Quanti fatti di cronaca nera, che hanno avuto come vittima una giovane donna, sono avvenuti in estate e, soprattutto, sono rimasti impuniti? Così è accaduto anche, poco più di un secolo fa, a una giovane “Bocca di rosa”, Rosetta Andressi, che morì diciottenne a Milano in circostanze mai chiarite.

I fatti si svolsero nell’agosto del 1913 in piazza Vetra, quando Milano era attraversata dalla ventata del Liberty, quello stile durato solo una quindicina di anni, che passò veloce nella nostra città come la vita della povera ragazza. Avevamo già parlato di lei qualche anno fa (“Morte di una “lucciola” al Ticinese” parte prima) ricostruendo tutta la sua storia (parte seconda) attraverso giornali anche dell’epoca che avevano voluto fare luce su un caso considerato scomodo o poco importante.

Poi la cronaca divenne leggenda e oggi ve la proponiamo come una sorta di giallo da leggere in vacanza e uno spaccato della vita cittadina di un tempo. Buona lettura!

https://testicanzoni.rockol.it/testi/nanni-svampa-la-povera-rosetta-57282389

A presto…

Riciclando in verde: l'”Infiorata” di via Spiga

Da qualche giorno, passeggiando per la nostra città, stavo osservando come i balconi delle case, in questo periodo, siano ricchi di verde ma non di fiori.

Mentre pensavo al perchè (il lockdown ci ha fatto perdere forse anche la voglia di colore?), ho visto la notizia della “Semina e Infiorata di via della Spiga”. Me la potevo forse perdere e non condividerla con voi?

L’iniziativa, che si è tenuta lo scorso weekend, è stata promossa da una società immobiliare per “rilanciare” questa via del lusso con la ristrutturazione di alcuni palazzi storici e la “semina” di nuove attività.

Un tappeto di petali, lungo un centinaio di metri, suddiviso in tredici quadri, ha ricoperto parte di via Spiga. Realizzato dai maestri fiorai di Noto vuole dare un segnale di ottimismo e di ripartenza alla via e alla nostra città.

L'”Infiorata”, nata a Roma nel Seicento era stata “inventata” da due maestri fiorai, Benedetto e Pietro Drei, per la festa dei Santi Pietro e Paolo. I due artisti avevano creato ai piedi della scalinata della Basilica di San Pietro, dei mosaici unendo petali di colori diversi, vere opere d’arte la cui “tecnica” si diffuse poi in varie parti d’Italia. Anche Milano, in questi giorni, ha voluto la sua Infiorata.

Per realizzare i “quadri” di via Spiga, sono stati utilizzati ben 200.000 fiori tra garofani, gerbere e rose. Gli argomenti sono stati vari e legati a diverse attività, dalla moda al calcio, dalla cucina stellata all’editoria…

Un omaggio è stato riservato alla nostra Carla Fracci. Le sue scarpe da ballo sono il simbolo del duro lavoro, dell’impegno, del sacrificio, della costante dedizione necessari a trasformare l’abilità in arte e bellezza indimenticabili.

Forza Milano! Diamoci da fare e ripartiamo!

A presto…

Quattropassi nel Liberty: la zona Magenta

Il nostro viaggio nella Milano Liberty è iniziato dal Trianon dove è nata la “Mia bela Madunina”; poi, con un vecchio tram dell’epoca, ci siamo “recati” al quartiere dell’Umanitaria di via Solari, realizzato in occasione di Expo 1906, esempio un po’ sconosciuto di edilizia popolare dal sapore Liberty.

L’elegante signora di questa cartolina del 1906 ci “guiderà”, invece, a visitare una delle zone più belle e interessanti della nostra città, ricca di palazzi nello stile che aveva affascinato la borghesia dell’epoca: la zona Magenta.

Passeggiando in questa zona residenziale, tranquilla e riservata, con poca vocazione commerciale, ci troviamo immersi in una rivista di architettura Liberty.

L’intraprendente borghesia milanese di allora, volendo mostrare la propria ascesa economica e sociale, aveva visto in questo stile internazionale una ventata di novità e di apertura alle esperienze europee. Gli architetti più in vista del momento avevano sperimentato una grande libertà compositiva fatta per essere guardata e dare prestigio a chi vi abitava.

Tra queste strade, disegnate in modo ordinato e con ampie visuali, a volte appaiono sullo sfondo i grattacieli di CityLife. Ancora una volta, possiamo cogliere i contrasti, talvolta stridenti, della nostra città tutta da guardare e capire.

Iniziamo il nostro percorso dalla Casa Laugier (1906) alla fine di corso Magenta angolo piazzale Baracca, quasi una porta tra centro storico e nuovo quartiere.

Questo imponente palazzo d’angolo è ricco di decorazioni Liberty: decori in cemento, splendidi ferri battuti del Maestro Mazzucotelli, ceramiche di pregio. Al piano nobile teste di leone in cemento sembrano indicare prestigio e potenza.

Come altri edifici Liberty, Casa Laugier prevedeva negozi al piano terre. Non perdiamoci, dunque, la farmacia Santa Teresa, che mantiene intatto il fascino del tempo con l’insegna originale e gli interni in vetro e legno lucido.

La nostra passeggiata continua verso piazza Conciliazione, dove, al numero 1, troviamo Casa Binda (1900), considerata uno dei migliori esempi di Liberty di rito ambrosiano, dal momento che questo stile assunse caratteristiche un po’ diverse da nazione a nazione e a volte da città a città.

Il palazzo è molto grande, ma il volume è reso più mosso dalle curvature e dall’utilizzo di materiali diversi, tra cui il cotto, antico colore della nostra città. Decorazioni floreali in cemento e ferro battuto completano la facciata.

L’interno è spettacolare: ferri battuti, vetrate, colonne, soffitti a cassettoni.

Infine un’occhiata all’ascensore dell’epoca, ancora perfettamente funzionante: all’interno sembra un salottino Liberty con sedute in velluto. È da WOW!

La nostra rivista Liberty continuerà tra poco “sfogliando” i palazzi delle vie intorno.

A presto…