Siamo al verde… Quattropassi per i giardini di Milano.

In questo clima di ripartenza difficile e un po’ timorosa, parliamo di verde, non quello economico, ma quello che vediamo in giro per Milano, un’immagine di rinascita e di vitalità in una città considerata, a torto, solo smog e cemento.

Quest’estate faremo quattropassi per vedere alcuni dei tanti spazi verdi della nostra città. Quanti sono?

Sono veramente così numerosi che è molto difficile ricordarli tutti: ci sono i grandi parchi che circondano la città, quasi una cintura esterna che sconfina con la campagna, poi parchi storici del centro, orti botanici, spazi verdi di quartiere, piazze e viali alberati, persino una vigna del Quattrocento e edifici green che hanno fatto la storia dell’architettura.

Nella nostra città il verde è ricco, vario e diffuso: può essere classico o contemporaneo, senza cancelli o persino un po’ segreto, spazioso o racchiuso in un fazzoletto.

Parco Ravizza

Collina dei Ciliegi

Il contrasto tra vecchio e nuovo, così caratteristico di Milano, si incontra anche negli spazi verdi, così come la “città che sale” convive con le zone agricole.

Può sembrare impossibile, ma Milano è la seconda città agricola italiana dopo Roma.

Tutto milanese è l’attaccamento alle nostre cascine (spesso diventate spazi pubblici circondati da verde), ai mercati agricoli del territorio, agli orti e anche ai piccoli, privatissimi vasetti di piantine aromatiche sul balcone di casa.

Mercato agricolo

Mercato agricolo

Biblioteca Chiesa Rossa

Parco Segantini

Anche il tema dell’Expo, che ha fatto conoscere Milano nel mondo, è stato un invito a “nutrire il pianeta – energia per la vita”.

Nel DNA di Milano c’è terra e acqua, una città di pianura tra fiumi che mantiene la solidità delle radici ma sa prendere le mille forme dell’acqua.

I nostri antenati celti avevano voluto fondare quella che sarebbe diventata la nostra città in un bosco sacro, il Nemeton.

La quercia era l’albero totemico che indicava tutti gli alberi e, per esteso, la natura. Iniziamo perciò il nostro viaggio nel verde di Milano proprio dalla quercia di piazza XXIV Maggio, accanto all’acqua della Darsena.

Questa quercia rossa è alta 18 metri ed è uno degli alberi monumentali di Milano, sottoposto a tutela ambientale. Alla base, per sostenerla, c’è una sorta di esoscheletro di metallo a forma di piramide. Scelta puramente tecnica o anche un po’ magica?

Questo albero è stato messo a dimora, dopo la Prima Guerra Mondiale, da Giunio Capè, padre di Giuseppe, un giovane alpino sopravvissuto al conflitto, per ricordare i tanti giovani del quartiere che invece non avevano fatto più ritorno.

Poco distante da questa piazza troviamo il Parco della Basiliche (ora dedicato a Papa Giovanni Paolo II) con piazza Vetra, dove venivano eseguite atroci condanne a morte come quella di Gian Giacomo Mora ai tempi della peste. Fra le vittime vi furono anche tante donne accusate di stregoneria come Caterina Medici.

Parco Sempione

Parco delle Basiliche

Piazza Vetra

Il nostro giro verde continuerà nei “giardini delle donne”, quei parchi o fazzoletti di terra, quasi monumenti vivi nel tempo, dedicati ad alcune figure femminili. Sarà, speriamo, anche un’occasione per una breve vacanza e una ricarica di energia a Km Zero.

Parco Ravizza


A presto…

Quattropassi per Mediolanum: le due torri del Circo

Ci siamo lasciati qualche giorno fa davanti a ciò che resta del Palazzo dei Gorani e al fagiano sottovetro.

Riprendiamo il  nostro itinerario per la Mediolanum imperiale alla ricerca di pietre che ci raccontino un po’ di storia. Poco lontano, in via Vigna, ci troviamo di fronte ad un piccolo antico muro tra le facciate di due moderni palazzi.

Sono mattoni che facevano parte del circo romano voluto da Massimiano.

Cerchiamo di scoprirne di più. Abbiamo chiesto ad una gentile signora che abita in uno dei palazzi di poter vedere il tratto di mura che si trova all’interno del condominio. Ora è il muro divisorio tra i cortili, ben curato e accudito. Ci ha preso una forte emozione pensando a quanti battiti di ciglia sono passati davanti a lui nei secoli.

In questo circo, che era tra i più grandi dell’Impero, si svolgevano le corse di bighe e quadrighe, come quelle di Ben Hur, antenate forse delle nostre gare di F1.

Il circo (che si trovava tra le odierne vie Luini, Cappuccio e Circo) era adiacente al palazzo imperiale così da permettere un più agevole accesso allo spettacolo da parte dell’Imperatore, come accadeva anche a Roma col Circo Massimo e il Palatino.

Altri resti si trovano in via Circo, pietre del tempo accudite da erbe spontanee.

Chi avesse scosso la testa pensando a quanta storia sia stata abbandonata, deve un po’ ricredersi e armarsi di fiducia, scarpe comode e macchina fotografica: andiamo a vedere le antiche torri del circo.

Torniamo su corso Magenta (camminando abbiamo la misura di quanto il circo fosse grande) e in via Luini guardiamo il campanile di San Maurizio al Monastero Maggiore.

Questo campanile era una delle antiche torri del circo, vicino alla zona di partenza delle corse.

Nella cartina ci sono altre torri… entriamo al Civico Museo Archeologico di corso Magenta. È da visitare assolutamente per i tesori che contiene (tra l’altro un tratto delle mura massimianee) e diversi reperti “risaliti in superficie” anche grazie agli scavi della metropolitana.

Usciti nel cortile del museo, anch’esso ricco di reperti, fermiamoci davanti alla cosiddetta Torre di Ansperto, splendidamente restaurata, un tempo una delle torri delle mura imperiali.

Si pensava, infatti, fosse stata voluta da questo Vescovo di Milano nel IX secolo, ma solo negli anni Trenta venne fatta risalire all’epoca romana. All’esterno è poligonale, mentre l’interno è circolare.

La torre ha due livelli: a piano terra è conservato un ciclo di affreschi che risalgono al XIII – XIV secolo di soggetto religioso (nel Medioevo, infatti, era stata trasformata in un cappella) e Il dormiente, un’opera di Mimmo Paladino.

Il secondo livello della torre è vuoto, illuminato da aperture e feritoie. Fa un certo effetto pensare ai suoni e rumori che queste pietre hanno ascoltato nei secoli: dalle corse dei cavalli, ai canti liturgici, alle voci dei ragazzini di oggi in visita scolastica.

Da questa torre, attraverso una passerella, si accede ad un’altra sezione del Museo Archeologico. C’è persino il calco della pietra, rinvenuta a Cesarea Marittima dagli archeologi del museo, che, unica al mondo, riporta il nome di Ponzio Pilato al di fuori dei Vangeli.

Dopo questa abbuffata di pietre romane, fermiamoci alla antica Pasticceria Marchesi di corso Magenta. Dulcis in fundo avrebbero detto a Mediolanum!

A presto…

 

 

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Quattropassi per Mediolanum: il Palazzo Imperiale

Riprendiamo i nostri quattropassi per Mediolanum andando a vedere (dopo il teatro, le colonne romane e l’anfiteatro) ciò che resta del palazzo imperiale, del circo e delle sue torri.

Ci vuole molta fantasia e grande pazienza per ricostruire, come in un puzzle, il nostro passato di epoca romana. L’antica Mediolanum è, infatti, una scoperta abbastanza recente, venuta spesso alla luce dopo bombardamenti, scavi per edifici e metropolitane; i ritrovamenti continuano ancora oggi come sta accadendo, ad esempio, in corso Europa durante i lavori della nuova linea blu.

Iniziamo questo itinerario da via Brisa, alle spalle di corso Magenta. Ci troviamo di fronte ai resti del complesso imperiale romano, voluto da Massimiano negli ultimi anni del III secolo.

Questo imperatore venne associato al potere da Diocleziano, col compito di governare l’Impero d’Occidente. Spostò la capitale nella nostra città e diede inizio a un intenso sviluppo edilizio, degno di una sede imperiale, facendo costruire, tra l’altro, anche il palazzo, il circo e nuove e più ampie mura.

La costruzione di questo palazzo viene fatta risalire attorno all’anno 290, ma le fonti letterarie non sono precise per le date e anche la localizzazione esatta resta ancora un problema aperto.

Un motivo potrebbe anche essere questo: più che un unico palazzo era un quartiere con zone residenziali per l’Imperatore e la corte, altre di rappresentanza, spazi per i funzionari dello Stato, centri amministrativi e militari, luoghi di culto, di svago e benessere, terme, porticati, giardini e fontane.

Era un vero centro polifunzionale che occupava un’area piuttosto estesa tra gli odierni corso Magenta e via Torino. La toponomastica ci fornisce qualche indizio: in questa zona abbiamo la chiesa di San Giorgio a Palazzo, via Bagnera (forse le terme?), via Circo. C’è persino chi pensa che “Vetra” ricordi “Castra Vetera”, cioè un’area riservata alle truppe a difesa del quartiere imperiale.

Non sappiamo quanti resti ci siano sotto gli edifici di questa zona. Quello che vediamo oggi in via Brisa venne alla luce nei primi anni Cinquanta, in un quartiere popoloso e devastato dalle bombe del 1943.

Tra le ipotesi su cosa fossero i resti che vediamo c’è chi pensa a una zona di rappresentanza, chi invece a delle terme.

È ancora un problema in parte irrisolto, ma sappiamo che a Milano i monumenti passano, ma le pietre restano e talora “si spostano”, come è accaduto a quelle dell’anfiteatro, alle Colonne di San Lorenzo e alla Colonna del Diavolo di piazza Sant’Ambrogio.

Un altro tassello per ricostruire il quartiere imperiale è venuto alla luce durante i recenti lavori per il complesso residenziale che si trova all’angolo tra via Brisa, via Morigi e via Gorani.

I bombardamenti avevano distrutto il nobile palazzo dei Gorani. Si sono salvati solo la bella torre medievale e il portale d’ingresso, che ancora oggi possiamo vedere.

Non solo: durante i lavori di scavo sono stati rinvenuti anche reperti di epoca romana. Da un oblò nella pavimentazione, come una lente, piuttosto sporca, di un cannocchiale del tempo, vediamo i resti di un pavimento a mosaico con un bel fagiano, animale considerato di buon auspicio presso i romani. Beh, tutto sommato si è salvato dalle distruzioni di Milano parecchie volte.

La “vita” del palazzo imperiale è stata piuttosto breve. Nel 402 la capitale da Milano venne spostata a Ravenna, più sicura dalle invasioni barbariche in quanto circondata e protetta da paludi e fornita di un porto sul mare per una eventuale fuga.

Mezzo secolo dopo, nel 452, Attila giunse a Milano con le sue orde e si insediò a Palazzo.

Fu colpito da un affresco che raffigurava l’Imperatore, seduto su un trono d’oro, vittorioso sui barbari che giacevano ai suoi piedi. Da un pittore fece “capovolgere” il dipinto, facendo raffigurare se stesso sul trono, con gli imperatori ai suoi piedi nell’atto di versare oro al barbaro invasore.

Questa notizia viene riportata da un antico testo del  X secolo, il Lexicon Suidae, ma il desiderio di fotoshop è senza tempo e ci fa sorridere anche oggi.

Il declino del palazzo imperiale era iniziato e se alcuni sostengono ancora adesso che qui fu incoronato un Re longobardo, in un documento notarile del 988 si parla di un “locus ubi palatio dicitur”. Ormai i palazzo era solo memoria e solo le pietre che ritroviamo sono il nostro archivio.

I nostri quattropassi ci porteranno tra qualche giorno a scoprire ciò che resta del circo. Ci saranno molte sorprese…

A presto…

 

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Uno spin-off del Lazzaretto: Palazzo Luraschi

Ancora una volta partiamo dal Lazzaretto per raccontare di un edificio legato alla sua lunga storia: Palazzo Luraschi, che si trova all’angolo tra piazza Oberdan (vi ricordate il Diurno liberty così bello e dimenticato?) e corso Buenos Aires.

Il palazzo venne costruito tra il 1881 e l’87 dall’ingegner Ferdinando Luraschi in un’area del Lazzaretto che stava per essere demolito per far posto a nuove costruzioni.

Dell’antica struttura di manzoniana memoria rimangono ormai ben pochi resti e un altro spin-off, la chiesetta di San Carlino.

Il grande quadrilatero (metri 378 per 370) tra l’odierno corso Buenos Aires, via San Gregorio, via Lazzaretto e viale Vittorio Veneto, a fine Ottocento divenne una zona molto appetibile per la speculazione edilizia, a due passi dalla Stazione Centrale, che allora sorgeva nell’attuale piazza della Repubblica.

Così l’ingegner Luraschi e Angelo Galimberti, il capomastro soprannominato “il Barbarossa di Porta Venezia” per la distruzione del Lazzaretto, fecero costruire il primo palazzo milanese che infrangeva la “servitù del Resegone”, una norma che limitava l’altezza dei palazzi della zona nord a tre piani per lasciar vedere il Resegone e la Grigna; fu un abuso edilizio? Non lo sappiamo.

Palazzo Luraschi fu costruito in uno stile eclettico, con “omenoni”, teste leonine, decorazioni e inserti in cotto; sulla cima, come pinnacoli, si stagliavano diverse statue che potevano, almeno loro, continuare a guardare le montagne.

Anche l’interno del palazzo, ristrutturato pochi anni fa, riserva delle sorprese veramente inaspettate. Varchiamo il portone e, attraverso un suggestivo androne, entriamo… nella casa dei Promessi Sposi.

Ci troviamo in un bel cortiletto porticato con al centro un pozzo; lungo le pareti dodici personaggi del romanzo ci guardano da altrettanti medaglioni, come se l’ingegner Luraschi avesse voluto rendere omaggio all’opera che parlava del Resegone e del Lazzaretto, demolito anche per costruire il suo palazzo.

Non solo: sotto la parte destra del loggiato, addossate al muro, ci sono quattro delle colonne del Lazzaretto, segno tangibile di un passato che continua ad essere presente. Ancora una volta siamo di fronte a pietre che si spostano, come spesso accade nella nostra città.

Infine un’altra curiosità di questo strano palazzo. Al piano terreno tra il 1888 e il 1940, si apriva sulla strada il Puntigam, un locale-birreria e cafè chantant che fu tra i primi a Milano ad essere dotato di luce elettrica.

Concludiamo la visita virtuale con un sorriso. Guardiamo questa vecchia foto scattata davanti a Palazzo Luraschi in una Porta Venezia quasi deserta: non richiama l’atmosfera di questo periodo?

A presto…

Il “noir” di via Bagnera… restando a casa

Fino a qualche tempo fa non era considerata neanche “via”, ma solo “stretta”, tanto questo vicolo è angusto. Si trova in pieno centro storico, a due passi da via Torino, e unisce via Santa Marta con via Nerino. Inoltre, a metà circa della stradina, c’è una curva che la restringe ancora di più e impedisce di vederne l’uscita dall’altra parte.

La stretta Bagnera ha nobili origini: il nome ricorda i “bagni”, cioè le terme del Palazzo Imperiale Romano, come confermano anche alcuni ritrovamenti in questa zona. Ancora oggi lastre in pietra formano la pavimentazione che risale a metà Ottocento, veramente quaterpass sulla Storia.

Questo vicolo, dove il sole non riesce quasi a entrare, sembra evocare cupe vicende del passato.

Qui, infatti, si è svolta, a metà Ottocento, la storia di un efferato serial killer milanese, il nostro Jack lo Squartatore: Antonio Boggia. Nato nel 1799 sul Lago di Como, era venuto a Milano dove lavorava come muratore e carpentiere in proprio. Abitava con la famiglia in via Nerino e frequentava assiduamente la chiesa di San Giorgio a Palazzo, benvoluto dalla gente del quartiere per la sua bonarietà e affidabilità.

Il Tribunale lo descrive di ” …modi calmi, con un esteriore aspetto quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.”.

Diversi romanzi raccontano la storia truce di quest’uomo che uccideva persone dopo averne carpito la fiducia per impossessarsi dei loro beni. “Fa’ minga el Bogia!” dice un vecchio proverbio milanese per indicare come dietro una apparente bontà, si possano celare, invece, animo perverso e azioni malvagie.

Ed il Boggia ebbe ben quattro omicidi sulla coscienza. Dopo aver colpito le vittime alla testa, le murava nella cantina del suo magazzino di muratore che si trovava nella stretta Bagnera. Era un vero killer dalla mente lucida e determinata, tanto da riuscire ad aggirare anche, attraverso inganni e complicità, diversi notai indotti a legittimare le donazioni e le deleghe falsificate.

Gli fu fatale l’ultimo omicidio: il figlio di una vedova, padrona di casa del Boggia, sporse denuncia per la sparizione della madre con la quale, però, non aveva buoni rapporti. La donna, secondo lettere falsificate, risultava essersi trasferita al lago e aver dato incarico al Boggia di amministrare tutto lo stabile dove abitava.

Sembra un giallo ricco di colpi di scena: un giudice volle vederci chiaro e, dopo diverse indagini, dispose un sopralluogo nei locali della stretta Bagnera, dove furono trovati documenti falsificati, vecchie denunce e… i resti delle vittime accuratamente murati.

Durante il processo, il Boggia tentò l’arma dell’infermità mentale sostenendo di aver ucciso la vedova per futili motivi dopo una banale discussione politica “c’era una scure e una sega… lì mi saltò un estro”. L’aveva quindi uccisa, fetta a pezzi e nascosta nel sottoscala.

Nell’inchiesta, però, i suoi delitti risultarono lucidamente premeditati, spinti dal desiderio di denaro e anche di possesso. Era passato, infatti, via via da manovale a piccolo imprenditore edile e, infine, ad  amministratore e  quasi “proprietario” dello stabile.

Fu giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione; Milano, però, non aveva i boia e dovette farli arrivare da Torino e da Parma. Per ironia della sorte, poco dopo la sua esecuzione, a Milano venne abolita la pena capitale. La sua testa fu poi staccata dal corpo e affidata a Cesare Lombroso per i suoi studi sulla fisiognomica dei criminali.

La via Bagnera ha dunque diversi strani primati: non solo è la via più stretta di Milano, ma qui visse e compì i suoi efferati delitti il primo serial killer italiano, che fu anche l’ultimo condannato a morte nella nostra città.

http://www.storiadimilano.it/Personaggi/cronaca_nera/boggia.htm

In questo vicolo, dove sembra non voglia entrare nemmeno il sole, talvolta si leva una folata di vento gelido. Si dice sia lo spirito del Boggia che vaga in cerca di nuove vittime… meglio restare a casa.

A presto…

San Carlo al Lazzaretto… restando a casa anche a Pasqua

Perché parlare di questa chiesa alla vigilia della Pasqua 2020? E’ stata al centro del Lazzaretto durante le epidemie di peste, faro e conforto per i molti malati e per chi ne aveva cura. E’ quindi una testimonianza fisica di sofferenze lontane, ma anche di rinascita.

“Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo… [disse Padre Cristoforo] e, alzando la mano scarna e tremolante, indicava a sinistra nell’aria torbida la cupola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende;” (I Promessi Sposi, cap. 35). Renzo si reca al Lazzaretto per cercare Lucia. Sono gli anni della peste che ci riportano purtroppo a quanto sta accadendo intorno a noi.

La chiesetta, che fa parte della storia e della letteratura di Milano, esiste ancora e si trova in una piazzetta lungo viale Tunisia, raggiungibile con i tram 5 e 33 o con la metropolitana M1 (rossa) fermata Porta Venezia.

È dedicata a San Carlo al Lazzaretto per distinguerla dalla ben più famosa San Carlo al Corso, ma è conosciuta dai milanesi DOC con l’affettuoso diminutivo di San Carlino.

Oggi è inserita in  un popoloso quartiere, ma nel 1576, quando fu costruita su progetto dell’architetto Tibaldi, si trovava esattamente al centro del grande quadrilatero del Lazzaretto.

Ecco come una guida d’eccezione, Alessandro Manzoni, ci descrive la chiesa:  “La cappella ottangolare che sorge, elevata d’alcuni scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due intercolunni;

dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe più propriamente chiesa, non composta che d’otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del campo.

Ora, convertito l’edifizio a tutt’altr’uso, i vani delle facciate son murati; ma l’antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l’antico stato, e l’antica destinazione di quello.” (I Promessi Sposi, Cap. 36)

La nostra chiesetta, nei duecento anni tra la peste ricordata dal Manzoni (1630) e la stesura dei “Promessi Sposi” (1840) aveva vissuto varie vicissitudini ed era passata persino, nel periodo napoleonico, da polveriera dell’esercito accampato nel Lazzaretto, a Tempio della Libertà, su progetto del Piermarini.

Verso la fine dell’Ottocento le sorti della chiesetta e del Lazzaretto si separano. Il Lazzaretto, un grande spazio edificabile in una zona in espansione, attraversato dalla ferrovia e vicinissimo alla vecchia stazione Centrale, viene demolito e lottizzato.

La chiesa, rimasta orfana del suo Lazzaretto, fu, invece, acquistata, grazie ad una sottoscrizione popolare, nel 1884 dalla parrocchia della vicina chiesa di Santa Francesca Romana. Venne poi ristrutturata e riconsacrata col titolo di San Carlo al Lazzaretto (prima era dedicata a San Gregorio) per ricordare l’opera del Cardinale durante la peste del Cinquecento.

All’interno, un grande quadro sopra l’altare raffigura San Carlo Borromeo mentre benedice gli appestati.

Recentemente, dopo nuovi, lunghi e accurati lavori di restauro, sia interno che esterno, la piccola chiesa è stata riaperta ai visitatori e ai fedeli.

Una piccola curiosità: la chiesa di San Carlo ha dato il nome alle famose patatine nate, nel 1936, in una rosticceria che si trovava in via Lecco, proprio di fronte al nostro San Carlino.

La chiesetta di San Carlo è memoria di epidemie lontane, ma anche di rinascita umana e sociale. Purtroppo ancora oggi stiamo vivendo una pandemia che sembra non avere fine, non perdiamo, però, forza e speranza.

Concludiamo ancora con un passo dei Promessi Sposi:” … dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli abbiamo raccontato, non ce ne furono più per la nostra gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili …” (I Promessi Sposi, cap. 38)

Auguriamoci che ciò avvenga anche per noi tutti e che, come nel periodo pasquale, dopo il buio venga la luce della Rinascita: una affettuosa Buona Pasqua a tutti!

A presto…

La Cascina Pozzobonelli… restando a casa

Accanto alla Stazione Centrale, in via Andrea Doria, quasi di fronte ai terminal dei pullman per Linate e Orio al Serio, si trova ciò che resta della Cascina Pozzobonelli. che, come un cuneo di passato nella città di oggi, ci riporta alla fine del Quattrocento.

Sorta intorno agli anni in cui Colombo scopriva l’America, come per un gioco del destino ora è la dirimpettaia di uno Starbucks, con la melusina che ricorda tanto le sirenette con la doppia coda del Parco Sempione.

 

Un tempo era la dimora fuori città (allora Milano era distante parecchie miglia) della nobile famiglia Pozzobonelli che abitava nel palazzo di via Piatti 4, dove ancora oggi si trova uno splendido chiostro del Bramante.

La cascina aveva accanto una tenuta agricola e comprendeva una cappella (forse anch’essa su progetto del Bramante o della sua scuola) collegata all’edificio padronale da un porticato, come possiamo vedere da queste due immagini.

Iniziò il suo declino dopo la morte del Cardinale Giuseppe Pozzobonelli nel 1783, tanto che i piani regolatori di fine Ottocento sacrificarono l’edificio alla nuova visone urbanistica di Milano. Ecco alcune foto come in una macchina del tempo.

Si salvarono solo la Cappella e parte del portico. Oggi, infatti, in un piccolo spazio tra alte case e alberghi, troviamo i resti, anzi gli “avanzi” dell’antica struttura, restaurati ai primi del Novecento.

Sotto il portico si trovano affreschi e graffiti molto deteriorati, uno dei quali rappresenta il Castello Sforzesco come era prima che la Torre del Filarete crollasse nel Cinquecento; pare che il nostro mitico architetto Luca Beltrami si sia ispirato a questo graffito per ricostruire questa Torre tra la fine dell’Ottocento e il 1905.

Inoltre, se andiamo a visitare i Musei del Castello, fermiamoci davanti al dipinto della “Madonna Lia” il cui sfondo suggerì ancora al Beltrami come “restaurare” la dimora sforzesca.

Non solo: Luca Beltrami ritrasse anche la cappella della cascina Pozzobonelli, fermando così un’immagine del nostro passato.

Oggi, purtroppo, questi “avanzi” non sono né visitabili né utilizzabili e si possono guardare solo dalla strada, dietro una recinzione che cerca di proteggerli.

Sono state fatte diverse proposte per valorizzarla, ma purtroppo niente è stato fatto, nemmeno ai tempi di Expo. Il nostro “restiamo a casa” tra poco, speriamo, finirà, ma quanto tempo si dovrà ancora aspettare perchè la Cascina Pozzobonelli possa tornare a vivere?


A presto…

La chiesa più corta di Milano… restando a casa

A due passi da via Dante, in via Giulini 1, si trova la chiesa più corta di Milano, dedicata, però, a ben tre Santi: Sergio, Serafino e Vincenzo. È una piccola parte di ciò che resta della chiesa di un convento benedettino fondato, sembra, nell’anno 770 dalla moglie del Re longobardo Desiderio.

Nel corso dei secoli le dominazioni straniere ridussero l’edificio a magazzino. Dopo averne passate tante il complesso, però, non riuscì a salvarsi dagli anni del boom economico, anche per la sua posizione centralissima, molto appetibile.

Oggi del convento sono sopravvissute solo alcune colonne del chiostro, che si trovano nel giardino di una casa in via Camperio.

La chiesa dell’antico convento aveva due facciate. Una, barocca, era rivolta verso la strada e l’altra, tardogotica e molto più semplice, si apriva sul chiostro. Il loro destino è stato molto differente. Furono salvate entrambe e, come capita spesso alle “pietre” della nostra città, vennero spostate ambedue. La facciata barocca ebbe un destino laico e fu anche l’ingresso del cinema Dante, l’altra, invece, divenne quella della nostra chiesetta.

Dietro la facciata si trova un piccolo locale profondo solo 6 metri e largo 12. L’altare non è, come di consueto, di fronte alla porta, ma sul lato corto alla destra di chi entra.

Negli anni Novanta la chiesetta fu presa in affitto dalla comunità ortodossa russa e restaurata per adattarla alle loro tradizioni liturgiche. Ora ospita fedeli provenienti dall’Est europeo, che assistono alle funzioni anche all’aperto, per il poco spazio interno. Pur non essendoci un campanile, non manca però il suono delle campane.

In mezzo ai vivaci colori del folklore russo è quasi difficile ammirare gli affreschi di Aurelio Luini e, sembra, del Bergognone.

In uno di questi affreschi, alcuni personaggi guardano l’interno della chiesa dall’alto, quasi non avessero trovato posto tra i fedeli. Abbiamo preso in prestito alcune foto dal sito della Chiesa Ortodossa Russa ma speriamo di poterci tornare di persona appena sarà possibile uscire di casa.

Accanto a questa chiesetta ci sono altre due piccole curiosità. La prima è un mini-anfiteatro di fronte ad essa dove si può sostare seduti sulle basse gradinate.

Da qui possiamo  voltarci e guardare stupiti una delle tante case strane della nostra città. Questa è tagliata in orizzontale (forse dopo i bombardamenti), con  portone d’ingresso, cancello e numero civico. Gli abitanti di questa insolita casa sono automobili, infatti oggi è un parcheggio.

A presto…

Cinque Giornate contro il virus… restando a casa

Oggi, 18 marzo, iniziano le Cinque Giornate di Milano e il coronavirus vorrebbe scatenare il suo attacco per raggiungere il picco di infezioni proprio in questi giorni. Come le Cinque Giornate sono state per Milano l’inizio del Risorgimento contro il nemico, così oggi dobbiamo combattere contro il Covid-19.

Ci siamo ricordati di alcuni canti che ci hanno tramandato i nostri nonni: “Varda Gyulai” e la “Bella Gigogin“.
Nella prima si ricorda al generale Gyulai, comandante delle truppe austro-ungariche in Lombardia, che: “Varda (guarda) Gyulai che ven la primavera“, la stagione della Libertà.

La “Bella Gigogin“, invece, scritta nel 1858 dal milanese Paolo Giorza, è un invito a Vittorio Emanuele II perchè “daghela avanti un passo” per la liberazione della Lombardia, che è rappresentata dalla Gigogin, una bella ragazza che non vuole mangiare polenta, gialla come la bandiera austriaca di allora.

Infine risentiamo la struggente “Ma mi“. di Giorgio Strehler, che parla di ben altri “quaranta dì, quaranta nott” rispetto al nostro restare chiusi in casa.

Volete sentirli? Questi canti si possono ascoltare su YouTube.

Mettiamocela tutta, verrà la primavera!

A presto…