Il Banco Alimentare al tempo del covid

Quante volte ci siamo detti, per farci coraggio, “andrà tutto bene”? Le difficoltà, però, non solo sono rimaste, ma sono anche cresciute per tutti noi. Fra poco sarà Natale, un Natale diverso e forse lontano dagli affetti più cari, pensando a un domani difficile che per molti è già oggi.

Il Banco Alimentare, che da anni raccoglie prodotti da donare a chi ne ha bisogno, quest’anno, per rispettare le norme sanitarie anti-Covid, ha preparato delle gift-card da 2, 5, 10 Euro in vendita on-line o alle casse dei supermercati fino all’ 8 dicembre.

https://www.bancoalimentare.it/it

Al termine della raccolta, le card diventeranno pasta, olio, omogeneizzati, farina … per la tavola, sotto la cometa, di chi ha bisogno.

A presto…

Quadri di ieri per raccontare l’oggi

Ci mancano molto i nostri consueti passipermilano alla ricerca di qualche angolo o evento da raccontare. Siamo di nuovo in lockdown a guardare le nostra città dal balcone di casa.

I musei sono chiusi e, in attesa di poterli visitare di nuovo, abbiamo raccolto, come in una piccola galleria, le immagini di alcuni dipinti che sembrano raccontare anche le nostre esperienze di oggi. Sono opere di due pittori lombardi, Emilio Longoni e Amerino Cagnoni, che hanno lavorato e vissuto a Milano tra Ottocento e Novecento.

Emilio Longoni

Amerino Cagnoni

Erano ieri le passeggiate nei giardini (a proposito, recentemente sono nati altri due “Giardini delle Donne“), ieri le giornate all’aria aperta e la musica dell’estate, magari con molta più gente. Oggi è tornato il distanziamento.

Tutta colpa dell’estate vissuta troppo come “cicale” mentre il Coronavirus era in agguato?

Ora è autunno e il distanziamento potrebbe essere regolato anche dagli ombrelli aperti. Riconoscete piazza Cordusio con il tram giallo che la attraversa?

Lungo è il tempo sospeso intorno a noi che ciascuno vive a modo suo aspettando il ritorno delle belle giornate e la fine della pandemia.

Il Coronavirus ha portato dei cambiamenti nella nostra vita. Le scuole per i bambini più piccoli sono aperte, ma è la DAD la grande novità che fa discutere.

I negozi di alimentari e i mercati sono aperti, ma sempre di più vincono gli acquisti online e le consegne a domicilio.

I bar e i ristoranti sono invece chiusi, momenti di socialità accantonati per un po’. Ecco come alcuni di questi, aperti solo per l’asporto, si sono reinventati creando un’atmosfera molto piacevole.

In questo periodo c’è chi lavora per noi senza sosta; come non ricordare, guardando questo quadro, l’immagine dell’infermiera crollata per la stanchezza davanti al PC la scorsa primavera?

I tempi sono difficili per tutti ora come allora: si protesta o si teme per il futuro, come nei vari momenti critici di ogni epoca.

Ma quanta saggezza c’è in quest’uomo che sorride con fiducia alla nipotina impaziente di aprire il cancello per andare verso il nuovo mondo che la aspetta.

Buon Lockdown e a presto...

Foliage e lockdown: un po’ di rosso, di arancione e di giallo

È iniziato un nuovo lockdown che ha portato i colori naturali d’autunno nelle nostre Regioni. Ci sono, infatti, zone gialle, arancioni e rosse come le foglie che vediamo intorno a noi.

Abbiamo fotografato alcune foglie in un parco vicino a casa: alcune sono ancora sugli alberi, altre sono cadute o sembrano riposare su una panchina.

L’autunno è tempo di colori forti e vivaci, a volte velati da una nebbiolina leggera. Può quasi sembrare l’addio consapevole alla luce, l’ultimo sprazzo prima del buio e del gelo.

Le radici delle piante, però, non sono morte e stanno preparando la rinascita e i nuovi germogli dopo l’inverno. E le piante, che oggi vediamo incerte come le nostre giornate, in primavera torneranno a rifiorire.

Con queste foto speriamo di portare qualche attimo di bellezza e di colore nei momenti difficili di oggi.

Quest’anno non possiamo vagabondare per guardare il foliage e l'”assembramento” di foglie cadute nei giardini della nostra città. Possiamo, invece, camminare restando vicino a casa per riuscire a cogliere qualche immagine che magari non avremmo notato come quella di una foglia che sembra salutarci da un cancello, o quella di alcune bacche del colore della nostra “zona” al tempo del Coronavirus.

Sfogliamo queste foto e, se volete, mandateci le vostre. Buon lockdown… insieme.

A presto…

La storia della “Senavra” raccontata nella notte di Halloween

“…Datemi una moneta… Mi avete sentito arrivare col piede caprino che rintocca i miei passi? Datemi una moneta per andarvene senza di me, datemi una moneta che questa sera vi racconto una storia…

Vi piace questa zona? È bella e siete tanti ad abitarla, ma un tempo quello che ora voi chiamate corso XXII Marzo era una strada di lattai, piena di campi e di piccoli corsi d’acqua melmosi. Riuscire a ritrovarlo in queste vecchie cartine?

Fermatevi a guardare questa chiesa, all’altezza del numero 50 del corso. Cosa leggete sulla facciata di mattoncini rossi? “Senavra”… strano nome davvero.

Chi sono io? Sono un “si dice”, un fantasma che chiede una moneta per lasciarvi in pace, sono il prezzo per farvi tornare alle paure delle vostre vite.

Vedete il lungo edificio che continua la chiesa?

Quante volte è stato rimaneggiato e ha cambiato pelle e cuore: è stato una villa fuori città al tempo di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano (XVI secolo), poi è diventato lo splendido edificio, la “Scenam Auream” dove i Gesuiti si ritiravano in preghiera (dalla fine del XVII secolo).

Sul muro di cinta avevano fatto dipingere un albero di senape con le parole della parabola evangelica (da un granello di senape, la più piccola tra tutte le verdure, nascerà un albero…).

Potrebbe essere nato da qui il nome Senavra, la senape nel nostro dialetto, oppure viene da Scenam Auream. Forse, invece, ha un’origine di dolore e morte: qui intorno c’erano paludi e una di queste, Sinus Averanus, aveva inghiottito per sempre Frontone, Arcivescovo di Milano del VI secolo, oppositore del Papa.

Voi festeggiate Halloween, vi divertite della paura. Volete provare brividi di terrore? Tornate con me nei corridoi della Senavra di un tempo…

Dopo che i Gesuiti furono cacciati (1773), questa divenne la “casa” dei malati di mente. Un ospedale voluto (1781) da Maria Teresa per ricoverare chi era detto pazzo dai parenti, da un parroco, da un anonimo nemico … Insieme a loro era rinchiuso chi era “diverso”, solo, orfano o chi la pensava in modo sgradito ai potenti.

Urla, risate senza gioia, bestemmie, pianti… E come cura, catene, docce gelate, salassi, purghe, clisteri, bastonate… Anche qui veniva talvolta qualche angelo come il dottor Andrea Verga o Gaetana Agnesi che si occupava di donne disperate. Ma l’inferno era qui e la morte il paradiso.

Questo ospedale era diventato troppo piccolo e si trovava tra gente che voleva abitare tranquilla senza vedere nè sapere. Ci portarono altrove, fuori città (Ospedale di Mombello, seconda metà ‘800); e la Senavra? Vi entrò la solitudine, l’abbandono, come se il dolore avesse bisogno di tempo per affievolirsi e svanire. Divenne un ricovero per  gli anziani, poi per gli sfrattati dopo la pazzia di una vostra guerra.

Ora, se passate di qui, trovate preghiere, assistenza e aiuto perchè la Senavra (negli anni Sessanta) ha ancora una volta cambiato pelle e cuore ed è diventata una chiesa.

Io abito ancora in queste strade e ora che, nella notte di Halloween, vi ho raccontato la storia della Senavra, datemi una moneta o…

A presto…

 

Uno sguardo alla “Design Week 2020”

Qualche giorno fa si è conclusa la “Milano Design Week 2020” che si è svolta con coraggio, sotto il segno della mascherina.

Infatti, se il Covid aveva fatto annullare il Fuorisalone di primavera e rimandare al prossimo anno il Salone del Mobile, dal 28 settembre al 10 ottobre, la nostra città ha riaperto le porte sul futuro del design, su cosa sceglieremo per la nostra casa nel mondo che verrà.

Le zone più creative e glamour di Milano hanno ospitato un ricco calendario di eventi, dedicati all’arredo, in showroom, laboratori, gallerie e luoghi simbolo, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza anti-Covid.

Infatti, anche nella Design Week come nella nostra vita di oggi, il digitale ha affiancato le iniziative in presenza, gli eventi hanno richiesto inviti o prenotazioni a numero chiuso; proibiti gli assembramenti che per il Fuorisalone volevano dire tanto pubblico affascinato dalle molte installazioni diffuse per la città.

Il Covid ha creato uno scenario nuovo, dai contorni ancora fluidi dove, come nello home working, il digitale diventa realtà quotidiana. Ci è sembrata una edizione rivolta maggiormente agli “esperti” del settore; il pubblico ha potuto partecipare di persona solo su prenotazione o guardando le vetrine e le poche installazioni nei vari distretti, oppure esplorando on-line.

Vi proponiamo di sfogliare un album di immagini da vedere e rivedere quando se ne avrà voglia.

Particolare attenzione, in questa edizione è stata data, anche dalla gallerista Rossana Orlandi, all’economia circolare, alla sostenibilità e a come sia possibile creare bellezza da elementi riutilizzati e riciclati.

Nei chiostri del Museo della Scienza e della Tecnologia, appena restaurati,  ha presentato i progetti di diversi designer, artisti e ricercatori.

È un invito ad uscire dai luoghi comuni. Il legno, ad esempio, considerato “naturale” ed “ecologicamente corretto”, in realtà potrebbe essere stato estratto senza rispetto per l’ambiente o utilizzato senza vera necessità. La plastica, altresì, non va demonizzata ma riciclata e riutilizzata “per una seconda, altre e infinite vite” fino a farla diventare componente dei materiali da costruzione.

In occasione della Design Week, il Comune di Milano ha patrocinato una insolita mostra “The Skull Parade. Il tempo della vanità. I Teschi raccontano”, un  assembramento di teschi accanto a piazza del Duomo.

Partita da Viareggio e realizzata dagli artisti che creano le maschere per il Carnevale, è ispirata alla tradizione popolare messicana del Giorno dei Morti, quando si crede che le anime ritornino nelle loro case e nel mondo dei vivi.

In fondo Halloween è quasi alle porte e un po’ di mistero dark si addice alla nostra poliedrica città.

A presto…

Chiesa Rossa: la luce e i colori diventano arte

In una zona di periferia, molto viva ed attiva, ma considerata di una certa criticità, si trova una delle chiese non ancora centenarie della nostra città, quasi una collezione di arte contemporanea: Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, o, più semplicemente, Chiesa Rossa.

Fu iniziata negli anni Venti del Novecento per diventare la parrocchia del quartiere di edilizia popolare che si stava costruendo per le famiglie baraccate del Ticinese, intorno a via Neera.

Il quartiere era stato chiamato “28 ottobre” per ricordare la marcia su Roma, ma subito era diventato la “Baia del Re”, la “Kings Bay” come l’ultimo avamposto che il generale Umberto Nobile aveva lasciato prima di puntare con il suo dirigibile verso le lande desolate del Polo Nord.

Questo quartiere, che si trova nella zona sud di Milano, è noto anche come “Stadera”. Abbiamo scavato un po’ e trovato una mappa del 1600 disegnata da G.B. Clarici (o Claricio), dove sono indicate alcune cascine, tra cui, appunto, una chiamata Stadera (forse per la presenza di una pesa).

Probabilmente, quindi, questo quartiere prende il nome da un’antica zona rurale, così come il nome “Chiesa Rossa” deriva da una piccola chiesa dell’anno Mille che andremo a scoprire facendo presto altri quattropassi.

Torniamo alla chiesa che si affaccia su via Montegani. Iniziata dall’ingegner Franco della Porta, fu completata poi dall’architetto Giovanni Muzio (quello della Ca’ Brutta!), esponente del movimento artistico “Novecento” e autore di numerosi importanti edifici milanesi e non.

La chiesa venne inaugurata dall’Arcivescovo Ildefonso Schuster nel 1932 e dedicata a Santa Maria Annunciata. La facciata era molto più semplice di quella attuale, col grande pronao, che venne ultimata nel 1960 e benedetta dal cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI. Il mattone rosso a vista è il filo conduttore del sobrio e severo edificio. Grandi finestre illuminano l’interno a croce latina.

Nel battistero, ottagonale come da tradizione, c’è un’opera di Giacomo Manzù; mentre la cappella, dedicata a Maria, è rivestita in marmo, sembra contro il desiderio dello stesso Muzio. La statua della Madonna è stata realizzata da uno scultore di Ortisei, Giacomo Munster.

Spettacolare è il pavimento della chiesa, sempre progettato dall’architetto Muzio, con insoliti inserti, disegni e colori.

Il quartiere, nella seconda metà del secolo scorso, stava attraversando momenti critici, soffocato dalle difficoltà di chi ci viveva. Negli anni Ottanta il parroco della chiesa, don Giulio Greco, cercò di dare un po’ di respiro e di portare un po’ di luce e di speranza nella sua comunità.

Durante una gita a Varese, con alcuni fedeli, esperti collezionisti d’arte, “incontrò” un’opera che l’artista minimalista americano, Dan Flavin, aveva realizzato in memoria del fratello gemello morto in una imboscata durate la guerra del Vietnam.

L’artista americano utilizzava per le sue opere solo tubi al neon facendo diventare scultura, quasi materia, la luce e il colore.

Il parroco scrisse una lettera a Flavin chiedendogli un progetto per Santa Maria Annunciata. Non fu un’impresa facile. Flavin era malato e in più nutriva una profonda ostilità verso la Chiesa, forse perchè  era stato costretto dai genitori a studiare in seminario. Alla fine, però, venne convinto ad illuminare di speranza la lontana chiesa milanese, lavorando solo su un modellino di legno. “Sarà il mio testamento”, disse, e infatti la sua opera venne inaugurata il 30 novembre 1996, esattamente un anno dopo la morte dell’artista.

A questo progetto collaborarono anche diversi mecenati, fra cui la Fondazione Prada che ancora oggi continua a contribuire concretamente. L’interno di Santa Maria Annunciata è illuminato da tubi al neon di luce fluorescente che ridefiniscono gli spazi, ma non solo.

L’autore sosteneva che non ci fosse niente di mistico e di spirituale nella sua opera che è “quello che è e nient’altro”. Alcuni vedono, però, nei diversi colori l’alternarsi del giorno e della notte, dall’alba al crepuscolo; altri, invece, la Passione di Cristo, la sua gloria in un cielo azzurro come quello delle antiche chiese.

Sopra l’altare si trova un’opera di Pino Pedano: un cerchio in legno di pioppo che simboleggia l’Eucarestia. Dello stesso autore, all’esterno, c’è una fusione con il volto di Padre Pio, che sembra sorridere alla gente che passa.

Lo scorso Natale ci siamo fermati davanti al bel presepe della chiesa. Era ambientato tra le case del quartiere e sullo sfondo un tram arrivava dal centro città.

Se le antiche vetrate portavano i colori della luce all’interno delle cattedrali, in Chiesa Rossa è la luce della chiesa che esce all’esterno e ci chiama.

Se ancora non ci è possibile andare di persona a visitarla, possiamo cominciare a guardare queste belle immagini.

A presto…

I giardini delle donne: la Guastalla

Creato a metà Cinquecento da una donna per giovani donne in difficoltà, è il giardino in rosa più antico e bello di Milano; si trova in via Francesco Sforza, a due passi dall’Università Statale e dal Policlinico.

Questo giardino faceva parte del Collegio della Guastalla, un educandato per ragazze nobili ma povere, fondato nel 1557 dalla contessa Ludovica Torelli.

Chi era questa donna, figura forse poco nota nella storia milanese?

Erede del ricco feudo di Guastalla, dopo essere rimasta vedova in giovane età per ben due volte e aver perso l’unico figlio, aveva deciso di “vendere” la propria contea al Governatore di Milano Ferrante I Gonzaga, discendente di Isabella d’Este.

Questa scelta fu profondamente osteggiata dai parenti di Ludovica che, dopo averle ucciso il secondo marito, tentarono di assassinare anche lei. La contessa, però, tagliò col suo passato e si trasferì nella nostra città con le proprie immense ricchezze, accolta e onorata dai potenti.

Profondamente religiosa, strinse un forte legame spirituale con Antonio Maria Zaccaria, medico-sacerdote, fondatore dell’Ordine dei Barnabiti, che è sepolto nella chiesa dei Santi Paolo e Barnaba, accanto al giardino.

Ludovica volle dedicarsi in modo particolare alle donne in difficoltà. Creò il convento delle Angeliche che, per la prima volta nella storia degli ordini monastici femminili, non erano vincolate alla clausura, ma svolgevano il proprio apostolato e la propria attività di aiuto tra la gente. Oggi resta solo la chiesa sconsacrata di San Paolo Converso in corso Italia.

Queste scelte, molto avanzate per l’epoca, portarono a ben due processi per eresia e all’obbligo di clausura per le Angeliche, presso le quali alloggiava anche Ludovica. Avvertita appena in tempo, la contessa se ne andò di nascosto dal convento e riuscì a mantenere stato laico e libertà. Proprio da questa “fuga” nacque, nel 1557, il Collegio della Guastalla.

Ancora una volta Ludovica penso all’educazione femminile. Le educande potevano rimanere tra i 10 e i 22 anni di età, ricevere una buona educazione e, al termine, anche una dote in denaro per poter scegliere liberamente il proprio futuro. Un piccolo, grande passo verso l’autonomia femminile del tempo se pensiamo alla storia della Monaca di Monza di poco successiva.

La vicenda di Ludovica ci permette di conoscere alcuni spazi della nostra città che fanno parte del nostro contesto quotidiano. Così, al numero 6 di via Guastalla, troviamo ancora oggi l’antico edificio del Collegio, che oggi ospita gli uffici del Giudice di Pace e dell’Avvocatura.

Il grande complesso è stato ovviamente rimaneggiato nel tempo. Intorno ad esso si trova il grande giardino del quale possiamo godere anche oggi.

Al suo interno alberi importanti “etichettati”, siepi, fiori, angoli romantici e soprattutto la splendida peschiera barocca del Seicento.

Era stata costruita sopra un laghetto (in via Francesco Sforza scorreva il Naviglio) per l’allevamento di pesci che servivano per il vitto delle giovani allieve. Ora è il punto focale di tutto il giardino che, però, ha altri angoli ricchi di suggestione.

Una finta grotta protegge Maria Maddalena assistita dagli angeli, un bellissimo gruppo in cotto e stucco che meriterebbe ben più attenzione e rispetto da parte di tutti.

Sul lato opposto troviamo un tempietto neoclassico del Cagnola, che ospita una ninfa mutilata dai vandali.

Nel giardino ci sono spazi gioco per bambini ed aree per cani, ma è soprattutto l’atmosfera romantica che ne fa uno spazio bellissimo, frequentato in ogni stagione.

L’antico muro di cinta è stato sostituito da una bella cancellata quando il giardino passò al Comune di Milano che lo aprì al pubblico nel 1938.

Il Collegio venne spostato a Monza San Fruttuoso, dopo cinquecento anni di sede milanese. Infatti la lungimirante Ludovica, alla sua morte, aveva lasciato questa sua creatura allo Stato e alla guida spirituale dei Gesuiti di San Fedele. L’educandato, quindi, sotto le protezioni governative era riuscito a passare indenne anche dalle riforme austriache e dalle soppressioni napoleoniche.

Usciti dal parco, andiamo verso via Guastalla per guardare quasi di fronte alla chiesa la fontana con una testa leonina proveniente dall’antico Palazzo Marino (peccato che l’acqua non ci sia).

Un’altra curiosità si trova, dopo la Sinagoga, al numero 15 della via. Davanti ad un moderno condominio signorile, c’è uno strano portale del XVI secolo di origine napoletana.

Un po’ stupiti guardiamo due Satiri, il dio Pan, Adamo ed Eva con una serie di immagini mitologiche e con una scritta latina: Aqua vivimus, ut vivas vigila (di acqua viviamo, per vivere vigila), che sembra di grande attualità anche oggi.

Con un sorriso pensiamo a quanta strada abbia fatto questo eccentrico portale per giungere a Milano. Ancora una volte nella nostra città le pietre si spostano

A presto…

Buon Ferragosto 2020!

Tra l’asfalto di via Canonica, durante il lockdown, è spuntato e sta crescendo un alberello. Lo chiamano “ciliegio di Gerusalemme” ma è un parente del pomodoro, anche se i suoi frutti non sono commestibili.

 

A tutti, con questa immagine di rinascita e di speranza, pur tra qualche difficoltà, auguriamo di cuore

Buon Ferragosto!

A presto…

Itinerario nel verde contemporaneo di CityLife e Porta Nuova

Dopo il lungo lockdown e fra le tante incognite dell’autunno che verrà, rilassiamoci facendo quattropassi nel verde d’autore di CityLife e di Porta Nuova, tra i grattacieli diventati simboli della nostra città.

In queste due zone nate e ricreate su aree dismesse (Fiera e Varesine), lo sguardo va verso l’alto: palazzi di vetro e acciaio, grattacieli, monoliti che potrebbero sembrare avulsi dall’ambiente circostante. E’ proprio così?

A Porta Nuova, in piazza Gae Aulenti, la torre Unicredit  ci fa pensare quasi ad una guglia del Duomo, con le loro piazze dove si riuniscono tanti milanesi di oggi.

Scendendo verso il Bosco Verticale, facciamo la “passeggiata” Luigi Veronelli (si chiama proprio così!) per raggiungere la Biblioteca degli Alberi (BAM), che quest’anno offre qualcosa di nuovo e di più.

Facendo quattropassi per Porta Nuova, ci rendiamo conto di come questo spazio verde unisca tra loro diverse anime di Milano: c’è la zona degli edifici prestigiosi, quella delle case di ringhiera, gli spazi dedicati alla cultura, al lavoro, allo svago e, questa estate, persino alle vacanze in pieno sole con sdraio e ombrelloni.

Questo verde, aperto a tutti, è uno “spazio comune” che ospita una vegetazione proveniente da tutte le parti del mondo.

Il verde crea scorci inattesi in questa zona di Milano che è già futuro. Ecco i salici che offrono riparo in un abbraccio protettivo, o i piccoli specchi d’acqua tra i grattacieli che riflettono la bellezza delle ninfee accanto a quella dell’architettura creata dall’uomo.

Perchè, ci siamo chiesti, non fare anche qui qualche giorno di vacanza metropolitana? Possiamo goderci il sole al Lido a Km 0 della Biblioteca degli Alberi o passeggiare tra architettura, svago e shopping a CityLife.

Prendiamo la metropolitana lilla alla Stazione Garibaldi e scendiamo alla fermata Tre Torri. Subito ci troviamo in mezzo a tre imponenti monoliti, il Dritto, lo Storto e il Curvo.

Come la guglia di Porta Nuova, così queste torri non sono così lontane dalla storia della nostra città. In questa bella immagine da piazza del Duomo possiamo vedere passato, presente e futuro. Il Dritto, l'”oggi”, sullo sfondo, sembra rispondere all’antica Torre Civica; tra loro una serie di gru sono intente a disegnare il futuro.

Ai piedi dei tre giganti ci hanno colpito i prati pieni di fiori e abbiamo pensato come anche queste grandi torri siano ancorate alla terra e si rivolgano al cielo azzurro. La nostra città ha solide radici e ali per volare.

A CityLife, a fianco delle torri, tra i palazzi, simili  a navi da crociera, di Zaha Hadid e quelli più spigolosi di Libeskind, troviamo sinuosi collegamenti verdi, prati che invitano a giocare o a riposare, alberi ancora in crescita con tante panchine tutte da godere.

Seduti sui prati,  gustando, magari, un cestino gourmet dei locali della zona e lasciandoci percorrere dall’energia di vita,  possiamo rigenerare mente e corpo , prima di riprendere le nostre giornate.

A presto…

I giardini delle donne: spazi verdi con sfumature rosa

Non sono molte le strade di Milano dedicate alle donne. E i monumenti? Nemmeno uno, se si escludono diverse statue femminili allegoriche. Da qualche tempo, però, alcuni giardini hanno il nome di donne celebri. Andiamo a fare quattropassi dove il rosa  sfuma nel verde.

Due tra “i giardini delle donne” sono grandi e di più vecchia data: la Guastalla (ne parleremo tra qualche settimana) e il Ravizza; altri sono invece spazi più nuovi dove il verde si è conquistato piccole aree trascurate o qualche angolo tra le case o vicino a edifici storici.

Le donne a cui sono state dedicate queste memorie verdi e vive hanno avuto storie diverse: c’è chi ha dato la vita per il proprio impegno, come Lea Garofalo e Anna Politkovskaja, o chi ha lasciato un segno nell’arte e nella cultura.

Così possiamo passeggiare nel giardino Camilla Cederna, accanto all’Università Statale di via Festa del Perdono e goderci un po’ di verde alle spalle di via Larga tra la Ca’ Granda e la bella chiesa di San Nazaro, in un angolo ricco di storia e di fascino un po’ bohemienne.

Ad una grande giornalista, Oriana Fallaci, è dedicato un bel giardino in via Quadronno con diversi spazi gioco  e qui, perché no?, possiamo fermarci a rileggere qualche intensa pagina della scrittrice.

Quasi a prolungarne il verde, su questo giardino si affacciano bei palazzi d’autore, con i loro terrazzini ricchi di vegetazione, quasi precursori del pluripremiato Bosco Verticale.

Un altro giardino in rosa è quello dedicato a Renata Tebaldi, di fronte alla chiesa di Santa Maria Segreta. È un giardino tranquillo dove si può sostare un momento dopo aver fatto visita all’Angelo meteorologo della chiesa o essere andati a vedere il vicino Villino Maria Luisa, tutto oro e azzurro.

In queste giornate calde, possiamo cercare un po’ d’ombra anche al Parco Ravizza, un’ isola verde vicino alla Bocconi, che offre tanto spazio a chi vuole stendersi al sole o riposare all’ombra, magari per studiare.

Fu realizzato all’inizio del secolo scorso, in una zona agricola in via di urbanizzazione; frequentato in ogni stagione, anche da chi fa jogging, è ricco di spazi verdi, di aree gioco e di recinti per gli amici a quattro zampe.

È conosciuto come “il Ravizza”, al maschile, ma è dedicato a una donna straordinaria: Alessandrina Ravizza. Chi era questa donna grassoccia e un po’ dimessa, con una grande fronte spaziosa che era l’immagine della sua mente e del suo cuore grandi e aperti?

Era nata in Russia, nel 1846, da madre tedesca e da padre italiano, un patriota esule dopo le guerre napoleoniche. Cresciuta in un ambiente cosmopolita, conosceva ben otto lingue.

Giunta a Milano per accompagnare la sorella che doveva studiare al Conservatorio, sposò l’ingegnere Giuseppe Ravizza, del quale portò sempre il cognome, ed entrò in contatto con alcune donne, fra cui Anna Kuliscioff, in prima linea per l’emancipazione femminile e l’impegno sociale.

Il “suo” parco è un po’ come l’opera della Ravizza. Alessandrina, infatti,  fece crescere, come dice Ada Negri, una “foresta spessa e viva” di istituzioni che contribuirono a fare grande Milano, sia pure negli anni difficili a cavallo dei due secoli.

Alessandrina Ravizza seminò e curò le radici di molti “alberi”: le Cucine Economiche, la Casa di Lavoro per Disoccupati, l’Ospedale Sifiloiatrico per madri e bambini ammalati. Promosse inoltre corsi di formazione professionale e diede vita all’Università Popolare di Milano.

Per la Ravizza erano fondamentali la solidarietà e la cultura per raggiungere un reale progresso sociale senza il rischio di solo assistenzialismo. E questi sono i valori della Milano più autentica, validi ancora oggi.

Passeggiando per questo bel parco milanese, senza barriere e generoso di zone di sole e di ombre come la vita, e di una vegetazione ricca e diversa, abbiamo pensato al rosa intenso di Alessandrina Ravizza che non “processò mai la vita, ma la difese e la incoraggiò in ogni singola manifestazione” (Ada Negri).

Qui il verde si è davvero tinto di rosa.

A presto…