Chiesa Rossa: la luce e i colori diventano arte

In una zona di periferia, molto viva ed attiva, ma considerata di una certa criticità, si trova una delle chiese non ancora centenarie della nostra città, quasi una collezione di arte contemporanea: Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, o, più semplicemente, Chiesa Rossa.

Fu iniziata negli anni Venti del Novecento per diventare la parrocchia del quartiere di edilizia popolare che si stava costruendo per le famiglie baraccate del Ticinese, intorno a via Neera.

Il quartiere era stato chiamato “28 ottobre” per ricordare la marcia su Roma, ma subito era diventato la “Baia del Re”, la “Kings Bay” come l’ultimo avamposto che il generale Umberto Nobile aveva lasciato prima di puntare con il suo dirigibile verso le lande desolate del Polo Nord.

Questo quartiere, che si trova nella zona sud di Milano, è noto anche come “Stadera”. Abbiamo scavato un po’ e trovato una mappa del 1600 disegnata da G.B. Clarici (o Claricio), dove sono indicate alcune cascine, tra cui, appunto, una chiamata Stadera (forse per la presenza di una pesa).

Probabilmente, quindi, questo quartiere prende il nome da un’antica zona rurale, così come il nome “Chiesa Rossa” deriva da una piccola chiesa dell’anno Mille che andremo a scoprire facendo presto altri quattropassi.

Torniamo alla chiesa che si affaccia su via Montegani. Iniziata dall’ingegner Franco della Porta, fu completata poi dall’architetto Giovanni Muzio (quello della Ca’ Brutta!), esponente del movimento artistico “Novecento” e autore di numerosi importanti edifici milanesi e non.

La chiesa venne inaugurata dall’Arcivescovo Ildefonso Schuster nel 1932 e dedicata a Santa Maria Annunciata. La facciata era molto più semplice di quella attuale, col grande pronao, che venne ultimata nel 1960 e benedetta dal cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI. Il mattone rosso a vista è il filo conduttore del sobrio e severo edificio. Grandi finestre illuminano l’interno a croce latina.

Nel battistero, ottagonale come da tradizione, c’è un’opera di Giacomo Manzù; mentre la cappella, dedicata a Maria, è rivestita in marmo, sembra contro il desiderio dello stesso Muzio. La statua della Madonna è stata realizzata da uno scultore di Ortisei, Giacomo Munster.

Spettacolare è il pavimento della chiesa, sempre progettato dall’architetto Muzio, con insoliti inserti, disegni e colori.

Il quartiere, nella seconda metà del secolo scorso, stava attraversando momenti critici, soffocato dalle difficoltà di chi ci viveva. Negli anni Ottanta il parroco della chiesa, don Giulio Greco, cercò di dare un po’ di respiro e di portare un po’ di luce e di speranza nella sua comunità.

Durante una gita a Varese, con alcuni fedeli, esperti collezionisti d’arte, “incontrò” un’opera che l’artista minimalista americano, Dan Flavin, aveva realizzato in memoria del fratello gemello morto in una imboscata durate la guerra del Vietnam.

L’artista americano utilizzava per le sue opere solo tubi al neon facendo diventare scultura, quasi materia, la luce e il colore.

Il parroco scrisse una lettera a Flavin chiedendogli un progetto per Santa Maria Annunciata. Non fu un’impresa facile. Flavin era malato e in più nutriva una profonda ostilità verso la Chiesa, forse perchè  era stato costretto dai genitori a studiare in seminario. Alla fine, però, venne convinto ad illuminare di speranza la lontana chiesa milanese, lavorando solo su un modellino di legno. “Sarà il mio testamento”, disse, e infatti la sua opera venne inaugurata il 30 novembre 1996, esattamente un anno dopo la morte dell’artista.

A questo progetto collaborarono anche diversi mecenati, fra cui la Fondazione Prada che ancora oggi continua a contribuire concretamente. L’interno di Santa Maria Annunciata è illuminato da tubi al neon di luce fluorescente che ridefiniscono gli spazi, ma non solo.

L’autore sosteneva che non ci fosse niente di mistico e di spirituale nella sua opera che è “quello che è e nient’altro”. Alcuni vedono, però, nei diversi colori l’alternarsi del giorno e della notte, dall’alba al crepuscolo; altri, invece, la Passione di Cristo, la sua gloria in un cielo azzurro come quello delle antiche chiese.

Sopra l’altare si trova un’opera di Pino Pedano: un cerchio in legno di pioppo che simboleggia l’Eucarestia. Dello stesso autore, all’esterno, c’è una fusione con il volto di Padre Pio, che sembra sorridere alla gente che passa.

Lo scorso Natale ci siamo fermati davanti al bel presepe della chiesa. Era ambientato tra le case del quartiere e sullo sfondo un tram arrivava dal centro città.

Se le antiche vetrate portavano i colori della luce all’interno delle cattedrali, in Chiesa Rossa è la luce della chiesa che esce all’esterno e ci chiama.

Se ancora non ci è possibile andare di persona a visitarla, possiamo cominciare a guardare queste belle immagini.

A presto…

I giardini delle donne: la Guastalla

Creato a metà Cinquecento da una donna per giovani donne in difficoltà, è il giardino in rosa più antico e bello di Milano; si trova in via Francesco Sforza, a due passi dall’Università Statale e dal Policlinico.

Questo giardino faceva parte del Collegio della Guastalla, un educandato per ragazze nobili ma povere, fondato nel 1557 dalla contessa Ludovica Torelli.

Chi era questa donna, figura forse poco nota nella storia milanese?

Erede del ricco feudo di Guastalla, dopo essere rimasta vedova in giovane età per ben due volte e aver perso l’unico figlio, aveva deciso di “vendere” la propria contea al Governatore di Milano Ferrante I Gonzaga, discendente di Isabella d’Este.

Questa scelta fu profondamente osteggiata dai parenti di Ludovica che, dopo averle ucciso il secondo marito, tentarono di assassinare anche lei. La contessa, però, tagliò col suo passato e si trasferì nella nostra città con le proprie immense ricchezze, accolta e onorata dai potenti.

Profondamente religiosa, strinse un forte legame spirituale con Antonio Maria Zaccaria, medico-sacerdote, fondatore dell’Ordine dei Barnabiti, che è sepolto nella chiesa dei Santi Paolo e Barnaba, accanto al giardino.

Ludovica volle dedicarsi in modo particolare alle donne in difficoltà. Creò il convento delle Angeliche che, per la prima volta nella storia degli ordini monastici femminili, non erano vincolate alla clausura, ma svolgevano il proprio apostolato e la propria attività di aiuto tra la gente. Oggi resta solo la chiesa sconsacrata di San Paolo Converso in corso Italia.

Queste scelte, molto avanzate per l’epoca, portarono a ben due processi per eresia e all’obbligo di clausura per le Angeliche, presso le quali alloggiava anche Ludovica. Avvertita appena in tempo, la contessa se ne andò di nascosto dal convento e riuscì a mantenere stato laico e libertà. Proprio da questa “fuga” nacque, nel 1557, il Collegio della Guastalla.

Ancora una volta Ludovica penso all’educazione femminile. Le educande potevano rimanere tra i 10 e i 22 anni di età, ricevere una buona educazione e, al termine, anche una dote in denaro per poter scegliere liberamente il proprio futuro. Un piccolo, grande passo verso l’autonomia femminile del tempo se pensiamo alla storia della Monaca di Monza di poco successiva.

La vicenda di Ludovica ci permette di conoscere alcuni spazi della nostra città che fanno parte del nostro contesto quotidiano. Così, al numero 6 di via Guastalla, troviamo ancora oggi l’antico edificio del Collegio, che oggi ospita gli uffici del Giudice di Pace e dell’Avvocatura.

Il grande complesso è stato ovviamente rimaneggiato nel tempo. Intorno ad esso si trova il grande giardino del quale possiamo godere anche oggi.

Al suo interno alberi importanti “etichettati”, siepi, fiori, angoli romantici e soprattutto la splendida peschiera barocca del Seicento.

Era stata costruita sopra un laghetto (in via Francesco Sforza scorreva il Naviglio) per l’allevamento di pesci che servivano per il vitto delle giovani allieve. Ora è il punto focale di tutto il giardino che, però, ha altri angoli ricchi di suggestione.

Una finta grotta protegge Maria Maddalena assistita dagli angeli, un bellissimo gruppo in cotto e stucco che meriterebbe ben più attenzione e rispetto da parte di tutti.

Sul lato opposto troviamo un tempietto neoclassico del Cagnola, che ospita una ninfa mutilata dai vandali.

Nel giardino ci sono spazi gioco per bambini ed aree per cani, ma è soprattutto l’atmosfera romantica che ne fa uno spazio bellissimo, frequentato in ogni stagione.

L’antico muro di cinta è stato sostituito da una bella cancellata quando il giardino passò al Comune di Milano che lo aprì al pubblico nel 1938.

Il Collegio venne spostato a Monza San Fruttuoso, dopo cinquecento anni di sede milanese. Infatti la lungimirante Ludovica, alla sua morte, aveva lasciato questa sua creatura allo Stato e alla guida spirituale dei Gesuiti di San Fedele. L’educandato, quindi, sotto le protezioni governative era riuscito a passare indenne anche dalle riforme austriache e dalle soppressioni napoleoniche.

Usciti dal parco, andiamo verso via Guastalla per guardare quasi di fronte alla chiesa la fontana con una testa leonina proveniente dall’antico Palazzo Marino (peccato che l’acqua non ci sia).

Un’altra curiosità si trova, dopo la Sinagoga, al numero 15 della via. Davanti ad un moderno condominio signorile, c’è uno strano portale del XVI secolo di origine napoletana.

Un po’ stupiti guardiamo due Satiri, il dio Pan, Adamo ed Eva con una serie di immagini mitologiche e con una scritta latina: Aqua vivimus, ut vivas vigila (di acqua viviamo, per vivere vigila), che sembra di grande attualità anche oggi.

Con un sorriso pensiamo a quanta strada abbia fatto questo eccentrico portale per giungere a Milano. Ancora una volte nella nostra città le pietre si spostano

A presto…

Buon Ferragosto 2020!

Tra l’asfalto di via Canonica, durante il lockdown, è spuntato e sta crescendo un alberello. Lo chiamano “ciliegio di Gerusalemme” ma è un parente del pomodoro, anche se i suoi frutti non sono commestibili.

 

A tutti, con questa immagine di rinascita e di speranza, pur tra qualche difficoltà, auguriamo di cuore

Buon Ferragosto!

A presto…

Itinerario nel verde contemporaneo di CityLife e Porta Nuova

Dopo il lungo lockdown e fra le tante incognite dell’autunno che verrà, rilassiamoci facendo quattropassi nel verde d’autore di CityLife e di Porta Nuova, tra i grattacieli diventati simboli della nostra città.

In queste due zone nate e ricreate su aree dismesse (Fiera e Varesine), lo sguardo va verso l’alto: palazzi di vetro e acciaio, grattacieli, monoliti che potrebbero sembrare avulsi dall’ambiente circostante. E’ proprio così?

A Porta Nuova, in piazza Gae Aulenti, la torre Unicredit  ci fa pensare quasi ad una guglia del Duomo, con le loro piazze dove si riuniscono tanti milanesi di oggi.

Scendendo verso il Bosco Verticale, facciamo la “passeggiata” Luigi Veronelli (si chiama proprio così!) per raggiungere la Biblioteca degli Alberi (BAM), che quest’anno offre qualcosa di nuovo e di più.

Facendo quattropassi per Porta Nuova, ci rendiamo conto di come questo spazio verde unisca tra loro diverse anime di Milano: c’è la zona degli edifici prestigiosi, quella delle case di ringhiera, gli spazi dedicati alla cultura, al lavoro, allo svago e, questa estate, persino alle vacanze in pieno sole con sdraio e ombrelloni.

Questo verde, aperto a tutti, è uno “spazio comune” che ospita una vegetazione proveniente da tutte le parti del mondo.

Il verde crea scorci inattesi in questa zona di Milano che è già futuro. Ecco i salici che offrono riparo in un abbraccio protettivo, o i piccoli specchi d’acqua tra i grattacieli che riflettono la bellezza delle ninfee accanto a quella dell’architettura creata dall’uomo.

Perchè, ci siamo chiesti, non fare anche qui qualche giorno di vacanza metropolitana? Possiamo goderci il sole al Lido a Km 0 della Biblioteca degli Alberi o passeggiare tra architettura, svago e shopping a CityLife.

Prendiamo la metropolitana lilla alla Stazione Garibaldi e scendiamo alla fermata Tre Torri. Subito ci troviamo in mezzo a tre imponenti monoliti, il Dritto, lo Storto e il Curvo.

Come la guglia di Porta Nuova, così queste torri non sono così lontane dalla storia della nostra città. In questa bella immagine da piazza del Duomo possiamo vedere passato, presente e futuro. Il Dritto, l'”oggi”, sullo sfondo, sembra rispondere all’antica Torre Civica; tra loro una serie di gru sono intente a disegnare il futuro.

Ai piedi dei tre giganti ci hanno colpito i prati pieni di fiori e abbiamo pensato come anche queste grandi torri siano ancorate alla terra e si rivolgano al cielo azzurro. La nostra città ha solide radici e ali per volare.

A CityLife, a fianco delle torri, tra i palazzi, simili  a navi da crociera, di Zaha Hadid e quelli più spigolosi di Libeskind, troviamo sinuosi collegamenti verdi, prati che invitano a giocare o a riposare, alberi ancora in crescita con tante panchine tutte da godere.

Seduti sui prati,  gustando, magari, un cestino gourmet dei locali della zona e lasciandoci percorrere dall’energia di vita,  possiamo rigenerare mente e corpo , prima di riprendere le nostre giornate.

A presto…

I giardini delle donne: spazi verdi con sfumature rosa

Non sono molte le strade di Milano dedicate alle donne. E i monumenti? Nemmeno uno, se si escludono diverse statue femminili allegoriche. Da qualche tempo, però, alcuni giardini hanno il nome di donne celebri. Andiamo a fare quattropassi dove il rosa  sfuma nel verde.

Due tra “i giardini delle donne” sono grandi e di più vecchia data: la Guastalla (ne parleremo tra qualche settimana) e il Ravizza; altri sono invece spazi più nuovi dove il verde si è conquistato piccole aree trascurate o qualche angolo tra le case o vicino a edifici storici.

Le donne a cui sono state dedicate queste memorie verdi e vive hanno avuto storie diverse: c’è chi ha dato la vita per il proprio impegno, come Lea Garofalo e Anna Politkovskaja, o chi ha lasciato un segno nell’arte e nella cultura.

Così possiamo passeggiare nel giardino Camilla Cederna, accanto all’Università Statale di via Festa del Perdono e goderci un po’ di verde alle spalle di via Larga tra la Ca’ Granda e la bella chiesa di San Nazaro, in un angolo ricco di storia e di fascino un po’ bohemienne.

Ad una grande giornalista, Oriana Fallaci, è dedicato un bel giardino in via Quadronno con diversi spazi gioco  e qui, perché no?, possiamo fermarci a rileggere qualche intensa pagina della scrittrice.

Quasi a prolungarne il verde, su questo giardino si affacciano bei palazzi d’autore, con i loro terrazzini ricchi di vegetazione, quasi precursori del pluripremiato Bosco Verticale.

Un altro giardino in rosa è quello dedicato a Renata Tebaldi, di fronte alla chiesa di Santa Maria Segreta. È un giardino tranquillo dove si può sostare un momento dopo aver fatto visita all’Angelo meteorologo della chiesa o essere andati a vedere il vicino Villino Maria Luisa, tutto oro e azzurro.

In queste giornate calde, possiamo cercare un po’ d’ombra anche al Parco Ravizza, un’ isola verde vicino alla Bocconi, che offre tanto spazio a chi vuole stendersi al sole o riposare all’ombra, magari per studiare.

Fu realizzato all’inizio del secolo scorso, in una zona agricola in via di urbanizzazione; frequentato in ogni stagione, anche da chi fa jogging, è ricco di spazi verdi, di aree gioco e di recinti per gli amici a quattro zampe.

È conosciuto come “il Ravizza”, al maschile, ma è dedicato a una donna straordinaria: Alessandrina Ravizza. Chi era questa donna grassoccia e un po’ dimessa, con una grande fronte spaziosa che era l’immagine della sua mente e del suo cuore grandi e aperti?

Era nata in Russia, nel 1846, da madre tedesca e da padre italiano, un patriota esule dopo le guerre napoleoniche. Cresciuta in un ambiente cosmopolita, conosceva ben otto lingue.

Giunta a Milano per accompagnare la sorella che doveva studiare al Conservatorio, sposò l’ingegnere Giuseppe Ravizza, del quale portò sempre il cognome, ed entrò in contatto con alcune donne, fra cui Anna Kuliscioff, in prima linea per l’emancipazione femminile e l’impegno sociale.

Il “suo” parco è un po’ come l’opera della Ravizza. Alessandrina, infatti,  fece crescere, come dice Ada Negri, una “foresta spessa e viva” di istituzioni che contribuirono a fare grande Milano, sia pure negli anni difficili a cavallo dei due secoli.

Alessandrina Ravizza seminò e curò le radici di molti “alberi”: le Cucine Economiche, la Casa di Lavoro per Disoccupati, l’Ospedale Sifiloiatrico per madri e bambini ammalati. Promosse inoltre corsi di formazione professionale e diede vita all’Università Popolare di Milano.

Per la Ravizza erano fondamentali la solidarietà e la cultura per raggiungere un reale progresso sociale senza il rischio di solo assistenzialismo. E questi sono i valori della Milano più autentica, validi ancora oggi.

Passeggiando per questo bel parco milanese, senza barriere e generoso di zone di sole e di ombre come la vita, e di una vegetazione ricca e diversa, abbiamo pensato al rosa intenso di Alessandrina Ravizza che non “processò mai la vita, ma la difese e la incoraggiò in ogni singola manifestazione” (Ada Negri).

Qui il verde si è davvero tinto di rosa.

A presto… 

Siamo al verde… Quattropassi per i giardini di Milano.

In questo clima di ripartenza difficile e un po’ timorosa, parliamo di verde, non quello economico, ma quello che vediamo in giro per Milano, un’immagine di rinascita e di vitalità in una città considerata, a torto, solo smog e cemento.

Quest’estate faremo quattropassi per vedere alcuni dei tanti spazi verdi della nostra città. Quanti sono?

Sono veramente così numerosi che è molto difficile ricordarli tutti: ci sono i grandi parchi che circondano la città, quasi una cintura esterna che sconfina con la campagna, poi parchi storici del centro, orti botanici, spazi verdi di quartiere, piazze e viali alberati, persino una vigna del Quattrocento e edifici green che hanno fatto la storia dell’architettura.

Nella nostra città il verde è ricco, vario e diffuso: può essere classico o contemporaneo, senza cancelli o persino un po’ segreto, spazioso o racchiuso in un fazzoletto.

Parco Ravizza

Collina dei Ciliegi

Il contrasto tra vecchio e nuovo, così caratteristico di Milano, si incontra anche negli spazi verdi, così come la “città che sale” convive con le zone agricole.

Può sembrare impossibile, ma Milano è la seconda città agricola italiana dopo Roma.

Tutto milanese è l’attaccamento alle nostre cascine (spesso diventate spazi pubblici circondati da verde), ai mercati agricoli del territorio, agli orti e anche ai piccoli, privatissimi vasetti di piantine aromatiche sul balcone di casa.

Mercato agricolo

Mercato agricolo

Biblioteca Chiesa Rossa

Parco Segantini

Anche il tema dell’Expo, che ha fatto conoscere Milano nel mondo, è stato un invito a “nutrire il pianeta – energia per la vita”.

Nel DNA di Milano c’è terra e acqua, una città di pianura tra fiumi che mantiene la solidità delle radici ma sa prendere le mille forme dell’acqua.

I nostri antenati celti avevano voluto fondare quella che sarebbe diventata la nostra città in un bosco sacro, il Nemeton.

La quercia era l’albero totemico che indicava tutti gli alberi e, per esteso, la natura. Iniziamo perciò il nostro viaggio nel verde di Milano proprio dalla quercia di piazza XXIV Maggio, accanto all’acqua della Darsena.

Questa quercia rossa è alta 18 metri ed è uno degli alberi monumentali di Milano, sottoposto a tutela ambientale. Alla base, per sostenerla, c’è una sorta di esoscheletro di metallo a forma di piramide. Scelta puramente tecnica o anche un po’ magica?

Questo albero è stato messo a dimora, dopo la Prima Guerra Mondiale, da Giunio Capè, padre di Giuseppe, un giovane alpino sopravvissuto al conflitto, per ricordare i tanti giovani del quartiere che invece non avevano fatto più ritorno.

Poco distante da questa piazza troviamo il Parco della Basiliche (ora dedicato a Papa Giovanni Paolo II) con piazza Vetra, dove venivano eseguite atroci condanne a morte come quella di Gian Giacomo Mora ai tempi della peste. Fra le vittime vi furono anche tante donne accusate di stregoneria come Caterina Medici.

Parco Sempione

Parco delle Basiliche

Piazza Vetra

Il nostro giro verde continuerà nei “giardini delle donne”, quei parchi o fazzoletti di terra, quasi monumenti vivi nel tempo, dedicati ad alcune figure femminili. Sarà, speriamo, anche un’occasione per una breve vacanza e una ricarica di energia a Km Zero.

Parco Ravizza


A presto…

Quattropassi per Mediolanum: le due torri del Circo

Ci siamo lasciati qualche giorno fa davanti a ciò che resta del Palazzo dei Gorani e al fagiano sottovetro.

Riprendiamo il  nostro itinerario per la Mediolanum imperiale alla ricerca di pietre che ci raccontino un po’ di storia. Poco lontano, in via Vigna, ci troviamo di fronte ad un piccolo antico muro tra le facciate di due moderni palazzi.

Sono mattoni che facevano parte del circo romano voluto da Massimiano.

Cerchiamo di scoprirne di più. Abbiamo chiesto ad una gentile signora che abita in uno dei palazzi di poter vedere il tratto di mura che si trova all’interno del condominio. Ora è il muro divisorio tra i cortili, ben curato e accudito. Ci ha preso una forte emozione pensando a quanti battiti di ciglia sono passati davanti a lui nei secoli.

In questo circo, che era tra i più grandi dell’Impero, si svolgevano le corse di bighe e quadrighe, come quelle di Ben Hur, antenate forse delle nostre gare di F1.

Il circo (che si trovava tra le odierne vie Luini, Cappuccio e Circo) era adiacente al palazzo imperiale così da permettere un più agevole accesso allo spettacolo da parte dell’Imperatore, come accadeva anche a Roma col Circo Massimo e il Palatino.

Altri resti si trovano in via Circo, pietre del tempo accudite da erbe spontanee.

Chi avesse scosso la testa pensando a quanta storia sia stata abbandonata, deve un po’ ricredersi e armarsi di fiducia, scarpe comode e macchina fotografica: andiamo a vedere le antiche torri del circo.

Torniamo su corso Magenta (camminando abbiamo la misura di quanto il circo fosse grande) e in via Luini guardiamo il campanile di San Maurizio al Monastero Maggiore.

Questo campanile era una delle antiche torri del circo, vicino alla zona di partenza delle corse.

Nella cartina ci sono altre torri… entriamo al Civico Museo Archeologico di corso Magenta. È da visitare assolutamente per i tesori che contiene (tra l’altro un tratto delle mura massimianee) e diversi reperti “risaliti in superficie” anche grazie agli scavi della metropolitana.

Usciti nel cortile del museo, anch’esso ricco di reperti, fermiamoci davanti alla cosiddetta Torre di Ansperto, splendidamente restaurata, un tempo una delle torri delle mura imperiali.

Si pensava, infatti, fosse stata voluta da questo Vescovo di Milano nel IX secolo, ma solo negli anni Trenta venne fatta risalire all’epoca romana. All’esterno è poligonale, mentre l’interno è circolare.

La torre ha due livelli: a piano terra è conservato un ciclo di affreschi che risalgono al XIII – XIV secolo di soggetto religioso (nel Medioevo, infatti, era stata trasformata in un cappella) e Il dormiente, un’opera di Mimmo Paladino.

Il secondo livello della torre è vuoto, illuminato da aperture e feritoie. Fa un certo effetto pensare ai suoni e rumori che queste pietre hanno ascoltato nei secoli: dalle corse dei cavalli, ai canti liturgici, alle voci dei ragazzini di oggi in visita scolastica.

Da questa torre, attraverso una passerella, si accede ad un’altra sezione del Museo Archeologico. C’è persino il calco della pietra, rinvenuta a Cesarea Marittima dagli archeologi del museo, che, unica al mondo, riporta il nome di Ponzio Pilato al di fuori dei Vangeli.

Dopo questa abbuffata di pietre romane, fermiamoci alla antica Pasticceria Marchesi di corso Magenta. Dulcis in fundo avrebbero detto a Mediolanum!

A presto…

 

 

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Quattropassi per Mediolanum: il Palazzo Imperiale

Riprendiamo i nostri quattropassi per Mediolanum andando a vedere (dopo il teatro, le colonne romane e l’anfiteatro) ciò che resta del palazzo imperiale, del circo e delle sue torri.

Ci vuole molta fantasia e grande pazienza per ricostruire, come in un puzzle, il nostro passato di epoca romana. L’antica Mediolanum è, infatti, una scoperta abbastanza recente, venuta spesso alla luce dopo bombardamenti, scavi per edifici e metropolitane; i ritrovamenti continuano ancora oggi come sta accadendo, ad esempio, in corso Europa durante i lavori della nuova linea blu.

Iniziamo questo itinerario da via Brisa, alle spalle di corso Magenta. Ci troviamo di fronte ai resti del complesso imperiale romano, voluto da Massimiano negli ultimi anni del III secolo.

Questo imperatore venne associato al potere da Diocleziano, col compito di governare l’Impero d’Occidente. Spostò la capitale nella nostra città e diede inizio a un intenso sviluppo edilizio, degno di una sede imperiale, facendo costruire, tra l’altro, anche il palazzo, il circo e nuove e più ampie mura.

La costruzione di questo palazzo viene fatta risalire attorno all’anno 290, ma le fonti letterarie non sono precise per le date e anche la localizzazione esatta resta ancora un problema aperto.

Un motivo potrebbe anche essere questo: più che un unico palazzo era un quartiere con zone residenziali per l’Imperatore e la corte, altre di rappresentanza, spazi per i funzionari dello Stato, centri amministrativi e militari, luoghi di culto, di svago e benessere, terme, porticati, giardini e fontane.

Era un vero centro polifunzionale che occupava un’area piuttosto estesa tra gli odierni corso Magenta e via Torino. La toponomastica ci fornisce qualche indizio: in questa zona abbiamo la chiesa di San Giorgio a Palazzo, via Bagnera (forse le terme?), via Circo. C’è persino chi pensa che “Vetra” ricordi “Castra Vetera”, cioè un’area riservata alle truppe a difesa del quartiere imperiale.

Non sappiamo quanti resti ci siano sotto gli edifici di questa zona. Quello che vediamo oggi in via Brisa venne alla luce nei primi anni Cinquanta, in un quartiere popoloso e devastato dalle bombe del 1943.

Tra le ipotesi su cosa fossero i resti che vediamo c’è chi pensa a una zona di rappresentanza, chi invece a delle terme.

È ancora un problema in parte irrisolto, ma sappiamo che a Milano i monumenti passano, ma le pietre restano e talora “si spostano”, come è accaduto a quelle dell’anfiteatro, alle Colonne di San Lorenzo e alla Colonna del Diavolo di piazza Sant’Ambrogio.

Un altro tassello per ricostruire il quartiere imperiale è venuto alla luce durante i recenti lavori per il complesso residenziale che si trova all’angolo tra via Brisa, via Morigi e via Gorani.

I bombardamenti avevano distrutto il nobile palazzo dei Gorani. Si sono salvati solo la bella torre medievale e il portale d’ingresso, che ancora oggi possiamo vedere.

Non solo: durante i lavori di scavo sono stati rinvenuti anche reperti di epoca romana. Da un oblò nella pavimentazione, come una lente, piuttosto sporca, di un cannocchiale del tempo, vediamo i resti di un pavimento a mosaico con un bel fagiano, animale considerato di buon auspicio presso i romani. Beh, tutto sommato si è salvato dalle distruzioni di Milano parecchie volte.

La “vita” del palazzo imperiale è stata piuttosto breve. Nel 402 la capitale da Milano venne spostata a Ravenna, più sicura dalle invasioni barbariche in quanto circondata e protetta da paludi e fornita di un porto sul mare per una eventuale fuga.

Mezzo secolo dopo, nel 452, Attila giunse a Milano con le sue orde e si insediò a Palazzo.

Fu colpito da un affresco che raffigurava l’Imperatore, seduto su un trono d’oro, vittorioso sui barbari che giacevano ai suoi piedi. Da un pittore fece “capovolgere” il dipinto, facendo raffigurare se stesso sul trono, con gli imperatori ai suoi piedi nell’atto di versare oro al barbaro invasore.

Questa notizia viene riportata da un antico testo del  X secolo, il Lexicon Suidae, ma il desiderio di fotoshop è senza tempo e ci fa sorridere anche oggi.

Il declino del palazzo imperiale era iniziato e se alcuni sostengono ancora adesso che qui fu incoronato un Re longobardo, in un documento notarile del 988 si parla di un “locus ubi palatio dicitur”. Ormai i palazzo era solo memoria e solo le pietre che ritroviamo sono il nostro archivio.

I nostri quattropassi ci porteranno tra qualche giorno a scoprire ciò che resta del circo. Ci saranno molte sorprese…

A presto…

 

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Uno spin-off del Lazzaretto: Palazzo Luraschi

Ancora una volta partiamo dal Lazzaretto per raccontare di un edificio legato alla sua lunga storia: Palazzo Luraschi, che si trova all’angolo tra piazza Oberdan (vi ricordate il Diurno liberty così bello e dimenticato?) e corso Buenos Aires.

Il palazzo venne costruito tra il 1881 e l’87 dall’ingegner Ferdinando Luraschi in un’area del Lazzaretto che stava per essere demolito per far posto a nuove costruzioni.

Dell’antica struttura di manzoniana memoria rimangono ormai ben pochi resti e un altro spin-off, la chiesetta di San Carlino.

Il grande quadrilatero (metri 378 per 370) tra l’odierno corso Buenos Aires, via San Gregorio, via Lazzaretto e viale Vittorio Veneto, a fine Ottocento divenne una zona molto appetibile per la speculazione edilizia, a due passi dalla Stazione Centrale, che allora sorgeva nell’attuale piazza della Repubblica.

Così l’ingegner Luraschi e Angelo Galimberti, il capomastro soprannominato “il Barbarossa di Porta Venezia” per la distruzione del Lazzaretto, fecero costruire il primo palazzo milanese che infrangeva la “servitù del Resegone”, una norma che limitava l’altezza dei palazzi della zona nord a tre piani per lasciar vedere il Resegone e la Grigna; fu un abuso edilizio? Non lo sappiamo.

Palazzo Luraschi fu costruito in uno stile eclettico, con “omenoni”, teste leonine, decorazioni e inserti in cotto; sulla cima, come pinnacoli, si stagliavano diverse statue che potevano, almeno loro, continuare a guardare le montagne.

Anche l’interno del palazzo, ristrutturato pochi anni fa, riserva delle sorprese veramente inaspettate. Varchiamo il portone e, attraverso un suggestivo androne, entriamo… nella casa dei Promessi Sposi.

Ci troviamo in un bel cortiletto porticato con al centro un pozzo; lungo le pareti dodici personaggi del romanzo ci guardano da altrettanti medaglioni, come se l’ingegner Luraschi avesse voluto rendere omaggio all’opera che parlava del Resegone e del Lazzaretto, demolito anche per costruire il suo palazzo.

Non solo: sotto la parte destra del loggiato, addossate al muro, ci sono quattro delle colonne del Lazzaretto, segno tangibile di un passato che continua ad essere presente. Ancora una volta siamo di fronte a pietre che si spostano, come spesso accade nella nostra città.

Infine un’altra curiosità di questo strano palazzo. Al piano terreno tra il 1888 e il 1940, si apriva sulla strada il Puntigam, un locale-birreria e cafè chantant che fu tra i primi a Milano ad essere dotato di luce elettrica.

Concludiamo la visita virtuale con un sorriso. Guardiamo questa vecchia foto scattata davanti a Palazzo Luraschi in una Porta Venezia quasi deserta: non richiama l’atmosfera di questo periodo?

A presto…