Storia di amore e cotolette: Josef Radetzky e Giuditta Meregalli

Può una cotoletta essere la freccia di Cupido che fa innamorare due persone completamente diverse per età, posizione sociale e appartenenza politica? Sembra quanto sia in effetti accaduto nella prima metà dell’Ottocento tra il feldmaresciallo Josef Radetzky, conte boemo e governatore di Milano durante l’impero austriaco, e Giuditta Meregalli, nata a Sesto San Giovanni, domestica e bravissima cuoca. Ecco una rappresentazione satirica dell’epoca.

Lui aveva 69 anni, una moglie contessa austriaca, che abitualmente viveva a Verona, e otto figli. Non era un bell’uomo: basso e tozzo, con un collo corto e un naso camuso e “arrubinato”, cioè piuttosto rosso per le abbondanti libagioni. Josef era un ottimo generale, ma non certo austero: era un giocatore (come la moglie, ludopatica), pieno di debiti tanto da aver attinto subito dalla dote della moglie per ripianarli. Amava molto il buon bere e il cibo piuttosto saporito, tanto da addormentarsi, russando a tavola, anche durante pranzi importanti. Si capisce quindi come non amasse frequentare i salotti milanesi colti e aristocratici, e non fosse riamato.

Lei aveva circa 30 anni, era bella, prosperosa e serviva nelle case delle nobiltà come domestica. Il loro “incontro” avvenne in casa del feldmaresciallo quando un altro nobile boemo, il conte Patcha, fece assumere dal Radetzky la bella Giuditta che aveva già servito a casa sua.

Il conte Patcha era un giocatore incallito, aveva un’enorme avidità di denaro e non era certo uomo di specchiata onestà… forse gli serviva una copertura di alto livello per i suoi affari. Quando conobbe Giuditta, Josef attraversava un momento difficile: era, o si sentiva, debole e ammalato, affetto da disturbi gastrici, da una tosse persistente e da dolori articolari. Per aiutarlo, e aiutarsi, il conte Patcha gli presentò dunque la bella Giuditta, donna semplice, piena di vita e di energia. Possiamo solo immaginare quanto avvenne tra loro. Lei divenne cuoca e gli fece assaggiare squisite cotolette e goduriosi gnocchi al gorgonzola che ridiedero vigore e voglia di vivere al maturo feldmaresciallo… galeotto fu il piatto e chi lo cucinò.

La relazione non fu un’episodica storia tra un nobile e la sua domestica: via via Giuditta divenne una vera compagna di vita, ebbero quattro figli e per oltre vent’anni furono una “famiglia”. Così le scrisse in un italiano “straniero” Josef, mentre era assente da Milano: “… [ti scrivo] per informarmi… della nostra famiglia. Voleo sperare tuto beno et ti prego davere cura de tua salute. Te abbrazio mille volte…“. Giuditta e i bambini vivevano in via Borgospesso, in una casa affittata da Josef e l’esistenza di questa famiglia era nota anche negli ambienti della Milano bene. Cosa avranno pensato -e detto- nei salotti aristocratici della domestica diventata “quasi moglie” (una defilata first lady?) del governatore di Milano?

Purtroppo non abbiamo trovato notizie attendibili, ma possiamo solo immaginare… Ci siamo persino chiesti se Giuditta fosse veramente solo una compagna discreta e fidata o non avesse anche un ruolo di infiltrata (consapevole o no) dei patrioti milanesi. Il Lombardo Veneto era piuttosto ricco e una cassaforte per l’Impero. Scrive Carlo Cattaneo, federalista repubblicano: “i sudditi italiani della Casa d’Austria ebbero a pagare un terzo delle gravezze dell’Impero, benchè fossero solo un ottavo della popolazione”. Ecco il monumento che Milano ha dedicato a Carlo Cattaneo.

A “guardia” di questa cassaforte c’era l’anziano, ma vitalissimo, feldmaresciallo, fedele e capace ufficiale austriaco, che amava veramente la nostra città e la sua seconda famiglia. Quando i milanesi insorsero nelle Cinque Giornate, Radetzky non fece bombardare Milano, forse anche per amore poichè Giuditta e i figli non avevano lasciato la città. La donna venne arrestata dai rivoltosi, ma fu rilasciata senza subire conseguenze per la sua relazione col “nemico”. Ancora il Cattaneo scrive: “non ha colpe e spesso si operò per aiutare i milanesi”.

Quando Milano ricadde sotto il dominio austriaco, dopo la breve parentesi del Governo Provvisorio, Radetzky ne rimase ancora a capo e dovette gestire la drammatica situazione e prendere decisioni spietate contro gli insorti.

Intanto Giuditta aveva aperto una osteria in via Borgospesso. Grandissima donna, riuscita a gestire, da sola, un amore complicato, quattro figli e pure un lavoro. La relazione con Josef continuava; mentre era lontano, nel 1850, le scriveva: “Te abbiamo nel core e anima. Io te baccio mille e mille volte come nostra famiglia“. Il mondo italiano stava però cambiando e anche quello di Josef era al tramonto. All’inizio del 1854 morì la moglie (e lui scrisse: “è stata una liberazione”); non sposò però Giuditta, nè riconobbe i figli avuti da lei. Era intanto venuto il tempo di andare in pensione e fu sostituito nel governo di Milano dal fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

Radetzky non lasciò la nostra città che era diventata anche la sua; da bravo pensionato faceva quattro passi distribuendo qualche soldo ai mendicanti, ai “pofereti” che incontrava.

Alla sua morte, avvenuta il 5 gennaio 1858, ci furono solenni esequie in Duomo. La situazione economica del feldmaresciallo non era certo florida: per ripianare, ancora una volta, gli ingenti debiti suoi e della sua famiglia austriaca, decise di concedere a un commerciante austriaco, in cambio del pagamento di tutti i propri debiti, il diritto di seppellire, dopo la morte, il proprio corpo nel mausoleo di famiglia di quest’ultimo.

Giuditta morì nel 1885 dopo aver continuato la vita di ostessa. Fu ignorata dalla storia, e forse era quello che desiderava. Abbiamo cercato, purtroppo inutilmente, di darle un volto con un suo ritratto. Cercheremo di ricordarla raccontando presto la storia della cotoletta, quell’iconico piatto milanese che fece innamorare il nostro potente nemico, il feldmaresciallo Radetzky, per lei solo Josef.

A presto…

Cartolina dal nuovo Mercato del Verziere

Il tradizionale mercato di frutta e verdura del Verziere è tornato a casa. Infatti da qualche settimana alcuni piccoli stand di prodotti gastronomici lombardi sono aperti il giovedì mattina in largo Augusto, sotto la colonna del Cristo Redentore.

La piazza è stata ristrutturata di recente in occasione della costruzione della linea blu della metropolitana, dotata di larghi spazi, qualche pianta e panchine senza schienale, come usa ora.

Anche l’altissima colonna col Cristo Redentore, ripulita e rimessa a nuovo, svetta come un tempo. La sua storia è ricca di leggende e di un pizzico di mistero.

Costruita come “antidoto” alla peste (o per tenere a bada le streghe di via Laghetto), si dice che la statua abbia voltato il viso per non vedere la disperazione di Barbarinetta, la giovane donna che si uccise in questo luogo per raggiungere nella morte il proprio innamorato mentre veniva giustiziato in questa piazza. Storia solo di altri tempi? Quante volte, anche oggi, il Cristo Redentore distoglierà lo sguardo per non vedere le atrocità del nostro mondo “evoluto”?

Anche il mercato del Verziere ha una storia lunga, fatta di traslochi per seguire l’espandersi e le richieste alimentari sempre più crescenti della nostra città. Dalle viuzze dietro al Duomo si era poi spostato nell’odierna piazza Fontana, chiamata appunto “Verzaro”. Quando essa diventò sede di importanti palazzi, il mercato traslocò in piazza Santo Stefano, allargandosi via via, vista la popolazione che diventava sempre più numerosa, fino al Verziere.

Qui rimase diversi anni prima di trasferirsi nella zona del Parco Formentano con gli “uffici” nella splendida e un po’ abbandonata Palazzina Liberty, piccolo gioiello amato da Dario Fo e Franca Rame.

Ora c’è l’Ortomercato di via Lombroso, ma ai milanesi piace ancora andare ai mercati di quartiere, curiosare tra le bancarelle alla ricerca di qualche affare e di qualcosa di buono, magari a buon prezzo. In questo nuovo mercato del Verziere possiamo trovare prodotti del Consorzio Agrituristico Mantovano, che ci riportano a cibi dal sapore di un tempo esposti col gusto di oggi.

Il mercato si tiene il giovedì mattina dalle 7 alle 14 e continua una vecchia tradizione milanese carica di storia, lavoro e vita continuando un dialogo tra la città moderna e il sistema agricolo del territorio lombardo.

A presto…

“Sulle tracce di Noè”: piccolo itinerario per la Festa dei Nonni

Per la Festa dei nonni proponiamo un piccolo, insolito itinerario che ha per protagonista Noè. Secondo una tradizione medievale sarebbe il “nonno” di mitici fondatori di tante città, tra cui Milano prima che si chiamasse così e che Belloveso incontrasse la “scrofa semilanuta“, ricordata da un bassorilievo in piazza Mercanti.

Ancora una volta partiamo dal nostro Duomo, come sempre il centro di molte storie della nostra città. Tra le statue (difficile trovarla, ma c’è) non poteva mancare quella di Noè, considerato il secondo padre dell’umanità perchè, attraverso figli e poi nipoti, divise e ripopolò le terre allora conosciute dando origine a diverse civiltà e culture.

Pensare a Noè è pensare al Diluvio, quel cataclisma, narrato in diverse culture, che distrusse e sommerse ogni cosa. Nel nostro strano itinerario inseriamo due “intrusi” di tanti millenni fa: per prime le conchiglie fossili, le ammoniti, che si intravedono nella pavimentazione dei portici di piazza Duomo. Queste lastre di marmo provengono dalle Prealpi lombarde quando erano coperte dal mare che copriva tutta la pianura. Ora un mare di persone cammina, senza farvi attenzione, su questa distesa di antiche conchiglie… che stupefacente città è la nostra!

L’altro piccolo intruso è il tenero cucciolo di dinosauro scolpito accanto al portone centrale del Duomo. Questo animaletto che guarda chi guarda il Duomo, ci ha tenuto compagnia all’inizio dei nostri “passipermilano”; ora, dopo oltre dodici anni, è un teenager che vuole partecipare alla Festa dei nonni. Forse alcuni suoi discendenti sono saliti anch’essi sull’Arca ed è progenitore e protononno.

Per la prossima tappa andiamo a San Maurizio al Monastero Maggiore di corso Magenta, una chiesa che ci riserva sempre mille sorprese, parlando anche di personaggi e storie lontane.

Tra gli affreschi non poteva mancare uno splendido Diluvio Universale dipinto da Aurelio Luini, figlio del più famoso Bernardino. Siamo immersi in una favola: ci sono la grande Arca, a più piani come racconta la Bibbia, e le varie coppie di animali che salgono in cerca di salvezza per continuare la specie.

Sull’Arca, secondo le Scritture, erano saliti Noè con moglie, figli (Sem, Cam e Giafet) e nuore. Quando, dopo quaranta giorni e quaranta notti, il Diluvio finì e tornò il sereno, l’Arca terminò la sua opera di salvataggio, e una colomba bianca tornò da Noè con un ramoscello di ulivo nel becco. Ecco quella rappresentata nel mosaico che si trova nella chiesa di San Tomaso in Terramara in via Broletto.

Noè divenne agricoltore e piantò le viti, ma, non conoscendo gli effetti del vino, ne bevve un po’ troppo e si addormentò ubriaco e tutto nudo. Così lo trovò il figlio Cam che lo derise, chiamando i fratelli. Sem e Giafet, per rispetto, coprirono il padre con un mantello senza guardarlo. Questo episodio è raccontato nel Diluvio di San Maurizio (vedere foto sopra) e nel dipinto di Bernardino Luini alla Pinacoteca di Brera.

Noè si adirò e maledisse Cam e la sua discendenza; poi divise le terre appena riemerse tra i tre figli e le affidò loro: a Cam toccò l’Africa, a Sem l’Asia e a Giafet l’Europa.

I figli di Noè divennero a loro volta genitori e poi nonni. In particolare da Giafet nacque Tubal (o Tubai) che sbarcò in Spagna e in Italia, dove fondò alcune città. Suo figlio Subres “…inter Ticinum et Abduam (Adda) elegit sedem, urbem aedificans quam nomine suo Subriam nominavit“. Dal suo nome sarebbe derivato il termine Insubria, nel cui territorio Belloveso avrebbe fondato poi Milano. Queste notizie sono tratte da “Historia…de situ ambrosianae urbis..” di Giovanni da Cermenate. Una piccola curiosità: noi milanesi (detti anche ambrosiani) siamo gli unici europei che continuano, con orgoglio, ad essere chiamati con il nome derivato dal “nostro” Vescovo, Sant’Ambrogio.

La leggenda dell’origine della nostra città ad opera di discendenti di Noè era molto in auge nel Medioevo. Tutti i cronisti di allora, però, raccontavano anche quanto narrato da Tito Livio sulla fondazione di Milano da parte di Belloveso, evento che sarebbe accaduto secoli dopo.

Queste leggende vennero riprese nel Seicento da Paolo Morigia, secondo il quale la nostra città venne fondata da Tubai, nipote di Noè (o da suoi discendenti), qualche decennio dopo il Diluvio Universale. Il nostro piccolo itinerario si conclude alla Pinacoteca Ambrosiana per vedere lo splendido ritratto del Morigia realizzato da Fede Galizia, una grande e sottovalutata pittrice milanese vissuta a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento.

Questa artista ha colto lo sguardo acuto e un tantino ironico dello scrittore. L’ambiente è riflesso e deformato nelle piccole lenti degli occhiali tenuti nella mano sinistra. Una vera opera d’opera d’arte tutta milanese da scoprire.

A tutti una buona Festa dei Nonni e, visto che il protagonista è Noè,… speriamo non piova!

A presto…

Il Grande Disco di Arnaldo Pomodoro e la statua di Cristina Belgiojoso: due sculture vicine

I due monumenti sono a pochi passi l’uno dall’altro; molto diversi tra loro, pur essendo quasi contemporanei, si può dire possano rappresentare la capacità della nostra città di legare le differenze e farle proprie.

La statua di Cristina Belgiojoso e il Grande Disco di Arnaldo Pomodoro si trovano rispettivamente l’una nella raccolta piazzetta Belgiojoso, davanti alla casa del Manzoni, l’altro invece in piazza Meda, sopra un parcheggio, tra begli edifici della storia più recente. Quasi a mettere in comunicazione le due piazze un arco che le unisce e le separa insieme…

Queste due opere hanno qualcosa in comune? A prima vista, molto poco. Eppure… Innanzi tutto entrambi celebrano in questo periodo un anniversario: il Grande Disco è un’opera diffusa di Pomodoro, autore che Milano celebra con una serie di iniziative a cento anni dalla nascita. Compie invece cinque anni, da quando è stata inaugurata, la statua di Cristina, il primo monumento dedicato dalla nostra città ad un personaggio femminile storico e non religioso o allegorico. Meglio tardi che mai!

Inoltre, guardando e ripensando a queste due opere, abbiamo trovato un fil rouge sotterraneo, invisibile ma profondo. Cristina Belgiojoso ebbe una vita “scelta”, movimentata, piena di ideali ma anche di ferite profonde; il Disco di Pomodoro, in bronzo, così lucente, specialmente nell’ora del tramonto, lascia intravvedere tra le due facce (sulle quali c’è l’accenno a una stilizzata figura umana, un richiamo, forse, all’Uomo Vitruviano di Leonardo?), un interno complesso come i sentimenti dell’animo umano.

Questo Disco non ebbe vita facile: realizzato negli Anni Settanta venne rifiutato dal Comune di Vigevano, cui era destinato, per le proteste degli abitanti che non lo volevano nella piazzetta Ducale. L’allora Sindaco di Milano, Carlo Tognoli, volle quest’opera per la nostra città e, d’accordo con l’artista, dopo qualche spostamento, fu collocato nel 1979 in piazza Meda. Scrisse l’autore: “questa scultura appresenta la dinamicità, l’ottimismo, la forza solare degli abitanti.”. Inizialmente questo bronzo doveva poter ruotare su se stesso ma, per realizzare un parcheggio sotterraneo, i meccanismi che lo facevano muovere, vennero fermati per ragioni di sicurezza. Così si mosse la città, ma il Disco rimase fisso.

Ora Milano celebra Arnaldo Pomodoro (che visse nella nostra città frequentando artisti come Fontana, Burri.. ed esponenti di quell’avanguardia intellettuale che si ritrovava al Bar Giamaica) con tante iniziative tra cui la grande mostra alle Gallerie d’Italia che sarà aperta fino al 18 ottobre. In questa esposizione trovano spazio ben 45 opere dell’autore realizzate non solo in vari metalli, ma anche in Fiberglass bianco, che dà più leggerezza ed evanescenza.

Tra le opere, molte sono solidi geometrici incisi da tagli che, come ferite, squarciano la “solidità” lasciando vedere, e quasi fuoriuscire, quello che c’è all’interno. Altri sono scavati e dalle spaccature si intravedono grovigli di metallo, riferimento, forse, da parte dell’artista, ad un secolo, il Novecento, attraversato da angosce profonde dietro la rassicurante stabilità della scienza.

Le opere sono spesso in bilico, quasi sospese in un fragile equilibrio, in una stabilità che sembra possa venire a mancare in un solo attimo.

Il Grande Disco e la statua di Cristina Belgiojoso sono due opere da non perdere che ci aspettano sempre, senza prenotazione, nello spazio di un fazzoletto della nostra città.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte quinta: un cold case ancora aperto

Chi fu Caterina Visconti, la prima Duchessa di Milano? Il racconto della sua vita e il cold case relativo alla sua morte ci hanno accompagnato in questa caldissima estate lasciando insoluti molti interrogativi e aperte alcune risposte.

Figlia di Bernabò Visconti e dell’autorevole Beatrice della Scala (non a caso nota come “Regina”), si sposò, per giochi di potere, col primo cugino, il grande Gian Galeazzo Visconti, rimasto vedovo e senza eredi. Caterina avrebbe dunque dovuto essere una “generatrice di razza” della futura stirpe viscontea. Rimasta vedova fu reggente in nome del primogenito Giovanni Maria, ma dopo solo due anni morì in circostanze misteriose nel castello di Monza dove era probabilmente prigioniera. Il suo percorso di vita verso la maternità, la crescita problematica dei due figli e infine la breve reggenza furono certamente difficili, ma anche carichi di responsabilità che implicarono scelte e rinunce coraggiose.

Gli storici, in genere, hanno piuttosto trascurato la personalità e le opere di questa Duchessa valutando principalmente i soli due anni di reggenza. Forse perchè, come aveva scritto un vescovo e giurista francese del Milleduecento, Guillaume Durand, “…la condizione delle donne è peggiore di quella degli uomini”?

Per capire di più Caterina, abbiamo cercato in primo luogo nei testi dei suoi contemporanei per trovare, magari tra le righe, qualche indizio sulla sua vita e sulla sua morte.

Abbiamo così letto e riletto l’orazione funebre che nel 1426 aveva scritto frate Taddeo degli Airoldi, un benedettino della Confraternita dei Celestini, su incarico di Filippo Maria, secondogenito della Duchessa, divenuto Duca dopo la morte del fratello, ucciso nella chiesa di San Gottardo in Corte da alcuni congiurati.

Erano dunque passati vent’anni dalla morte della Duchessa e Filippo Maria voleva commemorare la madre “amata a tal punto da non perdonare a nessuno dei complici la morte di lei” (secondo quanto riportato dal cancelliere del Duca). Nel contempo, però, Filippo Maria voleva, esaltando il proprio casato, entrare nelle grazie del legato papale che avrebbe fatto da mediatore nella guerra tra Milano e Venezia. Questo uso del lutto personale a fini politici e l’ambiguità comunicativa saranno in seguito molto apprezzati dal Machiavelli che scriverà: “Io non dico mai quello che credo, né credo quello che dico e se pure mi vien detto qualche volta il vero, lo nascondo con tante bugie che è difficile trovarlo”. Quanto c’era degli insegnamenti di Caterina al figlio in tutto ciò? Fu, forse, un’abile dissimulatrice anche quando asseriva ripetutamente “sono io segura”?

In questa orazione funebre, che si tenne a Milano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (demolita via via per costruire al suo posto il Duomo), Caterina viene celebrata attraverso una lunghissima serie di virtù attribuite a tradizionali personaggi femminili del mondo classico… ma, leggendola con attenzione, ci sono delle novità e dei riferimenti che fanno riflettere.

Nell’orazione l’Airoldi sente l’influsso del Boccaccio che, per primo, cercò di ritrarre alcune donne illustri, tenendo conto della loro vita e non solo associandole a vizi e virtù. Così frate Taddeo parla della “serenità” della Duchessa in “tot sue viduitatis adversa” e dell’ “extremum usque fortune ludubrium”, cioè l’oltraggio finale della sorte: Caterina fu, forse, uccisa dal figlio (o su suo ordine) o scelse il suicidio durante la prigionia, come potrebbe far pensare il riferimento a Ippo (o Ippone), la nobildonna greca che si tolse la vita per non cedere ai pirati che l’avevano catturata?

La nostra Duchessa, nella laude, viene accostata anche a Semiramide, regina degli Assiri, che governò con grande capacità, dimostrando che “…non sexus, sed animus oportunus est imperio”.

E Caterina? Riuscì, come Penelope, a conservare la “castitas” cioè la fedeltà allo Stato oltre che al consorte?

Interessante anche, nell’orazione, l’accenno a Ipermnestra che avrebbe avuto il compito di uccidere, come si diceva di Caterina, il marito avvelenandolo. Frate Taddeo dà dunque credito alle accuse rivolte a suo tempo dalla suocera alla giovane sposa, per esaltarne, invece, la consapevole scelta di restare accanto al proprio coniuge?

La prima donna europea scrittrice di professione (XIV secolo), Christine de Pizan, sostenne che la “viduitas”, cioè la vedovanza, era per le donne di potere una occasione di autonomia.

Caterina si trovò legata al testamento del marito, ma fece anche scelte autonome durante la reggenza. Innanzi tutto dobbiamo a lei lo spostamento della capitale da Pavia a Milano. Inoltre scelse come dimora l’Arengo (edificio storico, simbolo dell’antico Comune, che aveva alla base un porticato aperto a tutti) invece della fortezza di Porta Giovia dove abitava il Duca quando si trovava a Milano. Riuscì anche a fare ulteriori scelte in maniera autonoma o fu spesso condizionata dal Consiglio di Reggenza, impostole da Gian Galeazzo?

E come cercò di tenere a bada il violento figlio ed erede Giovanni Maria? Un notaio bolognese di fine Trecento, Giovanni Sabadino degli Arienti, lo definì di “…natura colpabile in tutte le generazioni di mali”. Fu forse il mandante del matricidio, tesi avvalorata anche dalla feroce esecuzione che Giovanni Maria ordinò nei confronti del castellano (ed del suo figlioletto) della residenza di Monza, dove era rinchiusa Caterina? Avevano forse parlato o visto troppo?

Il notaio, infine, parla di Caterina come di una “…singular donna, da essere con divina laude alzata al Sommo Trono” e anche la popolazione di Monza la considerò Beata dedicandole un medaglione nel santuario della Madonna delle Grazie.

Chi fu veramente Caterina? “Ducissa et Dux” (come si firmava durante la reggenza), “mater et vidua” (come la considerarono molti storici, senza indagare ulteriormente), persona colta e amante delle arti, Duchessa “incapace” (Pietro Verri), “donna di grande animo che governò con prudenza e discrezione Milano” (Sabatino degli Arienti) o, persino, una Beata?

Caterina, prima Duchessa di Milano, per molti aspetti ancora oggi misteriosa, con il suo operato salvò comunque la continuità della dinastia Viscontea e contribuì a far grande la nostra Milano.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte quarta: gli ultimi anni di Caterina

A inizio del Quattrocento Milano era una delle città europee più fiorenti, ma piuttosto malsana. Le scarse condizioni igieniche generali (liquami, fopponi, topi), dell’ambiente (rogge e risorgive), del lavoro stesso (ad esempio la conciatura delle pelli) favorivano lo sviluppo di malattie endemiche come la peste, il vaiolo e la malaria. A ciò si aggiungevano anche le parassitosi e le malattie della pelle tanto diffuse da richiedere dei “protettori” celesti a cui votarsi come Sant’Antonio Abate (per l’herpes zoster -o Fuoco di Sant’Antonio-) e come il serpente bronzeo della basilica di Sant’Ambrogio per chi era colpito da parassiti intestinali.

Fu probabilmente a causa di una febbre malarica che il 3 settembre 1402 morì Gian Galeazzo, lasciando nel testamento la moglie Caterina “Curatrix” sia di un Ducato in grave dissesto finanziario sia dei due giovani figli: il quattordicenne Giovanni Maria, portatore di gravi turbe psichiche, e Filippo Maria, ancora bambino, affetto da una malattia genetica invalidante, ma sveglio e determinato. Il Duca, conoscendo i gravi problemi caratteriali del figlio primogenito, si era preoccupato di lasciarne la tutela a Caterina, fino al compimento dei vent’anni (cosa assolutamente insolita dal momento che la consuetudine prevedeva la maggiore età a quattordici anni) in attesa che Filippo Maria crescesse.

Caterina accettò pienamente il suo compito di Reggente. Spostò immediatamente la capitale da Pavia (scelta da Gian Galeazzo per il prestigio della monarchia longobarda da cui i Visconti vantavano l’origine), dove lasciò il piccolo Filippo Maria, a Milano, la sua città a cui era profondamente legata e di cui aveva compreso le grandi potenzialità. Anche la scelta della residenza ducale fu molto importante: a disposizione c’erano il castello di Porta Giovia, dimora milanese di Gian Galeazzo, il palazzo ormai abbandonato del padre Bernabò, simbolo, però, di un personaggio sconfitto, e l’Arengo (dove oggi sorge Palazzo Reale) sede il primo governo comunale, reso poi più signorile da Azzone Visconti. Caterina, molto opportunamente, scelse proprio l’Arengo sia in segno di apertura verso la tradizione comunale milanese, sia per la sua vicinanza al cantiere del Duomo, ieri, come oggi, “centro” del cuore dei milanesi. “Segura”, come usava dire, dei suoi concittadini, rifiutò anche la scorta armata.

Accanto a lei, nella reggenza, Gian Galeazzo aveva nominato un Consiglio del quale facevano parte anche il Vescovo Pietro Filargo (fautore della supremazia milanese, ma, ahimè, un po’ misogino e pieno di preconcetti verso le donne) e il fidato e potente “superministro” Francesco Barbavara che qualche storico sostenne essere molto “gradito” alla Duchessa, ma inviso agli aristocratici milanesi.

Con la sua dote personale cercò di ripianare i debiti del giovane Ducato, pagò i capitani di ventura che avevano richiesto il loro compenso e, per onorare il consorte, fece organizzare una grandiosa cerimonia funebre postuma alla quale, insolitamente per l’Italia, parteciparono, tra gli altri, anche due Ghostly Knights, cavalieri che impersonavano l’uno il corpo fisico e l’altro il corpo politico del Duca. In segno del tentativo di pacificazione e di unità voluto da Gian Galeazzo, in questa cerimonia rappresentavano anche un guelfo e un ghibellino. Caterina incaricò anche un artista, Michelino da Besozzo, di miniare il frontespizio dell’orazione funebre del consorte.

Molto devota, aiutò anche la Veneranda Fabbrica e fece costruire sulla guglia Carelli del Duomo, donata da uno dei primi grandi benefattori, la statua di San Giorgio (oggi al Museo del Duomo) con le fattezze del defunto Duca. Fedeltà e devozione o qualcosa di più nel cuore della vedova?

Per risanare ulteriormente le finanze del Ducato, firmò una specie di “condono fiscale” secondo il quale i cittadini avrebbero potuto versare solo la metà delle tasse dovute… Ma sembra sia stato, anche allora, un flop. Pensò anche all’ambiente: fece bruciare a Milano erbe aromatiche per purificare e deodorare l’aria, così come si era soliti piantare menta, lavanda, timo e camomilla nei cortili, chiostri e giardini perchè, calpestandone le foglie, venissero rilasciati gli olii essenziali. Dedichiamo a Caterina questa immagine dell’Infiorata di via Spiga.

La reggenza di Caterina durò poco tempo e, purtroppo, molto resta ancora da capire anche attraverso la lettura della documentazione, purtroppo assai modesta, degli atti. Nei due anni di reggenza si susseguirono disordini e vari tentativi di “colpo di stato” tra i “rinati” Guelfi e Ghibellini, appoggiati anche dal figlio Giovanni Maria, coi milanesi esasperati dalle tassazioni e dall’essere diventati “sudditi” del potere e non più “cives”. Caterina cercò di mantenere il potere in tutti i modi, anche attraverso brutali esecuzioni di alcuni nobili ex-alleati. Infine venne esautorata da Giovanni Maria, ormai quindicenne, sempre più turbato, violento e manipolato da consiglieri assetati di potere; dal 14 agosto 1403 non troviamo più la firma di Caterina sugli atti pubblici.

Mentre era in corso un’epidemia di peste, Caterina si ritirò, forse prigioniera, nel proprio castello di Monza, lasciatole dal marito, e qui, il 17 ottobre 1404, si spense “per le afflizioni d’animo…, salute vacillante,,,, aiutata da veleno… o laccio” (Giorgio Giulini). Di lei si persero le tracce e non si conosce neppure il luogo della sua sepoltura. Rimangono molti interrogativi su di lei: fu uccisa (forse da Giovanni Maria o su suo ordine), si suicidò e, soprattutto, chi fu veramente Caterina Visconti? Arrivederci alla prossima puntata di questo cold case medievale per scoprire qualcosa di più sulla prima, misteriosa Duchessa di Milano.

Continua…

A presto…

Buon Ferragosto 2026!

Qualche giorno fa, in queste ormai solite giornate roventi, ci siamo presi un momento di vacanza per visitare a Palazzo Reale la bella mostra fotografica di Aurelio Amendola (aperta fino al 6 settembre con ingresso gratuito).

Ci siamo soffermati sulle foto del nostro Duomo, fatto di marmo e luce, di pieno e vuoto, di forza e leggerezza, quasi un invito alla sosta nella frenesia delle attività, a rallentare e a riscoprire la bellezza che ci circonda, come fa questa figura angelica che osserva il frutto della creatività, dell’ingegno e delle capacità umane.

A tutti Buone giornate di Ferragosto, tempo di pausa prima del ritorno a Itaca.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte terza: il matrimonio di Caterina e Gian Galeazzo

Caterina, cresciuta a Palazzo Visconti nel cuore di Porta Romana, tra battesimi, matrimoni combinati, faide familiari e scontri politici, venne fatta sposare a diciotto anni, il 15 novembre 1380, nella chiesa di San Giovanni in Conca, con Gian Galeazzo Visconti, suo primo cugino. Questi era rimasto vedovo di Isabella di Valois, morta di parto dopo avergli dato quattro figli, tra cui l’erede maschio, Azzone. Morte e vita furono sempre presenti nella storia di Caterina. Infatti il suo matrimonio avvenne durante i funerali del piccolo Azzone, morto di vaiolo. La giovane sposa doveva fare i conti anche con il ricordo della amata prima moglie e con la malevolenza della zia-suocera Bianca che la accusava di tramare con i suoi familiari per avvelenare Gian Galeazzo e prendere il potere di tutta Milano.

Caterina aveva dunque più che mai il “dovere” di dare subito un nuovo erede al marito, ma era inconsapevole portatrice di una malattia genetica, la glicogenosi di tipo II, che influiva sulla gestazione e sulla futura salute degli eventuali figli. Le gravidanze di Caterina furono quanto mai travagliate tra aborti e bimbi morti appena nati. Quali aiuti avrà cercato nelle cure con le erbe, che tanto conosceva? Per favorire la gravidanza si facevano bagni (con artemisia, ruta, lauro), suffumigi (con incenso, mirra, aloe, grasso d’oca), si mettevano “tampax” di lana impregnata di olii vari, si inghiottivano intrugli di testicoli di volpe, caglio di lepre e aconito, un veleno molto pericoloso… anche le erbe hanno il loro lato oscuro.

Il mondo di Caterina a Pavia, dove i coniugi si erano trasferiti dopo il matrimonio, era diventato ancora più pericoloso. Gian Galeazzo aveva fatto arrestare il suocero-zio Bernabò a scopo “preventivo”, accusandolo di tramare contro di lui e di ostacolare la nascita di un erede con ogni mezzo…. compreso il malocchio! Ovviamente le ragioni erano ben altre e riguardavano lotte di potere. Bernabò, rinchiuso nel castello di Trezzo d’Adda, morì, sembra avvelenato con una ciotola di fagioli, in circostanze mai chiarite. Un giallo ancora irrisolto.

La situazione era difficile per entrambi i coniugi: Gian Galeazzo non aveva eredi maschi dalla prima moglie, Caterina sembrava sterile, il suocero-zio Bernabò era stato assassinato e se lui avesse riconosciuto come eredi eventuali figli avuti dall’amante, avrebbe avuto contro anche i fratelli di Caterina per questioni ereditarie. E la giovane sposa? Apparentemente non fece nulla in difesa del padre; quale groviglio di sentimenti (paura, odio, indifferenza, speranza…) ci fu in lei in quei giorni?

Gian Galeazzo e Caterina, forse, non sapevano proprio più a che santo votarsi. Si rivolsero allora ad un “potere” superiore, facendo voto alla Vergine Maria di far costruire una nuova splendida cattedrale a Milano, dedicata proprio a Santa Maria Nascente: il nostro Duomo! Nacque così anche la Veneranda Fabbrica che doveva reperire i fondi tra i milanesi e gestirli, come avviene tuttora, in una tradizione secolare.

Nel 1388 finalmente nacque il figlio tanto desiderato: Giovanni Maria e, da allora, i discendenti maschi dei Visconti aggiunsero al primo nome quello della Madonna in segno di devozione. Quasi contemporaneamente era nato anche Gabriele Maria, figlio dell’amante di Gian Galeazzo, Agnese Mantegazza. La dinastia era salva.

Giovanni Maria, però, manifestò presto gravi problemi di comportamento curati molto empiricamente praticandogli una ferita alla base del collo (che veniva tenuta aperta inserendovi piselli o ceci) per far defluire gli umori maligni; inoltre gli venivano somministrate pozioni a base di laudano o papavero. Povero Giovanni Maria, diventò pazzo e violento per la malattia o per la cura?

Caterina, due anni dopo la nascita del primogenito, era di nuovo in attesa, ma si prevedeva un parto molto pericoloso per madre e nascituro. Fece quindi voto di lasciare dei fondi per erigere un monastero in una villa del Pavese, la Torre dei Mangano, nella cui cappella andava spesso a pregare. Il bimbo morì, lei si salvò e Gian Galeazzo “scippò” il voto della moglie ponendo le fondamenta, poco lontano dal luogo di preghiera di Caterina, di quella che sarebbe diventata nel tempo la grandiosa Certosa di Pavia.

Di Caterina, oggi, nella Certosa, rimane solo un bassorilievo sulla Porta delle Duchesse.

Nel frattempo Gian Galeazzo aveva spostato la residenza a Milano, nella Rocca di Porta Giovia, il futuro Castello Sforzesco. Qui, nel 1392, nacque il secondogenito di Caterina, Filippo Maria. Fu un parto molto travagliato e il bambino manifestò pienamente la malattia genetica di cui la madre era portatrice, la glicogenosi tipo II che impedisce la sintesi degli zuccheri. Caterina, con l’aiuto di medici e astrologi, “inventò” una terapia dietetica e fisioterapica che permise al figlio minore di sopravvivere. La dieta era a base di polpette di “panìco” (una sorta di polenta a base di miglio, perché il bambino era senza denti), fegatini di pollo, uova, rape, frutta e ricotta.

Per aiutarlo a camminare lo sostenevano con una cinghia legata alla schiena, e anche da adulto avrà sempre delle difficoltà motorie. Nonostante tante limitazioni, continuando per tutta la vita questa dieta, accompagnato sempre da medici e astrologi, Filippo Maria diventò un uomo di notevole statura, vivendo fino a cinquantasei anni, governando Milano e diventando anche padre di Bianca Maria, futura moglie di Francesco Sforza.

Mentre Caterina era assorbita totalmente dalla cura di questo figlio sfortunato, rinunciando per lui anche alla vita di corte, Gian Galeazzo perseguiva il sogno di diventare Duca di Milano, “primus inter pares” d’Italia, grazie anche ai consigli del Vescovo Pietro Filargo, eminenza grigia di questo progetto. Nel 1395 Gian Galeazzo “comprò”, con un esborso da capogiro di fiorini d’oro, il titolo di Duca da Venceslao “il Pigro”, Re dei Romani, ma mai incoronato dal Papa. Caterina, dunque, divenne la prima Duchessa della nostra città, dedita quasi esclusivamente alla cura di Filippo Maria.

Il destino, però, stava preparando per lei un grande cambiamento…

continua…

A Presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte seconda: il mondo della giovane Caterina

Qual era il mondo della giovane Caterina, futura prima duchessa di Milano?

Era figlia di Bernabò Visconti, collerico Signore della nostra città, in lotta anche con i fratelli per il potere, e di Regina della Scala, di nobile famiglia veronese, che sfornava e accasava figli (ben quindici) per stabilire alleanze con i potenti ottenute in cambio di doti stratosferiche; era diventata così suocera degli Asburgo, dei Gonzaga e di nobili famiglie francesi e bavaresi.

Caterina viveva nella cittadella fortificata del padre a Porta Romana, tra piazza Missori e San Nazaro I genitori, come usava, vivevano in palazzi separati. Regina abitava in piazza Missori nella “Ca’ di Can”, così chiamata perchè si ritiene ora che ci fossero dei cani dipinti sulla facciata, simbolo della famiglia di Cangrande della Scala. Bernabò, invece, viveva in un palazzo in via Unione, con una sua concubina (anche allora i matrimoni dei potenti erano piuttosto “affollati”).

Lì accanto, nell’odierna via Mazzini, si tenevano i tornei tra cavalieri in armatura che facevano shopping nelle vicine vie Spadari, Armorari, Speronari, dove c’erano le botteghe delle armi. I clienti dovevano essere molto ricchi: si è calcolato, infatti, che un’armatura di allora venisse a costare quanto oggi un elicottero personale.

A unire, simbolicamente, le abitazioni di marito e moglie era la chiesa di San Giovanni in Conca, i cui resti si trovano ancora oggi in piazza Missori, mentre la facciata originale è stata invece trasferita al Tempio Valdese di via Francesco Sforza.

Bernabò, come fanno ancora oggi i potenti narcisisti della Terra, si era fatto costruire, in vita, un monumento che doveva manifestare tutta la sua grandezza, da collocare all’interno della chiesa di San Giovanni in Conca. Era in marmo di Candoglia con inserti in oro e argento. Il Signore, impettito sul cavallo, aveva anche un elmo con un Biscione, purtroppo andato perduto.

In seguito la statua, ora custodita al Museo del Castello Sforzesco, divenne il suo monumento funebre, accanto a quello, ben più modesto, della moglie Regina. sulla cui tomba Bernabò fece scrivere, tra l’altro: “Andò sposa al potente Bernabò, glorioso tra i sovrani, simbolo di valore e illustre decoro della natura, da ogni parte temuto…” Era l’elogio di Regina o di Bernabò?.

Nel palazzo di Regina vivevano figli, domestici e precettori. Era una corte anche piuttosto colta. Infatti la nobildonna e la cognata Bianca, madre del futuro marito di Caterina, facevano a gara a procurarsi manoscritti preziosi e i castelli erano pieni di tesori e reliquie. Regina, che sembra fosse l’unica in grado di “calmare” le sfuriate del consorte, era anche una capace amministratrice e un’abile politica, tanto da esercitare un vero e proprio soft power. Le donne nobili di un tempo non erano dedite solo a procreare, a tessere, a balli e musica, ma si occupavano di affari e commerci, tenuto anche conto che i figli ereditavano principalmente i beni dalle madri e i titoli dal padre. Anche le concubine erano oltremodo attente a dare ai propri figli, tutti legittimati dal Signore, un cospicuo futuro.

In questa cultura al femminile, grande spazio aveva anche l’uso delle erbe coltivate nei “viridari”, ovvero orti e giardini adiacenti ai palazzi e ai conventi. Il viridario di Casa Visconti occupava tutta l’odierna via Albricci e la giovane Caterina crebbe tra queste piante che venivano utilizzate per l’alimentazione, la cosmesi e le “cure mediche”. Grazie ad esse, come vedremo, riuscì a garantire la sopravvivenza sia fisica del figlio, sia quella della stirpe viscontea. Ecco come appare oggi ciò che rimane del mondo di Caterina in piazza Missori e in via Albricci… un angolo di storia a portata di mano.

Quanto influì questo mondo nel futuro di Caterina? La sua storia, spesso ignorata dagli studiosi, lascia aperti ancora oggi molti e intriganti interrogativi.

Continua…

A presto…

La storia di Caterina Visconti, la prima duchessa di Milano (parte prima)

Questa estate i nostri passiperMilano ci porteranno nella seconda parte del Quattordicesimo secolo, in un percorso più del tempo che dello spazio.

Accadde oggi, 12 luglio 1362.

In questo giorno nasceva a Milano Caterina, la nona figlia del tirannico Bernabò Visconti e della nobile Beatrice della Scala, soprannominata Regina per la sua fecondità (ebbe quindici figli) e le sue capacità politiche e amministrative.

Caterina, andata sposa al cugino Gian Galeazzo, divenne la prima duchessa di Milano, ma la sua figura è rimasta per lungo tempo nell’ombra della storia ed è tuttora piuttosto sconosciuta. A lei, nonna di Bianca Maria Visconti (moglie di Francesco Sforza), dobbiamo l’aver condiviso col marito il sogno di unire l’Italia sotto un unico signore (lui!) primus inter pares, l’inizio del Duomo e della Certosa di Pavia, gli “studi” per combattere e vincere con dieta ed esercizio fisico la malattia genetica del figlio Filippo Maria e salvare così la casata milanese dei Visconti.

Chi fu Caterina? Abile o incapace, manipolata o manipolatrice, spietata o Beata?

A Milano non ci sono monumenti nè strade dedicati a lei e anche le notizie non sono molte. La sua figura è, però, quanto mai intrigante e ricca di sfumature. La storia della nostra misteriosa, “ghostly“, Caterina è tutta da raccontare come in una soap milanese del Milletrecento.

Continua…

A presto…