Quattropassi aspettando il Natale 2018

Milano si sta via via accendendo di luci, colorando di alberi e vetrine addobbate, riempiendo di profumi e sapori che fanno Natale.

In questo periodo di attesa ci si incontra spesso con parenti, amici, colleghi per uno scambio di auguri o di un piccolo dono, in casa o in qualche locale vestiti a festa.

Abbiamo pensato a lungo se tutti questi incontri siano una divisione, quasi una festa fatta a pezzettini, o una moltiplicazione della gioia, un Natale vissuto tante volte. La soluzione era scritta sotto i nostri occhi, bastava vederla!

Natale è una vera moltiplicazione di feste e gesti di affetto. Se il vero significato della X è un altro, da cercare su Wikipedia, quello che viene dal cuore è pieno di auguri.

È bello stare insieme accanto ad un albero addobbato, fare una telefonata a chi è lontano, ritagliarsi un momento tutto per sè guardando la nostra Milano vestita a festa.

Per noi è anche bello fare quattropassi insieme a voi per guardare le prime luci del Natale 2018.

Ci sono luci e addobbi d’autore e altre più spontanee, nate dalla creatività di ciascuno. Ecco alcune foto di alberi e addobbi colti qua e là… magari ci viene qualche idea!

La nostra città ha uno spirito chic e pop. Ci sono addobbi raffinati e altri piuttosto kitsch, che conservano il gusto della tradizione e lo spirito magico dell’infanzia.

La realtà è lontana quando mettiamo nel nostro presepio statuine di pecorelle giganti accanto a quelle di piccoli omini. La fantasia ispira anche gli stilisti.

L’invito a sognare è un po’ dovunque: lo troviamo tra i mercatini che con le casette di legno ci portano lontano dalla città, tra le piste di pattinaggio accanto alle vie dello shopping o agli edifici d’autore.

Anche un venditore di caldarroste o di dolciumi sotto i grattacieli ci fa ricordare profumi e momenti di Natali di ieri e di oggi.

Per gustare i sapori del Natale, quante belle “tavole” sono esposte, quante idee per accogliere Re Panettone!

Il vecchio re, il Pan de’ Toni, nato centinaia di anni fa qui a Milano, torna nella sua città con diverse feste in suo onore, diventando sempre più buono e goloso.

Condividerlo è condividere gli auguri e la gioia di stare insieme. Maestri Pasticceri si contendono il primato del panettone da gourmet e il nostro dolce più tipico arriva anche sulle tavole di tutti i continenti.

È cominciato il conto alla rovescia. In piazza Duomo è stato acceso l’albero e il calendario dell’Avvento illumina e ci regala una melodia ogni giorno che passa.

Babbo Natale sta arrivando sulla nostra città!

A presto…

Fotoarca di Passipermilano (seconda puntata: i cavalli)

Tra poco Milano si accenderà con le luci del Natale e diventerà il palcoscenico di tutti noi che, di corsa, come puledri, cavalli rampanti o ronzini stanchi faremo acquisti e porteremo pacchi e pacchetti, borse e borsoni, figlioletti o nipotini.

Con un sorriso dedichiamo i nostri quattropassi di fine novembre al cavallo, questo nobile animale che nei secoli al passo, al trotto o al galoppo ha trasportato uomini e cose. Lo cercheremo tra i monumenti della nostra città per la seconda puntata della Fotoarca di Passipermilano.

Iniziamo la nostra passeggiata dai Cavalli Alati, bianchi e giganteschi, “parcheggiati” sul tetto della Stazione Centrale. Alti quasi 8 metri, ci ricordano che qui si va veloci, si arriva e si parte quasi volando (forse i pendolari non sono sempre d’accordo). Due palafrenieri, Intelligenza e Progresso, tengono le loro redini.

I cavalli da sempre sono stati una delle “sedute” preferite da Re e generali, che amavano essere immortalati fieramente in groppa a destrieri. Nei monumenti antichi i cavalli sono di solito rappresentati, per motivi tecnici, per lo più al passo; se invece sono dipinti,  vengono raffigurati più liberamente al trotto, al galoppo o addirittura rampanti.

Vittorio Emanuele II forse è giunto al galoppo in piazza Duomo e deve frenare il suo cavallo, lanciato… verso il portone centrale della nostra cattedrale. Conflitto Stato – Chiesa?

Accanto al monumento si riunivano i tifosi quando una delle squadre milanesi vinceva lo scudetto… ahimè, da parecchi anni è il torinese Vittorio Emanuele che festeggia.

Un altro cavaliere illustre è Napoleone III che, al Parco Sempione, saluta chi passa, come un vecchio gentiluomo un po’ bislacco. Il suo cavallo lo accompagna con pazienza.

Un famoso quadro immortala l’Imperatore, con Vittorio Emanuele II, sotto lArco della Pace, mentre, vittoriosi, entrano in Milano liberata.

Una curiosità: i cavalli della sestiga sopra l’Arco, risalenti a Napoleone I, furono fatti ruotare di circa 180° dagli Austriaci, quando tornarono a Milano, perchè voltassero il fondoschiena alla Francia… e da allora sono rimasti così.

prima

dopo

In largo Cairoli il cavallo di Giuseppe Garibaldi è finalmente fermo dopo tante battaglie col suo cavaliere e ha un aspetto forte e fiero. Non così quello del generale Missori, nella omonima piazza, tanto accasciato da essere entrato in un modo di dire milanese: “te me paret el caval del Missori”. Il modello fu un povero cavallo da tiro, che oscurò, nel tempo, il suo cavaliere.

Un cavallo, invece, pieno di vigore è quello che salta un ostacolo nel monumento alle “Voloire” in piazzale Perrucchetti, davanti all’ex-caserma dell’Artiglieria a Cavallo.

Questa volta il cavaliere non è un illustre personaggio, ma il simbolo di chi ha rischiato o dato la vita in guerra. Chissà se il suo cavallo, fedele compagno di tante ore di battaglia o di solitudine, lo avrà dovuto vegliare “in un campo di grano… sotto mille papaveri rossi” come cantava Fabrizio De Andrè.

Due monumenti celebrativi ci riportano a secoli lontani. In piazza Mercanti, sul Broletto, ora in ristrutturazione, si trova  l’altorilievo di Oldrado da Trèsseno (podestà di Milano – 1233), che, nell’epigrafe, si vanta di aver fatto costruire il palazzo e di aver mandato al rogo i Catari.

Al Museo del Castello, invece, c’è il monumento funebre del feroce Bernabò Visconti, impettito in groppa al suo destriero. Gli animali avranno avuto più cuore dei loro padroni? Povere bestie…

Nei nostri passipermilano stiamo cercando di far vedere quanto la nostra città sia piuttosto insolita e misteriosa. A questo proposito abbiamo scoperto che a Milano c’è anche il monumento “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e il Cavallo Bianco della Pace”. Ebbene, questo poco noto gruppo di cavalli e cavalieri si trova nel luogo più impensabile che si possa immaginare: i Giardini Pubblici “Indro Montanelli”.

Entrando da piazza Cavour, in una grande aiuola, vicino alla statua del giornalista, c’è un gruppo di stilizzate figure in bronzo, che passano quasi inosservate, forse perchè piuttosto basse e smilze. La scena rappresentata è molto drammatica, con cavalieri e cavalli in action.

 

Quasi in disparte c’è un cavallo bianco, senza cavaliere, che sta brucando, distante anni luce dagli altri: è il “Cavallo Bianco della Pace”.

Questo monumento, quasi sconosciuto e assolutamente da andare a vedere, è opera di Harry Rosenthal, uno scultore austriaco che ha attraversato il Novecento con i suoi tanti e contrastanti avvenimenti.

Infine ecco “IL” cavallo; senza cavaliere, imponente, maestoso ha un passato illustre e un presente che genera discussioni.

È conosciuto come “il Cavallo di Leonardo” e si trova davanti all’ippodromo del galoppo di San Siro, in una posizione con poca visibilità turistica, almeno per ora. L’anno prossimo, infatti, ci saranno le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del Maestro e questo cavallo diventerà protagonista di eventi e manifestazioni. Ne parleremo anche noi tra qualche settimana.

A presto…

Il mistero della Fontana all’Isola

Siamo nel cuore dell’Isola, in via Thaon di Revel, dove si trova uno dei luoghi più belli della Milano sforzesca appena scivolata nel 1500 e nelle dominazioni straniere.

Il Santuario di Santa Maria alla Fontana è un intreccio di storia, arte, fede e mistero, situato in uno dei quartieri più vivaci della città, con i grattacieli accanto alle case di ringhiera, con il futuro che si impone e fa sognare, mentre il passato resta presente e si fa radice.

Dalla strada non si vede il Santuario, ma solo la “chiesona” dallo stesso titolo, che si affaccia sulla via.

Ancora una volta, anche per capire Milano, dobbiamo andare oltre la “prima vista”. Dalla Chiesa Superiore, a livello della strada, scendiamo con una scala in un avvallamento naturale dove si trova il Santuario, e poi ancora più sotto fino alla fonte da secoli considerata miracolosa, per confrontarci col mistero.

Andiamo con ordine, un passo, anzi, un gradino alla volta. La Chiesa Superiore è stata da sempre legata alla storia del Santuario e della città. Nel corso di oltre cinque secoli ha visto arrivi e partenze, ampliamenti e restauri fino a quelli di Griffini e Mezzanotte e agli ultimi della metà del Novecento.

Guardando la facciata, sulla destra, una scala ci invita a scendere e improvvisamente ci troviamo in pieno Rinascimento.

Passeggiando tra i chiostri che non ci si aspetta, guardando gli affreschi, la volta, i soffitti, la fonte con gli zampilli d’acqua, sentiamo di trovarci in uno dei luoghi più coinvolgenti di Milano.

Per raccontare la storia di questo Santuario, partiamo dalla pietra che indica l’inizio della costruzione, il 29 settembre 1507, e il committente,  Carlo II d’Amboise, governatore francese di Milano.

Questi soffriva di una grave malattia della vista e si volle recare qui dove c’era una fonte considerata da tempo miracolosa. Si bagnò gli occhi, guarì e come ringraziamento fece costruire questo santuario mariano. Un grande dipinto cinquecentesco dei fratelli Campi, sopra l’altare, ricorda il miracolo.

Chi fu l’artista incaricato da un committente così importante? Si è parlato del Bramante, del Bramantino e di Leonardo (in quel periodo a Milano), tanto legato alla famiglia dei D’Amboise, da essere poi ospitato, fino alla morte, in uno dei loro castelli in Francia. Oggi, infine, si propende per una collaborazione dell’Amadeo, secondo quanto ritrovato in un antico documento.

I dubbi restano molti; confrontando alcuni particolari dei doppi archi, si nota una forte somiglianza tra quelli del Santuario e alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo.

Alle pareti della Cappella ammiriamo affreschi della scuola di Bernardino Luini, in parte danneggiati ma molto dolci e suggestivi.

Interessanti i particolari di due affreschi che riguardano l’ambiente dell’epoca. Nel “San Rocco” si vede una cascina tra i campi, mentre nella “Visitazione” siamo in un contesto cittadino, con una ricca porta di un palazzo e una piccola balaustra. Città e campagna fanno da sfondo alla Fede.

La grande volta a dodici spicchi (unica, sembra, in Italia) riproduce gli Apostoli (tranne Giuda) e San Paolo. Al centro un rilievo in legno e stucco dorato con Dio Padre benedicente circondato da raggi di luce e di calore.

Nel ricco soffitto a botte sopra l’altare ci sono raffinati disegni simbolici risalenti al XVI secolo: l’ibis (che indica la gratitudine), il sole raggiato, alcune fiaccole e il caduceo (simbolo da sempre della Medicina) che ricorda la doppia spirale del DNA, quasi un misterioso presagio di future scoperte.

Il colore rosso dei disegni indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina: infatti questo Santuario fu uno dei poli sanitari milanesi come la Ca’ Granda e il Lazzaretto. Al centro di questo ospedale, fino a metà Ottocento, spiccava una grande vasca, come vediamo da alcune immagini.

Nella storia di questo Santuario ci furono, però, momenti difficili. Se un nobile francese lo aveva fatto costruire, un altro, Napoleone, dopo averlo utilizzato come ospedale per le proprie truppe, lo aveva trasformato in un deposito per quei carri che servivano a innaffiare le polverose vie della città, antenati di quei tram soprannominati “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni.

Un grave disastro colpì, verso la fine dell’Ottocento, la fonte del nostro Santuario, quando un incendio in una vicina fabbrica di bitume inquinò la sorgente. Questo danno ambientale non fermò mai la devozione dei fedeli e l’acqua, oggi collegata all’acquedotto, sgorga ancora da undici beccucci posti su una lastra di pietra.

Abbiamo osservato a lungo la disposizione insolita dei beccucci e la lastra considerata quella originaria dell’antica fonte. C’è chi sostiene che la pietra sia carica di energia e che i fori formino misteriosi triangoli, così come l'”ammaccatura” nella parte superiore della pietra. E se fossero segnali di qualcosa di non conosciuto, ancora da scoprire?

Ci lasciamo qui, davanti a questa antica fonte piena di misteri, ognuno con i propri pensieri, per decidere se scendere e accostarci alla fonte o no…

A presto…

Passato e futuro nel quartiere Isola

Milano non è una città sul mare, né ha un grande fiume che la attraversa. Le sue acque, però, sono tante, ricche e vive, sotterranee o all’aperto, “laboriose” e in alcuni casi persino miracolose.

Nella nostra città c’è anche un’Isola, fatta e circondata da case, un’isola senza acqua intorno, insolita e speciale. Benvenuti all’Isola!

Era una zona “isolata” dalla città per la ferrovia che le separava, con un ponte che passava sopra i binari.

Nata e cresciuta dalla metà dell’Ottocento per chi lavorava nelle vicine fabbriche (Pirelli, Tecnomasio,…) con case popolari e di ringhiera, aveva visto sviluppare al suo interno un forte senso di appartenenza e un orgoglioso legame tra i suoi abitanti.

L’Isola ora è tra i quartieri più cool di Milano, con la movida tra le case di ringhiera e i palazzi famosi del Bosco Verticale e di Porta Nuova.

Un tempo l’Isola era un insieme di prati, boschi e fontanili intorno al Santuario di Santa Maria alla Fontana, dove si trova ancora oggi una fonte considerata miracolosa.

Racconteremo questo piccolo gioiello di architettura e fede tra qualche settimana. Nel frattempo facciamo quattropassi per l’Isola, iniziando proprio da via Thaon de Revel, dove si trova il Santuario.

Al numero 21 ci aspetta un altro luogo di grande interesse storico e, forse, poco noto: la Fonderia Napoleonica Eugenia, fondata nel 1806 e così chiamata in onore del vicerè del Regno Italico, Eugenio de Beauharnais, figliastro di Napoleone.

Oggi è sede di eventi, mostre e di un museo (da visitare su appuntamento) sulla fonderia che ha realizzato, tra l’altro, anche il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo, quello ad Alessandro Manzoni in piazza San Fedele, la Sestiga sull’Arco della Pace e il Dante di New York.

Poco lontano dal Santuario e dalla Fonderia, l’Isola stupisce con un famoso locale per gli amanti delle moto, che unisce bar e caffetteria ad articoli per le due ruote, un bike district da non perdere, anche se si utilizzano altri mezzi di trasporto!

Tutta l’Isola è piena di locali dove è piacevole sostare per bere qualcosa, ascoltare musica, magari farsi dare un tocco hipster ai capelli o girare tra le bancarelle del vivacissimo mercato di martedì e sabato in piazzale Lagosta.

Qua e là troviamo tocchi di storia isolana: in piazzale Segrino c’è un monumento ai Caduti del quartiere durante la lotta partigiana, mentre in piazzale Lagosta, al numero 1, nel cortile di una casa, la lapide di Giuseppe Parini ricorda che qui si trovava il Cimitero della Mojazza, poi abbandonato quando venne costruito il Monumentale (1895).

Il grande senso di solidarietà attiva, tutta milanese, si respira anche nella chiesa del Sacro Volto in via Sebenico, dove riposa Don Eugenio Bussa, grande figura di sacerdote, dichiarato dal governo israeliano “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato molti bambini ebrei durante l’Olocausto; e non solo questo: ha aiutato persone di ogni colore politico e tanti giovani disoccupati o in difficoltà.

Guardiamo sopra l’altare di questa chiesa un’insolita opera d’arte: non un dipinto, ma la fotografia del Sacro Volto della Sindone.

 

Giriamo ancora un po’ per le strade dell’Isola, dove vetrine popolari si trovano accanto ad altre molto chiccose creando quella mescolanza culturale un tantino pop tipica della nostra città.

Improvvisamente, arrivati in via De Castilla, l’Isola appare diversa: le case sembrano parte di rocce sedimentarie, testimonianza di tempi e stili diversi.

Questa via mostra come Milano sappia rinnovarsi. Sulla vecchia sede ferroviaria, che separava l’Isola dal resto della città, sono sorti palazzi pluripremiati, “cubi” che fanno cultura, vecchie palazzine diventate fondazioni, vaste aree verdi.

Gli alti grattacieli di archistar famosi non rendono buie le strade, ma sono collocati in ampi spazi a verde. In questa zona sta sorgendo la Biblioteca degli Alberi, ci sono passeggiate pedonali, piccoli orti, campi di bocce e giochi per bambini.

Vecchio e nuovo insieme, verde e cemento fianco a fianco… Abbiamo trovato in via Thaon de Revel questa piccola insegna un po’ meneghina, un po’ mondo. Che ne pensate?

A presto…

Quanta storia tra le vetrine! Alla scoperta di via Torino (parte seconda – San Giorgio al Palazzo… e molto altro)

Cosa starà guardando questo piccione curioso per rinunciare alle briciole golose della vicina cioccolateria in piazza San Giorgio, angolo via Torino?

Per venire sin qui forse è passato a volo d’uccello (ops!) sul vicino Palazzo Stampa di Soncino e, magari, avrà avuto qualche timore per l’aquila in cima alla torre che si nasconde dietro le case.

Questo palazzo è un altro edificio monumentale, molto deteriorato, a dire il vero, di questa nostra via Torino dai tanti volti. Risale all’ultimissimo periodo degli Sforza e fu via via rimaneggiato e modificato nei secoli

Fu fatto costruire da Massimiliano Stampa, “governatore” del Castello Sforzesco; ne faceva parte una torre a tre piani in onore dell’Imperatore Carlo V, per ringraziarlo del titolo di Marchese di Soncino che gli aveva concesso.

A malapena riusciamo ora a vedere, da via Soncino, la torre, l’aquila con corona imperiale che sovrasta il globo e le “Colonne d’Ercole” dedicate alla potenza dell’Imperatore.

Nell’Ottocento la famiglia Stampa aveva aggiunto il cognome Casati e la cronaca rosa e nera del Novecento si è occupata di alcuni discendenti dell’antica casata.

Luisa Casati Stampa

i protagonisti del delitto Casati

Avrà fatto il nido sulla torre il nostro piccione che si è fermato a guardare la chiesa di San Giorgio al Palazzo nella omonima piazzetta?

Questa chiesa ha origini antichissime e probabilmente sorge su un tempio pagano di Mediolanum, capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Nel 751 l’Arcivescovo Natale (le sue reliquie sono custodite sotto l’altare) la dedicò a San Giorgio. La vicinanza della chiesa al Palazzo Imperiale Romano fece sì che fosse conosciuta come San Giorgio al Palazzo. I secoli ci misero mano e la chiesa  venne rifatta e rimaneggiata più volte.

Settecento

 

Ottocento

oggi

L’eco della memoria più antica è presente nelle colonne di pietra romaniche addossate ai pilastri del transetto, nei capitelli diventati acquasantiere, nella targa che ricorda l’Editto di Milano, promulgato da Costantino nel vicino Palazzo.

Quante preghiere nel corso dei secoli si saranno levate in questa chiesa e davanti al Ciclo della Passione di Bernardino Luini?

Il disegno preparatorio è conservato al Louvre, ma noi possiamo guardare questa pala d’altare nella sua pienezza e nelle sue diverse scene.

Nel Cristo schernito, dipinto nella lunetta, c’è anche un po’ di Leonardo. L’espressione e i volti grotteschi dei due aguzzini risentono degli studi sulla fisiognomica del Maestro. Il fondo scuro del dipinto viene aperto alla speranza dal piede sinistro del Cristo che sembra uscire dal quadro per andare verso i fedeli.

La torre campanaria di questa chiesa era altissima e vi furono nascoste le reliquie dei Re Magi, dalla vicina Sant’Eustorgio, per salvarle dal Barbarossa. Tutto fu inutile; i resti vennero trafugati e portati a Colonia e la torre fu fatta mozzare dall’Imperatore.

Godiamoci un momento la piazzetta con l’acciottolato davanti alla chiesa, quasi un angolo da “fuori Milano” e andiamocene alla scoperta di un altro luogo nascosto nel labirinto di vie dietro via Torino.

In via San Sisto, in un piccolo slargo, ecco un’altra chiesa con tanta storia da raccontare.

Fondata da Desiderio, Re dei Longobardi, alla fine dell’VIII secolo, rifatta “baroccamente” da Federico Borromeo, la sua campana suonò per chiamare a raccolta gli insorti delle Cinque Giornate. In questa rivolta, però, fu svuotata degli arredi che divennero barricate.

Iniziò un lento declino e, ormai sconsacrata, divenne un magazzino militare, in attesa di essere abbattuta dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Fu salvata dall’Arte, quando lo scultore Francesco Messina la ottenne per usarla come studio e la fece restaurare, lasciandola poi alla città come museo delle sue opere… e non solo.

Fino a dicembre 2018 possiamo ammirare anche un grande “albero” che si snoda e si avvinghia alla facciata di questa chiesa. La suggestiva opera, intitolata “Radicamenti” è di Leonardo Nava.

Torniamo verso il Carrobbio, dove la nostra via Torino sembra aprirsi a raggiera, oggi come un tempo.

Questa zona è tra le più misteriose e inquietanti di Milano; qui si udivano (e si odono ancora?) i lamenti provenienti dal vicino lebbrosario e quelli delle vittime delle ordalie da parte dell’Inquisizione, qui era rimasto vivo il culto di Mitra, qui si diceva ci fosse un confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Torre dei Malsani, già Porta Ticinensis delle mura romane

Beh, non andiamo “oltre”… Non si sa mai…

A presto…

Quanta storia tra le vetrine! Alla scoperta di via Torino (parte prima – San Sebastiano e Casa dei Grifi)

Via Torino è una strada che “sa” di Milano, ne ha il sapore e conosce e conserva memorie della nostra città.

Vetrine, lavoro, traffico, edifici nuovi d’autore, demolizioni e costruzioni: ecco come ci appare a prima vista questa strada che unisce piazza Duomo con corso di Porta Ticinese e con via Cesare Correnti e Porta Genova.

Non è fatta per essere guardata; la nostra attenzione viene attirata dai tanti negozi, dalla gente del mondo che la percorre, dai jumbo-tram che la occupano.

Dietro a questa immagine “a prima vista” c’è un’altra via Torino che si lascia scoprire solo da chi lo vuole. È veramente una strada di Milano, una città, che, come dice Vecchioni, non è puttana e non esibisce le sue bellezze.

Via Torino, così chiamata in onore dell’Unità d’Italia, nasce nel 1865 con la soppressione di alcune strade che in passato avevano ospitato diverse corporazioni di artigiani di alta professionalità.

mappa di inizio Ottocento

In mezzo a tanto fervore architettonico, distruttivo e creativo (“fa’ e disfa’ l’è semper un lavurà”… dicono i vecchi milanesi), alcuni gioielli della storia, come la chiesa di Santa Maria Beltrade, sono andati perduti.

Altri, invece, sono rimasti al loro posto, ma sembrano defilati, come la celebre e bellissima chiesa di San Satiro, risalente all’anno 876, dalla insolita pianta a Tau, con lo sfondo bramantesco che confonde i visitatori con l’illusoria prospettiva.

Intorno a questa chiesa c’è un reticolo di vie tra le quali via Lupetta, dove troviamo, incastonata in un edificio d’angolo con via Torino, una piccola testa di lupa, una new entry per l’arca degli animali della nostra città.

Questa lupa si trova di fronte ad una possente chiesa circolare, il Tempio Civico di San Sebastiano. Non ha sagrato e si apre quasi all’angolo con una viuzza laterale.

Ha una inconsueta forma cilindrica e anche il suo nome è insolito: è, infatti, un Tempio Civico, fatto costruire come voto dal Comune e dai cittadini di Milano. Era il 1577, la peste stava dilagando. I milanesi,  con l’Arcivescovo Carlo Borromeo, non sapevano più a che Santo votarsi.

Venne “scelto” San Sebastiano, un patrizio milanese, ufficiale dei pretoriani, che aveva subito il martirio a Roma al tempo di Diocleziano.

Era molto venerato da Sant’Ambrogio, come ricorda una lapide all’interno della chiesa.

Il 20 gennaio 1578 venne ufficialmente dichiarata la fine della pestilenza e San Sebastiano fu nominato co-patrono di Milano. Da allora la Chiesa Civica accoglie autorità religiose e civili in diverse ricorrenze. L’appartenenza del Tempio ai riconoscenti cittadini di Milano è testimoniata anche dagli stemmi delle sei “Porte” all’interno della chiesa.

Questi stemmi hanno un sapore antico e nuovo. Milano era allora suddivisa in sestieri con i nomi delle porte e ciascuno di  essi comprendeva cinque contrade, una sorta di antico decentramento.

ieri

oggi

Una piccola curiosità: San Sebastiano è il Patrono anche dei Vigili Urbani; se non sappiamo a che santo votarci per evitare le multe, accendiamogli un cero… Non si sa mai.

Facciamo quattropassi e, poco distante dalla chiesa, troviamo, in via Valpetrosa 5, dietro un anonimo ingresso, uno dei più bei cortili della Milano sforzesca, forse progettato del Bramante.

Un tempo era la nobile Casa dei Grifi, famiglia di cui fece parte anche quel famoso Ambrogio Grifi, medico ducale di Ludovico il Moro, nonchè matematico e fisico. Nel corso dei secoli questa dimora divenne un albergo, ed ora è una fantastica casa di ringhiera privata, cresciuta sopra il portico.

Tornando verso via Torino guardiamoci attorno: nello stesso isolato dei Grifi ci sono negozi di moda, un pub e un centro Hare Krishna.

Certo… Milan l’è on gran Milan!

Continua…

La “sirena” di Starabucks è sbarcata a Milano

Dopo essersi fermata in tanti paesi del mondo, la “sirena” di Starbucks è arrivata a Milano con il più grande negozio europeo, il primo in Italia.

Annunciata qualche tempo fa in piazza Duomo da palme e banani, sponsorizzati dalla catena del caffè americano, ora la “sirena” ha messo su casa in piazza Cordusio, a Palazzo Broggi, l’antica sede delle Poste.

Siamo andati a trovarla. Dopo una lunga fila, passiamo davanti ai dehors ed entriamo nel nuovo locale, attirati dal canto della sirena.

Milano, città sempre in movimento, centro di eccellenza del Made in Italy, ma aperta al mondo, ospita la sirena americana del caffè in questo grande open space, che occupa tutto il piano terra dello storico edificio. Sotto un luminoso soffitto di vetro troviamo angoli bar, banchi con prodotti da forno di Princi, uno dei marchi di punta cittadini, e diversi tavolini.

Non solo la qualità dei vari caffè e delle golosità, ma ovunque è disegn: dai banconi ai tavolini, dalle tazzine all’oggettistica, anche da acquistare.

Al centro del locale va in scena la torrefazione del caffè: il chicco verde viene tostato e via via macinato al momento della consumazione.

In un angolo ci attende una grande sirena con due code e a fianco è inciso il “mantra” di Starbucks.

Abbiamo notato una certa somiglianza tra le sirene di Starbucks  e le “sorelle Ghisini”, le nostre sirenette del Parco Sempione.

Se la famosissima Sirenetta di Copenhagen ha un’unica coda e, da sola, guarda il mare, eterea e infelice, le “sorelle Ghisini”  sono bicaudate, ruspanti e formose.

Nell’Ottocento ornavano il Pont di Ciapp, il primo in ferro realizzato in Italia, sul Naviglio di via San Damiano e si diceva che portassero fortuna a chi le toccava.

Le “Sorelle Ghisini”, così chiamate perchè fatte in ghisa dalla Falck, sono propriamente delle melusine, fate acquatiche con due code, simbolo anticamente di fertilità e prosperità.

Quando il Naviglio Interno venne coperto negli Anni Trenta del Novecento, le nostre sirenette furono trasferite al Parco Sempione, con il ponticello.

Si sarà forse ispirato a queste melusine Howard Schultz, il fondatore di Starbucks, per il suo logo? Era venuto a Milano per lavoro ed era stato colpito dal buon caffè che si beveva nella nostra città e dal rapporto spesso cordiale tra baristi e clienti.

Tornato in America era entrato nel mondo della ristorazione e aveva aperto le prime caffetterie con il marchio Starbucks, dal nome del primo ufficiale del capitano Achab di Moby Dick. Iniziò così un lungo viaggio attorno al mondo e i locali si sono diffusi via via in vari continenti.

Ed ora, anche a Milano, possiamo fare quattropassi bevendo il famoso caffè americano della Sirena.

A presto…

“Ci son due coccodrilli…” Piccola fotoarca tra le statue di Milano

In un giorno di vacanza, quando abbiamo risentito la canzoncina per bambini “Ci son due coccodrilli…” ci siamo messi a pensare se nella nostra città, scolpiti o dipinti tra le case, non ci siano questi animali.

http://www.ansa.it/lifestyle/notizie/kids/giochi/2016/01/31/musica-compie-40-anni-i-due-liocorni-cult-per-i-bimbi_ede4a5ff-3c8e-4dbd-ab0b-d936aea8f4bf.html

Li abbiamo trovati! Eccoli, guardate dove, magari cantando il ritornello tormentone.

Ci sono i coccodrilli e l’orangotango…

FuoriSalone 2018 – Ca’ Granda

due piccoli serpenti (ops! biscioni) e l’aquila reale (ma qui è imperiale, di rango ancora superiore)… il gatto…

Piazza Mercanti – Loggia degli Osii, la “Parlera”

Castello Sforzesco – Museo Egizio

il topo (è vicino a Gesù Bambino) e l’elefante…

Palazzo Bagatti-Valsecchi – Madonna dei ratt

Castello Sforzesco – Portico Corte Ducale

Chi manca? Nessuno, abbiamo trovato anche uno dei mitici liocorni!!!

Piazza Borromeo – stemma araldico

Ci abbiamo preso gusto. Perchè non fare ogni tanto anche quattropassi per cercare gli animali da far salire su quest’arca fotografica? Se ne trovate mandateci foto e indirizzi. Grazie!

A presto…

Una “mela” in piazza Liberty

Da qualche giorno piazza del Liberty appare profondamente cambiata dopo la realizzazione dello scenografico progetto ideato da Norman Foster per Apple.

Una fontana definisce la piazza, con tanti zampilli che si infrangono contro i lati lunghi di un parallelepipedo di vetro; sul lato corto, possiamo scendere con una scala in un corridoio d’acqua.

Nessuna scritta, o vetrina, indica il nuovo store della Apple. Solo l’immagine della mela si staglia sulla trasparenza del cristallo, il logo al posto delle parole, come in un linguaggio universale.

Dietro le cascatelle della fontana, una gradinata scoperta di pietra grigia al centro della piazza ospiterà il pubblico per eventi e spettacoli in una sorta di teatro all’aperto, fra gli alberi.

In un angolo della piazza un piccolo ascensore a specchio riflette gli eterogenei edifici circostanti: il bianco palazzo ex-Trianon, la Torre Tirrena, l’elegante Palazzo Tarsis (ora in restauro) e le belle vetrine dei negozi.

Sotto il parallelepipedo e la gradinata, ecco il grande store della Apple, con i prodotti, le postazioni, gli schermi interattivi, i corsi e i laboratori. In questo ambiente chiaro ed essenziale però non mancano gli alberi.

La piazza è già diventata punto di ritrovo. E ancora una volta una fontana entra nel nuovo volto della nostra città, che, come l’acqua, è sempre in continuo movimento.

A presto…

Passipermilano? Terzo itinerario nel cuore della nostra città per chi viene la prima volta

È una Milano un po’ meno nota quella che vedremo in questo itinerario per il centro della nostra città.

Dal Lirico raggiungiamo piazza Missori con i resti dell’antica chiesa di San Giovanni in Conca. Sotto questo mozzicone di muro, che fa da “spartitraffico”, possiamo visitare gratuitamente la suggestiva e sorprendente cripta, ricca di storie, leggende e… traslochi di statue e facciate.

Questa piazza è molto cambiata nel tempo: possiamo scoprirlo guardando sulla sua pavimentazione il vecchio perimetro della chiesa.

Ecco di fronte a noi la statua di Giuseppe Missori. Il vero “protagonista” di quest’opera è, però, il cavallo, curvo, stanco e affaticato; il modello non fu un maestoso destriero, ma un povero cavallo da tiro. “Te me paret el caval del Missori” dicono a Milano quando si è giù di tono e ci vorrebbe un ginseng.

Povero Missori, partecipò ai moti del Quarantotto e alla Spedizione dei Mille, salvò la vita a Garibaldi, combattè con valore nelle guerre d’Indipendenza ed ora fa da spalla al suo cavallo. C’est la vie!

Ora raggiungiamo la vivacissima via Torino per visitare la chiesa di San Satiro un po’ defilata, quasi uno scrigno dove si conservano le illusioni.

Entriamo e guardiamo dietro l’altare… ecco la grande trovata dell’illusionista Bramante: l’abside sembra profonda, ma misura meno di un metro.

Via Torino è una delle tante vie di negozi della Milano modaiola. Anche questa è una illusione. Le vetrine (tra l’altro quanti negozi di scarpe per i nostri quattropassi!) sviano l’attenzione da una seconda lettura di questa via.

E’ come un tessuto di fili diversi; ci sono le vetrine (da sempre la zona ha vocazione commerciale: via Spadari, via Speronari, via Orefici…), ma anche vicoli, chiese poco conosciute, improvvise piazzette dove sostare per un gelato e dirsi: “ma non sembra di essere a Milano”. Troppo interessante… ve la racconteremo in un’altra passeggiata.

Da via Torino andiamo verso piazza Affari. Ci sono tante vie piccole e tortuose; si può passare anche da piazza Santa Maria Beltrade, con il palazzo d’angolo del Portaluppi, la chiesa che non esiste più ma dà il nome alla piazza e un portalino del Cinquecento quasi nascosto.

Da qui si può raggiungere quello che per Leonardo era il vero centro di Milano, la chiesa di San Sepolcro, dove si trovava il Foro di Mediolanum, con l’incrocio di cardo e decumano.

Cosa scegliere di vedere: la chiesa dell’anno Mille, la cripta che mozza il fiato con le moderne mostre poggiate sull’antica pavimentazione romana, la Torre Littoria del Portaluppi, palazzo Castani, una grata misteriosa?

Di fianco alla chiesa ecco l’Ambrosiana con la statua dal Cardinale Federico Borromeo, che l’ha realizzata.

Volutamente non proponiamo in questo itinerario visite ai vari musei, ma come non ricordare che qui ci sono la “Canestra di Frutta” di Caravaggio, il “Ritratto di Musico” e numerose pagine del “Codice Atlantico” di Leonardo, il cartone della “Scuola di Atene” di Raffaello? Non solo, c’è anche una ciocca di capelli della bionda Lucrezia Borgia!

Nella nostra passeggiata possiamo, inoltre, dare un’occhiata ai balconi liberty di via Spadari e magari anche alla supergastronomia del Peck e ai diversi negozi golosi.

Andando verso piazza Affari guardiamo due targhe: l’una ricorda il milanesissimo “Tiremm innanz” di Amatore Sciesa, l’altra racconta che qui nacque l’amore  tra Ernest Hemingway e l’infermiera di “Addio alle Armi”. “Sapessi come è strano sentirsi innamorati a Milano”…

Non è finita qui. Abbiamo raggiunto piazza Affari, col Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, e un’altra statua: il Dito di Maurizio Cattelan.

Anche questa è una piazza con un sopra e un sotto: sopra un palazzone di epoca fascista, tutto bianco e così diverso da quelli, dai colori soft, che sono cresciuti nel tempo in questa zona, e una statua (un saluto romano con dita mozzate?) altrettanto bianca, quasi ciò che resta di una scultura gigantesca tornata alla luce.

Su un lato di Palazzo Mezzanotte però, vediamo la pianta del Teatro Romano i cui resti si trovano proprio sotto i nostri piedi. Era un megateatro, quasi un Palaforum dell’epoca per spettacoli ed eventi.

In questa zona oggi c’è il Gotha della finanza, ma i nomi delle vie ricordano che anche secoli fa qui c’erano i danee.

Ci sono, però, anche strade col nome di antiche chiese: San Vittore al Teatro, Santa Maria alla Porta, dove troviamo una bella sorpresa: è ciò che resta di una antica cappella con un affresco della Madonna con Bambino di fronte a un pavimento grigio di cemento.

Viene chiamata “la Madonna del Grembiule”. Nel lontano 1600 un muratore stava lavorando alle pareti della vecchia chiesa quando venne alla luce, tra le macerie e le picconate, l’affresco. L’uomo lo pulì devotamente col suo grembiule di lavoro e guarì all’improvviso dalla sua zoppia.

La cappella fu poi distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, ma “rivenne” alla luce col suo bellissimo pavimento, oggi coperto per proteggerlo in attesa di un costoso restauro. Ci vorrebbe un altro grembiule…

Tornando verso piazza Affari diamo un altro sguardo al Dito, il cui nome ufficiale è L.O.V.E., acronimo di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità. Ma a chi è rivolto il gesto provocatorio? Alla Borsa o è la Borsa che lo rivolge a noi? Meglio lasciare all’immaginazione di ciascuno…

Lasciamo la nostra Wall Street e, attraversata via Orefici, approdiamo in quel gioiello, in parziale restauro, che è piazza Mercanti. Era una piazza laica, dominata dal Broletto, dove nel Medioevo si tenevano le contrattazioni economiche, una sorta di antica Borsa.

Poi Maria Teresa mise un “cappellaccio” sopra il Broletto, quasi per schiacciarlo.

Ci voleva ben altro, però, per abbattere la cinghialessa legata alle leggendarie origini di Milano. Dopo secoli è sempre lì, su una arcata del Broletto, piccola come era allora la nostra città, ma solida come la roccia.

A presto…