Quattropassi nella Milano 1918 col giovane Hemingway

Parte prima – La “nascita” di Addio alle armi

Come appariva la nostra città agli occhi di un ragazzo americano durante gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale? Ce lo siamo chiesti leggendo la targa dedicata a Hemingway sul palazzo di via Armorari 4.

Di famiglia benestante, era nato vicino a Chicago nel 1899. Giovanissimo reporter di un quotidiano, si era arruolato volontario nella Prima Guerra Mondiale. 

Per problemi alla vista, dovuti a un incontro di pugilato, era stato assegnato a guidare le ambulanze e a “distribuire posta, cioccolato e sigari” ai feriti e ai soldati di prima linea sul fronte italiano.

Era arrivato a Milano all’inizio di giugno 1918 per prendere servizio e subito aveva visto la tragedia e la morte. Infatti il 7 giugno era stato mandato sul luogo dell’esplosione avvenuta nello stabilimento di materiale bellico Sutter-Thevenot di Bollate, dove erano morte una sessantina di persone. Così scrisse anni dopo: ” … la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne …”.

Un piccolo fatto ci ha incuriosito. Il Corriere di qualche settimana fa ha riportato alcune lettere sulla targa che ricorda una “scappatella” di Ernie al Parco Nord di Bollate. 

Spulciando qua e là, abbiamo scoperto che questa targa è la narrazione di un fatto mai avvenuto, realizzata da un artista, Francesco Fossati, con Casa Testori. Non furono dunque “baci e sorrisi” con una Marinella lombarda, ma una fake history?

Qualche giorno dopo lo scoppio di Bollate, Hemingway lascia Milano per raggiungere prima Schio e poi Fossalta, sul Piave.

Qui, nella notte tra l’8 e il 9 luglio, decide di portare generi di conforto, disubbidendo agli ordini, a due soldati di un avamposto.

Una bomba a grappolo austriaca colpisce la postazione uccidendo uno dei soldati e ferendo gravemente l’altro. Il giovane americano, pur ferito, se lo carica sulle spalle. Vengono colpiti di nuovo, Ernest crolla, ferito nuovamente alla gamba, ma il soldato, Fedele Temperini, gli fa da scudo umano involontario, restando ucciso. Lo scrittore, per questo sfortunato atto eroico, verrà poi decorato con una medaglia d’argento al valore.

Dopo le prime cure d’emergenza, il giovane viene mandato a Milano presso l’ospedale della Croce Rossa Americana in via Armorari. La gamba del ferito, colpita da ben 227 schegge, è infetta e si prospetta l’amputazione, ma le assidue cure di una crocerossina americana, Agnes von Kurowsky, e l’intervento di un famoso chirurgo milanese, Baldo Rossi, fanno il miracolo.

Il medico operava presso il Padiglione Litta del Policlinico e, utilizzando anche uno dei primi apparecchi radiografici, riuscì a guarirlo perfettamente. Ora il chirurgo, in compagnia di altri illustri colleghi, è ritratto da Ortica Noodles su un murale dell’ospedale e comparirà, sotto altro nome, anche in “Addio alle armi”.

Inizia dunque la convalescenza di Ernie in via Armorari. L’ospedale occupava il terzo e il quarto piano del palazzo; uno era adibito agli alloggi delle 18 infermiere, l’altro alla degenza dei 4 ricoverati. C’era pure un grande terrazzo con sedie di vimini e si bevevano anche superalcolici.

Qui nacque l’amore, non sappiamo fino a che punto condiviso, tra Agnes e lo scrittore, più giovane di lei di qualche anno, tanto che lei lo chiamava affettuosamente “kid”. Così Ernest scrive alla sorella “Sì, Ag è una infermiera della Croce Rossa (…) Quando dico che sono innamorato di lei non significa che ho una cotta. Significa che la amo. (…) Mi sono sempre chiesto come sarebbe incontrare la ragazza che amerai davvero per sempre e adesso lo so. Per di più anche lei mi ama, il che è di per sé abbastanza un miracolo.

Insieme si divertono e bevono:  “Ragazzo, noi saremo soci. Quindi, se hai intenzione di bere, berrò anch’io. Esattamente quanto te”... “E Ag ha tirato fuori del dannato whiskey e l’ha versato così, puro, e prima di allora non aveva mai bevuto niente a parte il vino”. L’amore per Agnes passerà presto, non quello per l’alcol.

La loro storia d’amore, forse a senso unico, infatti, durò poco “Lei non mi ama, Bill…” e, qualche mese dopo, “Ieri ho ricevuto una lettera molto triste di Ag da Roma. Ha rotto con il suo maggiore… Povera bambina infelice, mi spiace da morire per lei. Ma non ci posso fare niente. Io l’ho amata e lei mi ha fregato”. Il ricordo di lei “a forza di sbronze e di donne adesso non c’è più”.

Forse non fu davvero così, ma fu un lungo addio. Anni dopo, quando scrisse “Addio alle armi”, la storia tra Frederic Henry e Catherine Barkley fu ispirata a quella del lontano 1918.

Arrivederci alla prossima puntata per un Quattropassi attraverso la Milano di ieri e di oggi, in compagnia di Ernest Hemingway.

A presto…

Buon mese di Maggio con un bouquet di mughetti

Ciao sono Francesca! Inizia oggi il mese di Maggio, tempo di fiori, di tradizioni e di feste. Ho trovato questa bella storia del mughetto. La riporto con infiniti auguri di pace, salute e prosperità da parte mia e da Passipermilano.

“LA LEGGENDA DEL MUGHETTO                  

Il  Mughetto è considerato sinonimo di felicità che ritorna e di portafortuna. Secondo la leggenda San Leonardo dovette combattere contro il demonio con sembianze di diavolo. Egli vinse, ma il combattimento fu difficile e le gocce del suo sangue sul terreno si trasformarono in bianchi campanellini. In Francia durante la festa del primo maggio si offre per buon augurio.

STORIA DEL MUGHETTO E DEL 1° GIORNO DI MAGGIO

Il primo maggio del 1561, Carlo IX introdusse la tradizione d’offrire un rametto di mughetto come porta fortuna. Tradizione ancora più antica, e del tutto pagana, era poi il celebrare l’arrivo della primavera offrendo tre rami di mughetto alla persona amata, agli amici, ed alle donne come segno d’amicizia. Nei tempi antichi poi questa era la data in cui i naviganti uscivano in mare. Per i Celtici, il 1° maggio era poi l’inizio della prima metà del loro anno. Nel Medio Evo col 1° maggio iniziava il mese dei fidanzamenti. Nel Rinascimento, il mughetto era un amuleto portafortuna associato alla celebrazione del Primo Maggio. Tenere in grande considerazione il primo giorno di Maggio dunque risale ad ancor prima che diventasse la festa del lavoro e dei lavoratori. Dal 1889 infine il 1° maggio è stato universalmente conosciuto come il Giorno della Festa del Lavoro. Il primo maggio del 1895, al cantante Mayol fu presentato un mughetto dalla sua amica Jenny Cook, e quella sera lo mise all’occhiello al posto della tradizionale camelia. Nel 1900, il primo maggio, il capo delle sartine offrì ai suoi clienti e lavoratori dei mughetti. Da allora la tradizione di associare mughetto, 1° maggio e Festa del Lavoro si è estesa in diversi paesi occidentali, ma resta diffusissima soprattutto in Francia e nei paesi francofoni.

PERCHE’ IL MUGHETTO?

Perché è sinonimo di ritorno della felicità e di portafortuna. Trasmette un messaggio d’amore perché fiorisce all’inizio della primavera e l’atto di cercarlo nelle foreste ombreggiate è un’opportunità per le prime passeggiate dell’anno per i boschi ed all’aperto.”

A presto…

Nidi a Milano: naturali e d’autore

Anche quest’anno i due falchi pellegrini più famosi di Milano sono tornati sul Grattacielo Pirelli per fare il nido e deporre le uova, Giò e Giulia, due milanesi con le ali, sembrano guardare la nostra città dall’alto, chiedendosi se sarà il posto giusto per far crescere e volare i loro piccoli.

Poco lontano, tra i grattacieli di Porta Nuova, si sta costruendo, per Unipol; il “Nido Verticale”, firmato dallo studio Mario Cucinella Architects, che sarà pronto, si pensa, per la fine dell’anno.

Quanti hanno scelto la nostra città per fare il proprio nido, lussuoso, più modesto o anche di fortuna, ma sempre importante per chi vi abita?

Il nido ha sempre rappresentato un approdo, un luogo sicuro nelle bufere dell’esistenza. Così un poeta del Novecento, Vincenzo Cardarelli, vede la nostra affannosa corsa quotidiana per “acciuffare” un pezzetto di vita. Ci sarà mai, da qualche parte, un nido dove trovare pace?

Se passeggiamo tra via Monte di Pietà e Brera, troviamo, abbarbicati a edifici storici, quattro “nidi” in legno, interpretati dall’artista giapponese Tadashi Kawamata per la mostra “Nests in Milan”. Le tradizionali linee architettoniche degli edifici su cui sono collocati sembrano quasi in contrasto con questi nidi fatti di semplici listelli di legno d’abete, avvitati tra loro.

Questi nidi resteranno esposti fino al 23 luglio. Una volta smontati i listelli saranno riutilizzati all’ADI Design Museum (via Ceresio e via Bramante).

L’artista invita a riflettere su quanto possano essere transitorie e effimere le opere umane. In questo momento fragile e buio, ci rendiamo conto di come, in un attimo, si possa perdere tutto, anche il nido. Ma c’è sempre una speranza: il nido perduto può essere ricostruito.

A presto…

Un volo di farfalle per una Buona Pasqua 2022

Ancora una volta Porta Romana ci manda un festoso saluto dalle sue case.

Dopo la facciata in stile  Gaudì che molti tuttora rimpiangono, ecco un altro colorato esempio di artwall intitolato “Time to fly” e realizzato da Cheone per Clear Channel, sempre sulla stessa parete dell’edificio firmato Portaluppi.

Due mani accolgono tante farfalle multicolori, ma non le trattengono per sè; le lasciano invece libere di volare e portare gioia anche altrove.

In quest’opera si supera l’idea del murale, in quanto le farfalle, in materiale riciclato, escono dal muro e si posano su alcuni balconi della casa accanto e… chissà dove.

A tutti, in questi giorni incerti e difficili, giunga il nostro più affettuoso augurio di pace, serenità e speranza per volare verso il futuro.

Buona Pasqua!

A presto…

Raccogliamo tulipani in due angoli d’Olanda vicini a Milano

Voglia di verde e di fiori? Se siete alla ricerca di qualche “parco” speciale dove si possano anche cogliere tulipani, è meglio affrettarsi e prenotare la visita a uno di questi due angoli d’Olanda “u-pick” vicini a Milano:
“Tulipani Italiani”- via Luraghi (di fronte al Centro) – Arese
“Garden Steflor”- via Pio La Torre 9 – Vimodrone

Abbiamo recentemente visitato il campo di Arese, dove si può passeggiare tra i filari di tulipani, raccogliere quelli che più ci piacciono e camminare in libertà. In quasi due ettari di terreno sono presenti circa 470.000 fiori, pronti ad accogliere gli appassionati della natura e della fotografia.

Ricorda un angolo di Olanda il garden di Vimodrone, a pochi passi dalla metropolitana. Diverse sono le varietà di tulipani presenti, un’esplosione di colori vivaci che sembrano aspettare un safari fotografico.

Poter raccogliere direttamente con le proprie mani i fiori è un piacere unico così come l’essere a contatto con la terra e la natura.

A noi piace molto “scavare”… e abbiamo raccolto, oltre ai tulipani, anche qualche curiosità legata a questi fiori.
I tulipani sono originari della Persia e la loro storia più antica è legata alla cultura mediorientale. “TULLBAND” è il loro nome che significa turbante, di cui ricorda la forma, e simboleggia l’amore. I petali venivano sparsi negli harem ai piedi della fanciulla prescelta dal sultano per la notte.

Una leggenda racconta che siano nati dalle lacrime e dal sangue di una ragazza che aveva attraversato a piedi il deserto per rivedere ancora una volta l’amato che se ne era andato in cerca di fortuna.

A metà ‘500 l’ambasciatore fiammingo nell’Impero Ottomano mandò alcuni bulbi in Europa. In meno di un secolo divennero uno status symbol tanto che i nobili e i ricchi mercanti sembravano letteralmente impazzire per questi fiori. Così Jan Brueghel il Giovane rappresenta il delirio di quei tempi.

I bulbi erano così preziosi da poter rappresentare la dote di una agiata fanciulla, in quanto anche uno solo valeva come tanti capi di bestiame. Sembra, addirittura, che il termine Borsa derivi dal nome del mercante fiammingo Van der Buerse, nel cui palazzo avvenivano le contrattazioni per questi bulbi.

E se volessimo coltivare questo fiore che fece impazzire il mondo sul nostro balcone? Niente di più facile e duraturo. Tra ottobre e dicembre si devono interrare i bulbi con la punta in su in una miscela di terra e sabbia; noi, però, abbiamo usato terriccio universale comune. Devono essere piantati alla profondità e alla distanza di 10 centimetri.

Lasciamoli all’aperto, bagnandoli pochissimo, e aspettiamo la primavera. Quando spunteranno i primi germogli, aumentiamo l’annaffiatura e, tra marzo e aprile, fioriranno sui nostri balconi.

Quando saranno sfioriti, togliamo i bulbi dalla terra e dopo averli un po’ ripuliti, facciamoli asciugare e mettiamoli in un sacchetto di carta o in una cassetta di sabbia fino al momento di ripiantarli nella prossima stagione. Più riciclo di così!

I colori dei tulipani sono molto diversi e possiamo sceglierli al momento di acquistare i bulbi. Rossi e gialli controllano la negatività e perciò si possono mettere vicino alla porta d’ingresso o a una finestra; bianchi purificano l’energia; se siamo alla ricerca dell’anima gemella preferiamo l’arancione; se cerchiamo il potere scegliamo il viola.

Infine ecco alcune idee per goderci i tulipani durante le nostre giornate o per donarli a qualche amica… impazzirà di gioia.

A presto…

Santuario di Santa Maria dei Miracoli: un gioiello del Cinquecento.

Abbiamo iniziato qualche settimana fa un breve ma intenso itinerario in località “tre gelsi” (ad tres moros), o, se preferite, a circa metà di corso Italia dove si trovano la basilica di San Celso e il santuario di Santa Maria dei Miracoli, scrigni di fede e storia milanese.

Sulla sommità della bianca facciata di questo santuario, ricca di statue, ci sono diversi angeli dalle insolite ali rosse. Non ne sappiamo molto, perché non vengono quasi mai ricordati. Di quale messaggio sono portatori?

Quasi impossibile riportare tutta la ricchezza artistica di questo santuario, che è sempre stato una delle più importanti chiese di Milano. Ci soffermeremo solo su alcuni particolari, per lasciare a ciascuno il piacere di cercare e scoprire il “proprio” angolo di riflessione.

Iniziamo il nostro percorso guardando il pavimento, secondo noi, uno dei più belli di Milano. Camminando, sentiamo quasi i diversi disegni che lo compongono, più o meno levigati dal tempo e dai passi dei fedeli.

Poi, via via, sotto la cupola, gli intarsi si fanno più piccoli e ravvicinati; è come un’esplosione di spicchi, marmi, colori che riprendono i disegni della volta.

Anche l’altare maggiore, completato nel Settecento, è un mosaico di tessere, marmi e pietre colorate su fondo nero.

Tanta opulenza quasi “nasconde” il dipinto della Madonna dei Miracoli (di cui abbiamo già parlato nei precedenti articoli), pietra dipinta rimasta sempre allo stesso posto che ora si trova a livello del pavimento, protetta da due ante d’argento.

Il suo “velo”, esposto ogni 30 dicembre, anniversario del miracolo, è custodito in una teca nella splendida sacrestia.

Sopra questo altare una grande statua della Vergine Assunta realizzata da Annibale Fontana a fine Cinquecento. Intorno a lei danzano alcuni angioletti del Procaccini, che accolgono gli sposi quando portano il bouquet come da antica tradizione.

Al centro della chiesa, davanti all’altare maggiore, si trova l’urna con le reliquie di San Celso, dal volto d’argento.

Furono traslate in questo santuario, dalla vicina San Celso, per volere del Cardinale Schuster. Ancora oggi possiamo vedere in una cappella a sinistra, il sarcofago originale del Quarto Secolo con scene evangeliche che si susseguono senza segni di separazione, tra le quali vi è una Natività con bue e asinello.

Molto venerata è anche la “Madonna delle lacrime” un dipinto che ci accoglie quasi all’ingresso del santuario. Si racconta che, nel 1620, abbia pianto di fronte alle preghiere e alle tribolazioni di tanti milanesi e ancora oggi offre il suo aiuto; tante sono le candele accese davanti a lei ogni giorno.

Dietro il coro, quasi in disparte, troviamo la cosiddetta “Madonna dell’addio”, quadro nel quale è raffigurata Maria mentre si accomiata da Gesù prima della Passione. Questa immagine, intima e dolente, è detta anche “Madonna dei missionari” che qui pregavano, salutando i propri cari, prima di partire.

Diamo un’occhiata anche al coro, un gioiello di legno intarsiato decorato con paesaggi, vere e proprie opere d’arte. Vi si possono scoprire anche cagnolini, uccellini, momenti di vita quotidiana.

Purtroppo una porta non ci permette di gustare appieno un quadro importantissimo per Caravaggio e l’arte italiana: la “Caduta di San Paolo” di Moretto da Brescia, realizzato nel 1542. L’opera, che rappresenta il Santo appena caduto dal cavallo che lo sovrasta, ha ispirato la ben più famosa opera di Caravaggio, nato, e vissuto nella giovinezza, a Milano.

Questo quadro è stato riprodotto nel 2021, da un urban artist varesino, a San Paolo in Brasile in occasione del 60° anniversario del gemellaggio di quella città con Milano. Questo murale è stato realizzato su un grattacielo di 13 piani in una delle principali arterie di San Paolo, in solo due settimane con l’uso di bombolette spray.

Nella navata di fronte possiamo soffermarci davanti al grande “Crocifisso di San Carlo” che il Cardinale stesso portò a questo santuario dopo una processione al tempo della peste.

Poco lontano un celebre quadro del Procaccini rappresenta il “Martirio dei Santi Celso e Nazaro”. Come non restare colpiti dal contrasto tra il buio della scena dipinta e la luminosità che circonda gli angeli sulle pareti accanto?

Infine ecco qualche immagine della bellissima sacrestia (anzi, i locali sono due) dove sono custoditi, tra altri tesori, il “velo” ed una curiosità, la “lampada di Radetzky” che i milanesi offrirono in ringraziamento quando il Feldmaresciallo lasciò la nostra città.

Alle pareti le copie di due opere di Raffaello e di Leonardo, che si trovavano qui, prima di essere una venduta per aiutare i poveri e l’altra “esportata gratis” dai francesi al tempo di Napoleone.

Pochi passi e tanti gradini: la visita guidata del santuario permette anche di percorrere i sottotetti delle due chiese, in particolare si possono vedere degli affreschi che un tempo si trovavano all’interno di San Celso, prima che il soffitto venisse ribassato.

Vi è piaciuto questo itinerario insolito e molto ricco nel centro di Milano? Vi ricordiamo gli articoli precedenti:

A presto…

Quattropassi intorno a Santa Maria dei Miracoli e San Celso…

Il santuario di Santa Maria dei Miracoli si trova in corso Italia accanto alla basilica di San Celso; sono appoggiate l’uno all’altra quasi fossero le pagine di un antico libro da sfogliare.

La storia che raccontano iniziò nel lontano 395 quando Sant’Ambrogio trovò in questa zona le spoglie dei martiri Nazaro e Celso e fece costruire all’aperto, sul luogo del ritrovamento, un muretto, o forse un’edicola, con l’immagine affrescata della Madonna con Bambino. Questo dipinto era protetto da un velo; negli anni successivi venne costruita intorno ad esso la piccola chiesetta di San Nazaro al Campo, ampliata poi sotto Filippo Maria Visconti nel 1430.

Copia in marmo del dipinto

Proprio in questa chiesa, durante la Messa del 30 dicembre 1485, la Madonna del muretto scostò il velo e si sporse per benedire i fedeli. Questo miracolo, avvenuto alla presenza di trecento testimoni e riconosciuto dalla Chiesa, richiamava folle di pellegrini così numerose che si decise, alla fine del Quattrocento, di costruire, con le offerte ricevute, un grandioso santuario, Santa Maria dei Miracoli.

Il muretto con l’immagine miracolosa si trova ancora oggi, all’interno del santuario, nella posizione in cui è sempre stato, pronto a raccogliere le preghiere e le speranze espresse nei secoli. Oggi il nostro pensiero è per la pace.

Il santuario è anche un importante esempio di architettura rinascimentale e contiene opere di grande valore religioso, artistico e storico. Lo vedremo con l’aiuto di molte foto in un prossimo articolo.

Oggi, invece, facciamo quattropassi intorno a questo santuario per cercare di leggere il suo contesto e percepirne il passato. Ai tempi di Sant’Ambrogio, questa zona, ricca di acque, era conosciuta come “ad tres moros”, cioè “ai tre gelsi”, come sono chiamate nel nostro dialetto queste piante. Tutto scomparso? Forse cambiato! Se andiamo sul retro delle due chiese, in via Vigoni, troviamo un bel giardinetto pubblico dal quale si vedono le absidi, al momento in ristrutturazione.

In questo piccolo spazio verde c’è una fontana (l’acqua!) e ci sono grandi alberi. Non sono gelsi, ma magnolie, olivi, persino un raro albero dei tulipani. Sinceramente non sappiamo quale sia; aspettiamo la fioritura con la speranza di riconoscerlo.

Torniamo davanti alle facciate delle nostre due chiese. Mentre quella di San Celso è visibile da corso Italia, il santuario di Santa Maria risulta parzialmente nascosto, agli occhi di un passante distratto, per la presenza del muro di cinta del quadriportico.

Da questo quadriportico possiamo anche vedere il piccolo giardino davanti a San Celso con i resti delle arcate che facevano un tempo parte della basilica. Infatti questa chiesa è stata abbassata e accorciata per fare più spazio al santuario, che diventava sempre più importante.

La folla dei pellegrini era infatti tale che Ludovico il Moro fece addirittura riaprire una porta cittadina (l’ex Pusterla di Sant’Eufemia che si trovava nelle mura ai tempi del Barbarossa) per permettere un passaggio più agevole dei fedeli diretti al santuario. In questa antica incisione vediamo le due chiese e la porta, purtroppo abbattuta nel 1827. Ne rimane solo il nome, Porta Ludovica, in onore del Moro.

Cercando i messaggi del tempo, che talvolta passano inosservati, guardiamo, in corso Italia, il campaniletto che si vede alla sinistra del porticato. Apparteneva alla chiesetta di San Bartolomeo, oggi scomparsa. Forse è sopravvissuto per detenere un record: sembra sia il più piccolo di Milano e ha anche una piccola campana.

Anche l’interno del porticato ci racconta storie, o leggende, di un tempo. Ecco la fontana dove, si diceva, le spose dovevano bere per imparare ad ascoltare.

Sul lato opposto. invece, c’è una strana meridiana senza gnomone, cioè l’asta tipica, piuttosto difficile da identificare. Incisi nel cotto e quasi invisibili, possiamo intravedere alcuni segni zodiacali (Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario e Pesci); quindi la meridiana era utilizzabile da ottobre a marzo, quando il Sole è meno alto… Ci restano tanti interrogativi e il piacere della ricerca.

Ed ora guardiamo la bianca facciata del santuario. Iniziata a fine Quattrocento, è ricca di statue in parte autentiche, in parte copie per meglio conservarle.

Questa imponente chiesa fu progettata e realizzata, nel corso di diversi decenni, dai più illustri architetti dell’epoca (Dolcebuono, Solari, Amadeo, Cesariano, Alessi…), ma è l’interno che ci affascina, anche per le tante storie diverse che può raccontare.

 

A presto

La chiesa di San Celso: un antico seme di fede, arte e vita milanese

È stata la bella mostra “Portraits” di Francesco Diluca, a farci rivisitare la chiesa di San Celso, in corso Italia. Nell’austero spazio di questa basilica, infatti, erano “presenti” una trentina di figure realizzate in filo di ferro, rame e oro zecchino.

In queste sculture l’uomo sembra nascere da radici; farfalle, foglie e fiori diventano organi, pelle, nuova vita in un richiamo all’energia vitale della natura.

Sono immagini piuttosto forti, che spiccano, ancora di più, nello spazio vuoto e spoglio di questa chiesa, diventata, dopo i restauri, quasi una galleria d’arte.

San Celso è antichissima e, nel corso dei secoli, ha cambiato più volte aspetto. Non è facile ricostruire come fosse in origine; ha, invece, una lunga storia di leggende, fede, miracoli come fosse un seme che, piantato da Sant’Ambrogio, ha fatto crescere nel tempo fiori e frutti.

Andiamo dunque un po’ a scavare nella storia, o per chi preferisce, nella leggenda. Il 10 maggio del 395 (o 396), Ambrogio, già Vescovo di Milano, ispirato da un segno divino, trovò in questa zona i corpi dei Santi Nazaro e Celso, che avevano subito il martirio nella nostra città, sembra, nel I secolo d.C.

Questo miracoloso ritrovamento, da parte di Sant’Ambrogio, era avvenuto in un periodo di lotte teologiche tra cristiani e ariani, questi ultimi sostenuti dall’Imperatrice Giustina.
Il Vescovo diede quindi alle reliquie dei martiri una grandissima importanza come simbolo di estremo sacrificio per la fede. Sempre seguendo segnali divini, ritrovò anche i corpi di Gervaso e Protaso, che ora gli si trovano accanto nella cripta della sua basilica.

 

Le reliquie di San Nazaro riposano nella basilica a lui dedicata a Porta Romana, una delle quattro volute da Sant’Ambrogio.

Il corpo di San Celso, invece, venne ospitato in una chiesetta della quale sappiamo poco e che si trovava dove ora sorge la chiesa attuale. Sul luogo del ritrovamento, invece, venne fatto costruire da Sant’Ambrogio un piccolo muro (forse una stele o una piccola edicola) con l’immagine della Madonna col Bambino, molto venerata dai fedeli e protetta, visto che probabilmente si trovava all’aperto, da un velo.

Se le notizie riguardanti la prima chiesetta sono piuttosto scarse, sappiamo invece che nel X secolo l’Arcivescovo Landolfo da Carcano fece ampliare la chiesa di San Celso che divenne a tre navate con la facciata in stile romanico. Accanto ad essa fece costruire il bellissimo campanile, uno dei più antichi di Milano, che vediamo ancora oggi.

È conosciuto come “campanile dei sospiri” perchè il suono delle sue campane ha raccolto le speranze e le emozioni delle giovani spose milanesi che per secoli qui portavano il loro bouquet per ottenere la benedizione delle proprie nozze. Oggi questo campanile è visitabile con visita guidata.

Il 30 dicembre 1485 avvenne un miracolo. Durante una terribile pestilenza, mentre i fedeli erano riuniti in preghiera, una donna, Caterina Galanti, scorse una luce provenire dal dipinto. Tutti i fedeli, poi, videro due angeli scostare il velo e la Madonna sporgersi per benedire i presenti. Il giorno successivo la peste cominciò a calare. La notizia del miracolo si diffuse e grandi folle giunsero per pregare la Madonna. Con le offerte raccolte si iniziò la costruzione del grande santuario, Santa Maria dei Miracoli presso San Celso.

Erano, e sono, due chiese affiancate. San Celso, poi, che aveva accanto un monastero benedettino, venne rifatta una prima volta a metà del XVII secolo in stile barocco. Due secoli dopo venne rimpicciolita e accorciata creando un cortile antistante dove sono inseriti reperti di epoche diverse.

Nella facciata, rifatta in stile romanico da Luigi Canonica a metà Ottocento, sono stati inseriti il portale originale, sul quale appare un bell’affresco del XVII secolo, il rosone e gli architravi sopra le porte, risalenti, pare, al XII secolo.

L’interno è spoglio e austero. Nella grande abside semicircolare come altare c’è un sarcofago che un tempo aveva contenuto le spoglie di San Celso, ora nella chiesa adiacente di Santa Maria.

Notevoli sono l’acquasantiera in pietra e, soprattutto, la Madonna con Bambino risalente al XI secolo.

Il nostro breve itinerario continuerà andando a visitare l’adiacente chiesa di Santa Maria dei Miracoli che, con San Celso, rappresenta uno dei luoghi più venerati e artisticamente interessanti della nostra città. Il seme gettato da Sant’Ambrogio secoli fa è ancora vivo.

A presto…

Arte e gusto alla Stazione Centrale: il Mercato e la Mostra di Bansky

Non solo treni alla Stazione. I nostri quattropassi ci portano questa volta a vedere due “nuovi arrivi”: il Mercato Centrale, inaugurato il 2 settembre 2021, e la mostra dedicata al grande Bansky, aperta dal 3 dicembre 2021 al 27 febbraio 2022. Arte e gusto si incontrano in un luogo insolito, aperto a tanta gente.

The World of Bansky. Saliamo al piano binari della stazione dove si trova l’ingresso di questa mostra, situata tra la Feltrinelli e Rosso Pomodoro.

Il misterioso artista di Bristol “torna” per così dire presso i binari di una ferrovia come quella dove aveva mosso i primi passi nella street art. In questa mostra sono state ambientate e riprodotte numerose opere rese ancora più interessanti dal momento che alcuni originali sono andati perduti.

Sono tutti lavori di grande impatto visivo, che affrontano in modo provocatorio, metaforico e ironico, alcune problematiche dell’uomo contemporaneo.

Ispirandoci a questa immagine dell’artista, scendiamo a piano terra per visitare l’altra new entry: il Mercato Centrale dedicato al buon cibo e al buon bere.

Mercato Centrale, A questa “stazione” del gusto si può accedere sia dall’interno della Centrale (piano terra sulla sinistra) sia dalla via Sammartini a fianco di piazza IV Novembre.

Questa piazza, anche se offre la bella vista del Pirellone e dell’hotel Gallia, è, in realtà, un capolinea di tram e bus. La via Sammartini, inoltre, dove si fermano i pullman da/per Malpensa, evidenzia anche i tanti problemi sociali della zona, con i vicini sottopassi diventati dormitori per disperati.

Questi tunnel sono stati per molto tempo la “missione urbana” di Fratel Ettore che, negli anni Settanta, aveva creato qui un rifugio per i “barboni”: Qui, nel 1994, nacquero anche i City Angels. Due piccoli tasselli del “fare bene” di Milano.

Per realizzare il Mercato Centrale sono stati riutilizzati spazi dismessi della stazione, mantenendo inalterati gli impianti originali in un progetto di riqualificazione “urban chic” che va di moda oggi.

Il grande spazio di circa 4500 metri quadrati è suddiviso su due livelli. Sui due lunghi corridoi si aprono una trentina di botteghe artigiane del gusto.

Vi si trova di tutto: da pani speciali a dolci, dal pesce a carni pregiate, bar, birreria, enoteca… Sono presenti anche botteghe etniche con ravioli cinesi, empanadas e si può assaggiare il famoso brisket di Joe Bastianich.

Si può mangiare o fare la spesa: troviamo prodotti bio, formaggi, tartufi, piatti della tradizione ligure o fiorentina e persino un angolo per acquistare fiori.

Nel grande dehor coperto o ai diversi tavolini si può leggere e anche connettersi; esiste poi uno spazio riservato a corsi o eventi.

I prezzi sono medio-alti, anche se si deve considerare la qualità dei prodotti. Purtroppo, però, il corridoio al piano terra, peraltro piuttosto stretto, ha diversi gradini lungo il percorso che lo rendono poco agevole per chi ha valigie o difficoltà. Per accedere al Mercato è necessario il Green Pass.

Alle pareti molte immagini catturano l’attenzione in modo piacevole e divertente.

Una, però, ci ha fatto riflettere: è proprio questa l’idea che vogliono dare della nostra città o è una provocazione?

A presto…