La storia di Caterina Visconti – Parte quinta: un cold case ancora aperto

Chi fu Caterina Visconti, la prima Duchessa di Milano? Il racconto della sua vita e il cold case relativo alla sua morte ci hanno accompagnato in questa caldissima estate lasciando insoluti molti interrogativi e aperte alcune risposte.

Figlia di Bernabò Visconti e dell’autorevole Beatrice della Scala (non a caso nota come “Regina”), si sposò, per giochi di potere, col primo cugino, il grande Gian Galeazzo Visconti, rimasto vedovo e senza eredi. Caterina avrebbe dunque dovuto essere una “generatrice di razza” della futura stirpe viscontea. Rimasta vedova fu reggente in nome del primogenito Giovanni Maria, ma dopo solo due anni morì in circostanze misteriose nel castello di Monza dove era probabilmente prigioniera. Il suo percorso di vita verso la maternità, la crescita problematica dei due figli e infine la breve reggenza furono certamente difficili, ma anche carichi di responsabilità che implicarono scelte e rinunce coraggiose.

Gli storici, in genere, hanno piuttosto trascurato la personalità e le opere di questa Duchessa valutando principalmente i soli due anni di reggenza. Forse perchè, come aveva scritto un vescovo e giurista francese del Milleduecento, Guillaume Durand, “…la condizione delle donne è peggiore di quella degli uomini”?

Per capire di più Caterina, abbiamo cercato in primo luogo nei testi dei suoi contemporanei per trovare, magari tra le righe, qualche indizio sulla sua vita e sulla sua morte.

Abbiamo così letto e riletto l’orazione funebre che nel 1426 aveva scritto frate Taddeo degli Airoldi, un benedettino della Confraternita dei Celestini, su incarico di Filippo Maria, secondogenito della Duchessa, divenuto Duca dopo la morte del fratello, ucciso nella chiesa di San Gottardo in Corte da alcuni congiurati.

Erano dunque passati vent’anni dalla morte della Duchessa e Filippo Maria voleva commemorare la madre “amata a tal punto da non perdonare a nessuno dei complici la morte di lei” (secondo quanto riportato dal cancelliere del Duca). Nel contempo, però, Filippo Maria voleva, esaltando il proprio casato, entrare nelle grazie del legato papale che avrebbe fatto da mediatore nella guerra tra Milano e Venezia. Questo uso del lutto personale a fini politici e l’ambiguità comunicativa saranno in seguito molto apprezzati dal Machiavelli che scriverà: “Io non dico mai quello che credo, né credo quello che dico e se pure mi vien detto qualche volta il vero, lo nascondo con tante bugie che è difficile trovarlo”. Quanto c’era degli insegnamenti di Caterina al figlio in tutto ciò? Fu, forse, un’abile dissimulatrice anche quando asseriva ripetutamente “sono io segura”?

In questa orazione funebre, che si tenne a Milano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (demolita via via per costruire al suo posto il Duomo), Caterina viene celebrata attraverso una lunghissima serie di virtù attribuite a tradizionali personaggi femminili del mondo classico… ma, leggendola con attenzione, ci sono delle novità e dei riferimenti che fanno riflettere.

Nell’orazione l’Airoldi sente l’influsso del Boccaccio che, per primo, cercò di ritrarre alcune donne illustri, tenendo conto della loro vita e non solo associandole a vizi e virtù. Così frate Taddeo parla della “serenità” della Duchessa in “tot sue viduitatis adversa” e dell’ “extremum usque fortune ludubrium”, cioè l’oltraggio finale della sorte: Caterina fu, forse, uccisa dal figlio (o su suo ordine) o scelse il suicidio durante la prigionia, come potrebbe far pensare il riferimento a Ippo (o Ippone), la nobildonna greca che si tolse la vita per non cedere ai pirati che l’avevano catturata?

La nostra Duchessa, nella laude, viene accostata anche a Semiramide, regina degli Assiri, che governò con grande capacità, dimostrando che “…non sexus, sed animus oportunus est imperio”.

E Caterina? Riuscì, come Penelope, a conservare la “castitas” cioè la fedeltà allo Stato oltre che al consorte?

Interessante anche, nell’orazione, l’accenno a Ipermnestra che avrebbe avuto il compito di uccidere, come si diceva di Caterina, il marito avvelenandolo. Frate Taddeo dà dunque credito alle accuse rivolte a suo tempo dalla suocera alla giovane sposa, per esaltarne, invece, la consapevole scelta di restare accanto al proprio coniuge?

La prima donna europea scrittrice di professione (XIV secolo), Christine de Pizan, sostenne che la “viduitas”, cioè la vedovanza, era per le donne di potere una occasione di autonomia.

Caterina si trovò legata al testamento del marito, ma fece anche scelte autonome durante la reggenza. Innanzi tutto dobbiamo a lei lo spostamento della capitale da Pavia a Milano. Inoltre scelse come dimora l’Arengo (edificio storico, simbolo dell’antico Comune, che aveva alla base un porticato aperto a tutti) invece della fortezza di Porta Giovia dove abitava il Duca quando si trovava a Milano. Riuscì anche a fare ulteriori scelte in maniera autonoma o fu spesso condizionata dal Consiglio di Reggenza, impostole da Gian Galeazzo?

E come cercò di tenere a bada il violento figlio ed erede Giovanni Maria? Un notaio bolognese di fine Trecento, Giovanni Sabadino degli Arienti, lo definì di “…natura colpabile in tutte le generazioni di mali”. Fu forse il mandante del matricidio, tesi avvalorata anche dalla feroce esecuzione che Giovanni Maria ordinò nei confronti del castellano (ed del suo figlioletto) della residenza di Monza, dove era rinchiusa Caterina? Avevano forse parlato o visto troppo?

Il notaio, infine, parla di Caterina come di una “…singular donna, da essere con divina laude alzata al Sommo Trono” e anche la popolazione di Monza la considerò Beata dedicandole un medaglione nel santuario della Madonna delle Grazie.

Chi fu veramente Caterina? “Ducissa et Dux” (come si firmava durante la reggenza), “mater et vidua” (come la considerarono molti storici, senza indagare ulteriormente), persona colta e amante delle arti, Duchessa “incapace” (Pietro Verri), “donna di grande animo che governò con prudenza e discrezione Milano” (Sabatino degli Arienti) o, persino, una Beata?

Caterina, prima Duchessa di Milano, per molti aspetti ancora oggi misteriosa, con il suo operato salvò comunque la continuità della dinastia Viscontea e contribuì a far grande la nostra Milano.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte quarta: gli ultimi anni di Caterina

A inizio del Quattrocento Milano era una delle città europee più fiorenti, ma piuttosto malsana. Le scarse condizioni igieniche generali (liquami, fopponi, topi), dell’ambiente (rogge e risorgive), del lavoro stesso (ad esempio la conciatura delle pelli) favorivano lo sviluppo di malattie endemiche come la peste, il vaiolo e la malaria. A ciò si aggiungevano anche le parassitosi e le malattie della pelle tanto diffuse da richiedere dei “protettori” celesti a cui votarsi come Sant’Antonio Abate (per l’herpes zoster -o Fuoco di Sant’Antonio-) e come il serpente bronzeo della basilica di Sant’Ambrogio per chi era colpito da parassiti intestinali.

Fu probabilmente a causa di una febbre malarica che il 3 settembre 1402 morì Gian Galeazzo, lasciando nel testamento la moglie Caterina “Curatrix” sia di un Ducato in grave dissesto finanziario sia dei due giovani figli: il quattordicenne Giovanni Maria, portatore di gravi turbe psichiche, e Filippo Maria, ancora bambino, affetto da una malattia genetica invalidante, ma sveglio e determinato. Il Duca, conoscendo i gravi problemi caratteriali del figlio primogenito, si era preoccupato di lasciarne la tutela a Caterina, fino al compimento dei vent’anni (cosa assolutamente insolita dal momento che la consuetudine prevedeva la maggiore età a quattordici anni) in attesa che Filippo Maria crescesse.

Caterina accettò pienamente il suo compito di Reggente. Spostò immediatamente la capitale da Pavia (scelta da Gian Galeazzo per il prestigio della monarchia longobarda da cui i Visconti vantavano l’origine), dove lasciò il piccolo Filippo Maria, a Milano, la sua città a cui era profondamente legata e di cui aveva compreso le grandi potenzialità. Anche la scelta della residenza ducale fu molto importante: a disposizione c’erano il castello di Porta Giovia, dimora milanese di Gian Galeazzo, il palazzo ormai abbandonato del padre Bernabò, simbolo, però, di un personaggio sconfitto, e l’Arengo (dove oggi sorge Palazzo Reale) sede il primo governo comunale, reso poi più signorile da Azzone Visconti. Caterina, molto opportunamente, scelse proprio l’Arengo sia in segno di apertura verso la tradizione comunale milanese, sia per la sua vicinanza al cantiere del Duomo, ieri, come oggi, “centro” del cuore dei milanesi. “Segura”, come usava dire, dei suoi concittadini, rifiutò anche la scorta armata.

Accanto a lei, nella reggenza, Gian Galeazzo aveva nominato un Consiglio del quale facevano parte anche il Vescovo Pietro Filargo (fautore della supremazia milanese, ma, ahimè, un po’ misogino e pieno di preconcetti verso le donne) e il fidato e potente “superministro” Francesco Barbavara che qualche storico sostenne essere molto “gradito” alla Duchessa, ma inviso agli aristocratici milanesi.

Con la sua dote personale cercò di ripianare i debiti del giovane Ducato, pagò i capitani di ventura che avevano richiesto il loro compenso e, per onorare il consorte, fece organizzare una grandiosa cerimonia funebre postuma alla quale, insolitamente per l’Italia, parteciparono, tra gli altri, anche due Ghostly Knights, cavalieri che impersonavano l’uno il corpo fisico e l’altro il corpo politico del Duca. In segno del tentativo di pacificazione e di unità voluto da Gian Galeazzo, in questa cerimonia rappresentavano anche un guelfo e un ghibellino. Caterina incaricò anche un artista, Michelino da Besozzo, di miniare il frontespizio dell’orazione funebre del consorte.

Molto devota, aiutò anche la Veneranda Fabbrica e fece costruire sulla guglia Carelli del Duomo, donata da uno dei primi grandi benefattori, la statua di San Giorgio (oggi al Museo del Duomo) con le fattezze del defunto Duca. Fedeltà e devozione o qualcosa di più nel cuore della vedova?

Per risanare ulteriormente le finanze del Ducato, firmò una specie di “condono fiscale” secondo il quale i cittadini avrebbero potuto versare solo la metà delle tasse dovute… Ma sembra sia stato, anche allora, un flop. Pensò anche all’ambiente: fece bruciare a Milano erbe aromatiche per purificare e deodorare l’aria, così come si era soliti piantare menta, lavanda, timo e camomilla nei cortili, chiostri e giardini perchè, calpestandone le foglie, venissero rilasciati gli olii essenziali. Dedichiamo a Caterina questa immagine dell’Infiorata di via Spiga.

La reggenza di Caterina durò poco tempo e, purtroppo, molto resta ancora da capire anche attraverso la lettura della documentazione, purtroppo assai modesta, degli atti. Nei due anni di reggenza si susseguirono disordini e vari tentativi di “colpo di stato” tra i “rinati” Guelfi e Ghibellini, appoggiati anche dal figlio Giovanni Maria, coi milanesi esasperati dalle tassazioni e dall’essere diventati “sudditi” del potere e non più “cives”. Caterina cercò di mantenere il potere in tutti i modi, anche attraverso brutali esecuzioni di alcuni nobili ex-alleati. Infine venne esautorata da Giovanni Maria, ormai quindicenne, sempre più turbato, violento e manipolato da consiglieri assetati di potere; dal 14 agosto 1403 non troviamo più la firma di Caterina sugli atti pubblici.

Mentre era in corso un’epidemia di peste, Caterina si ritirò, forse prigioniera, nel proprio castello di Monza, lasciatole dal marito, e qui, il 17 ottobre 1404, si spense “per le afflizioni d’animo…, salute vacillante,,,, aiutata da veleno… o laccio” (Giorgio Giulini). Di lei si persero le tracce e non si conosce neppure il luogo della sua sepoltura. Rimangono molti interrogativi su di lei: fu uccisa (forse da Giovanni Maria o su suo ordine), si suicidò e, soprattutto, chi fu veramente Caterina Visconti? Arrivederci alla prossima puntata di questo cold case medievale per scoprire qualcosa di più sulla prima, misteriosa Duchessa di Milano.

Continua…

A presto…

Buon Ferragosto 2026!

Qualche giorno fa, in queste ormai solite giornate roventi, ci siamo presi un momento di vacanza per visitare a Palazzo Reale la bella mostra fotografica di Aurelio Amendola (aperta fino al 6 settembre con ingresso gratuito).

Ci siamo soffermati sulle foto del nostro Duomo, fatto di marmo e luce, di pieno e vuoto, di forza e leggerezza, quasi un invito alla sosta nella frenesia delle attività, a rallentare e a riscoprire la bellezza che ci circonda, come fa questa figura angelica che osserva il frutto della creatività, dell’ingegno e delle capacità umane.

A tutti Buone giornate di Ferragosto, tempo di pausa prima del ritorno a Itaca.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte terza: il matrimonio di Caterina e Gian Galeazzo

Caterina, cresciuta a Palazzo Visconti nel cuore di Porta Romana, tra battesimi, matrimoni combinati, faide familiari e scontri politici, venne fatta sposare a diciotto anni, il 15 novembre 1380, nella chiesa di San Giovanni in Conca, con Gian Galeazzo Visconti, suo primo cugino. Questi era rimasto vedovo di Isabella di Valois, morta di parto dopo avergli dato quattro figli, tra cui l’erede maschio, Azzone. Morte e vita furono sempre presenti nella storia di Caterina. Infatti il suo matrimonio avvenne durante i funerali del piccolo Azzone, morto di vaiolo. La giovane sposa doveva fare i conti anche con il ricordo della amata prima moglie e con la malevolenza della zia-suocera Bianca che la accusava di tramare con i suoi familiari per avvelenare Gian Galeazzo e prendere il potere di tutta Milano.

Caterina aveva dunque più che mai il “dovere” di dare subito un nuovo erede al marito, ma era inconsapevole portatrice di una malattia genetica, la glicogenosi di tipo II, che influiva sulla gestazione e sulla futura salute degli eventuali figli. Le gravidanze di Caterina furono quanto mai travagliate tra aborti e bimbi morti appena nati. Quali aiuti avrà cercato nelle cure con le erbe, che tanto conosceva? Per favorire la gravidanza si facevano bagni (con artemisia, ruta, lauro), suffumigi (con incenso, mirra, aloe, grasso d’oca), si mettevano “tampax” di lana impregnata di olii vari, si inghiottivano intrugli di testicoli di volpe, caglio di lepre e aconito, un veleno molto pericoloso… anche le erbe hanno il loro lato oscuro.

Il mondo di Caterina a Pavia, dove i coniugi si erano trasferiti dopo il matrimonio, era diventato ancora più pericoloso. Gian Galeazzo aveva fatto arrestare il suocero-zio Bernabò a scopo “preventivo”, accusandolo di tramare contro di lui e di ostacolare la nascita di un erede con ogni mezzo…. compreso il malocchio! Ovviamente le ragioni erano ben altre e riguardavano lotte di potere. Bernabò, rinchiuso nel castello di Trezzo d’Adda, morì, sembra avvelenato con una ciotola di fagioli, in circostanze mai chiarite. Un giallo ancora irrisolto.

La situazione era difficile per entrambi i coniugi: Gian Galeazzo non aveva eredi maschi dalla prima moglie, Caterina sembrava sterile, il suocero-zio Bernabò era stato assassinato e se lui avesse riconosciuto come eredi eventuali figli avuti dall’amante, avrebbe avuto contro anche i fratelli di Caterina per questioni ereditarie. E la giovane sposa? Apparentemente non fece nulla in difesa del padre; quale groviglio di sentimenti (paura, odio, indifferenza, speranza…) ci fu in lei in quei giorni?

Gian Galeazzo e Caterina, forse, non sapevano proprio più a che santo votarsi. Si rivolsero allora ad un “potere” superiore, facendo voto alla Vergine Maria di far costruire una nuova splendida cattedrale a Milano, dedicata proprio a Santa Maria Nascente: il nostro Duomo! Nacque così anche la Veneranda Fabbrica che doveva reperire i fondi tra i milanesi e gestirli, come avviene tuttora, in una tradizione secolare.

Nel 1388 finalmente nacque il figlio tanto desiderato: Giovanni Maria e, da allora, i discendenti maschi dei Visconti aggiunsero al primo nome quello della Madonna in segno di devozione. Quasi contemporaneamente era nato anche Gabriele Maria, figlio dell’amante di Gian Galeazzo, Agnese Mantegazza. La dinastia era salva.

Giovanni Maria, però, manifestò presto gravi problemi di comportamento curati molto empiricamente praticandogli una ferita alla base del collo (che veniva tenuta aperta inserendovi piselli o ceci) per far defluire gli umori maligni; inoltre gli venivano somministrate pozioni a base di laudano o papavero. Povero Giovanni Maria, diventò pazzo e violento per la malattia o per la cura?

Caterina, due anni dopo la nascita del primogenito, era di nuovo in attesa, ma si prevedeva un parto molto pericoloso per madre e nascituro. Fece quindi voto di lasciare dei fondi per erigere un monastero in una villa del Pavese, la Torre dei Mangano, nella cui cappella andava spesso a pregare. Il bimbo morì, lei si salvò e Gian Galeazzo “scippò” il voto della moglie ponendo le fondamenta, poco lontano dal luogo di preghiera di Caterina, di quella che sarebbe diventata nel tempo la grandiosa Certosa di Pavia.

Di Caterina, oggi, nella Certosa, rimane solo un bassorilievo sulla Porta delle Duchesse.

Nel frattempo Gian Galeazzo aveva spostato la residenza a Milano, nella Rocca di Porta Giovia, il futuro Castello Sforzesco. Qui, nel 1392, nacque il secondogenito di Caterina, Filippo Maria. Fu un parto molto travagliato e il bambino manifestò pienamente la malattia genetica di cui la madre era portatrice, la glicogenosi tipo II che impedisce la sintesi degli zuccheri. Caterina, con l’aiuto di medici e astrologi, “inventò” una terapia dietetica e fisioterapica che permise al figlio minore di sopravvivere. La dieta era a base di polpette di “panìco” (una sorta di polenta a base di miglio, perché il bambino era senza denti), fegatini di pollo, uova, rape, frutta e ricotta.

Per aiutarlo a camminare lo sostenevano con una cinghia legata alla schiena, e anche da adulto avrà sempre delle difficoltà motorie. Nonostante tante limitazioni, continuando per tutta la vita questa dieta, accompagnato sempre da medici e astrologi, Filippo Maria diventò un uomo di notevole statura, vivendo fino a cinquantasei anni, governando Milano e diventando anche padre di Bianca Maria, futura moglie di Francesco Sforza.

Mentre Caterina era assorbita totalmente dalla cura di questo figlio sfortunato, rinunciando per lui anche alla vita di corte, Gian Galeazzo perseguiva il sogno di diventare Duca di Milano, “primus inter pares” d’Italia, grazie anche ai consigli del Vescovo Pietro Filargo, eminenza grigia di questo progetto. Nel 1395 Gian Galeazzo “comprò”, con un esborso da capogiro di fiorini d’oro, il titolo di Duca da Venceslao “il Pigro”, Re dei Romani, ma mai incoronato dal Papa. Caterina, dunque, divenne la prima Duchessa della nostra città, dedita quasi esclusivamente alla cura di Filippo Maria.

Il destino, però, stava preparando per lei un grande cambiamento…

continua…

A Presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte seconda: il mondo della giovane Caterina

Qual era il mondo della giovane Caterina, futura prima duchessa di Milano?

Era figlia di Bernabò Visconti, collerico Signore della nostra città, in lotta anche con i fratelli per il potere, e di Regina della Scala, di nobile famiglia veronese, che sfornava e accasava figli (ben quindici) per stabilire alleanze con i potenti ottenute in cambio di doti stratosferiche; era diventata così suocera degli Asburgo, dei Gonzaga e di nobili famiglie francesi e bavaresi.

Caterina viveva nella cittadella fortificata del padre a Porta Romana, tra piazza Missori e San Nazaro I genitori, come usava, vivevano in palazzi separati. Regina abitava in piazza Missori nella “Ca’ di Can”, così chiamata perchè si ritiene ora che ci fossero dei cani dipinti sulla facciata, simbolo della famiglia di Cangrande della Scala. Bernabò, invece, viveva in un palazzo in via Unione, con una sua concubina (anche allora i matrimoni dei potenti erano piuttosto “affollati”).

Lì accanto, nell’odierna via Mazzini, si tenevano i tornei tra cavalieri in armatura che facevano shopping nelle vicine vie Spadari, Armorari, Speronari, dove c’erano le botteghe delle armi. I clienti dovevano essere molto ricchi: si è calcolato, infatti, che un’armatura di allora venisse a costare quanto oggi un elicottero personale.

A unire, simbolicamente, le abitazioni di marito e moglie era la chiesa di San Giovanni in Conca, i cui resti si trovano ancora oggi in piazza Missori, mentre la facciata originale è stata invece trasferita al Tempio Valdese di via Francesco Sforza.

Bernabò, come fanno ancora oggi i potenti narcisisti della Terra, si era fatto costruire, in vita, un monumento che doveva manifestare tutta la sua grandezza, da collocare all’interno della chiesa di San Giovanni in Conca. Era in marmo di Candoglia con inserti in oro e argento. Il Signore, impettito sul cavallo, aveva anche un elmo con un Biscione, purtroppo andato perduto.

In seguito la statua, ora custodita al Museo del Castello Sforzesco, divenne il suo monumento funebre, accanto a quello, ben più modesto, della moglie Regina. sulla cui tomba Bernabò fece scrivere, tra l’altro: “Andò sposa al potente Bernabò, glorioso tra i sovrani, simbolo di valore e illustre decoro della natura, da ogni parte temuto…” Era l’elogio di Regina o di Bernabò?.

Nel palazzo di Regina vivevano figli, domestici e precettori. Era una corte anche piuttosto colta. Infatti la nobildonna e la cognata Bianca, madre del futuro marito di Caterina, facevano a gara a procurarsi manoscritti preziosi e i castelli erano pieni di tesori e reliquie. Regina, che sembra fosse l’unica in grado di “calmare” le sfuriate del consorte, era anche una capace amministratrice e un’abile politica, tanto da esercitare un vero e proprio soft power. Le donne nobili di un tempo non erano dedite solo a procreare, a tessere, a balli e musica, ma si occupavano di affari e commerci, tenuto anche conto che i figli ereditavano principalmente i beni dalle madri e i titoli dal padre. Anche le concubine erano oltremodo attente a dare ai propri figli, tutti legittimati dal Signore, un cospicuo futuro.

In questa cultura al femminile, grande spazio aveva anche l’uso delle erbe coltivate nei “viridari”, ovvero orti e giardini adiacenti ai palazzi e ai conventi. Il viridario di Casa Visconti occupava tutta l’odierna via Albricci e la giovane Caterina crebbe tra queste piante che venivano utilizzate per l’alimentazione, la cosmesi e le “cure mediche”. Grazie ad esse, come vedremo, riuscì a garantire la sopravvivenza sia fisica del figlio, sia quella della stirpe viscontea. Ecco come appare oggi ciò che rimane del mondo di Caterina in piazza Missori e in via Albricci… un angolo di storia a portata di mano.

Quanto influì questo mondo nel futuro di Caterina? La sua storia, spesso ignorata dagli studiosi, lascia aperti ancora oggi molti e intriganti interrogativi.

Continua…

A presto…

La storia di Caterina Visconti, la prima duchessa di Milano (parte prima)

Questa estate i nostri passiperMilano ci porteranno nella seconda parte del Quattordicesimo secolo, in un percorso più del tempo che dello spazio.

Accadde oggi, 12 luglio 1362.

In questo giorno nasceva a Milano Caterina, la nona figlia del tirannico Bernabò Visconti e della nobile Beatrice della Scala, soprannominata Regina per la sua fecondità (ebbe quindici figli) e le sue capacità politiche e amministrative.

Caterina, andata sposa al cugino Gian Galeazzo, divenne la prima duchessa di Milano, ma la sua figura è rimasta per lungo tempo nell’ombra della storia ed è tuttora piuttosto sconosciuta. A lei, nonna di Bianca Maria Visconti (moglie di Francesco Sforza), dobbiamo l’aver condiviso col marito il sogno di unire l’Italia sotto un unico signore (lui!) primus inter pares, l’inizio del Duomo e della Certosa di Pavia, gli “studi” per combattere e vincere con dieta ed esercizio fisico la malattia genetica del figlio Filippo Maria e salvare così la casata milanese dei Visconti.

Chi fu Caterina? Abile o incapace, manipolata o manipolatrice, spietata o Beata?

A Milano non ci sono monumentistrade dedicati a lei e anche le notizie non sono molte. La sua figura è, però, quanto mai intrigante e ricca di sfumature. La storia della nostra misteriosa, “ghostly“, Caterina è tutta da raccontare come in una soap milanese del Milletrecento.

Continua…

A presto…

Panchine vecchie e nuove a Milano

In questa calde, assolate giornate, chi non sente il bisogno di una piccola pausa all’aperto, quasi una piccola vacanza? Sediamoci allora accanto alla statua di Pencho Slaveykov, il poeta bulgaro che sembra guardare, con pacata tranquillità, la vita che scorre davanti a lui… da una panchina al Verziere.

Da qui vediamo le guglie del Duomo, il traffico di via Larga, la grande piazza rinnovata intorno alla colonna del Cristo Redentore dove presto, il giovedì mattina, ritorneranno le bancarelle di un mercato agricolo, come ai vecchi tempi del Verziere.

Davanti alla nostra panchina tanti studenti attraversano secoli della nostra storia (da piazza Santo Stefano a via Laghetto, dalla casa dei Tencitt fino alla Ca’ Granda – Università Statale dai rossi tradizionali mattoni) per andare incontro al futuro, loro e della nostra città.

In piedi, dalla sua postazione davanti a noi, Carlo Porta guarda Milano con un sorriso bonario e beffardo… Chissà, forse vorrebbe sedersi anche lui, ma la panchina non c’è.

Le panchine sono nate nella seconda metà dell’Ottocento a Parigi che stava diventando una metropoli. Hanno ancora un significato in una città da “15 minuti” come vorrebbe essere la nostra? Quante e dove sono oggi le panchine a Milano? Da qualche tempo abbiamo notato che diverse panchine sono “spuntate” in zone appena ristrutturate, anche per l’aumento dei turisti. Così ci sono nuovi spazi di seduta lungo la linea blu della metropolitana, lungo il percorso pedonale di collegamento con la linea gialla in via Pantano, nella vicina piazzetta Velasca; da via Santa Sofia in poi sono tante le nuove panchine che formano isole di pausa tra le case.

Come sono queste panchine? Alcune sono comode, altre, di pietra, non invitano certo a sedere e allora… sono scritte, come quelle di piazza Cordusio, più da leggere che per riposare.

In una città che corre, con la popolazione anziana (anche se molto attiva) che aumenta, i dehors che invadono strade e piazze, servono ancora le panchine? In città ce ne sono oltre 30.000, in media una ogni 40/45 abitanti, distribuite non solo nei parchi ma anche nelle nuove piazze e nei fazzoletti di verde.

Nuovi spazi, con panchine, sono stati recentemente aperti, anche con il contributo di privati e di associazioni di quartiere, davanti a scuole, modificando la viabilità e creando anche qualche malumore tra gli abitanti. Ecco una immagine della nuova “piazza scolastica” di via Gentilino, al Ticinese, davanti alle elementari, che diventerà uno spazio a disposizione dei bambini e del quartiere.

Pochi sono, purtroppo, gli spazi a sedere alle fermate dei mezzi pubblici e quasi assenti quelli all’interno dei musei. Un’altra stranezza della nostra Milano: in piazza del Duomo non ci sono panchine e gli unici posti a sedere sono quelli dei bar e… i gradini della cattedrale.

A chi si volesse riposare un momento in zona centro suggeriamo di attraversare il Palazzo Reale fino al bel giardinetto sul retro, piccola oasi nel cemento.

Ci sono panchine di forma tradizionale, altre belle ma scomode (anche se di archistar); alcune sono lunghe, altre rotonde, vicino a fioriere o ad alberelli appena accennati; ci sono le panchine rosse contro la violenza sulle donne, altre con i dissuasori perchè non diventino letti sotto le stelle; alcune guardano verso le case, altre sono rivolte all’ambiente circostante, altre ancora “fanno salotto” e invitano alla conversazione.

Milano detiene anche un piccolo record in fatto di panchine: al Parco del Portello c’è una delle panchine più lunghe del mondo, che circonda un laghetto. Un consiglio: questo parco è tutto da vedere!

Anche le chiese sono piene di panche e di sedie, occupate da uomini e donne, giovani e anziani, eleganti o dimessi, colti o analfabeti, una umanità seduta su una panca, che riflette e guarda dentro di sè accanto ad altre persone condividendo una preghiera e magari un saluto e un sorriso.

Sedersi su una panchina non è perdere tempo, ma “prendere posto”, essere “esposti” anche all’altro che si siede accanto a noi, facendoci sollevare lo sguardo dal nostro smartphone e scambiare, con piacere o a malincuore, anche qualche parola. Solitaria o social… buona panchina a tutti!

A presto…

Le “piscinine”, una tradizione milanese

Nel giugno del 1902 si svolse a Milano lo sciopero delle “piscinine”, le ragazzine che lavoravano presso le botteghe di moda del tempo. Così ha “dipinto” questo fatto Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere.

Chi erano queste “piscinine”? Erano bambine e ragazzine che portavano gli scatoloni con stoffe o vestiti, da parte delle sarte, a casa delle clienti e che svolgevano anche piccoli lavori presso gli atellier guidati dalla premiere. La paga era irrisoria, il tempo di lavoro lungo, il bisogno tanto, la strada per i diritti delle donne appena agli inizi.

Dalla piscinina alla AI: una storia personale.

La zia di una di noi faceva la sarta. Aveva cominciato come piscinina verso la fine degli anni Venti e, via via, aveva “rubato” il mestiere alla sarta che le faceva da maestra. Non diventò mai una stilista famosa, ma è rimasta, per tutta la sua lunga vita, una brava sarta di quartiere, con la Singer, macchina da cucire a pedali, il Burda, giornale di cartamodelli tedesco, tanti fili, bottoni, passamanerie, stoffe che le clienti bene compravano da Galtrucco, altre da Ghidoli, le più nei negozi di zona.

In casa c’era il manneken, quell’oggetto che rappresentava un busto di donna senza testa, nè braccia, nè gambe, dove si appoggiavano i vestiti per provarli. Mi sembrava qualcosa di mitologico, non era nessuna donna e poteva essere tutte, senza pensiero nè movimento.

Chi sta scrivendo ricorda quello cha la zia le diceva: sono i particolari che fanno la differenza, cambia i bottoni a una giacca e diventerà un’altra…se l’abito fa qualche difetto, usa il ferro da stiro, che è il “ruffiano” della sarta.

“Questa io” è cresciuta in una casa piena di fili di cotone colorati, tra ritagli di stoffa per i vestiti delle bambole, bottoni-gioiello spaiati, vecchi vestiti rimodernati secondo la moda del momento… era il recygling di allora.
Le clienti che venivano a provare i loro vestiti a casa della zia, diventavano amiche, confidavano storie, pettegolezzi e peccatucci di cui si parlava quando pensavano che non ascoltassi; rimanevano in sottoveste o, anche allora, “sotto il vestito niente”, mostrando il proprio corpo da migliorare con una pince o un’imbottitura, come in un photoshop. Quante storie e quanti segreti sono stati raccontati provando i vestiti…

Ora “questa io” ha letto che vicino a Porta Romana ci sono delle “fashion-tech” che con algoritmi entrano nel mondo della sartoria. Ne è affascinata: l’occhio della zia diventa un algoritmo, la sua creatività viene aumentata a dismisura e in velocità. Come all’Ikea per i mobili, forse presto si faranno progetti di abiti costruiti sulle misure del nostro corpo, a seconda dei nostri desideri e dei colori che ci donano di più. In questa AI ci sono anche l’esperienza, la creatività e il lavoro di chi non c’è più. Il mondo della moda è cambiato, le piscinine non ci sono più… ora il “Diavolo veste Prada”.

A presto…

Luigi Lorenzo Secchi, un ingegnere milanese da scoprire

La nostra città non è grande e la si può guardare quasi tutta da un grattacielo, la si può vedere e conoscere camminando (con l’aiuto, magari, di qualche mezzo pubblico, salvo scioperi) come fa il nostro “passipermilano”, la si può amare con il “coeur in man” e col lavoro, ricchi di fiducia e coraggio: così siamo tutti milanesi.

L’ingegner Luigi Lorenzo Secchi non era nato nella nostra città, ma lo ricordiamo come un grande milanese del secolo scorso. Nacque ad Avenza, al confine tra Liguria e Toscana, alla fine dell’Ottocento (1899) e frequentò l’Istituto Tecnico Fisico Matematico a La Spezia per qualche anno; poi fu chiamato alle armi come Ufficiale di complemento e nel 1918 venne gravemente ferito e dovette affrontare una lunghissima degenza a Bologna. Dopo qualche anno fu dimesso e riuscì a diplomarsi. Nel 1920 si trasferì con la famiglia a Milano, si iscrisse al Politecnico e divenne ingegnere.

Dopo una breve esperienza per alcuni progetti ad Alessandria d’Egitto, nel 1925 entrò nell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano prima come “precario”, via via acquisendo nel tempo funzioni dirigenziali. Molto capace e schivo, come i milanesi autentici, amava la cultura, che entrò sempre nelle sue attività, e soprattutto la nostra città, dove si spense ultracentenario.

Gli Anni Venti, che videro gli inizi della carriera del nostro ingegnere, furono anni di grandi cambiamenti per la nostra città che stava crescendo. Nel 1883 era stato incorporato il Comune dei Corpi Santi, che rappresentava quasi una cintura intorno alla piccola Milano di allora, che si trovava tutta all’interno delle Mura Spagnole. Non bastava: nel 1923 entrarono a far parte di Milano altri comuni della fascia più esterna. Non fu una acquisizione facile e priva di problemi.

L’ingegner Secchi lavorava per il Comune e si occupava di architettura sociale per dare strutture decentrate nelle zone “nuove” della nostra città. Si occupò di scuole, progettate seguendo i nuovi orientamenti didattici; lavorò infatti per il Trotter e fece realizzare altre scuole come la G.B. Perasso a Crescenzago e la bella Leonardo da Vinci a Città Studi.

Negli Anni Venti, le poche strutture sportive milanesi erano spesso private e concentrate in zone centrali; via via, però, la gente aveva maggior tempo libero e desiderio di svago. Il Comune quindi pensò di realizzare più impianti sportivi e l’ingegner Secchi si occupò di rimodernare strutture già esistenti (ad esempio l’Arena Civica e il Campo Giuriati, per il quale fece realizzare le gradinate) e progettare nuovi campi di calcio in zone periferiche (via Pascal, via Fedro, via Iseo ad Affori) ma raggiungibili.

Chi viveva a Milano, spesso non aveva ancora la possibilità di fare vacanze al mare; ma cosa c’è di meglio di una bella nuotata? Quando andiamo alla piscina Ponzio (Guido Romano), alla Caimi (ora Bagni Misteriosi) e alla Cozzi, guardiamole e pensiamo che sono frutto dei progetti del Secchi. A proposito della piscina Cozzi, che venne realizzata in soli sei mesi nel 1934, ricordiamo che fu la più grande piscina coperta europea dell’epoca e che le sue gradinate, che affiancavano la vasca, rappresentarono una vera novità.

Verso la fine degli Anni Trenta fu impegnato nella progettazione del Comando dell’Aeronautica di piazza Novelli, della Caserma Pastrengo di via Marcora e della Casa del Mutilato di via Freguglia. Tutte queste costruzioni si caratterizzano per una struttura lineare interrotta da una torre (dove si trovano gli ingressi), secondo la tradizione italiana ripresa nell’epoca fascista.

Sempre dell’ingegner Secchi è il mercato rionale di viale Monza, sorto in una zona periferica, come molte delle sue opere, vicine a dove abitava la gente; in anticipo sui tempi, il sotterraneo consisteva in un locale riservato alle celle frigorifere.

Infine, come è stato già ricordato parlando della Scala, all’ingegnere si deve il salvataggio e la ricostruzione del nostro teatro, del quale è stato Architetto Conservatore per ben cinquanta anni (dal 1932 al 1982).

Lasciato il Comune nel dopoguerra, si occupò di edilizia privata realizzando diverse ristrutturazioni di palazzi (come, ad esempio, Palazzo Serbelloni) e di strutture produttive.

Per concludere, vogliamo ricordarlo con una sua piccola opera che testimonia la vasta cultura e versatilità dell’ingegnere. Nell’ultimo altare a sinistra della chiesa di San Fedele, c’è un “quadretto” in bronzo, dedicato ad Alessandro Manzoni, nel quale lo scrittore è rappresentato mentre riceve la Comunione appena prima della caduta sui gradini della chiesa che gli risulterà fatale.

Il disegno di questo momento intimo e toccante è di Luigi Lorenzo Secchi, un autore pressocchè sconosciuto ai più, come quest’opera.

A presto…

11 maggio 1946 – 11 maggio 2026: una festa per la Scala

L’ 11 maggio 1946 la Scala veniva solennemente riaperta con un concerto dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale che l’avevano gravemente colpita. Oggi Milano celebra gli ottant’anni da questa rinascita con una serie di eventi culminanti con un concerto alla presenza del Presidente della Repubblica.

Storia di una rinascita

Ecco come lo scenografo scaligero di allora, Nicola Benois, raccontò la rinascita del nostro massimo teatro. In questa immagine la Scala, distrutta dalla guerra, viene salvata dall’Italia attorniata da angeli che la fanno volare trainata dal carro di Apollo.

Come avvenne questa rinascita, fatta di coraggio, speranza, capacità e tanto, tanto lavoro? La raccontiamo brevemente come una delle tante belle storie della nostra città.

I bombardamenti dell’agosto 1943. “Invano cerchi tra la polvere,/ povera mano, la città è morta“. Così scriveva Salvatore Quasimodo in “Milano, agosto ’43”. I bombardamenti avevano causato la rovina e la distruzione di edifici, fabbriche, infrastrutture; tanti erano stati i morti e oltre 400.000 persone erano senza casa.

Anche la Scala era stata gravemente danneggiata. Le bombe avevano distrutto il tetto e la volta che, crollando, avevano trascinato nella loro caduta il proscenio e parte dei palchi e delle gallerie. Sembrava la fine di un’epoca e, soprattutto, di un simbolo della nostra città. Ampio fu il dibattito tra chi pensava che il nostro teatro andasse abbattuto e ricostruito e chi si batteva perchè potesse essere salvato.

Come non pensare, oggi, alle discussioni sul futuro del nostro stadio di San Siro, la Scala del calcio?

La ricostruzione. Per fortuna c’era chi credeva nella possibilità di una rinascita del teatro, come l’ingegner Luigi Lorenzo Secchi, un dirigente tecnico del Comune, che già dal 1932 aveva lavorato per la Scala realizzando, tra l’altro, disegni e appunti che saranno preziosi per la ricostruzione del teatro.

Questo grande e schivo ingegnere riuscì a far prevalere la strada della ricostruzione, tanto più che parte delle attrezzature, già all’avanguardia, si era salvata. Subito venne iniziato lo sgombero delle macerie (ove possibile riutilizzandole), la demolizione delle parti pericolanti e la copertura del tetto per evitare che le piogge e l’inverno peggiorassero la situazione.

Non fu un’impresa facile: i finanziamenti mancavano e diverse erano le opinioni degli esperti sulle scelte dei materiali da utilizzare. L’ingegner Secchi non si perse d’animo. Fece realizzare una struttura in ferro che era più leggero, malleabile ed economico rispetto al cemento armato; fece restaurare in modo geniale lo splendido lampadario e, “provando e riprovando” fece rifare persino i chiodi esattamente uguali a quelli usati dal Piermarini per non provocare la rottura dei legni utilizzati.

Era soprattutto preoccupato perchè, accanto al rispetto per la struttura originaria, fosse salvaguardata la perfetta acustica. Quando, terminata l’ultima prova prima della riapertura, chiese a Toscanini il suo parere, il Maestro rispose: “L’acustica è come prima, se non meglio di prima” e questo, scrisse l’ingegnere, fu “il coronamento del mio lavoro e della mia ansia”.

I costi furono ingenti e spesso finanziati da privati e dai cittadini stessi, ma, come scrive ancora l’ingegner Secchi: “Le spese sostenute dallo Stato furono esigue, rispetto a quelle sussurrate… Si lavorò con passione, con cronometrica prevista successione delle fasi del lavoro… con ottime maestranze”. La Scala era pronta per la riapertura!

Il concerto inaugurale dell’ 11 maggio 1946. La Scala, che nel frattempo aveva proseguito la sua attività fuori sede, prima a Como, poi a Bergamo e infine al Castello Sforzesco e al Teatro Lirico, era pronta a riaprire solennemente. Sindaco di Milano era il socialista Antonio Greppi che amava profondamente il teatro e che aveva messo la ricostruzione della Scala tra le priorità da realizzare.

Venne invitato a dirigere il concerto inaugurale il Maestro Arturo Toscanini che, in opposizione al regime fascista, si era trasferito in volontario esilio in America. Il sindaco, che aveva perso un figlio partigiano, avrebbe voluto che il concerto fosse preceduto da un breve discorso per ricordare il recente e doloroso passato, ma il Maestro si oppose fermamente perchè riteneva che la musica dovesse essere al di sopra delle vicende umane. Il sindaco scrisse al sovraintendente alla Scala Antonio Ghiringhelli: “Toscanini è certamente un grande artista, ma prima di lui ci sono i Martiri e gli Eroi”. Per evitare polemiche non ci fu alcun discorso.

Il concerto ebbe inizio alle 21 precise dell’ 11 maggio e Toscanini diresse, con una bacchetta dall’impugnatura tricolore, musiche di autori solo italiani. Non venne suonata la Marcia Reale, anche se il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica sarebbe avvenuto qualche settimana più tardi.

Il concerto della Scala venne diffuso con altoparlanti in piazza del Duomo, in Galleria, in via Manzoni con grande partecipazione dei milanesi e persino i tram furono fermati per non disturbare la musica. Le note raggiunsero, attraverso la radio, anche l’Europa e gli Stati Uniti.

In pochissimo tempo, nonostante le gravissime difficoltà postbelliche, la Scala era rinata!

Il concerto celebrativo dell’ 11 maggio 2026. Ecco alcune immagini della festa per gli ottant’anni dalla riapertura della Scala.

A presto…