Riciclando in verde: l'”Infiorata” di via Spiga

Da qualche giorno, passeggiando per la nostra città, stavo osservando come i balconi delle case, in questo periodo, siano ricchi di verde ma non di fiori.

Mentre pensavo al perchè (il lockdown ci ha fatto perdere forse anche la voglia di colore?), ho visto la notizia della “Semina e Infiorata di via della Spiga”. Me la potevo forse perdere e non condividerla con voi?

L’iniziativa, che si è tenuta lo scorso weekend, è stata promossa da una società immobiliare per “rilanciare” questa via del lusso con la ristrutturazione di alcuni palazzi storici e la “semina” di nuove attività.

Un tappeto di petali, lungo un centinaio di metri, suddiviso in tredici quadri, ha ricoperto parte di via Spiga. Realizzato dai maestri fiorai di Noto vuole dare un segnale di ottimismo e di ripartenza alla via e alla nostra città.

L'”Infiorata”, nata a Roma nel Seicento era stata “inventata” da due maestri fiorai, Benedetto e Pietro Drei, per la festa dei Santi Pietro e Paolo. I due artisti avevano creato ai piedi della scalinata della Basilica di San Pietro, dei mosaici unendo petali di colori diversi, vere opere d’arte la cui “tecnica” si diffuse poi in varie parti d’Italia. Anche Milano, in questi giorni, ha voluto la sua Infiorata.

Per realizzare i “quadri” di via Spiga, sono stati utilizzati ben 200.000 fiori tra garofani, gerbere e rose. Gli argomenti sono stati vari e legati a diverse attività, dalla moda al calcio, dalla cucina stellata all’editoria…

Un omaggio è stato riservato alla nostra Carla Fracci. Le sue scarpe da ballo sono il simbolo del duro lavoro, dell’impegno, del sacrificio, della costante dedizione necessari a trasformare l’abilità in arte e bellezza indimenticabili.

Forza Milano! Diamoci da fare e ripartiamo!

A presto…

Quattropassi nel Liberty: la zona Magenta

Il nostro viaggio nella Milano Liberty è iniziato dal Trianon dove è nata la “Mia bela Madunina”; poi, con un vecchio tram dell’epoca, ci siamo “recati” al quartiere dell’Umanitaria di via Solari, realizzato in occasione di Expo 1906, esempio un po’ sconosciuto di edilizia popolare dal sapore Liberty.

L’elegante signora di questa cartolina del 1906 ci “guiderà”, invece, a visitare una delle zone più belle e interessanti della nostra città, ricca di palazzi nello stile che aveva affascinato la borghesia dell’epoca: la zona Magenta.

Passeggiando in questa zona residenziale, tranquilla e riservata, con poca vocazione commerciale, ci troviamo immersi in una rivista di architettura Liberty.

L’intraprendente borghesia milanese di allora, volendo mostrare la propria ascesa economica e sociale, aveva visto in questo stile internazionale una ventata di novità e di apertura alle esperienze europee. Gli architetti più in vista del momento avevano sperimentato una grande libertà compositiva fatta per essere guardata e dare prestigio a chi vi abitava.

Tra queste strade, disegnate in modo ordinato e con ampie visuali, a volte appaiono sullo sfondo i grattacieli di CityLife. Ancora una volta, possiamo cogliere i contrasti, talvolta stridenti, della nostra città tutta da guardare e capire.

Iniziamo il nostro percorso dalla Casa Laugier (1906) alla fine di corso Magenta angolo piazzale Baracca, quasi una porta tra centro storico e nuovo quartiere.

Questo imponente palazzo d’angolo è ricco di decorazioni Liberty: decori in cemento, splendidi ferri battuti del Maestro Mazzucotelli, ceramiche di pregio. Al piano nobile teste di leone in cemento sembrano indicare prestigio e potenza.

Come altri edifici Liberty, Casa Laugier prevedeva negozi al piano terre. Non perdiamoci, dunque, la farmacia Santa Teresa, che mantiene intatto il fascino del tempo con l’insegna originale e gli interni in vetro e legno lucido.

La nostra passeggiata continua verso piazza Conciliazione, dove, al numero 1, troviamo Casa Binda (1900), considerata uno dei migliori esempi di Liberty di rito ambrosiano, dal momento che questo stile assunse caratteristiche un po’ diverse da nazione a nazione e a volte da città a città.

Il palazzo è molto grande, ma il volume è reso più mosso dalle curvature e dall’utilizzo di materiali diversi, tra cui il cotto, antico colore della nostra città. Decorazioni floreali in cemento e ferro battuto completano la facciata.

L’interno è spettacolare: ferri battuti, vetrate, colonne, soffitti a cassettoni.

Infine un’occhiata all’ascensore dell’epoca, ancora perfettamente funzionante: all’interno sembra un salottino Liberty con sedute in velluto. È da WOW!

La nostra rivista Liberty continuerà tra poco “sfogliando” i palazzi delle vie intorno.

A presto…

Riciclando in verde: parliamo di ikebana

Per il nostro consueto appuntamento, prendiamo spunto dal giardino zen di piazza Piola e parliamo di ikebana, l’antica arte giapponese praticata in origine da nobili e monaci come offerta votiva e come forma di meditazione e di riflessione contemplativa.

Ikebana propriamente significa fiore (bana) che vive (ike) e dietro quest’arte è sottesa la filosofia orientale che porta l’uomo a recuperare un armonico rapporto con se stesso e la Natura. Più green di così!
Nel corso del tempo, l’ikebana ha dato luogo a diversi stili.

Oggi, specialmente in Occidente, si privilegia la creatività, l’uso di materiali vari e di elementi vegetali legati, se possibile, al ciclo delle stagioni.
Nelle composizioni, che richiamano l’idea di un triangolo, c’è sempre un elemento più alto che rappresenta il Cielo a cui tende quello intermedio, l’Uomo. Alla base, più in basso, c’è l’elemento Terra, generalmente posto davanti agli altri due.

Ne nasce una composizione asimmetrica, spesso con un elemento allungato che sembra “uscirne”, fatta di vuoto e di pieno, che dà l’idea di movimento, di dinamismo e di divenire.

Si possono usare rami, foglie, fiori, ognuno con un preciso significato. Il bambù, ad esempio, rappresenta la prosperità: ecco perché, per le festività di fine anno, troviamo composizioni con questo vegetale. Perché, con poca spesa, non tenerne in casa uno tutto l’anno?

Cosa occorre per realizzare una composizione? Tanto e poco. Infatti sono pochi i materiali richiesti: un ramo spoglio o con boccioli, foglie, qualche fiore, tutti ovviamente da tagliare ad altezze diverse per rappresentare cielo, uomo e terra.

Occorrono poi un paio di forbici, un supporto per mantenere la verticalità delle piante (va bene anche un po’ di spugna per fioristi oppure un pezzetto di rete per polli; i professionisti usano il kenzan), acqua, terra, un po’ di muschio come copertura. Infine serve un contenitore basso o un vaso a scelta.

E’ necessario veramente poco … e al tempo stesso moltissimo: nella composizione quello che conta davvero è mettere in gioco i nostri pensieri, concentrandoci solo su ciò che stiamo realizzando, lasciare spazio alla nostra creatività con il desiderio di partecipare e di rendere grazie all’armonia e alla bellezza del Creato.

 

A presto…

 

I “giardini delle donne”: il nido zen di Teresa Pomodoro

Tra i “giardini delle donne” c’è un nido un po’ nascosto tra le piante della grande aiuola centrale di piazza Piola.

Improvvisamente, tra i viottoli, le siepi e le aree per cani e i loro accompagnatori, ci troviamo di fronte al primo giardino zen della nostra città, creato recentemente e dedicato a Teresa Pomodoro, l’artista, regista, drammaturga e attrice che ha voluto e diretto il Teatro No’hma nella vicina palazzina ex-Acqua Potabile di via Orcagna.

Questo piccolo spazio è protetto da un paravento verde di ventun ciliegi che, per breve tempo, si dipinge di rosa, colorato dai fiori che per i giapponesi rappresentano l’effimera bellezza della vita.

Così due haiku:

“Cadono i fiori di ciliegio / sugli specchi d’acqua della risaia: / stelle / al chiarore di una notte senza luna.” (Yosa Buson 1716-1784)

“Ciliegi in fiore sul far della sera / anche quest’oggi / è diventato ieri.” (Kobayashi Issa 1763-1827)

Al centro di questo “nido” della nostra città, fermiamoci a guardare l’installazione di Kengiro Azuma, l’artista giapponese che aveva trovato a Milano lo spazio in cui vivere e lavorare.

Sopra cinque gradoni cilindrici in marmo, sono poste alcune sculture in bronzo: una goccia, simbolo dell’acqua, e due rospi che sembrano conversare tra loro come avevano fatto per tanto tempo l’artista italiana e lo scultore giapponese.

Questo giardino dei ciliegi è un invito a fermarsi, a pensare e riflettere sui bisogni e sull’unione tra noi e il pianeta, magari seduti sulle essenziali, anche se sembrano scomode, panchine di pietra.

Qui arte e natura, vuoto e pieno si uniscono in armonia ed equilibrio. Da questo “nido” nasceranno per noi nuovi pensieri?

A presto…

Quattropassi nel Liberty: il Quartiere Umanitaria di via Solari 40

Una fresca ventata di novità soffia su Milano con il Liberty che, in circa quindici anni (1900/1914), fa crescere fiori, frutti, decorazioni su nuovi edifici della nostra città utilizzando ferro, vetro, ghisa e cemento.

Milano, tra Ottocento e Novecento, era in grande fermento tra nuove fabbriche, lavori pubblici (acquedotti e fognature) e riqualificazioni urbanistiche; vennero demoliti vecchi quartieri, come il Cordusio, e create nuove strade, tra cui via Dante. Per questi lavori era richiesta molta manodopera, spesso proveniente dalla campagna, e di conseguenza erano necessari più alloggi, scuole per imparare nuovi mestieri (da contadini a operai) e adeguate risposte ai bisogni sociali crescenti. La nostra città si era messa in moto.

L’Esposizione Internazionale del 1906 le offrì la possibilità di confrontarsi con i Paesi d’Oltralpe e mostrare il meglio di sè. Il tema erano i trasporti, per l’apertura del Traforo del Sempione, che parlava di movimento e di scambio tra le nazioni, ma il movimento era soprattutto quello delle idee e delle iniziative per lo sviluppo.

Di questa Esposizione ci restano due strutture di sapore Liberty, molto diverse tra loro, ma che fanno parte dell’anima milanese: l’Acquario Civico e il Quartiere Umanitaria.

L’Acquario Civico

Due parole sull‘Acquario, del quale abbiamo già parlato. È stato uno dei primi al mondo e non poteva che essere così:  pur senza mare o grandi fiumi, la nostra è comunque una città d’acqua, presente nel suo DNA più profondo fino dai tempi della dea celtica Belisama

Il Quartiere Umanitaria

Se l’Acquario parlava di cultura e di nuovi interessi e conoscenze scientifiche, il Quartiere Umanitaria è un esempio della solidarietà civile e concreta tutta meneghina.

La storica Società che lo aveva voluto era stata fondata alla fine dell’Ottocento allo scopo “di mettere i diseredati, senza distinzione, in condizione di rilevarsi da se medesimi, procurando loro appoggio, lavoro e istruzione” (punto 2 dello Statuto della società). Per Expo aveva realizzato un proprio padiglione e il quartiere di edilizia popolare in via Solari.

https://archiviodelverbanocusioossola.com/2015/04/21/il-padiglione-dellumanitaria-1906-dallexpo-ad-anzola-dossola-%C2%A7-3/

Questo quartiere era stato costruito in un solo anno, primo esperimento milanese di housing sociale, su progetto dell’architetto Giovanni Broglio, che da piccolo muratore orfano era riuscito a studiare e a raggiungere alti livelli. Un’altra storia milanese.

Il complesso comprendeva ben undici edifici di quattro piani ciascuno, suddivisi in appartamenti da uno a tre locali, tutti dotati di acqua corrente, wc, condotto per l’immondizia e, sotto le finestre, di bocche d’aria regolabili per il ricambio senza dispersione di calore.

Innovativi anche gli spazi comuni: un asilo (metodo Montessori), luoghi di riunione, docce per l’igiene e persino una sala per l’allattamento.

Ovviamente l’architetto Broglio aveva lavorato con budget e, soprattutto, con finalità diversi rispetto a quelli degli eleganti palazzi Liberty del tempo. Le decorazioni erano prodotte in serie, ma il risultato è bello, armonioso e funzionale.

Questo quartiere si trova vicino alla stazione di Porta Genova, in una zona di ex-fabbriche diventata ora distretto per la moda e il design.

Mai come in questo caso il destino era già scritto: tra gli insegnanti dei vari corsi serali e domenicali che si tenevano all’Umanitaria, erano stati chiamati anche Rosa Genoni, la “sarta” che vide nella moda una cosa “seria” e Alessandro Mazzucotelli, l’artigiano artista liberty del ferro battuto. Quest’ultimo faceva parte anche della giuria del concorso indetto per la creazione di un arredamento “semplice, funzionale e di qualità” per gli appartamenti di questo quartiere.

Veduta della cucina-pranzo progettata da Augusto Ghedini da “L’Esposizione Illustrata del 1906”, Milano 1906
Veduta della camera da letto progettata da Emilio Dozio da “L’Esposizione illustrata del 1906”, Milano, 1906

Era nato il desing italiano che porterà al Salone del Mobile e agli eventi del Fuori Salone.

A presto…

Riciclando in verde: i libri sono semi ….

La Biblioteca Sormani dedica uno spazio pieno di luce e di piante a libri sulle tematiche del verde e della sostenibilità.

E’ un angolo tutto green dove, insieme ad un libro preso in prestito, verrà donata una bustina di semi, i “semi di gioia”, per far germogliare nuovi pensieri.

I libri sono semi che fanno crescere in noi idee, storie, sentimenti, riflessioni … Ecco come ho pensato di “legare” piante e libri in una realizzazione che lascerà sbalorditi (anche se non troppo difficile).
Occorreranno:
– un libro letto, riletto, non germogliato, comprato su una bancarella per salvarlo dal macero
– colla vinilica, taglierino, righello, pennello, vaschetta di plastica più bassa del libro
– un po’ di argilla e di terra
– piccole piantine grasse o altre dall’apparato radicale ridotto
– una siringa per innaffiare

Procediamo passo a passo.
Incolliamo i bordi esterni del libro sui tre lati (escluso ovviamente la copertina) per farli diventare compatti (vedi foto). Un piccolo consiglio: facciamo molta attenzione alla pagina iniziale perché sarà quella che si vedrà a lavoro finito.
Prendiamo la misura della vaschetta e “centriamola” sulle pagine del libro lasciando un piccolo bordo intorno (vedi foto). Aiutandoci con un righello, incidiamo con il taglierino tutte le pagine poco alla volta.

Prepariamo la vaschetta portafiori: facciamo un piccolo strato di argilla e ricopriamolo di terra.
Mettiamo a dimora le piantine secondo il nostro gusto e l’effetto che si vuol ottenere.
Infine inseriamo la vaschetta nel libro e sistemiamo la pagina iniziale perchè sia bella da vedere (si può aggiungere del muschio per nascondere i bordi).
La composizione va bagnata ogni tanto con una siringa per evitare ristagni o muffe.

Vi è piaciuta? Se volete possiamo incontrarci il 15 maggio al mercatino degli hobbisti a Cologno Monzese.
Vi aspetto per far crescere qualcosa insieme.

A presto…

Quattropassi nel Liberty: il Trianon

Il Liberty arriva a Milano agli inizi del Novecento in un periodo pieno di fermento sociale e creativo e di vigore economico e produttivo. La nostra città, sempre aperta alle novità e al rinnovamento, accoglie questo stile cosmopolita, già diffuso in America e in Europa, decisa a mostrare la propria modernità
Gli edifici Liberty milanesi erano in genere destinati al mondo economico, al commercio, allo svago e alle abitazioni dalle più semplici alle più eleganti e piene di fascino.


Faremo quattropassi in diversi quartieri per scoprire il frutto della creatività di architetti e artigiani del primo Novecento. Un altro piccolo tassello per conoscere, o riscoprire, la nostra città e le nostre radici più o meno lontane.

Il Trianon (piazza del Liberty 8)

La prima tappa di questo itinerario inizia, da milanesi DOC, dal luogo dove è nata la nostra canzone simbolo: “O mia bela Madunina“.

Corso Vittorio Emanuele, primi del Novecento: un tram elettrico sta passando tra due edifici Liberty, quasi dirimpettai, rispettivamente al numero 8 e al numero 15.

corso vitt emanuele vecchio

Cosa rimane oggi? Non più il tram, sostituito dalla metropolitana; e, finita la pandemia, la gente tornerà a riempire l’isola pedonale, senza la paura degli assembramenti.

Al numero 8 troviamo ancora la facciata con elementi Liberty in ferro, ghisa e vetro dell’edificio che  ospitò, a inizio Novecento, i Magazzini Bonomi. Era stato progettato ad uso commerciale con uffici e vetrine al piano terreno, che rimangono ancora oggi.

Costruito nel 1902, è stato ben inserito, negli anni Sessanta, in un isolato ad opera di Giovanni e Lorenzo Muzio.

Quasi di fronte, al numero 15, tra il 1902 e il 1904, venne costruito, invece, l’Hotel Corso, dalla bianca facciata Liberty di sapore un po’ parigino.

Era sorto dove si trovava il vecchio “Teatro Milanese”, nel quale, tra l’altro, il 30 settembre 1896, aveva fatto il suo esordio a Milano un filmato dei fratelli Lumière.

Anche nel nuovo Hotel Corso, al piano terra, fu realizzato un grande salone per gli spettacoli, il teatro “Trianon”.

Nel sotterraneo, poi, un locale notturno, il “Pavillon dorè”, offriva musica, ballo e champagne. Qui, nel 1934, durante una serata dedicata alla canzone romana e napoletana, un giovane musicista, Giovanni D’Anzi, intonò per la prima volta “O mia bela Madunina” che aveva composto poco tempo prima.

La nostra canzone simbolo, dunque, vide la luce in un locale notturno, immagine del nostro spirito milanese profondamente laico e religioso insieme. Da allora la Madonnina accompagna chi vive e lavora nella nostra città.

Venne la seconda guerra mondiale e le sue bombe fecero strage del nostro centro storico. Si salvò, ovviamente, la Madunina e fu risparmiata anche la facciata dell’Hotel Corso.

Perduto per sempre? No di certo! Come abbiamo già visto anche le pietre a Milano si spostano. La bianca facciata dell’albergo venne inserita, nel 1956, nel palazzo della Reale Mutua Assicurazioni nella nuova piazzetta che venne dedicata allo stile Liberty.

Se mettiamo a confronto una vecchia foto con una di oggi, vediamo alcune differenze. Un piccolo aiuto: contiamo le finestre della facciata, ma soprattutto …… andiamo a vedere la bellezza delle decorazioni Liberty.

A presto…

“Riciclando in verde”: realizziamo un terrarium

Il verde va forte a Milano. Tante sono le iniziative, pubbliche e private, che invitano ad un ambiente più sostenibile e green

Anche la Rinascente ha dedicato alle piante e alla loro cura una manifestazione che si chiuderà tra qualche giorno.

Ci sono diverse proposte di oggettistica e di giardinaggio, dalle più tradizionali a quelle più innovative, per avere uno spazio verde in ogni casa.

Tra gli articoli più interessanti c’è il terrarium, una sorta di “paesaggio in miniatura” dove si possono far crescere diverse piantine con poca spesa, molto successo e tantissimo piacere.
E’ una soluzione smart, giovane e di tendenza per aver nella nostra casa un punto verde come oggetto decorativo pieno di vita.

Il terrarium può essere chiuso o aperto. Oggi faremo quest’ultimo, molto più semplice da preparare e da curare.
Occorreranno:
– un vaso di vetro, meglio con un’imboccatura larga (può andar bene una vecchia boccia per i pesci, un contenitore per biscotti o pasta, un vaso Bormioli, la brocca di un vecchio servizio …)
– agriargilla da mettere sul fondo
– un po’ di terra di buona qualità
– ghiaia bianca o sabbia
– alcune piantine grasse a piacere (due o tre secondo la dimensione del vaso). Se scegliete altri tipi di piante preferite quelle che abbiano un apparato radicale ridotto e poche esigenze colturali.
– infine scegliete qualche piccolo oggetto decorativo, secondo la stagione, l’occasione e… la fantasia. Possono andar bene ciottoli, sassolini colorati, conchiglie, animaletti o piccoli fiori di ceramica …

Procediamo passo dopo passo: versiamo in maniera uniforme l’argilla sul fondo del vaso e disponiamoci sopra un po’ di ghiaia lungo la parete (foto due). Ricopriamo il tutto con la terra (uno strato di circa 3 cm), scavando delle piccole buche sufficientemente profonde da accogliere le zolle delle piante. Un piccolo trucco: prima di mettere a dimora le nostre piantine, mettiamole a bagno per qualche minuto. Resteranno più umide e non sarà poi necessario innaffiare molto la composizione.
Adagiamole nelle buche e interriamole leggermente. Infine aggiungiamo ghiaia fine, ciottoli, muschio o altro materiale decorativo.

Il terrarium è pronto; bastano poche gocce d’acqua una volta alla settimana e, soprattutto, dobbiamo imparare a guardarlo per capire i messaggi delle nostre piantine (per esempio verificare acqua e luce). Questo nostro verde ce ne sarà grato e continuerà a farci compagnia per molto tempo, anche se non abbiamo il pollice giusto.

A presto …..

Il glicine di Leonardo nel quartiere di Morivione

Siamo nella zona sud di Milano nel vecchio quartiere di Morivione dove, in via Bernardino Verro 2, si trova un antico glicine.

Si dice che questa pianta abbia 700 anni e che sotto di essa Leonardo si sia riposato dopo aver studiato le acque di questo territorio, ricco anche di fontanili come ricorda il nome di una via qui vicino (via dei Fontanili).

Ancora oggi l’antico canale della Vettabbia scorre in questa zona e offre degli scorci molto belli e inaspettati. 

Il nostro glicine è conosciuto come “glicine di Leonardo” e si crede che l’insieme delle sue radici misuri oltre due chilometri. Sono radici secolari molto forti e i fiori che sbocciano ogni anno sono sempre bellissimi.

Anche il nome del quartiere racconta una vecchia storia della nostra città. Si dice infatti che in questa zona, nel 1336, venne catturato dai soldati di Azzone Visconti, Signore di Milano, Vione, un feroce brigante che terrorizzava tutto il territorio. Tradito da uno dei suoi, fu ucciso e, in quel punto, fu messa una pietra con la scritta “qui morì Vione”. Da qui l’origine del nome di questo quartiere, riportato anche su una vecchia cappelletta . 

In questo borgo, il 23 aprile di ogni anno i Milanesi festeggiavano San Giorgio. Secondo la tradizione si mangiava il pan de mej inzuppato nella pànera, cioè la panna. Forse era un ringraziamento al Santo, patrono dei cavalieri e dei lattai, per la morte di un brigante feroce come un drago.

Un pensiero sottovoce: il prossimo 23 aprile perché non facciamo anche noi una colazione così, nella speranza che venga sconfitto il drago dei giorni nostri?

Se le leggende hanno qualcosa di vero, ai tempo di Vione c’era già il glicine che oggi vediamo nella sua piena fioritura. Il tempo trascorso è sempre attuale.

Milano è anche questa: è fatta di scenografie importanti e subito riconoscibili, ma spesso ci sorprende con particolari da scoprire e con leggende che vanno cercate. Ci vogliono tempo e pazienza, ma soprattutto tanto amore per la nostra città.

A presto…

Riciclando in verde: sostenibilità e creatività nei “mondi” di Piazza Duomo

Iniziamo nella nuova categoria “Riciclando in verde” una serie di articoli con Francesca, una giovane flower designer che terrà una rubrica su come trasformare le cose da gettare in qualcosa di nuovo e bello.

L’idea ci è venuta dall’iniziativa “WePlanet: 100 globi per un futuro sostenibile” realizzata per Pasqua in Piazza Duomo.

Sono stati esposti 50 “mondi” a cura di noti designer e di giovani studenti di Brera. L’evento vero e proprio si terrà tra il 27 agosto e il 27 novembre con l’esposizione di tutti i lavori …. si ricomincia? Speriamo!

La parola a Francesca: “In questi lunghi mesi di lockdown abbiamo visto come prenderci cura delle piantine di casa, fare una piccola passeggiata nei parchi, guardare lo scorrere del tempo sui cambiamenti degli alberi, ci abbiano dato momenti di serenità e benessere …. Eravamo in compagnia delle piante condividendo con loro l’energia della vita.

Passo dopo passo cercheremo di lasciare spazio alla creatività e alla fantasia, trasformando con le nostre mani qualcosa da buttare in qualcosa da guardare magari aggiungendo anche una piantina o piccoli fiori adatti alle creazioni.
Vi piace questo nuovo mondo?

A presto…