Panchine vecchie e nuove a Milano

In questa calde, assolate giornate, chi non sente il bisogno di una piccola pausa all’aperto, quasi una piccola vacanza? Sediamoci allora accanto alla statua di Pencho Slaveykov, il poeta bulgaro che sembra guardare, con pacata tranquillità, la vita che scorre davanti a lui… da una panchina al Verziere.

Da qui vediamo le guglie del Duomo, il traffico di via Larga, la grande piazza rinnovata intorno alla colonna del Cristo Redentore dove presto, il giovedì mattina, ritorneranno le bancarelle di un mercato agricolo, come ai vecchi tempi del Verziere.

Davanti alla nostra panchina tanti studenti attraversano secoli della nostra storia (da piazza Santo Stefano a via Laghetto, dalla casa dei Tencitt fino alla Ca’ Granda – Università Statale dai rossi tradizionali mattoni) per andare incontro al futuro, loro e della nostra città.

In piedi, dalla sua postazione davanti a noi, Carlo Porta guarda Milano con un sorriso bonario e beffardo… Chissà, forse vorrebbe sedersi anche lui, ma la panchina non c’è.

Le panchine sono nate nella seconda metà dell’Ottocento a Parigi che stava diventando una metropoli. Hanno ancora un significato in una città da “15 minuti” come vorrebbe essere la nostra? Quante e dove sono oggi le panchine a Milano? Da qualche tempo abbiamo notato che diverse panchine sono “spuntate” in zone appena ristrutturate, anche per l’aumento dei turisti. Così ci sono nuovi spazi di seduta lungo la linea blu della metropolitana, lungo il percorso pedonale di collegamento con la linea gialla in via Pantano, nella vicina piazzetta Velasca; da via Santa Sofia in poi sono tante le nuove panchine che formano isole di pausa tra le case.

Come sono queste panchine? Alcune sono comode, altre, di pietra, non invitano certo a sedere e allora… sono scritte, come quelle di piazza Cordusio, più da leggere che per riposare.

In una città che corre, con la popolazione anziana (anche se molto attiva) che aumenta, i dehors che invadono strade e piazze, servono ancora le panchine? In città ce ne sono oltre 30.000, in media una ogni 40/45 abitanti, distribuite non solo nei parchi ma anche nelle nuove piazze e nei fazzoletti di verde.

Nuovi spazi, con panchine, sono stati recentemente aperti, anche con il contributo di privati e di associazioni di quartiere, davanti a scuole, modificando la viabilità e creando anche qualche malumore tra gli abitanti. Ecco una immagine della nuova “piazza scolastica” di via Gentilino, al Ticinese, davanti alle elementari, che diventerà uno spazio a disposizione dei bambini e del quartiere.

Pochi sono, purtroppo, gli spazi a sedere alle fermate dei mezzi pubblici e quasi assenti quelli all’interno dei musei. Un’altra stranezza della nostra Milano: in piazza del Duomo non ci sono panchine e gli unici posti a sedere sono quelli dei bar e… i gradini della cattedrale.

A chi si volesse riposare un momento in zona centro suggeriamo di attraversare il Palazzo Reale fino al bel giardinetto sul retro, piccola oasi nel cemento.

Ci sono panchine di forma tradizionale, altre belle ma scomode (anche se di archistar); alcune sono lunghe, altre rotonde, vicino a fioriere o ad alberelli appena accennati; ci sono le panchine rosse contro la violenza sulle donne, altre con i dissuasori perchè non diventino letti sotto le stelle; alcune guardano verso le case, altre sono rivolte all’ambiente circostante, altre ancora “fanno salotto” e invitano alla conversazione.

Milano detiene anche un piccolo record in fatto di panchine: al Parco del Portello c’è una delle panchine più lunghe del mondo, che circonda un laghetto. Un consiglio: questo parco è tutto da vedere!

Anche le chiese sono piene di panche e di sedie, occupate da uomini e donne, giovani e anziani, eleganti o dimessi, colti o analfabeti, una umanità seduta su una panca, che riflette e guarda dentro di sè accanto ad altre persone condividendo una preghiera e magari un saluto e un sorriso.

Sedersi su una panchina non è perdere tempo, ma “prendere posto”, essere “esposti” anche all’altro che si siede accanto a noi, facendoci sollevare lo sguardo dal nostro smartphone e scambiare, con piacere o a malincuore, anche qualche parola. Solitaria o social… buona panchina a tutti!

A presto…

Le “piscinine”, una tradizione milanese

Nel giugno del 1902 si svolse a Milano lo sciopero delle “piscinine”, le ragazzine che lavoravano presso le botteghe di moda del tempo. Così ha “dipinto” questo fatto Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere.

Chi erano queste “piscinine”? Erano bambine e ragazzine che portavano gli scatoloni con stoffe o vestiti, da parte delle sarte, a casa delle clienti e che svolgevano anche piccoli lavori presso gli atellier guidati dalla premiere. La paga era irrisoria, il tempo di lavoro lungo, il bisogno tanto, la strada per i diritti delle donne appena agli inizi.

Dalla piscinina alla AI: una storia personale.

La zia di una di noi faceva la sarta. Aveva cominciato come piscinina verso la fine degli anni Venti e, via via, aveva “rubato” il mestiere alla sarta che le faceva da maestra. Non diventò mai una stilista famosa, ma è rimasta, per tutta la sua lunga vita, una brava sarta di quartiere, con la Singer, macchina da cucire a pedali, il Burda, giornale di cartamodelli tedesco, tanti fili, bottoni, passamanerie, stoffe che le clienti bene compravano da Galtrucco, altre da Ghidoli, le più nei negozi di zona.

In casa c’era il manneken, quell’oggetto che rappresentava un busto di donna senza testa, nè braccia, nè gambe, dove si appoggiavano i vestiti per provarli. Mi sembrava qualcosa di mitologico, non era nessuna donna e poteva essere tutte, senza pensiero nè movimento.

Chi sta scrivendo ricorda quello cha la zia le diceva: sono i particolari che fanno la differenza, cambia i bottoni a una giacca e diventerà un’altra…se l’abito fa qualche difetto, usa il ferro da stiro, che è il “ruffiano” della sarta.

“Questa io” è cresciuta in una casa piena di fili di cotone colorati, tra ritagli di stoffa per i vestiti delle bambole, bottoni-gioiello spaiati, vecchi vestiti rimodernati secondo la moda del momento… era il recygling di allora.
Le clienti che venivano a provare i loro vestiti a casa della zia, diventavano amiche, confidavano storie, pettegolezzi e peccatucci di cui si parlava quando pensavano che non ascoltassi; rimanevano in sottoveste o, anche allora, “sotto il vestito niente”, mostrando il proprio corpo da migliorare con una pince o un’imbottitura, come in un photoshop. Quante storie e quanti segreti sono stati raccontati provando i vestiti…

Ora “questa io” ha letto che vicino a Porta Romana ci sono delle “fashion-tech” che con algoritmi entrano nel mondo della sartoria. Ne è affascinata: l’occhio della zia diventa un algoritmo, la sua creatività viene aumentata a dismisura e in velocità. Come all’Ikea per i mobili, forse presto si faranno progetti di abiti costruiti sulle misure del nostro corpo, a seconda dei nostri desideri e dei colori che ci donano di più. In questa AI ci sono anche l’esperienza, la creatività e il lavoro di chi non c’è più. Il mondo della moda è cambiato, le piscinine non ci sono più… ora il “Diavolo veste Prada”.

A presto…

Luigi Lorenzo Secchi, un ingegnere milanese da scoprire

La nostra città non è grande e la si può guardare quasi tutta da un grattacielo, la si può vedere e conoscere camminando (con l’aiuto, magari, di qualche mezzo pubblico, salvo scioperi) come fa il nostro “passipermilano”, la si può amare con il “coeur in man” e col lavoro, ricchi di fiducia e coraggio: così siamo tutti milanesi.

L’ingegner Luigi Lorenzo Secchi non era nato nella nostra città, ma lo ricordiamo come un grande milanese del secolo scorso. Nacque ad Avenza, al confine tra Liguria e Toscana, alla fine dell’Ottocento (1899) e frequentò l’Istituto Tecnico Fisico Matematico a La Spezia per qualche anno; poi fu chiamato alle armi come Ufficiale di complemento e nel 1918 venne gravemente ferito e dovette affrontare una lunghissima degenza a Bologna. Dopo qualche anno fu dimesso e riuscì a diplomarsi. Nel 1920 si trasferì con la famiglia a Milano, si iscrisse al Politecnico e divenne ingegnere.

Dopo una breve esperienza per alcuni progetti ad Alessandria d’Egitto, nel 1925 entrò nell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano prima come “precario”, via via acquisendo nel tempo funzioni dirigenziali. Molto capace e schivo, come i milanesi autentici, amava la cultura, che entrò sempre nelle sue attività, e soprattutto la nostra città, dove si spense ultracentenario.

Gli Anni Venti, che videro gli inizi della carriera del nostro ingegnere, furono anni di grandi cambiamenti per la nostra città che stava crescendo. Nel 1883 era stato incorporato il Comune dei Corpi Santi, che rappresentava quasi una cintura intorno alla piccola Milano di allora, che si trovava tutta all’interno delle Mura Spagnole. Non bastava: nel 1923 entrarono a far parte di Milano altri comuni della fascia più esterna. Non fu una acquisizione facile e priva di problemi.

L’ingegner Secchi lavorava per il Comune e si occupava di architettura sociale per dare strutture decentrate nelle zone “nuove” della nostra città. Si occupò di scuole, progettate seguendo i nuovi orientamenti didattici; lavorò infatti per il Trotter e fece realizzare altre scuole come la G.B. Perasso a Crescenzago e la bella Leonardo da Vinci a Città Studi.

Negli Anni Venti, le poche strutture sportive milanesi erano spesso private e concentrate in zone centrali; via via, però, la gente aveva maggior tempo libero e desiderio di svago. Il Comune quindi pensò di realizzare più impianti sportivi e l’ingegner Secchi si occupò di rimodernare strutture già esistenti (ad esempio l’Arena Civica e il Campo Giuriati, per il quale fece realizzare le gradinate) e progettare nuovi campi di calcio in zone periferiche (via Pascal, via Fedro, via Iseo ad Affori) ma raggiungibili.

Chi viveva a Milano, spesso non aveva ancora la possibilità di fare vacanze al mare; ma cosa c’è di meglio di una bella nuotata? Quando andiamo alla piscina Ponzio (Guido Romano), alla Caimi (ora Bagni Misteriosi) e alla Cozzi, guardiamole e pensiamo che sono frutto dei progetti del Secchi. A proposito della piscina Cozzi, che venne realizzata in soli sei mesi nel 1934, ricordiamo che fu la più grande piscina coperta europea dell’epoca e che le sue gradinate, che affiancavano la vasca, rappresentarono una vera novità.

Verso la fine degli Anni Trenta fu impegnato nella progettazione del Comando dell’Aeronautica di piazza Novelli, della Caserma Pastrengo di via Marcora e della Casa del Mutilato di via Freguglia. Tutte queste costruzioni si caratterizzano per una struttura lineare interrotta da una torre (dove si trovano gli ingressi), secondo la tradizione italiana ripresa nell’epoca fascista.

Sempre dell’ingegner Secchi è il mercato rionale di viale Monza, sorto in una zona periferica, come molte delle sue opere, vicine a dove abitava la gente; in anticipo sui tempi, il sotterraneo consisteva in un locale riservato alle celle frigorifere.

Infine, come è stato già ricordato parlando della Scala, all’ingegnere si deve il salvataggio e la ricostruzione del nostro teatro, del quale è stato Architetto Conservatore per ben cinquanta anni (dal 1932 al 1982).

Lasciato il Comune nel dopoguerra, si occupò di edilizia privata realizzando diverse ristrutturazioni di palazzi (come, ad esempio, Palazzo Serbelloni) e di strutture produttive.

Per concludere, vogliamo ricordarlo con una sua piccola opera che testimonia la vasta cultura e versatilità dell’ingegnere. Nell’ultimo altare a sinistra della chiesa di San Fedele, c’è un “quadretto” in bronzo, dedicato ad Alessandro Manzoni, nel quale lo scrittore è rappresentato mentre riceve la Comunione appena prima della caduta sui gradini della chiesa che gli risulterà fatale.

Il disegno di questo momento intimo e toccante è di Luigi Lorenzo Secchi, un autore pressocchè sconosciuto ai più, come quest’opera.

A presto…

11 maggio 1946 – 11 maggio 2026: una festa per la Scala

L’ 11 maggio 1946 la Scala veniva solennemente riaperta con un concerto dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale che l’avevano gravemente colpita. Oggi Milano celebra gli ottant’anni da questa rinascita con una serie di eventi culminanti con un concerto alla presenza del Presidente della Repubblica.

Storia di una rinascita

Ecco come lo scenografo scaligero di allora, Nicola Benois, raccontò la rinascita del nostro massimo teatro. In questa immagine la Scala, distrutta dalla guerra, viene salvata dall’Italia attorniata da angeli che la fanno volare trainata dal carro di Apollo.

Come avvenne questa rinascita, fatta di coraggio, speranza, capacità e tanto, tanto lavoro? La raccontiamo brevemente come una delle tante belle storie della nostra città.

I bombardamenti dell’agosto 1943. “Invano cerchi tra la polvere,/ povera mano, la città è morta“. Così scriveva Salvatore Quasimodo in “Milano, agosto ’43”. I bombardamenti avevano causato la rovina e la distruzione di edifici, fabbriche, infrastrutture; tanti erano stati i morti e oltre 400.000 persone erano senza casa.

Anche la Scala era stata gravemente danneggiata. Le bombe avevano distrutto il tetto e la volta che, crollando, avevano trascinato nella loro caduta il proscenio e parte dei palchi e delle gallerie. Sembrava la fine di un’epoca e, soprattutto, di un simbolo della nostra città. Ampio fu il dibattito tra chi pensava che il nostro teatro andasse abbattuto e ricostruito e chi si batteva perchè potesse essere salvato.

Come non pensare, oggi, alle discussioni sul futuro del nostro stadio di San Siro, la Scala del calcio?

La ricostruzione. Per fortuna c’era chi credeva nella possibilità di una rinascita del teatro, come l’ingegner Luigi Lorenzo Secchi, un dirigente tecnico del Comune, che già dal 1932 aveva lavorato per la Scala realizzando, tra l’altro, disegni e appunti che saranno preziosi per la ricostruzione del teatro.

Questo grande e schivo ingegnere riuscì a far prevalere la strada della ricostruzione, tanto più che parte delle attrezzature, già all’avanguardia, si era salvata. Subito venne iniziato lo sgombero delle macerie (ove possibile riutilizzandole), la demolizione delle parti pericolanti e la copertura del tetto per evitare che le piogge e l’inverno peggiorassero la situazione.

Non fu un’impresa facile: i finanziamenti mancavano e diverse erano le opinioni degli esperti sulle scelte dei materiali da utilizzare. L’ingegner Secchi non si perse d’animo. Fece realizzare una struttura in ferro che era più leggero, malleabile ed economico rispetto al cemento armato; fece restaurare in modo geniale lo splendido lampadario e, “provando e riprovando” fece rifare persino i chiodi esattamente uguali a quelli usati dal Piermarini per non provocare la rottura dei legni utilizzati.

Era soprattutto preoccupato perchè, accanto al rispetto per la struttura originaria, fosse salvaguardata la perfetta acustica. Quando, terminata l’ultima prova prima della riapertura, chiese a Toscanini il suo parere, il Maestro rispose: “L’acustica è come prima, se non meglio di prima” e questo, scrisse l’ingegnere, fu “il coronamento del mio lavoro e della mia ansia”.

I costi furono ingenti e spesso finanziati da privati e dai cittadini stessi, ma, come scrive ancora l’ingegner Secchi: “Le spese sostenute dallo Stato furono esigue, rispetto a quelle sussurrate… Si lavorò con passione, con cronometrica prevista successione delle fasi del lavoro… con ottime maestranze”. La Scala era pronta per la riapertura!

Il concerto inaugurale dell’ 11 maggio 1946. La Scala, che nel frattempo aveva proseguito la sua attività fuori sede, prima a Como, poi a Bergamo e infine al Castello Sforzesco e al Teatro Lirico, era pronta a riaprire solennemente. Sindaco di Milano era il socialista Antonio Greppi che amava profondamente il teatro e che aveva messo la ricostruzione della Scala tra le priorità da realizzare.

Venne invitato a dirigere il concerto inaugurale il Maestro Arturo Toscanini che, in opposizione al regime fascista, si era trasferito in volontario esilio in America. Il sindaco, che aveva perso un figlio partigiano, avrebbe voluto che il concerto fosse preceduto da un breve discorso per ricordare il recente e doloroso passato, ma il Maestro si oppose fermamente perchè riteneva che la musica dovesse essere al di sopra delle vicende umane. Il sindaco scrisse al sovraintendente alla Scala Antonio Ghiringhelli: “Toscanini è certamente un grande artista, ma prima di lui ci sono i Martiri e gli Eroi”. Per evitare polemiche non ci fu alcun discorso.

Il concerto ebbe inizio alle 21 precise dell’ 11 maggio e Toscanini diresse, con una bacchetta dall’impugnatura tricolore, musiche di autori solo italiani. Non venne suonata la Marcia Reale, anche se il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica sarebbe avvenuto qualche settimana più tardi.

Il concerto della Scala venne diffuso con altoparlanti in piazza del Duomo, in Galleria, in via Manzoni con grande partecipazione dei milanesi e persino i tram furono fermati per non disturbare la musica. Le note raggiunsero, attraverso la radio, anche l’Europa e gli Stati Uniti.

In pochissimo tempo, nonostante le gravissime difficoltà postbelliche, la Scala era rinata!

Il concerto celebrativo dell’ 11 maggio 2026. Ecco alcune immagini della festa per gli ottant’anni dalla riapertura della Scala.

A presto…

Buon Primo Maggio con i “Mughetti” di Čajkovskij

Fin dall’antichità il mughetto ha sempre avuto un forte carattere simbolico nella cultura europea ed è stato fonte di ispirazione per leggende, scrittori, persino maestri della moda (pensiamo agli abiti da sposa di alcune principesse e al grande Christian Dior).

Questo piccolo fiore viene tradizionalmente regalato il Primo Maggio per augurare gioia e fortuna alle persone care. Per i nostri auguri quest’anno abbiamo trovato una rarissima poesia dedicata ai mughetti che il grande compositore russo Pëtr Il’ič Čajkovskij aveva scritto durante un suo viaggio in Italia nel dicembre 1878.

Ci sono immagini molto belle, ricche di sensibilità e nostalgia. Anche se i versi risentono dell’epoca in cui sono stati scritti, abbiamo potuto conoscerli solo grazie ai mezzi attuali che ci hanno permesso, in poco tempo, la traduzione dal russo attraverso una versione inglese. Straordinario legame tra passato e presente!

“Quando alla fine della primavera colgo per l’ultima volta
i miei fiori preferiti, un desiderio mi riempie il petto,
e al futuro mi rivolgo con urgenza:
lasciami guardare ancora una volta i mughetti.
Ora sono appassiti. Come una freccia l’estate è volata via,
i giorni si sono accorciati. Il coro delle piume tace,
il sole ci concede più clemente il suo calore e la sua luce,
e il bosco ha già steso il suo tappeto di foglie.
Poi, quando arriva il rigido inverno
e le foreste indossano la loro coltre di neve,
vagabondo sconsolato aspetto con rinnovato desiderio
che il cielo risplenda del sole di primavera.
Non trovo piacere nei libri, né nelle conversazioni,
né nelle slitte veloci, né nello scintillio rumoroso del ballo,
né nel mio amore, né nel teatro, né nella cucina raffinata,
né nel tranquillo crepitio dei ceppi che ardono nel fuoco.
Aspetto la primavera. Ed ecco che appare l’incantatrice,
il bosco si è liberato del suo sudario
e ci prepara l’ombra,
i fiumi cominciano a scorrere e il boschetto si riempie di suoni
e finalmente il giorno tanto atteso è arrivato!
Presto nel bosco! Corro lungo il sentiero familiare.
I miei sogni si saranno avverati, i miei desideri saranno stati appagati?
Eccolo! Chinandomi a terra, con mano tremante
colgo il meraviglioso dono dell’incantatrice Primavera.
O mughetto, perché sei così piacevole alla vista?
Altri fiori sono più sontuosi e maestosi,
con colori più brillanti e motivi più vivaci,
eppure non hanno il tuo misterioso fascino.
Dove si cela il segreto del tuo incanto? Cosa profetizzi all’anima?
Con cosa mi attrai, con cosa rallegri il mio cuore?
È forse che fai rivivere il fantasma dei piaceri passati,
o è la beatitudine futura che ci prometti?
Non lo so. Ma il tuo profumo balsamico,
come vino che scorre, mi riscalda e mi inebria,
come musica, mi toglie il respiro,
e come una fiamma d’amore, pervade le mie guance ardenti.
E sono felice mentre fiorisci, modesto mughetto,
la noia dei giorni invernali è passata senza lasciare traccia,
e i pensieri opprimenti sono svaniti, e nel mio cuore in languida consolazione
accoglie, con te, la dimenticanza di problemi e affanni.
Eppure ora appassisci. Di nuovo in monotona successione
i giorni inizieranno a scorrere lentamente, e più forte di prima
sarò tormentato da un desiderio insistente,
dal sogno angosciante della felicità dei giorni di maggio.
E poi un giorno la primavera chiamerà di nuovo
e solleverà il mondo vivente dalle sue catene.
Ma l’ora giungerà. Non sarò più tra i vivi,
incontrerò, come tutti, il mio destino.
E poi? Dove, nell’ora alata della morte,
la mia anima, obbedendo al suo comando, si innalzerà silenziosamente?
Nessuna risposta! Sii silenziosa, mente inquieta,
non puoi immaginare cosa ci riserva l’eternità.
Ma come tutta la natura, attratti dalla nostra sete di vivere,
ti invochiamo e aspettiamo, bella Primavera!
Le gioie della terra sono così vicine a noi, così familiari,
la fauce spalancata della tomba è così oscura!”

Buon Primo Maggio a tutti con tanta felicità e buona sorte!

A presto…

Cartoline dal FuoriSalone 2026

Le Design Week è appena terminata: abbiamo visto antichi palazzi e chiese sconsacrate ospitare nuove creazioni e luoghi storici con avveniristiche installazioni, entrare sempre più chiese nel circuito del FuoriSalone, espandere lo spazio dedicato al food, crescere a dismisura le file interminabili e il numero di eventi e di feste per poter dire “io c’ero”.

Abbiamo pensato di raccontare questo FuoriSalone con alcune cartoline e di dare a ciascuna di queste il titolo di film famoso. Rispetto al grande numero di eventi, le nostre cartoline sono senz’altro poche, ma parlano della nostra città e di tutti noi. Per il FuoriSalone 2026 il nostro titolo è “Il Diavolo veste Prada”, immagine di stile e di stiletti.

La piscina Guido Romano. Siamo tornati a vedere questa piscina centenaria, entrata per la prima volta nella “geografia” del FuoriSalone.

Gli spazi espositivi hanno presentato oggettistica in vetro molto bello che richiamava la trasparenza dell’acqua mentre riflette i colori cisrcostanti.

Ma è stata soprattutto l’accogliente bellezza di questa piscina e del suo parco a farci venire voglia di estate, relax, calore e pensieri da sciogliere in un tuffo rinfrescante. “Sapore di mare”.

Santa Maria alla Fontana. Anche lo spazio che questa chiesa ha concesso per l’esposizione di elementi di arredo outdoor è una new entry da ricordare nel FuoriSalone 2026.

Le installazioni erano per lo più garbate anche se in una sala accanto al chiostro era stato allestito un bar del tutto simile a quelli della movida; in fondo ci troviamo all’Isola…

Non nascondiamo qualche perplessità: senza dubbio le nuove entrate faranno nascere e aiuteranno i progetti della parrocchia e forse faranno conoscere di più questo luogo di fede.

Durante il FuoriSalone nulla, però, parlava del santuario che rimaneva quasi estraneo. Il nostro titolo è “Quo vadis”

L’Università Statale. Sempre scenografiche e sorprendenti sono le installazioni della Statale che quest’anno fanno riflettere su alcuni temi e contraddizioni del nostro tempo.

Guardiamo con sgomento l’installazione con le macerie di alcune scuole ucraine, ma conserviamo un briciolo di speranza e di fiducia in questa nostra umanità perchè questi detriti di vita e di cultura possano diventare materiali da ricostruzione. “The Day After”

Ha fatto il suo ingresso alla Ca’ Granda anche il Food, in modo spettacolare e problematico insieme. Per la Mutti è stato costruito un tunnel fatto di lattine, dove il pubblico poteva passare sentendo anche il profumo della “passata” di pomodoro. Siamo forse anche noi tutti in “scatola” e abbiamo nostalgia del passato, del sugo della nonna? “Le vacanze intelligenti” episodio del film “Dove vai in vacanza?”.

Molto interessanti anche le “formone” di Parmigiano, frutto della nostra antica tradizione ed eccellenza del Made in Italy, conosciuta in tutto il mondo.

I visitatori potevano “entrare” in una struttura a forma di Parmigiano e vedere la bellissima scultura fatta da decine di grattugie, strumenti per “dividere” e godere con altri questo cibo. “Il pranzo di Babette”

In un angolo del Cortile d’Onore della Statale c’è un gorilla rosso dall’aspetto infuriato al centro di un evento.

All’angolo opposto si trova l’opera “Regeneration” con un altro gorilla, un capriolo e dei piccoli uccelli sopra un piedestallo fatto con materassi di chi vive tra i rifiuti del benessere. Le scimmie hanno forse sostituito una umanità estinta? “Il pianeta delle scimmie”

In un altro cortile vediamo una barca in costruzione tutta di tela bianca che sembra una simbolica arca di salvezza e di speranza rispetto ad un futuro incerto. “C’è ancora domani”.

A tutti un arrivederci al FuoriSalone 2027!

A presto…

Una cartolina in attesa del FuoriSalone: la piscina Guido Romano (o Ponzio)

Tra qualche giorno avrà inizio la Design Week, la settimana forse più scenografica e affollata della nostra città. Palazzi, giardini, edifici e luoghi vari si apriranno al pubblico per il FuoriSalone presentando oggetti e materiali per l’arredamento di alta gamma. Talora questi “contenitori” sono così belli (e non sempre visitabili) da rubare persino la scena ai “contenuti” esposti.

In questa edizione 2026 il FuoriSalone, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, proporrà per la prima volta al pubblico tra i “contenitori” anche la piscina “Guido Romano”, conosciuta dai milanesi come la “Ponzio”, dal nome della via dove si trova.

Come si trasformerà la piscina per questa occasione? In attesa di vedervi qualche spettacolare installazione, che sappiamo sarà dedicata al vetro, riscopriamone la storia ricordando anche il suo progettista, Luigi Lorenzo Secchi, uno dei più geniali e innovativi ingegneri del secolo scorso, al quale la nostra città deve molto. Di lui e del suo amore per Milano e la sua gente parleremo un’altra volta, riscoprendo altre sue opere diffuse in diverse zone periferiche al servizio della collettività.

La “Ponzio” ieri e oggi

Questa piscina compie quasi cent’anni. Venne, infatti, inaugurata nel luglio del 1929 su progetto del giovane ingegner Secchi, che lavorava per il Comune di Milano. Era (ed è ancora) una piscina all’aperto, circondata da ampi spazi per i bagni di sole e il tempo libero dei milanesi che restavano in città. Molto grande, poteva ospitare fino a 1500 persone.

C’erano due grandi vasche: una più grande e profonda, (di circa 100 per 40 metri) rettangolare ma con i bordi stondati agli angoli per evitare ristagni, riservata ai nuotatori, l’altra, realizzata in seguito, per i bambini, che con i loro costumini in lana sferruzzati da mamme e nonne, giocavano all’aperto, prendevano un po’ di sole e familiarizzavano con l’acqua.

Secondo il progetto dell’ingegner Secchi l’acqua per queste due vasche veniva prelevata direttamente dal sottosuolo, depurata e sterilizzata automaticamente. Intorno alle vasche c’erano cabine in muratura, un bel porticato, un’ampia zona a verde e per le sabbiature. Completavano la struttura tre begli edifici, riservati agli ingressi e ai servizi (anche docce calde).

Ora nella palazzina centrale, realizzata in un sobrio stile Novecento, che ci fa ricordare i dipinti di Sironi e De Chirico, ha sede un comando della Polizia Locale.

La Ponzio non fu l’unica piscina di Milano realizzata dal Secchi. Sue sono anche la Cozzi (allora la più grande piscina coperta d’Europa) e la Caimi (anch’essa all’aperto), oggi meglio conosciuta come i “Bagni Misteriosi” di via Pier Lombardo. Costruite in zone allora periferiche e dal pubblico (il Comune) per il pubblico, sono ancora belle, rivalorizzate e utilizzate.

Come è oggi la Ponzio? In questo momento è chiusa in attesa della riapertura estiva. Cercheremo di riscoprirla in occasione del prossimo FuoriSalone e, soprattutto, nelle calde giornate d’estate.

A presto…

Una Via Crucis contemporanea nel centro di Milano

La chiesa di San Raffaele, nella via omonima, fa parte di quella Milano che non ama apparire, ma che è presente per chi cerca un angolo di pace dove poter sostare per riflettere. Infatti, pur trovandosi accanto alla Rinascente, a due passi dai locali e dai negozi del centro, questa chiesa, luogo di grande spiritualità, resta in disparte, quasi a voler continuare a “proteggere” come un tempo la chiesa principale di Milano.

La chiesetta di San Raffaele era sorta nell’Alto Medioevo (nell’800 circa) vicino ad altre dedicate agli Arcangeli (Michele, Gabriele e Uriele) e a due battisteri (Santo Stefano e San Giovanni alle Fonti) quasi a vegliare su quella che potremmo considerare il Duomo di allora: Santa Maria Maggiore.

Nel tempo questi edifici sacri vennero demoliti tranne, appunto, San Raffaele rifatta in stile barocco per volontà di San Carlo Borromeo, che aveva affidato all’Alessi, che stava lavorando a Palazzo Marino, il progetto della chiesa. Se guardiamo la facciata, questa appare divisa a metà: la parte inferiore, barocca, risale al 1500, mentre quella superiore è stata costruita trecento anni dopo. La parte barocca è caratterizzata da erme barbute che sembrano proteggere con la loro severa austerità la spiritualità di questa chiesa.

Oltrepassati i portoni secenteschi, subito si è colpiti dal silenzio e dalla compostezza dei presenti, in adorazione del Santissimo, sempre esposto sull’altare maggiore. Piano piano, siamo riusciti ad avvicinarci per vedere l’ostensorio che, in puro stile ambrosiano (diverso da quello romano, a raggiera), ha la forma antica di un tempietto, che rappresenta il Santo Sepolcro con il Santissimo che ci parla di Resurrezione.

La chiesa, a tre navate, ha alcuni dipinti di autori importanti (Procaccini, Morazzone, Fiammenghino, Cerano) ma, nel contempo, è stata sempre aperta all’arte sacra contemporanea. Oggi, in occasione della prossima Pasqua, desideriamo segnalare la bellissima Via Crucis di Emily Jacir, una artista palestinese vivente, nata a Betlemme, che ha studiato a lungo la chiesa di San Raffaele per ambientarvi una Via Crucis mediterranea ed universale.

In quest’opera senza scene nè volti, il nome di Gesù è inciso, in caratteri latini o arabi, su tondi che ricordano il Santissimo esposto.

Sotto alcuni tondi ci sono piccole bacheche dove sono conservati oggetti, simboli del dolore e delle tragedie umane: reti da pesca e chiavi di chi ha dovuto abbandonare casa, lavoro e la propria terra, bossoli di proiettili, una corona di spine fatta con il filo spinato di chissà quale luogo proibito, una stoffa colorata che vestiva una donna.

In una bacheca più grande delle altre c’è il piccolo resto di una imbarcazione in legno: possiamo pensare ai tanti dolorosi viaggi dei migranti, ma anche alle odissee materiali e spirituali di ciascuno alla ricerca della propria Itaca.

Nelle chiesa non sono presenti indicazioni sull’artista nè su quest’opera che vale assolutamente una visita. Quando, però, si percorrono le navate per guardare queste drammatiche stazioni, non si può fare a meno di guardare verso il Santissimo al centro dell’altare, per affidarsi alla sua misericordia per la nostra pace.

A tutti un affettuoso augurio di una Pasqua serena.

A presto…

Un monaco del 1400 alla stazione Cadorna

La statua di “Santo barbuto con libro” è da qualche tempo arrivata alla stazione Cadorna e da una vetrina guarda viaggiatori e pendolari che si affrettano per non perdere il ritmo veloce della vita di Milano.

Il Santo, probabilmente identificabile come un monaco, conosce la nostra città: la sua statua è stata infatti prima su un altare per ascoltare le preghiere della gente, poi è salita su una guglia del Duomo e ha visto Milano crescere, espandersi e, forse, perdere qualcosa.

Diventato tutto sporco per il tempo, lo smog e i piccioni che si appoggiavano sul suo libro, è stato fatto scendere dalla sua guglia ed è finito in un deposito perchè non era più “bello” da vedere.

La Veneranda Fabbrica del Duomo, però, non l’ha abbandonato e, ripulito e restaurato a cura di FNM, è stato “adottato” e posto in una teca dalle Ferrovie Nord.

Il nostro “Santo barbuto” avrà sorriso pensando che, anni fa, proprio tra questo via vai di treni era nata alle sorelle Giussani l’idea di un libretto tascabile da leggere durante i viaggi? Era nato Diabolik...

Chissà se questo monaco ha mai finito di leggere il suo libro? Probabilmente ora guarda con curiosa meraviglia i viaggiatori con gli occhi fissi sullo smartphone o su un kindle… In fondo il suo libro in marmo di Candoglia è molto pesante e non è poi così facile da leggere… E se gli regalassimo un e-book come benvenuto nel XXI secolo?

Buona lettura a tutti!

A presto…

Una cartolina per il “Tredesin de Marz”

A Milano anche il calendario segue un suo “rito ambrosiano”, un po’ diverso dal resto d’Italia. L’Avvento dura due settimane in più, cominciando dopo l’11 Novembre, giorno dell’estate di San Martino che ci regala lo spettacolo del foliage.

Il periodo natalizio inizia il 7 Dicembre, Festa di Sant’Ambrogio, con gli incontri tra amici e colleghi che si susseguono come una collana di piccole luci che renderà più luminoso il Natale.

Il clou del “rito ambrosiano” natalizio lo si raggiunge alla sera della Vigilia, quando in tutta Italia si festeggia con un pantagruelico cenone di magro a base di pesce, pasta “a vongole” e specialità locali, mentre qui da noi… niente; si lavora mezza giornata, al pomeriggio corsa in “centro” per gli ultimissimi regali, cena casual e leggerissima, Messa di mezzanotte…

La nostra festa, rigorosamente in famiglia, è il pranzo di Natale che, per tradizione, vuole raviolini in brodo, cappone con mostarda e panettone. Se sushi, aperitivi, piatti di cucine etniche ci accompagnano tutto l’anno, a Natale… si mangia come facevano i nostri nonni!

E il Carnevale? Quando nel resto d’Italia è finito e ricorre il Mercoledì delle Ceneri, a Milano inizia il Carnevale, grazie, ancora una volta, a Sant’Ambrogio che ha “accorciato” la Quaresima.

Poteva dunque sfuggire a questo “nostro” calendario la Primavera? Qui da noi inizia il 13 marzo, ben una settimana prima della data ufficiale. Anche in questo caso c’è di mezzo un Santo, San Barnaba, che forse a Milano non ci è mai neanche stato. Rileggiamo questa antica storia.

E se domenica, 15 marzo, avete voglia di fare un giretto, vi ricordiamo che ci sarà a Porta Romana la festa del “Tredesin de Marz”, inizio della Primavera milanese. Non manchiamo di visitare, in corso di Porta Vigentina, la chiesa di Santa Maria al Paradiso, dove si trova la misteriosa pietra celtica, alla base dell’evangelizzazione milanese.

Per questa festa facciamoci belli come la “Carolina” del De Marchi e andiamo anche dal parrucchiere per tagliare i capelli… cresceranno ancora più folti.

A tutti Buon Tredesin de Marz, l’alba della nostra primavera!

A presto…