San Cristoforo, una chiesetta lungo il Naviglio – parte prima, l’esterno

Lungo il Naviglio Grande e il percorso del tram n. 2, c’è un’antica chiesetta rimasta immutata nel tempo, che ci fa chiedere se siamo veramente a Milano. È uno dei tanti volti della nostra città, quello che parla alla mente, ma tocca il cuore.

È dedicata a San Cristoforo, il gigante gentile che portò Gesù Bambino sulle spalle attraversando un fiume. È diventato poi il patrono dei viaggiatori.

Per visitare questa chiesetta, facciamoci pellegrini di un viaggio, storico e non solo. Fermiamoci come prima tappa davanti al grazioso ponticello che supera il Naviglio davanti alla chiesa.

Non sappiamo se, rifatto e rimaneggiato, sia quello di cui parlava uno storico milanese, il Giulini, che nel Settecento ricordava come, nell’archivio cittadino, fosse conservato un documento della fine del Trecento nel quale si concedeva la costruzione di un ponticello proprio in questa zona.

Certo che tanta acqua è passata sotto di esso. Qui arrivavano merci e idee, materiali e persone (da qui passò, si dice, il corteo nuziale di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este). Ancora qui, lungo queste sponde, c’erano, e ci sono, gli stalli di pietra delle lavandaie, ma l’acqua, allora, era pulita.

Una riflessione: se si riapriranno alcuni tratti del Naviglio Interno, sarà necessaria tanta, tanta manutenzione per evitare i miasmi, i problemi igienici e le zanzare che, tra l’altro, avevano portato alla sua copertura. Il Manzoni già lo definiva “fogna a cielo aperto” dove, come scriveva anni dopo il Turati: “sul gorgo viscido, chiazzato e putrido, sghignazza un cinico raggio di sole”. Speriamo in bene!

Oltrepassiamo ora il ponticello e fermiamoci davanti alla chiesa nel piccolo piazzale, che purtroppo non è isola pedonale.

San Cristoforo, come l’Incoronata, è una chiesa doppia, ma le facciate affiancate sono ben diverse per stile ed epoca di costruzione.

La parte più antica di San Cristoforo è quella di sinistra, col tetto a capanna. Venne costruita alla fine del XII secolo dove sorgeva una piccola cappella, sorta a sua volta, sembra, su tempio romano dedicato a Ercole. In questo luogo di preghiera, dunque, sono sempre stati venerati dei giganti. Scaveremo un po’ per saperne di più parlando di San Cristoforo.

Proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta di questa chiesa, fermandoci davanti alla facciata di sinistra. Un bel rosone in cotto sovrasta il portone rettangolare piuttosto basso e largo.

Sugli stipiti ci sono due piccole sculture antropomorfe in marmo bianco. Una, in particolare, ci coglie di sorpresa: è un triplice volto.

Immediatamente pensiamo a quello della Cappella Portinari in Sant’Eustorgio, ma le differenze ci sono, eccome! Infatti in quest’ ultimo sono rappresentati tre volti di donna, nelle diverse età della vita. la scultura in San Cristoforo mostra due visi che sembrano femminili e uno maschile, barbuto, al centro.

La scultura in San Cristoforo, invece, mostra due visi che sembrano femminili e uno maschile, barbuto, al centro. Non solo; il mistero si infittisce. Il volto più interno ha una piccola “mandorla” in rilievo alla radice del naso, una sorta di terzo occhio. Non siamo riusciti a scoprire di più a proposito di questa strana e insolita scultura. Quale messaggio custodisce?

Alla storia, invece, ci riporta il triplice stemma sopra il rosone. Sono rappresentati il logo dei Visconti, quello storico del Comune di Milano, risalente ai tempi del Barbarossa, e quello con il cappello cardinalizio tra sole e stelle dell’Arcivescovo di allora, Pietro Filargo di Candia, un frate francescano che riuscì a far ottenere a Gian Galeazzo il titolo di Duca dall’Imperatore.

Pochi passi ancora e ci fermiamo davanti alla facciata della seconda chiesa, chiamata anche Cappella Ducale. Siamo nel 1399, Milano è decimata dalla peste e il Duca Gian Galeazzo Visconti fa erigere questa Cappella come voto da parte dei milanesi per la fine dell’epidemia. Non ne vedrà il compimento, vittima anche lui della pestilenza.

La cappella era affiancata alla prima chiesetta; purtroppo gli affreschi che ricoprivano interamente la sua facciata ora sono gravemente deteriorati. Sopra il portone appaiono gli stemmi dei Visconti e del Comune di Milano, ben in vista.

Proseguendo il nostro viaggio intorno a San Cristoforo, vediamo anche il bel campanile del XV secolo, ancora autentico e unico nel suo genere a Milano.

Ancora qualche passo e incontriamo, a ridosso della Cappella Ducale, una costruzione più “recente”: la Cappella dei Morti, risalente alla peste manzoniana del 1600.

Un teschio e due tibie incrociate sembrano prendere forma nella grata di ferro.

Un semplice, piccolo giardino sul retro lascia intravedere l’abside della chiesa più antica. Sembra un richiamo, torniamo sui nostri passi e varchiamo la soglia.

A presto, per vedere l’interno…

La costruzione del Duomo: quando la nostra cattedrale si vestì di rosa

Il Duomo è fatto di conchiglie. Tanto tempo fa, in un’era lontana lontana, quando un grande mare ricopriva la pianura padana, c’era una zona ricca di conchiglie. Nel corso di milioni di anni sono diventate marmo rosa, fuse nella roccia.

Il marmo rosato, con il quale è stato costruito il nostro Duomo, è nato così, in Val d’Ossola, estratto dalle cave di Candoglia.

Esse appartenevano all’allora Signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti che le donò alla Veneranda Fabbrica per la nostra Cattedrale. Ancora oggi, viene estratto da queste cave, bello e delicato, facile da lavorare ma fragile, per continuare l’opera iniziata più di seicento anni fa.

Milano era già allora una città ricca e fiorente, ma non aveva una cattedrale prestigiosa come quelle diffuse in Europa e in Italia.

Cattedrale di Chartres

Basilica di S.Antonio a Padova

Duomo di Orvieto

Duomo di Firenze

Le due concattedrali di Santa Tecla e di Santa Maria Maggiore, che si trovavano “in piazza Duomo” erano piuttosto vecchiotte. Inoltre, nel 1353 il grande campanile situato nei pressi dell’odierna Galleria era crollato facendo moltissime vittime e demolendo parte di Santa Maria Maggiore.

Circa trent’anni dopo l’Arcivescovo di Milano, Antonio da Saluzzo, diede l’avvio ai lavori della nuova cattedrale. Subito i milanesi si gettarono con amore e entusiasmo in quest’opera che doveva perpetuare la sacralità del luogo, dove da sempre c’erano templi e boschi sacri.

L’Arcivescovo approva il progetto – porta del Duomo di L. Minguzzi

Benedizione della prima pietra – porta del Duomo di L. Minguzzi

Era il 1386 e si pensava ad una cattedrale in mattoni e cotto, secondo la tradizione lombarda. Gian Galeazzo, però, entrò, per così dire, a gamba tesa e un anno dopo volle che il futuro Duomo venisse costruito in marmo, nello stile delle più ammirate cattedrali europee.

Duomo di Colonia

Notre Dame di Parigi

Il Duca donò le cave di Candoglia, fece ingentissime e continue elargizioni; avrebbe voluto anche un archistar francese, Jean Mignott, ma i milanesi fecero catenaccio, licenziarono l’architetto e vennero preferite maestranze italiane, meglio se lombarde. Il Duomo sarebbe stato dei milanesi e non dei Visconti; Gian Galeazzo, volendo un mausoleo per la sua dinastia, si impegnò anche nella costruzione della Certosa di Pavia.

tomba di Gian Galeazzo

Certosa di Pavia

I muratori furono sostituiti dai marmoristi e dagli scalpellini e tutti i milanesi lavorarono con impegno e generosità in un’opera comune e condivisa.

Anno dopo anno, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo (e ora è cambiato anche il millennio), la storia e la costruzione del Duomo sono continuate in un’incredibile staffetta.

Ancora oggi la Fabbrica si occupa dei lavori che riguardano la cattedrale e propone iniziative per raccogliere i fondi necessari. È di questi giorni la notizia dell’orologio a cucù, simbolo di “Adotta una Guglia”, donato a Barak Obama in visita a Milano.

Oltre seicento anni hanno influito sulla storia della nostro Duomo. Più architetti, più scuole, più stili hanno lasciato la propria impronta donandoci opere da ammirare in una sorta di museo di arte e di fede.

Nel Quattrocento venne completata l’abside, forse la parte più bella del Duomo; il colore irruppe in alcune preziose vetrate, si innalzarono le prime guglie.

La prima in assoluto venne dedicata a Marco Carelli, il benefattore che aveva donato tutte le sue ingenti ricchezze al Duomo. Ancora oggi la vediamo sopra l’abside; la statua, però, su questa guglia ritrae Gian Galeazzo, in fondo anche lui sponsor del Duomo.

Statua originale – Museo del Duomo

Nel 1418 Papa Martino V consacrò l’altare maggiore e diede inizio al culto.

Nella seconda metà del Quattrocento vennero abbattuti, per fare spazio, l’Arengo, Santa Tecla e una parte di Santa Maria Maggiore che, però, “prestò” ancora la facciata al Duomo.

Nel Cinquecento vennero terminate la cupola e una parte della terrazza.

Alla direzione dei lavori c’era Pellegrino Tibaldi che poteva contare sull’appoggio dell’Arcivescovo Carlo Borromeo. L’architetto presentò anche un progetto della facciata e, all’interno, si dedicò, tra l’altro, al pavimento, un tappeto di fiori e di conchiglie di marmo.

Con la dominazione spagnola (1535 – 1714), però, i lavori andarono un po’ a rilento.

F. Gonin

evento nel 1630

Nella seconda metà del Settecento, sotto il governo austriaco, vennero iniziati i lavori per la guglia (1765) che avrebbe ospitato nove anni dopo la Madonnina, il punto più alto di Milano fino al secondo dopoguerra.

Nell’Ottocento Napoleone, che voleva essere incoronato in Duomo Re d’Italia con la Corona Ferrea (vi ricordate il “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”?), diede una accelerata ai lavori. Venne completata la facciata, si innalzarono guglie e statue.

Ma chi pagò i conti imperiali? Per sostenere le ingenti spese, l’Imperatore e Re ordinò la vendita di tutti i beni che la Veneranda aveva amministrato per secoli con grande saggezza. L’impegno di Napoleone era quello di pagare metà delle spese, ma stiamo ancora aspettando…

Passarono Re e Imperatori…

Incoronazione di Ferdinando d’Austria Re del Lombardo Veneto

Te Deum in Duomo dopo la vittoria dei Franco-Piemontesi

Nel tardo Ottocento si parlò di rifare la facciata napoleonica. L’architetto incaricato, Giuseppe Brentano, però, morì giovanissimo mentre stavano per iniziare i lavori e tutto rimase come allora.

Nel corso del Novecento, infine, ci furono importanti opere di rifacimento, dopo i danni della guerra. Nel corso del secolo vennero completate le porte di bronzo e fu effettuato il recupero statico della cattedrale.

La facciata, invece, è rimasta sempre la stessa, quella napoleonica, imperfetta e composita, unica e inconfondibile: è… la nostra.

Continua…

 

Il Duomo, da sempre il centro di Milano – (parte seconda bis – altre piccole storie)

Una di queste prostitute era una certa Marta, venuta a Milano da Padova in cerca di fortuna. Era diventata molto ricca; possedeva case, gioielli, abiti eleganti come una grande dama, ma non aveva dimenticato gli “ultimi”.

Artemisia Gentileschi – Maddalena

Faceva donazioni a poveri e conventi; aveva inoltre “adottato” Venturina, una bimbetta abbandonata dalla madre sulla ruota degli esposti.

Marta aveva poi lasciato la professione e un giorno, sapendo di avere ancora poco da vivere a causa di una malattia legata al lavoro di un tempo, fece testamento a favore della Veneranda Fabbrica, alla quale lasciò tutti i suoi averi senza però scordarsi di chi era stato meno fortunato di lei.

Venturina venne affidata, con una cospicua dote, alla tutela della Fabbrica perchè si occupasse di lei per ogni sua necessità; ad una ex-collega, una certa Novella, Marta lasciò un’ingente somma perchè cambiasse vita e diventasse honesta.

Infine dispose che nel giorno della sua morte, il 3 marzo 1394, si facesse ogni anno una cerimonia religiosa e fossero distribuiti ai poveri frumento e ceci come in una grande festa.

Grazie ai diversi lasciti il Duomo crebbe, pietra su pietra, con l’aiuto di tutti coloro che, nonostante i propri errori e manchevolezze, volevano partecipare alla sua edificazione.

Ecco ora un’altra storia molto diversa, un po’ più misteriosa ma ancora attuale. A metà della navata esterna di sinistra del Duomo troviamo un altare di marmo diventato lucido, tra due lapidi con iscrizioni. Spesso vi sono appoggiati dei contenitori metallici, quasi per impedire la “strusciadina”, una sorta di strofinio contro la pietra da parte dei fedeli più anziani.

Questo altare fu dedicato alla Vergine da un certo Alessio della Tarchetta, capitano di Francesco Sforza, come ringraziamento dei doni ricevuti. Era giunto a Milano, ancora bambino, dall’Albania, diventando un valoroso uomo d’armi alla corte del Duca.

Paolo Uccello

Anche allora Milano era pronta ad accogliere uomini di paesi diversi e questi diventavano “milanesi” contribuendo alla vita della nostra città. Alessio partecipò generosamente alla costruzione del Duomo e non solo… Fonti milanesi non scritte parlano di lui come di un guaritore. Ancora oggi si dice che basti strofinare la parte del corpo dolorante contro la lapide e… passano i dolori articolari. Provare per credere (ma non troppo!).

Le offerte per il Duomo venivano impiegate anche per chi lo aveva servito ed era in difficoltà. Venne stabilita, ad esempio, una donazione alla famiglia di un operaio morto sul lavoro e diversi sussidi furono assegnati ad anziani in difficoltà economiche che avevano lavorato per la Cattedrale.

Molti erano i lasciti testamentari e le donazioni. Un ricchissimo mercante, Marco Carelli, che aveva commerciato in lana, spezie, pietre preziose e “schiave” con Venezia, donò tutti i suoi beni alla Veneranda Fabbrica, morendo in povertà assoluta. In suo onore venne realizzato il sarcofago della quarta campata destra del Duomo e, soprattutto, a lui fu dedicata la prima guglia.

guglia Carelli

Ecco infine la storia tenera di una vecchietta che aiutava la costruzione del Duomo portando mattoni da mattina a sera. Non possedeva altro che uno scialletto di logora pelliccia, con il quale si riparava dal freddo. Un giorno la Veneranda Fabbrica annotò l’offerta di questo misero indumento da parte di Caterina.

Giorgione

Era il freddo novembre del 1387. Di fronte a questo gesto di estrema generosità, la pelliccetta fu ricomperata da un certo Manuele e restituita alla poverissima donna. Inoltre la Fabbrica la rese felice fecendole realizzare il suo desiderio di recarsi a Roma per il Giubileo.

Vincent Van Gogh

Accanto a queste povere offerte ci furono nel tempo quelle ingentissime da parte dei Duchi, che diedero impulso anche a opere pubbliche di grande importanza per Milano, come i Navigli.

Angelo Inganni

Chiudiamo queste piccole storie del Bene legate al Duomo con la leggenda di un albero antichissimo.

A Mergozzo, vicino alle cave di Candoglia, da dove proviene il marmo rosa del Duomo, c’è un olmo, che la tradizione vuole essere stato piantato all’inizio della costruzione della Cattedrale. La leggenda dice che l’olmo vivrà finchè esisterà il Duomo. Gli auguriamo una storia infinita!

A presto!

Il Duomo, da sempre il centro di Milano – (parte seconda – piccole storie -1)

Quando nacque il Duomo? Secondo la tradizione la sua nascita risale al 1386, come riporta una lapide sulla parete della navata destra.

La sua storia è dunque molto lunga e ricca; per capire perché il Duomo sia ancora oggi il cuore della città racconteremo  alcune piccole e semplici storie di tanto tempo fa, che spesso hanno riguardato  gente comune.

Si dice che due “voti” siano all’origine del Duomo. Il primo riguarda le donne milanesi della seconda metà del Trecento. Non nascevano più figli maschi e si pensava a qualche “tremendo” sortilegio, aspettando invano la cicogna dal fiocco azzurro.

Si fece un voto: se fossero di nuovo nati dei maschietti, sarebbe stata edificata una nuova Cattedrale dedicata a Santa Maria Nascente ed i bambini avrebbero portato anche il nome Maria. A questo voto partecipò anche Gian Galeazzo Visconti, Signore, e poi Duca, di Milano. I risultati, anche per lui, non si fecero attendere e gli nacquero due figli maschi.

Giovanni Maria Visconti

Filippo Maria Visconti

Un altro presunto voto legherebbe Gian Galeazzo, uomo assetato di potere come suo zio Bernabò, terribile quanto lui, alla costruzione del Duomo.

Gian Galeazzo Visconti

Bernabò Visconti

Una notte il Diavolo gli sarebbe apparso in sogno e gli avrebbe chiesto, in cambio del potere, una chiesa piena di simboli demoniaci.

Così, all’improvviso, nel 1387, Gian Galeazzo intervenne nella appena iniziata costruzione della Cattedrale, facendone cambiare completamente lo stile. In effetti qualche statua poco “angelica” si vede tra le guglie…

Per fortuna la Veneranda Fabbrica, l’organismo nato insieme al Duomo allo scopo di raccogliere fondi e provvedere alla sua costruzione e manutenzione, ha nel suo stemma la Madonna che protegge col suo manto la Cattedrale.

L’ente esiste ancora oggi, vecchio di oltre seicento anni, e dalla sua sede alle spalle dell’abside si occupa di tutti i lavori di cui il Duomo ha bisogno. Questi sembra non abbiano mai termine, tanto che a Milano di qualcosa che non finisce mai si dice “lungo come la fabbrica del Duomo”.

Il Duomo fu veramente un’opera collettiva e tutti i milanesi lavorarono insieme alla sua realizzazione. Il potere civile e quello religioso, nobili e gente comune, ricchi notabili e poveracci fecero la loro parte per costruire questa Cattedrale, pur sapendo che non l’avrebbero mai vista terminata. Vollero il Duomo per Milano e ancora oggi è il centro della nostra città.

Le tracce di questo antico lavoro comune sono conservate negli Archivi della Veneranda Fabbrica che ha annotato minuziosamente le entrate e le uscite e tutto quanto riguardava la nostra Cattedrale.

Di alcuni benefattori conosciamo il nome e la storia, di molti, invece, non sappiamo nulla. Per un attimo, magari passando frettolosamente davanti al Duomo, dedichiamo a questi sconosciuti (donatori, ma anche scalpellini, muratori, operai, gente comune, ecc.) un pensiero per la fatica, il sudore, il sacrificio che hanno donato anche a tutti noi.

Alla Fabbrica veniva offerto di tutto: proprietà, monete, gioielli, arredi, abiti (persino quelli dei defunti), utensili, cibo e vino, utilizzato anche come pagamento. Inoltre venivano effettuate raccolte anche con l’incentivo di indulgenze e giubilei.

Le associazioni di mestieri e professioni erano tenute a prestare dei lavori gratuiti e ad effettuare offerte obbligatorie; invece i barconi che trasportavano il marmo erano esentati dai dazi (da qui la sigla AUF, Ad Usum Fabricae, tradotta nell’attuale “a ufo” cioè a sbafo). C’è chi dice che anche “uffa” avrebbe origine da AUF per l’esasperante lentezza dei barconi che trasportavano i blocchi di marmo dal lago Maggiore fino a Milano percorrendo il Naviglio.

un “barcone” in piazza Duomo durante l’Expo

Tutto ciò che veniva raccolto per il Duomo era catalogato, riutilizzato o rivenduto dalla Fabbrica che annotava ogni cosa con la massima “onestà” e controllo incrociato.

C’era chi donava alla luce del sole (la moglie di Gian Galeazzo donò anelli con pietre così preziose da non poter essere rivendute e vennero perciò incastonate in una tavola votiva) e chi, invece, lo faceva un po’ di nascosto come le prostitute, che portavano le offerte alla Madonna quando era ancora buio.

Una di queste era una certa Marta che…

Continua…

Benvenuti al Castello, una storia lunga 650 anni

È più vecchio del Duomo, è stato amato ed odiato dai milanesi, potenziato, abbellito, distrutto e ricostruito; tra i suoi tanti abitanti Signori e soldataglia, tra i suoi visitatori turisti, scolaresche in visita e fantasmi in attesa.

castello in milano

turisti verso il castello

Come si può raccontare il Castello nei suoi diversi aspetti passati e attuali senza essere come frastornati dal pensiero di Ludovico e Leonardo che camminavano per queste stanze, davanti a tutte le opere d’arte che i suoi Musei contengono, esplorando i sotterranei e le vie segrete, pensando alle vite interrotte di chi è diventato fantasma e aspetta ancora pace?

leonardo a milano

Leonardo e Ludovico il Moro

segrete

i sotterranei

pieta

Michelangelo – Pietà Rondanini

L’invito è quello di lasciarsi andare, di “sentire” quello che vediamo visitando il Castello, le sue stanze, i suoi Musei, i suoi angoli carichi di arte, storia, aneddoti e suggestioni.

Quattro passi nel tempo: i Visconti

Facciamo quattro passi nella storia di questo Castello, così da leggere sulle pietre, che lo formano, un po’ di vita passata della città nella quale viviamo e lavoriamo adesso.

turisti

I Visconti, un po’ serpenti, un po’ baüscia

Il Castello Sforzesco, uno dei luoghi-cartolina di Milano, non è sempre stato così e ha cambiato persino il nome.

cartolina castello

L’inizio della sua costruzione, dovuta all’amore per il potere che animava i membri della famiglia Visconti, risale alla seconda metà del 1300. Alla morte dello zio, Giovanni Visconti, arcivescovo e Signore di Milano, i suoi tre nipoti dovevano spartirsi il potere: Galeazzo e Bernabò si allearono tra loro uccidendo il fratello Matteo; poi si divisero potere e città.

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Giovanni

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Galeazzo II

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Bernabò

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Matteo

A Bernabò toccò la parte sud, a Galeazzo l’altra e, per difenderla, iniziò la costruzione di una fortezza a cavallo delle mura con la duplice funzione di consentire difesa e protezione di Milano e di garantire una eventuale via di fuga dalla città…e di se stesso dal fratello.

Questa rocca prese il nome di Castrum Portae Jovis, in quanto inglobava una porta, o meglio una pusterla, chiamata Giovia. Pertanto ancora oggi ci si riferisce al primo nucleo di quello che diventerà il Castello Sforzesco, come Castello di Porta Giovia.

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Secondo alcune versioni nelle vicinanze di questa rocca sorgeva, in epoca romana, un tempio dedicato a Giove. Proverrà da questo tempio la testa monumentale del dio, conservata al Museo Archeologico e ritrovata nei dintorni di piazza Cadorna?

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Stemma della famiglia Visconti è il Biscione, immagine talmente presente nel DNA di Milano da essere stata, per così dire, “adottata” da alcuni gioielli della città, come l’Alfa Romeo, Canale 5 e… l’Inter! (Anche nel nostro blog ci suddividiamo il tifo calcistico tra Biscione e Diavolo).

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biscione inter 1

Il significato del Biscione dei Visconti è molto controverso e ovviamente… misterioso. Forse risale all’impresa leggendaria di un cavaliere, divenuto capostipite della famiglia viscontea, che liberò le terre padane da Tarantasio, un enorme serpente dalla testa di drago, che infestava il Lago Gerundo e faceva strage soprattutto di bambini.

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drago Tarantasio

Il cavaliere uccise il serpente, che stava inghiottendo un bambino, e fece di questa impresa lo stemma della sua famiglia.

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La storia dei parenti-serpenti della famiglia Visconti fece molte altre vittime. Bernabò venne incarcerato a vita e avvelenato dal nipote Gian Galeazzo, che era anche suo genero, nel Castello di Trezzo.

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Gian Galeazzo

Bernabò è riuscito però a tornare da vincitore nel Castello Sforzesco: suo è il monumentale mausoleo, dove è raffigurato a cavallo, che ci accoglie nelle sale del Museo d’Arte Antica, dove è stato traslato dalla demolita chiesa di San Giovanni in Conca.

mausoleo bernabo

Milano era a quel tempo una città molto ricca: le marcite permettevano una raccolta di fieno due mesi prima di quella naturale, questo consentiva alla cavalleria viscontea di avere “carburante” per i cavalli in anticipo sugli altri e alle mucche di produrre più latte e quindi più alimenti per gli abitanti.

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erba e neve – una “marcita”

Cavalleria

L’industria bellica, fatta di armorari e di spadari, era fiorente. Il tutto produceva denaro, il denaro banche, le banche ulteriore ricchezza.

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Gian Galeazzo, con queste ricchezze, comprò, per centomila fiorini d’oro, il titolo di Duca di Milano dall’Imperatore e il Biscione si mise in testa la corona.

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incoronazione di Gian Galeazzo in Sant’Ambrogio

Biscione

Forse è un po’ il capostipite dei baüscia milanesi: dopo essersi comprato il titolo, voleva crearsi uno status di signore e mostrare, agli altri potenti, la ricchezza accumulata.

Per dare lustro ed immagine al nuovo blasone iniziò la costruzione del Duomo, in marmo pregiato.

marmo per il duomo

cave di marmo di Candoglia

data di inizio del Duomo

lapide commemorativa nel Duomo

Intraprese anche una politica di alleanze matrimoniali, dando, tra l’altro, in sposa la figlia Valentina a Luigi d’Orleans, accompagnata da una dote sontuosa di denaro e gioielli.

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Luigi

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Valentina

Milano era infatti all’avanguardia anche nel campo della gioielleria, come ci conferma l’Altare d’Oro di Sant’Ambrogio.

cofanetto prezioso

altare d'oro

Al momento della morte, Gian Galeazzo controllava un territorio vastissimo, da Belluno ad Asti, da Bellinzona a Pisa, da Siena ad Assisi; forse la sua intenzione era quella di unire la penisola, o almeno il Nord Italia, in un’unica monarchiacartina ducato

Per mostrare una corte degna del casato, sotto i successori di Gian Galeazzo, il Castello di Porta Giovia venne ampliato in forma quadrata, con lati di circa duecento metri e una torre ad ogni angolo. Filippo Maria, figlio di Gian Galeazzo, divenuto Duca alla morte del fratello maggiore, vi trasferì in modo definitivo la propria residenza.

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Filippo Maria

castello giovia

Alla sua morte, senza eredi maschi, venne proclamata la Repubblica Ambrosiana e il Castello, ritenuto simbolo della passata tirannia, fu saccheggiato e in parte distrutto. La città, dopo un assedio, si consegnò a Francesco Sforza, valoroso capitano di ventura, marito di Bianca Maria Visconti, figlia dell’ultimo Duca, Filippo Maria.

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Francesco Sforza

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Bianca Maria

Siamo nel 1450, l’Aquila si affianca al Biscione. Il capostipite della nuova casata ricostruirà il Castello, dandogli nome, lustro e fama.

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stemma degli Sforza

continua…

La strana storia della figlia di Bernabò Visconti – (Tanto tempo fa)

A fianco della chiesa di San Giovanni in Conca c’era il palazzo di uno dei due Signori di Milano, Bernabò Visconti.

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Questi si era diviso il potere con il fratello Galeazzo II, dopo che insieme avevano avvelenato l’altro fratello, Matteo.

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Bernabò aveva sposato la nobildonna veronese Beatrice Regina Della Scala, alla quale dobbiamo il nome del nostro maggior teatro.

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Infatti la Signora fece costruire la chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita nel Settecento per realizzare il tempio della lirica. Perciò, quando parliamo della Scala, ricordiamo l’antica Signora di Milano, moglie di Bernabò.

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Il Visconti era probabilmente molto legato alla moglie, il cui mausoleo si trova ora al Castello Sforzesco, accanto a quello del marito.

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Da lei ebbe diciassette figli…ma molti di più furono quelli naturali, almeno venti riconosciuti. Il numero è per difetto!

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Due furono le passioni private di Bernabò: le donne e…i cani. Il suo palazzo, che si trovava dove ora ci sono in parte l’Hotel dei Cavalieri e la sede dell’INPS, in piazza Missori, era conosciuto come la Ca’ di Can.

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Bernabò aveva più di cinquemila cani e molti vivevano, appunto, nel suo palazzo.

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Altri erano dati “in affido” ai sudditi perché fossero nutriti e curati, con pene severissime per chi non li avesse trattati bene. Servivano prevalentemente per la caccia ai cinghiali, molto diffusi nelle campagne attorno a Milano, ma anche come deterrente feroce per i sudditi.

Caccia medievale

cane pericoloso

L’altra passione del Signore erano le donne, tanto che si diceva “de chi e de là del Po tôt fioi del Bernabò”.

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Da una di queste amanti, Giovannola, nacque, nel 1353, una figlia, riconosciuta dal Signore e cresciuta a Palazzo, protagonista di una misteriosa storia della Milano del Trecento.

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Bernarda, questo il nome della bimba, crebbe senza la madre, allontanata per una presunta liason con un nobile.

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Molto bella e seducente, con i capelli biondo-oro e un temperamento vivace e impertinente come quello materno (e forse oggetto di un interesse non solo paterno da parte di Bernabò), fu fatta sposare a quattordici anni con un nobile signorotto della Bergamasca, Giovanni Suardo, del Castello di Bianzano.

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Non fu un matrimonio felice e la ragazza tornò a Milano, dove visse nella Rocca di Porta Romana. Fu scoperta. però, tra le braccia di un certo Antoniolo, dalle cronache descritto come un seduttore più bello che intelligente.

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Bernabò, accecato dall’ira (temeva di perdere l’alleato bergamasco o la figlia?), fece impiccare lui e incarcerare, dopo tortura, nella rocca di Porta Nuova, lei, per farla morire di stenti, nutrita solo con poco pane e acqua.

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Le fu messa accanto sua cugina Andreola, figlia di Matteo e badessa del Monastero Maggiore, anch’essa condannata a morte per aver avuto una relazione amorosa, come avverrà anni dopo per la Monaca di Monza.

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Riuscirono a sopravvivere sette mesi, nutrite di nascosto da mani caritatevoli. Infine morirono di consunzione e di stenti, in completa solitudine, separate infine, perchè la morte fosse ancora più disperata.

Is This a Real Ghost?

Fine della tragica storia di Bernarda? Assolutamente, no! Il mistero inizia ora.

Qualche mese dopo la sua morte, la ragazza venne vista in diverse zone di Milano e in altre città, tra le quali Bologna e Firenze.

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Bernabò, sconvolto da queste notizie a dir poco inquietanti, fece riesumare il corpo di Bernarda, per accertarsi della sua morte.

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Il corpo, già in decomposizione, viene riconosciuto come quello della giovane. In seguito però ella riappare dicendo di essere Bernarda Visconti. Molti la riconoscono ed è tanto viva da sposarsi a Firenze con un uomo presentatole da una sua cugina.

matrimonio

Fine della storia? Assolutamente, no!

Nel frattempo Bernabò è morto, imprigionato dal nipote Gian Galeazzo, figlio di Galeazzo II, nel Castello di Trezzo, ultima dimora tanto inquietante da essere stata visitata dalla troupe di “Mistero”.

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http://www.video.mediaset.it/video/mistero/puntate/215514/il-castello-di-bernabo-visconti.html

Il “fantasma” di Bernarda, invece, nel 1407 compare a Dalmine dove, davanti ad un notaio che ne accerta l’identità, cede alcuni beni, portati in dote, ai parenti del suo ex marito in cambio di una cospicua somma di denaro.

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Anni dopo si parlò di una clamorosa truffa, ma della donna (un’antenata di Eva Kant?) non si seppe più nulla.

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Si dice che qualche volta Bernarda esca ancora per le strade di Milano e passeggi per Santa Radegonda e Porta Romana.

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Fine della storia? Assolutamente non lo sappiamo!