Uno spin-off del Lazzaretto: Palazzo Luraschi

Ancora una volta partiamo dal Lazzaretto per raccontare di un edificio legato alla sua lunga storia: Palazzo Luraschi, che si trova all’angolo tra piazza Oberdan (vi ricordate il Diurno liberty così bello e dimenticato?) e corso Buenos Aires.

Il palazzo venne costruito tra il 1881 e l’87 dall’ingegner Ferdinando Luraschi in un’area del Lazzaretto che stava per essere demolito per far posto a nuove costruzioni.

Dell’antica struttura di manzoniana memoria rimangono ormai ben pochi resti e un altro spin-off, la chiesetta di San Carlino.

Il grande quadrilatero (metri 378 per 370) tra l’odierno corso Buenos Aires, via San Gregorio, via Lazzaretto e viale Vittorio Veneto, a fine Ottocento divenne una zona molto appetibile per la speculazione edilizia, a due passi dalla Stazione Centrale, che allora sorgeva nell’attuale piazza della Repubblica.

Così l’ingegner Luraschi e Angelo Galimberti, il capomastro soprannominato “il Barbarossa di Porta Venezia” per la distruzione del Lazzaretto, fecero costruire il primo palazzo milanese che infrangeva la “servitù del Resegone”, una norma che limitava l’altezza dei palazzi della zona nord a tre piani per lasciar vedere il Resegone e la Grigna; fu un abuso edilizio? Non lo sappiamo.

Palazzo Luraschi fu costruito in uno stile eclettico, con “omenoni”, teste leonine, decorazioni e inserti in cotto; sulla cima, come pinnacoli, si stagliavano diverse statue che potevano, almeno loro, continuare a guardare le montagne.

Anche l’interno del palazzo, ristrutturato pochi anni fa, riserva delle sorprese veramente inaspettate. Varchiamo il portone e, attraverso un suggestivo androne, entriamo… nella casa dei Promessi Sposi.

Ci troviamo in un bel cortiletto porticato con al centro un pozzo; lungo le pareti dodici personaggi del romanzo ci guardano da altrettanti medaglioni, come se l’ingegner Luraschi avesse voluto rendere omaggio all’opera che parlava del Resegone e del Lazzaretto, demolito anche per costruire il suo palazzo.

Non solo: sotto la parte destra del loggiato, addossate al muro, ci sono quattro delle colonne del Lazzaretto, segno tangibile di un passato che continua ad essere presente. Ancora una volta siamo di fronte a pietre che si spostano, come spesso accade nella nostra città.

Infine un’altra curiosità di questo strano palazzo. Al piano terreno tra il 1888 e il 1940, si apriva sulla strada il Puntigam, un locale-birreria e cafè chantant che fu tra i primi a Milano ad essere dotato di luce elettrica.

Concludiamo la visita virtuale con un sorriso. Guardiamo questa vecchia foto scattata davanti a Palazzo Luraschi in una Porta Venezia quasi deserta: non richiama l’atmosfera di questo periodo?

A presto…

Il “noir” di via Bagnera… restando a casa

Fino a qualche tempo fa non era considerata neanche “via”, ma solo “stretta”, tanto questo vicolo è angusto. Si trova in pieno centro storico, a due passi da via Torino, e unisce via Santa Marta con via Nerino. Inoltre, a metà circa della stradina, c’è una curva che la restringe ancora di più e impedisce di vederne l’uscita dall’altra parte.

La stretta Bagnera ha nobili origini: il nome ricorda i “bagni”, cioè le terme del Palazzo Imperiale Romano, come confermano anche alcuni ritrovamenti in questa zona. Ancora oggi lastre in pietra formano la pavimentazione che risale a metà Ottocento, veramente quaterpass sulla Storia.

Questo vicolo, dove il sole non riesce quasi a entrare, sembra evocare cupe vicende del passato.

Qui, infatti, si è svolta, a metà Ottocento, la storia di un efferato serial killer milanese, il nostro Jack lo Squartatore: Antonio Boggia. Nato nel 1799 sul Lago di Como, era venuto a Milano dove lavorava come muratore e carpentiere in proprio. Abitava con la famiglia in via Nerino e frequentava assiduamente la chiesa di San Giorgio a Palazzo, benvoluto dalla gente del quartiere per la sua bonarietà e affidabilità.

Il Tribunale lo descrive di ” …modi calmi, con un esteriore aspetto quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.”.

Diversi romanzi raccontano la storia truce di quest’uomo che uccideva persone dopo averne carpito la fiducia per impossessarsi dei loro beni. “Fa’ minga el Bogia!” dice un vecchio proverbio milanese per indicare come dietro una apparente bontà, si possano celare, invece, animo perverso e azioni malvagie.

Ed il Boggia ebbe ben quattro omicidi sulla coscienza. Dopo aver colpito le vittime alla testa, le murava nella cantina del suo magazzino di muratore che si trovava nella stretta Bagnera. Era un vero killer dalla mente lucida e determinata, tanto da riuscire ad aggirare anche, attraverso inganni e complicità, diversi notai indotti a legittimare le donazioni e le deleghe falsificate.

Gli fu fatale l’ultimo omicidio: il figlio di una vedova, padrona di casa del Boggia, sporse denuncia per la sparizione della madre con la quale, però, non aveva buoni rapporti. La donna, secondo lettere falsificate, risultava essersi trasferita al lago e aver dato incarico al Boggia di amministrare tutto lo stabile dove abitava.

Sembra un giallo ricco di colpi di scena: un giudice volle vederci chiaro e, dopo diverse indagini, dispose un sopralluogo nei locali della stretta Bagnera, dove furono trovati documenti falsificati, vecchie denunce e… i resti delle vittime accuratamente murati.

Durante il processo, il Boggia tentò l’arma dell’infermità mentale sostenendo di aver ucciso la vedova per futili motivi dopo una banale discussione politica “c’era una scure e una sega… lì mi saltò un estro”. L’aveva quindi uccisa, fetta a pezzi e nascosta nel sottoscala.

Nell’inchiesta, però, i suoi delitti risultarono lucidamente premeditati, spinti dal desiderio di denaro e anche di possesso. Era passato, infatti, via via da manovale a piccolo imprenditore edile e, infine, ad  amministratore e  quasi “proprietario” dello stabile.

Fu giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione; Milano, però, non aveva i boia e dovette farli arrivare da Torino e da Parma. Per ironia della sorte, poco dopo la sua esecuzione, a Milano venne abolita la pena capitale. La sua testa fu poi staccata dal corpo e affidata a Cesare Lombroso per i suoi studi sulla fisiognomica dei criminali.

La via Bagnera ha dunque diversi strani primati: non solo è la via più stretta di Milano, ma qui visse e compì i suoi efferati delitti il primo serial killer italiano, che fu anche l’ultimo condannato a morte nella nostra città.

http://www.storiadimilano.it/Personaggi/cronaca_nera/boggia.htm

In questo vicolo, dove sembra non voglia entrare nemmeno il sole, talvolta si leva una folata di vento gelido. Si dice sia lo spirito del Boggia che vaga in cerca di nuove vittime… meglio restare a casa.

A presto…

San Carlo al Lazzaretto… restando a casa anche a Pasqua

Perché parlare di questa chiesa alla vigilia della Pasqua 2020? E’ stata al centro del Lazzaretto durante le epidemie di peste, faro e conforto per i molti malati e per chi ne aveva cura. E’ quindi una testimonianza fisica di sofferenze lontane, ma anche di rinascita.

“Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo… [disse Padre Cristoforo] e, alzando la mano scarna e tremolante, indicava a sinistra nell’aria torbida la cupola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende;” (I Promessi Sposi, cap. 35). Renzo si reca al Lazzaretto per cercare Lucia. Sono gli anni della peste che ci riportano purtroppo a quanto sta accadendo intorno a noi.

La chiesetta, che fa parte della storia e della letteratura di Milano, esiste ancora e si trova in una piazzetta lungo viale Tunisia, raggiungibile con i tram 5 e 33 o con la metropolitana M1 (rossa) fermata Porta Venezia.

È dedicata a San Carlo al Lazzaretto per distinguerla dalla ben più famosa San Carlo al Corso, ma è conosciuta dai milanesi DOC con l’affettuoso diminutivo di San Carlino.

Oggi è inserita in  un popoloso quartiere, ma nel 1576, quando fu costruita su progetto dell’architetto Tibaldi, si trovava esattamente al centro del grande quadrilatero del Lazzaretto.

Ecco come una guida d’eccezione, Alessandro Manzoni, ci descrive la chiesa:  “La cappella ottangolare che sorge, elevata d’alcuni scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due intercolunni;

dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe più propriamente chiesa, non composta che d’otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del campo.

Ora, convertito l’edifizio a tutt’altr’uso, i vani delle facciate son murati; ma l’antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l’antico stato, e l’antica destinazione di quello.” (I Promessi Sposi, Cap. 36)

La nostra chiesetta, nei duecento anni tra la peste ricordata dal Manzoni (1630) e la stesura dei “Promessi Sposi” (1840) aveva vissuto varie vicissitudini ed era passata persino, nel periodo napoleonico, da polveriera dell’esercito accampato nel Lazzaretto, a Tempio della Libertà, su progetto del Piermarini.

Verso la fine dell’Ottocento le sorti della chiesetta e del Lazzaretto si separano. Il Lazzaretto, un grande spazio edificabile in una zona in espansione, attraversato dalla ferrovia e vicinissimo alla vecchia stazione Centrale, viene demolito e lottizzato.

La chiesa, rimasta orfana del suo Lazzaretto, fu, invece, acquistata, grazie ad una sottoscrizione popolare, nel 1884 dalla parrocchia della vicina chiesa di Santa Francesca Romana. Venne poi ristrutturata e riconsacrata col titolo di San Carlo al Lazzaretto (prima era dedicata a San Gregorio) per ricordare l’opera del Cardinale durante la peste del Cinquecento.

All’interno, un grande quadro sopra l’altare raffigura San Carlo Borromeo mentre benedice gli appestati.

Recentemente, dopo nuovi, lunghi e accurati lavori di restauro, sia interno che esterno, la piccola chiesa è stata riaperta ai visitatori e ai fedeli.

Una piccola curiosità: la chiesa di San Carlo ha dato il nome alle famose patatine nate, nel 1936, in una rosticceria che si trovava in via Lecco, proprio di fronte al nostro San Carlino.

La chiesetta di San Carlo è memoria di epidemie lontane, ma anche di rinascita umana e sociale. Purtroppo ancora oggi stiamo vivendo una pandemia che sembra non avere fine, non perdiamo, però, forza e speranza.

Concludiamo ancora con un passo dei Promessi Sposi:” … dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli abbiamo raccontato, non ce ne furono più per la nostra gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili …” (I Promessi Sposi, cap. 38)

Auguriamoci che ciò avvenga anche per noi tutti e che, come nel periodo pasquale, dopo il buio venga la luce della Rinascita: una affettuosa Buona Pasqua a tutti!

A presto…

La Cascina Pozzobonelli… restando a casa

Accanto alla Stazione Centrale, in via Andrea Doria, quasi di fronte ai terminal dei pullman per Linate e Orio al Serio, si trova ciò che resta della Cascina Pozzobonelli. che, come un cuneo di passato nella città di oggi, ci riporta alla fine del Quattrocento.

Sorta intorno agli anni in cui Colombo scopriva l’America, come per un gioco del destino ora è la dirimpettaia di uno Starbucks, con la melusina che ricorda tanto le sirenette con la doppia coda del Parco Sempione.

 

Un tempo era la dimora fuori città (allora Milano era distante parecchie miglia) della nobile famiglia Pozzobonelli che abitava nel palazzo di via Piatti 4, dove ancora oggi si trova uno splendido chiostro del Bramante.

La cascina aveva accanto una tenuta agricola e comprendeva una cappella (forse anch’essa su progetto del Bramante o della sua scuola) collegata all’edificio padronale da un porticato, come possiamo vedere da queste due immagini.

Iniziò il suo declino dopo la morte del Cardinale Giuseppe Pozzobonelli nel 1783, tanto che i piani regolatori di fine Ottocento sacrificarono l’edificio alla nuova visone urbanistica di Milano. Ecco alcune foto come in una macchina del tempo.

Si salvarono solo la Cappella e parte del portico. Oggi, infatti, in un piccolo spazio tra alte case e alberghi, troviamo i resti, anzi gli “avanzi” dell’antica struttura, restaurati ai primi del Novecento.

Sotto il portico si trovano affreschi e graffiti molto deteriorati, uno dei quali rappresenta il Castello Sforzesco come era prima che la Torre del Filarete crollasse nel Cinquecento; pare che il nostro mitico architetto Luca Beltrami si sia ispirato a questo graffito per ricostruire questa Torre tra la fine dell’Ottocento e il 1905.

Inoltre, se andiamo a visitare i Musei del Castello, fermiamoci davanti al dipinto della “Madonna Lia” il cui sfondo suggerì ancora al Beltrami come “restaurare” la dimora sforzesca.

Non solo: Luca Beltrami ritrasse anche la cappella della cascina Pozzobonelli, fermando così un’immagine del nostro passato.

Oggi, purtroppo, questi “avanzi” non sono né visitabili né utilizzabili e si possono guardare solo dalla strada, dietro una recinzione che cerca di proteggerli.

Sono state fatte diverse proposte per valorizzarla, ma purtroppo niente è stato fatto, nemmeno ai tempi di Expo. Il nostro “restiamo a casa” tra poco, speriamo, finirà, ma quanto tempo si dovrà ancora aspettare perchè la Cascina Pozzobonelli possa tornare a vivere?


A presto…

La chiesa più corta di Milano… restando a casa

A due passi da via Dante, in via Giulini 1, si trova la chiesa più corta di Milano, dedicata, però, a ben tre Santi: Sergio, Serafino e Vincenzo. È una piccola parte di ciò che resta della chiesa di un convento benedettino fondato, sembra, nell’anno 770 dalla moglie del Re longobardo Desiderio.

Nel corso dei secoli le dominazioni straniere ridussero l’edificio a magazzino. Dopo averne passate tante il complesso, però, non riuscì a salvarsi dagli anni del boom economico, anche per la sua posizione centralissima, molto appetibile.

Oggi del convento sono sopravvissute solo alcune colonne del chiostro, che si trovano nel giardino di una casa in via Camperio.

La chiesa dell’antico convento aveva due facciate. Una, barocca, era rivolta verso la strada e l’altra, tardogotica e molto più semplice, si apriva sul chiostro. Il loro destino è stato molto differente. Furono salvate entrambe e, come capita spesso alle “pietre” della nostra città, vennero spostate ambedue. La facciata barocca ebbe un destino laico e fu anche l’ingresso del cinema Dante, l’altra, invece, divenne quella della nostra chiesetta.

Dietro la facciata si trova un piccolo locale profondo solo 6 metri e largo 12. L’altare non è, come di consueto, di fronte alla porta, ma sul lato corto alla destra di chi entra.

Negli anni Novanta la chiesetta fu presa in affitto dalla comunità ortodossa russa e restaurata per adattarla alle loro tradizioni liturgiche. Ora ospita fedeli provenienti dall’Est europeo, che assistono alle funzioni anche all’aperto, per il poco spazio interno. Pur non essendoci un campanile, non manca però il suono delle campane.

In mezzo ai vivaci colori del folklore russo è quasi difficile ammirare gli affreschi di Aurelio Luini e, sembra, del Bergognone.

In uno di questi affreschi, alcuni personaggi guardano l’interno della chiesa dall’alto, quasi non avessero trovato posto tra i fedeli. Abbiamo preso in prestito alcune foto dal sito della Chiesa Ortodossa Russa ma speriamo di poterci tornare di persona appena sarà possibile uscire di casa.

Accanto a questa chiesetta ci sono altre due piccole curiosità. La prima è un mini-anfiteatro di fronte ad essa dove si può sostare seduti sulle basse gradinate.

Da qui possiamo  voltarci e guardare stupiti una delle tante case strane della nostra città. Questa è tagliata in orizzontale (forse dopo i bombardamenti), con  portone d’ingresso, cancello e numero civico. Gli abitanti di questa insolita casa sono automobili, infatti oggi è un parcheggio.

A presto…

La “gesetta di lusert”… restando a casa

Sullo spartitraffico all’inizio di via Lorenteggio troviamo una piccola chiesetta, poco più di una cappella, dalla storia millenaria e dalle tante leggende.

È dedicata a San Protaso, ottavo Vescovo di Milano (da non confondere con il Santo omonimo che, col gemello Gervaso, riposa nella cripta di Sant’Ambrogio), e risalirebbe a prima dell’anno Mille, quando la zona era aperta campagna, molte miglia lontano dalle mura di Milano. E’ da sempre conosciuta come la “gesetta di lusert” (ovvero “chiesetta delle lucertole”) per l’abitudine di questi animaletti di sostare sulle sue pareti a godersi il tepore del sole.

Si racconta che, durante l’assedio di Milano, mentre il suo esercito era accampato in questa zona ricca di acqua (una manna per i soldati e per i cavalli), l’Imperatore Federico Barbarossa andasse a pregare in questa chiesetta, per ottenere la vittoria. Purtroppo per Milano, fu esaudito, distrusse la città, ma risparmiò la piccola chiesa in segno di gratitudine.

Sembra poi che la gesetta sia stata frequentata dai Visconti, che qui avevano dei terreni di caccia e secoli dopo dai  Carbonari che si riunivano a cospirare, anche per la presenza, si dice, di un passaggio segreto che conduceva all’interno delle mura cittadine.

La piccola chiesa andò incontro poi ad anni difficili e, dopo essere stata incorporata in una cascina, successivamente divenne fienile e deposito degli attrezzi da lavoro dei contadini.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante la ricostruzione della città, il Piano Regolatore decise che via Lorenteggio  dovesse essere allargata. La cascina fu abbattuta, ma si dice che la ruspa si sia guastata più volte senza riuscire a demolire la chiesetta! Considerato un segno del cielo, si decise di risparmiarla, allargando in quel punto lo spartitraffico della via, così come è ora.

Nella chiesetta si conservano alcuni affreschi, tra cui uno della Madonna del Divino Aiuto che, secondo la tradizione, sarebbe riapparso ben tre volte dopo essere stato ricoperto da intonaco. Interessante anche un altro bell’affresco del 1428, che raffigura Santa Caterina da Siena.

Accanto alla chiesa è stato ricollocato il vecchio cippo di confine tra il Comune di Lorenteggio e quello dei Corpi Santi che, fino alla metà dell’Ottocento, come una ciambella circondava la  Milano di allora.

La chiesetta, ridotta ad un rudere, fu restaurata e rinacque a nuova vita nel 1987 grazie agli abitanti del quartiere e alle loro associazioni. Oggi, purtroppo, è quasi sempre chiusa, anche se ben curata dai volontari. Viene aperta solo in occasione delle feste di via che si tengono nella prima domenica di maggio e nell’ultima di novembre. In queste occasioni vi si celebrano ancora alcune Messe.

Auguriamoci di poter andare, la prima domenica di maggio, a vedere, come ha scritto una poetessa dialettale, questo “bonbonin de gesa…

A presto…

Il talento di una donna per Mediolanum: Alda Levi e le sue scoperte

Il 2020 è stato dedicato da Milano a “I talenti delle donne” con una serie di iniziative ed eventi patrocinati dal Comune per rendere omaggio alle capacità femminili nei vari campi della vita e della cultura.

Al grande talento di Alda Levi, l’archeologa Sovraintendente ai musei e scavi in Lombardia negli anni Trenta, dobbiamo l’aver ridato a Milano un po’ della sua storia. Infatti, in una città in pieno rinnovamento, è riuscita a riscoprire e a far conservare alcuni resti di Mediolanum.

http://www.parcoanfiteatromilano.beniculturali.it/index.php?it/342/in-ricordo-di-alda-levi

Abbiamo già parlato di lei qualche anno fa con Fare jogging nell’Anfiteatro” vicino al piccolo museo, in via De Amicis 17, che porta il suo nome.

Incuriositi da alcuni articoli di giornale dell’anno scorso che parlavano di un “Anfiteatro della Natura”, di un “Colosseo Verde”, con alberi e siepi al posto delle pietre, siamo tornati a visitare il parco archeologico, per vedere a che punto è il progetto VIRIDARIUM.

L’anfiteatro non è certo una delle mete turistiche più gettonate della nostra città, anche per gli orari non sempre favorevoli, che coincidono con quelli del museo. Inoltre ci vuole moltissima “fantasia” per immaginarlo, visto il poco che ne resta, come era un tempo, enorme e maestoso stadio per oltre 20.000 spettatori.

Due file di cipressi e diverse siepi di bosso, mirto e ligustro dovrebbero “ricostruire” l’anfiteatro sostituendo le pietre che, sempre in movimento, sono state utilizzate nel tempo per “fare” la vicina basilica di San Lorenzo e alcune parti delle mura. Ecco alcuni bellissimi rendering che girano in rete.

Per ora i lavori sono rallentati da altri ritrovamenti in progress e c’è solo qualche vecchio albero che ha messo radici sul passato.

In attesa, diamo un’occhiata al piccolo Antiquarium “Alda Levi” e riguardiamoci, tra l’altro, la stele funeraria del giovane gladiatore Urbicus col suo cagnolino, che sembra aspettare di poter zampettare nel nuovo grande parco urbano tra natura e archeologia.

Il nostro esperto locale di Mediolanum, quell’Ausonio che ci guarda da piazza Mercanti, aveva parlato anche di un importante teatro. Dove si trovava?

I resti del teatro furono rinvenuti tra fine Ottocento e metà Novecento durante i lavori per la costruzione di diversi edifici tra via Meravigli e piazza Affari. Ancora una volta dobbiamo ad Alda Levi aver trovato e fatto conservare, per quanto possibile, i resti del grande teatro che poteva ospitare fino ad 8000 spettatori, una sorta di megaforum nel centro di Mediolanum.

Per “immaginare” questo teatro guardiamo la targa sul lato di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, verso via San Vittore al Teatro.

Cosa ne è stato di questo grande edificio? La sua storia è stata ricca e tormentata. Un Imperatore, Augusto, l’aveva fatto costruire e un altro Imperatore, il Barbarossa, come il “cattivo” di Star Wars, aveva distrutto, nel 1162, Milano e anche ciò che restava del teatro.

Nel tempo questo teatro non aveva ospitato solo spettacoli; infatti, intorno all’Anno Mille, i cittadini milanesi, nobili e plebei,  si riunivano sulle sue gradinate, per prendere “in comune” le decisioni per la città.

Era però già iniziato il lento declino dell’edificio e in quest’area erano sorti sedi di corporazioni artigianali ed edifici religiosi, come, tra l’altro, la chiesa di San Vittore al Teatro, oggi demolita, che ha dato il nome alla via.

Oggi i resti del teatro sono conservati nei sotterranei del Palazzo della Borsa e di quello della Camera di Commercio di via Meravigli, dove è possibile prenotare una visita guidata gratuita che consigliamo perchè veramente suggestiva.

Sarà come un andare a teatro viaggiando a ritroso e immergersi in uno spettacolo di secoli fa passeggiando su una passerella di cristallo sospesa tra luci, suoni e perfino odori (anche quello del sudore degli antichi spettatori!) oggi ricreati artificialmente.

Guardando lontano Alda Levi avrebbe voluto, già negli anni Trenta, creare un’area archeologica per Milano. Così scriveva: “… ai visitatori degli affollati ambienti dei piani superiori (Camera di Commercio e Borsa) sarà possibile scendere nei silenziosi scantinati, … [tra] le venerande vestigia del teatro romano. E ancora una volta, la febbrile attività di Milano creerà uno dei più singolari contrasti tra il vecchio e il nuovo, tra l’antica e la modernissima vita.”

Così le nostre solide radici, senza avvilupparci, ci lasciano crescere liberamente.

 

 

A presto…

 

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Passipermediolanum: le Colonne di San Lorenzo

La quasi sconosciuta statua di Ausonio sul Passaggio delle Scuole Palatine tra piazza Mercanti e via Orefici ci riporta all’epoca di Mediolanum, capitale dell’Impero Romano d’Occidente.

Ausonio, intellettuale di corte e appassionato giramondo del IV secolo d.C., compose diverse opere sulle località visitate nei suoi viaggi, come in una sorta di TripAdvisor imperiale.

Lo scrittore fa della nostra città, che aveva visitato nel 379, una bellissima recensione, ponendo Mediolanum al settimo posto, seconda città italiana dopo Roma, tra le venti top urbes dell’Impero Romano. Un’epigrafe, accanto alla sua statua, è la sua rece che possiamo leggere anche oggi.

“A Mediolanum -scrive nel suo Ordo Urbium Nobilium– ogni cosa è degna di ammirazione… La popolazione è di grande capacità… La città si è ingrandita ed è circondata da una duplice cerchia di mura… Vi sono il Circo… il Teatro, i templi…, il Palazzo Imperiale…, le Terme Erculee…”.

Cosa rimane oggi dei luoghi che avevano tanto colpito Ausonio? Qual è il presente di questo passato? Il tour per Mediolanum non è facile e talora bisogna cercare le antiche tracce in contesti nuovi, “pietra su pietra” per così dire…

Muro del Circo romano in via Vigna

Inoltre a Milano anche le pietre sono in movimento e nel corso dei secoli sono state “spostate” da un luogo all’altro per essere riutilizzate e ricominciare una nuova vita. Così  è accaduto alle Colonne di San Lorenzo.

Sono forse il monumento più conosciuto e meglio conservato di Mediolanum; raggiungiamole col tram n. 3 che passa loro accanto a Porta Ticinese.

I finestrini ci lasciano vedere uno squarcio incredibile della nostra città. In poco spazio ci sono colonne pagane, una tra le più antiche basiliche cristiane, la statua replicante di Costantino (l’originale è a Roma), un portale e un balconcino rococò… per non parlare dei graffiti accanto alla chiesa.

Le nostre Colonne facevano parte, probabilmente, di un tempio dedicato a Cibele, che si trovava, sembra, in piazza Santa Maria Beltrade e furono “spostate” per fare da ingresso imponente e maestoso alla basilica di San Lorenzo.

Sono in marmo, di eguale altezza e fattura, allineate sopra un basamento più recente di epoca medievale. I capitelli corinzi, invece, presentano alcune differenze di altezza e disegno e si pensa, quindi, provengano da due diversi edifici romani.

Sopra l’arco, al centro del colonnato, c’è l’intrusa: una piccola, solitaria colonnetta con la croce che fa spingere ancora più su il nostro sguardo. È la diciassettesima colonna.

All’estremità del colonnato ci sono due piccoli altari al posto di quelli ormai perduti. Presso uno di questi San Carlo celebrò Messe per far cessare la peste. Questi mattoni sembrano tenuti insieme dal cemento della storia.

A molti secoli prima risale l’epigrafe rinvenuta nel 1600 durante operazioni di scavo e collocata sulla parete verso il Carrobbio. Datata 167 d.C. è dedicata a Lucio Vero, imperatore assieme al fratello adottivo Marco Aurelio. Illeggibile e deteriorata aspetta tempi migliori; per ora ad uno sguardo distratto può sembrare più un rattoppo che un’epigrafe da decifrare.

Le nostre Colonne, nel corso dei secoli, sono riuscite a sopravvivere ad incendi, devastazioni, rifacimenti urbanistici, vibrazioni provocate dal passaggio dei tram.

Oggi sono uno dei luoghi simbolo di Milano e della sua movida. Si vive un forte contrasto tra la storia passata e la vita di oggi con i gruppi di giovani e le mode dei nostri giorni come  i graffiti poco lontani e inusuali shoefiti vicini alle Colonne.

Scarpe sportive, legate tra loro dalle stringhe, pendono da un filo di sostegno che passa attraverso il colonnato. Non si conoscono bene i motivi alla base di questa moda nata negli USA. Le scarpe legate vengono lanciate come bolas, segnali per chissà quali differenti messaggi.

A noi piacciono e ci fanno venire voglia di camminare ancora di più insieme per Milano.

A presto…

 

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Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte seconda

Sono arrivate alla nostra stravagante agenzia immobiliare ancora molte richieste di case insolite.

“Viaggiatore del mondo torna a Milano e cerca una casa che gli ricordi un paese che ha visitato

Il nostro cliente, dopo tanti anni di lontananza, troverà la nostra città molto cambiata.

Il cognome Hu è più diffuso dei tradizionali Colombo o Brambilla; negozi e supermercati, ristoranti e scuole, il consueto via-vai sono lo specchio delle diverse provenienze dei nuovi milanesi, nuove molecole che si legano con le più vecchie per fare la Milano di oggi.

Questo signore ha avuto mille case e ora non ne ha nessuna. Abbiamo trovato per lui tre edifici che sembrano arrivati anch’essi da lontano.

Casa Igloo, Quartiere Maggiolina – Il Quartiere Maggiolina ha sperimentato, nei primi anni del secondo dopoguerra, una architettura molto fantasiosa; oltre le case-fungo, oggi scomparse, ci sono anche diverse casette unifamiliari a forma di igloo.

Erano state costruite per rispondere alle esigenze immediate di chi era rimasto senza casa. L’architetto Mario Cavallè le aveva progettate a ridosso della ferrovia, realizzando un quartiere di abitazioni piccole, ma ricche di poesia, quasi fiabesche dopo il periodo oscuro della guerra.

Si pensava fossero provvisorie, ma, per fortuna, sono riuscite ad evitare la demolizione e le possiamo guardare ancora oggi in mezzo ai nuovi palazzi.

Casa 770, via Poerio 35 – È una della serie di case tutte uguali sparse per il mondo.

La prima fu fatta costruire a Brooklyn al 770 di Eastern Parkway da un importante rabbino europeo, leader di un movimento religioso ebraico,  costretto a emigrare negli USA per sfuggire alle persecuzioni naziste.

la 770 di Brooklyn

Questa casa di stile fiammingo in mattoni rossi, con tre torrette dal tetto a punta, è uguale alle altre fatte costruire in seguito in vari paesi: da Montreal a Melbourne, da Sao Paulo a Gerusalemme. La nostra città è l’unica in Europa Occidentale ad averne una.

Villette stile Tudor, via Ottolini 2 e 5 – Se il nostro viaggiatore volesse una casa stile vecchia Inghilterra, potremmo proporgli due cottage molto belli.

Non sappiamo chi furono i primi proprietari: forse una famiglia di importatori di pianoforti o una signora inglese venuta ad abitare nella nostra città.

In questo piccolo angolo di Milano ci sembra di vedere in lontananza Miss Marple. Che sia un’altra cliente?

“Coniglio bianco, uscito dal cilindro di un mago, cerca casa adeguata”

Casa a tre cilindri, via Gavirate 27 – Lo spazio per costruire delle abitazioni plurifamiliari, in un quartiere giardino con severe norme edilizie e vincoli di altezza, era piuttosto irregolare e non ampio. Nacquero così, nei primi anni Sessanta, queste tre avveniristiche case a cilindro di tre piani ciascuna.

Gli appartamenti, uno per piano, sono messi a trifoglio e hanno portineria, scale e ascensore centrali in comune.

“Garibaldino cerca abitazione di rappresentanza ben custodita”

Casa Bettoni o dei Bersaglieri, corso di Porta Romana 20 – È un elegante palazzo che risale al 1865, appena dopo l’Unità d’Italia.

Sulla facciata alcuni bassorilievi rappresentano Garibaldi e Vittorio Emanuele II a cavallo; le statue più famose, però, sono quelle di due bersaglieri con tanto di fucile che fanno la guardia di fianco al portone d’ingresso.

“Amministratore di condominio cerca studio dove ricevere clienti VIP”

Ca’ di facc, piazza Baiamonti 3/5 – Questo grande palazzo di edilizia semipopolare fu costruito ai primi del Novecento.

Sulla facciata spiccano ben 51 medaglioni coi visi di personaggi famosi: da Leonardo a Raffaello, da Garibaldi a Mazzini, da Manzoni a Toscanini. All’assemblea di condominio del nostro amministratore se ne sentiranno delle belle…

Un altro cliente ci aspetta sulla più insolita e nuovissima panchina di Milano, al Verziere, accanto alla chiesa di San Bernardino alle Ossa… Quali saranno le sue richieste?

A presto…

Una fantastica vetrina immobiliare per le strade della nostra città – Parte prima

Come in un incontro bello e improvviso ci siamo talvolta imbattuti, durante i nostri passipermilano, in edifici un po’ particolari. Li abbiamo via via fotografati per raccoglierli in una stravagante “vetrina immobiliare” da proporre, come in un gioco, a “clienti” fantastici e scoprire così altri angoli della nostra città.

Abbiamo scelto come ingresso di questa nostra insolita “agenzia” un portone veramente speciale, quello del Palazzo di piazza Erculea 11.

È una immagine che fa molto Milano: vecchio e nuovo accostati e conviventi. Le bombe avevano colpito pesantemente il centro cittadino e anche due antiche dimore alle spalle di corso di Porta Romana erano poco più che macerie.

C’era molto da ricostruire, perché non salvare il bel portone e una colonna d’angolo e costruirci intorno due nuovi palazzi?

Alla nostra “agenzia” sono già pervenute alcune richieste da parte di strani “clienti”, riusciremo a soddisfarle?

“Genio del Quattrocento cerca abitazione lontana dal traffico”

Cascina Bolla, via Paris Bordone 9 – Un altro intarsio tra vecchio e nuovo per abitare un antico edificio dove, si dice, abbia vissuto anche Leonardo. Dell’antico palazzo resta ben poco, ma che bello guardare le sue finestre e immaginare la vita di cinquecento anni fa.

“Cavaliere medievale cerca castello in pieno centro storico, dotato di tutti i confort moderni”

Castello Cova, via Carducci 36 – A vederlo, di fronte a Sant’Ambrogio, sembra quasi più vero di altri autentici, ma molto rimaneggiati. Questo castello “medievale” del 1915 è stato realizzato dall’architetto Adolfo Coppedè, che vi ha inserito anche doccioni a forma di animali fantastici.

Una curiosità molto milanese: la torre di questo castello ha ispirato, sembra, la Torre Velasca coi tiranti che sostengono il “fungo”… Wow!

“A proposito di funghi… Folletto cerca grattacielo in un bosco”

Case fungo e Bosco Verticale di Porta Nuova – Sono due icone dell’architettura milanese. Un tempo, nel Quartiere Maggiolina, c’erano due casette che sembravano uscite da un libro di fiabe. Non ci sono più, ma poco distante è stato costruito il pluripremiato Bosco Verticale, tra i più ammirati al mondo.

“Cercasi casa disperatamente, bella o brutta che sia, zona Repubblica”

Casa delle Rondini, via Carlo Porta 5 e Ca’ Brutta, via Moscova 12 – così vicine, così lontane… La Casa delle Rondini, voluta dal pittore Ernesto Treccani, è coperta da oltre 2000 piastrelle azzurre e nere che formano la bella immagine di un volo di rondini nel cielo.

Poco distante c’è, invece, quella che i milanesi avevano soprannominato la “Ca’ Brutta”. È una delle prime opere dell’architetto Giovanni Muzio, realizzata tra 1919 e il 1922 in uno stile nuovo, lontano da quello dei palazzi monumentali o Liberty.

“Vorrei una casa molto colorata, anzi un villino…”

Villette di via Lincoln e Villino Maria Luisa di via Tamburini 8 – Non solo “giallo Milano”; ecco alcune villette dipinte con colori accesi: sono le famose villette di via Lincoln, costruite, a fine Ottocento, per un quartiere giardino destinato a operai, artigiani e impiegati. Unifamiliari, furono le uniche a essere costruite e oggi sono molto ricercate.

Il Villino Maria Luisa, invece, è ricoperto da un mosaico azzurro e dorato. Realizzato ai primi del Novecento ha importanti ferri battuti del celebre Mazzucotelli.

“Famiglia tutta casa e lavoro nel campo dei laterizi, cerca abitazione di rappresentanza”

Casa Candiani, via Matteo Bandello 20 – La famiglia Candiani era proprietaria di una fabbrica di laterizi per edilizia e desiderava una casa campionario della propria produzione. Si affidò all’architetto Luigi Broggi che nel 1885 progettò questo palazzo, su precisa richiesta dei committenti, con decorazioni in cotto uscite dallo stabilimento. Casa e bottega: molto milanese, no?

“Gatto nero cerca palazzo stiloso da condividere”

Casa di corso Monforte 43 – Ecco una vera leccornia in questo street food immobiliare un po’ stravagante: una casa in stile Liberty con figure femminili sulla facciata. Da una finestra del seminterrato ci osserva un gatto in ferro battuto, opera, si dice, del grande Mazzucotelli.

Sembra avesse vicino un topolino sempre in ferro battuto; ora non c’è più, forse è riuscito a sfuggire…

Continua…