Chi fu Caterina Visconti, la prima Duchessa di Milano? Il racconto della sua vita e il cold case relativo alla sua morte ci hanno accompagnato in questa caldissima estate lasciando insoluti molti interrogativi e aperte alcune risposte.
Figlia di Bernabò Visconti e dell’autorevole Beatrice della Scala (non a caso nota come “Regina”), si sposò, per giochi di potere, col primo cugino, il grande Gian Galeazzo Visconti, rimasto vedovo e senza eredi. Caterina avrebbe dunque dovuto essere una “generatrice di razza” della futura stirpe viscontea. Rimasta vedova fu reggente in nome del primogenito Giovanni Maria, ma dopo solo due anni morì in circostanze misteriose nel castello di Monza dove era probabilmente prigioniera. Il suo percorso di vita verso la maternità, la crescita problematica dei due figli e infine la breve reggenza furono certamente difficili, ma anche carichi di responsabilità che implicarono scelte e rinunce coraggiose.
Gli storici, in genere, hanno piuttosto trascurato la personalità e le opere di questa Duchessa valutando principalmente i soli due anni di reggenza. Forse perchè, come aveva scritto un vescovo e giurista francese del Milleduecento, Guillaume Durand, “…la condizione delle donne è peggiore di quella degli uomini”?
Per capire di più Caterina, abbiamo cercato in primo luogo nei testi dei suoi contemporanei per trovare, magari tra le righe, qualche indizio sulla sua vita e sulla sua morte.
Abbiamo così letto e riletto l’orazione funebre che nel 1426 aveva scritto frate Taddeo degli Airoldi, un benedettino della Confraternita dei Celestini, su incarico di Filippo Maria, secondogenito della Duchessa, divenuto Duca dopo la morte del fratello, ucciso nella chiesa di San Gottardo in Corte da alcuni congiurati.
Erano dunque passati vent’anni dalla morte della Duchessa e Filippo Maria voleva commemorare la madre “amata a tal punto da non perdonare a nessuno dei complici la morte di lei” (secondo quanto riportato dal cancelliere del Duca). Nel contempo, però, Filippo Maria voleva, esaltando il proprio casato, entrare nelle grazie del legato papale che avrebbe fatto da mediatore nella guerra tra Milano e Venezia. Questo uso del lutto personale a fini politici e l’ambiguità comunicativa saranno in seguito molto apprezzati dal Machiavelli che scriverà: “Io non dico mai quello che credo, né credo quello che dico e se pure mi vien detto qualche volta il vero, lo nascondo con tante bugie che è difficile trovarlo”. Quanto c’era degli insegnamenti di Caterina al figlio in tutto ciò? Fu, forse, un’abile dissimulatrice anche quando asseriva ripetutamente “sono io segura”?
In questa orazione funebre, che si tenne a Milano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (demolita via via per costruire al suo posto il Duomo), Caterina viene celebrata attraverso una lunghissima serie di virtù attribuite a tradizionali personaggi femminili del mondo classico… ma, leggendola con attenzione, ci sono delle novità e dei riferimenti che fanno riflettere.
Nell’orazione l’Airoldi sente l’influsso del Boccaccio che, per primo, cercò di ritrarre alcune donne illustri, tenendo conto della loro vita e non solo associandole a vizi e virtù. Così frate Taddeo parla della “serenità” della Duchessa in “tot sue viduitatis adversa” e dell’ “extremum usque fortune ludubrium”, cioè l’oltraggio finale della sorte: Caterina fu, forse, uccisa dal figlio (o su suo ordine) o scelse il suicidio durante la prigionia, come potrebbe far pensare il riferimento a Ippo (o Ippone), la nobildonna greca che si tolse la vita per non cedere ai pirati che l’avevano catturata?
La nostra Duchessa, nella laude, viene accostata anche a Semiramide, regina degli Assiri, che governò con grande capacità, dimostrando che “…non sexus, sed animus oportunus est imperio”.
E Caterina? Riuscì, come Penelope, a conservare la “castitas” cioè la fedeltà allo Stato oltre che al consorte?
Interessante anche, nell’orazione, l’accenno a Ipermnestra che avrebbe avuto il compito di uccidere, come si diceva di Caterina, il marito avvelenandolo. Frate Taddeo dà dunque credito alle accuse rivolte a suo tempo dalla suocera alla giovane sposa, per esaltarne, invece, la consapevole scelta di restare accanto al proprio coniuge?
La prima donna europea scrittrice di professione (XIV secolo), Christine de Pizan, sostenne che la “viduitas”, cioè la vedovanza, era per le donne di potere una occasione di autonomia.
Caterina si trovò legata al testamento del marito, ma fece anche scelte autonome durante la reggenza. Innanzi tutto dobbiamo a lei lo spostamento della capitale da Pavia a Milano. Inoltre scelse come dimora l’Arengo (edificio storico, simbolo dell’antico Comune, che aveva alla base un porticato aperto a tutti) invece della fortezza di Porta Giovia dove abitava il Duca quando si trovava a Milano. Riuscì anche a fare ulteriori scelte in maniera autonoma o fu spesso condizionata dal Consiglio di Reggenza, impostole da Gian Galeazzo?
E come cercò di tenere a bada il violento figlio ed erede Giovanni Maria? Un notaio bolognese di fine Trecento, Giovanni Sabadino degli Arienti, lo definì di “…natura colpabile in tutte le generazioni di mali”. Fu forse il mandante del matricidio, tesi avvalorata anche dalla feroce esecuzione che Giovanni Maria ordinò nei confronti del castellano (ed del suo figlioletto) della residenza di Monza, dove era rinchiusa Caterina? Avevano forse parlato o visto troppo?
Il notaio, infine, parla di Caterina come di una “…singular donna, da essere con divina laude alzata al Sommo Trono” e anche la popolazione di Monza la considerò Beata dedicandole un medaglione nel santuario della Madonna delle Grazie.
Chi fu veramente Caterina? “Ducissa et Dux” (come si firmava durante la reggenza), “mater et vidua” (come la considerarono molti storici, senza indagare ulteriormente), persona colta e amante delle arti, Duchessa “incapace” (Pietro Verri), “donna di grande animo che governò con prudenza e discrezione Milano” (Sabatino degli Arienti) o, persino, una Beata?
Caterina, prima Duchessa di Milano, per molti aspetti ancora oggi misteriosa, con il suo operato salvò comunque la continuità della dinastia Viscontea e contribuì a far grande la nostra Milano.
A presto…













