Caterina, cresciuta a Palazzo Visconti nel cuore di Porta Romana, tra battesimi, matrimoni combinati, faide familiari e scontri politici, venne fatta sposare a diciotto anni, il 15 novembre 1380, nella chiesa di San Giovanni in Conca, con Gian Galeazzo Visconti, suo primo cugino. Questi era rimasto vedovo di Isabella di Valois, morta di parto dopo avergli dato quattro figli, tra cui l’erede maschio, Azzone. Morte e vita furono sempre presenti nella storia di Caterina. Infatti il suo matrimonio avvenne durante i funerali del piccolo Azzone, morto di vaiolo. La giovane sposa doveva fare i conti anche con il ricordo della amata prima moglie e con la malevolenza della zia-suocera Bianca che la accusava di tramare con i suoi familiari per avvelenare Gian Galeazzo e prendere il potere di tutta Milano.
Caterina aveva dunque più che mai il “dovere” di dare subito un nuovo erede al marito, ma era inconsapevole portatrice di una malattia genetica, la glicogenosi di tipo II, che influiva sulla gestazione e sulla futura salute degli eventuali figli. Le gravidanze di Caterina furono quanto mai travagliate tra aborti e bimbi morti appena nati. Quali aiuti avrà cercato nelle cure con le erbe, che tanto conosceva? Per favorire la gravidanza si facevano bagni (con artemisia, ruta, lauro), suffumigi (con incenso, mirra, aloe, grasso d’oca), si mettevano “tampax” di lana impregnata di olii vari, si inghiottivano intrugli di testicoli di volpe, caglio di lepre e aconito, un veleno molto pericoloso… anche le erbe hanno il loro lato oscuro.
Il mondo di Caterina a Pavia, dove i coniugi si erano trasferiti dopo il matrimonio, era diventato ancora più pericoloso. Gian Galeazzo aveva fatto arrestare il suocero-zio Bernabò a scopo “preventivo”, accusandolo di tramare contro di lui e di ostacolare la nascita di un erede con ogni mezzo…. compreso il malocchio! Ovviamente le ragioni erano ben altre e riguardavano lotte di potere. Bernabò, rinchiuso nel castello di Trezzo d’Adda, morì, sembra avvelenato con una ciotola di fagioli, in circostanze mai chiarite. Un giallo ancora irrisolto.
La situazione era difficile per entrambi i coniugi: Gian Galeazzo non aveva eredi maschi dalla prima moglie, Caterina sembrava sterile, il suocero-zio Bernabò era stato assassinato e se lui avesse riconosciuto come eredi eventuali figli avuti dall’amante, avrebbe avuto contro anche i fratelli di Caterina per questioni ereditarie. E la giovane sposa? Apparentemente non fece nulla in difesa del padre; quale groviglio di sentimenti (paura, odio, indifferenza, speranza…) ci fu in lei in quei giorni?
Gian Galeazzo e Caterina, forse, non sapevano proprio più a che santo votarsi. Si rivolsero allora ad un “potere” superiore, facendo voto alla Vergine Maria di far costruire una nuova splendida cattedrale a Milano, dedicata proprio a Santa Maria Nascente: il nostro Duomo! Nacque così anche la Veneranda Fabbrica che doveva reperire i fondi tra i milanesi e gestirli, come avviene tuttora, in una tradizione secolare.
Nel 1388 finalmente nacque il figlio tanto desiderato: Giovanni Maria e, da allora, i discendenti maschi dei Visconti aggiunsero al primo nome quello della Madonna in segno di devozione. Quasi contemporaneamente era nato anche Gabriele Maria, figlio dell’amante di Gian Galeazzo, Agnese Mantegazza. La dinastia era salva.
Giovanni Maria, però, manifestò presto gravi problemi di comportamento curati molto empiricamente praticandogli una ferita alla base del collo (che veniva tenuta aperta inserendovi piselli o ceci) per far defluire gli umori maligni; inoltre gli venivano somministrate pozioni a base di laudano o papavero. Povero Giovanni Maria, diventò pazzo e violento per la malattia o per la cura?
Caterina, due anni dopo la nascita del primogenito, era di nuovo in attesa, ma si prevedeva un parto molto pericoloso per madre e nascituro. Fece quindi voto di lasciare dei fondi per erigere un monastero in una villa del Pavese, la Torre dei Mangano, nella cui cappella andava spesso a pregare. Il bimbo morì, lei si salvò e Gian Galeazzo “scippò” il voto della moglie ponendo le fondamenta, poco lontano dal luogo di preghiera di Caterina, di quella che sarebbe diventata nel tempo la grandiosa Certosa di Pavia.
Di Caterina, oggi, nella Certosa, rimane solo un bassorilievo sulla Porta delle Duchesse.
Nel frattempo Gian Galeazzo aveva spostato la residenza a Milano, nella Rocca di Porta Giovia, il futuro Castello Sforzesco. Qui, nel 1392, nacque il secondogenito di Caterina, Filippo Maria. Fu un parto molto travagliato e il bambino manifestò pienamente la malattia genetica di cui la madre era portatrice, la glicogenosi tipo II che impedisce la sintesi degli zuccheri. Caterina, con l’aiuto di medici e astrologi, “inventò” una terapia dietetica e fisioterapica che permise al figlio minore di sopravvivere. La dieta era a base di polpette di “panìco” (una sorta di polenta a base di miglio, perché il bambino era senza denti), fegatini di pollo, uova, rape, frutta e ricotta.
Per aiutarlo a camminare lo sostenevano con una cinghia legata alla schiena, e anche da adulto avrà sempre delle difficoltà motorie. Nonostante tante limitazioni, continuando per tutta la vita questa dieta, accompagnato sempre da medici e astrologi, Filippo Maria diventò un uomo di notevole statura, vivendo fino a cinquantasei anni, governando Milano e diventando anche padre di Bianca Maria, futura moglie di Francesco Sforza.
Mentre Caterina era assorbita totalmente dalla cura di questo figlio sfortunato, rinunciando per lui anche alla vita di corte, Gian Galeazzo perseguiva il sogno di diventare Duca di Milano, “primus inter pares” d’Italia, grazie anche ai consigli del Vescovo Pietro Filargo, eminenza grigia di questo progetto. Nel 1395 Gian Galeazzo “comprò”, con un esborso da capogiro di fiorini d’oro, il titolo di Duca da Venceslao “il Pigro”, Re dei Romani, ma mai incoronato dal Papa. Caterina, dunque, divenne la prima Duchessa della nostra città, dedita quasi esclusivamente alla cura di Filippo Maria.
Il destino, però, stava preparando per lei un grande cambiamento…
continua…
A Presto…











