La storia di Caterina Visconti – Parte quarta: gli ultimi anni di Caterina

A inizio del Quattrocento Milano era una delle città europee più fiorenti, ma piuttosto malsana. Le scarse condizioni igieniche generali (liquami, fopponi, topi), dell’ambiente (rogge e risorgive), del lavoro stesso (ad esempio la conciatura delle pelli) favorivano lo sviluppo di malattie endemiche come la peste, il vaiolo e la malaria. A ciò si aggiungevano anche le parassitosi e le malattie della pelle tanto diffuse da richiedere dei “protettori” celesti a cui votarsi come Sant’Antonio Abate (per l’herpes zoster -o Fuoco di Sant’Antonio-) e come il serpente bronzeo della basilica di Sant’Ambrogio per chi era colpito da parassiti intestinali.

Fu probabilmente a causa di una febbre malarica che il 3 settembre 1402 morì Gian Galeazzo, lasciando nel testamento la moglie Caterina “Curatrix” sia di un Ducato in grave dissesto finanziario sia dei due giovani figli: il quattordicenne Giovanni Maria, portatore di gravi turbe psichiche, e Filippo Maria, ancora bambino, affetto da una malattia genetica invalidante, ma sveglio e determinato. Il Duca, conoscendo i gravi problemi caratteriali del figlio primogenito, si era preoccupato di lasciarne la tutela a Caterina, fino al compimento dei vent’anni (cosa assolutamente insolita dal momento che la consuetudine prevedeva la maggiore età a quattordici anni) in attesa che Filippo Maria crescesse.

Caterina accettò pienamente il suo compito di Reggente. Spostò immediatamente la capitale da Pavia (scelta da Gian Galeazzo per il prestigio della monarchia longobarda da cui i Visconti vantavano l’origine), dove lasciò il piccolo Filippo Maria, a Milano, la sua città a cui era profondamente legata e di cui aveva compreso le grandi potenzialità. Anche la scelta della residenza ducale fu molto importante: a disposizione c’erano il castello di Porta Giovia, dimora milanese di Gian Galeazzo, il palazzo ormai abbandonato del padre Bernabò, simbolo, però, di un personaggio sconfitto, e l’Arengo (dove oggi sorge Palazzo Reale) sede il primo governo comunale, reso poi più signorile da Azzone Visconti. Caterina, molto opportunamente, scelse proprio l’Arengo sia in segno di apertura verso la tradizione comunale milanese, sia per la sua vicinanza al cantiere del Duomo, ieri, come oggi, “centro” del cuore dei milanesi. “Segura”, come usava dire, dei suoi concittadini, rifiutò anche la scorta armata.

Accanto a lei, nella reggenza, Gian Galeazzo aveva nominato un Consiglio del quale facevano parte anche il Vescovo Pietro Filargo (fautore della supremazia milanese, ma, ahimè, un po’ misogino e pieno di preconcetti verso le donne) e il fidato e potente “superministro” Francesco Barbavara che qualche storico sostenne essere molto “gradito” alla Duchessa, ma inviso agli aristocratici milanesi.

Con la sua dote personale cercò di ripianare i debiti del giovane Ducato, pagò i capitani di ventura che avevano richiesto il loro compenso e, per onorare il consorte, fece organizzare una grandiosa cerimonia funebre postuma alla quale, insolitamente per l’Italia, parteciparono, tra gli altri, anche due Ghostly Knights, cavalieri che impersonavano l’uno il corpo fisico e l’altro il corpo politico del Duca. In segno del tentativo di pacificazione e di unità voluto da Gian Galeazzo, in questa cerimonia rappresentavano anche un guelfo e un ghibellino. Caterina incaricò anche un artista, Michelino da Besozzo, di miniare il frontespizio dell’orazione funebre del consorte.

Molto devota, aiutò anche la Veneranda Fabbrica e fece costruire sulla guglia Carelli del Duomo, donata da uno dei primi grandi benefattori, la statua di San Giorgio (oggi al Museo del Duomo) con le fattezze del defunto Duca. Fedeltà e devozione o qualcosa di più nel cuore della vedova?

Per risanare ulteriormente le finanze del Ducato, firmò una specie di “condono fiscale” secondo il quale i cittadini avrebbero potuto versare solo la metà delle tasse dovute… Ma sembra sia stato, anche allora, un flop. Pensò anche all’ambiente: fece bruciare a Milano erbe aromatiche per purificare e deodorare l’aria, così come si era soliti piantare menta, lavanda, timo e camomilla nei cortili, chiostri e giardini perchè, calpestandone le foglie, venissero rilasciati gli olii essenziali. Dedichiamo a Caterina questa immagine dell’Infiorata di via Spiga.

La reggenza di Caterina durò poco tempo e, purtroppo, molto resta ancora da capire anche attraverso la lettura della documentazione, purtroppo assai modesta, degli atti. Nei due anni di reggenza si susseguirono disordini e vari tentativi di “colpo di stato” tra i “rinati” Guelfi e Ghibellini, appoggiati anche dal figlio Giovanni Maria, coi milanesi esasperati dalle tassazioni e dall’essere diventati “sudditi” del potere e non più “cives”. Caterina cercò di mantenere il potere in tutti i modi, anche attraverso brutali esecuzioni di alcuni nobili ex-alleati. Infine venne esautorata da Giovanni Maria, ormai quindicenne, sempre più turbato, violento e manipolato da consiglieri assetati di potere; dal 14 agosto 1403 non troviamo più la firma di Caterina sugli atti pubblici.

Mentre era in corso un’epidemia di peste, Caterina si ritirò, forse prigioniera, nel proprio castello di Monza, lasciatole dal marito, e qui, il 17 ottobre 1404, si spense “per le afflizioni d’animo…, salute vacillante,,,, aiutata da veleno… o laccio” (Giorgio Giulini). Di lei si persero le tracce e non si conosce neppure il luogo della sua sepoltura. Rimangono molti interrogativi su di lei: fu uccisa (forse da Giovanni Maria o su suo ordine), si suicidò e, soprattutto, chi fu veramente Caterina Visconti? Arrivederci alla prossima puntata di questo cold case medievale per scoprire qualcosa di più sulla prima, misteriosa Duchessa di Milano.

Continua…

A presto…

Buon Ferragosto 2026!

Qualche giorno fa, in queste ormai solite giornate roventi, ci siamo presi un momento di vacanza per visitare a Palazzo Reale la bella mostra fotografica di Aurelio Amendola (aperta fino al 6 settembre con ingresso gratuito).

Ci siamo soffermati sulle foto del nostro Duomo, fatto di marmo e luce, di pieno e vuoto, di forza e leggerezza, quasi un invito alla sosta nella frenesia delle attività, a rallentare e a riscoprire la bellezza che ci circonda, come fa questa figura angelica che osserva il frutto della creatività, dell’ingegno e delle capacità umane.

A tutti Buone giornate di Ferragosto, tempo di pausa prima del ritorno a Itaca.

A presto…

La storia di Caterina Visconti – Parte terza: il matrimonio di Caterina e Gian Galeazzo

Caterina, cresciuta a Palazzo Visconti nel cuore di Porta Romana, tra battesimi, matrimoni combinati, faide familiari e scontri politici, venne fatta sposare a diciotto anni, il 15 novembre 1380, nella chiesa di San Giovanni in Conca, con Gian Galeazzo Visconti, suo primo cugino. Questi era rimasto vedovo di Isabella di Valois, morta di parto dopo avergli dato quattro figli, tra cui l’erede maschio, Azzone. Morte e vita furono sempre presenti nella storia di Caterina. Infatti il suo matrimonio avvenne durante i funerali del piccolo Azzone, morto di vaiolo. La giovane sposa doveva fare i conti anche con il ricordo della amata prima moglie e con la malevolenza della zia-suocera Bianca che la accusava di tramare con i suoi familiari per avvelenare Gian Galeazzo e prendere il potere di tutta Milano.

Caterina aveva dunque più che mai il “dovere” di dare subito un nuovo erede al marito, ma era inconsapevole portatrice di una malattia genetica, la glicogenosi di tipo II, che influiva sulla gestazione e sulla futura salute degli eventuali figli. Le gravidanze di Caterina furono quanto mai travagliate tra aborti e bimbi morti appena nati. Quali aiuti avrà cercato nelle cure con le erbe, che tanto conosceva? Per favorire la gravidanza si facevano bagni (con artemisia, ruta, lauro), suffumigi (con incenso, mirra, aloe, grasso d’oca), si mettevano “tampax” di lana impregnata di olii vari, si inghiottivano intrugli di testicoli di volpe, caglio di lepre e aconito, un veleno molto pericoloso… anche le erbe hanno il loro lato oscuro.

Il mondo di Caterina a Pavia, dove i coniugi si erano trasferiti dopo il matrimonio, era diventato ancora più pericoloso. Gian Galeazzo aveva fatto arrestare il suocero-zio Bernabò a scopo “preventivo”, accusandolo di tramare contro di lui e di ostacolare la nascita di un erede con ogni mezzo…. compreso il malocchio! Ovviamente le ragioni erano ben altre e riguardavano lotte di potere. Bernabò, rinchiuso nel castello di Trezzo d’Adda, morì, sembra avvelenato con una ciotola di fagioli, in circostanze mai chiarite. Un giallo ancora irrisolto.

La situazione era difficile per entrambi i coniugi: Gian Galeazzo non aveva eredi maschi dalla prima moglie, Caterina sembrava sterile, il suocero-zio Bernabò era stato assassinato e se lui avesse riconosciuto come eredi eventuali figli avuti dall’amante, avrebbe avuto contro anche i fratelli di Caterina per questioni ereditarie. E la giovane sposa? Apparentemente non fece nulla in difesa del padre; quale groviglio di sentimenti (paura, odio, indifferenza, speranza…) ci fu in lei in quei giorni?

Gian Galeazzo e Caterina, forse, non sapevano proprio più a che santo votarsi. Si rivolsero allora ad un “potere” superiore, facendo voto alla Vergine Maria di far costruire una nuova splendida cattedrale a Milano, dedicata proprio a Santa Maria Nascente: il nostro Duomo! Nacque così anche la Veneranda Fabbrica che doveva reperire i fondi tra i milanesi e gestirli, come avviene tuttora, in una tradizione secolare.

Nel 1388 finalmente nacque il figlio tanto desiderato: Giovanni Maria e, da allora, i discendenti maschi dei Visconti aggiunsero al primo nome quello della Madonna in segno di devozione. Quasi contemporaneamente era nato anche Gabriele Maria, figlio dell’amante di Gian Galeazzo, Agnese Mantegazza. La dinastia era salva.

Giovanni Maria, però, manifestò presto gravi problemi di comportamento curati molto empiricamente praticandogli una ferita alla base del collo (che veniva tenuta aperta inserendovi piselli o ceci) per far defluire gli umori maligni; inoltre gli venivano somministrate pozioni a base di laudano o papavero. Povero Giovanni Maria, diventò pazzo e violento per la malattia o per la cura?

Caterina, due anni dopo la nascita del primogenito, era di nuovo in attesa, ma si prevedeva un parto molto pericoloso per madre e nascituro. Fece quindi voto di lasciare dei fondi per erigere un monastero in una villa del Pavese, la Torre dei Mangano, nella cui cappella andava spesso a pregare. Il bimbo morì, lei si salvò e Gian Galeazzo “scippò” il voto della moglie ponendo le fondamenta, poco lontano dal luogo di preghiera di Caterina, di quella che sarebbe diventata nel tempo la grandiosa Certosa di Pavia.

Di Caterina, oggi, nella Certosa, rimane solo un bassorilievo sulla Porta delle Duchesse.

Nel frattempo Gian Galeazzo aveva spostato la residenza a Milano, nella Rocca di Porta Giovia, il futuro Castello Sforzesco. Qui, nel 1392, nacque il secondogenito di Caterina, Filippo Maria. Fu un parto molto travagliato e il bambino manifestò pienamente la malattia genetica di cui la madre era portatrice, la glicogenosi tipo II che impedisce la sintesi degli zuccheri. Caterina, con l’aiuto di medici e astrologi, “inventò” una terapia dietetica e fisioterapica che permise al figlio minore di sopravvivere. La dieta era a base di polpette di “panìco” (una sorta di polenta a base di miglio, perché il bambino era senza denti), fegatini di pollo, uova, rape, frutta e ricotta.

Per aiutarlo a camminare lo sostenevano con una cinghia legata alla schiena, e anche da adulto avrà sempre delle difficoltà motorie. Nonostante tante limitazioni, continuando per tutta la vita questa dieta, accompagnato sempre da medici e astrologi, Filippo Maria diventò un uomo di notevole statura, vivendo fino a cinquantasei anni, governando Milano e diventando anche padre di Bianca Maria, futura moglie di Francesco Sforza.

Mentre Caterina era assorbita totalmente dalla cura di questo figlio sfortunato, rinunciando per lui anche alla vita di corte, Gian Galeazzo perseguiva il sogno di diventare Duca di Milano, “primus inter pares” d’Italia, grazie anche ai consigli del Vescovo Pietro Filargo, eminenza grigia di questo progetto. Nel 1395 Gian Galeazzo “comprò”, con un esborso da capogiro di fiorini d’oro, il titolo di Duca da Venceslao “il Pigro”, Re dei Romani, ma mai incoronato dal Papa. Caterina, dunque, divenne la prima Duchessa della nostra città, dedita quasi esclusivamente alla cura di Filippo Maria.

Il destino, però, stava preparando per lei un grande cambiamento…

continua…

A Presto…