Storia di amore e cotolette: Josef Radetzky e Giuditta Meregalli

Può una cotoletta essere la freccia di Cupido che fa innamorare due persone completamente diverse per età, posizione sociale e appartenenza politica? Sembra quanto sia in effetti accaduto nella prima metà dell’Ottocento tra il feldmaresciallo Josef Radetzky, conte boemo e governatore di Milano durante l’impero austriaco, e Giuditta Meregalli, nata a Sesto San Giovanni, domestica e bravissima cuoca. Ecco una rappresentazione satirica dell’epoca.

Lui aveva 69 anni, una moglie contessa austriaca, che abitualmente viveva a Verona, e otto figli. Non era un bell’uomo: basso e tozzo, con un collo corto e un naso camuso e “arrubinato”, cioè piuttosto rosso per le abbondanti libagioni. Josef era un ottimo generale, ma non certo austero: era un giocatore (come la moglie, ludopatica), pieno di debiti tanto da aver attinto subito dalla dote della moglie per ripianarli. Amava molto il buon bere e il cibo piuttosto saporito, tanto da addormentarsi, russando a tavola, anche durante pranzi importanti. Si capisce quindi come non amasse frequentare i salotti milanesi colti e aristocratici, e non fosse riamato.

Lei aveva circa 30 anni, era bella, prosperosa e serviva nelle case delle nobiltà come domestica. Il loro “incontro” avvenne in casa del feldmaresciallo quando un altro nobile boemo, il conte Patcha, fece assumere dal Radetzky la bella Giuditta che aveva già servito a casa sua.

Il conte Patcha era un giocatore incallito, aveva un’enorme avidità di denaro e non era certo uomo di specchiata onestà… forse gli serviva una copertura di alto livello per i suoi affari. Quando conobbe Giuditta, Josef attraversava un momento difficile: era, o si sentiva, debole e ammalato, affetto da disturbi gastrici, da una tosse persistente e da dolori articolari. Per aiutarlo, e aiutarsi, il conte Patcha gli presentò dunque la bella Giuditta, donna semplice, piena di vita e di energia. Possiamo solo immaginare quanto avvenne tra loro. Lei divenne cuoca e gli fece assaggiare squisite cotolette e goduriosi gnocchi al gorgonzola che ridiedero vigore e voglia di vivere al maturo feldmaresciallo… galeotto fu il piatto e chi lo cucinò.

La relazione non fu un’episodica storia tra un nobile e la sua domestica: via via Giuditta divenne una vera compagna di vita, ebbero quattro figli e per oltre vent’anni furono una “famiglia”. Così le scrisse in un italiano “straniero” Josef, mentre era assente da Milano: “… [ti scrivo] per informarmi… della nostra famiglia. Voleo sperare tuto beno et ti prego davere cura de tua salute. Te abbrazio mille volte…“. Giuditta e i bambini vivevano in via Borgospesso, in una casa affittata da Josef e l’esistenza di questa famiglia era nota anche negli ambienti della Milano bene. Cosa avranno pensato -e detto- nei salotti aristocratici della domestica diventata “quasi moglie” (una defilata first lady?) del governatore di Milano?

Purtroppo non abbiamo trovato notizie attendibili, ma possiamo solo immaginare… Ci siamo persino chiesti se Giuditta fosse veramente solo una compagna discreta e fidata o non avesse anche un ruolo di infiltrata (consapevole o no) dei patrioti milanesi. Il Lombardo Veneto era piuttosto ricco e una cassaforte per l’Impero. Scrive Carlo Cattaneo, federalista repubblicano: “i sudditi italiani della Casa d’Austria ebbero a pagare un terzo delle gravezze dell’Impero, benchè fossero solo un ottavo della popolazione”. Ecco il monumento che Milano ha dedicato a Carlo Cattaneo.

A “guardia” di questa cassaforte c’era l’anziano, ma vitalissimo, feldmaresciallo, fedele e capace ufficiale austriaco, che amava veramente la nostra città e la sua seconda famiglia. Quando i milanesi insorsero nelle Cinque Giornate, Radetzky non fece bombardare Milano, forse anche per amore poichè Giuditta e i figli non avevano lasciato la città. La donna venne arrestata dai rivoltosi, ma fu rilasciata senza subire conseguenze per la sua relazione col “nemico”. Ancora il Cattaneo scrive: “non ha colpe e spesso si operò per aiutare i milanesi”.

Quando Milano ricadde sotto il dominio austriaco, dopo la breve parentesi del Governo Provvisorio, Radetzky ne rimase ancora a capo e dovette gestire la drammatica situazione e prendere decisioni spietate contro gli insorti.

Intanto Giuditta aveva aperto una osteria in via Borgospesso. Grandissima donna, riuscita a gestire, da sola, un amore complicato, quattro figli e pure un lavoro. La relazione con Josef continuava; mentre era lontano, nel 1850, le scriveva: “Te abbiamo nel core e anima. Io te baccio mille e mille volte come nostra famiglia“. Il mondo italiano stava però cambiando e anche quello di Josef era al tramonto. All’inizio del 1854 morì la moglie (e lui scrisse: “è stata una liberazione”); non sposò però Giuditta, nè riconobbe i figli avuti da lei. Era intanto venuto il tempo di andare in pensione e fu sostituito nel governo di Milano dal fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

Radetzky non lasciò la nostra città che era diventata anche la sua; da bravo pensionato faceva quattro passi distribuendo qualche soldo ai mendicanti, ai “pofereti” che incontrava.

Alla sua morte, avvenuta il 5 gennaio 1858, ci furono solenni esequie in Duomo. La situazione economica del feldmaresciallo non era certo florida: per ripianare, ancora una volta, gli ingenti debiti suoi e della sua famiglia austriaca, decise di concedere a un commerciante austriaco, in cambio del pagamento di tutti i propri debiti, il diritto di seppellire, dopo la morte, il proprio corpo nel mausoleo di famiglia di quest’ultimo.

Giuditta morì nel 1885 dopo aver continuato la vita di ostessa. Fu ignorata dalla storia, e forse era quello che desiderava. Abbiamo cercato, purtroppo inutilmente, di darle un volto con un suo ritratto. Cercheremo di ricordarla raccontando presto la storia della cotoletta, quell’iconico piatto milanese che fece innamorare il nostro potente nemico, il feldmaresciallo Radetzky, per lei solo Josef.

A presto…

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