Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte seconda

Lorenzo Lotto (1480 – 1556) è uno dei pittori più originali del Cinquecento, periodo intenso anche per le dispute e riflessioni religiose che portarono a scelte (eresie) diverse e alla Riforma Protestante (1517). Lorenzo sentì l’inquietudine del suo tempo e nei suoi quadri ci sono talvolta elementi anticonvenzionali, velati persino da un po’ di ironia. L’artista dipinse molto nella Bergamasca e nelle Marche, spesso per committenti privati. Dopo la sua morte venne quasi dimenticato e fu riscoperto solo verso la fine dell’Ottocento.

Per capire meglio l’originalità di questo pittore soffermiamoci sulla figura di Maria nella Annunciazione realizzata dallo stesso autore dopo il 1530 ed esposta a Recanati.

Diversamente dalle opere di altri artisti, la fanciulla dell’Annunciazione di Lotto appare timida, smarrita, quasi impaurita dall’arrivo improvviso dell’Angelo, che ha i capelli rivolti all’indietro, come per la velocità del volo. Maria sembra quasi stringersi nelle spalle e volersi allontanare dalla figura forte e quasi prepotente dell’Arcangelo Gabriele che, incredibilmente, proietta la propria ombra come qualsiasi essere corporeo. Ne è spaventato persino il gatto, al centro della scena, che fa la gobba, sembra rizzare il pelo e voler scappare. Dio Padre, in alto, su una nuvoletta quasi da fumetto, assiste (o incombe) e con un braccio teso indica la fanciulla. L’ambiente in questo quadro è ricco, elegante, colto: un libro, una finestra con i vetri legati a piombo, un bel portico signorile.

Nel racconto evangelico dalla Annunciazione alla Natività sono passati nove mesi, e Lorenzo Lotto dipinge un’opera dove tutto è cambiato e diverso.

Maria è una giovane serena, piena di luce, che contempla suo figlio con amore, quasi in un consapevole secondo “Sì”. Non ha più paura del Mistero, il Mistero è davanti a lei e grazie a lei. Anche l’ambiente è molto differente: una semplice stalla, con utensili quotidiani e di lavoro manuale. Qui, però, non c’è paura, ma amore e, accanto al Divino, ci sono esseri umani pieni di stupore e meraviglia.

All’origine, l’ambiente raffigurato era un po’ più grande. Infatti, nel tempo, la tavola lignea dipinta è stata tagliata, forse perchè troppo rovinata. Ecco una ricostruzione esposta alla mostra.

Notiamo subito un particolare: ci sembra che al centro dell’opera ci fosse Maria e non il Bambino, come ora. Forse l’autore aveva voluto sottolineare la figura e il mistero di Maria?

Gesù, in questa Natività, è vero Uomo e vero Dio: come ogni bambino sembra ritrarsi al contatto con l’acqua, il suo cordone ombelicale è ancora attaccato (unica volta nella storia dell’arte) e le sue manine sono socchiuse.

Emana, però, una grande “Luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32). Sul suo capo tre raggi richiamano la Croce, vita e morte insieme; c’è, però, anche il messaggio nuovo della Resurrezione. Se guardiamo le sue manine, infatti, esse sembrano già benedire (la destra semiaperta, con le tre dita un po’ piegate, che appaiono in tanti dipinti di Cristo Risorto, come in quest’opera del contemporaneo Raffaello).

Questo Bambino, venuto nel mondo in condizioni di povertà estrema, ma avvolto in una nuvola di luce, senza dolore, nè sangue, da una vergine, fa pensare alle difficoltà umane nell’accettare la presenza divina nella vita di tutti i giorni, il Mistero che entra nella quotidianità della nostra vita. Da qui lo stupore di Giuseppe, della levatrice e, successivamente, dei pastori di fronte a questa nascita, la meraviglia del Natale.

C’è ancora qualche settimana per vedere questo dipinto, quasi un cameo che affascina e coinvolge.

A tutti un affettuoso Buon Natale!

A presto…

Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte prima

Il “Capolavoro per Milano”, la tradizionale rassegna del Museo Diocesano in occasione delle Feste, quest’anno arriva da Siena ed è un’opera insolita e straordinaria di Lorenzo Lotto che ci pone davanti al mistero e alla meraviglia del Natale.

L’autore (Venezia 1480 – Loreto 1556), della cui vita non si sa molto, dipinse quest’opera nel 1525 per un committente privato e fu quindi più libero di rappresentare la “Natività” in modo originale e meno vincolato dai canoni tradizionali. L’opera è autografata; autore e data dell’opera sono infatti indicati sulla brocca in rame a destra nel dipinto.

In questo piccolo quadro (55,5 X 45,7 cm) viene dipinto il primo bagno di Gesù Bambino, il tradizionale “bagnetto” che avviene per ogni neonato dopo il parto. La scena è intima, tenera, privata: accanto a Gesù, che sta per essere immerso nella tinozza, ci sono Maria, Giuseppe e due levatrici, secondo quanto raccontato nei Vangeli apocrifi.

Non ci sono angeli nè pastori, è un momento “umano” di Gesù, col cordone ombelicale ancora attaccato (unica immagine nella storia dell’arte), ma al tempo stesso carico di simboli religiosi, come il Battesimo (l’acqua nella tinozza), la Croce (le pennellate di luce sul capo del Bambino), il panno (il Sudario della Deposizione) che la levatrice scalda vicino al fuoco.

Perchè quest’opera risulta magnetica e la guardiamo con lo stesso stupore dei pastori del presepe? Forse perchè riesce a trasmetterci il mistero e la meraviglia del Natale facendocene cogliere il senso più profondo.

Avviciniamoci a questo dipinto poco a poco. Guardiamo l’ambiente che risulta piuttosto buio (siamo di notte), ma rischiarato da due fonti luminose: il fuoco resta sullo sfondo, in secondo piano; accanto ad esso un’altra levatrice, quasi in ombra, scalda il panno in cui sarà avvolto il piccolo Gesù. In primo piano il Bambinello emana una luce intensa che illumina le persone attorno a lui; ancora una volta umano e divino insieme. Ecco come vengono messe in evidenza le due fonti luminose nell’ impianto scenografico della mostra.

Al centro un triangolo di sguardi tra i tre protagonisti: Gesù con lo sguardo rivolto alla madre, Maria, luminosa e serena, che vede “solo” suo figlio e la levatrice (identificata come Salomè o come Santa Anastasia dagli studiosi) col viso un po’ in ombra e un po’ in luce che, fissando Maria, rappresenta il dubbio di tutti noi davanti al mistero.

Come è possibile, sembra chiedersi la levatrice, che una donna sia rimasta vergine prima, durante e dopo il parto? La ragione e l’esperienza della sua professione l’avevano spinta a voler verificare tale verginità, ma le sue mani erano rimaste paralizzate (come si vede nel dipinto) e guariranno solo dopo aver toccato Gesù, quasi il primo miracolo. La levatrice ricorda un po’ San Tomaso, l’apostolo del dubbio umano davanti al mistero divino.

Sullo sfondo San Giuseppe, unico in piedi, vestito riccamente con colori sgargianti, appare a braccia aperte per accettare e accogliere come in un abbraccio la “sua” famiglia da proteggere, fedele al compito che gli è stato assegnato. Il bastone, nel gesto di stupore che gli ha fatto aprire le braccia, si è appoggiato sul suo petto.

Tra qualche giorno guarderemo Maria e Gesù Bambino, per ora un affettuoso

a presto...

Cartolina di Natale – La meravigliosa storia di Rudolph, la renna dal naso rosso

Tanto tempo fa, in un mondo lontano lontano, dove si creavano sogni e giocattoli per i bambini della Terra, vivevano tante renne che dovevano imparare tutto quello che c’era da imparare per portare i doni trainando la slitta di Babbo Natale.

In quel tempo Babbo Natale aveva dovuto scegliere i cuccioli delle renne che sarebbero diventati suoi aiutanti.

Tra questi c’era anche una piccola renna un po’ diversa dalle altre perchè aveva il naso grosso e rosso, che si accendeva come una lampadina. Si chiamava Rudolph e gli altri cuccioli lo prendevano in giro per il suo aspetto. Anche Babbo Natale non lo aveva scelto quando aveva fatto il casting di Merry Christmas per le renne e il cucciolo si era sentito così triste e solo che il suo naso era diventato ancora più gonfio e rosso per le lacrime.

Rudolph, però, non si era perso d’animo e aveva continuato la sua vita con coraggio, serenità e tanto amore da donare.

Intanto si avvicinava la notte di Natale, era tutto buio e la neve vorticava così forte che non si vedevano le stelle. Babbo Natale e le renne non riuscivano a trovare la strada per scendere sul mondo e portare un po’ di gioia a chi lo stava aspettando.

Cosa fare? Babbo Natale si ricordò di Rudolph e del suo naso luminoso. Si recò da lui e gli chiese se poteva illuminare la lunga strada in quella fredda nebbia fatta di fiocchi di neve.

Rudolph non ebbe esitazioni, ma provò solo tanta gioia per poter essere di aiuto e far felici i bambini. Da allora c’è una renna dal naso rosso che guida le altre davanti alla slitta: sta illuminando il cammino di chi aspetta e crede ancora alla magia del Natale.

A presto…

Cartoline da Passipermilano – Il mistero dei Santi Gervaso e Protaso

Riusciamo ancora a sentire la meraviglia del Natale, la magia di quel qualcosa di diverso dal nostro mondo quotidiano che risveglia un’eco lontana, forse dell’infanzia o forse arcaica?

Tra pochi giorni, con la festività di Sant’Ambrogio, inizierà tradizionalmente a Milano la kermesse natalizia, fatta di addobbi, di auguri, di regali. Un tempo intorno alla basilica del nostro Santo Patrono c’era una fiera natalizia ed erano esclamazioni di pura meraviglia: O Bej – O Bej! Le bancarelle, il profumo delle caldarroste e dello zucchero filato, il suono degli zampognari ci facevano sentire che presto sarebbe arrivato Natale.

Tutto finito? Forse sì, ma la basilica è ancora lì, con le sue meraviglie e i suoi secolari misteri. c’è ancora tanto da riscoprire… Questa cartolina è dedicata alla storia di Gervaso e Protaso, i due Santi che si trovano accanto a Sant’Ambrogio nella cripta sotto laltare d’oro di Volvinio.

La storia che raccontiamo avvenne nel 386 d.C. ed è tratta dalle lettere di Sant’Ambrogio alla sorella Santa Marcellina e dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Il nostro vescovo “nè completamente sveglio, nè completamente addormentato”, mentre era assorto in preghiera, vide comparire davanti a sè due giovani molto alti tutti vestiti di bianco. Pensò ad una visione, ma essa si ripetè ancora la mattina seguente e poi ancora due giorni dopo e in quest’ultima i martiri erano accompagnati anche da San Paolo.

I due giovani erano fratelli milanesi, forse gemelli, Gervaso e Protaso, che avevano subito il martirio, nella nostra città, per non aver sacrificato agli dei pagani, l’uno decapitato, l’altro flagellato a morte.

Gli dissero di trovarsi “sotto di te, in un’arca coperta da dodici piedi di terra”, nell’area cimiteriale accanto alla basilica, davanti ai cancelli della chiesa di Nabore e Felice. “Il Signore mi concesse la grazia.- scrive Ambrogio- Feci scavare la terra e… trovammo due spoglie di straordinaria statura… Per due giorni ci fu un immenso concorso di popolo… Il giorno seguente le trasportammo nella basilica” che da allora venne chiamata Martyrum, cioè “Dei Martiri”, la nostra attuale Sant’Ambrogio.

Ci furono subito anche dei miracoli e la grande manifestazione di fede popolare segnò, a Milano, la fine dell’eresia ariana che era favorita dall’Imperatrice madre Giustina. Ambrogio aveva vinto.


Alla sua morte i due Martiri trovarono riposo accanto alla sua tomba e, dopo diversi secoli, nel 1897, vennero riuniti tutti nell’urna, realizzata da Ippolito Marchetti, nella cripta che ancora oggi possiamo visitare.

Nel 2018 la professoressa Cristina Cattaneo, docente di Medicina Legale all’Università Statale di Milano, e la sua equipe hanno esaminato le spoglie dei tre Santi. Ambrogio risulta avere proprio le sembianze dell’uomo che appare nel mosaico della basilica; inoltre, dalle rilevazioni eseguite, Gervaso e Protaso risultano molto alti (metri 1,80 circa), consanguinei, piuttosto giovani (23-27 anni) al momento della loro morte avvenuta l’una per decapitazione e l’altra per lesioni multiple e fratture costali.

https://lastatalenews.unimi.it/ambrogio-gervaso-protaso-primi-risultati-analisi-ossa-santi

Possiamo credere o no alla storia di questi due martiri ai quali sono dedicate due guglie del Duomo. In fondo ogni epoca, anche la nostra, ha le sue leggende che ci fanno entrare, magari solo per un momento, nel mondo della meraviglia e del mistero.

A presto…

Itinerario sulle tracce di antiche storie: via Lanzone

La via Lanzone è centralissima, talmente ricca di storia e di storie… da essere quasi sconosciuta. E Lanzone, per dirla col Manzoni, “chi era costui?”
Iniziamo il nostro itinerario toponomastico-storico, percorrendo questa via che parte da piazza Sant’Ambrogio (purtroppo deturpata dalla stazione della linea blu) e che, stretta e tortuosa, arriva in via Circo, dove si trovano altre rovine, quelle del circo romano di ben oltre quindici secoli fa.

Questa via è molto signorile e riservata, ma resa vivace e piena di intelligente futuro dai ragazzi che frequentano l’Università Cattolica, poco distante. All’inizio della strada ci sono due targhe, quasi una di fronte all’altra. La prima, col nome della via (via Lanzone – capitano milanese XI sec.), è apposta sulla bella facciata di un edificio che un po’ contrasta con la semplice austerità di quelli intorno.

L’altra targa è posta a sinistra della chiesetta di San Michele sul Dosso e ci racconta che qui sorgeva la casa dove abitò il Petrarca su pressante invito dei Visconti “…a condizione che la mia libertà e la mia quiete non avessero a risentirne”. Se ne andò per paura della peste, dopo otto anni ricchi di studi e di intuizioni.

La chiesetta di San Michele sul Dosso, secondo qualcuno fondata addirittura da Sant’Ambrogio, ha una facciata piuttosto modesta, ma contiene un vero capolavoro: la “Vergine delle Rocce”, realizzato da Francesco Melzi, allievo e amico di Leonardo, copia del più eretico lavoro del Maestro. L’opera è visitabile su prenotazione presso l’Istituto delle suore Orsoline, di cui la chiesa fa parte.

Proseguiamo lungo via Lanzone e, poco più avanti, troviamo la chiesa di Sant’Agostino, quasi sempre chiusa tranne che per due insolite finestre con persiane sulla facciata. Una lapide sostiene che qui (e non nel battistero di San Giovanni alle Fonti, sotto il Duomo) il Santo venne battezzato da Sant’Ambrogio.

Da via Lanzone, come ramoscelli di un vecchio e tortuoso tronco, partono due vicoletti e una piccola strada. I due vicoli non hanno nome, ma secondo la tradizione, sono chiamati di Sant’Agostino (a fianco della chiesetta) e delle Monache (quasi di fronte).
Il vicolo di Sant’Agostino inizia dopo un sontuoso portone e, un po’ tortuoso, ci porta a lato della basilica di Sant’Ambrogio e alla Cattolica.

L’altro vicolo, invece, detto delle Monache, perché probabilmente percorso dalle suore dei vicini conventi, unisce via Lanzone con via De Amicis. Uno strano orecchio su una parete ascolta chissà quali confidenze.

Percorrendo via Lanzone le sorprese non mancano: qualche balconcino in ferro battuto, un bel palazzo (casa Buttafava, al numero 21), alcuni raffinati negozi e una piccola strada dal nome un po’ strano: via Caminadella, che ricorda le case “caminate”, cioè dotate di camini e canne fumarie esterni. Forse sorse qui la prima casa milenese col camino?

Dopo un piccolo slargo, da dove si intravede la chiesa di San Bernardino alle Monache (sul cui demolito convento si trova ora il Liceo Classico Manzoni), ci troviamo davanti a due importanti edifici: l’uno, costruito nell’immediato dopoguerra sulle rovine del Palazzo dei Panigarola, distrutto dalle bombe, tutto bianco con decorazioni in ceramica di Lucio Fontana e, al numero 2 della via, il palazzo che Prospero Visconti fece costruire alla fine del Cinquecento con l’immancabile biscione sopra il portone.

Lanzone, capitano milanese dell’ XI secolo

Chi era, dunque, questo personaggio al quale è stata dedicata una strada così carica di storia? Poco sappiamo di lui, anche se, certamente, fu considerato un uomo importante tanto da essere ricordato con una delle 24 statue (purtroppo in fragile gesso) che ornavano la Galleria Vittorio Emanuele appena inaugurata e che sono andate perdute. Fra questi personaggi insigni c’erano Dante, Foscolo, Marco Polo, Beccaria … tanta roba!

Sappiamo che Lanzone visse a Milano intorno all’anno Mille al tempo di Ariberto e che era un “Capitaneus et nobilis altus”, cioè un nobile milanese in una società dove le diverse classi (alta nobiltà, piccoli nobili, cives e popolo minuto) lottavano brutalmente tra loro per mantenere o conquistare un po’ più di potere. Lanzone fu, per così dire, un “eretico” politico.

Fece, infatti, una “scelta” diversa: pur essendo nobile, e forse notaio, si schierò con i cives, la classe in ascesa di commercianti e artigiani, partecipando alla loro battaglia contro nobili e alto clero. La lotta fu veramente cruenta tanto che Milano per tre anni resistette all’assedio da parte dei nobili fuoriusciti e dei loro soldati. Era, però, in atto una grave carestia e Lanzone, secondo lo storico Landolfo Seniore, di nascosto riuscì ad “evadere” dalla città per recarsi dall’Imperatore Enrico III il Nero e chiedergli aiuto. Il prezzo, però, sarebbe stato molto alto: quattromila soldati teutonici come presidio all’interno di Milano. Lanzone fiutò il pericolo e, con incredibile coraggio, trattò con i nobili “nemici” accordandosi per una pace dalla quale, dopo alcuni anni, sarebbe nato il Comune. Poco si sa della fine di Lanzone; secondo Galvano Fiamma fu imprigionato per tradimento e ucciso dalle torture nella Torre dei Moriggi, secondo altri, invece, si ritirò con altri nobili fuori Milano. Certamente fu mosso dal bene per la nostra città.

Ritorniamo all’antica foto della statua di Lanzone, realizzata dallo scultore Odoardo Tabacchi per la Galleria. Il Capitano è un uomo forte, un guerriero, ma la sua spada non è sguainata, è quasi a riposo… Un messaggio anche per i tempi nostri.

A presto…

Cartoline da Passipermilano – Un “mistero” a Palazzo Morando

Il mistero è il protagonista della inconsueta mostra “Fata Morgana: memorie dell’invisibile” aperta a Palazzo Morando.
Non poteva esserci sede più idonea: il bellissimo edificio di via Sant’Andrea fu lasciato in eredità al Comune di Milano dalla contessa Lydia Morando Attendolo Bolognini, nata Caprara di Montalba (1876 – 1945), appassionata studiosa di esoterismo, paranormale e occulto.

La mostra, ideata e organizzata dalla Fondazione Trussardi, si lega “spiritualmente” a quelle contemporanee di New York, Berlino, Basilea, Vienna e Parigi sul tema del mistero, come se le incertezze e le paure del nostro tempo facessero cercare un aiuto reciproco e, forse, un nuovo punto di vista. La mostra non cerca di indagare sulla autenticità di eventi e messaggi sovrannaturali, ma piuttosto sull’Invisibile che “ispira” gli artisti.

L’ambiente della mostra è suggestivo con le stanze che si susseguono una nell’altra, come in un labirinto avvolto nell’oscurità, dove, quasi improvvisamente, compaiono figure inquietanti.

Ci sono opere di settanta autori molto diverse tra loro, così come differenti sono i linguaggi utilizzati: ci sono foto di sedute medianiche, disegni realizzati in ambiente psichiatrico, opere di autori ispirati ad attività oniriche o paranormali, filmati e video.

Molto interessanti sono i pannelli esplicativi alle pareti che introducono al vasto tema che ha affascinato anche personaggi famosi: “a metà dell’Ottocento lo spiritismo si diffuse in Europa e in America… il movimento rispondeva a un’epoca di grandi trasformazioni… segnate da industrializzazione, scetticismo religioso, nuove scoperte scientifiche, [come non pensare oggi alla nostra AI?]. Intellettuali come Victor Hugo, Arthur Conan Doyle, Cesare Lombroso, i coniugi Curie… ne furono affascinati… Allo stesso tempo figure come Rudolf Steiner e Helena Blavatsky crearono dottrine influenzate da occultismo ed esoterismo”. Ecco il corpo innaturalmente sospeso di madame Blavatsky in un’opera di Goshka Macuga.

Tra le opere esposte, da segnalare quelle di Hilma af Klimt, che sembrano anticipare l’astrattismo. La pittrice svedese è considerata “una figura centrale nella storia dell’arte del Novecento: i suoi cicli di dipinti realizzati sotto l’influenza di spiriti guida anticipano la ricerca di molti pittori astratti di inizio secolo“.

Un pannello fa osservare come fra gli artisti presenti molte siano donne: infatti “la storia dell’arte medianica è soprattutto una storia di donne… Lo spiritismo offriva una nuova centralità alle figure femminili… Alcune delle protagoniste erano anche attive in circoli femministi e riformisti e certe medium… si ricollegavano esplicitamente ad antichi miti matriarcali evocando sibille, streghe e sante mistiche“. Una via per uscire dai soprusi e dal dolore?

Chiudiamo questa cartolina con un saluto alla contessa Lydia, il cui spirito, a detta di molti, dimora ancora nel suo palazzo. Buon Halloween, Lydia, grazie per averci fatto scoprire questa mostra profonda e coinvolgente sull’Invisibile.

La mostra è aperta fino al 30 novembre con ingresso gratuito e senza prenotazione. Un consiglio: andarci più volte per avvicinarci, via via, al nostro mistero.

A presto…

Itinerario sulle tracce di antiche storie: da piazza Sant’Ambrogio a via Ariberto

Perchè a Milano ci sono ancora tanti ricordi legati ad eresie medievali o alla lotta contro di esse? Iniziamo il nostro secondo itinerario partendo dalle Colonne romane davanti alla basilica di San Lorenzo, dove si trova una copia della statua di Costantino, l’Imperatore che, con l’Editto di Milano del 313 d.C., diede libertà di culto, cioè di “scelta”, in campo religioso. Teniamo presente che la parola greca Hairesis, da cui “eresia”, significa appunto “scelta”.

Ancora oggi, però, sappiamo come la convivenza di credi diversi (che spesso sono anche alibi per interessi non religiosi) sia difficile e motivo di dolorosi e drammatici scontri. Quando, nel 374 d.C., Giustina, madre del giovane Imperatore Valentiniano II, diede ordine di cedere una basilica della nostra città ai fedeli del teologo “eretico” Ario, di cui era una seguace, trovò la vittoriosa opposizione del vescovo Ambrogio. Alla fine i soldati imperiali, che avevano assediato la chiesa, dove il vescovo aveva radunato i fedeli per non consegnarla agli ariani, si ritirarono. Alla Pinacoteca Ambrosiana si trova un interessante dipinto del Bramantino che celebra la vittoria di Ambrogio su Ario accostata a quella di San Michele Arcangelo sul demonio.

Il nostro santo Patrono viene talvolta raffigurato mentre impugna uno staffile per il suo spirito combattivo, non solo contro gli eretici. Pensiamo anche ai suoi leggendari scontri con l’Imperatore Teodosio, reo dell’eccidio di Tessalonica, e persino contro il diavolo che ricacciò agli inferi, con un poderoso calcione, attraverso la mitica colonna, che ancora oggi conserva i segni delle corna del demonio.

La nostra città ha sempre avuto desiderio di autonomia e di scelta? Pensiamo proprio di sì. A ben guardare la Diocesi di Milano ancora oggi osserva il Rito Ambrosiano, che si discosta da quello Romano tradizionale nella liturgia, nel calendario e perfino nella forma dell’ostensorio.

Un altro Vescovo importante fu Ariberto da Intimano (1018 – 1045), che aveva combattuto gli eretici di Monforte. Fu uno strenuo difensore dell’autonomia (e dei privilegi) della nostra città nei confronti dell’Impero e del Papato. Siamo intorno all’Anno Mille e Ariberto, tra l’altro, rivendicò l’ “anzianità” della Chiesa milanese, fondata da San Barnaba (quello del “Tredesin de Marz“) nel 51 d.C., rispetto alla Chiesa romana, fondata da San Pietro solo qualche anno dopo. Durante le lotte comunali contro l’Impero fece mettere sul Carroccio un altare con il Crocifisso e le insegne cittadine.

A questa figura, guida delle armi e delle anime dei ribelli milanesi, è dedicata una via che parte da corso Genova e arriva in via Olona. Ci sembra una via molto “ambrosiana”. Inizia con un grattacielo, un tempo sede dell’INAIL e passa poi alle spalle dell’antica chiesa di San Vincenzo in Prato.

In questa chiesa, dalla storia secolare e insolita, si conserva la pietra (ora trasformata in fonte battesimale) che, secondo la tradizione, serviva a Sant’Ambrogio per salire in groppa alla mula Betta.

Infine segnaliamo, al numero 10, un esempio della Milano del fare: qui c’è la sede del Gruppo di Volontari della San Vincenzo, attivissimo nel campo della solidarietà verso chi ha bisogno. Ricordiamo che dal 6 all’8 e poi dal 20 al 23 novembre ci saranno due mercatini benefici dove fare acquisti di abbigliamento vintage di qualità e affari nel campo dell’oggettistica, visto che è frequentato anche da parecchi antiquari. Con i proventi verranno finanziati progetti per famiglie e giovani in difficoltà.

Milano, per fortuna, è anche questa; non manchiamo.

A presto…

Cartoline da Passipermilano – “Ostinata”, una biblioteca di quartiere

Nel cuore di Porta Romana, in via degli Osti, nome del vicolo della Milano “da bere” di un tempo, si trova una bella biblioteca privata, ma gratuita e aperta a tutti, l’Ostinata.

Siamo al numero 6 di questa stradina che collega via Festa del Perdono e largo Richini con corso di Porta Romana. Qui si trovavano diverse osterie (da cui il nome della via) che davano anche ospitalità a chi voleva fermarsi per la notte in questa zona di antico passato e di intensi traffici. Infatti il corso di Porta Romana era, al tempo di Mediolanum, una via porticata, ricca di attività commerciali, punto di partenza e collegamento con la capitale.

Su questo corso, all’altezza di via Osti, si affaccia la basilica di San Nazaro, voluta da Sant’Ambrogio, dove ancora si possono vedere resti romani; alle sue spalle Francesco Sforza e la moglie Bianca Maria Visconti avevano fatto costruire un importante (e ancora bellissimo) ospedale, la nostra Ca’ Granda, ora sede dellUniversità Statale.

Un piccolo consiglio da milanesi DOC: guardiamo questi edifici all’ora del tramonto, quando i rossi mattoni con cui sono costruiti si scaldano all’ultimo sole. Infine una piccola provocazione verso chi sostiene che Milano distrugge e rinnega le tradizioni. Ancora oggi alla Barona, in via Tobagi 8, si trova l’antica Fornace Curti dove erano fabbricati i tipici mattoni ed ora tiene viva la tradizione con artistiche lavorazione di terracotta.

Un’altra tradizione sopravvissuta in questi pochi metri è la bancarella del “Verzeratt”, dove comperare ancora oggi frutta e verdura, come ai tempi dell’antico Verziere.

La nostra più vera cultura meneghina, fatta di vecchio e di nuovo, mai ostentata ma con profonde e solide radici, è veramente “ostinata”, come la biblioteca aperta proprio qui.

Questa biblioteca, in un ambiente di design firmato De Lucchi, ospita volumi vecchi e nuovi, ma anche iniziative attuali come, ad esempio, quelle del FuoriSalone.

Milano non è però solo design ed eventi, ma soprattutto cultura e attenzione agli altri. Questa biblioteca infatti propone, oltre a presentazioni di libri e incontri con autori, anche svariati corsi per attività di “milanesi” di età, sesso e origini diverse, “ostinati” nell’amore per scaffali ricchi di storie e nel piacere di stare insieme in un luogo caldo e accogliente, condividendo socialità e momenti di crescita personale.

A presto…

Itinerario sulle tracce di antiche storie: corso Monforte

Cosa hanno in comune nomi di vie (Monforte, Pattari, Ariberto…), strani monumenti (San Pietro Martire, Oldrado da Trèsseno,..), parole dialettali (patè,…) e persino canzoni (Prete Liprando…)?

Iniziamo un insolito itinerario nella toponomastica della nostra città cercando tra i nomi di alcune vie tracce di antiche storie, risalenti per lo più al Medioevo, che raccontano di eresie, vescovi guerrieri, lotte per il potere… in fondo un po’ di storia della nostra Milano che abbiamo ancora sotto gli occhi.

Corso Monforte Chi non conosce questa strada centralissima, che unisce San Babila con piazza Tricolore? Cosa rappresenta questo nome, che fu dato alla via il 13 settembre 1865, appena dopo l’Unità d’Italia, in tempi di rapporti non facili con la Santa Sede?

In questa zona ebbe luogo, nel 1028, uno dei più grandi roghi di eretici avvenuti in Europa, quello dei martiri di Monforte. Ci facciamo raccontare questa terribile storia da un milanese DOC del Settecento, Pietro Verri, autore di una “Storia di Milano”:

Si era sparsa la voce che nel Castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici… Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i sacri misteri della Trinità e della Incarnazione… e molti altri errori. [Dopo essere stati interrogati] “gli abitatori del Castello di Monforte vennero presi in buon numero dai militi dell’Arcivescovo [Ariberto, Arcivescovo di Milano] e tradotti a Milano insieme alla contessa, signora del Castello… L’Arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, i primati [i notabili] della nostra città, temendo… che non si spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall’altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici e loro proposero… o di gettarsi al piè della croce, confessando i loro errori e abbracciare le fede cattolica, o di gettarsi tra le fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto, ma gli altri, che erano la maggior parte, copertisi il volto con le mani, corsero nel fuoco.“.

Landolfo il Vecchio, un cronista quasi contemporaneo di questi fatti (la via a lui intitolata si trova vicino al Castello Sforzesco), afferma che ciò avvenne per “volere dei primati, Heriberto [Ariberto] nolente.“. Forse i notabili temevano che “questi nefandissimi… seminavano falsi insegnamenti… ai contadini che erano convenuti per conoscerli. Sarà stato, forse, anche perchè una di queste “nefandissime” regole era quella di mettere tutti i beni in comune?

Come appare oggi corso Monforte, testimone di questi terribili fatti? Anche se centralissimo, è piuttosto austero, come se il ricordo della antica tragedia l’avesse segnato e perdurasse nel tempo. Gli edifici della via sono o storici o di archistar del secolo scorso (Alfredo Campanini, Luigi Caccia Dominioni).

Due degli edifici storici (Palazzo Diotti – oggi Prefettura – e Palazzo Isimbardi – oggi sede della Città Metropolitana, ex-Provincia) furono teatro, anch’essi, di tragici fatti di sangue.

A Palazzo Diotti, infatti, che era a quel tempo sede dell’I.R. Governo austriaco, il 18 marzo 1848, un seminarista, Giovan Battista Zaffaroni, pugnalò a morte una sentinella che a sua volta reagì sparandogli; di fatto questi due giovani furono i primi caduti delle Cinque Giornate.

Ben più efferata vicenda fu quella che ebbe luogo, nel 1607, a Palazzo Taverna, ora Isimbardi. Gian Paolo Osio, lo “sciagurato Egidio” dei Promessi sposi, condannato a morte in contumacia per i suoi delitti, per sfuggire alla cattura, aveva chiesto aiuto all’amico Lodovico Taverna. Attirato nel sotterraneo del palazzo, venne fatto uccidere, poi decapitato e la testa portata al Governatore per intascare la taglia. Il palazzo, ristrutturato più volte, cambiò diversi proprietari, ma si dice che l’unico ‘abitante’ rimasto da allora sia il fantasma di Egidio che ancora vaga nei sotterranei.

Poco dopo Palazzo Isimbardi, al numero 43 del corso, la figura di un gatto in ferro battuto guarda chi passa dalla finestrella della cantina di un bel palazzo Liberty; un po’ inquietante, vista la zona.

Infine, all’angolo con via Vivaio, c’è lo strano monumento dedicato alle Vittime del terrorismo e delle stragi.

Un uomo cammina faticosamente su una trave sospesa nel vuoto portando sulle spalle curve uno zaino di luci. Opera dello scultore spagnolo Bernardì Roig, è purtroppo poco conosciuta; ne parleremo con una prossima cartolina. Questa installazione ci riporta ai nostri Martiri di Monforte e al loro sacrificio avvenuto circa mille anni fa. Purtroppo le stragi continuano ancora oggi…

A presto…

Cartoline da Passipermilano – la Madonna di ratt

Nel cortile di Palazzo Bagatti Valsecchi in via Gesù 5 (con ingresso anche da via Santo Spirito 10) si trova un bassorilievo che passa inosservato ai più, anche ai clienti del bel ristorante interno.

La bella terracotta quattrocentesca, su una parete del cortile, mostra una Madonna con Bambino sulla spalla del quale fa capolino un animaletto dal muso di topo che ha, però, una coda importante come quella di uno scoiattolo: è la “Madonna di ratt” (“topi” in milanese).

La sua origine è quanto mai chiacchierata: fu trovata, sembra, e raccolta dai fratelli Bagatti Valsecchi, collezionisti d’arte, che la fecero mettere nel cortile del loro palazzo, ora in parte adibito a museo. Perchè c’è un topolino sulle spalle di Gesù Bambino? Forse ha preso il nome dalla nobile famiglia Ratti che abitava nella zona del ritrovamento? O rappresenta un ex-voto per la fine di una invasione di topi? O che altro ancora?

A noi piace pensare che Gesù Bambino sia venuto per tutto il Creato e che possa amare anche un esserino piccolo, disprezzato come un topolino.

A presto…