“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte seconda)

La storia dei Giochi Olimpici, vista attraverso le opere di grande pregio raccolte per la mostra in corso alla Fondazione Rovati, prosegue facendoci letteralmente entrare nella “Tomba delle Olimpiadi” (530-520 a.C.) proveniente dal Museo Archeologico di Tarquinia. Alle pareti non riproduzioni, ma dei dipinti a secco, strappati e riposizionati su tela, che escono per la prima volta dalla loro sede per essere ospitati in questo museo di arte etrusca.

Siamo circondati, diremo quasi avvolti, da immagini di gare di corsa, lancio del disco, incontri di lotta e pugilato, corse di bighe e da raffigurazioni di danze e banchetti. Colpisce, di fronte all’ingresso, la porta che segna il passaggio per l’aldilà; è un’immagine di grande impatto emotivo: di qui la vita con i suoi piaceri, oltre la porta il mistero di ciò che non si conosce.

In un’altra sala, molto interessante è la copia, realizzata nell’Ottocento da Carlo Ruspi e proveniente dei Musei Vaticani, delle pitture murali etrusche relative alla “Tomba delle bighe”. Anche qui giovani che danzano o suonano, gare sportive, un tavolo per il banchetto e alcune bighe con auriga.

In alto, una tribuna coperta ospita gli spettatori. Anche questa tomba è un inno alla vita che ci testimonia come le gare facessero parte dei piaceri terreni e dei rituali funebri; quasi un invito al Carpe diem?

Gli antichi Romani, anche dopo la conquista dell’Ellade, non “adottarono” mai veramente le Olimpiadi. I giochi preferiti erano per lo più spettacoli popolari con corse di bighe e quadrighe, combattimenti tra gladiatori o contro animali.

Uno di questi gladiatori, storico e non hollywoodiano, è Urbicus, un secutur, la cui stele funeraria si trova a Milano, all’Antiquarium “Alda Levi” di via De Amicis. Questa lapide ci riporta all’amore della sua famiglia che ricorda un atleta ucciso a tradimento dopo un combattimento vittorioso.

I giochi al tempo dei Romani divennero quasi un “rito”, un ammortizzatore sociale e politico: panem et circenses. Paradossalmente chi amò le Olimpiadi fu un Imperatore molto controverso: Nerone. Infatti gareggiò ad Olimpia come atleta e artista, vincendo (?!!!) oltre 1800 gare, facendo persino spostare la data delle Olimpiadi. Il suo trionfo a Roma fu grandioso e i suoi trofei furono portati in corteo. A lui accostiamo un’immagine della mostra, il trofeo opera di Peter Carl Fabergè, realizzato per conto dello Zar Nicola II come premio per il vincitore di una gara.

Via via il fuoco della fiaccola olimpica si affievolì sempre più, tanto che l’Imperatore Teodosio, nel 393 d.C. lo fece spegnere, abolendo i Giochi insieme ad altri riti pagani. Ci furono secoli di oblio, ma, come il leggendario fiume Alfeo che attraversa la piana di Olimpia, scorre poi sottoterra e riemerge, per volere di Zeus, nell’isola di Ortigia (a Siracusa) per ricongiungersi con l’amata Aretusa, così i Giochi Olimpici rinacquero a fine Ottocento per merito del barone Pierre De Coubertin.

La prima Olimpiade moderna si tenne ad Atene nel 1896. Poi, come un tempo, i Giochi attraversarono momenti storici diversi e difficili: guerre, boicottaggi politici, attentati, persino il Covid, che fece rimandare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Lo sport olimpico si urbanizzò e divenne “mondiale”. Si aggiunsero gare, discipline sportive nuove e, persino, altri Giochi, quelli Invernali e quelli Paralimpici.

Ora tocca a Milano-Cortina! “Altius, Fortius, Citius et… Communiter”

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte prima)

Tra qualche giorno si inaugureranno le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e la nostra città propone, per questo evento, anche una serie di iniziative culturali. Un’occasione da non perdere è la mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga 3000 anni” in corso alla Fondazione Rovati, corso Venezia 52, aperta fino al 22 marzo 2026.

Nelle diverse sale convivono passato e presente dei Giochi: a reperti antichi sono infatti accostati oggetti sportivi recenti, talora diventati iconici, in un percorso espositivo che ci porta a riflettere sull’evoluzione storica e di costume delle Olimpiadi. In questa vetrinetta, ad esempio, vediamo, tra l’altro, una maglietta di Usain Bolt, una scarpa da basket di Michael Jordan e una terracotta di età ellenistica che rappresenta un piede che calza un sandalo.

Abbiamo preso spunto da questa mostra per intrecciare alcune immagini degli oggetti esposti con notizie, a volte curiose o poco note, sulla storia delle Olimpiadi. Chi volesse approfondire questo argomento potrebbe leggere l’interessante “Enciclopedia dello Sport – Olimpiadi antiche” sulla Treccani online, visitare il book-shop della Fondazione e, soprattutto, vedere la mostra!

https://www.treccani.it/enciclopedia/olimpiadi-antiche_(Enciclopedia-dello-Sport)/

I Giochi Olimpici – Spigolando qua e là nell’antica Grecia

Anticamente gli “sport” erano presenti e praticati in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Sono stati ritrovati, infatti, molti reperti che testimoniano incontri di lotta, pugilato, gare di corsa e coi carri anche in Egitto, Mesopotamia, Creta, fra gli Ittiti…

In Grecia i giochi erano praticati per rendere più solenni i riti religiosi e quelli funebri. Vi ricordate le gare per i “funerali” di Patroclo sotto le mura di Troia? Omero visse circa due secoli prima della nascita ufficiale dei Giochi Olimpici (776 a.C.) e molte delle gare descritte nell’Iliade furono praticate anche nelle Olimpiadi.

I Greci amavano molto gareggiare e lo facevano in campi diversi: tra l’altro esistevano, a Delfi, anche gare artistiche in onore di Apollo.

I giochi sportivi che nacquero ad Olimpia, dove c’era un santuario dedicato a Zeus, furono senza dubbio i più conosciuti ed importanti, tanto che la loro origine era considerata divina e che i Greci ritenevano il 776 a.C. l’inizio della propria storia.

I Giochi, che si tenevano ogni quattro anni, regolavano anche il calendario. Il periodo tra un’Olimpiade e la successiva prendeva il nome dal vincitore dello Stadion (una corsa veloce di 192, 27 metri) il quale aveva il privilegio di accendere il fuoco dell’altare di Zeus. Ancora oggi l’accensione della fiaccola è uno dei momenti più suggestivi delle Olimpiadi.

Quanto alla cosiddetta “tregua olimpica”, gli storici contemporanei non sono del tutto concordi. Ci furono, infatti, battaglie entrate nella storia (come le Termopili contro i Persiani o altre tra città greche stesse) che non si interruppero per i Giochi. Si tenga poi presente che si parla di tregua, non di pace. Forse il Barone Pierre De Coubertin, al quale si deve la rinascita delle Olimpiadi nel 1896, sperava che idealizzare un po’ la “tregua” potesse essere d’esempio e di ispirazione per i contemporanei e i posteri. Pierre anche era un appassionato di sport e praticava, tra l’altro, la boxe. Ecco i suoi guantoni.

In Grecia i Giochi Olimpici erano riservati a maschi greci e di condizione libera mentre le donne non potevano neppure assistere alle gare. Dovranno aspettare fino alle Olimpiadi del 1900 per essere ammesse a gare al femminile, con, talvolta, anche qualche discussione… di genere.

Per gli antichi Greci l’importante era vincere, non partecipare (un’altra invenzione del Barone)! Non esistevano il podio per il secondo e il terzo posto nè il gioco a squadre. Al centro c’era sempre l’Agon, la competizione. Il vincitore era osannato e premiato con una corona di ulivo selvatico. Via via, però, le corone divennero d’oro, si aggiunsero benefit come l’esenzione dalle tasse e grandi premi in denaro. Questo portò anche al “professionismo”, alla nascita della figura dell’allenatore ma pure ad episodi di corruzione di atleti e giudici nonchè ad un esasperato culto dell’atleta-mito. Scrive Euripide: “Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti… Si aggirano in vesti lussuose e si credono il vanto della città”. E oggi?

Quali erano le gare principali? Fino alla XIII edizione dei Giochi (728 a.C.) si svolgeva una sola gara, lo Stadion. Nel corso del tempo però, le prove olimpiche aumentarono di numero e ci furono anche delle modifiche. In questa mostra ci rendiamo conto come attraverso oggetti comuni (vasi, monete, eccetera) gli atleti ed i Giochi entrassero nella vita greca “anticipando”, in un certo senso, le figure degli sportivi e gli eventi che oggi i media portano nelle nostre case. In quest’anfora sono riprodotti il lancio del giavellotto e del disco.

Molto interessante è l’accostamento tra un disco in ferro (enorme!) di quel periodo ed uno utilizzato ai Giochi di Los Angeles del 1932.

Tra le gare olimpiche alcune erano di contatto, come la lotta, il pugilato e il successivo pancrazio. La lotta (chiamata palè, da cui palestra) iniziò ad essere praticata nel 708 a.C. e fu considerata da Senofonte “Scienza ed arte”. Gli atleti si cospargevano il corpo con olio che toglievano al termine della gara usando lo strigile, una specie di raschietto metallico.

Gli incontri di pugilato, entrato tra i Giochi nel 688 a.C. non avevano nè tempo massimo nè intervalli. Si andava avanti a oltranza finchè uno dei pugili era (o si dava per) sconfitto. Inizialmente si combatteva a mani nude, poi con delle “protezioni” per le mani che avevano, però, lo scopo di fare più male possibile all’avversario. Non contava comunque solo la forza, ma servivano anche l’intelligenza e l’agilità: Rocky e Apollo Creed insieme.

In questi sport da combattimento avvenivano parecchie infrazioni alle regole tanto che l’illecito divenne poi lecito dando vita al pancrazio, una gara dove tutto era permesso tranne morsi e dita degli occhi, naso e bocca dell’avversario.

Anche le gare ippiche erano molto seguite, sia quelle con le bighe, sia quelle su cavalli montati a pelo, senza sella nè staffe (che, peraltro, non erano state ancora inventate).

Il premio veniva consegnato non all’auriga o al cavaliere vincitore, ma al proprietario del cavallo; potremmo dire non al pilota, ma alla scuderia.

Pausania e Plutarco ci raccontano che, intorno al 400 a.C., Cinisca, una principessa spartana appassionata proprietaria di cavalli, ottenne il premio olimpico facendo poi scrivere sul monumento a lei dedicato: “Dico che io, sola tra le donne di tutte l’Ellade, colsi questa corona”. A lei dedichiamo questa statuetta con una Vittoria alata.

Le nostre spigolature olimpiche continueranno tra qualche giorno…

A presto…

Santa Maria del Cammino, la Cappella della Stazione Centrale

“Cattedrale del movimento”: così il progettista Ulisse Stacchini aveva definito la “sua” Stazione Centrale, inaugurata il 1° luglio 1931. Da allora quanti treni, quanti arrivi e partenze, quanti addii, arrivederci e “a presto”, veri o mentiti, da parte dei viaggiatori? Quanti “cammini” sono passati da qui per lavoro, vacanza, trovare o lasciare qualcuno, cercare un futuro migliore? Tante e diverse sono le stelle che ci guidano.

La nostra Centrale è da qualche anno intitolata a Santa Francesca Cabrini, la religiosa che partì verso le Americhe per portare fede, educazione, cultura e solidarietà ai migranti e alle popolazioni locali. Una targa commemorativa si trova all’entrata della stazione.

Nel continuo andirivieni della Centrale, tra treni che arrivano e partono, bei negozi e un mercato gourmet, c’è anche un luogo poco conosciuto: la Cappella di Santa Maria del Cammino, indicata con una piccola insegna blu.
Si trova al piano dei treni, vicino al binario 21 (da non confondere con il tragico Binario 21, Memoriale della Shoa, in via Ferrante Aporti) e, per accedervi, bisogna oltrepassare gli accessi muniti di biglietto ferroviario o tranviario.

In questa cappella, situata in uno dei più frequentati luoghi di passaggio di Milano, il nostro Arcivescovo ha iniziato quest’anno il cammino di riflessione e di preghiera per l’Avvento, il Kaire (“rallègrati”, il saluto dell’Angelo a Maria nell’Annunciazione), per portare una parola di speranza e di luce nella quotidianità della vita che scorre indaffarata.

La piccola cappella ha l’aspetto familiare di una stanza un po’ vintage, con tendaggi che lasciano trasparire una vetrata istoriata, un bel lampadario, qualche inginocchiatoio e alcune sedie dove possono trovare un attimo di pace i viaggiatori.

Avvolta in un caldo color crema con tocchi di bianco e qualche elemento in legno, è molto accogliente; in una piccola nicchia c’è la statua di Santa Maria del Cammino e su una parete un dipinto con San Cristoforo, patrono della gente che viaggia, che porta sulle spalle Gesù Bambino.

Questa cappella non è facile da trovare ed è poco conosciuta,… ma quale cammino lo è? Concludiamo con qualche riga di una preghiera distribuita nella Cappella: “La nostra vita è complicata, il cammino spesso è duro e accidentato. Bisogna vivere con i piedi ben piantati per terra. Ma… facciamo respirare aria pura allo spirito, slanciando in Cielo il nostro cuore...”

Buona Epifania e buon cammino a tutti!

A presto…

Buon Natale 2025!

Tra qualche giorno saremo “innevati” dalle immagini delle Olimpiadi di Milano-Cortina e già scendono i primi fiocchi di luce per le strade della nostra città.

Anche il nostro Duomo è immerso in questa “nevicata” con il tradizionale Albero di Natale che parla anch’esso di Giochi Olimpici. La nostra cattedrale, da sempre il centro di Milano, sembra già vestirsi d’oro e, sul podio più alto, brilla la Madonnina.

A tutti un affettuoso Augurio nel nostro dodicesimo anno insieme.

Buon Natale!

A presto…

Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte seconda

Lorenzo Lotto (1480 – 1556) è uno dei pittori più originali del Cinquecento, periodo intenso anche per le dispute e riflessioni religiose che portarono a scelte (eresie) diverse e alla Riforma Protestante (1517). Lorenzo sentì l’inquietudine del suo tempo e nei suoi quadri ci sono talvolta elementi anticonvenzionali, velati persino da un po’ di ironia. L’artista dipinse molto nella Bergamasca e nelle Marche, spesso per committenti privati. Dopo la sua morte venne quasi dimenticato e fu riscoperto solo verso la fine dell’Ottocento.

Per capire meglio l’originalità di questo pittore soffermiamoci sulla figura di Maria nella Annunciazione realizzata dallo stesso autore dopo il 1530 ed esposta a Recanati.

Diversamente dalle opere di altri artisti, la fanciulla dell’Annunciazione di Lotto appare timida, smarrita, quasi impaurita dall’arrivo improvviso dell’Angelo, che ha i capelli rivolti all’indietro, come per la velocità del volo. Maria sembra quasi stringersi nelle spalle e volersi allontanare dalla figura forte e quasi prepotente dell’Arcangelo Gabriele che, incredibilmente, proietta la propria ombra come qualsiasi essere corporeo. Ne è spaventato persino il gatto, al centro della scena, che fa la gobba, sembra rizzare il pelo e voler scappare. Dio Padre, in alto, su una nuvoletta quasi da fumetto, assiste (o incombe) e con un braccio teso indica la fanciulla. L’ambiente in questo quadro è ricco, elegante, colto: un libro, una finestra con i vetri legati a piombo, un bel portico signorile.

Nel racconto evangelico dalla Annunciazione alla Natività sono passati nove mesi, e Lorenzo Lotto dipinge un’opera dove tutto è cambiato e diverso.

Maria è una giovane serena, piena di luce, che contempla suo figlio con amore, quasi in un consapevole secondo “Sì”. Non ha più paura del Mistero, il Mistero è davanti a lei e grazie a lei. Anche l’ambiente è molto differente: una semplice stalla, con utensili quotidiani e di lavoro manuale. Qui, però, non c’è paura, ma amore e, accanto al Divino, ci sono esseri umani pieni di stupore e meraviglia.

All’origine, l’ambiente raffigurato era un po’ più grande. Infatti, nel tempo, la tavola lignea dipinta è stata tagliata, forse perchè troppo rovinata. Ecco una ricostruzione esposta alla mostra.

Notiamo subito un particolare: ci sembra che al centro dell’opera ci fosse Maria e non il Bambino, come ora. Forse l’autore aveva voluto sottolineare la figura e il mistero di Maria?

Gesù, in questa Natività, è vero Uomo e vero Dio: come ogni bambino sembra ritrarsi al contatto con l’acqua, il suo cordone ombelicale è ancora attaccato (unica volta nella storia dell’arte) e le sue manine sono socchiuse.

Emana, però, una grande “Luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32). Sul suo capo tre raggi richiamano la Croce, vita e morte insieme; c’è, però, anche il messaggio nuovo della Resurrezione. Se guardiamo le sue manine, infatti, esse sembrano già benedire (la destra semiaperta, con le tre dita un po’ piegate, che appaiono in tanti dipinti di Cristo Risorto, come in quest’opera del contemporaneo Raffaello).

Questo Bambino, venuto nel mondo in condizioni di povertà estrema, ma avvolto in una nuvola di luce, senza dolore, nè sangue, da una vergine, fa pensare alle difficoltà umane nell’accettare la presenza divina nella vita di tutti i giorni, il Mistero che entra nella quotidianità della nostra vita. Da qui lo stupore di Giuseppe, della levatrice e, successivamente, dei pastori di fronte a questa nascita, la meraviglia del Natale.

C’è ancora qualche settimana per vedere questo dipinto, quasi un cameo che affascina e coinvolge.

A tutti un affettuoso Buon Natale!

A presto…

Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte prima

Il “Capolavoro per Milano”, la tradizionale rassegna del Museo Diocesano in occasione delle Feste, quest’anno arriva da Siena ed è un’opera insolita e straordinaria di Lorenzo Lotto che ci pone davanti al mistero e alla meraviglia del Natale.

L’autore (Venezia 1480 – Loreto 1556), della cui vita non si sa molto, dipinse quest’opera nel 1525 per un committente privato e fu quindi più libero di rappresentare la “Natività” in modo originale e meno vincolato dai canoni tradizionali. L’opera è autografata; autore e data dell’opera sono infatti indicati sulla brocca in rame a destra nel dipinto.

In questo piccolo quadro (55,5 X 45,7 cm) viene dipinto il primo bagno di Gesù Bambino, il tradizionale “bagnetto” che avviene per ogni neonato dopo il parto. La scena è intima, tenera, privata: accanto a Gesù, che sta per essere immerso nella tinozza, ci sono Maria, Giuseppe e due levatrici, secondo quanto raccontato nei Vangeli apocrifi.

Non ci sono angeli nè pastori, è un momento “umano” di Gesù, col cordone ombelicale ancora attaccato (unica immagine nella storia dell’arte), ma al tempo stesso carico di simboli religiosi, come il Battesimo (l’acqua nella tinozza), la Croce (le pennellate di luce sul capo del Bambino), il panno (il Sudario della Deposizione) che la levatrice scalda vicino al fuoco.

Perchè quest’opera risulta magnetica e la guardiamo con lo stesso stupore dei pastori del presepe? Forse perchè riesce a trasmetterci il mistero e la meraviglia del Natale facendocene cogliere il senso più profondo.

Avviciniamoci a questo dipinto poco a poco. Guardiamo l’ambiente che risulta piuttosto buio (siamo di notte), ma rischiarato da due fonti luminose: il fuoco resta sullo sfondo, in secondo piano; accanto ad esso un’altra levatrice, quasi in ombra, scalda il panno in cui sarà avvolto il piccolo Gesù. In primo piano il Bambinello emana una luce intensa che illumina le persone attorno a lui; ancora una volta umano e divino insieme. Ecco come vengono messe in evidenza le due fonti luminose nell’ impianto scenografico della mostra.

Al centro un triangolo di sguardi tra i tre protagonisti: Gesù con lo sguardo rivolto alla madre, Maria, luminosa e serena, che vede “solo” suo figlio e la levatrice (identificata come Salomè o come Santa Anastasia dagli studiosi) col viso un po’ in ombra e un po’ in luce che, fissando Maria, rappresenta il dubbio di tutti noi davanti al mistero.

Come è possibile, sembra chiedersi la levatrice, che una donna sia rimasta vergine prima, durante e dopo il parto? La ragione e l’esperienza della sua professione l’avevano spinta a voler verificare tale verginità, ma le sue mani erano rimaste paralizzate (come si vede nel dipinto) e guariranno solo dopo aver toccato Gesù, quasi il primo miracolo. La levatrice ricorda un po’ San Tomaso, l’apostolo del dubbio umano davanti al mistero divino.

Sullo sfondo San Giuseppe, unico in piedi, vestito riccamente con colori sgargianti, appare a braccia aperte per accettare e accogliere come in un abbraccio la “sua” famiglia da proteggere, fedele al compito che gli è stato assegnato. Il bastone, nel gesto di stupore che gli ha fatto aprire le braccia, si è appoggiato sul suo petto.

Tra qualche giorno guarderemo Maria e Gesù Bambino, per ora un affettuoso

a presto...

Cartolina di Natale – La meravigliosa storia di Rudolph, la renna dal naso rosso

Tanto tempo fa, in un mondo lontano lontano, dove si creavano sogni e giocattoli per i bambini della Terra, vivevano tante renne che dovevano imparare tutto quello che c’era da imparare per portare i doni trainando la slitta di Babbo Natale.

In quel tempo Babbo Natale aveva dovuto scegliere i cuccioli delle renne che sarebbero diventati suoi aiutanti.

Tra questi c’era anche una piccola renna un po’ diversa dalle altre perchè aveva il naso grosso e rosso, che si accendeva come una lampadina. Si chiamava Rudolph e gli altri cuccioli lo prendevano in giro per il suo aspetto. Anche Babbo Natale non lo aveva scelto quando aveva fatto il casting di Merry Christmas per le renne e il cucciolo si era sentito così triste e solo che il suo naso era diventato ancora più gonfio e rosso per le lacrime.

Rudolph, però, non si era perso d’animo e aveva continuato la sua vita con coraggio, serenità e tanto amore da donare.

Intanto si avvicinava la notte di Natale, era tutto buio e la neve vorticava così forte che non si vedevano le stelle. Babbo Natale e le renne non riuscivano a trovare la strada per scendere sul mondo e portare un po’ di gioia a chi lo stava aspettando.

Cosa fare? Babbo Natale si ricordò di Rudolph e del suo naso luminoso. Si recò da lui e gli chiese se poteva illuminare la lunga strada in quella fredda nebbia fatta di fiocchi di neve.

Rudolph non ebbe esitazioni, ma provò solo tanta gioia per poter essere di aiuto e far felici i bambini. Da allora c’è una renna dal naso rosso che guida le altre davanti alla slitta: sta illuminando il cammino di chi aspetta e crede ancora alla magia del Natale.

A presto…

Cartoline da Passipermilano – Il mistero dei Santi Gervaso e Protaso

Riusciamo ancora a sentire la meraviglia del Natale, la magia di quel qualcosa di diverso dal nostro mondo quotidiano che risveglia un’eco lontana, forse dell’infanzia o forse arcaica?

Tra pochi giorni, con la festività di Sant’Ambrogio, inizierà tradizionalmente a Milano la kermesse natalizia, fatta di addobbi, di auguri, di regali. Un tempo intorno alla basilica del nostro Santo Patrono c’era una fiera natalizia ed erano esclamazioni di pura meraviglia: O Bej – O Bej! Le bancarelle, il profumo delle caldarroste e dello zucchero filato, il suono degli zampognari ci facevano sentire che presto sarebbe arrivato Natale.

Tutto finito? Forse sì, ma la basilica è ancora lì, con le sue meraviglie e i suoi secolari misteri. c’è ancora tanto da riscoprire… Questa cartolina è dedicata alla storia di Gervaso e Protaso, i due Santi che si trovano accanto a Sant’Ambrogio nella cripta sotto laltare d’oro di Volvinio.

La storia che raccontiamo avvenne nel 386 d.C. ed è tratta dalle lettere di Sant’Ambrogio alla sorella Santa Marcellina e dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Il nostro vescovo “nè completamente sveglio, nè completamente addormentato”, mentre era assorto in preghiera, vide comparire davanti a sè due giovani molto alti tutti vestiti di bianco. Pensò ad una visione, ma essa si ripetè ancora la mattina seguente e poi ancora due giorni dopo e in quest’ultima i martiri erano accompagnati anche da San Paolo.

I due giovani erano fratelli milanesi, forse gemelli, Gervaso e Protaso, che avevano subito il martirio, nella nostra città, per non aver sacrificato agli dei pagani, l’uno decapitato, l’altro flagellato a morte.

Gli dissero di trovarsi “sotto di te, in un’arca coperta da dodici piedi di terra”, nell’area cimiteriale accanto alla basilica, davanti ai cancelli della chiesa di Nabore e Felice. “Il Signore mi concesse la grazia.- scrive Ambrogio- Feci scavare la terra e… trovammo due spoglie di straordinaria statura… Per due giorni ci fu un immenso concorso di popolo… Il giorno seguente le trasportammo nella basilica” che da allora venne chiamata Martyrum, cioè “Dei Martiri”, la nostra attuale Sant’Ambrogio.

Ci furono subito anche dei miracoli e la grande manifestazione di fede popolare segnò, a Milano, la fine dell’eresia ariana che era favorita dall’Imperatrice madre Giustina. Ambrogio aveva vinto.


Alla sua morte i due Martiri trovarono riposo accanto alla sua tomba e, dopo diversi secoli, nel 1897, vennero riuniti tutti nell’urna, realizzata da Ippolito Marchetti, nella cripta che ancora oggi possiamo visitare.

Nel 2018 la professoressa Cristina Cattaneo, docente di Medicina Legale all’Università Statale di Milano, e la sua equipe hanno esaminato le spoglie dei tre Santi. Ambrogio risulta avere proprio le sembianze dell’uomo che appare nel mosaico della basilica; inoltre, dalle rilevazioni eseguite, Gervaso e Protaso risultano molto alti (metri 1,80 circa), consanguinei, piuttosto giovani (23-27 anni) al momento della loro morte avvenuta l’una per decapitazione e l’altra per lesioni multiple e fratture costali.

https://lastatalenews.unimi.it/ambrogio-gervaso-protaso-primi-risultati-analisi-ossa-santi

Possiamo credere o no alla storia di questi due martiri ai quali sono dedicate due guglie del Duomo. In fondo ogni epoca, anche la nostra, ha le sue leggende che ci fanno entrare, magari solo per un momento, nel mondo della meraviglia e del mistero.

A presto…

Itinerario sulle tracce di antiche storie: via Lanzone

La via Lanzone è centralissima, talmente ricca di storia e di storie… da essere quasi sconosciuta. E Lanzone, per dirla col Manzoni, “chi era costui?”
Iniziamo il nostro itinerario toponomastico-storico, percorrendo questa via che parte da piazza Sant’Ambrogio (purtroppo deturpata dalla stazione della linea blu) e che, stretta e tortuosa, arriva in via Circo, dove si trovano altre rovine, quelle del circo romano di ben oltre quindici secoli fa.

Questa via è molto signorile e riservata, ma resa vivace e piena di intelligente futuro dai ragazzi che frequentano l’Università Cattolica, poco distante. All’inizio della strada ci sono due targhe, quasi una di fronte all’altra. La prima, col nome della via (via Lanzone – capitano milanese XI sec.), è apposta sulla bella facciata di un edificio che un po’ contrasta con la semplice austerità di quelli intorno.

L’altra targa è posta a sinistra della chiesetta di San Michele sul Dosso e ci racconta che qui sorgeva la casa dove abitò il Petrarca su pressante invito dei Visconti “…a condizione che la mia libertà e la mia quiete non avessero a risentirne”. Se ne andò per paura della peste, dopo otto anni ricchi di studi e di intuizioni.

La chiesetta di San Michele sul Dosso, secondo qualcuno fondata addirittura da Sant’Ambrogio, ha una facciata piuttosto modesta, ma contiene un vero capolavoro: la “Vergine delle Rocce”, realizzato da Francesco Melzi, allievo e amico di Leonardo, copia del più eretico lavoro del Maestro. L’opera è visitabile su prenotazione presso l’Istituto delle suore Orsoline, di cui la chiesa fa parte.

Proseguiamo lungo via Lanzone e, poco più avanti, troviamo la chiesa di Sant’Agostino, quasi sempre chiusa tranne che per due insolite finestre con persiane sulla facciata. Una lapide sostiene che qui (e non nel battistero di San Giovanni alle Fonti, sotto il Duomo) il Santo venne battezzato da Sant’Ambrogio.

Da via Lanzone, come ramoscelli di un vecchio e tortuoso tronco, partono due vicoletti e una piccola strada. I due vicoli non hanno nome, ma secondo la tradizione, sono chiamati di Sant’Agostino (a fianco della chiesetta) e delle Monache (quasi di fronte).
Il vicolo di Sant’Agostino inizia dopo un sontuoso portone e, un po’ tortuoso, ci porta a lato della basilica di Sant’Ambrogio e alla Cattolica.

L’altro vicolo, invece, detto delle Monache, perché probabilmente percorso dalle suore dei vicini conventi, unisce via Lanzone con via De Amicis. Uno strano orecchio su una parete ascolta chissà quali confidenze.

Percorrendo via Lanzone le sorprese non mancano: qualche balconcino in ferro battuto, un bel palazzo (casa Buttafava, al numero 21), alcuni raffinati negozi e una piccola strada dal nome un po’ strano: via Caminadella, che ricorda le case “caminate”, cioè dotate di camini e canne fumarie esterni. Forse sorse qui la prima casa milenese col camino?

Dopo un piccolo slargo, da dove si intravede la chiesa di San Bernardino alle Monache (sul cui demolito convento si trova ora il Liceo Classico Manzoni), ci troviamo davanti a due importanti edifici: l’uno, costruito nell’immediato dopoguerra sulle rovine del Palazzo dei Panigarola, distrutto dalle bombe, tutto bianco con decorazioni in ceramica di Lucio Fontana e, al numero 2 della via, il palazzo che Prospero Visconti fece costruire alla fine del Cinquecento con l’immancabile biscione sopra il portone.

Lanzone, capitano milanese dell’ XI secolo

Chi era, dunque, questo personaggio al quale è stata dedicata una strada così carica di storia? Poco sappiamo di lui, anche se, certamente, fu considerato un uomo importante tanto da essere ricordato con una delle 24 statue (purtroppo in fragile gesso) che ornavano la Galleria Vittorio Emanuele appena inaugurata e che sono andate perdute. Fra questi personaggi insigni c’erano Dante, Foscolo, Marco Polo, Beccaria … tanta roba!

Sappiamo che Lanzone visse a Milano intorno all’anno Mille al tempo di Ariberto e che era un “Capitaneus et nobilis altus”, cioè un nobile milanese in una società dove le diverse classi (alta nobiltà, piccoli nobili, cives e popolo minuto) lottavano brutalmente tra loro per mantenere o conquistare un po’ più di potere. Lanzone fu, per così dire, un “eretico” politico.

Fece, infatti, una “scelta” diversa: pur essendo nobile, e forse notaio, si schierò con i cives, la classe in ascesa di commercianti e artigiani, partecipando alla loro battaglia contro nobili e alto clero. La lotta fu veramente cruenta tanto che Milano per tre anni resistette all’assedio da parte dei nobili fuoriusciti e dei loro soldati. Era, però, in atto una grave carestia e Lanzone, secondo lo storico Landolfo Seniore, di nascosto riuscì ad “evadere” dalla città per recarsi dall’Imperatore Enrico III il Nero e chiedergli aiuto. Il prezzo, però, sarebbe stato molto alto: quattromila soldati teutonici come presidio all’interno di Milano. Lanzone fiutò il pericolo e, con incredibile coraggio, trattò con i nobili “nemici” accordandosi per una pace dalla quale, dopo alcuni anni, sarebbe nato il Comune. Poco si sa della fine di Lanzone; secondo Galvano Fiamma fu imprigionato per tradimento e ucciso dalle torture nella Torre dei Moriggi, secondo altri, invece, si ritirò con altri nobili fuori Milano. Certamente fu mosso dal bene per la nostra città.

Ritorniamo all’antica foto della statua di Lanzone, realizzata dallo scultore Odoardo Tabacchi per la Galleria. Il Capitano è un uomo forte, un guerriero, ma la sua spada non è sguainata, è quasi a riposo… Un messaggio anche per i tempi nostri.

A presto…