A Milano anche il calendario segue un suo “rito ambrosiano”, un po’ diverso dal resto d’Italia. L’Avvento dura due settimane in più, cominciando dopo l’11 Novembre, giorno dell’estate di San Martino che ci regala lo spettacolo del foliage.
Il periodo natalizio inizia il 7 Dicembre, Festa di Sant’Ambrogio, con gli incontri tra amici e colleghi che si susseguono come una collana di piccole luci che renderà più luminoso il Natale.
Il clou del “rito ambrosiano” natalizio lo si raggiunge alla sera della Vigilia, quando in tutta Italia si festeggia con un pantagruelico cenone di magro a base di pesce, pasta “a vongole” e specialità locali, mentre qui da noi… niente; si lavora mezza giornata, al pomeriggio corsa in “centro” per gli ultimissimi regali, cena casual e leggerissima, Messa di mezzanotte…
La nostra festa, rigorosamente in famiglia, è il pranzo di Natale che, per tradizione, vuole raviolini in brodo, cappone con mostarda e panettone. Se sushi, aperitivi, piatti di cucine etniche ci accompagnano tutto l’anno, a Natale… si mangia come facevano i nostri nonni!
E il Carnevale? Quando nel resto d’Italia è finito e ricorre il Mercoledì delle Ceneri, a Milano inizia il Carnevale, grazie, ancora una volta, a Sant’Ambrogio che ha “accorciato” la Quaresima.
Poteva dunque sfuggire a questo “nostro” calendario la Primavera? Qui da noi inizia il 13 marzo, ben una settimana prima della data ufficiale. Anche in questo caso c’è di mezzo un Santo, San Barnaba, che forse a Milano non ci è mai neanche stato. Rileggiamo questa antica storia.
E se domenica, 15 marzo, avete voglia di fare un giretto, vi ricordiamo che ci sarà a Porta Romana la festa del “Tredesin de Marz”, inizio della Primavera milanese. Non manchiamo di visitare, in corso di Porta Vigentina, la chiesa di Santa Maria al Paradiso, dove si trova la misteriosa pietra celtica, alla base dell’evangelizzazione milanese.
Per questa festa facciamoci belli come la “Carolina” del De Marchi e andiamo anche dal parrucchiere per tagliare i capelli… cresceranno ancora più folti.
A tutti Buon Tredesin de Marz, l’alba della nostra primavera!
Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; fecer malie con erbe e con imago.
Abbiamo ricordato questi versi (Dante, Inferno, Canto XX, 121/123) a proposito dell’8 marzo e della visita alla mostra “Le Alchimiste” in corso a Palazzo Reale.
Nella Sala delle Cariatidi, spazio quanto mai ricco di suggestioni, sono esposti i grandi teleri (tele di oltre 5 metri per 3) che Anselm Kiefer ha realizzato per celebrare alcune donne che, controcorrente per i loro tempi, hanno esplorato il mondo alchemico in diversi campi dalla ricerca della pietra filosofale ad altri processi chimici, dalla erboristica alla geologia, dalla farmacopea alla cosmesi, lavorando e sperimentando con alambicchi, fornelli e calderoni.
Bruegel il Vecchio
I teleri, sorretti da carrelli mobili, sono disposti come paraventi che uniscono e insieme dividono lo spazio.
I colori sono forti e vanno dal nero, al bianco, giallo, rosso fino ad arrivare all’oro, secondo il percorso alchemico. Inoltre, ai colori classici sono aggiunti sulle tele materiali diversi (paglia, argilla, erbe e piante…) che entrano nelle opere come materici elementi pittorici.
Alle pareti di questa grande e sontuosa sala espositiva, le Cariatidi, figure femminili in pietra provenienti dalla Storia (le donne di Carie) e dal Mito, sono granitici simboli degli oltraggi, soprusi, violenze subiti nel corso dei secoli dalle donne. In particolare le Cariatidi in questa sala portano sui loro corpi le ferite delle bombe che le hanno colpite nella seconda guerra mondiale, lasciate volutamente come erano.
In questa grandiosa scenografia hanno molta importanza anche la luce e gli specchi che riflettono le opere e gli spazi, frutto di un accurato studio dell’artista.
Leggiamo la bella introduzione all’ingresso della mostra.
I teleri di Kiefer rappresentano simbolicamente alcune alchimiste. Chi erano queste donne? Certamente erano di nobili origini, coltissime, che da sole o con familiari hanno “osato” affrontare percorsi diversi da quelli allora consueti. Eccone i nomi, molti dei quali sconosciuti che suscitano la voglia di scoprire qualcosa di più su di loro. Un pensiero va anche alle tante donne di ceto e di saperi popolari rimaste anonime, che, come “streghe“, hanno pagato con la vita le loro “magie”.
Iniziamo guardando i teleri di due donne milanesi, che furono anche alchimiste: Caterina Sforzae Isabella d’Aragona.Caterina era figlia di Galeazzo Maria e della sua amante, Lucrezia Landriani. Coltissima e spregiudicata era soprannominata “la Tigre” e venne definita da uno storico “donna fiera e crudele” per la sua vita intrisa di potere (era contessa di Forlì) e di amori.
Una piccola curiosità toponomastica: a Milano le è dedicato un viale (Caterina da Forlì) e al più famoso dei suoi figli, Giovanni dalle Bande Nere, anche una piazza e una stazione della metropolitana. Caterina si occupò anche di alchimia e di medicina (a lei si deve, sembra, una sorta di antenato del cloroformio e l’ “aqua celeste” per rinvigorire gli uomini anziani).
Isabella d’Aragona, consorte del Duca Gian Galeazzo Maria Sforza, forse amata da Leonardo da Vinci, si occupò di cosmesi e profumeria per ottenere, come andava di moda allora, pelle bianchissima e capelli biondi. Milano era già glamour!
Lungo il percorso quasi labirintico di questa mostra si incontrano teleri dedicati a donne, il cui nome è scritto in oro, di epoche diverse. Ci sono filosofe, scrittrici, “proto scienziate”… e anche due regine, come Barbara von Cilli, regina di Ungheria e Boemia, (1392-1451), definita la “Messalina di Germania” o la “Regina nera” per i suoi legami con la magia nera.
Altro tipo di donna e di regina fu Blanche di Navarra, consorte di Filippo VI di Francia. Siamo nel 1300 e questa donna, soprannominata “Bellezza suprema”, rimasta presto vedova, si occupò a tempo pieno di alchimia diventando, sembra, Gran Maestro del Priorato di Sion. Chapeau!
Le alchimiste più antiche (terzo/quarto secolo d.C.) furono la greca Cleopatra (da non confondere con la famosa regina d’Egitto!), e le alessandrine Theosebeia e Paphnutia.Cleopatra, in particolare, scrisse un papiro alchemico e si dice abbia inventato l’alambicco per la distillazione.
Alcune alchimiste furono condannate dai loro contemporanei come Marie de Bachimon (francese del 1600, che aveva coniato, col marito, false monete d’argento e ideata la cosiddetta “polvere dell’eredità”, cioè un potente veleno) e Anne Marie Ziegler (di nobile famiglia bretone, messa al rogo nel 1575 dopo una tragica vita).
Altre alchimiste condivisero con mariti e familiari studi e ricerche, come l’astronoma danese Sophie Brahe, la geologa Martine De Bertereau e Rebecca Vaughan che affiancò il marito Thomas, esponente dei Rosacroce e seguace di Paracelso.
Infine un breve cenno ad alcune alchimiste che dedicarono i propri studi a motivi umanitari come Marie Meurdrac, una chimica francese del 1600, paladina dell’istruzione femminile, che scrisse un trattato “facile” per spiegare ad altre donne i segreti e l’uso di rimedi per alcune cure; Susanna von Klememberg, invece, fu legata alla ricerca spirituale oltre che alchemica, prendendosi cura anche del piccolo Goethe, della cui madre era amica.
Grande alchimista fu anche Anne Mary Sidney Herbert, dama di Elisabetta I, che fu insigne poetessa e chimica, fondando anche diversi laboratori nei suoi castelli per i propri studi di farmacia.
In questa mostra non ci sono indicazioni per conoscere qualcosa di più delle opere e del percorso umano di queste donne, quasi le alchimiste facessero parte di un unico, più grande “Sapere” e si lascia al visitatore, se lo desidera, approfondire le loro vite e il loro pensiero.
In alcune alchimiste, pensiamo, grande è stata anche la ricerca interiore accanto a quella della trasmutazione della materia con una profonda riflessione sulla propria condizione umana. Concludiamo con i versi di una regina, la grande Elisabetta I:
I am and not, I freeze and yet am burned,Since from myself another self I turned.
(Io sono e non sono, gelo e tuttavia brucio,poiché da me stessa mi sono trasformata in un’ altra me stessa.)
Era stato acceso il 6 febbraio in Mondovisione: ora il braciere olimpico di Milano – Cortina sta per spegnere la sua fiamma, ma resterà, nel ricordo di tutti, come simbolo di questi Giochi. Infatti, per oltre quindici giorni, ha illuminato l’Arco della Pace con il suo spettacolo di luci e colori, quasi un cero votivo alla speranza non solo di una “tregua olimpica”, ma di una pace duratura per tutti.
Purtroppo questo Arco, voluto da Napoleone come Arco della Vittoria e iniziato nel 1807 su progetto del Cagnola, vide solo intervalli tra guerre. Dopo la caduta dell’Imperatore francese a Waterloo si interruppero i lavori per la sua costruzione, ripresi poi dagli Austriaci che lo vollero chiamare Arco della Pace, ma la Pace era quella stabilita dai vincitori al Congresso di Vienna. Passarono gli anni e l’Arco venne inaugurato solamente nel 1838 da Ferdinando I d’Austria. In questo dipinto del 1860, però, vediamo passare in trionfo sotto l’Arco altri vincitori: sono Vittorio Emanuele II e Napoleone III che entrarono a Milano nel 1859, dopo aver sconfitto gli Austriaci a Magenta.
Anche il Novecento non è stato un secolo di pace e, purtroppo, i cavalli sopra l’Arco hanno visto piovere bombe e cenere, ma riuscirono a sopravvivere. Speriamo che questo cero laico riesca veramente ad affratellare le genti i cui atleti gareggiano nelle diverse divise olimpiche nazionali.
Molto interessante è la struttura high tech in alluminio di questo braciere che circonda il fuoco di Olimpia; è un omaggio a Leonardo e ai “nodi” tanto presenti nelle sue opere, molte delle quali realizzate durante i suoi anni milanesi.
Leonardo da Vinci amava molto i “nodi” e ne aveva fatto quasi il suo logo. Infatti nell’antico dialetto toscano i “vinci” (o “vinchi”) erano i rami flessibili dei salici con cui si annodavano i tralci delle viti o si intrecciavano canestri. Queste piante crescevano spontanee in grande quantità, accanto ai vigneti, proprio intorno al paese natale del Maestro, Vinci, a cui Leonardo rimase sempre “legato”.
Alla Pinacoteca Ambrosiana ci sono diversi disegni e studi di nodi realizzati dal Maestro. Sono intrecci che hanno forte significato simbolico o decorativo. Se guardiamo gli abiti e le acconciature delle belle dame ritratte da Leonardo, troviamo decorazioni fatte con eleganti passamanerie a forma di nodi o di intrecci. Un po’ di fashion di fine Quattrocento a Milano.
Altri nodi li troviamo nella “Camera dei Moroni”, meglio conosciuta come “Sala delle Asse”, dipinta da Leonardo nel Castello Sforzesco e attualmente in restauro. Qui un fitto pergolato di gelsi (morus, in latino) è formato da rami intrecciati con un filo d’oro che creano un incredibile e simbolica trama di nodi.
I nodi non sono visti come difficoltà da sciogliere, ma come legami da creare e da costruire, con un filo che sembra senza fine. La speranza è che i nodi di luce di questo braciere olimpico possano rappresentare l’energia che serve a unirci sempre di più alla ricerca di quell’armonia più volte ricordata durante la cerimonia inaugurale delle nostre Olimpiadi. Questo braciere si riaccenderà e porterà di nuovo la sua luce durante le Paralimpiadi dal 6 al 15 marzo.
La “Tomba delle Olimpiadi”, di cui abbiamo già parlato a proposito della mostra “I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni” alla Fondazione Rovati, viene riproposta in versione digitale in questi giorni alla Triennale, a Casa Italia. L’arte etrusca incontra dunque la AI e le sue possibilità, testimonianza di come un capolavoro possa essere protagonista nella cultura di 2500 anni dopo.
Ci sono relativamente pochi giorni a disposizione per vedere questa ricostruzione virtuale; anche noi contiamo di andare a vederla e, se possibile, fotografarla. A chi volesse, intanto, organizzare la propria visita a questa mostra, suggeriamo alcuni interessanti articoli.
Strade, fermate della metro e scuole chiuse, traffico in difficoltà, cortei, persino i supermercati senza consegne a domicilio, ma anche tanta gente dal mondo ed eventi cui partecipare: per Milano sono i giorni dell’inizio dei Giochi Olimpici.
Oggi come un tempo? Ecco il pensiero di due autori greci. Scrisse Menandro (342 a.C. circa – 291 a.C. circa):”Folla, mercato, artisti, divertimenti e ladri”.
Anche Epitteto (50 d.C. circa – 120 d.C. circa) dice la sua: “A Olimpia non ti senti soffocare? Non sei oppresso e pigiato? … Tu sopporti tutto questo, credo, perchè ti sembra il prezzo necessario per assistere a questo spettacolo.”.
Anche noi, nonostante tutto (c’era anche la pioggia), siamo andati alle prove della cerimonia inaugurale olimpica, ed è stata subito magia!!!
La storia dei Giochi Olimpici, vista attraverso le opere di grande pregio raccolte per la mostra in corso alla Fondazione Rovati, prosegue facendoci letteralmente entrare nella “Tomba delle Olimpiadi” (530-520 a.C.) proveniente dal Museo Archeologico di Tarquinia. Alle pareti non riproduzioni, ma dei dipinti a secco, strappati e riposizionati su tela, che escono per la prima volta dalla loro sede per essere ospitati in questo museo di arte etrusca.
Siamo circondati, diremo quasi avvolti, da immagini di gare di corsa, lancio del disco, incontri di lotta e pugilato, corse di bighe e da raffigurazioni di danze e banchetti. Colpisce, di fronte all’ingresso, la porta che segna il passaggio per l’aldilà; è un’immagine di grande impatto emotivo: di qui la vita con i suoi piaceri, oltre la porta il mistero di ciò che non si conosce.
In un’altra sala, molto interessante è la copia, realizzata nell’Ottocento da Carlo Ruspi e proveniente dei Musei Vaticani, delle pitture murali etrusche relative alla “Tomba delle bighe”. Anche qui giovani che danzano o suonano, gare sportive, un tavolo per il banchetto e alcune bighe con auriga.
In alto, una tribuna coperta ospita gli spettatori. Anche questa tomba è un inno alla vita che ci testimonia come le gare facessero parte dei piaceri terreni e dei rituali funebri; quasi un invito al Carpe diem?
Gli antichi Romani, anche dopo la conquista dell’Ellade, non “adottarono” mai veramente le Olimpiadi. I giochi preferiti erano per lo più spettacoli popolari con corse di bighe e quadrighe, combattimenti tra gladiatori o contro animali.
Uno di questi gladiatori, storico e non hollywoodiano, è Urbicus, un secutur, la cui stele funeraria si trova a Milano, all’Antiquarium “Alda Levi” di via De Amicis. Questa lapide ci riporta all’amore della sua famiglia che ricorda un atleta ucciso a tradimento dopo un combattimento vittorioso.
I giochi al tempo dei Romani divennero quasi un “rito”, un ammortizzatore sociale e politico: panem et circenses. Paradossalmente chi amò le Olimpiadi fu un Imperatore molto controverso: Nerone. Infatti gareggiò ad Olimpia come atleta e artista, vincendo (?!!!) oltre 1800 gare, facendo persino spostare la data delle Olimpiadi. Il suo trionfo a Roma fu grandioso e i suoi trofei furono portati in corteo. A lui accostiamo un’immagine della mostra, il trofeo opera di Peter Carl Fabergè, realizzato per conto dello Zar Nicola II come premio per il vincitore di una gara.
Via via il fuoco della fiaccola olimpica si affievolì sempre più, tanto che l’Imperatore Teodosio, nel 393 d.C. lo fece spegnere, abolendo i Giochi insieme ad altri riti pagani. Ci furono secoli di oblio, ma, come il leggendario fiume Alfeo che attraversa la piana di Olimpia, scorre poi sottoterra e riemerge, per volere di Zeus, nell’isola di Ortigia (a Siracusa) per ricongiungersi con l’amata Aretusa, così i Giochi Olimpici rinacquero a fine Ottocento per merito del barone Pierre De Coubertin.
La prima Olimpiade moderna si tenne ad Atene nel 1896. Poi, come un tempo, i Giochi attraversarono momenti storici diversi e difficili: guerre, boicottaggi politici, attentati, persino il Covid, che fece rimandare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Lo sport olimpico si urbanizzò e divenne “mondiale”. Si aggiunsero gare, discipline sportive nuove e, persino, altri Giochi, quelli Invernali e quelli Paralimpici.
Ora tocca a Milano-Cortina! “Altius, Fortius, Citius et… Communiter”
Tra qualche giorno si inaugureranno le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e la nostra città propone, per questo evento, anche una serie di iniziative culturali. Un’occasione da non perdere è la mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga 3000 anni” in corso alla Fondazione Rovati, corso Venezia 52, aperta fino al 22 marzo 2026.
Nelle diverse sale convivono passato e presente dei Giochi: a reperti antichi sono infatti accostati oggetti sportivi recenti, talora diventati iconici, in un percorso espositivo che ci porta a riflettere sull’evoluzione storica e di costume delle Olimpiadi. In questa vetrinetta, ad esempio, vediamo, tra l’altro, una maglietta di Usain Bolt, una scarpa da basket di Michael Jordan e una terracotta di età ellenistica che rappresenta un piede che calza un sandalo.
Abbiamo preso spunto da questa mostra per intrecciare alcune immagini degli oggetti esposti con notizie, a volte curiose o poco note, sulla storia delle Olimpiadi. Chi volesse approfondire questo argomento potrebbe leggere l’interessante “Enciclopedia dello Sport – Olimpiadi antiche” sulla Treccani online, visitare il book-shop della Fondazione e, soprattutto, vedere la mostra!
I Giochi Olimpici – Spigolando qua e lànell’antica Grecia
Anticamente gli “sport” erano presenti e praticati in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Sono stati ritrovati, infatti, molti reperti che testimoniano incontri di lotta, pugilato, gare di corsa e coi carri anche in Egitto, Mesopotamia, Creta, fra gli Ittiti…
In Grecia i giochi erano praticati per rendere più solenni i riti religiosi e quelli funebri. Vi ricordate le gare per i “funerali” di Patroclo sotto le mura di Troia? Omero visse circa due secoli prima della nascita ufficiale dei Giochi Olimpici (776 a.C.) e molte delle gare descritte nell’Iliade furono praticate anche nelle Olimpiadi.
I Greci amavano molto gareggiare e lo facevano in campi diversi: tra l’altro esistevano, a Delfi, anche gare artistiche in onore di Apollo.
I giochi sportivi che nacquero ad Olimpia, dove c’era un santuario dedicato a Zeus, furono senza dubbio i più conosciuti ed importanti, tanto che la loro origine era considerata divina e che i Greci ritenevano il 776 a.C. l’inizio della propria storia.
I Giochi, che si tenevano ogni quattro anni, regolavano anche il calendario. Il periodo tra un’Olimpiade e la successiva prendeva il nome dal vincitore dello Stadion (una corsa veloce di 192, 27 metri) il quale aveva il privilegio di accendere il fuoco dell’altare di Zeus. Ancora oggi l’accensione della fiaccola è uno dei momenti più suggestivi delle Olimpiadi.
Quanto alla cosiddetta “tregua olimpica”, gli storici contemporanei non sono del tutto concordi. Ci furono, infatti, battaglie entrate nella storia (come le Termopili contro i Persiani o altre tra città greche stesse) che non si interruppero per i Giochi. Si tenga poi presente che si parla di tregua, non di pace. Forse il Barone Pierre De Coubertin, al quale si deve la rinascita delle Olimpiadi nel 1896, sperava che idealizzare un po’ la “tregua” potesse essere d’esempio e di ispirazione per i contemporanei e i posteri. Pierre anche era un appassionato di sport e praticava, tra l’altro, la boxe. Ecco i suoi guantoni.
In Grecia i Giochi Olimpici erano riservati a maschi greci e di condizione libera mentre le donne non potevano neppure assistere alle gare. Dovranno aspettare fino alle Olimpiadi del 1900 per essere ammesse a gare al femminile, con, talvolta, anche qualche discussione… di genere.
Per gli antichi Greci l’importante era vincere, non partecipare (un’altra invenzione del Barone)! Non esistevano il podio per il secondo e il terzo posto nè il gioco a squadre. Al centro c’era sempre l’Agon, la competizione. Il vincitore era osannato e premiato con una corona di ulivo selvatico. Via via, però, le corone divennero d’oro, si aggiunsero benefit come l’esenzione dalle tasse e grandi premi in denaro. Questo portò anche al “professionismo”, alla nascita della figura dell’allenatore ma pure ad episodi di corruzione di atleti e giudici nonchè ad un esasperato culto dell’atleta-mito. Scrive Euripide: “Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti… Si aggirano in vesti lussuose e si credono il vanto della città”. E oggi?
Quali erano le gare principali? Fino alla XIII edizione dei Giochi (728 a.C.) si svolgeva una sola gara, lo Stadion. Nel corso del tempo però, le prove olimpiche aumentarono di numero e ci furono anche delle modifiche. In questa mostra ci rendiamo conto come attraverso oggetti comuni (vasi, monete, eccetera) gli atleti ed i Giochi entrassero nella vita greca “anticipando”, in un certo senso, le figure degli sportivi e gli eventi che oggi i media portano nelle nostre case. In quest’anfora sono riprodotti il lancio del giavellotto e del disco.
Molto interessante è l’accostamento tra un disco in ferro (enorme!) di quel periodo ed uno utilizzato ai Giochi di Los Angeles del 1932.
Tra le gare olimpiche alcune erano di contatto, come la lotta, il pugilato e il successivo pancrazio. La lotta (chiamata palè, da cui palestra) iniziò ad essere praticata nel 708 a.C. e fu considerata da Senofonte “Scienza ed arte”. Gli atleti si cospargevano il corpo con olio che toglievano al termine della gara usando lo strigile, una specie di raschietto metallico.
Gli incontri di pugilato, entrato tra i Giochi nel 688 a.C. non avevano nè tempo massimo nè intervalli. Si andava avanti a oltranza finchè uno dei pugili era (o si dava per) sconfitto. Inizialmente si combatteva a mani nude, poi con delle “protezioni” per le mani che avevano, però, lo scopo di fare più male possibile all’avversario. Non contava comunque solo la forza, ma servivano anche l’intelligenza e l’agilità: Rocky e Apollo Creed insieme.
In questi sport da combattimento avvenivano parecchie infrazioni alle regole tanto che l’illecito divenne poi lecito dando vita al pancrazio, una gara dove tutto era permesso tranne morsi e dita degli occhi, naso e bocca dell’avversario.
Anche le gare ippiche erano molto seguite, sia quelle con le bighe, sia quelle su cavalli montati a pelo, senza sella nè staffe (che, peraltro, non erano state ancora inventate).
Il premio veniva consegnato non all’auriga o al cavaliere vincitore, ma al proprietario del cavallo; potremmo dire non al pilota, ma alla scuderia.
Pausania e Plutarco ci raccontano che, intorno al 400 a.C., Cinisca, una principessa spartana appassionata proprietaria di cavalli, ottenne il premio olimpico facendo poi scrivere sul monumento a lei dedicato: “Dico che io, sola tra le donne di tutte l’Ellade, colsi questa corona”. A lei dedichiamo questa statuetta con una Vittoria alata.
Le nostre spigolature olimpiche continueranno tra qualche giorno…
“Cattedrale del movimento”: così il progettista Ulisse Stacchini aveva definito la “sua” Stazione Centrale, inaugurata il 1° luglio 1931. Da allora quanti treni, quanti arrivi e partenze, quanti addii, arrivederci e “a presto”, veri o mentiti, da parte dei viaggiatori? Quanti “cammini” sono passati da qui per lavoro, vacanza, trovare o lasciare qualcuno, cercare un futuro migliore? Tante e diverse sono le stelle che ci guidano.
La nostra Centrale è da qualche anno intitolata a Santa Francesca Cabrini, la religiosa che partì verso le Americhe per portare fede, educazione, cultura e solidarietà ai migranti e alle popolazioni locali. Una targa commemorativa si trova all’entrata della stazione.
Nel continuo andirivieni della Centrale, tra treni che arrivano e partono, bei negozi e un mercato gourmet, c’è anche un luogo poco conosciuto: la Cappella di Santa Maria del Cammino, indicata con una piccola insegna blu. Si trova al piano dei treni, vicino al binario 21 (da non confondere con il tragico Binario 21, Memoriale della Shoa, in via Ferrante Aporti) e, per accedervi, bisogna oltrepassare gli accessi muniti di biglietto ferroviario o tranviario.
In questa cappella, situata in uno dei più frequentati luoghi di passaggio di Milano, il nostro Arcivescovo ha iniziato quest’anno il cammino di riflessione e di preghiera per l’Avvento, il Kaire (“rallègrati”, il saluto dell’Angelo a Maria nell’Annunciazione), per portare una parola di speranza e di luce nella quotidianità della vita che scorre indaffarata.
La piccola cappella ha l’aspetto familiare di una stanza un po’ vintage, con tendaggi che lasciano trasparire una vetrata istoriata, un bel lampadario, qualche inginocchiatoio e alcune sedie dove possono trovare un attimo di pace i viaggiatori.
Avvolta in un caldo color crema con tocchi di bianco e qualche elemento in legno, è molto accogliente; in una piccola nicchia c’è la statua di Santa Maria del Cammino e su una parete un dipinto con San Cristoforo, patrono della gente che viaggia, che porta sulle spalle Gesù Bambino.
Questa cappella non è facile da trovare ed è poco conosciuta,… ma quale cammino lo è? Concludiamo con qualche riga di una preghiera distribuita nella Cappella: “La nostra vita è complicata, il cammino spesso è duro e accidentato. Bisogna vivere con i piedi ben piantati per terra. Ma… facciamo respirare aria pura allo spirito, slanciando in Cielo il nostro cuore...”
Tra qualche giorno saremo “innevati” dalle immagini delle Olimpiadi di Milano-Cortina e già scendono i primi fiocchi di luce per le strade della nostra città.
Anche il nostro Duomo è immerso in questa “nevicata” con il tradizionale Albero di Natale che parla anch’esso di Giochi Olimpici. La nostra cattedrale, da sempre il centro di Milano, sembra già vestirsi d’oro e, sul podio più alto, brilla la Madonnina.
A tutti un affettuoso Augurio nel nostro dodicesimo anno insieme.