Non solo 8 marzo: passipermilano tra vie in rosa

Le donne sono considerate l’altra metà del cielo, ma certamente non lo sono nella toponomastica di Milano. Abbiamo dato una veloce scorsa allo stradario della nostra città e ci siamo divertiti a guardare i nomi delle vie per scoprire quante siano dedicate alle donne e per fare quattro passi tra le vie in rosa.

In oltre 4500 strade compaiono nomi geografici, storici, di uomini illustri, santi e non, di antichi mestieri, di animali, persino di fiori, ma quelle dedicate alle donne non arrivano, ci sembra, nemmeno a 150.

Via Manzoni

via Gesù

via Spadari

piazza Cinque Giornate

Di queste strade, alcune sono dedicate a Maria, altre a Sante; nello stradario compaiono anche qualche regina o nobildonna.

piazza Santa Maria Beltrade

via Santa Tecla

viale regina Margherita

piazza principessa Clotilde

Poche sono le vie dedicate alle donne illustri, specialmente se vissute prima del 1900, come la nostra Gaetana Agnesi, matematica del Settecento e straordinaria benefattrice.

Nel secolo scorso le donne si fanno maggiormente strada nelle professioni. A Maria Curie e al marito è intitolato un viale, peraltro molto brutto. A donne architetto sono dedicate alcune piazze. E anche Maria Callas ha un suo spazio, come pure altre cantanti e scrittrici.

viale Curie

piazza Gae Aulenti

Vicino a Brera ci sono due strade dal nome un po’ insolito: via Fiori Chiari così chiamata, sembra, perchè c’era un convento femminile e via Fiori Oscuri dove si trovavano case per donne di antica professione. In effetti l’origine di questi nomi è controversa, ma noi abbiamo scelto quella “femminile” pensando a quante donne sconosciute abbiano trascorso tra queste viuzze di Brera la propria vita.

via Fiori Chiari

via Fiori Oscuri

Alcuni giardini sono dedicati a grandi donne: da Alessandrina Ravizza, la “Contessa del brodo”, pioniera laica dell’assistenza e della cultura milanese, alle giornaliste Oriana Fallaci, Camilla Cederna e Anna Politkovskaja.

parco Ravizza

Si potrebbe pensare che nei tempi passati più difficilmente le donne avessero potuto esprimere le proprie capacità nella vita pubblica e salire agli onori della toponomastica. Forse, però, la realtà è molto più complessa. Consideriamo, ad esempio, il caso di Luigi ed Ersilia Majno.

Quando percorriamo il trafficato viale Majno, se guardiamo la targa stradale, vediamo che è dedicato al solo Luigi, il grande avvocato milanese e uomo politico di forte impegno sociale.

Niente ricorda, invece, la moglie, l’altrettanto grande Ersilia Bronzetti Majno, una delle donne milanesi che sostenne, tra l’Ottocento e il Novecento, i diritti e l’emancipazione femminile a livello nazionale.

Mentre si trovava a Roma, impegnata in una riunione femminista, fu raggiunta dalla notizia della morte improvvisa della figlioletta Mariuccia, mancata a soli 13 anni per difterite fulminante.

Ersilia cadde in una profonda crisi piena di dubbi dolorosi, di rimproveri e di sensi di colpa. Le amiche impegnate socialmente con lei intitolarono alla piccola Mariuccia un Asilo per ragazze e bambine in difficoltà, per giovani prostitute o vittime di violenze.

Ersilia trovò in questa iniziativa un’occasione per dare al proprio dolore un significato altruistico di promozione umana. L’Asilo, infatti, non fu solo un luogo di assistenza ma anche di emancipazione e di esperienze diverse in una città che stava crescendo. Ancora oggi l’Asilo Mariuccia accoglie donne e bambini in difficoltà.

Quando i nostri passipermilano percorreranno una strada intitolata al Nobel Rita Levi Montalcini o alla signora delle stelle Margherita Hack o a tante altre?

Attualmente c’è maggior attenzione alla toponomastica al femminile; ma c’è ancora molta strada da fare… non solo l’8 marzo.

 

Itinerario Velasca – (Parte Prima: quattro passi da San Giovanni in Conca)

Anche questo breve itinerario, che congiunge piazza Missori con la chiesa di San Nazaro e la Statale, offre squarci di luoghi, di tempi e di vite milanesi molto diversi tra loro.

pantano velasca

Il “dente rotto” di piazza Missori è una delle tante “stranezze” di Milano: sacrificata una bella chiesa, piena di storia e di opere d’arte (per fortuna in parte conservate al museo del Castello) in nome di un moderno progetto di viabilità, la cosiddetta Racchetta, la nostra città mostra un rudere, piuttosto brutto, che cela, però, al suo interno una splendida, impensabile cripta.

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Cripta_San_Giovanni_in_Conca

Passiamo accanto al monumento equestre di Giuseppe Missori, ora in restauro.

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Il generale fu accanto a Garibaldi, al quale salvò anche la vita, in tante battaglie. Dopo una vita eroica, morì poi a Milano, travolto da un tram e ora riposa al Famedio del Cimitero Monumentale.

Missori

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Missori salva la vita a Garibaldi nella battaglia di Milazzo

Il monumento è noto anche per il cavallo dall’aspetto così stanco, tanto da essere soprannominato el caval de brum, ossia il cavallo da tiro delle carrozze pubbliche.

cavallo in Missori

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Lasciata piazza Missori, facciamo quattro passi per corso di porta Romana e raggiungiamo un piccolo slargo, quasi nascosto ed anonimo, dove si trova la Torre Velasca, che prende il nome dalla via dedicata al governatore spagnolo di Milano, Don Juan Fernandez de Velasco.

Velasca tra i merli

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La torre fu costruita tra il 1956 e il 1959 su progetto dello Studio BBPR ed è adibita parte ad uffici e, nella parte più larga, in alto, ad abitazioni.

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Per vederla tutta, quasi non si sa dove andare: lo spazio orizzontale di questa piazzetta, chiusa da palazzi, è piuttosto piccolo, tanto che bisogna stare col naso all’insù per poter ammirare il grande fungo che vi è cresciuto.

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Viene chiamata Torre, e non grattacielo, come il Pirellone, costruito negli stessi anni; questo ci darà modo di fare un breve excursus sul vecchio e nuovo skyline di Milano.

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La Torre Velasca ha suscitato molti dibattiti tra chi la trova bellissima e chi orrenda.

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_3/torre-velasca-brutta-parere-architetti-milanesi-sgarbi-boeri-daverio-2003934701378.shtml

Ai noi, personalmente, piace, forse anche per quel suo elevarsi improvviso, quasi in modo inaspettato, tra i palazzi.

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E ci piace questo disegno di Buzzati con le streghette che ballano sopra questa torre…un po’ di mistero c’è sempre nel nostro blog.

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Usciamo dalla piazzetta per andare in via Pantano, dedicata non a qualche personaggio famoso, ma proprio a quella sorta di laghetto stagnante che c’era qui tanto, tanto tempo fa, in epoca romana.

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Era una zona di acqua e boschetti; niente di meno strano che vi crescesse, secoli dopo, un fungo gigantesco di 26 piani!

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La via Pantano era una zona residenziale molto bene della Milano del Sei-Settecento. Vi si trovavano dimore di famiglie illustri e anche ora ha mantenuto un’aria elegante e riservata.

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Dietro alle facciate un po’ severe ci sono cortili molto belli, con “ricordi” artistici di secoli passati.

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Al numero 1 di via Pantano, più o meno dove ora c’è l’Assolombarda, nacque nella prima metà del Settecento, da famiglia molto ricca, Gaetana Agnesi, dottissima donna ed esempio del “buon fare” milanese.

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Fu una donna straordinaria: semplice, colta, religiosissima, fine matematica di successo, abbandonò completamente gli studi per dedicarsi alla cura degli ultimi, in particolare delle donne “pazze” di famiglia povera, vivendo in mezzo a loro.

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A lei toccò in seguito l’amministrazione di opere sociali come la Baggina appena nata.

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l’attuale “Baggina”

 Ben altri inquilini ebbe il palazzo al numero 26 di via Pantano.

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Vi prese dimora, alla fine del Seicento, la famiglia Settala, tra cui l’illustre Protomedico Lodovico e lo strambo scienziato Manfredo, suo figlio.

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Lodovico

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Manfredo

Di Lodovico sappiamo anche, dal Manzoni, che “cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perchè il suo padrone soffriva di dolori di stomaco”. Parleremo di lui, del suo paziente e della sventurata Caterina in un prossimo articolo.

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Molto originale, tipo scienziato pazzo, era il figlio Manfredo. Era amante dei viaggi e delle cose insolite che raccolse, secondo la moda dell’epoca, nelle sale del palazzo di famiglia.

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Ecco qualche esempio di ciò che aveva raccolto:

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cranio di ippopotamo gigantesco

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pesce palla

Probabilmente questo canonico di San Nazaro si dilettava anche con esperimenti nel proprio laboratorio, ma poco sappiamo di queste ricerche che hanno alimentato molte fantasie.

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D’altra parte cosa c’è di strano in questa sua creazione, conservata al museo del Castello Sforzesco?

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È un automa che sghignazza e sputa tra un fragore di catene di ferro e ruote; il busto in legno sarebbe quello di un Cristo alla colonna, ma la testa è diabolica.

Di Manfredo si racconta che a volte si aggiri ancora in questa zona.

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Se vedete un religioso col cappuccio alzato, che si reca verso San Nazaro, fate quattro passi con lui e intanto ammirate le splendide case di via Pantano.

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via pantano

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