Le scenografiche case di via Balzaretti

Forse qualcuno vi è già stato per il FuoriSalone ed è rimasto ammirato e incredulo davanti alle case colorate di via Balzaretti, prima strada-installazione permanente di Milano, quasi una mostra a cielo aperto di arte pop.

Ad una prima facciata, la casa dei Rossetti, realizzata da Cattelan come sede di Toiletpaper Magazine, se ne sono aggiunte, per il FuoriSalone altre tre: la casa dei Gigli, la casa delle Rose, con grandi occhi che guardano chi guarda, e quella della Musica.

In occasione del FuoriSalone abbiamo anche potuto visitare gli interni di Toiletpaper Magazine.

 

Chi però si fosse seduto sulla panchina rossa davanti alle case, che invitava alla sosta, non avrebbe visto i gigli, le rose, i rossetti e gli strumenti musicali sulle facciate, ma un complesso residenziale tutto bianco proprio di fronte.

 

È questo che più ci ha colpito di via Balzaretti: il contrasto tra le case d’ epoca ridipinte “Cattelan” e il nuovissimo megaedificio, ricco di vuoti e di pieni e con soluzioni architettoniche avveniristiche, firmato da archistar internazionali.

 

Da una parte, dunque, interventi conservativi che danno un tocco di arte contemporanea urbana a villette del secolo scorso, dall’altra il grande complesso residenziale che si snoda ad “S” nell’area dove sorgeva la vecchia sede della Rizzoli.

 

Cosa penserebbe l’architetto Giuseppe Balzaretti, che dà il nome alla via, di questi stili così diversi? Anche lui nella sua attività è passato dal “Rinascimento” al “Romanticismo inglese”. Infatti, per realizzare la “Ca’ di Sass” di via Monte di Pietà, si era ispirato ai palazzi fiorentini in bugnato, come Palazzo Strozzi.

 

Accanto a questo palazzo elegante, di ispirazione classica, si era occupato anche dei romantici paesaggi all’inglese dei Giardini Pubblici.

 

Milano, città di contrasti a volte dissonanti? Può essere. Guardiamo questa vecchia foto della via Balzaretti.

 

Vale la pena andarla a vedere oggi per capire di più quante strade diverse sta percorrendo la nostra città.

A presto…

Riciclando in verde: Un fior fiore di Fuori Salone

Il Fuori Salone 2022 è stato veramente bello e ricco di creatività. Uno dei fil rouge è stato cogliere la presenza di fiori veri o interpretati in diversi materiali da designer.

 

Infatti, girando per le diverse esposizioni, mi ha molto colpito come in vari allestimenti ci fossero tanti fiori, quasi la Natura volesse esporre anche lei le proprie creazioni.

 

Così ho pensato di dedicare un articolo di “Riciclando in verde” al “fior fiore” del Fuori Salone. Ovunque siate mettetevi comodi e guardiamo insieme queste immagini.

 

Anche la Natura ha voluto un suo “portale” ricco di profumo.

 

Siamo a Palazzo Clerici, dove ci ha accolto un tripudio di mille fiori a colori.

 

Ecco qualche immagine dell’ Orto Botanico e del bosco di Boeri alla Darsena.

Poco più in là, il ponte “Ada Merini” é diventato un gazebo che si affaccia sul naviglio con un velo di verde per fare ombra.

 

Fiori e piante “arredano” anche i soffitti delle nostre case. Vanno molto, infatti le piante “appese”. Forse c’è qualche problema per la loro cura, ma l’effetto è assicurato anche negli spazi piccoli.

 

E questi, non sembrano fiori di mare?

 

La natura fa taglie grandi e piccole, dalla XS alle XXXL ….

 

Per coltivare piante in modo sempre più sostenibile, si possono interrare vasi fatti con i gusci d’uovo … Cresceranno piante e fiori più rigogliosi?

 

Infine entriamo in un mondo di fantasia …. Un affettuoso arrivederci da Francesca.

A presto…

Quattropassi nel FuoriSalone 2022

È tornato il FuoriSalone e con esso la voglia e l’occasione di ripartire e rivedersi in presenza durante eventi e mostre diffusi per la città, vestita a festa .

Ciò che più ci ha colpito quest’anno è stato come, accanto a progetti e soluzioni belli, di qualità, nuovi o innovativi, ci sia stata una grandissima attenzione alla sostenibilità, alla tutela ambientale e al riutilizzo di materiali. Guardiamo verso il futuro con fiducia attraverso questo metaforico cannocchiale “Sideral station”, firmato De Lucchi.

l

Dedicate alla Design Re-Generation sono state le installazioni di “Interni” presso la Statale, l’Orto Botanico di Brera e altre sedi collegate.

l’Orto 

È stato un FuoriSalone rivolto verso il futuro dell’ambiente e delle nuove generazioni.

A questo proposito alcune installazioni (via Senato, via Saint Bon, Palazzo Clerici, Statale, Circolo Filologico) presentavano l’idea di un portale per entrare in un tempo/luogo nuovo.

Il momento attuale non è certo un percorso facile e privo di difficoltà; è come entrare in un Labyrinth Garden (firmato Galliotto) in cui dovremo cercare l’uscita per trovare un nuovo modo di vivere.

La pandemia ci ha fatto riscoprire il desiderio di spazi esterni e molte sono le proposte per vivere bene all’aperto.

L’ambiente deve essere protetto e salvaguardato dall’inquinamento. Un artista lo rappresenta con una gondola, che fa rotta verso un mare pulito, carica di rifiuti raccolti dragando i fondali della laguna.

In mezzo al verde dell’Orto Botanico sono presenti alcune soluzioni colorate e quasi giocose per varie forme di risparmio energetico e delle sue applicazioni.

A Palazzo Clerici i fiori si uniscono all’industria e danno vita a una installazione spettacolare.

Alcuni specchi riflettono l’ambiente e, come Alice, ci inducono a tante riflessioni sulle diverse prospettive.

Alla Darsena è spuntato, come per magia, un fazzoletto di verde d’autore, sponsorizzato da una casa di abbigliamento sportivo.

Alcune case (via Balzaretti) dipingono le loro facciate come quadri. Andremo a vederle presto in uno dei prossimi Quattropassi.

Lo storico Palazzo Turati (via Meravigli 7) ha aperto i suoi sontuosi saloni per ospitare il nuovo design olandese che va a braccetto con il riutilizzo di materiali.

Il suo cortile ci accoglie con la poetica “Animal Factory” fatta di sculture stilizzate e orchidee vere.

È il regno della creatività applicata al riciclo: ci sono persino abiti realizzati col sughero.

Anche la “spazzatura” entra a far parte dell’arredamento. Si resta a bocca aperta di fronte alla versatilità dell’uomo, pensando “ce la possiamo fare”.

Gli “scarti” non sono più considerati materiali da smaltire ma ricchezze da trasformare: i gusci delle uova diventano vasi di fiori da inserire direttamente nel terreno, fondi di caffè lampade, avanzi di stoffa opere d’arte uniche dall’alto valore sociale.

Ci sono veramente tante idee al FuoriSalone da condividere. Abbiamo allora pensato di preparare una sorta di album fotografico al quale magari ispirarsi, nei prossimi articoli di Riciclando in verde”, anche per creare e realizzare qualcosa di personale.

A presto…

Quattropassi nella Milano 1918 col giovane Hemingway – parte seconda

Hemingway racconta la sua Milano

Queste righe sulla nostra città non le abbiamo scritte noi. Abbiamo raccolto alcune frasi da “Addio alle armi” e dalle lettere che Hemingway scrisse ad amici e familiari sulla sua esperienza milanese, quando, neanche ventenne, giunse a Milano in convalescenza dopo essere stato ferito sul fronte del Piave, durante la prima guerra mondiale. Alcuni riferimenti a questo periodo milanese, durato poco più di tre mesi, si trovano nella parte già pubblicata di questo articolo.

La Milano raccontata dallo scrittore americano è piuttosto circoscritta; il suo ospedale si trovava in via Armorari, a due passi dal Duomo. Ernest aveva le stampelle e il soggiorno durò una sola estate. Sono però, secondo noi, frammenti interessanti per cogliere alcuni aspetti della Milano di un secolo fa e, forse, riflettere su quella che è diventata oggi.

Ed ora la parola a Hemingway:

A Milano mi condussero all’Ospedale Americano in autoambulanza… all’arrivo vidi la piazza di un mercato e una bottiglieria aperta…”

Via Armorari – Passaggio Centrale

Mi portarono in una stanza… quando mi svegliai dalle persiane entrava il sole, guardai fuori… c’erano i tetti e le tegole delle case… mandai a chiamare il portiere e gli dissi di comprarmi una bottiglia di Cinzano e i giornali.”

Dalla veranda dell’ospedale riesco a vedere la sommità della cattedrale del Duomo. È molto bella. Come se contenesse una grande foresta

“Sì, Ag [Catherine in “Addio alle armi”] è una infermiera. Di più non posso dire, sono come instupidito. Quando dico che sono innamorato di lei non significa che ho una cotta. Significa che la amo. (…) Mi sono sempre chiesto come sarebbe incontrare la ragazza che amerai davvero per sempre e adesso lo so. Per di più anche lei mi ama, il che è di per sé abbastanza un miracolo…”

Poi cominciai le cure all’Ospedale Maggiore. Ci andavo di pomeriggio e poi mi fermavo al caffè a bere e a leggere i giornali…” “La gamba andava bene”

Quando potei uscire con le stampelle andammo in carrozza al Parco...”

Un giorno arrivammo al Mercato e poi ai portici e a piazza del Duomo, piena di tram; al di là dei binari sorgeva bianca e umida nella nebbia la Cattedrale, nella piazza la nebbia era densa; la Cattedrale pareva enorme sotto la facciata; ed era umida veramente la sua pietra.“.

Ci piaceva star fuori in Galleria, i camerieri andavano e venivano e ogni tavolo aveva la sua lampada con un piccolo paralume.”… “C’era gente che passeggiava… Guardavamo la gente e la grande Galleria nel crepuscolo…

Cenavamo al Grande Italia, seduti ai tavolini all’aperto nella Galleria Vittorio Emanuele II . George, il bravo capocameriere del locale, ci riservava un tavolo. Bevevamo Capri bianco secco ghiacciato in un secchiello, ma trovammo altri vini: Freisa, Barbera e i bianchi dolci.

Dopo cena passeggiavamo in Galleria davanti agli altri ristoranti e ai negozi con le saracinesche di ferro abbassate… Poi salivamo in carrozza aperta… davanti al Duomo... così passò l’estate… Non ricordo molto di quei giorni”

“Nella strada della Scala... volevo comprare qualcosa al Cova da portare a Catherine… Comprai una scatola di cioccolatini e, mentre la ragazza li incartava, andai al bar e bevvi un Martini…

 “Ne bevvi fino a 18 in una sola volta…” “Arrivati in fondo alla piazza ci voltammo a guardare il Duomo, era bellissimo nella nebbia.” [era piena estate, forse la vista era annebbiata dai tanti Martini?]  

“Non perdere tempo con chiese, palazzi o piazze. Se vuoi conoscere una cultura passa il tempo nei suoi bar”.” Non andavo in giro per la città… L’unica cosa che desideravo fare era vedere Catherine… Il resto del tempo mi accontentavo di ucciderlo.”

Noi quattro andammo a San Siro in una carrozza scoperta. Era una bella giornata e attraversammo il Parco e seguimmo il tranvai e poi fuori dalla città dove la strada era polverosa. C’erano ville con le cancellate di ferro e grandi giardini traboccanti di vegetazione, e fossi con l’acqua corrente e orti verdi con la polvere sulle foglie. Attraverso la pianura si vedevano le fattorie e le fertili tenute verdi coi loro canali di irrigazione e le montagne a nord.

 “Molte carrozze entravano nell’ippodromo e gli inservienti al cancello ci lasciarono entrare senza biglietto perché eravamo in uniforme. Scendemmo dalla carrozza e attraversammo a piedi il prato e poi la soffice pista del percorso verso il recinto del peso… Il pesage era pieno di gente e facevano passeggiare i cavalli in cerchio sotto gli alberi dietro alla tribuna principale. Vedemmo gente che conoscevamo e osservammo i cavalli. Andammo verso la tribuna centrale a guardare la corsa.“.

Voltammo in una strada laterale stretta… Molta gente passava nella nebbia… Camminammo finchè la strada sboccò in una più larga lungo un canale…”

“In settembre ci furono le prime notti fresche, poi rinfrescarono le giornate. Le foglie sugli alberi del parco incominciarono a cambiare colore e ci accorgemmo che l’estate era finita…” “Dovevo tornare al fronte…”
Ma nella realtà si ammala di itterizia e torna in America. Anche la storia d’amore con Ag. finisce e il ricordo di lei “a forza di sbronze e di donne adesso non c’è più” [e ancora] “ora sono un uomo libero! Mio Dio, amico, hai mai pensato per davvero che stessi per sposarmi e mettere su casa?“.

Il periodo che Hemingway trascorse a Milano fu molto breve, ma intenso e importante, tanto che scriverà Milano è la città più moderna e vivace d’Europa. (…)” e ad un amico: “ho l’impressione che qui da noi si viva a metà. Gli italiani, invece, lo fanno fino in fondo”.

Boccioni “La città che sale”

A presto…

Quattropassi nella Milano 1918 col giovane Hemingway – parte prima

 

La “nascita” di Addio alle armi

Come appariva la nostra città agli occhi di un ragazzo americano durante gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale? Ce lo siamo chiesti leggendo la targa dedicata a Hemingway sul palazzo di via Armorari 4.

Di famiglia benestante, era nato vicino a Chicago nel 1899. Giovanissimo reporter di un quotidiano, si era arruolato volontario nella Prima Guerra Mondiale. 

Per problemi alla vista, dovuti a un incontro di pugilato, era stato assegnato a guidare le ambulanze e a “distribuire posta, cioccolato e sigari” ai feriti e ai soldati di prima linea sul fronte italiano.

Era arrivato a Milano all’inizio di giugno 1918 per prendere servizio e subito aveva visto la tragedia e la morte. Infatti il 7 giugno era stato mandato sul luogo dell’esplosione avvenuta nello stabilimento di materiale bellico Sutter-Thevenot di Bollate, dove erano morte una sessantina di persone. Così scrisse anni dopo: ” … la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne …”.

Un piccolo fatto ci ha incuriosito. Il Corriere di qualche settimana fa ha riportato alcune lettere sulla targa che ricorda una “scappatella” di Ernie al Parco Nord di Bollate. 

Spulciando qua e là, abbiamo scoperto che questa targa è la narrazione di un fatto mai avvenuto, realizzata da un artista, Francesco Fossati, con Casa Testori. Non furono dunque “baci e sorrisi” con una Marinella lombarda, ma una fake history?

Qualche giorno dopo lo scoppio di Bollate, Hemingway lascia Milano per raggiungere prima Schio e poi Fossalta, sul Piave.

Qui, nella notte tra l’8 e il 9 luglio, decide di portare generi di conforto, disubbidendo agli ordini, a due soldati di un avamposto.

Una bomba a grappolo austriaca colpisce la postazione uccidendo uno dei soldati e ferendo gravemente l’altro. Il giovane americano, pur ferito, se lo carica sulle spalle. Vengono colpiti di nuovo, Ernest crolla, ferito nuovamente alla gamba, ma il soldato, Fedele Temperini, gli fa da scudo umano involontario, restando ucciso. Lo scrittore, per questo sfortunato atto eroico, verrà poi decorato con una medaglia d’argento al valore.

Dopo le prime cure d’emergenza, il giovane viene mandato a Milano presso l’ospedale della Croce Rossa Americana in via Armorari. La gamba del ferito, colpita da ben 227 schegge, è infetta e si prospetta l’amputazione, ma le assidue cure di una crocerossina americana, Agnes von Kurowsky, e l’intervento di un famoso chirurgo milanese, Baldo Rossi, fanno il miracolo.

Il medico operava presso il Padiglione Litta del Policlinico e, utilizzando anche uno dei primi apparecchi radiografici, riuscì a guarirlo perfettamente. Ora il chirurgo, in compagnia di altri illustri colleghi, è ritratto da Ortica Noodles su un murale dell’ospedale e comparirà, sotto altro nome, anche in “Addio alle armi”.

Inizia dunque la convalescenza di Ernie in via Armorari. L’ospedale occupava il terzo e il quarto piano del palazzo; uno era adibito agli alloggi delle 18 infermiere, l’altro alla degenza dei 4 ricoverati. C’era pure un grande terrazzo con sedie di vimini e si bevevano anche superalcolici.

Qui nacque l’amore, non sappiamo fino a che punto condiviso, tra Agnes e lo scrittore, più giovane di lei di qualche anno, tanto che lei lo chiamava affettuosamente “kid”. Così Ernest scrive alla sorella “Sì, Ag è una infermiera della Croce Rossa (…) Quando dico che sono innamorato di lei non significa che ho una cotta. Significa che la amo. (…) Mi sono sempre chiesto come sarebbe incontrare la ragazza che amerai davvero per sempre e adesso lo so. Per di più anche lei mi ama, il che è di per sé abbastanza un miracolo.

Insieme si divertono e bevono:  “Ragazzo, noi saremo soci. Quindi, se hai intenzione di bere, berrò anch’io. Esattamente quanto te”... “E Ag ha tirato fuori del dannato whiskey e l’ha versato così, puro, e prima di allora non aveva mai bevuto niente a parte il vino”. L’amore per Agnes passerà presto, non quello per l’alcol.

La loro storia d’amore, forse a senso unico, infatti, durò poco “Lei non mi ama, Bill…” e, qualche mese dopo, “Ieri ho ricevuto una lettera molto triste di Ag da Roma. Ha rotto con il suo maggiore… Povera bambina infelice, mi spiace da morire per lei. Ma non ci posso fare niente. Io l’ho amata e lei mi ha fregato”. Il ricordo di lei “a forza di sbronze e di donne adesso non c’è più”.

Forse non fu davvero così, ma fu un lungo addio. Anni dopo, quando scrisse “Addio alle armi”, la storia tra Frederic Henry e Catherine Barkley fu ispirata a quella del lontano 1918.

Arrivederci alla prossima puntata per un Quattropassi attraverso la Milano di ieri e di oggi, in compagnia di Ernest Hemingway.

A presto…

Buon mese di Maggio con un bouquet di mughetti

Ciao sono Francesca! Inizia oggi il mese di Maggio, tempo di fiori, di tradizioni e di feste. Ho trovato questa bella storia del mughetto. La riporto con infiniti auguri di pace, salute e prosperità da parte mia e da Passipermilano.

“LA LEGGENDA DEL MUGHETTO                  

Il  Mughetto è considerato sinonimo di felicità che ritorna e di portafortuna. Secondo la leggenda San Leonardo dovette combattere contro il demonio con sembianze di diavolo. Egli vinse, ma il combattimento fu difficile e le gocce del suo sangue sul terreno si trasformarono in bianchi campanellini. In Francia durante la festa del primo maggio si offre per buon augurio.

STORIA DEL MUGHETTO E DEL 1° GIORNO DI MAGGIO

Il primo maggio del 1561, Carlo IX introdusse la tradizione d’offrire un rametto di mughetto come porta fortuna. Tradizione ancora più antica, e del tutto pagana, era poi il celebrare l’arrivo della primavera offrendo tre rami di mughetto alla persona amata, agli amici, ed alle donne come segno d’amicizia. Nei tempi antichi poi questa era la data in cui i naviganti uscivano in mare. Per i Celtici, il 1° maggio era poi l’inizio della prima metà del loro anno. Nel Medio Evo col 1° maggio iniziava il mese dei fidanzamenti. Nel Rinascimento, il mughetto era un amuleto portafortuna associato alla celebrazione del Primo Maggio. Tenere in grande considerazione il primo giorno di Maggio dunque risale ad ancor prima che diventasse la festa del lavoro e dei lavoratori. Dal 1889 infine il 1° maggio è stato universalmente conosciuto come il Giorno della Festa del Lavoro. Il primo maggio del 1895, al cantante Mayol fu presentato un mughetto dalla sua amica Jenny Cook, e quella sera lo mise all’occhiello al posto della tradizionale camelia. Nel 1900, il primo maggio, il capo delle sartine offrì ai suoi clienti e lavoratori dei mughetti. Da allora la tradizione di associare mughetto, 1° maggio e Festa del Lavoro si è estesa in diversi paesi occidentali, ma resta diffusissima soprattutto in Francia e nei paesi francofoni.

PERCHE’ IL MUGHETTO?

Perché è sinonimo di ritorno della felicità e di portafortuna. Trasmette un messaggio d’amore perché fiorisce all’inizio della primavera e l’atto di cercarlo nelle foreste ombreggiate è un’opportunità per le prime passeggiate dell’anno per i boschi ed all’aperto.”

A presto…

Nidi a Milano: naturali e d’autore

Anche quest’anno i due falchi pellegrini più famosi di Milano sono tornati sul Grattacielo Pirelli per fare il nido e deporre le uova, Giò e Giulia, due milanesi con le ali, sembrano guardare la nostra città dall’alto, chiedendosi se sarà il posto giusto per far crescere e volare i loro piccoli.

Poco lontano, tra i grattacieli di Porta Nuova, si sta costruendo, per Unipol; il “Nido Verticale”, firmato dallo studio Mario Cucinella Architects, che sarà pronto, si pensa, per la fine dell’anno.

Quanti hanno scelto la nostra città per fare il proprio nido, lussuoso, più modesto o anche di fortuna, ma sempre importante per chi vi abita?

Il nido ha sempre rappresentato un approdo, un luogo sicuro nelle bufere dell’esistenza. Così un poeta del Novecento, Vincenzo Cardarelli, vede la nostra affannosa corsa quotidiana per “acciuffare” un pezzetto di vita. Ci sarà mai, da qualche parte, un nido dove trovare pace?

Se passeggiamo tra via Monte di Pietà e Brera, troviamo, abbarbicati a edifici storici, quattro “nidi” in legno, interpretati dall’artista giapponese Tadashi Kawamata per la mostra “Nests in Milan”. Le tradizionali linee architettoniche degli edifici su cui sono collocati sembrano quasi in contrasto con questi nidi fatti di semplici listelli di legno d’abete, avvitati tra loro.

Questi nidi resteranno esposti fino al 23 luglio. Una volta smontati i listelli saranno riutilizzati all’ADI Design Museum (via Ceresio e via Bramante).

L’artista invita a riflettere su quanto possano essere transitorie e effimere le opere umane. In questo momento fragile e buio, ci rendiamo conto di come, in un attimo, si possa perdere tutto, anche il nido. Ma c’è sempre una speranza: il nido perduto può essere ricostruito.

A presto…

Un volo di farfalle per una Buona Pasqua 2022

Ancora una volta Porta Romana ci manda un festoso saluto dalle sue case.

Dopo la facciata in stile  Gaudì che molti tuttora rimpiangono, ecco un altro colorato esempio di artwall intitolato “Time to fly” e realizzato da Cheone per Clear Channel, sempre sulla stessa parete dell’edificio firmato Portaluppi.

Due mani accolgono tante farfalle multicolori, ma non le trattengono per sè; le lasciano invece libere di volare e portare gioia anche altrove.

In quest’opera si supera l’idea del murale, in quanto le farfalle, in materiale riciclato, escono dal muro e si posano su alcuni balconi della casa accanto e… chissà dove.

A tutti, in questi giorni incerti e difficili, giunga il nostro più affettuoso augurio di pace, serenità e speranza per volare verso il futuro.

Buona Pasqua!

A presto…

Raccogliamo tulipani in due angoli d’Olanda vicini a Milano

Voglia di verde e di fiori? Se siete alla ricerca di qualche “parco” speciale dove si possano anche cogliere tulipani, è meglio affrettarsi e prenotare la visita a uno di questi due angoli d’Olanda “u-pick” vicini a Milano:
“Tulipani Italiani”- via Luraghi (di fronte al Centro) – Arese
“Garden Steflor”- via Pio La Torre 9 – Vimodrone

Abbiamo recentemente visitato il campo di Arese, dove si può passeggiare tra i filari di tulipani, raccogliere quelli che più ci piacciono e camminare in libertà. In quasi due ettari di terreno sono presenti circa 470.000 fiori, pronti ad accogliere gli appassionati della natura e della fotografia.

Ricorda un angolo di Olanda il garden di Vimodrone, a pochi passi dalla metropolitana. Diverse sono le varietà di tulipani presenti, un’esplosione di colori vivaci che sembrano aspettare un safari fotografico.

Poter raccogliere direttamente con le proprie mani i fiori è un piacere unico così come l’essere a contatto con la terra e la natura.

A noi piace molto “scavare”… e abbiamo raccolto, oltre ai tulipani, anche qualche curiosità legata a questi fiori.
I tulipani sono originari della Persia e la loro storia più antica è legata alla cultura mediorientale. “TULLBAND” è il loro nome che significa turbante, di cui ricorda la forma, e simboleggia l’amore. I petali venivano sparsi negli harem ai piedi della fanciulla prescelta dal sultano per la notte.

Una leggenda racconta che siano nati dalle lacrime e dal sangue di una ragazza che aveva attraversato a piedi il deserto per rivedere ancora una volta l’amato che se ne era andato in cerca di fortuna.

A metà ‘500 l’ambasciatore fiammingo nell’Impero Ottomano mandò alcuni bulbi in Europa. In meno di un secolo divennero uno status symbol tanto che i nobili e i ricchi mercanti sembravano letteralmente impazzire per questi fiori. Così Jan Brueghel il Giovane rappresenta il delirio di quei tempi.

I bulbi erano così preziosi da poter rappresentare la dote di una agiata fanciulla, in quanto anche uno solo valeva come tanti capi di bestiame. Sembra, addirittura, che il termine Borsa derivi dal nome del mercante fiammingo Van der Buerse, nel cui palazzo avvenivano le contrattazioni per questi bulbi.

E se volessimo coltivare questo fiore che fece impazzire il mondo sul nostro balcone? Niente di più facile e duraturo. Tra ottobre e dicembre si devono interrare i bulbi con la punta in su in una miscela di terra e sabbia; noi, però, abbiamo usato terriccio universale comune. Devono essere piantati alla profondità e alla distanza di 10 centimetri.

Lasciamoli all’aperto, bagnandoli pochissimo, e aspettiamo la primavera. Quando spunteranno i primi germogli, aumentiamo l’annaffiatura e, tra marzo e aprile, fioriranno sui nostri balconi.

Quando saranno sfioriti, togliamo i bulbi dalla terra e dopo averli un po’ ripuliti, facciamoli asciugare e mettiamoli in un sacchetto di carta o in una cassetta di sabbia fino al momento di ripiantarli nella prossima stagione. Più riciclo di così!

I colori dei tulipani sono molto diversi e possiamo sceglierli al momento di acquistare i bulbi. Rossi e gialli controllano la negatività e perciò si possono mettere vicino alla porta d’ingresso o a una finestra; bianchi purificano l’energia; se siamo alla ricerca dell’anima gemella preferiamo l’arancione; se cerchiamo il potere scegliamo il viola.

Infine ecco alcune idee per goderci i tulipani durante le nostre giornate o per donarli a qualche amica… impazzirà di gioia.

A presto…

Santuario di Santa Maria dei Miracoli: un gioiello del Cinquecento.

Abbiamo iniziato qualche settimana fa un breve ma intenso itinerario in località “tre gelsi” (ad tres moros), o, se preferite, a circa metà di corso Italia dove si trovano la basilica di San Celso e il santuario di Santa Maria dei Miracoli, scrigni di fede e storia milanese.

Sulla sommità della bianca facciata di questo santuario, ricca di statue, ci sono diversi angeli dalle insolite ali rosse. Non ne sappiamo molto, perché non vengono quasi mai ricordati. Di quale messaggio sono portatori?

Quasi impossibile riportare tutta la ricchezza artistica di questo santuario, che è sempre stato una delle più importanti chiese di Milano. Ci soffermeremo solo su alcuni particolari, per lasciare a ciascuno il piacere di cercare e scoprire il “proprio” angolo di riflessione.

Iniziamo il nostro percorso guardando il pavimento, secondo noi, uno dei più belli di Milano. Camminando, sentiamo quasi i diversi disegni che lo compongono, più o meno levigati dal tempo e dai passi dei fedeli.

Poi, via via, sotto la cupola, gli intarsi si fanno più piccoli e ravvicinati; è come un’esplosione di spicchi, marmi, colori che riprendono i disegni della volta.

Anche l’altare maggiore, completato nel Settecento, è un mosaico di tessere, marmi e pietre colorate su fondo nero.

Tanta opulenza quasi “nasconde” il dipinto della Madonna dei Miracoli (di cui abbiamo già parlato nei precedenti articoli), pietra dipinta rimasta sempre allo stesso posto che ora si trova a livello del pavimento, protetta da due ante d’argento.

Il suo “velo”, esposto ogni 30 dicembre, anniversario del miracolo, è custodito in una teca nella splendida sacrestia.

Sopra questo altare una grande statua della Vergine Assunta realizzata da Annibale Fontana a fine Cinquecento. Intorno a lei danzano alcuni angioletti del Procaccini, che accolgono gli sposi quando portano il bouquet come da antica tradizione.

Al centro della chiesa, davanti all’altare maggiore, si trova l’urna con le reliquie di San Celso, dal volto d’argento.

Furono traslate in questo santuario, dalla vicina San Celso, per volere del Cardinale Schuster. Ancora oggi possiamo vedere in una cappella a sinistra, il sarcofago originale del Quarto Secolo con scene evangeliche che si susseguono senza segni di separazione, tra le quali vi è una Natività con bue e asinello.

Molto venerata è anche la “Madonna delle lacrime” un dipinto che ci accoglie quasi all’ingresso del santuario. Si racconta che, nel 1620, abbia pianto di fronte alle preghiere e alle tribolazioni di tanti milanesi e ancora oggi offre il suo aiuto; tante sono le candele accese davanti a lei ogni giorno.

Dietro il coro, quasi in disparte, troviamo la cosiddetta “Madonna dell’addio”, quadro nel quale è raffigurata Maria mentre si accomiata da Gesù prima della Passione. Questa immagine, intima e dolente, è detta anche “Madonna dei missionari” che qui pregavano, salutando i propri cari, prima di partire.

Diamo un’occhiata anche al coro, un gioiello di legno intarsiato decorato con paesaggi, vere e proprie opere d’arte. Vi si possono scoprire anche cagnolini, uccellini, momenti di vita quotidiana.

Purtroppo una porta non ci permette di gustare appieno un quadro importantissimo per Caravaggio e l’arte italiana: la “Caduta di San Paolo” di Moretto da Brescia, realizzato nel 1542. L’opera, che rappresenta il Santo appena caduto dal cavallo che lo sovrasta, ha ispirato la ben più famosa opera di Caravaggio, nato, e vissuto nella giovinezza, a Milano.

Questo quadro è stato riprodotto nel 2021, da un urban artist varesino, a San Paolo in Brasile in occasione del 60° anniversario del gemellaggio di quella città con Milano. Questo murale è stato realizzato su un grattacielo di 13 piani in una delle principali arterie di San Paolo, in solo due settimane con l’uso di bombolette spray.

Nella navata di fronte possiamo soffermarci davanti al grande “Crocifisso di San Carlo” che il Cardinale stesso portò a questo santuario dopo una processione al tempo della peste.

Poco lontano un celebre quadro del Procaccini rappresenta il “Martirio dei Santi Celso e Nazaro”. Come non restare colpiti dal contrasto tra il buio della scena dipinta e la luminosità che circonda gli angeli sulle pareti accanto?

Infine ecco qualche immagine della bellissima sacrestia (anzi, i locali sono due) dove sono custoditi, tra altri tesori, il “velo” ed una curiosità, la “lampada di Radetzky” che i milanesi offrirono in ringraziamento quando il Feldmaresciallo lasciò la nostra città.

Alle pareti le copie di due opere di Raffaello e di Leonardo, che si trovavano qui, prima di essere una venduta per aiutare i poveri e l’altra “esportata gratis” dai francesi al tempo di Napoleone.

Pochi passi e tanti gradini: la visita guidata del santuario permette anche di percorrere i sottotetti delle due chiese, in particolare si possono vedere degli affreschi che un tempo si trovavano all’interno di San Celso, prima che il soffitto venisse ribassato.

Vi è piaciuto questo itinerario insolito e molto ricco nel centro di Milano? Vi ricordiamo gli articoli precedenti:

A presto…