Quattropassi intorno a Santa Maria dei Miracoli e San Celso…

Il santuario di Santa Maria dei Miracoli si trova in corso Italia accanto alla basilica di San Celso; sono appoggiate l’uno all’altra quasi fossero le pagine di un antico libro da sfogliare.

La storia che raccontano iniziò nel lontano 395 quando Sant’Ambrogio trovò in questa zona le spoglie dei martiri Nazaro e Celso e fece costruire all’aperto, sul luogo del ritrovamento, un muretto, o forse un’edicola, con l’immagine affrescata della Madonna con Bambino. Questo dipinto era protetto da un velo; negli anni successivi venne costruita intorno ad esso la piccola chiesetta di San Nazaro al Campo, ampliata poi sotto Filippo Maria Visconti nel 1430.

Copia in marmo del dipinto

Proprio in questa chiesa, durante la Messa del 30 dicembre 1485, la Madonna del muretto scostò il velo e si sporse per benedire i fedeli. Questo miracolo, avvenuto alla presenza di trecento testimoni e riconosciuto dalla Chiesa, richiamava folle di pellegrini così numerose che si decise, alla fine del Quattrocento, di costruire, con le offerte ricevute, un grandioso santuario, Santa Maria dei Miracoli.

Il muretto con l’immagine miracolosa si trova ancora oggi, all’interno del santuario, nella posizione in cui è sempre stato, pronto a raccogliere le preghiere e le speranze espresse nei secoli. Oggi il nostro pensiero è per la pace.

Il santuario è anche un importante esempio di architettura rinascimentale e contiene opere di grande valore religioso, artistico e storico. Lo vedremo con l’aiuto di molte foto in un prossimo articolo.

Oggi, invece, facciamo quattropassi intorno a questo santuario per cercare di leggere il suo contesto e percepirne il passato. Ai tempi di Sant’Ambrogio, questa zona, ricca di acque, era conosciuta come “ad tres moros”, cioè “ai tre gelsi”, come sono chiamate nel nostro dialetto queste piante. Tutto scomparso? Forse cambiato! Se andiamo sul retro delle due chiese, in via Vigoni, troviamo un bel giardinetto pubblico dal quale si vedono le absidi, al momento in ristrutturazione.

In questo piccolo spazio verde c’è una fontana (l’acqua!) e ci sono grandi alberi. Non sono gelsi, ma magnolie, olivi, persino un raro albero dei tulipani. Sinceramente non sappiamo quale sia; aspettiamo la fioritura con la speranza di riconoscerlo.

Torniamo davanti alle facciate delle nostre due chiese. Mentre quella di San Celso è visibile da corso Italia, il santuario di Santa Maria risulta parzialmente nascosto, agli occhi di un passante distratto, per la presenza del muro di cinta del quadriportico.

Da questo quadriportico possiamo anche vedere il piccolo giardino davanti a San Celso con i resti delle arcate che facevano un tempo parte della basilica. Infatti questa chiesa è stata abbassata e accorciata per fare più spazio al santuario, che diventava sempre più importante.

La folla dei pellegrini era infatti tale che Ludovico il Moro fece addirittura riaprire una porta cittadina (l’ex Pusterla di Sant’Eufemia che si trovava nelle mura ai tempi del Barbarossa) per permettere un passaggio più agevole dei fedeli diretti al santuario. In questa antica incisione vediamo le due chiese e la porta, purtroppo abbattuta nel 1827. Ne rimane solo il nome, Porta Ludovica, in onore del Moro.

Cercando i messaggi del tempo, che talvolta passano inosservati, guardiamo, in corso Italia, il campaniletto che si vede alla sinistra del porticato. Apparteneva alla chiesetta di San Bartolomeo, oggi scomparsa. Forse è sopravvissuto per detenere un record: sembra sia il più piccolo di Milano e ha anche una piccola campana.

Anche l’interno del porticato ci racconta storie, o leggende, di un tempo. Ecco la fontana dove, si diceva, le spose dovevano bere per imparare ad ascoltare.

Sul lato opposto. invece, c’è una strana meridiana senza gnomone, cioè l’asta tipica, piuttosto difficile da identificare. Incisi nel cotto e quasi invisibili, possiamo intravedere alcuni segni zodiacali (Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario e Pesci); quindi la meridiana era utilizzabile da ottobre a marzo, quando il Sole è meno alto… Ci restano tanti interrogativi e il piacere della ricerca.

Ed ora guardiamo la bianca facciata del santuario. Iniziata a fine Quattrocento, è ricca di statue in parte autentiche, in parte copie per meglio conservarle.

Questa imponente chiesa fu progettata e realizzata, nel corso di diversi decenni, dai più illustri architetti dell’epoca (Dolcebuono, Solari, Amadeo, Cesariano, Alessi…), ma è l’interno che ci affascina, anche per le tante storie diverse che può raccontare.

 

A presto

La chiesa di San Celso: un antico seme di fede, arte e vita milanese

È stata la bella mostra “Portraits” di Francesco Diluca, a farci rivisitare la chiesa di San Celso, in corso Italia. Nell’austero spazio di questa basilica, infatti, erano “presenti” una trentina di figure realizzate in filo di ferro, rame e oro zecchino.

In queste sculture l’uomo sembra nascere da radici; farfalle, foglie e fiori diventano organi, pelle, nuova vita in un richiamo all’energia vitale della natura.

Sono immagini piuttosto forti, che spiccano, ancora di più, nello spazio vuoto e spoglio di questa chiesa, diventata, dopo i restauri, quasi una galleria d’arte.

San Celso è antichissima e, nel corso dei secoli, ha cambiato più volte aspetto. Non è facile ricostruire come fosse in origine; ha, invece, una lunga storia di leggende, fede, miracoli come fosse un seme che, piantato da Sant’Ambrogio, ha fatto crescere nel tempo fiori e frutti.

Andiamo dunque un po’ a scavare nella storia, o per chi preferisce, nella leggenda. Il 10 maggio del 395 (o 396), Ambrogio, già Vescovo di Milano, ispirato da un segno divino, trovò in questa zona i corpi dei Santi Nazaro e Celso, che avevano subito il martirio nella nostra città, sembra, nel I secolo d.C.

Questo miracoloso ritrovamento, da parte di Sant’Ambrogio, era avvenuto in un periodo di lotte teologiche tra cristiani e ariani, questi ultimi sostenuti dall’Imperatrice Giustina.
Il Vescovo diede quindi alle reliquie dei martiri una grandissima importanza come simbolo di estremo sacrificio per la fede. Sempre seguendo segnali divini, ritrovò anche i corpi di Gervaso e Protaso, che ora gli si trovano accanto nella cripta della sua basilica.

Le reliquie di San Nazaro riposano nella basilica a lui dedicata a Porta Romana, una delle quattro volute da Sant’Ambrogio.

Il corpo di San Celso, invece, venne ospitato in una chiesetta della quale sappiamo poco e che si trovava dove ora sorge la chiesa attuale. Sul luogo del ritrovamento, invece, venne fatto costruire da Sant’Ambrogio un piccolo muro (forse una stele o una piccola edicola) con l’immagine della Madonna col Bambino, molto venerata dai fedeli e protetta, visto che probabilmente si trovava all’aperto, da un velo.

Se le notizie riguardanti la prima chiesetta sono piuttosto scarse, sappiamo invece che nel X secolo l’Arcivescovo Landolfo da Carcano fece ampliare la chiesa di San Celso che divenne a tre navate con la facciata in stile romanico. Accanto ad essa fece costruire il bellissimo campanile, uno dei più antichi di Milano, che vediamo ancora oggi.

È conosciuto come “campanile dei sospiri” perchè il suono delle sue campane ha raccolto le speranze e le emozioni delle giovani spose milanesi che per secoli qui portavano il loro bouquet per ottenere la benedizione delle proprie nozze. Oggi questo campanile è visitabile con visita guidata.

Il 30 dicembre 1485 avvenne un miracolo. Durante una terribile pestilenza, mentre i fedeli erano riuniti in preghiera, una donna, Caterina Galanti, scorse una luce provenire dal dipinto. Tutti i fedeli, poi, videro due angeli scostare il velo e la Madonna sporgersi per benedire i presenti. Il giorno successivo la peste cominciò a calare. La notizia del miracolo si diffuse e grandi folle giunsero per pregare la Madonna. Con le offerte raccolte si iniziò la costruzione del grande santuario, Santa Maria dei Miracoli presso San Celso.

Erano, e sono, due chiese affiancate. San Celso, poi, che aveva accanto un monastero benedettino, venne rifatta una prima volta a metà del XVII secolo in stile barocco. Due secoli dopo venne rimpicciolita e accorciata creando un cortile antistante dove sono inseriti reperti di epoche diverse.

Nella facciata, rifatta in stile romanico da Luigi Canonica a metà Ottocento, sono stati inseriti il portale originale, sul quale appare un bell’affresco del XVII secolo, il rosone e gli architravi sopra le porte, risalenti, pare, al XII secolo.

L’interno è spoglio e austero. Nella grande abside semicircolare come altare c’è un sarcofago che un tempo aveva contenuto le spoglie di San Celso, ora nella chiesa adiacente di Santa Maria.

Notevoli sono l’acquasantiera in pietra e, soprattutto, la Madonna con Bambino risalente al XI secolo.

Il nostro breve itinerario continuerà andando a visitare l’adiacente chiesa di Santa Maria dei Miracoli che, con San Celso, rappresenta uno dei luoghi più venerati e artisticamente interessanti della nostra città. Il seme gettato da Sant’Ambrogio secoli fa è ancora vivo.

A presto…

Arte e gusto alla Stazione Centrale: il Mercato e la Mostra di Bansky

Non solo treni alla Stazione. I nostri quattropassi ci portano questa volta a vedere due “nuovi arrivi”: il Mercato Centrale, inaugurato il 2 settembre 2021, e la mostra dedicata al grande Bansky, aperta dal 3 dicembre 2021 al 27 febbraio 2022. Arte e gusto si incontrano in un luogo insolito, aperto a tanta gente.

The World of Bansky. Saliamo al piano binari della stazione dove si trova l’ingresso di questa mostra, situata tra la Feltrinelli e Rosso Pomodoro.

Il misterioso artista di Bristol “torna” per così dire presso i binari di una ferrovia come quella dove aveva mosso i primi passi nella street art. In questa mostra sono state ambientate e riprodotte numerose opere rese ancora più interessanti dal momento che alcuni originali sono andati perduti.

Sono tutti lavori di grande impatto visivo, che affrontano in modo provocatorio, metaforico e ironico, alcune problematiche dell’uomo contemporaneo.

Ispirandoci a questa immagine dell’artista, scendiamo a piano terra per visitare l’altra new entry: il Mercato Centrale dedicato al buon cibo e al buon bere.

Mercato Centrale, A questa “stazione” del gusto si può accedere sia dall’interno della Centrale (piano terra sulla sinistra) sia dalla via Sammartini a fianco di piazza IV Novembre.

Questa piazza, anche se offre la bella vista del Pirellone e dell’hotel Gallia, è, in realtà, un capolinea di tram e bus. La via Sammartini, inoltre, dove si fermano i pullman da/per Malpensa, evidenzia anche i tanti problemi sociali della zona, con i vicini sottopassi diventati dormitori per disperati.

Questi tunnel sono stati per molto tempo la “missione urbana” di Fratel Ettore che, negli anni Settanta, aveva creato qui un rifugio per i “barboni”: Qui, nel 1994, nacquero anche i City Angels. Due piccoli tasselli del “fare bene” di Milano.

Per realizzare il Mercato Centrale sono stati riutilizzati spazi dismessi della stazione, mantenendo inalterati gli impianti originali in un progetto di riqualificazione “urban chic” che va di moda oggi.

Il grande spazio di circa 4500 metri quadrati è suddiviso su due livelli. Sui due lunghi corridoi si aprono una trentina di botteghe artigiane del gusto.

Vi si trova di tutto: da pani speciali a dolci, dal pesce a carni pregiate, bar, birreria, enoteca… Sono presenti anche botteghe etniche con ravioli cinesi, empanadas e si può assaggiare il famoso brisket di Joe Bastianich.

Si può mangiare o fare la spesa: troviamo prodotti bio, formaggi, tartufi, piatti della tradizione ligure o fiorentina e persino un angolo per acquistare fiori.

Nel grande dehor coperto o ai diversi tavolini si può leggere e anche connettersi; esiste poi uno spazio riservato a corsi o eventi.

I prezzi sono medio-alti, anche se si deve considerare la qualità dei prodotti. Purtroppo, però, il corridoio al piano terra, peraltro piuttosto stretto, ha diversi gradini lungo il percorso che lo rendono poco agevole per chi ha valigie o difficoltà. Per accedere al Mercato è necessario il Green Pass.

Alle pareti molte immagini catturano l’attenzione in modo piacevole e divertente.

Una, però, ci ha fatto riflettere: è proprio questa l’idea che vogliono dare della nostra città o è una provocazione?

A presto…

Quando un albero reggeva il nostro cielo

Ci siamo ricordati di questa leggenda celtica andando a visitare una bella mostra, che durerà ancora pochi giorni, all’Orto Botanico di Brera.

In questo storico giardino sono state inserite 25 opere di artisti contemporanei tra gli alberi spogli, vestiti d’inverno anche se le giornate belle e luminose sembrano quasi anticiparci la rinascita primaverile.

Queste opere riprendono il tema del rispetto dell’ambiente, del riutilizzo creativo dei materiali e del rapporto tra arte e natura.

Passeggiando tra le piante e i vialetti, abbiamo pensato a come gli alberi riescano a farci sentire il ciclo naturale e il nostro appartenere al Creato da amare e proteggere, anche per chi verrà dopo di noi, come una nostra preziosa eredità.

Gli antichi celti, nostri lontani quanto poco conosciuti progenitori, ci hanno lasciato una bella leggenda che lega terra, creature viventi e cielo: quando non c’erano ancora gli uomini, un grande albero reggeva la volta celeste.

Univa cielo e terra: affondava le sue radici nelle profondità del suolo, sui rami vivevano le creature e con le fronde più alte reggeva il cielo. A noi piace guardare questa quercia in piazza XXIV Maggio. Va dalla terra al cielo e intorno vive la nostra città.

Secondo i celti, se l’albero fosse caduto, sarebbe caduto il cielo stesso e la vita scomparsa. Vi ricordate Asterix, Obelix e i loro compagni?

Per molte culture l’albero ha forti significati simbolici; ecco due esempi, uno cristiano e uno induista.

Per i celti rappresentava anche il ciclo del passaggio, dalla morte alla rinascita, di tutta la natura, compresa quella umana. Non solo: ricordiamo la pietra del Tredesin de Marz coi tredici raggi quante sono le lune in un anno.

Ad ogni “luna” corrispondevano due alberi, quasi in uno zodiaco green, che avevano poteri magici sui nati nei diversi periodi.

Ci siamo divertiti a scoprire quali siano i nostri alberi guida leggendo questi due articoli.

 

https://oroscopo.grazia.it/oroscopo-celtico.html

https://www.studioacquario.it/Celtico.htm

Tra noi ci sono due abeti, un pioppo, un salice e un frassino. Sembra quasi un Orto Botanico! E voi di che albero siete?

 

A presto…

La Befana vien di notte…

Abbiamo parlato già diverse volte dei Magi e di come siano legati profondamente alla nostra città. Parte delle loro reliquie sono tuttora custodite nella Basilica di Sant’Eustorgio e vengono esposte alla venerazione dei fedeli per l’Epifania.

Prima del Covid si teneva anche il Corteo dei Magi che dal Duomo raggiungeva il Presepe vivente sul sagrato di Sant’Eustorgio. Ora i Magi saranno presenti solo sulla piazza.

Quest’anno, per festeggiare insieme da remoto l’Epifania, parliamo, per parità di genere e di quote rose, della Befana, quella sorta di “strega” che noi preferiamo chiamare “antica maga”. Non è meglio?

La tradizione della Befana è molto diffusa nella cultura italiana e la sua figura sembra risalire addirittura a diversi secoli prima di Cristo. È dunque un retaggio pagano che richiama il ciclo della Natura, quando, al solstizio d’inverno, tutto appare vecchio e rinsecchito.

I contadini facevano riti per propiziare le nuove semine; ciò che era “vecchio” andava eliminato, anche bruciandolo. Da qui l’uso, in alcuni paesi, dei falò.

L’iconografia presenta la Befana con vestiti laceri, col naso adunco, a cavalcioni di una scopa, come una vecchia strega.

Il Cristianesimo assimilò questa figura pagana e nacque così la leggenda dei Magi che avevano chiesto ad una vecchietta la strada per Betlemme (ma non erano guidati dalla stella?). La donna non aveva accettato di seguirli; poi, forse pentitasi, aveva iniziato a cercare Gesù di casa in casa, donando dolci a tutti i bambini nella speranza di trovare il Bambinello e di poter donare anche a Lui.

Questa fiaba ci ricorda la leggenda del quarto Magio, un Re persiano di nome Artaban. Partito per portare i suoi doni (un rubino, uno zaffiro e una perla) a Betlemme, si era attardato fermandosi sulla strada per aiutare chi aveva bisogno, raggiungendo finalmente Gesù, dopo 33 anni, nei giorni della Pasqua. Ecco la sua bella storia

A noi piace pensare la Befana come un’antica, potente Maga che porta doni. La sua è considerata una notte magica, quasi un pozzo dei desideri pieno di speranze e di aspettative per il nostro nuovo raccolto. Anche Shakespeare aveva parlato della magia della Dodicesima Notte dopo Natale in “Twelfth Night, or What You Will” quando ciascuno toglie la propria maschera, si svela agli altri e raggiunge ciò che desidera.

 

A tutti il nostro augurio perchè possa avverarsi “What You Will

A presto…

 

Buon 2022!!!

Tempo di auguri, di oroscopi, di speranze… Da secoli si celebra con rituali e simboli propiziatori il passaggio dall’Anno vecchio che se ne va a quello appena nato.

 

Popoli antichi, dal Giappone ai Paesi Nordici ai nostri antenati celti raccoglievano il vischio in questo periodo perchè credevano che avesse proprietà terapeutiche e magiche, guarendo e portando serenità, gioia e rinascita.

Con questo simbolo il nostro più affettuoso Augurio di ogni bene.

Buon Anno Nuovo!!

A presto…

Buon Natale 2021

Abbiamo visto questo Presepe al Palazzo delle Scintille, in attesa della terza dose del vaccino. È semplice, tradizionale come quello che si fa in casa con le vecchie statuine che ci hanno tenuto compagnia Natale dopo Natale.

Lo accompagna un pensiero di San Francesco d’Assisi che possiamo sentire ancora più vivo oggi, chiamati ciascuno a fare la propria parte per uscire da questi difficili momenti.

A tutti un affettuoso

A presto…

Aspettando il Natale 2021

Le giornate che “prima delle cinque è già buio”, il freddo pungente, l’attesa di festeggiare il Natale senza la zona rossa dello scorso anno, la maggior consapevolezza della nostra fragilità: Babbo Natale 2021 sta arrivando.

Lo aspettiamo accendendo di luci la città, addobbando le nostre case, cercando i regali per noi e per i nostri cari forse desiderando la conferma che Babbo Natale esiste davvero.

Vi proponiamo qualche immagine di Milano: dalle luci più scintillanti ai divertimenti  e alle riflessioni più intime del Presepe.

Gli alberi che quest’anno ci “offre” la nostra città sono otto, collocati in centro (dove è necessaria la mascherina!) o nelle zone più “in”.

Nelle altre zone vige il “fai da te” di privati o associazioni di quartiere. E talvolta i risultati ci sembrano più caldi e veri.

Il desiderio di acquistare regali ci tenta dalle vetrine più griffate ai mercatini artigianali.

Belle e illuminate sono le piste di pattinaggio dove ci si può anche fermare, magari per gustare una cioccolata calda come in alta montagna.

Non mancano le iniziative culturali: tra queste i “quadri” offerti da Palazzo Marino e dal Museo Diocesano e i concerti benefici tra i quali segnaliamo il tradizionale Concerto di Natale del 21 dicembre al Conservatorio a sostegno del progetto AVSI per la scuola primaria a Kampala.

Se piazza del Duomo diventa quasi il “centro” di frenetiche e laiche corse agli acquisti ecco una nuova iniziativa, assolutamente da non perdere: il Presepe nell’Atrio di Ansperto in Sant’Ambrogio.

Realizzato in legno da due artisti della Val Gardena è suddiviso in gruppi di personaggi stilizzati alti circa due metri.

Al centro c’è la Sacra Famiglia con il Bambino, unica figura dorata, fra Maria e Giuseppe. Richiamata dalla Sua Luce la “gente” accorre, ci sono famiglie, coppie, gruppi di fedeli e i Magi.

Unica figura isolata è un Angelo che sembra indicare la strada non solo ai personaggi del Presepe, ma a tutti noi.

A tutti un luminoso Buon Natale ricco di speranza.

A presto…

 

Quattropassi nel Liberty: Villa Faccanoni Romeo, ora Casa di Cura Columbus

Abbiamo spesso parlato di Milano come di una città da scoprire, talora anche un po’ misteriosa e inquietante, che sembra quasi voglia celarsi dietro lo sfolgorio di luci, fashion week e movida. In un precedente articolo, inoltre, avevamo notato come, secondo noi, il Liberty abbia, sotto un’apparente leggerezza, diversi aspetti noir.

I quattropassi di oggi ci portano a visitare  la Casa di Cura Columbus, in via Buonarroti 48, considerata, con Palazzo Castiglioni, uno dei capolavori Liberty della nostra città, realizzato dall’architetto Giuseppe Sommaruga nel 1913. 

Venne costruita, quindi, sul finire del periodo Liberty milanese come residenza per l’ingegner Luigi Faccanoni, passando poi, nel primo dopoguerra all’ingegner Nicola Romeo, proprietario dell’Alfa Romeo.

Infine, dopo essere stata rilevata dalle suore dell’ordine fondato da Santa Francesca Cabrini, nell’immediato dopoguerra venne ampliata con un nuovo edificio diventando Casa di Cura Columbus. Il nome fu ripreso da Columbus Hospital di New York, fondato da Madre Cabrini per la cura degli immigrati nella Grande Mela.

Dall’esterno della clinica, possiamo abbracciare con lo sguardo tre edifici al top nel loro genere e tempo: una villa Liberty su tre piani, ricca di decorazioni, un ospedale all’avanguardia, con tanti balconcini, che Gio Ponti realizzò con la consulenza di un celebre chirurgo per il benessere psicofisico dei ricoverati, e lo “Storto”, grattacielo di CityLife progettato da Zaha Hadid.

Fermiamoci davanti alla facciata principale della clinica: ecco decorazioni floreali, putti che hanno poco di angelico e due colonne scure che non sorreggono il balcone, ma finiscono nel nulla.

Sopra un lampione, la famosa libellula in ferro battuto del grande Alessandro Mazzucotelli, sembra sorvegliare l’ingresso.

Infine, ci sono loro: le due statue che adornavano l’ingresso di Palazzo Castiglioni e che furono esiliate, perchè troppo provocanti, in un magazzino. Le “liberò”, ricollocandole su una facciata laterale di questa villa, l’architetto Sommaruga.

Così ora, possiamo guardare da vicino “Pace” e “Industria”, questi i nomi ufficiali. Beh, come non essere colpiti dal sorriso irriverente ed erotico dell’una e dall’abbandono quasi voluttuoso dell’altra? Ci diverte fare congetture sul perchè Pace e Industria siano state rappresentate in questo modo…

Intorno alla villa c’era un grande giardino che ora ci accoglie con un coloratissimo foliage.

Restiamo, però, stupiti nel vedere come le cancellate abbiano grosse spine di ferro battuto e intricate volute a protezione, che creano un’atmosfera un po’ sinistra, quasi da Famiglia Addams.

Non solo: qua e là, sopra i lampioni, sono appostati enormi insetti neri, libellule giganti, ragni dalle lunghe zampe, musi di animali con le fauci spalancate. Sono tutte opere di Lisander el ferrèe, come amava essere chiamato Mazzucotelli, che le aveva realizzate su disegno del Sommaruga.

Completano questa sceneggiatura inquietante nastri piatti, sempre in ferro battuto, che formano volute e intrecci, quasi magnetici serpenti e visi inquieti…, forse sono opere della nostra fantasia?

La Casa di Cura è molto conosciuta ed apprezzata e richiede, ovviamente, tutto il rispetto dovuto nel visitarla. Se, però, riuscite a fare una passeggiata nel suo giardino, sarà un’esperienza straordinaria per conoscere meglio la nostra città e ripensare allo stile Liberty milanese d’autore.

A presto…