8 marzo, una mimosa per “Le Alchimiste”

Vedi le triste che lasciaron l’ago, 
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; 
fecer malie con erbe e con imago.
 

Abbiamo ricordato questi versi (Dante, Inferno, Canto XX, 121/123) a proposito dell’8 marzo e della visita alla mostra “Le Alchimiste” in corso a Palazzo Reale.

Nella Sala delle Cariatidi, spazio quanto mai ricco di suggestioni, sono esposti i grandi teleri (tele di oltre 5 metri per 3) che Anselm Kiefer ha realizzato per celebrare alcune donne che, controcorrente per i loro tempi, hanno esplorato il mondo alchemico in diversi campi dalla ricerca della pietra filosofale ad altri processi chimici, dalla erboristica alla geologia, dalla farmacopea alla cosmesi, lavorando e sperimentando con alambicchi, fornelli e calderoni.

Bruegel il Vecchio

I teleri, sorretti da carrelli mobili, sono disposti come paraventi che uniscono e insieme dividono lo spazio.

I colori sono forti e vanno dal nero, al bianco, giallo, rosso fino ad arrivare all’oro, secondo il percorso alchemico. Inoltre, ai colori classici sono aggiunti sulle tele materiali diversi (paglia, argilla, erbe e piante…) che entrano nelle opere come materici elementi pittorici.

Alle pareti di questa grande e sontuosa sala espositiva, le Cariatidi, figure femminili in pietra provenienti dalla Storia (le donne di Carie) e dal Mito, sono granitici simboli degli oltraggi, soprusi, violenze subiti nel corso dei secoli dalle donne. In particolare le Cariatidi in questa sala portano sui loro corpi le ferite delle bombe che le hanno colpite nella seconda guerra mondiale, lasciate volutamente come erano.

In questa grandiosa scenografia hanno molta importanza anche la luce e gli specchi che riflettono le opere e gli spazi, frutto di un accurato studio dell’artista.

Leggiamo la bella introduzione all’ingresso della mostra.

I teleri di Kiefer rappresentano simbolicamente alcune alchimiste. Chi erano queste donne? Certamente erano di nobili origini, coltissime, che da sole o con familiari hanno “osato” affrontare percorsi diversi da quelli allora consueti. Eccone i nomi, molti dei quali sconosciuti che suscitano la voglia di scoprire qualcosa di più su di loro. Un pensiero va anche alle tante donne di ceto e di saperi popolari rimaste anonime, che, come “streghe“, hanno pagato con la vita le loro “magie”.

Iniziamo guardando i teleri di due donne milanesi, che furono anche alchimiste: Caterina Sforza e Isabella d’Aragona. Caterina era figlia di Galeazzo Maria e della sua amante, Lucrezia Landriani. Coltissima e spregiudicata era soprannominata “la Tigre” e venne definita da uno storico “donna fiera e crudele” per la sua vita intrisa di potere (era contessa di Forlì) e di amori.

Una piccola curiosità toponomastica: a Milano le è dedicato un viale (Caterina da Forlì) e al più famoso dei suoi figli, Giovanni dalle Bande Nere, anche una piazza e una stazione della metropolitana. Caterina si occupò anche di alchimia e di medicina (a lei si deve, sembra, una sorta di antenato del cloroformio e l’ “aqua celeste” per rinvigorire gli uomini anziani).

Isabella d’Aragona, consorte del Duca Gian Galeazzo Maria Sforza, forse amata da Leonardo da Vinci, si occupò di cosmesi e profumeria per ottenere, come andava di moda allora, pelle bianchissima e capelli biondi. Milano era già glamour!

Lungo il percorso quasi labirintico di questa mostra si incontrano teleri dedicati a donne, il cui nome è scritto in oro, di epoche diverse. Ci sono filosofe, scrittrici, “proto scienziate”… e anche due regine, come Barbara von Cilli, regina di Ungheria e Boemia, (1392-1451), definita la “Messalina di Germania” o la “Regina nera” per i suoi legami con la magia nera.

Altro tipo di donna e di regina fu Blanche di Navarra, consorte di Filippo VI di Francia. Siamo nel 1300 e questa donna, soprannominata “Bellezza suprema”, rimasta presto vedova, si occupò a tempo pieno di alchimia diventando, sembra, Gran Maestro del Priorato di Sion. Chapeau!

Le alchimiste più antiche (terzo/quarto secolo d.C.) furono la greca Cleopatra (da non confondere con la famosa regina d’Egitto!), e le alessandrine Theosebeia e Paphnutia. Cleopatra, in particolare, scrisse un papiro alchemico e si dice abbia inventato l’alambicco per la distillazione.

Alcune alchimiste furono condannate dai loro contemporanei come Marie de Bachimon (francese del 1600, che aveva coniato, col marito, false monete d’argento e ideata la cosiddetta “polvere dell’eredità”, cioè un potente veleno) e Anne Marie Ziegler (di nobile famiglia bretone, messa al rogo nel 1575 dopo una tragica vita).

Altre alchimiste condivisero con mariti e familiari studi e ricerche, come l’astronoma danese Sophie Brahe, la geologa Martine De Bertereau e Rebecca Vaughan che affiancò il marito Thomas, esponente dei Rosacroce e seguace di Paracelso.

Infine un breve cenno ad alcune alchimiste che dedicarono i propri studi a motivi umanitari come Marie Meurdrac, una chimica francese del 1600, paladina dell’istruzione femminile, che scrisse un trattato “facile” per spiegare ad altre donne i segreti e l’uso di rimedi per alcune cure; Susanna von Klememberg, invece, fu legata alla ricerca spirituale oltre che alchemica, prendendosi cura anche del piccolo Goethe, della cui madre era amica.

Grande alchimista fu anche Anne Mary Sidney Herbert, dama di Elisabetta I, che fu insigne poetessa e chimica, fondando anche diversi laboratori nei suoi castelli per i propri studi di farmacia.

In questa mostra non ci sono indicazioni per conoscere qualcosa di più delle opere e del percorso umano di queste donne, quasi le alchimiste facessero parte di un unico, più grande “Sapere” e si lascia al visitatore, se lo desidera, approfondire le loro vite e il loro pensiero.

In alcune alchimiste, pensiamo, grande è stata anche la ricerca interiore accanto a quella della trasmutazione della materia con una profonda riflessione sulla propria condizione umana. Concludiamo con i versi di una regina, la grande Elisabetta I:

I am and not, I freeze and yet am burned, Since from myself another self I turned.

(Io sono e non sono, gelo e tuttavia brucio, poiché da me stessa mi sono trasformata in un’ altra me stessa.)

A tutte e a tutti, Buon 8 Marzo!

A presto…

Il braciere olimpico illumina Milano

Era stato acceso il 6 febbraio in Mondovisione: ora il braciere olimpico di Milano – Cortina sta per spegnere la sua fiamma, ma resterà, nel ricordo di tutti, come simbolo di questi Giochi. Infatti, per oltre quindici giorni, ha illuminato l’Arco della Pace con il suo spettacolo di luci e colori, quasi un cero votivo alla speranza non solo di una “tregua olimpica”, ma di una pace duratura per tutti.

Purtroppo questo Arco, voluto da Napoleone come Arco della Vittoria e iniziato nel 1807 su progetto del Cagnola, vide solo intervalli tra guerre. Dopo la caduta dell’Imperatore francese a Waterloo si interruppero i lavori per la sua costruzione, ripresi poi dagli Austriaci che lo vollero chiamare Arco della Pace, ma la Pace era quella stabilita dai vincitori al Congresso di Vienna. Passarono gli anni e l’Arco venne inaugurato solamente nel 1838 da Ferdinando I d’Austria. In questo dipinto del 1860, però, vediamo passare in trionfo sotto l’Arco altri vincitori: sono Vittorio Emanuele II e Napoleone III che entrarono a Milano nel 1859, dopo aver sconfitto gli Austriaci a Magenta.

Anche il Novecento non è stato un secolo di pace e, purtroppo, i cavalli sopra l’Arco hanno visto piovere bombe e cenere, ma riuscirono a sopravvivere. Speriamo che questo cero laico riesca veramente ad affratellare le genti i cui atleti gareggiano nelle diverse divise olimpiche nazionali.

Molto interessante è la struttura high tech in alluminio di questo braciere che circonda il fuoco di Olimpia; è un omaggio a Leonardo e ai “nodi” tanto presenti nelle sue opere, molte delle quali realizzate durante i suoi anni milanesi.

Leonardo da Vinci amava molto i “nodi” e ne aveva fatto quasi il suo logo. Infatti nell’antico dialetto toscano i “vinci” (o “vinchi”) erano i rami flessibili dei salici con cui si annodavano i tralci delle viti o si intrecciavano canestri. Queste piante crescevano spontanee in grande quantità, accanto ai vigneti, proprio intorno al paese natale del Maestro, Vinci, a cui Leonardo rimase sempre “legato”.

Alla Pinacoteca Ambrosiana ci sono diversi disegni e studi di nodi realizzati dal Maestro. Sono intrecci che hanno forte significato simbolico o decorativo. Se guardiamo gli abiti e le acconciature delle belle dame ritratte da Leonardo, troviamo decorazioni fatte con eleganti passamanerie a forma di nodi o di intrecci. Un po’ di fashion di fine Quattrocento a Milano.

Altri nodi li troviamo nella “Camera dei Moroni”, meglio conosciuta come “Sala delle Asse”, dipinta da Leonardo nel Castello Sforzesco e attualmente in restauro. Qui un fitto pergolato di gelsi (morus, in latino) è formato da rami intrecciati con un filo d’oro che creano un incredibile e simbolica trama di nodi.

I nodi non sono visti come difficoltà da sciogliere, ma come legami da creare e da costruire, con un filo che sembra senza fine. La speranza è che i nodi di luce di questo braciere olimpico possano rappresentare l’energia che serve a unirci sempre di più alla ricerca di quell’armonia più volte ricordata durante la cerimonia inaugurale delle nostre Olimpiadi. Questo braciere si riaccenderà e porterà di nuovo la sua luce durante le Paralimpiadi dal 6 al 15 marzo.

A presto…

Cartolina olimpica: l’arte etrusca incontra la AI alla Triennale

La “Tomba delle Olimpiadi”, di cui abbiamo già parlato a proposito della mostra “I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni” alla Fondazione Rovati, viene riproposta in versione digitale in questi giorni alla Triennale, a Casa Italia. L’arte etrusca incontra dunque la AI e le sue possibilità, testimonianza di come un capolavoro possa essere protagonista nella cultura di 2500 anni dopo.

Ci sono relativamente pochi giorni a disposizione per vedere questa ricostruzione virtuale; anche noi contiamo di andare a vederla e, se possibile, fotografarla. A chi volesse, intanto, organizzare la propria visita a questa mostra, suggeriamo alcuni interessanti articoli.

https://www.finestresullarte.info/mostre/tomba-delle-olimpiadi-tarquinia-ricostruita-digitale-per-milano-cortina-2026

Non perdiamocela!

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte seconda)

La storia dei Giochi Olimpici, vista attraverso le opere di grande pregio raccolte per la mostra in corso alla Fondazione Rovati, prosegue facendoci letteralmente entrare nella “Tomba delle Olimpiadi” (530-520 a.C.) proveniente dal Museo Archeologico di Tarquinia. Alle pareti non riproduzioni, ma dei dipinti a secco, strappati e riposizionati su tela, che escono per la prima volta dalla loro sede per essere ospitati in questo museo di arte etrusca.

Siamo circondati, diremo quasi avvolti, da immagini di gare di corsa, lancio del disco, incontri di lotta e pugilato, corse di bighe e da raffigurazioni di danze e banchetti. Colpisce, di fronte all’ingresso, la porta che segna il passaggio per l’aldilà; è un’immagine di grande impatto emotivo: di qui la vita con i suoi piaceri, oltre la porta il mistero di ciò che non si conosce.

In un’altra sala, molto interessante è la copia, realizzata nell’Ottocento da Carlo Ruspi e proveniente dei Musei Vaticani, delle pitture murali etrusche relative alla “Tomba delle bighe”. Anche qui giovani che danzano o suonano, gare sportive, un tavolo per il banchetto e alcune bighe con auriga.

In alto, una tribuna coperta ospita gli spettatori. Anche questa tomba è un inno alla vita che ci testimonia come le gare facessero parte dei piaceri terreni e dei rituali funebri; quasi un invito al Carpe diem?

Gli antichi Romani, anche dopo la conquista dell’Ellade, non “adottarono” mai veramente le Olimpiadi. I giochi preferiti erano per lo più spettacoli popolari con corse di bighe e quadrighe, combattimenti tra gladiatori o contro animali.

Uno di questi gladiatori, storico e non hollywoodiano, è Urbicus, un secutur, la cui stele funeraria si trova a Milano, all’Antiquarium “Alda Levi” di via De Amicis. Questa lapide ci riporta all’amore della sua famiglia che ricorda un atleta ucciso a tradimento dopo un combattimento vittorioso.

I giochi al tempo dei Romani divennero quasi un “rito”, un ammortizzatore sociale e politico: panem et circenses. Paradossalmente chi amò le Olimpiadi fu un Imperatore molto controverso: Nerone. Infatti gareggiò ad Olimpia come atleta e artista, vincendo (?!!!) oltre 1800 gare, facendo persino spostare la data delle Olimpiadi. Il suo trionfo a Roma fu grandioso e i suoi trofei furono portati in corteo. A lui accostiamo un’immagine della mostra, il trofeo opera di Peter Carl Fabergè, realizzato per conto dello Zar Nicola II come premio per il vincitore di una gara.

Via via il fuoco della fiaccola olimpica si affievolì sempre più, tanto che l’Imperatore Teodosio, nel 393 d.C. lo fece spegnere, abolendo i Giochi insieme ad altri riti pagani. Ci furono secoli di oblio, ma, come il leggendario fiume Alfeo che attraversa la piana di Olimpia, scorre poi sottoterra e riemerge, per volere di Zeus, nell’isola di Ortigia (a Siracusa) per ricongiungersi con l’amata Aretusa, così i Giochi Olimpici rinacquero a fine Ottocento per merito del barone Pierre De Coubertin.

La prima Olimpiade moderna si tenne ad Atene nel 1896. Poi, come un tempo, i Giochi attraversarono momenti storici diversi e difficili: guerre, boicottaggi politici, attentati, persino il Covid, che fece rimandare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Lo sport olimpico si urbanizzò e divenne “mondiale”. Si aggiunsero gare, discipline sportive nuove e, persino, altri Giochi, quelli Invernali e quelli Paralimpici.

Ora tocca a Milano-Cortina! “Altius, Fortius, Citius et… Communiter”

A presto…

“I Giochi Olimpici – Una storia lunga tremila anni”. Una mostra alla Fondazione Rovati (parte prima)

Tra qualche giorno si inaugureranno le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e la nostra città propone, per questo evento, anche una serie di iniziative culturali. Un’occasione da non perdere è la mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga 3000 anni” in corso alla Fondazione Rovati, corso Venezia 52, aperta fino al 22 marzo 2026.

Nelle diverse sale convivono passato e presente dei Giochi: a reperti antichi sono infatti accostati oggetti sportivi recenti, talora diventati iconici, in un percorso espositivo che ci porta a riflettere sull’evoluzione storica e di costume delle Olimpiadi. In questa vetrinetta, ad esempio, vediamo, tra l’altro, una maglietta di Usain Bolt, una scarpa da basket di Michael Jordan e una terracotta di età ellenistica che rappresenta un piede che calza un sandalo.

Abbiamo preso spunto da questa mostra per intrecciare alcune immagini degli oggetti esposti con notizie, a volte curiose o poco note, sulla storia delle Olimpiadi. Chi volesse approfondire questo argomento potrebbe leggere l’interessante “Enciclopedia dello Sport – Olimpiadi antiche” sulla Treccani online, visitare il book-shop della Fondazione e, soprattutto, vedere la mostra!

https://www.treccani.it/enciclopedia/olimpiadi-antiche_(Enciclopedia-dello-Sport)/

I Giochi Olimpici – Spigolando qua e là nell’antica Grecia

Anticamente gli “sport” erano presenti e praticati in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Sono stati ritrovati, infatti, molti reperti che testimoniano incontri di lotta, pugilato, gare di corsa e coi carri anche in Egitto, Mesopotamia, Creta, fra gli Ittiti…

In Grecia i giochi erano praticati per rendere più solenni i riti religiosi e quelli funebri. Vi ricordate le gare per i “funerali” di Patroclo sotto le mura di Troia? Omero visse circa due secoli prima della nascita ufficiale dei Giochi Olimpici (776 a.C.) e molte delle gare descritte nell’Iliade furono praticate anche nelle Olimpiadi.

I Greci amavano molto gareggiare e lo facevano in campi diversi: tra l’altro esistevano, a Delfi, anche gare artistiche in onore di Apollo.

I giochi sportivi che nacquero ad Olimpia, dove c’era un santuario dedicato a Zeus, furono senza dubbio i più conosciuti ed importanti, tanto che la loro origine era considerata divina e che i Greci ritenevano il 776 a.C. l’inizio della propria storia.

I Giochi, che si tenevano ogni quattro anni, regolavano anche il calendario. Il periodo tra un’Olimpiade e la successiva prendeva il nome dal vincitore dello Stadion (una corsa veloce di 192, 27 metri) il quale aveva il privilegio di accendere il fuoco dell’altare di Zeus. Ancora oggi l’accensione della fiaccola è uno dei momenti più suggestivi delle Olimpiadi.

Quanto alla cosiddetta “tregua olimpica”, gli storici contemporanei non sono del tutto concordi. Ci furono, infatti, battaglie entrate nella storia (come le Termopili contro i Persiani o altre tra città greche stesse) che non si interruppero per i Giochi. Si tenga poi presente che si parla di tregua, non di pace. Forse il Barone Pierre De Coubertin, al quale si deve la rinascita delle Olimpiadi nel 1896, sperava che idealizzare un po’ la “tregua” potesse essere d’esempio e di ispirazione per i contemporanei e i posteri. Pierre anche era un appassionato di sport e praticava, tra l’altro, la boxe. Ecco i suoi guantoni.

In Grecia i Giochi Olimpici erano riservati a maschi greci e di condizione libera mentre le donne non potevano neppure assistere alle gare. Dovranno aspettare fino alle Olimpiadi del 1900 per essere ammesse a gare al femminile, con, talvolta, anche qualche discussione… di genere.

Per gli antichi Greci l’importante era vincere, non partecipare (un’altra invenzione del Barone)! Non esistevano il podio per il secondo e il terzo posto nè il gioco a squadre. Al centro c’era sempre l’Agon, la competizione. Il vincitore era osannato e premiato con una corona di ulivo selvatico. Via via, però, le corone divennero d’oro, si aggiunsero benefit come l’esenzione dalle tasse e grandi premi in denaro. Questo portò anche al “professionismo”, alla nascita della figura dell’allenatore ma pure ad episodi di corruzione di atleti e giudici nonchè ad un esasperato culto dell’atleta-mito. Scrive Euripide: “Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti… Si aggirano in vesti lussuose e si credono il vanto della città”. E oggi?

Quali erano le gare principali? Fino alla XIII edizione dei Giochi (728 a.C.) si svolgeva una sola gara, lo Stadion. Nel corso del tempo però, le prove olimpiche aumentarono di numero e ci furono anche delle modifiche. In questa mostra ci rendiamo conto come attraverso oggetti comuni (vasi, monete, eccetera) gli atleti ed i Giochi entrassero nella vita greca “anticipando”, in un certo senso, le figure degli sportivi e gli eventi che oggi i media portano nelle nostre case. In quest’anfora sono riprodotti il lancio del giavellotto e del disco.

Molto interessante è l’accostamento tra un disco in ferro (enorme!) di quel periodo ed uno utilizzato ai Giochi di Los Angeles del 1932.

Tra le gare olimpiche alcune erano di contatto, come la lotta, il pugilato e il successivo pancrazio. La lotta (chiamata palè, da cui palestra) iniziò ad essere praticata nel 708 a.C. e fu considerata da Senofonte “Scienza ed arte”. Gli atleti si cospargevano il corpo con olio che toglievano al termine della gara usando lo strigile, una specie di raschietto metallico.

Gli incontri di pugilato, entrato tra i Giochi nel 688 a.C. non avevano nè tempo massimo nè intervalli. Si andava avanti a oltranza finchè uno dei pugili era (o si dava per) sconfitto. Inizialmente si combatteva a mani nude, poi con delle “protezioni” per le mani che avevano, però, lo scopo di fare più male possibile all’avversario. Non contava comunque solo la forza, ma servivano anche l’intelligenza e l’agilità: Rocky e Apollo Creed insieme.

In questi sport da combattimento avvenivano parecchie infrazioni alle regole tanto che l’illecito divenne poi lecito dando vita al pancrazio, una gara dove tutto era permesso tranne morsi e dita degli occhi, naso e bocca dell’avversario.

Anche le gare ippiche erano molto seguite, sia quelle con le bighe, sia quelle su cavalli montati a pelo, senza sella nè staffe (che, peraltro, non erano state ancora inventate).

Il premio veniva consegnato non all’auriga o al cavaliere vincitore, ma al proprietario del cavallo; potremmo dire non al pilota, ma alla scuderia.

Pausania e Plutarco ci raccontano che, intorno al 400 a.C., Cinisca, una principessa spartana appassionata proprietaria di cavalli, ottenne il premio olimpico facendo poi scrivere sul monumento a lei dedicato: “Dico che io, sola tra le donne di tutte l’Ellade, colsi questa corona”. A lei dedichiamo questa statuetta con una Vittoria alata.

Le nostre spigolature olimpiche continueranno tra qualche giorno…

A presto…

Santa Maria del Cammino, la Cappella della Stazione Centrale

“Cattedrale del movimento”: così il progettista Ulisse Stacchini aveva definito la “sua” Stazione Centrale, inaugurata il 1° luglio 1931. Da allora quanti treni, quanti arrivi e partenze, quanti addii, arrivederci e “a presto”, veri o mentiti, da parte dei viaggiatori? Quanti “cammini” sono passati da qui per lavoro, vacanza, trovare o lasciare qualcuno, cercare un futuro migliore? Tante e diverse sono le stelle che ci guidano.

La nostra Centrale è da qualche anno intitolata a Santa Francesca Cabrini, la religiosa che partì verso le Americhe per portare fede, educazione, cultura e solidarietà ai migranti e alle popolazioni locali. Una targa commemorativa si trova all’entrata della stazione.

Nel continuo andirivieni della Centrale, tra treni che arrivano e partono, bei negozi e un mercato gourmet, c’è anche un luogo poco conosciuto: la Cappella di Santa Maria del Cammino, indicata con una piccola insegna blu.
Si trova al piano dei treni, vicino al binario 21 (da non confondere con il tragico Binario 21, Memoriale della Shoa, in via Ferrante Aporti) e, per accedervi, bisogna oltrepassare gli accessi muniti di biglietto ferroviario o tranviario.

In questa cappella, situata in uno dei più frequentati luoghi di passaggio di Milano, il nostro Arcivescovo ha iniziato quest’anno il cammino di riflessione e di preghiera per l’Avvento, il Kaire (“rallègrati”, il saluto dell’Angelo a Maria nell’Annunciazione), per portare una parola di speranza e di luce nella quotidianità della vita che scorre indaffarata.

La piccola cappella ha l’aspetto familiare di una stanza un po’ vintage, con tendaggi che lasciano trasparire una vetrata istoriata, un bel lampadario, qualche inginocchiatoio e alcune sedie dove possono trovare un attimo di pace i viaggiatori.

Avvolta in un caldo color crema con tocchi di bianco e qualche elemento in legno, è molto accogliente; in una piccola nicchia c’è la statua di Santa Maria del Cammino e su una parete un dipinto con San Cristoforo, patrono della gente che viaggia, che porta sulle spalle Gesù Bambino.

Questa cappella non è facile da trovare ed è poco conosciuta,… ma quale cammino lo è? Concludiamo con qualche riga di una preghiera distribuita nella Cappella: “La nostra vita è complicata, il cammino spesso è duro e accidentato. Bisogna vivere con i piedi ben piantati per terra. Ma… facciamo respirare aria pura allo spirito, slanciando in Cielo il nostro cuore...”

Buona Epifania e buon cammino a tutti!

A presto…

Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte seconda

Lorenzo Lotto (1480 – 1556) è uno dei pittori più originali del Cinquecento, periodo intenso anche per le dispute e riflessioni religiose che portarono a scelte (eresie) diverse e alla Riforma Protestante (1517). Lorenzo sentì l’inquietudine del suo tempo e nei suoi quadri ci sono talvolta elementi anticonvenzionali, velati persino da un po’ di ironia. L’artista dipinse molto nella Bergamasca e nelle Marche, spesso per committenti privati. Dopo la sua morte venne quasi dimenticato e fu riscoperto solo verso la fine dell’Ottocento.

Per capire meglio l’originalità di questo pittore soffermiamoci sulla figura di Maria nella Annunciazione realizzata dallo stesso autore dopo il 1530 ed esposta a Recanati.

Diversamente dalle opere di altri artisti, la fanciulla dell’Annunciazione di Lotto appare timida, smarrita, quasi impaurita dall’arrivo improvviso dell’Angelo, che ha i capelli rivolti all’indietro, come per la velocità del volo. Maria sembra quasi stringersi nelle spalle e volersi allontanare dalla figura forte e quasi prepotente dell’Arcangelo Gabriele che, incredibilmente, proietta la propria ombra come qualsiasi essere corporeo. Ne è spaventato persino il gatto, al centro della scena, che fa la gobba, sembra rizzare il pelo e voler scappare. Dio Padre, in alto, su una nuvoletta quasi da fumetto, assiste (o incombe) e con un braccio teso indica la fanciulla. L’ambiente in questo quadro è ricco, elegante, colto: un libro, una finestra con i vetri legati a piombo, un bel portico signorile.

Nel racconto evangelico dalla Annunciazione alla Natività sono passati nove mesi, e Lorenzo Lotto dipinge un’opera dove tutto è cambiato e diverso.

Maria è una giovane serena, piena di luce, che contempla suo figlio con amore, quasi in un consapevole secondo “Sì”. Non ha più paura del Mistero, il Mistero è davanti a lei e grazie a lei. Anche l’ambiente è molto differente: una semplice stalla, con utensili quotidiani e di lavoro manuale. Qui, però, non c’è paura, ma amore e, accanto al Divino, ci sono esseri umani pieni di stupore e meraviglia.

All’origine, l’ambiente raffigurato era un po’ più grande. Infatti, nel tempo, la tavola lignea dipinta è stata tagliata, forse perchè troppo rovinata. Ecco una ricostruzione esposta alla mostra.

Notiamo subito un particolare: ci sembra che al centro dell’opera ci fosse Maria e non il Bambino, come ora. Forse l’autore aveva voluto sottolineare la figura e il mistero di Maria?

Gesù, in questa Natività, è vero Uomo e vero Dio: come ogni bambino sembra ritrarsi al contatto con l’acqua, il suo cordone ombelicale è ancora attaccato (unica volta nella storia dell’arte) e le sue manine sono socchiuse.

Emana, però, una grande “Luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32). Sul suo capo tre raggi richiamano la Croce, vita e morte insieme; c’è, però, anche il messaggio nuovo della Resurrezione. Se guardiamo le sue manine, infatti, esse sembrano già benedire (la destra semiaperta, con le tre dita un po’ piegate, che appaiono in tanti dipinti di Cristo Risorto, come in quest’opera del contemporaneo Raffaello).

Questo Bambino, venuto nel mondo in condizioni di povertà estrema, ma avvolto in una nuvola di luce, senza dolore, nè sangue, da una vergine, fa pensare alle difficoltà umane nell’accettare la presenza divina nella vita di tutti i giorni, il Mistero che entra nella quotidianità della nostra vita. Da qui lo stupore di Giuseppe, della levatrice e, successivamente, dei pastori di fronte a questa nascita, la meraviglia del Natale.

C’è ancora qualche settimana per vedere questo dipinto, quasi un cameo che affascina e coinvolge.

A tutti un affettuoso Buon Natale!

A presto…

Stupore e meraviglia guardando la Natività di Lorenzo Lotto – parte prima

Il “Capolavoro per Milano”, la tradizionale rassegna del Museo Diocesano in occasione delle Feste, quest’anno arriva da Siena ed è un’opera insolita e straordinaria di Lorenzo Lotto che ci pone davanti al mistero e alla meraviglia del Natale.

L’autore (Venezia 1480 – Loreto 1556), della cui vita non si sa molto, dipinse quest’opera nel 1525 per un committente privato e fu quindi più libero di rappresentare la “Natività” in modo originale e meno vincolato dai canoni tradizionali. L’opera è autografata; autore e data dell’opera sono infatti indicati sulla brocca in rame a destra nel dipinto.

In questo piccolo quadro (55,5 X 45,7 cm) viene dipinto il primo bagno di Gesù Bambino, il tradizionale “bagnetto” che avviene per ogni neonato dopo il parto. La scena è intima, tenera, privata: accanto a Gesù, che sta per essere immerso nella tinozza, ci sono Maria, Giuseppe e due levatrici, secondo quanto raccontato nei Vangeli apocrifi.

Non ci sono angeli nè pastori, è un momento “umano” di Gesù, col cordone ombelicale ancora attaccato (unica immagine nella storia dell’arte), ma al tempo stesso carico di simboli religiosi, come il Battesimo (l’acqua nella tinozza), la Croce (le pennellate di luce sul capo del Bambino), il panno (il Sudario della Deposizione) che la levatrice scalda vicino al fuoco.

Perchè quest’opera risulta magnetica e la guardiamo con lo stesso stupore dei pastori del presepe? Forse perchè riesce a trasmetterci il mistero e la meraviglia del Natale facendocene cogliere il senso più profondo.

Avviciniamoci a questo dipinto poco a poco. Guardiamo l’ambiente che risulta piuttosto buio (siamo di notte), ma rischiarato da due fonti luminose: il fuoco resta sullo sfondo, in secondo piano; accanto ad esso un’altra levatrice, quasi in ombra, scalda il panno in cui sarà avvolto il piccolo Gesù. In primo piano il Bambinello emana una luce intensa che illumina le persone attorno a lui; ancora una volta umano e divino insieme. Ecco come vengono messe in evidenza le due fonti luminose nell’ impianto scenografico della mostra.

Al centro un triangolo di sguardi tra i tre protagonisti: Gesù con lo sguardo rivolto alla madre, Maria, luminosa e serena, che vede “solo” suo figlio e la levatrice (identificata come Salomè o come Santa Anastasia dagli studiosi) col viso un po’ in ombra e un po’ in luce che, fissando Maria, rappresenta il dubbio di tutti noi davanti al mistero.

Come è possibile, sembra chiedersi la levatrice, che una donna sia rimasta vergine prima, durante e dopo il parto? La ragione e l’esperienza della sua professione l’avevano spinta a voler verificare tale verginità, ma le sue mani erano rimaste paralizzate (come si vede nel dipinto) e guariranno solo dopo aver toccato Gesù, quasi il primo miracolo. La levatrice ricorda un po’ San Tomaso, l’apostolo del dubbio umano davanti al mistero divino.

Sullo sfondo San Giuseppe, unico in piedi, vestito riccamente con colori sgargianti, appare a braccia aperte per accettare e accogliere come in un abbraccio la “sua” famiglia da proteggere, fedele al compito che gli è stato assegnato. Il bastone, nel gesto di stupore che gli ha fatto aprire le braccia, si è appoggiato sul suo petto.

Tra qualche giorno guarderemo Maria e Gesù Bambino, per ora un affettuoso

a presto...

Immagini e parole sulla Pasqua

Alcuni tra i più grandi capolavori dedicati alla Settimana Santa si trovano nella nostra città. Li riproponiamo accompagnati dai versi della poetessa dei Navigli, Alda Merini, che ha vissuto il proprio calvario non perdendo mai la fede e la speranza.

Come non iniziare dall’Ultima Cena di Leonardo, opera unica, preziosa e fragile, così carica di significati e di messaggi da rimandarci sempre “oltre” a quello che vediamo?

Così scrive Alda Merini:

Conobbi tutte le desolazioni dell’abbandono, conobbi tutte le tristezze terrene,… Ero crocefisso ogni giorno dal dubbio degli apostoli, dal dubbio delle moltitudini”. 

Al Castello è custodita la Pietà Rondanini di Michelangelo, ultima opera del Maestro, rimasta incompiuta per la sua morte, come se l’artista, ormai anziano, di fronte al mistero e all’ignoto che lo attendevano non potesse trovare risposte nell’arte, ma cercasse di essere sorretto, come Maria, da Cristo.

Potevano uccidere anche Maria, / ma Maria venne lasciata libera di vedere / la disfatta di tutto / il suo grande pensiero, / Ed ecco che Dio dalla croce / guarda la madre, / ed è la prima volta che così crocifisso / non la si può stringere al cuore, / perché Maria spesso si rifugiava in quelle /braccia possenti, / e lui la baciava sui capelli / e la chiamava “giovane” / e la considerava ragazza. / Maria, figlia di Gesù.

Ancora oggi questa Pietà è più che mai viva e suscita emozioni anche in un artista contemporaneo come Robert Wilson, autore di Mother, installazione che sarà visitabile fino al 18 maggio al Castello Sforzesco.

Il dolore di Maria per la morte del Figlio e l’amore di Gesù per la Madre sono al centro di questi versi che introducono al tema delle Resurrezione.

Esalerò l’ultimo respiro, / lei forse mi raccoglierà nel grembo / e non crederà che io sia morto.  / So che Maria impazzirà di dolore / ma questa sua follia del non credere / mi darà la forza di risorgere. / Io non sono morto, / non morirò mai.

Nella cappella del battistero della Basilica di Sant’Ambrogio si trova una bellissima “Resurrezione” del Bergognone nella quale Cristo in gloria, affiancato da due angeli, sopra il sepolcro ormai vuoto, sembra offrirsi ai fedeli, annunciando la propria vittoria sulla morte e la promessa di una vita nuova.

Infine, a Brera, è esposto un dipinto la “Cena in Emmaus” del Caravaggio, realizzato dal Maestro dopo essere fuggito da Roma, perchè condannato a morte. Questa opera ci racconta di un Cristo risorto, ma dal viso provato, ancora quasi sofferente dopo il supplizio della Croce, che viene riconosciuto dai due discepoli solo alla benedizione del pane, quando “i loro occhi si aprirono” (Lc. 24, 31).

Il buio domina la scena (“resta con noi, perchè si fa sera” dice il Vangelo), tagliata solo da un raggio di luce che la illumina parzialmente. Il “Risorto” non ha angeli intorno a sè, ma uomini; è una scena “umana” che ci riporta ad un’altra poesia, “Resurrezione”, della Merini.

“Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.”

A tutti noi la speranza e l’augurio di poter “risorgere” dalle nostre paure, dalle fatiche, dai dolori e dai sacrifici quotidiani.

Buona Pasqua!

A presto…

Una nuova casa museo

Un pittore del Novecento da conoscere (o forse un po’ da scoprire), un appartamento alto borghese da visitare, una Fondazione con tante proposte culturali per la nostra città: ecco una nuova casa museo per Milano. Entriamo nel bel palazzo di corso Garibaldi 2 per vedere la living gallery che espone quaranta dipinti di Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), un artista vissuto proprio in questi stessi spazi che la Fondazione Adolfo Pini, istituita dal nipote del pittore, ha recentemente aperto al pubblico (ingresso gratuito solo su prenotazione https://fondazionepini.it/visita/).

Ci troviamo in corso Garibaldi, poco lontano da Brera e dal Castello, all’inizio di una strada un tempo molto popolare, ma ricca di tradizioni e cultura con la basilica di San Simpliciano e lo storico Teatro Fossati.

 

Il palazzo, molto signorile, fu ristrutturato agli inizi del Novecento, già da allora aperto alla città con esercizi commerciali al piano terreno e locali dati in affitto, accessibili da una scala di servizio.

 

Un importante scalone in marmo conduce, dopo un androne con porticato, al piano nobile dove viveva e lavorava il pittore.

 

Renzo Bongiovanni Radice apparteneva alla buona borghesia lombarda (famiglia paterna di tradizioni militari, quella della madre di imprenditori colti e illuministi). Partì volontario nella Prima Guerra Mondiale come “ragazzo del ’99”, ma questa esperienza non ebbe seguito. Di carattere schivo e molto riservato, nonostante le aspettative familiari scelse l’arte e la pittura. Non amava, però, esporre i propri lavori (“mi sembrerebbe di camminare nudo per la strada”) nè seguiva le mode e il richiamo del mercato.

Fu soprannominato il “Gran Cancelliere della Pittura” per il tema dei “cancelli” che torna spesso nei suoi quadri. A chi gli chiedeva perchè, rispose “perchè mi piace”. Rappresentavano forse una protezione o una difficoltà ad aprirsi agli altri?

 

Solo il nipote Adolfo Pini (1920-1986), figlio di una sorella di Renzo, frequentava liberamente la casa e i pensieri dello zio. Erano molto diversi per carattere, ma legati da un profondo affetto e da una reciproca comprensione.

Anche la loro base culturale potrebbe sembrare quasi opposta. La famiglia Pini aveva una solida cultura scientifica; tra i suoi membri infatti ci fu anche il grande medico ortopedico Gaetano, che tanto fece per la città di Milano e al quale è dedicato un famoso ospedale cittadino.

Anche Adolfo divenne medico, ma con forti interessi umanistici e artistici condivisi sempre con lo zio. Renzo lasciò in eredità al nipote tutti i propri beni tra cui la casa dove era sempre vissuto e nella quale si trasferì anche Adolfo. L’appartamento è stato recentemente restaurato dalla Fondazione; splendidi soffitti e pavimenti intarsiati, arredi antichi, porcellane cinesi che ci riportano ad una atmosfera signorile ed elegante e al gusto di un epoca passata.

 

I quadri alle pareti, tutti di Renzo, lasciano intravedere spiragli per comprendere il pittore: il suo amore per Milano, Venezia e Parigi, il forte legame tra natura e vita interiore, con alberi spesso spogli e ambienti malinconici, case e paesaggi vuoti di persone. Dalle sue opere traspare il dialogo di un uomo con se stesso e con la natura, di qui la vocazione al paesaggio e la ricerca di risposte alla propria esistenza.

 

Molto bello è guardare lo scrittoio, la poltroncina, il cortile oltre la finestra, la pendola che ha scandito il tempo di questa storia milanese che continua, grazie alla Fondazione voluta da Adolfo, morto senza eredi, per offrire a Milano uno spazio dove fare non solo memoria, con il ricordo artistico dello zio, ma anche dove progettare il futuro con iniziative culturali, borse di studio ed eventi.

 

Altri tasselli per conoscere personaggi, luoghi e storie della nostra città li possiamo trovare in questo progetto realizzato dalla Fondazione Pini, che racconta del legame tra alcuni artisti con gli spazi dove hanno vissuto e lavorato nella nostra Milano. https://www.storiemilanesi.org/

A presto…