La rivista Linus compie 60 anni e li festeggia con una mostra gratuita, aperta fino al 9 settembre, curata anche da Elisabetta Sgarbi, nel cortile d’onore di Brera.
La pubblicazione nacque a Milano nell’aprile del 1965, e venne chiamata “Linus” come il celebre personaggio dei Peanuts.
Per questa rivista, dedicata al fumetto d’autore, lavorarono diversi artisti come Crepax, Hugo Pratt, e Altan, al quale è dedicata particolare attenzione con lo storico Cipputi e la tenera Pimpa che, compie ben 50 anni. Tanti auguri anche a lei!
Visitando questa piccola mostra, abbiamo pensato a come la nostra città sia stata culla di storie disegnate, dal romantico Tex Willer di Bonelli, ai glamour Diabolik ed Eva Kant delle sorelle Giussani, al colto Linus, ma abbia chiuso di recente un’istituzione come WOW – il Museo del Fumetto. Luci ed ombre della nostra complessa Milano.
Buon Ferragosto Milano! Ti abbiamo fotografata così dalla terrazza della Triennale, sorta e cresciuta sopra un antico bosco sacro, il nemeton, ricca di un fascino un po’ misterioso, sospesa tra realtà, immaginazione e fantasia come l’opera di De Chirico che vediamo.
A tutti un “caldissimo” e affettuoso Buon Ferragosto!
La nostra cartolina di oggi riguarda un rito per la pioggia che, in caso di siccità, si svolgeva a Porta Venezia presso la chiesa di San Gregorio, che sorge dove, al tempo di Napoleone, c’era una piccola chiesa in legno.
Si racconta che il parroco usasse versare sul sagrato dell’acqua proveniente da una delle fonti dedicate a San Miro, patrono della pioggia, che si trovavano sul lago di Como. Una curiosità: un sacerdote sembra dovesse recarsi in bicicletta fino a Canzo (o addirittura a Sorico, ben più lontano) a prendere l’acqua. Se la pioggia non arrivava in breve tempo si incolpava il povero sacerdote di non aver pregato abbastanza e perciò sembra dovesse rifare tutto il percorso di nuovo, pedalando sotto il sole.
Strana, misteriosa e poetica Milano. C’è uno spicchio di luna nuova al Parco Sempione, posato come un nido metallico su un albero d’acciaio.
Opera di Marcello Maloverti, l’abbiamo fotografata dalla terrazza della Triennale e sembra giocare tra fantasia e realtà con lo sky-line di Porta Nuova, che ha lo stesso colore surreale di questa luna.
Dazi sì, dazi no, dazi quando… sono uno degli argomenti di oggi. Anche i vecchi milanesi sono stati alle prese con i dazi e ne furono così coinvolti da aver creato anche dei modi di dire.
Scarliga merluzz che l’è minga el tò uss
Cercare di eludere i dazi, magari con l’aiutino di un casellante compiacente? Se al casello c’era un agente incorruttibile, il trasportatore di merci diceva queste parole al suo aiutante, (“scivola via merluzzo che non è mica la tua porta”) cioè proviamo da un’altra parte. Questa è una immagine tratta dai “Promessi sposi”. Anche allora si era alle prese con i dazi.
Un altro detto è altrettanto divertente: Restà lì cóme quéll de la maschérpa
Un signore nascondeva del mascarpone sotto il proprio cappello a cilindro per importarlo a Milano senza pagare il dazio. Ma era un “gentiluomo” e quando vide una bella signora presso il casello del dazio, si scappellò facendo cadere dalla testa tutto il formaggio che nascondeva sotto il cappello. Restò lì sbalordito e imbarazzato come “quello della mascherpa” (cioè mascarpone).
Così sembra abbia avuto origine questo detto, nato da un gesto gentile. Ma si sa, a Milano anche i caselli del dazio hanno un cuore.
Vi ricordate le cartoline che si mandavano agli amici durante le vacanze per un saluto, un ricordo, un pensiero? Anche noi manderemo agli amici di Passipermilano qualche “cartolina” della nostra città per farla conoscere un po’ di più, farla ricordare ma, soprattutto, farla amare sempre… nonostante tutto.
Estate nei chiostri dell’Umanitaria
Tra le tante iniziative che Milano propone questa estate, partiamo con una cartolina-invito per la rassegna di incontri culturali gratuiti presso gli spazi rinascimentali della Società Umanitaria in via San Barnaba 48.
Il programma è ricco, fresco di idee nuove e caldo di amore per la cultura: un cocktail estivo tutto da gustare, dove passato, presente e futuro si mescolano a meraviglia.
Milano, 25 aprile 1483. Il notaio Antonio De Capitani, quel giorno, stipulò un contratto un po’ speciale; avrà mai pensato, in seguito, che con quell’atto aveva sancito la futura nascita della “Vergine delle Rocce“, uno dei capolavori di Leonardo?
Committente era la Confraternita francescana dell’Immacolata Concezione che affidava ai fratelli pittori Ambrogio ed Evangelista De Predis e ad un artista, giunto da poco alla corte di Ludovico il Moro, Leonardo da Vinci, l’incarico di realizzare un dipinto dedicato a Maria per la chiesa di San Francesco Grande, alle spalle della basilica di Sant’Ambrogio.
Questo contratto rappresenta uno dei documenti più preziosi del nostro Archivio di Stato di via Senato e reca la firma autografa di Leonardo, forse l’unica esistente oggi, per di più autenticata da un notaio!
Un brevissimo cenno storico sull’Archivio. L’edificio in cui si trova, molto sobrio ed elegante, venne fatto costruire nel 1608 dal Cardinale Federico Borromeo come Collegio Elvetico (seminario per la preparazione dei sacerdoti svizzeri). Oltralpe si stavano diffondendo “pericolose” eresie e Milano, sotto sotto, un po’ eretica lo è sempre stata.
Inoltre, per chi è amante delle curiosità, sulla facciata di questo edificio c’è la prima buca delle lettere milanese, risalente al periodo napoleonico. Davanti all’Archivio si trova un’originale statua di Joan Mirò, “Mere Ubu”, dall’altra parte della strada vediamo poi un edificio firmato Zanuso con inserti in ceramica di Lucio Fontana. Un WOW a Km 0!
L’Archivio è una vera e propria miniera di atti che ci parlano della nostra storia, come il documento in cui il Barbarossa concedeva, dopo essere stato sconfitto a Legnano, alcune importanti libertà a Milano.
L’Archivio, però, non guarda solo al passato: infatti, in collaborazione con una classe di maturandi del Liceo Artistico di Brera, ha realizzato un progetto ardito, la “Genesi di un capolavoro” facendoci vedere la “Vergine delle Rocce” realizzata seguendo quanto prevedeva il contratto.
Gli studenti, con i loro insegnanti, hanno “tradotto e visualizzato” quanto previsto nell’atto rogitato che, in modo molto minuzioso, indicava i personaggi (tra cui due Profeti e Dio Padre), i loro atteggiamenti, i materiali, i colori, le tecniche, ecc, ed hanno realizzato quella Vergine che esisteva solo nei desideri del Priore.
Leonardo, però, dipinse la sua “Vergine delle Rocce“, che oggi si trova al Louvre, ricca di mistero come l’argomento trattato.
L’artista disattese quindi il contratto, la Confraternita lo impugnò e non corrispose quanto era stato pattuito. Ne nacque una controversia giudiziaria che (anche allora!) durò parecchi anni. Infine, nel 1506, si giunse ad un accordo e venne dipinta una seconda versione della Vergine delle Rocce (probabilmente anche con l’intervento dei De Predis e di alcuni allievi), sempre diversa dal contratto, ma forse più ortodossa. L’opera è quella oggi esposta alla National Gallery di Londra.
In seguito vennero realizzate altre versioni a cura di allievi di Leonardo, forse anche con l’intervento del Maestro. Una di queste si trova presso la chiesa di San Michele sul Dosso, di fronte a Sant’Ambrogio.
Ora abbiamo anche una “Vergine delle Rocce 2025”, che dal 4 giugno si può visitare gratuitamente, con un semplicissimo appuntamento telefonico, all’Archivio di Stato. Un dipinto vecchio e nuovo al tempo stesso, quasi un tuffo in pieno Rinascimento da parte di giovani di oggi.
Questa chiesa ha un passato da brividi che porta ancora nel suo titolo: San Tomaso in Terramara (o anche “Terramala”). Come sempre ci siamo incuriositi e abbiamo cercato notizie su questo strano nome che evoca antiche e fosche leggende.
Ci troviamo in via Broletto, vicino a piazza Cordusio e accanto a mozziconi di stradine un po’ tortuose, resti del passato. In piazza Cordusio (la “curia Ducis sive vulgo Cordusium dicitur”, come scrive nel Trecento il mitico storico della nostra città, Galvano Fiamma) sorgeva la residenza del Duca longobardo, anche lui attratto dal nostro centro storico. In mezzo alla piazza, secoli dopo, era stata messa la statuona di San Carlo, che venne fatta spostare in piazza Borromeo perchè la carrozza del governatore austriaco ci aveva sbattuto contro. Milano ha sempre avuto problemi di traffico.
Ora al suo posto c’è la statua del Parini, che come un umarell, guarda cosa sta accadendo oggi nel cantiere di piazza Cordusio.
Andiamo verso la nostra meta, la chiesa di San Tomaso. La possiamo raggiungere direttamente da via Broletto o, come suggeriamo, da via Rovello per berci un caffè sotto il bel porticato di Palazzo Carmagnola dove visse l’indimenticabile amante di Ludovico il Moro, Cecilia Gallerani, la Dama con l’ermellino, e dove ora si trova anche una delle sale del Piccolo Teatro .
Percorriamo il breve tratto di via Rovello e, appena girati in via San Tomaso, ci appare, inaspettato, il fianco della chiesa, quasi per invitarci a scoprirla poco alla volta, inglobata com’è tra altri edifici, tra cui un albergo.
Chiediamo alle gentilissime ragazze della reception se possiamo guardare dal giardino l’abside della chiesa, dove si trova, solitario, un piccolo bassorilievo proveniente dall’Ambrosiana. Vi è scolpito, in modo molto realistico, con breviario e Crocifisso, un sacerdote del Cinquecento, “Prete Castelletto”, al secolo Castellino da Castello, che aveva fondato la prima scuola di catechismo nel 1536, come riporta lo storico Latuada: (in vicolo San Giacomo a Porta Nuova) “vi è una picciola stanza a piano terra, in cui un prete di onesti costumi soleva radunare i fanciulli subito dopo il pranzo de’ Giorni Festivi ed insegnare loro la Cristiana Dottrina.”.
Sempre guardando l’abside verso l’alto, spicca un graziosissimo balconcino in ferro che collega la chiesa con l’ex canonica, un elemento leggero e leggiadro per un luogo dal titolo, invece, così inquietante.
Da dove deriva questo nome? Sembra che in questa zona si fossero rifugiati molti milanesi per sfuggire ai massacri delle invasioni barbariche; poco lontano da qui c’era il Palazzo Imperiale distrutto dai barbari.
Più “storico” è, invece, il truculento fatto riportato dallo storico Carlo Torre. Racconta che, al tempo dei Visconti, il curato di San Tomaso avesse rifiutato la sepoltura ad un uomo la cui vedova non aveva i soldi per pagarla. Il crudelissimo Duca di Milano, Giovanni Maria Visconti, che per caso stava passando di lì, vide la scena e si offrì di provvedere alla spesa. Il curato si mostrò ossequioso e persino commosso per tale generosità, ma Giovanni lo obbligò ad entrare nella bara insieme al defunto, per essere sepolto vivo insieme a colui al quale aveva rifiutato, per mancanza di denaro, il riposo in terra consacrata. Invano lo sventurato chiese pietà prima di essere inghiottito dalla “terra mala”.
Questo titolo venne sempre conservato, nonostante la chiesa avesse cambiato aspetto più volte nei secoli. Nel 1576, infine, fu completamente fatta ricostruire da San Carlo Borromeo con l’aggiunta, nel 1827, del pronao con le colonne, come in un tempio romano.
San Tomaso si affaccia, timida e soffocata, tra gli edifici e il traffico di via Broletto ed è un vero peccato perchè è piuttosto interessante. L’interno ha una sola navata in un sobrio stile barocco, rischiarato da un bel mosaico chiaro con scene evangeliche che, come un tappeto, conduce all’altare maggiore.
Sopra di esso si trova una sorta di piccolo tempio con una Madonna medievale. Le lunette sovrastanti sono probabilmente del Luini (o della sua scuola).
Molto significative sono le cappelle laterali con un dipinto del Procaccini, che rappresenta San Carlo in gloria, un bel Crocifisso e il raroVestigium Pedis (di cui abbiamo già parlato) nella prima cappella a destra.
Un altro tocco dark lo troviamo nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, dove c’è una raccolta di reliquie; ognuna di queste teche è etichettata con il nome del Santo e con cosa contiene: quasi una “reliquioteca”.
A tutti buona passeggiata tra arte, curiosità e… brividi.
“…Con questo sotterfugio, “travestita” da uomo, fui ammessa all’Accademia Militare, al posto di mio fratello. Avevo già iniziato le lezioni e le esercitazioni, quando mio padre, venuto a sapere di quanto era successo, piombò a Neustadt per riportarmi a casa. Rimase sbigottito nel vedermi in uniforme e le sue parole per convincermi furono come “onda che si infrange sullo scoglio”. Fui brava a ribattere con ragionevole fermezza e feci leva anche sul concetto, a lui caro, di onore familiare per avere un figlio in Accademia. Alla fine, vinto come tanti genitori di fronte a figli adolescenti che sanno imporsi, cedette facendomi promettere che non avrei mai nuociuto al decoro della famiglia. Promisi e sempre tenni fede alla mia parola.
In cerca di altre notizie (utili forse a giustificarsi con la mamma) andò anche dai miei insegnanti di Accademia che parlarono ottimamente di “Francesco” e dei suoi risultati. Probabilmente, usando come lingua il latino, ci furono equivoci (fatti restare tali da mio padre?) e anche il dott. Haller e le sue figliole non sembravano avere dubbi sul mio genere. Così restai in Accademia dove studiavo e mi applicavo nelle esercitazioni pratiche. Quante volte ripensai a quando tiravo di scherma col righello contro le tende del collegio delle suore. Ero contenta e compiaciuta di quanto stavo facendo.
Al termine del corso dovetti sostenere un esame e mi classificai tra i migliori. Il dott. Haller, dubitando, o ormai sapendo, non mi sconfessò mai, forse temeva anche conseguenze per il certificato medico di ammissione che aveva redatto. Venni nominata Alfiere (oggi diremmo Sottotenente). I tempi richiedevano nuovi ufficiali e fui mandata al Reggimento sull’Alto Reno. C’era anche parecchia vita di società e in essa incontrai più difficoltà che non nelle attività militari. Una fanciulla di buona famiglia si innamorò di me e, forse, mi burlai un po’ del suo cuore ingenuo.
Ci trasferimmo in Polonia, a Lublino, e qui incontrai altre donne, mogli di Ufficiali, che cominciarono a fare chiacchiere sul mio viso imberbe e sulla mia “riservatezza”. Una sera un ufficiale mi riferì che le dame dicevano che fossi una “signorina”. Prontamente gli risposi di mandarmi in camera sua moglie, perchè potesse verificare di persona. Per salvaguardare il mio segreto, ero riuscita anche a comportarmi come un maschio strafottente e volgare. Mi sfidò a duello al primo sangue, ma io ebbi la meglio. Avevo però fiutato il pericolo, così la sera successiva corteggiai le signore facendo anche delle avances. Per fortuna non abboccarono. In caso contrario avrei trovato delle complici o delle nemiche? In un ambiente solo maschile non avevo mai trovato ostacoli e i colleghi avevano sempre rispettato la mia privacy. L’intuito femminile, invece, aveva messo a rischio il mio segreto.
Durante un trasferimento mi ammalai ed ebbi bisogno di assistenza. Il medico, fortunatamente, mi fece una visita molto superficiale; l’attendente che doveva prendersi cura di me era un “panduro”, cioè un soldato piuttosto sempliciotto, come vengono ancora oggi chiamati le “teste di pietra” sopra i portoni di Trieste. Mi sono chiesta tante volte se non avesse davvero mai dubitato o se, invece, avesse provato un immenso rispetto e devozione per il “suo” Ufficiale.
Appena guarita, chiesi di passare sul campo e sulle alture di Genova seppi dimostrare il mio valore guidando i miei uomini nella difesa di altri commilitoni, durante una ritirata. Il 1° marzo 1800 fui decorata e promossa Tenente.
Una “donna” fece terminare la mia avventura. Mi trovavo di passaggio a Livorno, quando mi raggiunse mia madre, un osso molto più duro di papà che, per mia sfortuna, non era potuto venire. Fu molto chiara: a suo tempo i miei genitori avevano “compiaciuto” i miei desideri e pertanto avevano “acquisito un diritto: quello di farmi tornare a casa”. Vide anche le ecchimosi sul mio seno causate dalle bende con le quali lo fasciavo per nasconderlo. Non ci fu scampo. Il mio pensiero va a papà che si era trovato tra una figlia Tenente austriaco, un altro figlio, per di più gravemente ferito, Ufficiale dell’esercito napoleonico e mia madre, una vera generalessa, alla quale, forse, assomigliavo per la determinazione.
Mio padre dovette cedere e, forse, fu anche liberatorio per lui parlare con un altissimo esponente dell’Armata austriaca e raccontargli quanto era successo, con la preghiera di congedarmi con l’onore che mi ero comunque meritato. Così, mentre mi trovavo nel mio battaglione, mi arrivò l’ordine di tornare presso la mia famiglia. Ancora una volta la grande storia si intrecciava con la mia. La mia “sconfitta” avvenne quasi contemporaneamente a quella di Marengo, quando gli Austriaci furono battuti dai Francesi.
Fui congedata con onore e con il beneficio di una pensione. I miei superiori furono molto sorpresi da tutta la mia storia, ma ebbero per me solo parole di elogio e di rispetto. Il Comandante del Reggimento mi scrisse una lettera che ancora conservo e rileggo con commozione: “Illustrissima Damigella, Eroina ed impareggiabile amica, spero che mi permetterà che la ammiri sotto questa seconda qualità … come io la veneravo quando ancora si ignorava il di lei sesso. … Per lungo tempo, ad onta della sua delicata costituzione [ha dovuto] sopportare tante gravi privazioni e fatiche … senza l’assistenza di chi potersi confidare … Ella si distinse senza esempio nel suo sesso, onorando in pari tempo il nostro. … Non sono tanto indiscreto di sapere i motivi e le circostanze che la indussero, mia cavalleresca e graziosa amica, ad esporsi a così cimentoso tramutamento. … Viva felice. … Io non cesserò di ammirarla, ed ella non si dimentichi di un amico che la venerò sempre, ed ora anche più qual donna.” In queste parole c’erano il mio passato fatto di colpi di testa, fatiche e tanta solitudine, ma anche l’augurio per un futuro felice. Se ero stata una grande donna, avevo incontrato anche grandi uomini.
La mia avventura era durata ben sei anni. Tornata a casa spesso indossavo ancora abiti maschili per cavalcare con mio fratello e mio cugino, entrambi ufficiali del Primo Reggimento “Cacciatori a Cavallo” dell’esercito napoleonico. Conobbi un bel Tenente, Celestino Spini, ci innamorammo e il 1° gennaio 1804 ci sposammo nella chiesa di San Maurizio.
Fu un matrimonio molto felice tra due Luogotenenti “nemici”, ma molto innamorati. Nacquero diversi figli; dopo qualche anno mio marito fu richiamato in guerra. Lasciai Milano e partii con tutta la famiglia per Talamona, in Valtellina, dove Celestino aveva casa e possedimenti.
Napoleone alla fine venne sconfitto e mio marito tornò a casa dopo aver dato prova di valore e onore. Non sopravvisse molto al suo Imperatore ed io, incapace di piangere, caddi in una profonda depressione. Quante volte ho ripensato alla mia vita chiedendomi che figlia e che madre fossi stata. Quando due dei miei figli manifestarono l’intenzione di prendere i voti, io mi opposi fino a quando non avessero compito i ventiquattro anni. Sono stata una figlia adolescente ribelle ma una madre autoritaria. I miei figli scelsero poi, comunque, la loro strada: Vincenzo divenne sacerdote e io abitai con lui fino alla morte, una figlia divenne suora di carità, un altro magistrato ed infine Isabella morì durante le Cinque Giornate contro gli Austriaci, per i quali avevo combattuto io. Quando la mia Accademia compì cento anni, mi invitò a partecipare alla cerimonia e mi inserì, nonostante fossi una donna, nell’album commemorativo come Ufficiale.
Questa è la mia storia, di una donna milanese, forse un po’ dimenticata, diventata, con un sotterfugio, la prima donna Ufficiale di un esercito.
Francesca Scanagatta viene considerata la prima donna diventata Ufficiale di un esercito regolare. Siamo alla fine del Settecento e la tenente era milanese.
Non è stato facile trovare notizie esaurienti su questo insolito personaggio, perciò ci siamo basati principalmente sulla biografia scritta, a metà Ottocento, dal nipote che si chiamava Celestino Spini, come il nonno, marito di Francesca.
Via via che ci documentavamo, abbiamo incontrato nel libro dei “non detti” relativi a fatti ed emozioni rimasti volutamente privati che forse Francesca aveva scelto di non raccontare. Soprattutto, però, ci siamo resi conto di come questa storia di oltre duecento anni fa faccia emergere tematiche ancora molto attuali come le difficoltà relazionali tra genitori e figli durante l’adolescenza, il ruolo sociale dei comportamenti maschili e femminili, i motivi del crossdressing che ha portato un abbigliamento tipicamente maschile, come i pantaloni, a diventare normalità ai giorni nostri. Questo completo Armani sarebbe piaciuto anche a Francesca?
Sullo sfondo della storia di Francesca, c’è la grande storia che ha vissuto Milano in poco più di un secolo: il governo austriaco (nel cui esercito divenne ufficiale la Scannagatta), il regno napoleonico (per il quale combatterono sia il marito che il fratello), il ritorno degli austriaci, l’insurrezione delle Cinque Giornate (durante le quali morì combattendo la figlia Isabella).
Francesca ci racconta la sua storia
“Sono nata sotto il segno del Leone, il 1° agosto 1776, a Milano. La mia era una famiglia benestante, diventata nobile sotto il regno di Maria Teresa. Mio padre era un alto funzionario statale, fedelissimo alla sovrana. A casa vivevano i miei genitori (Giuseppe e Isabella) e noi figli, educati da una istitutrice di Strasburgo, madama Dupuis, che ci insegnava tedesco, francese e, soprattutto, ci raccontava le gesta dei poemi cavallereschi con le figure di alcune eroine che combattevano al pari degli uomini… In queste avventure mi vedevo un po’ Bradamante e un po’ Clorinda. Forse già “volevo i pantaloni”.
A dieci anni entrai, come tante altre fanciulle di buona famiglia, all’Istituto delle Dame della Visitazione di via Santa Sofia. Le insegnanti mi descrissero “dolce”, “ragionevole”,… ma “altera e vivace”, “amante del vero e del giusto”, pronta a farmi rispettare. Ho dei bei ricordi, tanto che da grande tornai in divisa da tenente a salutare la Superiora che, lungi dallo scandalizzarsi per quello che era diventata la sua educanda di un tempo, mi gettò affettuosamente le braccia al collo. Ero per lei una pecorella smarrita o una grande soddisfazione?
Terminati gli anni del collegio, verso i sedici anni tornai a casa. Papà teneva molto a me, “nulla trascurava quanto concerneva la mia piena e felice riuscita”. Mi portava spesso con sè nei suoi viaggi di lavoro vestita come un ragazzo per essere io “più al sicuro e evitare ogni imbarazzo” e lui più libero nei suoi affari. Mi piaceva e diventavo sempre più disinvolta anche negli atteggiamenti da ragazzo. Era un po’ la shakespeariana Viola e un po’ Lady Oscar, come piaceva a papà e a me.
Forse fu durante questi viaggi che mi resi conto di come “essere” maschio significasse godere di maggiore libertà e di possibilità di affermarsi. Quante donne nella storia si sono travestite da uomo per realizzare quello che desideravano fare in vari campi?
Un giorno il caso mi offrì una possibilità. Mio padre aveva organizzato per me e mio fratello maggiore un viaggio a Vienna: lui avrebbe dovuto presentarsi all’Accademia Militare di Neustadt, io a casa di una nobildonna per completare la mia educazione da “signora”. Giunti a Udine, mio fratello si ammalò e mi confidò di non voler frequentare l’Accademia, ma di preferire studi civili. Era la mia occasione: lo convinsi (e non fu molto difficile) a tornare a casa e a rivelare le sue intenzioni ai nostri genitori; intanto io avrei proseguito il mio viaggio non, come pensava lui, verso la dama, ma verso l’Accademia utilizzando la sua lettera di presentazione, che avevo preso a sua insaputa.
In fondo ognuno di noi avrebbe fatto quello che desiderava… ed io volevo vivere un’esperienza militare che, in quanto donna, mi sarebbe stata preclusa. Ero sicura di potercela fare. Adolescente ribelle e incosciente? Forse, ma tra i pizzi e merletti e la divisa militare quale era per me, allora, la vera maschera? Il travestimento era il mio lasciapassare verso il futuro che desideravo. Carica di speranze e di determinazione, mi recai presso la casa del dottor Haller, medico dell’Accademia e conoscente di mio padre, che avrebbe dato ospitalità a casa sua al cadetto. Corressi il nome sulla lettera di presentazione, diventando Francesco e fui così vivace, affabile e piena di vita verso di lui e le sue figliuole che il buon dottore non mi fece neanche la visita medica di idoneità per l’Accademia. Effettivamente stavo benissimo!…”Continua…