Cartoline da Passipermilano

Vi ricordate le cartoline che si mandavano agli amici durante le vacanze per un saluto, un ricordo, un pensiero? Anche noi manderemo agli amici di Passipermilano qualche “cartolina” della nostra città per farla conoscere un po’ di più, farla ricordare ma, soprattutto, farla amare sempre… nonostante tutto.

Estate nei chiostri dell’Umanitaria

Tra le tante iniziative che Milano propone questa estate, partiamo con una cartolina-invito per la rassegna di incontri culturali gratuiti presso gli spazi rinascimentali della Società Umanitaria in via San Barnaba 48.

Il programma è ricco, fresco di idee nuove e caldo di amore per la cultura: un cocktail estivo tutto da gustare, dove passato, presente e futuro si mescolano a meraviglia.

Alla prossima cartolina.

A presto…

La Vergine delle rocce ieri e oggi: la versione 2025

Milano, 25 aprile 1483. Il notaio Antonio De Capitani, quel giorno, stipulò un contratto un po’ speciale; avrà mai pensato, in seguito, che con quell’atto aveva sancito la futura nascita della “Vergine delle Rocce“, uno dei capolavori di Leonardo?

Committente era la Confraternita francescana dell’Immacolata Concezione che affidava ai fratelli pittori Ambrogio ed Evangelista De Predis e ad un artista, giunto da poco alla corte di Ludovico il Moro, Leonardo da Vinci, l’incarico di realizzare un dipinto dedicato a Maria per la chiesa di San Francesco Grande, alle spalle della basilica di Sant’Ambrogio.

Questo contratto rappresenta uno dei documenti più preziosi del nostro Archivio di Stato di via Senato e reca la firma autografa di Leonardo, forse l’unica esistente oggi, per di più autenticata da un notaio!

Un brevissimo cenno storico sull’Archivio. L’edificio in cui si trova, molto sobrio ed elegante, venne fatto costruire nel 1608 dal Cardinale Federico Borromeo come Collegio Elvetico (seminario per la preparazione dei sacerdoti svizzeri). Oltralpe si stavano diffondendo “pericolose” eresie e Milano, sotto sotto, un po’ eretica lo è sempre stata.

Inoltre, per chi è amante delle curiosità, sulla facciata di questo edificio c’è la prima buca delle lettere milanese, risalente al periodo napoleonico. Davanti all’Archivio si trova un’originale statua di Joan Mirò, “Mere Ubu”, dall’altra parte della strada vediamo poi un edificio firmato Zanuso con inserti in ceramica di Lucio Fontana. Un WOW a Km 0!

L’Archivio è una vera e propria miniera di atti che ci parlano della nostra storia, come il documento in cui il Barbarossa concedeva, dopo essere stato sconfitto a Legnano, alcune importanti libertà a Milano.

L’Archivio, però, non guarda solo al passato: infatti, in collaborazione con una classe di maturandi del Liceo Artistico di Brera, ha realizzato un progetto ardito, la “Genesi di un capolavoro” facendoci vedere la “Vergine delle Rocce” realizzata seguendo quanto prevedeva il contratto.

Gli studenti, con i loro insegnanti, hanno “tradotto e visualizzato” quanto previsto nell’atto rogitato che, in modo molto minuzioso, indicava i personaggi (tra cui due Profeti e Dio Padre), i loro atteggiamenti, i materiali, i colori, le tecniche, ecc, ed hanno realizzato quella Vergine che esisteva solo nei desideri del Priore.

Leonardo, però, dipinse la sua “Vergine delle Rocce“, che oggi si trova al Louvre, ricca di mistero come l’argomento trattato.

L’artista disattese quindi il contratto, la Confraternita lo impugnò e non corrispose quanto era stato pattuito. Ne nacque una controversia giudiziaria che (anche allora!) durò parecchi anni. Infine, nel 1506, si giunse ad un accordo e venne dipinta una seconda versione della Vergine delle Rocce (probabilmente anche con l’intervento dei De Predis e di alcuni allievi), sempre diversa dal contratto, ma forse più ortodossa. L’opera è quella oggi esposta alla National Gallery di Londra.

In seguito vennero realizzate altre versioni a cura di allievi di Leonardo, forse anche con l’intervento del Maestro. Una di queste si trova presso la chiesa di San Michele sul Dosso, di fronte a Sant’Ambrogio.

Un’altra versione è sempre accessibile (e forse per questo molto sottovalutata) nella chiesa di Santa Giustina ad Affori.

Ora abbiamo anche una “Vergine delle Rocce 2025”, che dal 4 giugno si può visitare gratuitamente, con un semplicissimo appuntamento telefonico, all’Archivio di Stato. Un dipinto vecchio e nuovo al tempo stesso, quasi un tuffo in pieno Rinascimento da parte di giovani di oggi.

A presto…

La chiesa di San Tomaso in Terramara: storia, curiosità e… brividi

Questa chiesa ha un passato da brividi che porta ancora nel suo titolo: San Tomaso in Terramara (o anche “Terramala”). Come sempre ci siamo incuriositi e abbiamo cercato notizie su questo strano nome che evoca antiche e fosche leggende.

Ci troviamo in via Broletto, vicino a piazza Cordusio e accanto a mozziconi di stradine un po’ tortuose, resti del passato. In piazza Cordusio (la “curia Ducis sive vulgo Cordusium dicitur”, come scrive nel Trecento il mitico storico della nostra città, Galvano Fiamma) sorgeva la residenza del Duca longobardo, anche lui attratto dal nostro centro storico. In mezzo alla piazza, secoli dopo, era stata messa la statuona di San Carlo, che venne fatta spostare in piazza Borromeo perchè la carrozza del governatore austriaco ci aveva sbattuto contro. Milano ha sempre avuto problemi di traffico.

Ora al suo posto c’è la statua del Parini, che come un umarell, guarda cosa sta accadendo oggi nel cantiere di piazza Cordusio.

Andiamo verso la nostra meta, la chiesa di San Tomaso. La possiamo raggiungere direttamente da via Broletto o, come suggeriamo, da via Rovello per berci un caffè sotto il bel porticato di Palazzo Carmagnola dove visse l’indimenticabile amante di Ludovico il Moro, Cecilia Gallerani, la Dama con l’ermellino, e dove ora si trova anche una delle sale del Piccolo Teatro .

Percorriamo il breve tratto di via Rovello e, appena girati in via San Tomaso, ci appare, inaspettato, il fianco della chiesa, quasi per invitarci a scoprirla poco alla volta, inglobata com’è tra altri edifici, tra cui un albergo.

Chiediamo alle gentilissime ragazze della reception se possiamo guardare dal giardino l’abside della chiesa, dove si trova, solitario, un piccolo bassorilievo proveniente dall’Ambrosiana. Vi è scolpito, in modo molto realistico, con breviario e Crocifisso, un sacerdote del Cinquecento, “Prete Castelletto”, al secolo Castellino da Castello, che aveva fondato la prima scuola di catechismo nel 1536, come riporta lo storico Latuada: (in vicolo San Giacomo a Porta Nuova) “vi è una picciola stanza a piano terra, in cui un prete di onesti costumi soleva radunare i fanciulli subito dopo il pranzo de’ Giorni Festivi ed insegnare loro la Cristiana Dottrina.”.

Sempre guardando l’abside verso l’alto, spicca un graziosissimo balconcino in ferro che collega la chiesa con l’ex canonica, un elemento leggero e leggiadro per un luogo dal titolo, invece, così inquietante.

Da dove deriva questo nome? Sembra che in questa zona si fossero rifugiati molti milanesi per sfuggire ai massacri delle invasioni barbariche; poco lontano da qui c’era il Palazzo Imperiale distrutto dai barbari.

Più “storico” è, invece, il truculento fatto riportato dallo storico Carlo Torre. Racconta che, al tempo dei Visconti, il curato di San Tomaso avesse rifiutato la sepoltura ad un uomo la cui vedova non aveva i soldi per pagarla. Il crudelissimo Duca di Milano, Giovanni Maria Visconti, che per caso stava passando di lì, vide la scena e si offrì di provvedere alla spesa. Il curato si mostrò ossequioso e persino commosso per tale generosità, ma Giovanni lo obbligò ad entrare nella bara insieme al defunto, per essere sepolto vivo insieme a colui al quale aveva rifiutato, per mancanza di denaro, il riposo in terra consacrata. Invano lo sventurato chiese pietà prima di essere inghiottito dalla “terra mala”.

Questo titolo venne sempre conservato, nonostante la chiesa avesse cambiato aspetto più volte nei secoli. Nel 1576, infine, fu completamente fatta ricostruire da San Carlo Borromeo con l’aggiunta, nel 1827, del pronao con le colonne, come in un tempio romano.

San Tomaso si affaccia, timida e soffocata, tra gli edifici e il traffico di via Broletto ed è un vero peccato perchè è piuttosto interessante. L’interno ha una sola navata in un sobrio stile barocco, rischiarato da un bel mosaico chiaro con scene evangeliche che, come un tappeto, conduce all’altare maggiore.

Sopra di esso si trova una sorta di piccolo tempio con una Madonna medievale. Le lunette sovrastanti sono probabilmente del Luini (o della sua scuola).

Molto significative sono le cappelle laterali con un dipinto del Procaccini, che rappresenta San Carlo in gloria, un bel Crocifisso e il raro Vestigium Pedis (di cui abbiamo già parlato) nella prima cappella a destra.

Un altro tocco dark lo troviamo nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, dove c’è una raccolta di reliquie; ognuna di queste teche è etichettata con il nome del Santo e con cosa contiene: quasi una “reliquioteca”.

A tutti buona passeggiata tra arte, curiosità e… brividi.

A presto…

Francesca Scanagatta: la prima donna Ufficiale… sotto mentite spoglie (seconda parte)

Francesca continua il suo racconto:

“…Con questo sotterfugio, “travestita” da uomo, fui ammessa all’Accademia Militare, al posto di mio fratello. Avevo già iniziato le lezioni e le esercitazioni, quando mio padre, venuto a sapere di quanto era successo, piombò a Neustadt per riportarmi a casa. Rimase sbigottito nel vedermi in uniforme e le sue parole per convincermi furono come “onda che si infrange sullo scoglio”. Fui brava a ribattere con ragionevole fermezza e feci leva anche sul concetto, a lui caro, di onore familiare per avere un figlio in Accademia. Alla fine, vinto come tanti genitori di fronte a figli adolescenti che sanno imporsi, cedette facendomi promettere che non avrei mai nuociuto al decoro della famiglia. Promisi e sempre tenni fede alla mia parola.

In cerca di altre notizie (utili forse a giustificarsi con la mamma) andò anche dai miei insegnanti di Accademia che parlarono ottimamente di “Francesco” e dei suoi risultati. Probabilmente, usando come lingua il latino, ci furono equivoci (fatti restare tali da mio padre?) e anche il dott. Haller e le sue figliole non sembravano avere dubbi sul mio genere. Così restai in Accademia dove studiavo e mi applicavo nelle esercitazioni pratiche. Quante volte ripensai a quando tiravo di scherma col righello contro le tende del collegio delle suore. Ero contenta e compiaciuta di quanto stavo facendo.

Al termine del corso dovetti sostenere un esame e mi classificai tra i migliori. Il dott. Haller, dubitando, o ormai sapendo, non mi sconfessò mai, forse temeva anche conseguenze per il certificato medico di ammissione che aveva redatto. Venni nominata Alfiere (oggi diremmo Sottotenente). I tempi richiedevano nuovi ufficiali e fui mandata al Reggimento sull’Alto Reno. C’era anche parecchia vita di società e in essa incontrai più difficoltà che non nelle attività militari. Una fanciulla di buona famiglia si innamorò di me e, forse, mi burlai un po’ del suo cuore ingenuo.

Ci trasferimmo in Polonia, a Lublino, e qui incontrai altre donne, mogli di Ufficiali, che cominciarono a fare chiacchiere sul mio viso imberbe e sulla mia “riservatezza”. Una sera un ufficiale mi riferì che le dame dicevano che fossi una “signorina”. Prontamente gli risposi di mandarmi in camera sua moglie, perchè potesse verificare di persona. Per salvaguardare il mio segreto, ero riuscita anche a comportarmi come un maschio strafottente e volgare. Mi sfidò a duello al primo sangue, ma io ebbi la meglio. Avevo però fiutato il pericolo, così la sera successiva corteggiai le signore facendo anche delle avances. Per fortuna non abboccarono. In caso contrario avrei trovato delle complici o delle nemiche? In un ambiente solo maschile non avevo mai trovato ostacoli e i colleghi avevano sempre rispettato la mia privacy. L’intuito femminile, invece, aveva messo a rischio il mio segreto.

Durante un trasferimento mi ammalai ed ebbi bisogno di assistenza. Il medico, fortunatamente, mi fece una visita molto superficiale; l’attendente che doveva prendersi cura di me era un “panduro”, cioè un soldato piuttosto sempliciotto, come vengono ancora oggi chiamati le “teste di pietra” sopra i portoni di Trieste. Mi sono chiesta tante volte se non avesse davvero mai dubitato o se, invece, avesse provato un immenso rispetto e devozione per il “suo” Ufficiale.

Appena guarita, chiesi di passare sul campo e sulle alture di Genova seppi dimostrare il mio valore guidando i miei uomini nella difesa di altri commilitoni, durante una ritirata. Il 1° marzo 1800 fui decorata e promossa Tenente.

Una “donna” fece terminare la mia avventura. Mi trovavo di passaggio a Livorno, quando mi raggiunse mia madre, un osso molto più duro di papà che, per mia sfortuna, non era potuto venire. Fu molto chiara: a suo tempo i miei genitori avevano “compiaciuto” i miei desideri e pertanto avevano “acquisito un diritto: quello di farmi tornare a casa”. Vide anche le ecchimosi sul mio seno causate dalle bende con le quali lo fasciavo per nasconderlo. Non ci fu scampo. Il mio pensiero va a papà che si era trovato tra una figlia Tenente austriaco, un altro figlio, per di più gravemente ferito, Ufficiale dell’esercito napoleonico e mia madre, una vera generalessa, alla quale, forse, assomigliavo per la determinazione.

Mio padre dovette cedere e, forse, fu anche liberatorio per lui parlare con un altissimo esponente dell’Armata austriaca e raccontargli quanto era successo, con la preghiera di congedarmi con l’onore che mi ero comunque meritato. Così, mentre mi trovavo nel mio battaglione, mi arrivò l’ordine di tornare presso la mia famiglia. Ancora una volta la grande storia si intrecciava con la mia. La mia “sconfitta” avvenne quasi contemporaneamente a quella di Marengo, quando gli Austriaci furono battuti dai Francesi.

Fui congedata con onore e con il beneficio di una pensione. I miei superiori furono molto sorpresi da tutta la mia storia, ma ebbero per me solo parole di elogio e di rispetto. Il Comandante del Reggimento mi scrisse una lettera che ancora conservo e rileggo con commozione: “Illustrissima Damigella, Eroina ed impareggiabile amica, spero che mi permetterà che la ammiri sotto questa seconda qualità … come io la veneravo quando ancora si ignorava il di lei sesso. … Per lungo tempo, ad onta della sua delicata costituzione [ha dovuto] sopportare tante gravi privazioni e fatiche … senza l’assistenza di chi potersi confidare … Ella si distinse senza esempio nel suo sesso, onorando in pari tempo il nostro. … Non sono tanto indiscreto di sapere i motivi e le circostanze che la indussero, mia cavalleresca e graziosa amica, ad esporsi a così cimentoso tramutamento. … Viva felice. … Io non cesserò di ammirarla, ed ella non si dimentichi di un amico che la venerò sempre, ed ora anche più qual donna.” In queste parole c’erano il mio passato fatto di colpi di testa, fatiche e tanta solitudine, ma anche l’augurio per un futuro felice. Se ero stata una grande donna, avevo incontrato anche grandi uomini.

La mia avventura era durata ben sei anni. Tornata a casa spesso indossavo ancora abiti maschili per cavalcare con mio fratello e mio cugino, entrambi ufficiali del Primo Reggimento “Cacciatori a Cavallo” dell’esercito napoleonico. Conobbi un bel Tenente, Celestino Spini, ci innamorammo e il 1° gennaio 1804 ci sposammo nella chiesa di San Maurizio.

Fu un matrimonio molto felice tra due Luogotenenti “nemici”, ma molto innamorati. Nacquero diversi figli; dopo qualche anno mio marito fu richiamato in guerra. Lasciai Milano e partii con tutta la famiglia per Talamona, in Valtellina, dove Celestino aveva casa e possedimenti.

Napoleone alla fine venne sconfitto e mio marito tornò a casa dopo aver dato prova di valore e onore. Non sopravvisse molto al suo Imperatore ed io, incapace di piangere, caddi in una profonda depressione. Quante volte ho ripensato alla mia vita chiedendomi che figlia e che madre fossi stata. Quando due dei miei figli manifestarono l’intenzione di prendere i voti, io mi opposi fino a quando non avessero compito i ventiquattro anni. Sono stata una figlia adolescente ribelle ma una madre autoritaria. I miei figli scelsero poi, comunque, la loro strada: Vincenzo divenne sacerdote e io abitai con lui fino alla morte, una figlia divenne suora di carità, un altro magistrato ed infine Isabella morì durante le Cinque Giornate contro gli Austriaci, per i quali avevo combattuto io. Quando la mia Accademia compì cento anni, mi invitò a partecipare alla cerimonia e mi inserì, nonostante fossi una donna, nell’album commemorativo come Ufficiale.

Questa è la mia storia, di una donna milanese, forse un po’ dimenticata, diventata, con un sotterfugio, la prima donna Ufficiale di un esercito.

Grazie per avermi ascoltata”.

A presto…

Francesca Scanagatta: la prima donna Ufficiale… sotto mentite spoglie (prima parte)

Francesca Scanagatta viene considerata la prima donna diventata Ufficiale di un esercito regolare. Siamo alla fine del Settecento e la tenente era milanese.

Non è stato facile trovare notizie esaurienti su questo insolito personaggio, perciò ci siamo basati principalmente sulla biografia scritta, a metà Ottocento, dal nipote che si chiamava Celestino Spini, come il nonno, marito di Francesca.

Via via che ci documentavamo, abbiamo incontrato nel libro dei “non detti” relativi a fatti ed emozioni rimasti volutamente privati che forse Francesca aveva scelto di non raccontare. Soprattutto, però, ci siamo resi conto di come questa storia di oltre duecento anni fa faccia emergere tematiche ancora molto attuali come le difficoltà relazionali tra genitori e figli durante l’adolescenza, il ruolo sociale dei comportamenti maschili e femminili, i motivi del crossdressing che ha portato un abbigliamento tipicamente maschile, come i pantaloni, a diventare normalità ai giorni nostri. Questo completo Armani sarebbe piaciuto anche a Francesca?

Sullo sfondo della storia di Francesca, c’è la grande storia che ha vissuto Milano in poco più di un secolo: il governo austriaco (nel cui esercito divenne ufficiale la Scannagatta), il regno napoleonico (per il quale combatterono sia il marito che il fratello), il ritorno degli austriaci, l’insurrezione delle Cinque Giornate (durante le quali morì combattendo la figlia Isabella).

Francesca ci racconta la sua storia

“Sono nata sotto il segno del Leone, il 1° agosto 1776, a Milano. La mia era una famiglia benestante, diventata nobile sotto il regno di Maria Teresa. Mio padre era un alto funzionario statale, fedelissimo alla sovrana. A casa vivevano i miei genitori (Giuseppe e Isabella) e noi figli, educati da una istitutrice di Strasburgo, madama Dupuis, che ci insegnava tedesco, francese e, soprattutto, ci raccontava le gesta dei poemi cavallereschi con le figure di alcune eroine che combattevano al pari degli uomini… In queste avventure mi vedevo un po’ Bradamante e un po’ Clorinda. Forse già “volevo i pantaloni”.

A dieci anni entrai, come tante altre fanciulle di buona famiglia, all’Istituto delle Dame della Visitazione di via Santa Sofia. Le insegnanti mi descrissero “dolce”, “ragionevole”,… ma “altera e vivace”, “amante del vero e del giusto”, pronta a farmi rispettare. Ho dei bei ricordi, tanto che da grande tornai in divisa da tenente a salutare la Superiora che, lungi dallo scandalizzarsi per quello che era diventata la sua educanda di un tempo, mi gettò affettuosamente le braccia al collo. Ero per lei una pecorella smarrita o una grande soddisfazione?

Terminati gli anni del collegio, verso i sedici anni tornai a casa. Papà teneva molto a me, “nulla trascurava quanto concerneva la mia piena e felice riuscita”. Mi portava spesso con sè nei suoi viaggi di lavoro vestita come un ragazzo per essere io “più al sicuro e evitare ogni imbarazzo” e lui più libero nei suoi affari. Mi piaceva e diventavo sempre più disinvolta anche negli atteggiamenti da ragazzo. Era un po’ la shakespeariana Viola e un po’ Lady Oscar, come piaceva a papà e a me.

Forse fu durante questi viaggi che mi resi conto di come “essere” maschio significasse godere di maggiore libertà e di possibilità di affermarsi. Quante donne nella storia si sono travestite da uomo per realizzare quello che desideravano fare in vari campi?

Un giorno il caso mi offrì una possibilità. Mio padre aveva organizzato per me e mio fratello maggiore un viaggio a Vienna: lui avrebbe dovuto presentarsi all’Accademia Militare di Neustadt, io a casa di una nobildonna per completare la mia educazione da “signora”. Giunti a Udine, mio fratello si ammalò e mi confidò di non voler frequentare l’Accademia, ma di preferire studi civili. Era la mia occasione: lo convinsi (e non fu molto difficile) a tornare a casa e a rivelare le sue intenzioni ai nostri genitori; intanto io avrei proseguito il mio viaggio non, come pensava lui, verso la dama, ma verso l’Accademia utilizzando la sua lettera di presentazione, che avevo preso a sua insaputa.

In fondo ognuno di noi avrebbe fatto quello che desiderava… ed io volevo vivere un’esperienza militare che, in quanto donna, mi sarebbe stata preclusa. Ero sicura di potercela fare. Adolescente ribelle e incosciente? Forse, ma tra i pizzi e merletti e la divisa militare quale era per me, allora, la vera maschera? Il travestimento era il mio lasciapassare verso il futuro che desideravo. Carica di speranze e di determinazione, mi recai presso la casa del dottor Haller, medico dell’Accademia e conoscente di mio padre, che avrebbe dato ospitalità a casa sua al cadetto. Corressi il nome sulla lettera di presentazione, diventando Francesco e fui così vivace, affabile e piena di vita verso di lui e le sue figliuole che il buon dottore non mi fece neanche la visita medica di idoneità per l’Accademia. Effettivamente stavo benissimo!…” Continua…

A presto…

Primo Maggio: mughetto d’autore

Una antica e gentile tradizione che risale a popolazione celtiche e romane era quella di donare dei mughetti, primi fiori a spuntare nei boschi nel mese di maggio, per augurare amore e fortuna.

Era, ed è, un fiore inclusivo della gente comune come dei nobili, tanto che fu un re, Carlo IX di Francia, a mettere il suo sigillo reale su questa tradizione popolare donando dei mughetti, il primo maggio, alle sue dame di corte per avere fortuna in amore. Trascorsi diversi secoli una giovane borghese, Kate Middleton, volle dei mughetti nel suo bouquet nuziale quando sposò il suo principe.

Anche un’icona di stile come l’attrice americana Grace Kelly scelse i mughetti per il proprio matrimonio con il principe Ranieri di Monaco.

I mughetti hanno ispirato, talvolta, anche il mondo della cultura. Quest’anno il nostro augurio per il Primo Maggio sarà composto da alcuni “mughetti d’autore”, sbocciati, per così dire, in immagini, parole ed emozioni a volte inaspettati.

Il mughetto, fiore che indica purezza, amore e fortuna, fa capolino nella pittura europea con dipinti a tema sacro e profano. Ecco una “Annunciazione” dell’Est Europa, dove, al posto dei classici gigli, compare un vaso di mughetti

e una bella “Madonna delle fragole” risalente al Quattrocento con questi fiori che fanno da tappeto.

Anche la nobiltà di un tempo amava i mughetti; l’imperatrice Sissi li aveva voluti dipinti sulle pareti di un suo boudoir, mentre questi fiori fanno la loro comparsa in diversi “ritratti di famiglie” nobili.

Un quadro di immagini e profumi è quello fatto dalle parole di Guido Piovene in “Furie”:

“…Accaddero in quel maggio del 1947 a Parigi piccoli fatti straordinari. Le foreste buttarono una quantità di mughetti come non si era mai vista. Li vendevano a ceste a ogni angolo di strada. Anche camminando distratti si coglievano riflessi bianchi con la coda dell’occhio, luci che guizzavano via. Le strade erano tagliate da correnti di profumo esatte, in cui si entrava e usciva a intervalli. Si alzavano di tono anche i pensieri più comuni.”

Infine guardiamo la foto di due giovani donne scattata a Parigi da un maestro della fotografia, Robert Capa, che ha colto lo sguardo sognante davanti ai fiori.

Ben altre immagini sono quelle evocate da un poeta francese, Andrè Breton, in questi versi densi di passione:

“…Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro.”

Il nostro “mughetto d’autore” termina con una poesia di Giuseppe Ungaretti, insolita per l’autore, che ha quasi il sapore di un haiku

Mughetto fiore piccino
calice di enorme candore
sullo stelo esile
innocenza di bimbi gracile
sull’altalena del cielo.

La accostiamo ad un’opera di Inna Kapitun, una pittrice ucraina contemporanea, in cui i piccoli fiori nel blu cupo danzano come attimi di vita da cogliere.

A tutti il nostro augurio di Buon Primo Maggio!

A presto…

Immagini e parole sulla Pasqua

Alcuni tra i più grandi capolavori dedicati alla Settimana Santa si trovano nella nostra città. Li riproponiamo accompagnati dai versi della poetessa dei Navigli, Alda Merini, che ha vissuto il proprio calvario non perdendo mai la fede e la speranza.

Come non iniziare dall’Ultima Cena di Leonardo, opera unica, preziosa e fragile, così carica di significati e di messaggi da rimandarci sempre “oltre” a quello che vediamo?

Così scrive Alda Merini:

Conobbi tutte le desolazioni dell’abbandono, conobbi tutte le tristezze terrene,… Ero crocefisso ogni giorno dal dubbio degli apostoli, dal dubbio delle moltitudini”. 

Al Castello è custodita la Pietà Rondanini di Michelangelo, ultima opera del Maestro, rimasta incompiuta per la sua morte, come se l’artista, ormai anziano, di fronte al mistero e all’ignoto che lo attendevano non potesse trovare risposte nell’arte, ma cercasse di essere sorretto, come Maria, da Cristo.

Potevano uccidere anche Maria, / ma Maria venne lasciata libera di vedere / la disfatta di tutto / il suo grande pensiero, / Ed ecco che Dio dalla croce / guarda la madre, / ed è la prima volta che così crocifisso / non la si può stringere al cuore, / perché Maria spesso si rifugiava in quelle /braccia possenti, / e lui la baciava sui capelli / e la chiamava “giovane” / e la considerava ragazza. / Maria, figlia di Gesù.

Ancora oggi questa Pietà è più che mai viva e suscita emozioni anche in un artista contemporaneo come Robert Wilson, autore di Mother, installazione che sarà visitabile fino al 18 maggio al Castello Sforzesco.

Il dolore di Maria per la morte del Figlio e l’amore di Gesù per la Madre sono al centro di questi versi che introducono al tema delle Resurrezione.

Esalerò l’ultimo respiro, / lei forse mi raccoglierà nel grembo / e non crederà che io sia morto.  / So che Maria impazzirà di dolore / ma questa sua follia del non credere / mi darà la forza di risorgere. / Io non sono morto, / non morirò mai.

Nella cappella del battistero della Basilica di Sant’Ambrogio si trova una bellissima “Resurrezione” del Bergognone nella quale Cristo in gloria, affiancato da due angeli, sopra il sepolcro ormai vuoto, sembra offrirsi ai fedeli, annunciando la propria vittoria sulla morte e la promessa di una vita nuova.

Infine, a Brera, è esposto un dipinto la “Cena in Emmaus” del Caravaggio, realizzato dal Maestro dopo essere fuggito da Roma, perchè condannato a morte. Questa opera ci racconta di un Cristo risorto, ma dal viso provato, ancora quasi sofferente dopo il supplizio della Croce, che viene riconosciuto dai due discepoli solo alla benedizione del pane, quando “i loro occhi si aprirono” (Lc. 24, 31).

Il buio domina la scena (“resta con noi, perchè si fa sera” dice il Vangelo), tagliata solo da un raggio di luce che la illumina parzialmente. Il “Risorto” non ha angeli intorno a sè, ma uomini; è una scena “umana” che ci riporta ad un’altra poesia, “Resurrezione”, della Merini.

“Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.”

A tutti noi la speranza e l’augurio di poter “risorgere” dalle nostre paure, dalle fatiche, dai dolori e dai sacrifici quotidiani.

Buona Pasqua!

A presto…

Pasqua tra fede, arte e cultura – Le sette chiese

Un’altra tradizione milanese per la Settimana di Pasqua era quella di visitare sette chiese il Venerdì Santo per venerare il Crocifisso “deposto” su un tavolino all’altezza dei fedeli, in un silenzio senza candele.

Riprendiamo questa antica tradizione proponendo una visita ad alcune chiese del centro storico che conservano veri e propri capolavori dedicati al tema pasquale. Ci sono anche tantissime altre chiese, ricche di piccoli e grandi tesori. A ciascuno di noi la ricerca e la scoperta del proprio cammino. Non saranno necessari prenotazioni o ticket di ingresso: basterà, se si vuole, una preghiera o accendere una candela.

Il Duomo con il Sacro Chiodo

Iniziamo il cammino guardando quella lucina rossa, sempre accesa, a 40 metri di altezza sopra l’altare maggiore del Duomo.

Sotto di essa è conservata una teca con uno dei chiodi usati per crocifiggere Gesù. Questa reliquia è un po’ il fulcro del nostro percorso, simbolo della Croce e del Sacrificio che porterà alla Resurrezione.

Una volta all’anno, a metà settembre, viene portato sull’altare ed esposto alla venerazione dei fedeli con la solenne cerimonia della “Nivola“.

Sant’ Antonio Abate

Questa chiesa, gioiello del barocco lombardo, è un po’ defilata rispetto al classico circuito turistico, anche se si trova a due passi da via Larga e dal Duomo, nella via omonima.

La volta è impreziosita da affreschi dei Fratelli Carlone con le storie della Croce (“La Croce appare a Costantino“; il “Ritrovamento della Croce da parte di Elena madre di Costantino“; “Eraclio, in vesti umili, riporta la Croce a Gerusalemme“…) che ci fanno stare con lo sguardo all’insù. Tra marmi, intarsi e dorature ci ha colpito la Cappella delle Reliquie, con una lapide che ricorda quelle qui custodite, tra le quali un frammento della Santa Croce. Dove? Incuriositi, le stiamo cercando… Ci stiamo lavorando.

San Carlo al Corso

Su una piccola piazza lungo corso Vittorio Emanuele si affaccia questa chiesa, di cui parleremo più a fondo prossimamente, ispirata al Pantheon di Roma.

Nella Sala delle Confessioni si trova un Crocifisso ligneo del Trecento, uno dei più antichi della nostra città. Quest’anno ricorre il centenario della presenza dei Servi di Maria in questa chiesa e sono previste numerose iniziative. Tra queste dal 13 aprile per la Quaresima saranno esposte sei formelle della via Crucis di Arturo Martini, raffiguranti momenti della Passione di Gesù

San Fedele

Questa chiesa, nella piazzetta omonima, è un vero e proprio museo che, accanto a capolavori di antica fattura, accosta opere di artisti moderni e contemporanei.

Soffermiamoci in particolare, davanti a tre opere legate alla Pasqua: la “Deposizione” di Simone Peterzano, maestro di Caravaggio, la “Corona di Spine”, opera del 2014 di Claudio Parmiggiani, luminosa come un’aureola, che si trova sul Tabernacolo dell’altare maggiore, e, infine, i medaglioni in terracotta di Lucio Fontana, dedicati alla “Via Crucis”, visibili nella cripta.

Visitare la chiesa di San Fedele è un’esperienza intensa e straordinaria da fare e rifare più volte a poco a poco, quasi per centellinare i tesori che racchiude.

San Satiro, Santo Stefano e San Sepolcro

Queste tre chiese sono tra le più importanti e famose della nostra città. Le abbiamo accomunate in questo cammino per la presenza di gruppi di statue in grandezza quasi naturale, che rappresentano momenti della Settimana Santa.

A Santo Stefano le statue sono rivolte, come noi che guardiamo, verso il Crocifisso. La scena è molto suggestiva, peccato per la perlinatura alle pareti che toglie un po’ pathos… o è, forse, un ambiente volutamente “qualunque”, con la presenza di Cristo nella nostra quotidiana esistenza?

Nella chiesa di San Satiro, ammaliati dall’illusione bramantesca dell’abside e emozionati dal dipinto miracoloso della Madonna col Bambino, forse non ci soffermiamo abbastanza sul Sacello di San Satiro a sinistra dell’altare, dove è esposto un “Compianto sul Cristo morto” con quattordici figure in terracotta di Agostino Fonduli , artista rinascimentale di grande valore.

In questa chiesa il Cammino Pasquale offre anche momenti di meditazione accompagnati da brani di musica classica. Ecco il programma.

Anche nella millenaria chiesa di San Sepolcro assistiamo a scene della Passione rappresentate da statue secentesche policrome e di forte impatto visivo.

Nella cripta, ora visitabile solo dall’Ambrosiana, si trova il famoso Sepolcro, simile a quello di Gerusalemme, accanto al quale è collocata la statua di San Carlo Borromeo in preghiera.

San Giorgio al Palazzo

Ci spingiamo ora fino in fondo a via Torino per visitare la piccola chiesa di San Giorgio al Palazzo, nell’area dove si trovava il Palazzo Imperiale romano.

Fermiamoci, probabilmente saremo i soli, davanti alla cappella che ospita il “Ciclo della Passione” di Bernardino Luini, capolavoro rinascimentale. I disegni preparatori di quest’opera sono esposti al Louvre, qui abbiamo l’opera originale… Come disse una volta il critico Ph. Daverio “Milano non ha un Louvre, Milano è un Louvre”.

San Tomaso in Terramala

Concludiamo questo incompleto percorso di opere dedicate alla Passione, visitando la chiesa di San Tomaso in Terramala (o Terramara), all’inizio di via Broletto, non lontano da via Dante.

Nella prima cappella a destra troviamo una lastra marmorea con l’impronta del piede di Cristo, il Vestigium Pedis, forse unico a Milano, simbolo del Suo passaggio umano sulla Terra.

Molto c’è da raccontare su questa chiesa dal titolo così insolito e inquietante. Per ora, dopo aver camminato fin qui, godiamoci il bellissimo mosaico sul pavimento che, come un tappeto, ci conduce fino all’altare.

Che la colomba della pace, sempre tanto desiderata e invocata, ci accompagni sempre.

A tutti Buon Cammino…

A presto…

Pasqua tra fede, arte e cultura – San Vito al Pasquirolo

Tempo di Quaresima, di devozione, di riti che fanno parte della nostra memoria e che, forse in parte, oggi sono stati dimenticati…

Iniziamo un breve itinerario pasquale riprendendo una tradizione che si ripeteva ogni Venerdì Santo: la visita a sette chiese per pregare davanti al Sepolcro di Cristo. Queste chiese non saranno inserite in un percorso preciso, ma ciò che le lega è scoprire come diversi artisti (noti o meno conosciuti) abbiano, nel tempo, rappresentato i momenti legati alla Pasqua.

La prima chiesa del nostro cammino (ci renderemo conto di quante chiese ci siano ancora oggi nel centro storico, nucleo della antica Milano) è San Vito al Pasquirolo, il cui nome fa venire in mente la Pasqua. Si trova in un piccolo slargo tra corso Europa e corso Vittorio Emanuele.

Questa chiesetta (citata per la prima volta in un documento del 1145 come Viti Ecclesia in Pascuirolo Portae Horienthalis) probabilmente fu costruita tra le rovine delle Terme Erculee volute dall’Imperatore romano Massimiano e distrutte dal Barbarossa.

Qualche resto lo vediamo ancora oggi in alcune aiuole trasandate davanti alla chiesa, oppure nel sotterraneo del vicino CMC (Centro Culturale di Milano) che, per fortuna, ne ha rispetto.

Non è una chiesa importante, ma iniziamo da qui il nostro percorso per lo strano titolo “Pasquirolo” con il quale è conosciuta, termine evocativo di un’altra tradizione milanese. Infatti “Pasquirolo” era detto colui che si confessava e si comunicava solo a Pasqua. Come i nostri antenati siano arrivati a questo termine dialettale non lo sappiamo proprio. Pascuum, in latino, era il campo, il pascolo. Intorno a San Vito, infatti, si trovavano campi incolti tra le rovine romane, dove pascolavano gli animali.

La chiesetta, nel Seicento, era “ridotta a tale vecchiezza che minacciava rovina imminente” (secondo lo storico milanese Lattuada) tanto che il Cardinale Federico Borromeo la fece rifare in stile barocco con un portale importante arricchito da colonne corinzie, disegnato da Bartolomeo della Rovere, detto Il Genovesino.

Interessanti sono le pareti laterali e il piccolo campanile in mattoni col tetto a capanna, che sembra guardare spaesato l’ambiente intorno.

La nostra chiesetta non ebbe vita facile nel secolo scorso, ma riuscì a sopravvivere prima alle bombe del 1943, che la risparmiarono, poi allo scempio degli Anni Sessanta, con la demolizione di vecchi edifici che la attorniavano e con le nuove costruzioni che diedero a questa zona l’aspetto attuale, peraltro piuttosto brutto.

Quasi un ex-voto per lo scampato pericolo, da parte di San Vito, fu il ritrovamento, negli scavi, del magnifico busto di Ercole, ora esposto al Civico Museo Archeologico, con altri reperti riemersi dai secoli durante i recenti lavori della metropolitana blu.

L’interno della chiesa ha un’unica navata ed è decorata da affreschi dei Fiammenghini, ma una imponente iconostasi, tipica della liturgia ortodossa, modifica l’aspetto tradizionale cui siamo abituati.

Infatti da anni la gesetta del Pasquiroeu continua il suo cammino con i fedeli ortodossi, che l’hanno resa vivace con le icone, i fiori e i colori della loro tradizione.

In fondo l’Editto di Costantino, con il quale si stabiliva la libertà di culto, è stato promulgato proprio a Milano e molte sono le vie che portano alla vetta…

A presto…

Il caffè: una tazzina di storia milanese

Quanta storia si trova in una tazzina di caffè! Una leggenda racconta che furono delle caprette yemenite a “scoprire” per prime le proprietà eccitanti di questa pianta, brucandone le drupe, cioè le bacche.

Le origini del caffè sono comunque incerte (Etiopia, Arabia…) e anche la sua preparazione è stata molto diversa nei secoli e nei luoghi. Anche oggi una tazzina di caffè è differente non solo se bevuta a Napoli, a Istanbul o a New York, ma persino nei bar della stessa città i gusti e le miscele usate non sono uguali. Ecco Starbucks di piazza Cordusio.

In Italia, per quanto riguarda la preparazione del caffè, si è passati dall’infuso, alla caffettiera napoletana, alla moka (messa a punto dalla Bialetti nel 1933), all’espresso (dove c’è un po’ di Milano grazie all’ingegner Luigi Bezzera che, nel 1901, inventò la macchina per prepararlo all’istante), via via fino alle contemporanee capsule.

Anche i consumatori di caffè sono cambiati nei secoli: inizialmente, in Medio Oriente, lo si beveva nelle cerimonie sacre o lo si utilizzava come medicamento contro il morbillo, i calcoli e la tosse, secondo quanto consigliava, nell’ XI secolo, il grande medico arabo Avicenna… proviamoci!

Presto, però, il caffè, il cosiddetto “vino d’Arabia”, divenne una bevanda social. Nacquero, sembra a Costantinopoli, le prime caffetterie.

I commerci portarono via via il caffè anche in Occidente e verso il XVII secolo si aprirono locali in vari paesi come in Francia, con il mitico “Cafè Le Procope” (aperto a Parigi dal siciliano Francesco Procopio dei Coltelli), dove, mentre lo si beveva, circolavano le nuove idee che porteranno all’Illuminismo.

In Italia il caffè si diffuse a partire dal Settecento e fu subito “vera gloria”. A metà secolo il Goldoni descrisse ne “La bottega del caffè” il microcosmo umano che la frequentava. Anche il Piccolo Teatro, durante l’Expo 2015, ha reso omaggio al caffè, fonte di energia, riproponendo questa commedia, sempre attuale.

A Milano i primi “caffè” si diffusero, a partire dal Settecento, dapprima nella zona intorno al Duomo, ben diversa da come la vediamo oggi.

Una “tazza di caffè” ci permette, quindi, di dare un’occhiata al nostro passato prossimo. Le botteghe del caffè erano luoghi eleganti e “colti”. Si beveva caffè, ma si leggevano testi anche stranieri, si intrecciavano idee sulla politica, la cultura, l’attualità, si giocava d’azzardo, nascevano amori e appuntamenti segreti.

Fu proprio tra i tavolini del “Caffè del Greco”, il mitico Demetrio, al Rebecchino (l’isolato alla destra del Duomo) che nel 1764 Pietro Verri fece nascere la rivista “Il Caffè”, con altri intellettuali. Scriveva: “Il caffè risveglia la mente e rallegra l’animo

Tra questi c’era anche Cesare Beccaria, la cui moglie Teresa darà alla luce Giulia (futura madre di Alessandro Manzoni), figlia però di Alessandro Verri (fratello di Pietro) e non del legittimo marito, sul cui cognome (Beccaria … becco) ironizzarono spesso i contemporanei.

Il Settecento e l’Ottocento furono anni formidabili per la nostra città. Alla dominazione spagnola era seguita quella austriaca di Maria Teresa e del figlio Ferdinando; poi ci furono la parentesi napoleonica (alla quale dobbiamo l’attuale facciata del Duomo con la nostra “Statua della Libertà“), il ritorno austriaco, le Cinque Giornate e infine l’Unità d’Italia con Vittorio Emanuele II.

I “caffè” parteciparono a questo fermento politico, sociale e culturale, tanto che si divisero anche per le idee dei frequentatori. C’era il caffè più conservatore (il “Caffè della Cecchina”) e quello più rivoluzionario (il “Caffè della Peppina”). Al “Caffè del Duomo” nel 1847 nacque il manifesto che invitava allo sciopero del fumo contro il monopolio austriaco del tabacco; con i tavolini e gli arredi del “Caffè Martini” si fecero le barricate in piazza della Scala. Fu dunque un periodo di grandi fermenti, tensioni e scontri.

Anche tra i caffè ci furono molte novità: se ne aprirono e se ne chiusero alcuni, altri cambiarono il nome o i proprietari… Milano, per qualcuno, era già una città da bere? Stendhal scriveva: “Una delle cose più gradevoli per me a Milano, è bighellonare di caffè in caffè.

A fine Settecento era intanto nata la Scala e nei caffè accanto si facevano i casting per le opere, si stipulavano contratti, si viveva la musica, magari bevendo la “barbajada“, connubio tra caffè, panna e cioccolata, e si giocava d’azzardo.

Cosa rimane oggi di questi caffè? Certamente il bar “Cova”, già “Caffè del Giardino“, che aveva servito, nell’Ottocento, tanti caffè a Giuseppe Verdi e (alcuni decenni dopo, durante la prima guerra mondiale) molti Martini a Ernest Hemingway.

Nel 1950 il “Cova” si trasferì da piazza della Scala in via Montenapoleone. Qui una tazzina un po’ pettegola ci ha raccontato che questo locale, nella prima metà dell’Ottocento, comperava il latte che la bellissima contessa Giulia Samoyloff aveva utilizzato per il proprio bagno quotidiano. Un domestico lo raccoglieva e sembra che gli speciali “sorbetti alla panna” andassero a ruba tra i nobili maschi milanesi. Solo storie?

Nel giugno del 1874 nacque la Galleria, dopo aver realizzato la nuova piazza del Duomo, demolendo il coperto del Figini e il Rebecchino. La Galleria vide aprire, dopo scandali e mazzette, nuovi locali: “Biffi“, “Savini“, “Grand’Italia” e il mitico “Camparino“, arredato ancora oggi come un tempo.

Intanto Milano cresce, si espande, i caffè escono via via dal centro e diventano veri e propri locali, dove ci si incontra a diverse ore del giorno per colazione, pause, aperitivo, happy hour, spuntino di mezzogiorno. Una curiosità: a Milano il buffet, come ci racconta il Verri, nacque a Palazzo Reale dove, durante un ballo di corte dell’Arciduca Ferdinando, venne allestita “una stanza, ornata elegantemente in figura di bottega di caffè, e ciascuno andava a prendere quel che voleva: dolci, frutti, gelati,… vini”. Era già nata l’apericena!

Ed ora beviamoci insieme una tazzina di caffè.

A presto…