Aspettando Natale: entriamo in Casa Manzoni

A Casa Manzoni, il panettone non mancava mai. Infatti lo si mangiava tutti i giorni, così, almeno, con la seconda moglie Teresa. Ma era veramente sempre Natale in questa famiglia?

 

Siamo andati ad “incontrare” Don Lisander nella sua casa di via Morone 1, dove lo scrittore visse gran parte della sua lunga vita.

 

Alessandro aveva sposato nel 1808 la giovanissima Enrichetta Blondel e in pochi anni erano già nati due figlioletti.

 

La coppia desiderava allargare ancora di più la famiglia e serviva, dunque, una casa adeguata. Lo scrittore aveva quindi acquistato nel 1813 questo palazzetto di tre piani nel centro di Milano, zona VIP, dove abitava l’aristocrazia cittadina.

 

Questa nuova sistemazione soddisfaceva appieno l’onnipresente madre di Alessandro, Giulia Beccaria, che, pur avendolo abbandonato da piccolo per un nuovo amore, Carlo Imbonati, alla morte di questi, lo “ritrovò” vivendo per sempre con lui e la sua famiglia.

 

Scrisse Giulia; “sono contentissima della nuova casa… Ha un aspetto felice sì nell’inverno che nell’estate”. Questa casa aveva anche un bel giardino che ora fa parte delle Gallerie d’Italia.

 

Alla morte del Manzoni, questa casa ebbe qualche cambiamento di proprietà, ma da tempo appartiene al Comune di Milano e ospita il Centro Studi Manzoniani e, dal 1965, il Museo di Casa Manzoni, realizzato dallo Studio de Lucchi.

 

In effetti, andando a visitare questo palazzetto, non entriamo in una casa, ma in un museo, con l’esposizione di oggetti comuni appartenuti allo scrittore, cimeli, quadri, stampe, ed edizioni delle sue opere.

 

Delle dieci sale espositive, solo due conservano un aspetto più domestico: sono la camera da letto al primo piano e lo studio al piano terra. Questo locale, circondato da librerie, è scaldato da un piccolo salotto, da una bella stufa e da un soffitto decorato a cassettoni, appartenuto al precedente proprietario.

 

In una bacheca sono in bella mostra oggetti da scrivania e l’amata tabacchiera.

 

Cogliamo in questo locale due elementi un po’ insoliti che ci aprono un piccolo spiraglio sull’uomo Manzoni. Davanti alla finestra che dà sul giardino, c’è un piccolo tavolino dove Alessandro scrisse parte dei Promessi Sposi; da questo angolino smart working lo scrittore poteva guardare le amate piante o, forse, entrava più luce.

 

Inoltre, nello studio si trova una porta un po’ segreta da dove Alessandro poteva raggiungere, con una scala, direttamente la camera da letto dove trovare un po’ di intimità con la moglie, durante la giornata.

 

Accanto allo studio c’è la stanza dei “giavann” (“stupidotti”, in dialetto milanese) dove Don Lisander incontrava gli amici per chiacchierare; qui visse per qualche tempo anche l’amico fraterno Tommaso Grossi, che fu colui che gli presentò la seconda moglie, Teresa, con la quale, si dice, avesse avuto anche una storia.

 

Al primo piano si trova l’appartamento familiare, nel quale si conserva la camera da letto singola nella quale Manzoni, ormai anziano e vedovo, si spense nel 1873. Questa, purtroppo visibile solo dalla porta, appare piuttosto austera, quasi monacale.

 

Negli altri locali si trovano quadri, cimeli, pubblicazioni delle sue opere (anche in lingue straniere).

 

Peccato che, anche nella sala dove si riuniva la famiglia, non ci sia nulla che richiami un po’ di intimità. Sappiamo da alcuni scritti che spesso Enrichetta qui giocava a mosca cieca con la nidiata di figlioletti, mentre Alessandro e la madre osservavano. Presenti o assenti?

 

Enrichetta scrisse al canonico Tosi: “noi tre siamo perfettamente felici”: lei, la “sposa bambina” che passò la vita tra gravidanze e figlioletti da accudire e morì a 42 anni, proprio il giorno di Natale; Alessandro “con i suoi mali di nervi, le sue angosce nervose più forti che mai” e infine “Madame”, la suocera, piena di acciacchi e definita sempre “la nostra cara madre”.

 

Sappiamo che durante le feste natalizie, e in particolare a Capodanno, a casa Manzoni si mangiava una semplice torta contadina, la “carsenza” di cui Enrichetta, di padre svizzero, era ghiotta. E il panettone? Arriverà con la seconda moglie, la milanese Teresa…

 

A presto…

Buon Halloween 2023

Antiche storie di streghe e fantasmi, delle quali è ricca la nostra città, ci possono tenere compagnia in questa notte di Halloween, magari in attesa della cena in qualche locale.

 

Se invece restiamo a casa, possiamo addobbarla prendendo spunto da qualche bella vetrina.

 

Gli animali, questa notte, potranno parlare. Ma i nostri amici pelosi non lo fanno forse da sempre con noi? Cosa ci direbbero se gli mettessimo un costumino come questi? Grrrr!

 

Ed ora qualche piattino disgustoso e come dessert “dolcetto o scherzetto”.

 

E se, dopo cena, facessimo un piccolo itinerario del terrore? A ciascuno il proprio “spirito guida”. C’è la dolce Carlina, che ci aspetta in Duomo, o l’astuta figlia di Bernabò Visconti in via Santa Radegonda…

 

Se poi andiamo verso il Castello, non dimentichiamoci di salutare la bella Cecilia Gallerani con il suo ermellino… sta aspettando l’amato Ludovico il Moro che fugge a cavallo dal Castello.

 

Sarà forse stato terrorizzato dalle urla dei soldati morenti sotto la Torre del Filarete, colpiti dal Bombarda perchè avevano oltraggiato la sua donna? O avrà visto la Contessa di Challant passeggiare sul rivellino portando tra le mani la propria testa mozzata?

 

Questa notte il portale con l’Aldilà si apre. Non sentite odore di zolfo uscire dalla Colonna del Diavolo? E se vedete passare un carro, non fermatelo, non è per i vivi…

 

Per continuare questa strana movida, si può passare da piazza Vetra per i “fuochi” (… attenzione: sono i roghi delle streghe) o, se volete fare quattro salti, l’appuntamento è in San Bernardino alle Ossa, per una danza che non si potrà dimenticare.

 

Altri fantasmi girano per Milano: in via Bagnera, alla Senavra

 

Carissimi fantasmi, Buon Halloween anche a voi!

A presto…

La Strada delle Abbazie: settima tappa, Morimondo

Queste giornate di autunno che si accenderanno per i colori del foliage, ci invitano a qualche gita fuoriporta, magari per l’ultima tappa della “Strada delle Abbazie“: Morimondo.

 

“…di tutte, quest’ultima è quella che ha conservato la maggior magia agreste, in quanto il suo collocamento nel Parco del Ticino l’ha salvata dalla cementificazione… Questo è un luogo mistico, poetico e magico nel contempo…” (P. Daverio: La buona strada).

 

Oltrepassiamo, dunque, l’antica Porta del Pellegrino per raggiungere l’Abbazia di Morimondo (dedicata, come il Duomo di Milano, a Santa Maria Nascente) con il suo monastero.

 

Venne fondata nella prima metà del 1100 da alcuni monaci cistercensi giunti dal monastero francese di Morimond, del quale restano oggi solo alcune rovine.

 

Interessante è il significato di questo nome. Generalmente lo si fa riferire a “morire al mondo”, cioè “risorgere” per iniziare una nuova vita. C’è chi pensa, però, che voglia dire “rilievo tra le paludi” (dal francese moire mont) perchè i cistercensi erano soliti, per fondare una loro abbazia, scegliere un luogo circondato da terreni da bonificare. Morimondo si trova, in effetti, su un piccolo rilievo tanto che la chiesa è più in alto dei terreni circostanti.

 

L’abbazia è piuttosto grande (metri 66 per 28 circa) ed è stata realizzata coi tipici mattoni rossi lombardi che furono, in parte, forniti, nel corso del tempo, anche dalla secolare Fornace Curti ancora attiva nella nostra città.

 

La facciata, che risale alla fine del Duecento, è piuttosto austera, secondo lo stile cistercense privo di orpelli e decorazioni. Ci sono volutamente alcune imperfezioni (bifore diverse ed asimmetriche, rosone non centrato…) in quanto, per quei monaci, la perfezione poteva appartenere solo a Dio.

 

Dall’esterno possiamo vedere come anche a Morimondo ci sia, al posto del campanile, la torre nolare, tipica delle chiese cistercensi.

 

Anche l’interno, a tre navate, è severo e richiama la semplicità dei monaci secondo quanto voleva San Bernardo: “…non si deve provare più gusto a leggere i marmi che i codici,… nè occupare l’intera giornata ammirando, piuttosto che meditando la Legge di Dio”.

 

Può forse sembrare strano che la semplicità di queste abbazie faccia sentire al visitatore, o al fedele, che si trova di fronte ad una bellezza profondamente diversa, fatta di vuoti e di silenzi delle immagini, che porta al raccoglimento e alla meditazione. Affreschi, immagini, quadri e statue si possono contare sulle dita di una mano.

 

Una bella acquasantiera in pietra di saltrio ci accoglie all’ingresso. In origine si trovava nel chiostro e serviva ai monaci come lavabo per le mani prima di entrare in chiesa o nel refettorio.

 

C’era anche, sopra l’acquasantiera, una bella Madonnina che è stata, ahimè, rubata, ma non dimenticata.

 

Proseguendo verso il transetto guardiamo, dietro l’altare maggiore, il bel coro cinquecentesco in legno di noce, con incisi simboli e immagini sacre.

 

Anche in questa chiesa, di fianco all’altare, c’è una scala che porta al dormitorio dei monaci.

 

Sulla parete accanto ad essa, ecco la Madonna della Buonanotte, che i monaci salutavano andando a dormire. Tiene in braccio il Bambino e, accanto a loro, ci sono San Giovannino, San Bernardo e San Benedetto. L’affresco risale al 1515, realizzato tre anni dopo quello di Bernardino Luini a Chiaravalle. Da notare che l’ambiente sembra dilatarsi alle spalle della Vergine, “bucare” quasi la parete. Il Bramante aveva fatto scuola.

 

Una curiosità a cui non abbiamo saputo trovare risposta. Sempre sulla parete a destra dell’altare troviamo una antica lapide che riguarda un soldato romano della XIII Legione Gemina. Come, quando e perchè è capitata (ed è stata murata!) qui?

 

I monaci, però, non erano dediti solo al lavoro dei campi e alla preghiera, ma erano impegnati anche con lo studio e la stesura di codici miniati. Per visitare questi luoghi di lavoro, cultura e preghiera, accessibili dal chiostro, è necessario prenotare una visita guidata presso l’abbazia.

 

Morimondo non è, però, solo un punto di arrivo, ma può essere, come vedremo presto, un punto di partenza per altri itinerari…

A presto…

Un filo di malinconia alla Chiesa di Sant’Angelo

Sarà questa l’ultima festa della chiesa di Sant’Angelo col mercatino, la benedizione degli animali e l’apertura del chiostro?

 

Speriamo di no, ma molto cambierà per questa chiesa che si trova tra via Moscova e corso di Porta Nuova.

 

Sul suo sagrato, tradizionalmente, si tiene, il lunedì dopo Pasqua, la mostra mercato di fiori, piante e piccoli animali.

 

Mercoledì 4 ottobre, festa di San Francesco, è stato l’ultimo giorno di apertura del convento dei Frati Minori Francescani; c’è il timore che i bei mattoni rossi lombardi possano essere in parte sostituiti dai vetri a specchio di qualche nuovo edificio di oggi.

 

La zona è molto appetibile e le vocazioni poche; inoltre anche le chiese, e i conventi annessi, sono costrette a ridurre gli orari di apertura o addirittura a chiudere i battenti, anzichè lasciare aperte le porte. Siamo perciò venuti qui quasi per un ultimo saluto alla chiesa (che resterà comunque aperta con poche Messe), alla fontana di San Francesco, con le sue tortorelle, e al convento con il bel chiostro, forse animato per l’ultima volta.

 

Due parole sulla chiesa, il convento e la fontana. La chiesa, intitolata a Santa Maria degli Angeli, come quella di Assisi, è nata all’inizio del Quattrocento quando il francescano San Bernardino da Siena, giunse a Milano e tredici giovani vollero seguirlo facendosi frati minori.

 

Le autorità cittadine donarono alla piccola comunità una chiesetta con annessa dimora. Nel corso del secolo successivo, dopo un incendio e grazie alle generose donazioni, venne edificata l’attuale chiesa, una delle poche in stile barocco a Milano, terminata alla fine del Cinquecento. La facciata, invece, fu completata nella prima metà del Seicento.

 

La chiesa ha un’unica, ampia navata con otto cappelle per lato. Ecco alcune notizie sulla sua storia.

 

L’interno, piuttosto buio, presenta dipinti di illustri pittori (Gaudenzio Ferrari, Antonio Campi, il Morazzone, il Fiammenghino, Camillo Procaccini, Bernardino Luini, Simone Peterzano,…); è una vera pinacoteca da conoscere e valorizzare.

 

Il convento attuale venne realizzato da Giovanni Muzio alla fine degli anni Trenta del Novecento.

 

Il chiostro di questo convento conserva le colonne di quello precedente cinquecentesco. Il complesso è stato sede di diverse attività anche sociali, artistiche, culturali e ricreative, come l’auditorio Angelicum, oggi chiuso, o quest’ultimo mercatino.

 

Sul sagrato della chiesa c’è la famosissima e tenera fontana di San Francesco, opera del 1926 realizzata da Giannino Castiglioni, in semplici blocchi di granito anzichè in pregiato marmo, per richiamare l’umiltà del Poverello di Assisi.

 

E’ una delle più amate dai milanesi, con la statua del Santo mentre predica a delle deliziose tortorelle di bronzo, spesso affiancate da veri piccioni. Sul bordo della fontana alcune parole del Cantico delle Creature.

 

Ci stiamo chiedendo in che direzione stia andando la nostra città. Il suo tempo sembra scandito sempre più dalle diverse “settimane” (della Moda, del Design, del Mobile…), la circolazione diventa sempre più difficile mentre l’inquinamento non arretra, le case escludono per i loro prezzi proibitivi, i turisti “mordi e fuggi” sostituiscono gli abitanti dei quartieri, il problema della sicurezza crea ansia e solitudine, la conoscenza di Milano sembra limitarsi sempre più alle zone cult.

 

Anche la scelta di chiudere il convento di Sant’Angelo va in questa direzione? Non lo sappiamo, ma ci ricorderemo questa festa con la malinconia che prende quando si ripongono gli addobbi che ci hanno rallegrato il Natale. Verrà un altro Natale, perchè Milano è in grado di rinascere. Ai frati che lasceranno questo convento un sincero grazie, un affettuoso saluto e, speriamo, un arrivederci…

 

A presto…

Piccolo itinerario del tempo: terza parte (la meridiana del Duomo)

Ancora una volta il Duomo è al centro di una piccola storia di Milano.

 

Avete mai notato quella sottile linea di ottone, incassata nel pavimento, che, appena varcata la soglia, attraversa da destra a sinistra le cinque navate della cattedrale?

 

Se la guardiamo con attenzione, vediamo che sale sulla parete fina circa tre metri di altezza e termina con una formella dove è raffigurato un Capricorno, segno zodiacale in cui cade il solstizio d’inverno.

 

Non solo: accanto alla linea di ottone, che va dalla parete sud (quella verso Palazzo Reale) a quella nord (verso il Motta), appaiono gli altri segni zodiacali. Sacro e profano? Assolutamente no, non sono da considerare segni astrologici, ma astronomici, fatti posare alla fine del Settecento da due religiosi dell’Osservatorio di Brera.

 

Stiamo parlando della meridiana del Duomo, protagonista di questa puntata del nostro itinerario sugli orologi di Milano. Si tratta di un orologio solare che viene da un lontanissimo passato. La utilizzavano già i Caldei, gli Egizi, i Greci,… e ne troviamo esempi anche in tempi più vicini a noi. Ecco, ad esempio, la Casa della Meridiana, di via Marchiondi 3, realizzata a Porta Romana nel 1926 dall’architetto Giuseppe De Finetti, esponente del movimento Novecento.

 

Questo edificio fa parte del patrimonio architettonico della nostra città, è composto da cinque “ville”, diseguali e sovrapposte.

 

Sulla facciata una cornice racchiude una meridiana, realizzata dall’architetto e pittore Luigi Gigiotti Zanini.

 

Ma come funziona, a grandi linee, una meridiana? Un’asta verticale, lo gnomone, con la luce del sole proietta la propria ombra su una sorta di quadrante apposito. A mezzogiorno, quando il sole è a picco, l’ombra è la più corta.

 

Poteva, però, non esserci un “rito ambrosiano” anche per la meridiana del Duomo? Infatti essa è, per così dire, una meridiana al contrario. Non si basa sulle ombre, ma sulla luce del sole che, entrando a mezzogiorno da un foro posto sulla volta della prima campata sud a circa 24 metri di altezza, illumina la striscia di ottone sul pavimento. Un particolare: questa striscia è stata collocata vicino all’entrata del Duomo per non disturbare i riti religiosi. Chapeau!

 

La meridiana del Duomo venne realizzata nel 1786 da due gesuiti, padre Angelo De Cesaris e padre Guido Francesco Reggio, astronomi dell’Osservatorio di Brera, per ordine del Regio Imperiale Governo Austriaco.

 

Firmatario del decreto fu Cesare Beccaria, insigne giurista nonchè nonno materno di Alessandro Manzoni. Perchè questo decreto imperiale? Dal 1° dicembre 1786 venne introdotto, anche in Lombardia, dal governo austriaco il nuovo computo delle ore. Si passò, infatti, dalle “ore italiche”, basate sul tramonto del sole che corrispondeva sempre alle ore 24, al sistema in uso in Europa, secondo il quale si divideva la giornata in due periodi di 12 ore ciascuno (AM e PM) partendo dal mezzogiorno astronomico delle diverse località. Per rendere più facile questa misurazione del tempo, furono poi introdotti i fusi orari.

 

Come sempre alla nuova misurazione del tempo seguirono diverse proteste e lamentele. Giacomo Casanova riporta quelle di una sua cugina di Parma. “…il sole sembra ammattito! Tramonta ogni giorno ad un’ora diversa. Adesso si pranza alle dodici…” Prima, invece, “…al tramonto [cioè sempre alle 24] si recitava l’Angelus e si accendevano i lumi.”.

 

Grazie alla meridiana del Duomo, Milano si adeguò alla nuova misurazione del tempo, unendo, come sempre, novità e tradizione. Dal Duomo, infatti, un incaricato osservava l’arrivo del mezzogiorno sulla meridiana e lo comunicava al Palazzo dei Giureconsulti, da cui partiva un segnale per il Castello. Qui un artigliere sparava un colpo di cannone a salve, che segnalava ai milanesi l’ora del mezzogiorno.

 

A presto…

La Strada delle Abbazie: sesta tappa, Mirasole

Riprendiamo il nostro cammino sulla Strada delle Abbazie, luoghi di fede e di storia che hanno cambiato il volto della nostra Bassa.

Abbiamo suddiviso questo percorso a tappe, una per ogni abbazia, in modo che ciascuno, pellegrino o turista, possa percorrerlo coi tempi e mezzi che preferisce.

Immersi quasi in un tempo a due velocità tra la fretta di oggi e la pace di questi luoghi, si potrà provare meraviglia davanti a questa antica arte minore, diffusa in luoghi che conosciamo ormai diversi, e scoprire simboli e allegorie millenarie in grado di far rivivere, anche oggi, emozioni sopite.

L’Abbazia di Mirasole

La tappa di oggi è l’Abbazia di Mirasole, nel Comune di Opera, a pochi passi da Milano, unico esempio rimasto di grangia fortificata lombarda, protetta all’ingresso da una piccola torre.

 

Ottocento anni di storia

Venne fondata tra il XII e il XIII secolo dall’Ordine degli Umiliati che, con i Cistercensi e i Cluniacensi, costruirono una serie di abbazie a sud di Milano, poco distanti, anche a piedi, le une dalle altre, che formavano quasi una corona nei terreni bonificati dal lavoro dei Monaci.

 

Nel corso dei secoli Mirasole ha incontrato tempeste e rinascite. Da grangia ricchissima (fornì persino gratuitamente legname alla Veneranda Fabbrica del Duomo), andò incontro ad una lenta decadenza quando anche gli Umiliati dovettero fare i conti con le crisi provocate da carestie, epidemie e guerre 

 

I terziari (gli Umiliati furono i primi ad avere laici nel proprio ordine) e i salariati diminuivano sempre più e anche Mirasole fu costretta a dare in affitto i propri terreni a ricchi proprietari terrieri che risiedevano altrove. Così i Trivulzio, nel 1427, giunsero persino ad occupare le terre dell’abbazia con il proprio bestiame, in cambio di un affitto irrisorio. Ecco il Mausoleo della potente famiglia Trivulzio presso la basilica di San Nazaro.

 

Il colpo di grazia a Mirasole avvenne poi nel 1582 quando, a seguito del colpo di archibugio sparato contro l’Arcivescovo Carlo Borromeo da parte di alcuni Umiliati, si arrivò alla soppressione dell’Ordine.

 

Il Cardinale ottenne che tutte le rendite di Mirasole andassero al Collegio Elvetico, fondato per l’istruzione di seminaristi svizzeri, che ebbe poi sede presso il Palazzo del Senato, attualmente Archivio di Stato.

 

Terminò così la vita monastica di Mirasole e tutti gli edifici, tranne la chiesa e il chiostro, furono affittati. Il lungo viaggio di Mirasole, però, non era ancora finito. Nel 1797 Napoleone soppresse il Collegio Elvetico e donò l’Abbazia, con tutte le sue proprietà, all’Ospedale Maggiore di Milano per l’assistenza che aveva dato ai suoi soldati.

 

Era quasi un ritorno al passato da parte del destino. Infatti, nel lontano 1359, Bernabò Visconti aveva donato diverse terre di questa zona agli “ospedali” milanesi del Brolo e di Santa Caterina, “antenati” dell’Ospedale Maggiore – Ca’ Granda.

 

Attualmente Mirasole è ancora di proprietà dell’Ospedale e, ben restaurata, ospita diverse iniziative anche a carattere sociale e ricreativo, oasi anche per un attimo di pausa e di ristoro..

 

La chiesa e il chiostro

La chiesa, inizialmente più piccola, venne ricostruita nel Quattrocento e dedicata alla Vergine Assunta. La sua facciata ha un oculo centrale e, sul lato destro, si trova una formella con un Agnus Dei che richiama la lana per la cui lavorazione gli Umiliati erano celebri.

 

L’interno della chiesa era probabilmente tutto affrescato. Attualmente rimangono i dipinti dell’abside, che raccontano l’Assunzione di Maria in Cielo, accompagnata da angeli musicanti. In basso a sinistra, è dipinto l’abate committente dell’opera.

 

In una piccola cappella a destra si trova una Natività fatta realizzare pochi anni prima della soppressione dell’Ordine. In basso a sinistra appare anche qui il committente, Marco Lanetta, ultimo preposito di Mirasole. Fra coloro che assistono alla sacra scena, in nero, è dipinto il nipote, morto in giovane età, alla cui memoria la cappella era stata dedicata. Quasi un addio dipinto per sempre.

 

Nell’abbazia si poteva trovare ciò che serviva alle necessità spirituali e materiali dei monaci. Molto interessante è anche il chiostro, ricco di simbolismi ormai quasi dimenticati. Questo spazio quadrangolare (il numero quattro è ricco di simbolismi: quattro sono, ad esempio, i punti cardinali, le stagioni, le fasi lunari… ) è chiuso ai lati, ma aperto verso il cielo; non a caso la parola “chiostro” deriva dal latino “claustrum“, ovvero “chiuso”.

 

Anche nel chiostro si trovano diversi elementi simbolici: ogni lato ha sette colonne, sette è un altro numero carico di significati, tra l’altro sette erano i momenti da dedicare alla preghiera secondo la regola di San Benedetto “sette volte al giorno Ti ho lodato”.

 

 

Le colonne sono poste sopra un basamento in muratura che sembra indicasse la pazienza che i monaci dovevano esercitare.

 

Ai lati del giardino centrale ci sono quattro alberi: un fico, un ulivo, una palma e un melograno, carichi di significati che richiamano la passione di Cristo.

 

Diamo anche uno sguardo alla formella che rappresenta due religiosi, un uomo e una donna, di uguali dimensioni. Forse questo indicava il loro uguale valore?

 

Infine soffermiamoci sul simbolo di Mirasole, scolpito sui capitelli angolari dei pilastri del chiostro; purtroppo oggi ne restano solo due. Rappresentano il Sole, simbolo di Cristo, e la Luna, dal volto umano, che viene identificata coma la Chiesa, che vive della luce riflessa di Dio. Ci ha colpito come, accanto al viso della Luna, ci sia una sorta di mezzaluna: in uno dei capitelli si trova a fianco del viso, quasi uno spicchio di Luna crescente; nell’altro è invece sotto il volto.

 

La falce di Luna è un simbolo antichissimo legato a divinità femminili (Diana, Artemide, Astarte, Istar…) e anche la Madonna ha, talvolta, questo simbolo ai suoi piedi.

 

 

Intrigante, vero? L’Abbazia di Mirasole merita senz’altro una visita speciale…

A presto…

Piccolo itinerario del tempo: seconda parte (il segnale di mezzogiorno)

Il nostro piccolo itinerario alla scoperta di alcuni orologi di Milano prosegue alla Veneranda Fabbrica del Duomo, alle spalle della cattedrale.

 

L’istituzione ha origini antichissime. Risale, infatti, al 1387, quando Gian Galeazzo Visconti la volle, con incredibile lungimiranza, per provvedere nel tempo alla costruzione, alla manutenzione, al restauro e ad altre iniziative volte a proteggere e a valorizzare el noster Domm. Simbolo della Veneranda è la Madonna che, col suo mantello, avvolge e protegge il Duomo. Ecco un’antica immagine con la vecchia facciata.

 

Il palazzo, che oggi ospita la Veneranda, venne realizzato a metà Ottocento dall’architetto Carlo Pestagalli al posto delle vecchie costruzioni che costituivano la “cassina”, cioè il cantiere dove lavoravano operai, marmisti, muratori, anche a titolo volontario, tanto era l’onore e il valore di poter partecipare a quest’opera milanese.

 

Nel 1866 sulla sommità di questo palazzo, venne posto un orologio, prima meccanico, poi elettrico, affiancato dalle statue di un uomo (il Sole) e di una donna (la Luna), simboli del giorno e della notte.

 

La nostra cattedrale era al centro di un complicato sistema che segnalava il mezzogiorno, battuto da un vecchio campaniletto provvisorio (non più esistente) posto sulle terrazze del Duomo.

 

Facevano parte di questo curioso “segnale orario” l’Osservatorio di Brera e il Palazzo dei Giureconsulti di piazza Mercanti. Quest’ultimo fu costruito nel 1562 per volere di Papa Pio IV, milanese di nascita, su progetto di Vincenzo Seregni.

 

Al centro della monumentale facciata venne inglobata l’antica Torre Civica, eretta nel 1272 da Napo Torriani, la cui campana segnalava incendi, pericoli e condanne a morte; nel 1411, poi, fu installato sopra la torre un orologio pubblico, fatto collocare dall’allora ingegnere del Duomo, Filippino da Modena.

Ecco come veniva dato, dal XVIII secolo, il segnale di mezzogiorno. Alle 11,57 precise dall’Osservatorio di Brera veniva sventolata una bandiera, il custode della Torre Civica lasciava cadere un palla di ferro dorata lungo l’asta del parafulmine e il campanaro del Duomo, udito il segnale, suonava il mezzogiorno. Ci siamo chiesti il perchè di questo “umano marchingegno”, forse era un modo per sincronizzare gli orologi?

 

Questo artigianale sistema durò fino ai primi del Novecento, quando fu rimpiazzato da una sirena posta sul tetto della Rinascente e collegata elettricamente ad un nuovissimo pendolo di precisione, installato nell’Osservatorio di Brera; era stata voluto da Senatore Borletti, proprietario dei magazzini e anche di una fabbrica di orologi, che desiderava una precisione tutta lombarda.

 

Passeggiando per il centro, possiamo ancora oggi vedere alcuni orologi d’epoca molto stilosi come quello del Passaggio Duomo di Palazzo Carminati. Ha il quadrante bianco e la cassa in ghisa, sopra la quale ci sono gli stemmi della città col Biscione. Un esempio di design industriale.

 

Molto elegante, anche se meno visibile, è quello che si trova all’interno della Galleria, lato Duomo, sotto la volta di vetro, dove c’era anche la “sala degli orologi”, da cui partivano gli impulsi elettrici per tutti gli orologi pubblici della città.

 

 

E che dire delle meridiane, che ci accompagnano fin dal tempo dei Caldei? Ne parleremo presto, partendo, come sempre, dal nostro Duomo.

A presto…

Buon Ferragosto 2023!

Quanti di noi anche oggi, in un momento di pausa estiva, stanno già pensando a domani, al ritorno al lavoro, a fare programmi per il futuro?

 

Milano e la milanesità sono fatte così: guardano avanti, amano consapevolmente il nuovo, il passato è il terreno sul quale crescere e divenire. Con questo spirito, tutto milanese, abbiamo pensato di augurare Buon Ferragosto dalle terrazze del Duomo, la bellissima roccia della nostra città.

 

 

Il nostro sguardo può spaziare a 360°. Vediamo edifici vecchi e altri nuovissimi, monumenti e grattacieli, tetti e torri, tegole e cristalli, la nostra storia e il nostro futuro.

Chi volesse farvi un giro o partecipare ad altre iniziative, può consultare il sito duomomilano.it

Domani si riparte e si ricomincia. A tutti, con amicizia e fiducia, auguriamo

Buon Ferragosto!

A presto…

Piccolo itinerario del Tempo: il primo Orologio di Milano

Mentre contiamo le ore che mancano alle vacanze, iniziamo un insolito, piccolo itinerario attraverso gli orologi pubblici di Milano che hanno scandito il tempo e il ritmo della nostra città.

Qual è stato il primo orologio pubblico? Il primato dovrebbe appartenere a quello posto sul campanile di Sant’Eustorgio nel 1309, collocato sotto la Stella dei Magi, antichi viaggiatori del tempo. Sembra, però, fosse muto perchè i meccanismi erano così fragili che avrebbero potuto deteriorarsi a causa delle vibrazioni provocate dal rintocco delle ore.

 

Galvano Fiamma, il curiosissimo cronista milanese del Trecento, ci informa che i nostri concittadini di allora sentirono per la prima volta battere le ore, nel 1335, dal campanile di San Gottardo in Corte, senza però poter vedere l’orologio dal quale provenivano i rintocchi.

 

Infatti non c’era il quadrante e il meccanismo si limitava a battere le ore. Questo “orologio” fu così importante per la nostra città che ancora oggi la strada dove si trova si chiama Via delle Ore.

 

Dopo quello muto e quello invisibile gli orologi pubblici divennero via via sempre più numerosi e fecero la loro comparsa su altri campanili di chiese e abbazie. Il ritmo della Natura stava cedendo il posto a quello delle attività umane. Bellissimo l’antico quadrante in cotto dell’abbazia di Chiaravalle.

 

Ancora oggi possiamo guardare i bei quadranti su diversi campanili, magari scanditi dai rintocchi delle campane. Sappiamo ancora ascoltarle o preferiamo il segnale di un cellulare?

 

Una curiosità: la chiesa di Sant’Alessandro di orologi ne ha ben due, uno però è solo dipinto.

 

E il nostro Duomo? Non ha un campanile sul quale poter porre un orologio, ma guglie arditissime, capolavori senza tempo.

 

Dietro la sua abside, però, il palazzo della Veneranda Fabbrica ha un orologio bellissimo, con le statue del Giorno e della Notte.

 

Che dire poi della meridiana che si trova all’interno della nostra Cattedrale? Vedremo questa e altri orologi in un prossimo, piccolo itinerario per vedere, attraverso diverse curiosità, come la misurazione del tempo sia cambiata durante i secoli anche nella nostra città.

A presto

La Strada delle Abbazie: quinta tappa, Calvenzano

Questa Abbazia, poco lontano dall’ospedale di Vizzolo Predabissi, è un “dono” di Italia Nostra e del Rotary Club che ne hanno fermamente voluto – e realizzato – il suo ritorno al bene culturale comune.

 

Abbiamo ritrovato questo vecchio articolo del Corriere della Sera (1972) in cui si parlava del gravissimo stato di degrado di Santa Maria di Calvenzano. Lo proponiamo come un “techetechete” e un bell’esempio di recupero architettonico da parte di privati.

 

Oggi l’abbazia è stata ben restaurata e fa memoria di antiche storie. Si trova lungo la strada Pandina (forse di origine romana?) che venne fatta costruire da Bernabò Visconti per collegare con un rettilineo i suoi castelli di Melegnano e Pandino e per compiere quelle scorribande di “caccia”, che lo fecero ricordare come una sorta di “padre” dell’Oltrepò (infatti un vecchio detto affermava “di qua, di là dal Po, son tutti figli di Bernabò”).

 

 

La storia ci racconta anche che in questa zona, in agro Calventiano, sorgeva una cella memoriae che divenne forse la chiesa presso il cui battistero fu incarcerato, nella prima metà del 500 d.C., Severino Boezio. Accusato di alto tradimento da Teodorico, Re degli Ostrogoti, durante la prigionia trovò conforto scrivendo il ponderoso tomo “De Consolatione Philosophiae”.

 

Sulla fiancata della attuale chiesa (che in realtà a quel tempo non esisteva ancora) una lapide riporta che qui avvenne l’esecuzione del filosofo.

 

Questa ingiusta sentenza di morte, secondo varie leggende, ricadde su Teodorico stesso. Una di queste, infatti, racconta che il Re morì durante un banchetto atterrito dagli occhi sporgenti di un pesce che gli ricordavano quelli delle sue vittime; altre leggende narrano che venne rapito da un cavallo nero che attraversò tutta l’Italia in un galoppo sfrenato e, dopo aver saltato con un sol balzo lo stretto di Messina, scaraventò il Re nel cratere dell’Etna, direttamente all’Inferno.

 

Vecchie storie prive di fondamento? Certamente, come quella di una leggenda pavese che invita a non vagabondare in questa zona dove si aggirerebbe ancora oggi il fantasma senza testa di Severino Boezio. Noi, comunque, vi abbiamo avvertito…

 

Queste le fosche leggende che aleggiano intorno all’abbazia di Calvenzano. La Storia riporta che il terreno dove sorge la chiesa venne donato alla fine dell’Anno Mille (1090, o forse, 1093) da tre ricchi possidenti di Marignano (antico nome di Melegnano) ai monaci dell’Abbazia di Cluny, un ordine di origine francese fondato da San Bernone.

 

Questi monaci erano dediti alla preghiera, allo studio e al silenzio. Le abbazie cluniacensi erano collegate tra loro in Priorati e questo consentiva un più ampio scambio culturale. I monaci non si dedicavano al lavoro dei campi, ma alla studio e alla trascrizione di testi antichi, anche profani o di altre religioni. A loro si deve la traduzione in latino, per confutarlo, del Corano. Questo non ci ricorda forse l’ambiente del monastero dove si svolge “Il nome della rosa”?

 

Un particolare distingue subito queste abbazie da quelle cistercensi: in esse non c’è la scala che conduce direttamente dalla chiesa alle camere comuni. Infatti i cluniacensi erano monaci più “solitari” e avevano celle singole nell’adiacente monastero. Erano forse meno legati al territorio; certamente, però, attorno all’abbazia sorgevano le cascine dove lavoravano i contadini.

 

Anche questa abbazia, intitolata a Santa Maria Assunta, è fatta dei tradizionali mattoni rossi tipici del nostro territorio. Qui, però, all’interno e all’esterno, sono messi a spina di pesce con aggiunta di pietre riciclate provenienti da chissà dove.

 

All’abbazia si accede da un bel portone sopra il quale ci sono sculture di scuola comasca risalenti al XII secolo.

Si tratta di un ciclo scultoreo insolito e molto interessante con episodi dell’infanzia di Gesù.

 

La chiesa è suddivisa in tre navate, due delle quali più basse, come si vede anche dalla facciata.

 

La ricca decorazione di affreschi è andata quasi totalmente perduta. Resta il bellissimo dipinto sopra l’altare maggiore, con l’Incoronazione della Vergine, attribuita allo stesso autore che lavorò anche a Viboldone, forse il fiorentino Giusto de’ Menabuoi, allievo di Giotto. Piccola riprova dei legami fra le diverse abbazie, anche di Ordini diversi.

 

Anche Santa Maria di Calvenzano, come le altre abbazie della Strada che stiamo percorrendo, è un luogo nel quale si può “scavare” non solo per riportare alla luce intriganti storie un po’ dimenticate, ma anche per conoscere luoghi, forse inconsueti, che fanno parte della nostra cultura e che hanno contribuito a forgiare noi e il nostro territorio.

A presto…