Sant’Antonino in Segnàno, un piccolo gioiello di periferia

La chiesetta di Sant’Antonino in Segnàno, periferia Nord-Est di Milano, tra Greco e Bicocca, come un albero secolare testardo ha affondato le sue radici intorno all’Anno Mille nei campi di allora, ed è giunta fino a noi, un po’ sconosciuta e trascurata, sovrastata da condomini all’angolo tra le vie Comune Antico e Roberto Cozzi.

 

I primi documenti ufficiali che la riguardano risalgono alla fine dell’Anno Mille, quando venne citata tra i beni del monastero di San Simpliciano, una delle quattro basiliche volute da Sant’Ambrogio fuori le mura cittadine.

 

Sant’Antonino fu fondata dai monaci cluniacensi, come anche Santa Maria di Calvenzano vicino a Vizzolo Predabissi, lungo la Strada delle Abbazie.

 

La nostra chiesetta venne poi ricostruita nel 1517, probabilmente sullo stesso luogo e con le medesime dimensioni, dai monaci cassinensi, come è indicato nella piccola targa sulla facciata. Ha un tetto a capanna e, tutta intonacata di grigio, ha un aspetto piuttosto modesto. Si scorgono ancora sulla facciata confuse tracce di affreschi e una piccola greca in gesso rosso che vuole riprendere lo stile romanico lombardo.

 

Un piccolo campanile a vela con una campanella datata 1615, si stacca come un ramo in cerca di spazio sul retro della chiesetta.

 

Entriamo dall’unico portoncino di legno: subito notiamo il contrasto tra la navata riccamente affrescata e l’abside semicircolare (aggiunta nel 1965), tutta dipinta di bianco. Due affreschi, rimossi a strappo dalla navata, interrompono il suo candore: sono Sant’Antonino, vescovo milanese del VII secolo, e il Beato Ludovico Barbo, che scrisse la Regola della congregazione cassinense. Al centro un Crocifisso ligneo della Val Gardena. Un arcone, che un tempo era la parete di fondo della chiesetta, suddivide ora visivamente abside e navata. Due angeli sollevano drappi rossi e mettono in risalto il piccolo altare in legno e cristallo.

 

L’idea dell’albero torna dunque in questo bellissimo altare ricavato da un tronco di ulivo dallo scultore contemporaneo Carlo Natale Basilico, autore anche del leggio ligneo. Nel basamento dell’altare è rappresentata la Creazione di Adamo ed Eva, con le mani protese verso quelle creatrici divine. Una curiosità: le mani di Dio sono una maschile e una femminile.

 

Dall’altare guardiamo la navata, sormontata da un soffitto a cassettoni dipinto. Sopra la porta d’ingresso si trova lo stemma della basilica di San Simpliciano, che era la “proprietaria” di questa chiesetta.

 

Sulle pareti lunghe notiamo due grandi affreschi secenteschi, purtroppo piuttosto deteriorati, attribuiti al Fiammenghino; in alto corre un lungo “bordo” sul quale sono dipinti, come in un racconto, i simboli della Passione (il gallo, l’orecchio mozzato, il Calice, la Tunica con i dadi, il velo della Veronica, dove è raffigurato un realistico volto di Cristo…).

 

Sulla parete di destra, guardando verso l’altare, è affrescata una “Contemplazione della Vergine col Bambino” da parte di alcuni Santi Vescovi, le cui reliquie furono traslate nel 1582 da San Carlo Borromeo nella basilica di San Simpliciano. Tra questi spicca la figura di Sant’Antonino, che reca la palma del martirio per la sua lotta contro l’eresia ariana al tempo dei Longobardi.

 

Se guardiamo con attenzione, al centro del dipinto, sotto la nuvola, viene ripreso un particolare della basilica di corso Garibaldi, che sottolinea ancora una volta il legame tra le due chiese.

 

Sulla parete di fronte alla “Contemplazione”, di spirito prettamente religioso, si trova, invece, un dipinto che celebra anche valori civili come la lotta per la libertà. Viene infatti raffigurata la Battaglia di Legnano combattuta nel 1176 tra la Lega Lombarda e il Barbarossa. Una piccola curiosità: nel ” Canto degli Italiani” si trovano questi versi “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano“, unica città, oltre a Roma, citata come esempio della lotta per l’indipendenza nel nostro Inno nazionale.

 

Si è molto discusso se questo affresco rappresenti invece la battaglia della Bicocca degli Arcimboldi, combattuta qui vicino nel 1522, tra le truppe imperiali di Carlo V e quelle francesi di Francesco II. Noi pensiamo di no sia per l’assoluta mancanza nel dipinto di armi da fuoco, sia per la presenza del Carroccio, il leggendario carro, simbolo della autonomia comunale, sormontato dal gonfalone milanese e da un Crocifisso.

 

Molto interessante, sulla destra dell’affresco, in basso, la figura di un cavaliere che viene disarcionato dal proprio cavallo morente, come la leggenda narra sia accaduto al Barbarossa durante la battaglia.

 

Infine c’è un altro particolare molto intrigante: tre colombe bianche volano intorno al Carroccio. Secondo la tradizione si sarebbero levate in volo dal sepolcro dei tre Martiri dell’Anaunia di San Simpliciano, proprio il 29 maggio, giorno della battaglia e anche giorno dedicato ai tre Santi Martiri. Lo racconta Galvano Fiamma, cronista milanese del Trecento, 150 anni dopo la battaglia…

 

La lunga e dettagliata descrizione di questa chiesetta, pressochè sconosciuta, è un invito a considerare come Milano sia bella e interessante anche fuori dal centro e come ci sarebbe veramente tanto da vedere per conoscerne l’identità storica e culturale. Attualmente Sant’Antonino è quasi sempre chiusa. Quando si potrà visitare liberamente questo piccolo patrimonio della nostra città e vederlo restaurato? Speriamo di aver dato un piccolo contributo per portare l’attenzione di più persone su questo piccolo gioiello di periferia.

A presto…

Il cuore nascosto di porta Venezia

Milano ha ancora un cuore? La nostra città lo ha sempre avuto persino nei modi di dire (Milan g’ha el coeur in man) e nella sua forma.

 

E oggi? A volte il suo cuore sembra un po’ stanco e affannato per le insicurezze, le difficoltà e i cambiamenti di questi tempi. Noi, però, crediamo che ci sia sempre. Siamo andati a cercarlo e lo abbiamo trovato nei sorrisi e nei gesti gentili delle persone, nelle tante iniziative del Bene e, inaspettatamente, in un casello del dazio di Porta Venezia.

 

Infatti, nel casello di sinistra per chi guarda da corso Buenos Aires, in una piccola nicchia, a neanche un metro da terra, c’è un piccolo cuore, fotocopia in 3D di modello anatomico realizzato da un autore contemporaneo.

 

Non è facile trovarlo tutto scuro, quasi voglia passare inosservato, senza troppo apparire, come il Bene. Non si deve cercarlo in alto, tra le statue allegoriche e i bassorilievi che raccontano la storia di Milano, ma di fronte ad un semaforo, in un angolo di traffico e di polemiche.

 

Questi caselli del dazio hanno un passato illustre. Ne parla anche il Manzoni nei “Promessi Sposi” quando Renzo entra in Milano proprio da qui. Allora consistevano “in due pilastri con sopra una tettoia per riparare i battenti e da una parte una casupola per i gabellini”.

 

Da qui “entrò” anche la peste con quel “fante sciagurato e portatore di sventure”… Sempre da qui uscivano anche i carri degli appestati diretti al Lazzaretto, fuori le mura e poco lontano.

 

Un altro angolo da non perdere accanto ai caselli è Palazzo Luraschi, in corso Buenos Aires 1, ricco di curiosità. Fu il primo edificio di questa zona a superare il limite d’altezza di tre piani, previsto per permettere di vedere la Grigna e il Resegone.

 

Nel cortile ci sono medaglioni in terracotta con i volti dei personaggi del romanzo manzoniano e alcune colonne provenienti proprio dal Lazzaretto e salvate dalla distruzione dal costruttore del palazzo.

 

Nel corso degli anni, via via, si sentì l’esigenza di rendere i nostri caselli belli e importanti, più adeguati alla zona di corso Venezia, ricca di palazzi signorili, di carrozze e di bella gente.

 

Furono perciò realizzati quelli attuali nella prima metà dell’Ottocento. Da qui entrò in città anche l’Imperatore Francesco Giuseppe, con Sissi. Da notare il baldacchino posticcio che unisce i caselli.

 

Nel tempo questa “porta” cambiò diverse volte anche il nome: da “Argentea” all’epoca romana, storpiato in “Renza”, a “Orientale”. I caselli presero poi il nome definitivo di Porta Venezia, perchè, dopo l’Unità d’Italia, erano rivolti verso la città lagunare, ancora da liberare. Una curiosità: la piazza dove si aprono è dedicata a Guglielmo Oberdan, patriota giustiziato degli austriaci.

 

C’è molta storia in questo angolo di Milano; ora mostre d’arte ed eventi come il Fuorisalone passano da qui.

 

Chiudiamo con un’altra curiosità: una piccola targa su Palazzo Bovara (corso Venezia 51) riporta una frase di Stendhal, lo scrittore francese innamorato della nostra città. “Sur le cours de cette Porte Orientale…/s’est posée l’aurore da ma vie”. Che sia d’augurio per tutti coloro che andranno a visitare il cuore nascosto nel casello di Porta Venezia.

 

 

A presto…

Un luogo da scoprire, il Museo delle Forchette

Se, al ritorno dalle vacanze, ci siamo ritrovati qualche chilo in più, c’è un rimedio veramente infallibile, piacevole e curioso: visitare il Museo delle Forchette, dove si guarda e non si mangia.

 

Questo museo/laboratorio, aperto dal martedì al sabato dalle 9 alle 19 e completamente gratuito, si trova in via Bergognone 3 (zona Tortona) e lo si raggiunge facilmente seguendo le forchette dipinte sul pavimento dell’edificio, un po’ come un goloso Pollicino.

 

E’ unico nel suo genere: le forchette non sono gli “strumenti” per gustare prelibatezze o arrotolare succulenti spaghetti, ma sono esse stesse lo “spettacolo” diventando piccole, impensabili opere d’arte.

 

Creatore e titolare di questo atelier artigianale è Giovanni Scafuro, napoletano di origine e milanese di adozione. Cresciuto nelle botteghe della sua città, ha dato vita, nella nostra, a questo spazio dal sapore un po’ bohemienne e pieno di fantasia e creatività.

 

Siamo nel regno del recupero e del riciclo creativo, nel quale un oggetto comune, come una posata, cambia forma e funzione, diventando gioiello, piccola scultura, altro.

Cambiare vita si può, sembrano suggerire queste creazioni, restando un po’ se stessi e diventando nel contempo qualcosa di nuovo e di diverso.

 

Non è un museo nel senso più classico, non sono esposti pezzi storici di particolare valore. Ci sono oggetti venduti a poco prezzo e altri molto più costosi, trasformati attraverso sperimentazione, abilità e creatività artistica.

 

In questo laboratorio si tengono anche cene/aperitivi con chef esterni, che preparano pietanze specifiche, perfette per essere gustate (o meno) con una forchetta spezzata, con uno snodo al centro, un cucchiaio tutto forellato (chiamato “A chi non piace il brodo”), un pennino “da caffè” per una dedica sul dolce. E’ da provare!

 

 

A presto…

Passeggiando al Parco Formentano

Iniziamo questo mese di settembre con una passeggiata al Parco Formentano, per goderci un angolo verde in pieno centro città e poter guardare anche le “opere d’arte” legate alla storia di Milano che vi si trovano.

 

Questo parco, situato tra viale Umbria e corso XXII marzo, è un grande polmone verde tra due vie molto trafficate in un quartiere interessante e vivace. Nelle vicinanze si possono visitare la bella chiesa di Santa Maria del Suffragio, il goloso mercato comunale coperto, l’antica Senavra e, in particolare, le coloratissime villette di via Lincoln.

 

Conosciuto anche come giardino di Largo Marinai d’Italia, è stato poi dedicato nel 1987 a Vittorio Formentano, il medico fondatore dell’AVIS, l’associazione dei volontari del sangue. Questo parco, pensato e progettato dall’architetto Luigi Caccia Dominioni e poi modificato, ci racconta storie della nostra città fatte di lavoro, sacrificio e solidarietà; vi si trovano infatti la Palazzina Liberty, la grande fontana dedicata, in una città senza il mare, ai Marinai d’Italia e il monumento ai Donatori di sangue.

 

Cuore di questo parco è la Palazzina Liberty dove commercianti e coltivatori di frutta e verdura si ritrovavano, all’inizio del Novecento, per contrattare le merci e ristorarsi, dopo che il vecchio mercato del Verziere si era trasferito in questo spazio di oltre 70.000 mq. Ecco una vecchia foto del 1911 dall’archivio ACAdeMI.

 

La palazzina, progettata dall’architetto Migliorini, risale al 1908, nel periodo Liberty milanese. Nel corso degli anni, trasferito poi il mercato ortofrutticolo in via Lombroso, ha avuto diverse vite, fino a diventare il laboratorio teatrale di Dario Fo e Franca Rame, ai quali è dedicata.

 

Purtroppo le belle decorazioni Liberty della facciata sono piuttosto trascurate e questo edificio meriterebbe una maggiore attenzione per la sua bellezza e il suo passato di lavoro e cultura milanese.

 

Intorno ad essa, nel parco, ci sono bei prati, campi gioco, anche per bambini disabili, panchine e le classiche “vedovelle” dove dissetarsi.

 

A ricordare il vecchio nome di Largo Marinai d’Italia, c’è l’imponente fontana con il monumento in bronzo all’Onda Vittoria, alta sette metri, e molti elementi che richiamano i moli dei porti. Progettata nel 1967 dall’architetto Francesco Somaini non passa inosservata e con i suoi zampilli diventa uno spazio più fresco in queste calde giornate.

 

In questo parco, infine, si trova quella che, secondo noi, è una delle più belle statue contemporanee della nostra città, dedicata ai Donatori dell’AVIS, associazione nata a Milano nel 1927.

 

Un giovane ematologo, che lavorava nella nostra città, Vittorio Formentano, era stato colpito dalla morte di una giovane madre per emorragia post-partum per la quale non era stato possibile al momento trovare donatori compatibili. Grazie alla volontà e alla determinazione del giovane medico, nacque così l’AVIS per la raccolta e la donazione di sangue in modo volontario, anonimo e gratuito, senza pregiudizi ideologici e discriminazioni. La statua, in bronzo, della scultrice ungherese Eva Olah Arrè, rappresenta l’abbraccio tra un uomo e una donna, stretti in un gesto di solidarietà e di aiuto nelle difficoltà.

A presto…

La mostra di Dolce & Gabbana a Palazzo Reale

Spettacolare! Abbiamo visitato di recente “Dal Cuore alle Mani”, la mostra a Palazzo Reale dedicata alla creatività di Dolce & Gabbana, i due stilisti nati artisticamente a Milano e che ora partecipano ad alcuni restauri di questo edificio storico. Ve ne diamo un piccolo assaggio come invito per andare a visitarla prima della sua chiusura, prorogata, visto il grandissimo successo, fino al 4 agosto.

 

Dal Cuore nascono le idee e la passione per il proprio lavoro; le Mani sono lo strumento con cui prendono forma e si realizzano abiti che sono vere e proprie opere d’arte.

 

Questa mostra, che tra poco girerà il mondo, è un omaggio all’Italia, alla sua cultura, alle sue tradizioni e alle sue eccellenze, anche nel campo della moda e dell’alto artigianato tessile.

 

I costumi esposti, suddivisi in diverse sezioni, ci parlano di arte, di teatro, di musica, interpretati dalla creatività dei due stilisti; in questo percorso sono presenti anche installazioni immersive e coinvolgenti e diverse opere d’arte digitali.

 

Una sezione della mostra è dedicata alla Sicilia, terra natale sempre presente nel cuore di Dolce & Gabbana. Accanto all’indimenticabile atmosfera del Gattopardo, c’è tutto il colore e il folklore dell’isola.

 

Tutte le creazioni presenti sono realizzate da maestri artigiani: modelli, drappeggi, pizzi, passamanerie ci vengono offerti anche durante la lavorazione. Il giovedì e il venerdì pomeriggio, dalle 16 alle 18, sono infatti presenti anche i sarti della maison.

 

In questa mostra c’è spazio anche per il futuro con l’immagine di un robot accanto a una dolce damigella del passato… Il presente siamo noi, qui e ora, che vediamo quanta bellezza possa nascere dal Cuore e dalle Mani.

A presto…

Swarovski fa scintillare Palazzo Citterio

Palazzo Citterio, splendido edificio storico nel cuore di Brera, non avrebbe potuto avere un’anteprima di apertura più scintillante di questa: ospitare la mostra “Masters of Light”, organizzata da Swarovski per celebrare i quasi 130 anni del brand.

 

Questo palazzo del Diciottesimo secolo venne acquistato dallo Stato nel 1972 per ospitare l’esposizione di arte moderna della vicina Pinacoteca di Brera, ma diverse lungaggini lo hanno finora ritardato. Ora, fresco di restauro, in attesa dell’inaugurazione ufficiale prevista per il giorno di Sant’Ambrogio, offre la sua location, ricca di fascino e di classe, per mettere in luce la creatività e “saper fare” della Maison austriaca dei cristalli.

 

Una sala ricostruisce la storia della famiglia Swarovski che, con Daniel, portò la lavorazione del cristallo di Boemia ai massimi splendori anche con innovazioni tecniche.

 

Nel corso di oltre un secolo, la Maison ha collaborato con l’alta moda, lo spettacolo e il cinema.

 

Swarovski ha vestito di luce le più grandi attrici di ieri e di oggi. Come non ricordare l’abito della splendida Marilyn per il compleanno di JFK? La sua immagine resta, indimenticabile, nella storia del secolo scorso.

 

In questa mostra sono esposti alcuni abiti indossati da iconiche star impreziositi da cristalli luminosi come pietre preziose.

 

Anche gli accessori, creati da famose case di alta moda, brillano e fanno spettacolo.

 

Alcuni sembrano usciti da un libro di fiabe… e lo sono! Ecco le scarpette di cristallo create per la Cenerentola Disney del 2015 e quelle rosse, irresistibili, indossate nel “Mago di Oz”.

 

In un bel salone che presto ospiterà opere d’arte moderna, troviamo una creazione dove piovono cristalli come gocce di pioggia, quasi a celebrare la preziosità dell’acqua. Spettacolare!

 

La Swarovski crea anche gioielli con cristalli colorati, trattati come pietre preziose, quasi un mondo magico tutto luccicante.

 

Infine, entrando nel bel giardino di Palazzo Citterio, tra alberi secolari e piccoli pappagalli nascosti tra le fronde, possiamo fermarci tra i tavolini e i colorati salotti del Temporary Cafè di Carlo Cracco, gustando qualche specialità dolce o salata oppure regalandoci un buon caffè… Ed è subito vacanza!

 

Questa mostra è aperta fino al 14 luglio con ingresso gratuito (cosa rara di questi tempi!) su prenotazione. Non manchiamo!

A presto…

Fuorisalone 2024 tra piante e fiori

Milano sboccia con il Fuorisalone. Edifici storici fanno da cornice a installazioni d’autore e sembrano attraversati da una ventata di novità.

 

Come fiori recisi, alcuni luoghi, in piena fioritura nelle precedenti edizioni, ora sono un po’ appassiti o trasformati; altri, invece, entrano in questa kermesse facendo anche conoscere angoli meno noti della nostra città del secolo scorso, talora un po’ in disparte e a volte dimenticati.

 

Come api di uno sciame ci spostiamo da un luogo all’altro, da un distretto all’altro, alla ricerca di qualche “fiore” su cui posare lo sguardo. Alla Rotonda della Besana anche la Lego gioca con la natura e crea insoliti fiori.

 

Per questo Fuorisalone abbiamo scelto di guardare soprattutto le piante e i fiori che spesso accompagnano le diverse installazioni.

 

Iniziamo questo viaggio nel verde da piazza Duomo con l’Oasi Zegna inaugurata proprio per questa Design Week. Le aiuole, ancora un po’ spoglie, sono composte da piante di canfora, rododendri e piccoli fiori caratteristici dell’omonimo parco naturale delle Alpi biellesi.

 

Queste piante hanno sostituito, dopo un concorso, palme e banani che avevano fatto tanto discutere, ma che si erano, infine, bene integrati nel nuovo habitat. Si dice che verranno ripiantati altrove… Siamo sicuri sia un buon messaggio cambiare le piante dopo qualche anno, all’arrivo di un nuovo sponsor? Rispetto per l’ambiente o per il business?

 

Ben altri messaggi sono quelli di Città Miniera di Solferino 28, dove gli edifici sperimentali sono costruiti con cassette di legno e le piante viste come una risorsa per l’ambiente.

 

Scrive un vivaista che ha curato questo progetto: “Le piante hanno la capacità di adattarsi e di utilizzare un limitato quantitativo di risorse… In cambio assorbono anidride carbonica e donano ossigeno… Fissano le polveri sottili e regalano ombra e oasi di tranquillità”. Chi non vorrebbe riposare un po’ su questa panchina del giardino di Palazzo Reale?

 

Ai Giardini Cederna, davanti all’Università Statale, ci sono alcuni alberi coi tronchi vestiti a festa per sostenere la piantumazione a favore di comunità contadine.

 

Anche quest’anno molta attenzione è stata riservata alla sostenibilità ambientale come l’utilizzo di materiale di origine vegetale, come questi mattoni di canapa

 

E se la natura abbatte le piante? Ecco qualche esempio di riciclo creativo, come questi originali totem, esposti in piazza San Fedele, e realizzati, dopo il nubifragio del luglio scorso, col legno di alcuni degli alberi sradicati.

 

Infine, una miscellanea di immagini, non solo di piante e fiori, che abbiamo colto qua e là.

 

Per i romantici che hanno nostalgia della nebbia lombarda, chiudiamo con questa installazione tra acqua e nebbiolina, realizzata da Amazon all’Università Statale.

A presto…

Pasqua d’autore al Museo Diocesano

Quest’anno il Museo Diocesano, in occasione della Pasqua, propone come spunto di riflessione il “Compianto sul Cristo morto” di Giovanni Bellini, opera proveniente dai Musei Vaticani.

 

Questo dipinto venne realizzato verso il 1475 nell’officina veneziana dell’artista per l’altare maggiore della chiesa di San Francesco a Pesaro. L’opera era la cimasa di un altro più grande quadro dello stesso autore, “l’Incoronazione della Vergine”, dello stesso autore, che oggi si trova nel Museo Civico della città marchigiana. Ecco la ricostruzione allestita al Diocesano.

 

La Pala del Compianto non è molto grande (misura circa 1 metro per 85 centimetri) e rappresenta il momento in cui il Corpo di Cristo viene cosparso di unguenti prima di essere deposto nel Sepolcro.

 

La scena si svolge all’aperto sotto un cielo azzurro, quasi simbolo di speranza fra tanto dolore.

 

Intorno al Cristo ci sono Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e una giovane e bellissima Maddalena. I loro volti sono assorti e composti, gli occhi socchiusi come se tutte le lacrime ormai fossero state versate e il dolore si rivelasse ora in un gesto di amore e di estrema pietà.

 

Sappiamo dai Vangeli che Giuseppe d’Arimatea era andato da Pilato per chiedere il Corpo da deporre nel sepolcro. In questo dipinto è lui, vestito con un ricco abito rosso, che sorregge Gesù, quasi appoggiandolo al proprio corpo, tanto che il suo volto rimane seminascosto e le loro barbe sembrano confondersi.

 

Nicodemo, la figura più alta nella scena, tiene in mano un prezioso vasetto di “mirra e aloe”, balsami con i quali la Maddalena sta ungendo le ferite di Gesù. Il volto dell’uomo esprime un profondo senso di meditazione e quasi di attesa.

 

Al centro di tutta la scena ci sono il Cristo e la Maddalena. La figura di Gesù è quasi seduta, con le gambe avvolte da un lenzuolo bianco. Sul costato spicca la ferita che sembra ancora aperta.

 

La Maddalena, accanto a Lui, tiene tra le sue la mano sinistra di Gesù, in uno struggente, dolcissimo intreccio, quasi per ricevere e offrire amore e conforto.

 

Questa immagine delle mani, così ricca di pathos ci ha fatto pensare a quelle dipinte da Leonardo nell’Ultima Cena, alle diverse emozioni e al groviglio di sentimenti (rabbia, stupore, accettazione…) che riescono ad esprimere. Ne riparleremo presto.

 

In questa Pala, invece, il Sacrificio si è ormai compiuto; questo è il tempo della pietà, del Compianto (piangere insieme), dell’estremo saluto con un gesto di amore e di speranza che va oltre la morte.

 

A tutti un affettuoso augurio per una Pasqua serena.

A presto…

La storica cartoleria dei Fratelli Bonvini

 

Il Corriere della Sera ha proposto di dedicare il mese di marzo alla poesia.

 

Questa iniziativa ci piace molto. I nostri tempi hanno bisogno di umanità e di poesia oggi e anche quando si pensa al futuro. Abbiamo quindi pensato di dedicare questa pagina del nostro blog ad una milanese DOC, Leila Bonvini, che è stata titolare di una storica cartoleria e autrice di poesie in dialetto milanese. Si parlerà di lei e di poesia al femminile il 15 marzo nella storica bottega di via Tagliamento 1, che Leila ha portato avanti per molti anni con il marito, Luigi Cambieri.

 

Questa cartoleria è stata fondata nel 1909 dai fratelli Bonvini, Costante e Luigia, in una zona tutta in divenire, tra il canale Redefossi, lo scalo Romana, capannoni, botteghe artigianali e tanto spazio dove costruire case.

 

L’imponente chiesa di San Luigi era terminata da pochi anni e il suo alto campanile scandiva le ore di vita e di lavoro degli abitanti di questo quartiere.

 

Ora la zona è molto cambiata. Il Redefossi scorre sotto la linea gialla della metropolitana, lo scalo Romana sta diventando il Villaggio Olimpico per le prossime Olimpiadi Invernali del 2026, i capannoni e lo spazio libero di un tempo sono stati trasformati in case e supermercati, la piazzetta davanti alla chiesa da parcheggio è diventata una graziosa isola pedonale.

 

In questo continuo cambiamento, solida e rassicurante, la cartoleria Bonvini è rimasta immutata, uguale a com’era oltre cent’anni fa, quasi radice di un albero secolare da cui spuntano sempre nuovi germogli.

 

Entriamo in questa storica bottega, che compare anche nelle guide turistiche della nostra città, ripensando all’atmosfera “vecchia Milano” di tanti anni fa quando Leila si rivolgeva in dialetto ai clienti e Luigi l’aiutava lasciando la propria chitarra, che suonava nei momenti di pausa.

 

Gli arredi sono ancora quelli di inizio Novecento, in legno con parti dipinte di verde. Il bancone, a ferro di cavallo, è circondato da scaffali con ante, antine, cassetti e cassettini per contenere, ben suddivisi, grandi e piccoli articoli.

 

Chi di noi (ormai nonni) non ricorda i pennini dalle forme diverse? I coniugi Bonvini (Luigi diceva, con bonaria ironia, che da quando si era sposato era conosciuto col cognome della moglie) aiutavano, sempre pazienti e sorridenti, a scegliere penne, matite e quaderni, quasi fossero i custodi degli strumenti da consegnare ai bambini perchè potessero sentire che stavano per trovare un tesoro: imparare a scrivere.

 

Per le “cose serie”, da grandi, c’erano i tasti delle macchine da scrivere, come le mitiche Olivetti che oggi sono esposte in questa cartoleria-museo, ricca di oggetti di modernariato che riguardano il mondo della scrittura e che si possono ammirare ancora oggi.

 

Sopra il bancone del locale, c’è ancora il soppalco d’epoca, con la balconata anch’essa in legno verde. L’affitto, dicevano i proprietari con ironia e concretezza tutta milanese, si paga da terra al soffitto.

 

Nel corso del tempo la cartoleria era diventata anche tipografia e legatoria. Si stampavano documenti commerciali, locandine, biglietti da visita, partecipazioni di nozze e battesimi, immaginette per ricordare chi non c’era più. Si rilegavano dispense di enciclopedie, libri rovinati, tesi di laurea… Lo scorrere della vita di questo quartiere è passato anche da qui e da queste macchine da stampa, ancora oggi perfettamente funzionanti.

 

Da una decina d’anni la “Bonvini” è passata a un gruppo di soci che ha voluto mantenere intatta la vecchia bottega con un attento recupero. Oltre alla vendita di materiali per la scrittura, di libri e di stampe artistiche scelti sempre con appassionata attenzione, vi si tengono incontri, corsi, mostre ed eventi come questo sulla poesia.

 

Questa cartoleria, un tempo prevalentemente di quartiere, oggi è diventata anche un importante centro di riferimento culturale per la nostra città, una bottega-museo da conoscere.
https://www.bonvini1909.com

A presto

Aspettando Natale: entriamo in Casa Manzoni

A Casa Manzoni, il panettone non mancava mai. Infatti lo si mangiava tutti i giorni, così, almeno, con la seconda moglie Teresa. Ma era veramente sempre Natale in questa famiglia?

 

Siamo andati ad “incontrare” Don Lisander nella sua casa di via Morone 1, dove lo scrittore visse gran parte della sua lunga vita.

 

Alessandro aveva sposato nel 1808 la giovanissima Enrichetta Blondel e in pochi anni erano già nati due figlioletti.

 

La coppia desiderava allargare ancora di più la famiglia e serviva, dunque, una casa adeguata. Lo scrittore aveva quindi acquistato nel 1813 questo palazzetto di tre piani nel centro di Milano, zona VIP, dove abitava l’aristocrazia cittadina.

 

Questa nuova sistemazione soddisfaceva appieno l’onnipresente madre di Alessandro, Giulia Beccaria, che, pur avendolo abbandonato da piccolo per un nuovo amore, Carlo Imbonati, alla morte di questi, lo “ritrovò” vivendo per sempre con lui e la sua famiglia.

 

Scrisse Giulia; “sono contentissima della nuova casa… Ha un aspetto felice sì nell’inverno che nell’estate”. Questa casa aveva anche un bel giardino che ora fa parte delle Gallerie d’Italia.

 

Alla morte del Manzoni, questa casa ebbe qualche cambiamento di proprietà, ma da tempo appartiene al Comune di Milano e ospita il Centro Studi Manzoniani e, dal 1965, il Museo di Casa Manzoni, realizzato dallo Studio de Lucchi.

 

In effetti, andando a visitare questo palazzetto, non entriamo in una casa, ma in un museo, con l’esposizione di oggetti comuni appartenuti allo scrittore, cimeli, quadri, stampe, ed edizioni delle sue opere.

 

Delle dieci sale espositive, solo due conservano un aspetto più domestico: sono la camera da letto al primo piano e lo studio al piano terra. Questo locale, circondato da librerie, è scaldato da un piccolo salotto, da una bella stufa e da un soffitto decorato a cassettoni, appartenuto al precedente proprietario.

 

In una bacheca sono in bella mostra oggetti da scrivania e l’amata tabacchiera.

 

Cogliamo in questo locale due elementi un po’ insoliti che ci aprono un piccolo spiraglio sull’uomo Manzoni. Davanti alla finestra che dà sul giardino, c’è un piccolo tavolino dove Alessandro scrisse parte dei Promessi Sposi; da questo angolino smart working lo scrittore poteva guardare le amate piante o, forse, entrava più luce.

 

Inoltre, nello studio si trova una porta un po’ segreta da dove Alessandro poteva raggiungere, con una scala, direttamente la camera da letto dove trovare un po’ di intimità con la moglie, durante la giornata.

 

Accanto allo studio c’è la stanza dei “giavann” (“stupidotti”, in dialetto milanese) dove Don Lisander incontrava gli amici per chiacchierare; qui visse per qualche tempo anche l’amico fraterno Tommaso Grossi, che fu colui che gli presentò la seconda moglie, Teresa, con la quale, si dice, avesse avuto anche una storia.

 

Al primo piano si trova l’appartamento familiare, nel quale si conserva la camera da letto singola nella quale Manzoni, ormai anziano e vedovo, si spense nel 1873. Questa, purtroppo visibile solo dalla porta, appare piuttosto austera, quasi monacale.

 

Negli altri locali si trovano quadri, cimeli, pubblicazioni delle sue opere (anche in lingue straniere).

 

Peccato che, anche nella sala dove si riuniva la famiglia, non ci sia nulla che richiami un po’ di intimità. Sappiamo da alcuni scritti che spesso Enrichetta qui giocava a mosca cieca con la nidiata di figlioletti, mentre Alessandro e la madre osservavano. Presenti o assenti?

 

Enrichetta scrisse al canonico Tosi: “noi tre siamo perfettamente felici”: lei, la “sposa bambina” che passò la vita tra gravidanze e figlioletti da accudire e morì a 42 anni, proprio il giorno di Natale; Alessandro “con i suoi mali di nervi, le sue angosce nervose più forti che mai” e infine “Madame”, la suocera, piena di acciacchi e definita sempre “la nostra cara madre”.

 

Sappiamo che durante le feste natalizie, e in particolare a Capodanno, a casa Manzoni si mangiava una semplice torta contadina, la “carsenza” di cui Enrichetta, di padre svizzero, era ghiotta. E il panettone? Arriverà con la seconda moglie, la milanese Teresa…

 

A presto…