Buon Ferragosto 2023!

Quanti di noi anche oggi, in un momento di pausa estiva, stanno già pensando a domani, al ritorno al lavoro, a fare programmi per il futuro?

 

Milano e la milanesità sono fatte così: guardano avanti, amano consapevolmente il nuovo, il passato è il terreno sul quale crescere e divenire. Con questo spirito, tutto milanese, abbiamo pensato di augurare Buon Ferragosto dalle terrazze del Duomo, la bellissima roccia della nostra città.

 

 

Il nostro sguardo può spaziare a 360°. Vediamo edifici vecchi e altri nuovissimi, monumenti e grattacieli, tetti e torri, tegole e cristalli, la nostra storia e il nostro futuro.

Chi volesse farvi un giro o partecipare ad altre iniziative, può consultare il sito duomomilano.it

Domani si riparte e si ricomincia. A tutti, con amicizia e fiducia, auguriamo

Buon Ferragosto!

A presto…

Piccolo itinerario del Tempo: il primo Orologio di Milano

Mentre contiamo le ore che mancano alle vacanze, iniziamo un insolito, piccolo itinerario attraverso gli orologi pubblici di Milano che hanno scandito il tempo e il ritmo della nostra città.

Qual è stato il primo orologio pubblico? Il primato dovrebbe appartenere a quello posto sul campanile di Sant’Eustorgio nel 1309, collocato sotto la Stella dei Magi, antichi viaggiatori del tempo. Sembra, però, fosse muto perchè i meccanismi erano così fragili che avrebbero potuto deteriorarsi a causa delle vibrazioni provocate dal rintocco delle ore.

 

Galvano Fiamma, il curiosissimo cronista milanese del Trecento, ci informa che i nostri concittadini di allora sentirono per la prima volta battere le ore, nel 1335, dal campanile di San Gottardo in Corte, senza però poter vedere l’orologio dal quale provenivano i rintocchi.

 

Infatti non c’era il quadrante e il meccanismo si limitava a battere le ore. Questo “orologio” fu così importante per la nostra città che ancora oggi la strada dove si trova si chiama Via delle Ore.

 

Dopo quello muto e quello invisibile gli orologi pubblici divennero via via sempre più numerosi e fecero la loro comparsa su altri campanili di chiese e abbazie. Il ritmo della Natura stava cedendo il posto a quello delle attività umane. Bellissimo l’antico quadrante in cotto dell’abbazia di Chiaravalle.

 

Ancora oggi possiamo guardare i bei quadranti su diversi campanili, magari scanditi dai rintocchi delle campane. Sappiamo ancora ascoltarle o preferiamo il segnale di un cellulare?

 

Una curiosità: la chiesa di Sant’Alessandro di orologi ne ha ben due, uno però è solo dipinto.

 

E il nostro Duomo? Non ha un campanile sul quale poter porre un orologio, ma guglie arditissime, capolavori senza tempo.

 

Dietro la sua abside, però, il palazzo della Veneranda Fabbrica ha un orologio bellissimo, con le statue del Giorno e della Notte.

 

Che dire poi della meridiana che si trova all’interno della nostra Cattedrale? Vedremo questa e altri orologi in un prossimo, piccolo itinerario per vedere, attraverso diverse curiosità, come la misurazione del tempo sia cambiata durante i secoli anche nella nostra città.

A presto

La Strada delle Abbazie: quinta tappa, Calvenzano

Questa Abbazia, poco lontano dall’ospedale di Vizzolo Predabissi, è un “dono” di Italia Nostra e del Rotary Club che ne hanno fermamente voluto – e realizzato – il suo ritorno al bene culturale comune.

 

Abbiamo ritrovato questo vecchio articolo del Corriere della Sera (1972) in cui si parlava del gravissimo stato di degrado di Santa Maria di Calvenzano. Lo proponiamo come un “techetechete” e un bell’esempio di recupero architettonico da parte di privati.

 

Oggi l’abbazia è stata ben restaurata e fa memoria di antiche storie. Si trova lungo la strada Pandina (forse di origine romana?) che venne fatta costruire da Bernabò Visconti per collegare con un rettilineo i suoi castelli di Melegnano e Pandino e per compiere quelle scorribande di “caccia”, che lo fecero ricordare come una sorta di “padre” dell’Oltrepò (infatti un vecchio detto affermava “di qua, di là dal Po, son tutti figli di Bernabò”).

 

 

La storia ci racconta anche che in questa zona, in agro Calventiano, sorgeva una cella memoriae che divenne forse la chiesa presso il cui battistero fu incarcerato, nella prima metà del 500 d.C., Severino Boezio. Accusato di alto tradimento da Teodorico, Re degli Ostrogoti, durante la prigionia trovò conforto scrivendo il ponderoso tomo “De Consolatione Philosophiae”.

 

Sulla fiancata della attuale chiesa (che in realtà a quel tempo non esisteva ancora) una lapide riporta che qui avvenne l’esecuzione del filosofo.

 

Questa ingiusta sentenza di morte, secondo varie leggende, ricadde su Teodorico stesso. Una di queste, infatti, racconta che il Re morì durante un banchetto atterrito dagli occhi sporgenti di un pesce che gli ricordavano quelli delle sue vittime; altre leggende narrano che venne rapito da un cavallo nero che attraversò tutta l’Italia in un galoppo sfrenato e, dopo aver saltato con un sol balzo lo stretto di Messina, scaraventò il Re nel cratere dell’Etna, direttamente all’Inferno.

 

Vecchie storie prive di fondamento? Certamente, come quella di una leggenda pavese che invita a non vagabondare in questa zona dove si aggirerebbe ancora oggi il fantasma senza testa di Severino Boezio. Noi, comunque, vi abbiamo avvertito…

 

Queste le fosche leggende che aleggiano intorno all’abbazia di Calvenzano. La Storia riporta che il terreno dove sorge la chiesa venne donato alla fine dell’Anno Mille (1090, o forse, 1093) da tre ricchi possidenti di Marignano (antico nome di Melegnano) ai monaci dell’Abbazia di Cluny, un ordine di origine francese fondato da San Bernone.

 

Questi monaci erano dediti alla preghiera, allo studio e al silenzio. Le abbazie cluniacensi erano collegate tra loro in Priorati e questo consentiva un più ampio scambio culturale. I monaci non si dedicavano al lavoro dei campi, ma alla studio e alla trascrizione di testi antichi, anche profani o di altre religioni. A loro si deve la traduzione in latino, per confutarlo, del Corano. Questo non ci ricorda forse l’ambiente del monastero dove si svolge “Il nome della rosa”?

 

Un particolare distingue subito queste abbazie da quelle cistercensi: in esse non c’è la scala che conduce direttamente dalla chiesa alle camere comuni. Infatti i cluniacensi erano monaci più “solitari” e avevano celle singole nell’adiacente monastero. Erano forse meno legati al territorio; certamente, però, attorno all’abbazia sorgevano le cascine dove lavoravano i contadini.

 

Anche questa abbazia, intitolata a Santa Maria Assunta, è fatta dei tradizionali mattoni rossi tipici del nostro territorio. Qui, però, all’interno e all’esterno, sono messi a spina di pesce con aggiunta di pietre riciclate provenienti da chissà dove.

 

All’abbazia si accede da un bel portone sopra il quale ci sono sculture di scuola comasca risalenti al XII secolo.

Si tratta di un ciclo scultoreo insolito e molto interessante con episodi dell’infanzia di Gesù.

 

La chiesa è suddivisa in tre navate, due delle quali più basse, come si vede anche dalla facciata.

 

La ricca decorazione di affreschi è andata quasi totalmente perduta. Resta il bellissimo dipinto sopra l’altare maggiore, con l’Incoronazione della Vergine, attribuita allo stesso autore che lavorò anche a Viboldone, forse il fiorentino Giusto de’ Menabuoi, allievo di Giotto. Piccola riprova dei legami fra le diverse abbazie, anche di Ordini diversi.

 

Anche Santa Maria di Calvenzano, come le altre abbazie della Strada che stiamo percorrendo, è un luogo nel quale si può “scavare” non solo per riportare alla luce intriganti storie un po’ dimenticate, ma anche per conoscere luoghi, forse inconsueti, che fanno parte della nostra cultura e che hanno contribuito a forgiare noi e il nostro territorio.

A presto…

La Fornace Curti: qui sono nati i più bei mattoni di Milano

Milano, XV secolo. In città erano aperti cantieri molto importanti, ad esempio il Duomo, iniziato a fine Trecento da Gian Galeazzo Visconti, e la Ca’ Granda di via Festa del Perdono, oggi sede dell’Università Statale, costruita a metà del XV secolo come ospedale, per volere di Bianca Maria e di Francesco Sforza. Quanti “umarell” di allora si saranno fermati a guardare Milano che stava crescendo!

 

I due edifici, poco distanti in linea d’aria, sono profondamente diversi in tutto, anche per i materiali utilizzati che, guarda caso, insieme riproducono il bianco e il rosso, tipici della tradizione milanese.

 

Per il Duomo giungevano i barconi, carichi del bianco (e rosa!) marmo di Candoglia, in via Laghetto; per l’ospedale, invece, arrivavano bei mattoni rossi dalla Fornace Curti di Porta Ticinese lungo il Naviglio Interno.

Per Milano procurarsi pietre da costruzione non è mai stata un’impresa molto facile; infatti non ci sono cave nelle vicinanze e il trasporto non era sempre agevole. Da qui nasce anche il “recupero” delle pietre già utilizzate altrove, spesso spostate da una costruzione demolita ad un’altra che stava sorgendo. Un esempio sono le pietre della fondamenta di San Lorenzo provenienti dal demolito Anfiteatro Romano di via De Amicis.

Vista questa carenza di cave di pietra nelle vicinanze, è stato il mattone il vero protagonista dell’architettura di casa nostra: pensiamo, ad esempio, a tutte le belle Abbazie che stiamo visitando.

Il nostro territorio è infatti ricco di argilla e abbiamo anche tanta acqua a disposizione: sorsero così, e si diffusero, i “fornaciai” che producevano mattoni e anche manufatti artistici, su disegno dei Maestri. Uno di questi laboratori esiste ancora e possiamo visitarlo: è la Fornace Curti di via Tobagi 8, vicino al Santuario di Santa Rita alla Barona.

 

Questo angolo di tradizione e di “saper fare” milanese nacque nel 1428 e si trovava vicino alle Colonne di San Lorenzo. Ne era proprietario il nobile Giosuè Curti che, nel 1456, ottenne l’incarico da Bianca Maria e Francesco Sforza di fornire i mattoni e i manufatti (firmati da Solari e Guiniforte) per la nascente Ca’ Granda.

 

Da allora la famiglia Curti ha fornito mattoni per costruire Santa Maria delle Grazie, Chiaravalle, Morimondo, la Certosa di Pavia fino alle statue in cotto del Teatro Fossati di corso Garibaldi.

 

All’inizio l’argilla veniva estratta vicino alla fornace stessa, in seguito alla cascina Boffalora (ora Quartiere Sant’Ambrogio, come avrebbe potuto essere meno milanese di così?). Oggi, infine, si usano miscele della Pianura Padana.

In seicento anni la sede della Fornace Curti è cambiata solo quattro volte: da quella storica vicino alle Colonne a Ripa di Porta Ticinese, dalla Conchetta sul Naviglio Pavese (dove un incendio, purtroppo, distrusse forme, suppellettili, disegni e documenti) a quella attuale che risale ai primi del Novecento.

 

Visitare la Fornace Curti è un’esperienza ricca di sorprese: è un “borgo del fare”, di un antico mestiere guidato con dedizione ed amore da generazioni della stessa famiglia.

 

Il complesso occupa l’area di una ex cascina; si susseguono palazzine basse di epoche diverse, cortili, una magnifica serra di piante grasse con vasi artistici, scale, ambienti e luoghi di lavoro e esposizioni.

 

Ai piani superiori delle palazzine lavorano diversi artisti coi loro studi. Ecco alcune loro opere esposte durante una giornata di festa alla Fornace.

 

L’antica fornace vive oggi un momento di grande creatività artistica; perchè non fare un salto in questo borgo che traspira tradizione e cultura e acquistare qualcosa di veramente speciale?

A presto…

 

La Strada delle Abbazie: quarta tappa, Viboldone

La “domus de Vicoboldono”, oggi Abbazia di Viboldone, è la prima che incontriamo nei nostri passidaMilano, fuori città, lungo la Strada delle Abbazie, dopo aver già visitato le “milanesi” San Pietro in Gessate, Monluè e Chiaravalle.

 

Si trova, infatti, nel Comune di San Giuliano Milanese, un tempo grandissima zona agricola, diventata poi industriale con abitazioni, capannoni, fabbrichette e centri commerciali. Il verde, però, non manca poichè fa parte del Parco Agricolo Sud Milano.

 

Questa bella abbazia fu iniziata nel 1171 e completata in circa due secoli, dall’Ordine degli Umiliati, che investivano i proventi della lavorazione della lana in “domus” e comunità agricole. In questi centri lavoravano molti laici con famiglie, che costituivano il Terzo Ordine. Dediti anche ai bisognosi e agli ammalati, erano forse una forma iniziale del volontariato che è tanto presente oggi?

 

Quando poi l’Ordine venne sciolto dopo l’attentato a San Carlo Borromeo, il complesso passò poi agli Olivetani e, in seguito, andò incontro ad un lungo periodo di declino.

 

L’abbazia, ben restaurata, merita senza dubbio una visita. Sul piazzale alla sinistra c’è la cosiddetta “Casa del Priore” che contiene una raccolta di dipinti raffiguranti antichi strumenti musicali; ma è difficile poterla visitare.

 

A destra dell’abbazia, invece, c’è l’attuale convento delle Monache Benedettine, che qui vivono e lavorano, progettato dall’architetto Luigi Caccia Dominioni.

 

Come le altre abbazie è in mattoni rossi (materiale tipico dell’architettura lombarda), ma ci sono anche elementi in marmo bianco (rosone, cornice del portone, statue) che riprendono i tradizionali colori della basilica di Sant’Ambrogio e della nostra città.

 

L’abbazia di Viboldone ha un’impronta nettamente lombarda: mattoni a vista, forma a capanna, bifore a cielo aperto, cornice con belle foglie in cotto, rosone che alleggerisce la facciata.

 

Il campanile, che si innalza sopra il tiburio come nelle abbazie cistercensi, ha una slanciata forma a cono.

 

Diamo un’occhiata al portone sopra il quale ci sono tre belle statue in marmo: al centro la Madonna col Bambino in grembo, ai lati Sant’Ambrogio, con lo staffile e San Giovanni da Meda, col bastone, una delle più importanti figure degli Umiliati.

 

Osserviamo anche l’antico portone in legno decorato con grossi chiodi. Perchè alla base c’è una “soglia” che bisogna scavalcare per entrare in chiesa? Sembra fosse un “dissuasore” per impedire l’ingresso agli animali da cortile!

 

L’interno, a tre navate, è molto suggestivo: l’arco acuto è presente ovunque.

 

Le volte a crociera e i pilastri cilindrici tipici dell’epoca mostrano una certa sobrietà.

 

Infine diamo un’occhiata agli importanti affreschi di scuola giottesca. Tra questi il bellissimo “Giudizio Universale” di Giusto dei Menabuoi, in cui compare anche un diavolaccio intento a sbranare i dannati.

 

Come sempre andiamo a caccia di qualche curiosità. Un analogo diavolo è presente negli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova…

Guardiamo anche in altri affreschi: c’è un giovane, elegante Arcangelo Michele di fianco alla Madonna; accanto appare, inginocchiato, il Priore sotto cui fu completata la chiesa.

 

Nella scena del Calvario compare uno strano soldato romano con spadino e calzature a punta che sembra uscito da un codice miniato cavalleresco.

 

Infine… aguzzate la vista! Dove si trova questo insolito uomo rannicchiato che esprime tutto il suo muto terrore?

 

Un’altra curiosità la troviamo nel tondi sotto la Crocefissione: sono Adamo ed Eva, ma è lui che ha in mano la mela.

 

Usciamo ora dell’abbazia e raggiungiamo il borgo, per la verità piuttosto triste, che si snoda lungo una via. Qui troviamo qualche cascina invecchiata male ed edifici abbandonati…

 

Tra questi, però, c’è la cosiddetta “Càa de’ paròl” che reca sotto la grondaia e a metà facciata, alcune scritte in latino. Con difficoltà abbiamo cercato qualche notizia in più, ma la ricerca è stata piuttosto deludente. Così abbiamo provato a decifrare la scritta e la data che appaiono: forse erano case per salariati agricoli costruite nel 1929?

 

Il FAI aveva proposto questo borgo rurale come Luogo del Cuore per tentarne il recupero e la rinascita. Per ora nulla …, ma diciamo con loro: “non dobbiamo rassegnarci”.

A presto…

La Strada delle Abbazie: terza tappa, Chiaravalle

Nell’itinerario “La Strada delle Abbazie”, la chiesa di Chiaravalle è la terza e ultima (dopo San Pietro in Gessate e Monluè) situata nel Comune di Milano. Raggiungere questo capolavoro dell’architettura medievale è bello e facilissimo anche in bicicletta. Infatti ci si può addentrare nel Parco della Vettabbia da via San Dionigi lasciandoci guidare poi dal bel campanile dell’abbazia.

 

Durante il percorso in via San Dionigi abbiamo fatto diversi incontri: “el Signurun”, che benedice chi entra o lascia Milano, la chiesetta di Nosedo, dove si rifugiarono i milanesi dopo la distruzione di Milano da parte del Barbarossa, qualche bella cascina e, infine, ci possiamo godere il verde e il paesaggio semplice e antico del parco.

 

Abbiamo già parlato diverse volte di San Bernardo, fondatore dei Cistercensi, e della sua Chiaravalle, delle caratteristiche interne e esterne di questa abbazia, delle Bottega dei Monaci e del Mulino con le sue attività.

 

Legate all’abbazia ci sono anche storie per lo meno insolite, come quella di Guglielmina Boema, la “Papessa” che fu sepolta nel piccolo cimitero dei monaci, e quella dei Templari, che devono a San Bernardo la propria regola e che stabilirono la loro Commenda a Porta Romana. C’è ancora molto di curioso, però, da raccontare su questa abbazia e lo faremo attraverso diversi aneddoti riportati su vecchi testi che abbiamo spulciato. Scrive un autore: “…mio solo desiderio è stato quello di raccogliere le notizie sparse qua e là con diligenza e amore affinché il viandante curioso… possa meglio conoscerla…” (R. Sforni, 1935). Ci proviamo anche noi?

Caravalle

Non è un errore di battitura, ma un nome antico con un’etimologia affettiva, più che storica. Secondo alcuni documenti, ripresi poi da uno storico come Carlo Torre e da un monaco cronista del Seicento, il monastero “…era detto di Caravalle perchè tutti beneficava colle orazioni et elemosine e perciò il popolo amò chiamarlo così… non solo i pellegrini erano accettati per tre giorni e gli ammalati fino alla recuperata salute…” (e siamo nel Medioevo). E così la nostra abbazia veniva chiamata e salutata dalla gente con “Cara-vale”, saluto latino benaugurante.

 

L’Unguentaria dell’abbazia

Era una sorta di “farmacia” situata a destra dell’ingresso sul cortile, di fronte alla Cappella delle Donne.

 

I monaci fecero, tra l’altro, anche importanti studi a livello sanitario, utilizzando le erbe officinali che coltivavano. Un angolo tutto dedicato ai rimedi naturali lo troviamo ancora oggi nella Bottega dei Monaci: Cara-vale!

 

La Chiesetta delle Donne

Venne costruita a sinistra dell’ingresso perchè le donne erano ammesse all’abbazia solo nel giorno della sua consacrazione e negli otto giorni successivi.

 

Dedicata a San Bernardo, purtroppo è quasi sempre chiusa e necessita di restauri. Ecco alcune fotografie che siamo riusciti a scattare in una rara occasione.

 

La “rifabbrica” dell’abbazia

Chiaravalle fu costruita, anzi “continuata” come scrisse il grande architetto Luca Beltrami, in diversi momenti. Infatti se la prima costruzione risale al 1135, come riporta una iscrizione, nel XIII secolo venne aggiunto il bel campanile, anzi, per la precisione si tratta di una torre nolare, che si innalza direttamente sopra il transetto.

 

La ciribiciaccola, “…audace, che si eleva verso il cielo in un impeto di preghiera…” probabilmente ha ispirato anche la guglia maggiore del Duomo.

 

Nella seconda metà del Cinquecento fu poi costruita la torre quadrata sulla quale venne posto un orologio del Trecento, uno dei primi di Milano, per scandire il tempo dell’uomo… e cominciò la fretta.

 

Più o meno coevi sono anche la Chiesetta delle Donne e il piccolo cimitero in cui, davanti alla tomba di Guglielmina Boema volle essere sepolto il direttore della Banca Commerciale Italiana, grande benefattore dell’abbazia. Un insolito angelo di Giacomo Manzù veglia all’ingresso del cimitero.

 

Nel corso della sua lunga storia, Chiaravalle subì anche periodi di grave declino e diverse gravi mutilazioni. Scampata alla distruzione del Barbarossa, che la risparmiò, nulle potè nei confronti della ferrovia Milano-Genova, oggi dismessa, per far passare la quale venne demolito, nel 1861, il chiostro grande del Bramante!!!

 

La bellezza e i canti come lode a Dio

Dopo il lavoro e lo studio, i monaci si ritrovavano insieme per le preghiere comunitarie. Se la loro vita era frugale, le celle austere, negli spazi comuni (abbazia, sala Capitolare, chiostro…) c’era invece ricerca della bellezza come lode a Dio ed esigenza dello spirito umano.

 

Da qui la presenza di affreschi di notevole valore (Luini, Fiamminghini…) e il bellissimo coro ligneo, spazio sonoro per ascoltare la Parola di Dio e rendergli gloria.

 

Forse in questo itinerario alla riscoperta di bellissime, antiche abbazie “…si cerca anche lo spazio senza tempo, dove vive l’Eternità…” (Christiano Sacha Fornaciari, architetto brasiliano).

Le cicogne

I monaci erano green? La regola cistercense prevedeva che le “case” fossero situate in luoghi malsani da bonificare e Chiaravalle, infatti, era una palude dove arrivavano anche le acque putride di Porta Romana. Su questi terreni paludosi e di canneti vivevano le cicogne che presto divennero “alleate” nel lavoro dei monaci. Infatti si cibavano di cavallette e di bisce d’acqua in una sorta di circuito ecosostenibile tra natura e modifica del territorio.

 

Le cicogne divennero presto animali tanto preziosi che sullo stemma dell’abbazia compare questo animale con un pastorale nel becco.

 

Una leggenda vuole che le cicogne abbiano cura sia dei piccoli (il cui “ciri-ciri” dei beccucci diede forse origine al nome “ciribiciaccola” al campanile dove nidificavano) sia degli animali più vecchi, che vengono ricoperti di piume via via che perdono le loro. Poi, improvvisamente, nella seconda metà del Cinquecento le cicogne abbandonarono Chiaravalle: stava arrivando la peste. Ma ancora oggi accolgono i visitatori all’ingresso.

 

Prosit

I monaci si dedicavano anche alla coltivazione delle viti, come appare in un vecchio foglio del “Libro dei prati” di Chiaravalle dove è disegnata una vigna del monastero.

 

Anche il vino prodotto veniva offerto ai poveri: un aneddoto riporta la leggenda di una botte tanto grande da poter contenere un uomo a cavallo con la lancia in resta, donata ai poveri dagli Archinto, una famiglia di benefattori dell’abbazia; non pensate sia una cosa impossibile, al Museo Branca ne abbiamo fotografata una forse ancora più grande.

 

Si racconta anche che alcuni cerchi di questa botte facciano parte della Ciribiciaccola. Non è il caso di brindare anche noi augurando lunga vita e prosperità alla nostra Cara-vale?

A presto…

Riciclando in verde: ad Orticola per la Festa della Mamma

Anche se il cielo non prometteva niente di buono, mi sono avventurata tra le bancarelle di Orticola alla ricerca di fiori per le composizioni da preparare per la Festa della Mamma.

 

Le date sembrano fatte apposta: la mostra-mercato di fiori più bella di Milano è aperta dall’ 11 al 14 maggio, guarda caso proprio in tempo per regalare qualcosa di fiorito alle mamme di qualsiasi età.

 

Giro tra i banchi: c’è veramente di tutto! Dai fiori per fare belle composizioni ad altri che sono bellissimi anche da soli.

 

Quale scegliere tra questi fiori? Quasi quasi mi dispiace “cogliere” un vaso nei tappeti fioriti.

 

E se questa fosse una pianta carnivora? Meglio di no… preferisco puntare su fiori “normali” e ambientarli in un modo originale…

 

Guardo tra le bancarelle sempre più indecisa, colpita dai mille colori e forme dei fiori…

 

Il cielo si sta oscurando sempre di più e dalle gocce si passa all’acquazzone. Meglio ripararsi prima di tornare a casa in fretta…

 

Ecco un’idea che senz’altro piacerà a tutte le mamme, anche alla mia. Perchè non venite domenica 14 maggio ad Orticola per regalarci qualche bella ora insieme tra i fiori? Scoprirete anche che i cuori possono essere verdi!

 

Un abbraccio affettuoso dalla vostra Francesca!

A presto…

Fuorisalone 2023: un appuntamento imperdibile

Come la primavera sembra riportare rinascita e vitalità, così il ritorno alla grande, in aprile, del Fuorisalone ha fatto riaccendere i quartieri della città di idee, creatività ed eventi.

 

Per questa festa collettiva, alla quale tutti siamo stati invitati, tanta gente è uscita di casa per ammirare le installazioni sparse per la città, i progetti delle imprese che presentano i risultati delle proprie ricerche, i palazzi storici che per questa occasione hanno aperto le loro stanze al pubblico.

 

Eppure, come sempre, c’è qualcuno che brontola e storce il naso come ironicamente si ricorda alla Statale.

 

Fra gli spazi raramente visitabili, ci ha colpito il profondo rosso del caveau ex-Cariplo di via Tommaso Grossi. Non sarà un messaggio per i milanesi che vivono in una città sempre più cara?

 

Rosso, però, è anche il colore della passione… Quanto amore c’è per la bellezza e il lavoro in questa creazioni di qualità altissima, tutto made in Italy?

 

Due palazzi storici, Serbelloni e Orsini (oggi Armani), sono la spettacolare scenografia per riflettere sugli arredi di oggi e ammirare i saloni di un tempo.

 

La pandemia ha cambiato comunque la nostra vita e sembrano esserci meno minimalismo, linee più morbide e confortevoli, colori più vivaci e angoli per lo smart working, per ritagliarsi un piccolo ma raffinato spazio tutto per sè.

 

File interminabili per vedere, unica occasione, l’ex-macello che diventerà maxi insediamento di abitazioni, parco, campus e spazio museale.

 

Ovunque, per le strade e le esposizioni, diverse sfumature di lingue e carnagioni si sono con-fuse creando, a volte, anche una vitale confusione. Lo scopo era esserci e guardare oggetti di design, fantascientifici giochi di luce e riflettere sulle potenzialità delle nuove tecnologie.

 

La “luce” è entrata con forza in questo Fuorisalone e diventa quasi architettura riuscendo a stupirci con prospettive diverse e a proiettarci in altre realtà.

 

Entriamo ora nel cortile d’onore della Statale: installazioni spettacolari dialogano a tu per tu con l’architettura del Richini e anche un cielo malandrino partecipa alla festa.

 

Terminiamo con un caleidoscopio di immagini con-fuse e forse anche confuse, dedicate soprattutto a chi non ha potuto partecipare di persona al Fuorisalone.

 

A tutti un affettuoso saluto con l’immagine di questa pigra gattona che sembra godersi anche lei lo spettacolo.

 

A presto…

La Strada delle Abbazie: gli Umiliati, un Ordine tutto lombardo

Ben quattro (San Pietro in Gessate, Monluè, Viboldone e Mirasole) delle sette chiese che fanno parte della “Strada delle Abbazie” furono fondate dagli Umiliati, un Ordine tutto lombardo dalle caratteristiche piuttosto inconsuete.

 

Gli Umiliati fecero la loro comparsa sulla scena religiosa milanese nella seconda metà del XII secolo. La leggenda narra che un gruppo di nobili lombardi era stato fatto prigioniero per ordine dell’Imperatore e portato in Germania. Qui erano stati costretti, per un certo periodo, a lavorare lana di scarsa qualità per essere ‘umiliati’.

 

Una volta tornati in patria da uomini liberi, ricchi di fede e di spirito imprenditoriale tutto lombardo, misero a frutto quanto avevano imparato. Fondarono quindi l’Ordine religioso degli Umiliati (del quale facevano parte frati e suore, laici non sposati e terziari, cioè uomini e donne coniugati) per dedicarsi alla lavorazione della lana non di lusso e all’innovativa produzione del feltro.

 

Come vediamo in una formella all’esterno della Abbazia di Mirasole, da loro fondata, uno dei loro simboli era l’Agnello, che univa al significato evangelico anche quello… del lavoro.

 

Anche se alcuni studiosi li avvicinano a movimenti ereticali come quelli dei Valdesi e dei Catari, l’Ordine venne riconosciuto dal Pontefice.

 

D’altra parte la nostra città è sempre stata un nido di eretici e, anche nell’ortodossia, vi è sempre stato, e rimane, un “rito ambrosiano” che presenta, ad esempio, anche un calendario liturgico diverso (inizio e durata dell’Avvento, Quaresima col Carnevale più lungo). Inoltre il rituale della Messa è diverso e sappiamo che l’altare d’oro della Basilica di Sant’Ambrogio è stato sempre rivolto verso i fedeli, anche quando il sacerdote, secondo il rito romano, voltava loro le spalle.

 

Come spesso è accaduto, gli eretici medievali erano cristiani che volevano tornare al messaggio evangelico delle origini. Così gli Umiliati predicavano e vivevano di fede e lavoro, donando il superfluo della loro vita austera agli altri. Non vivevano, però, di elemosina, ma dei frutti del proprio lavoro e investivano in chiese, campi e “grange”, come veri imprenditori, i ricchi proventi.

 

Ecco come appariva la chiesa di Santa Maria in Brera, accanto ad uno dei loro conventi principali.

 

Come abbiamo già detto erano divisi in tre ordini e un terziario veramente speciale fu Bonvesin de la Riva, maestro di retorica che ebbe due mogli, autore di “Le meraviglie di Milano” dove descrive con grande ammirazione la nostra città e la gente comune che lavora rendendo grazie a Dio per i tanti doni che ha elargito in abbondanza. Milano era veramente A place to be!

 

Gli Umiliati non avevano un Santo in Paradiso come fondatore e protettore; grazie al loro lavoro diventarono comunque molto ricchi e rivestirono incarichi pubblici e amministrativi, anche fuori Lombardia, per l’onestà che dimostravano.

 

 

Poi iniziarono i guai e le controversie con la gerarchia ecclesiastica, tanto che la loro fine fu col ‘botto’ anzi con un’archibugiata andata a male. Infatti organizzarono un attentato contro l’Arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, che voleva riportare un po’ di ordine tra i religiosi milanesi.

 

E qui la storia si tinge foscamente di giallo. Un Umiliato, tale Farina, si introdusse, portando con sè un archibugio, nella cappella dell’Arcivescovado, di fianco al Duomo.

 

Mentre San Carlo stava pregando circondato dal suo seguito, il Farina fece partire il colpo, ma “…la balla e li pertigoni, senza ofesa, si sparsero per il rocchetto e per le vesti…” del cardinale, come riportato in una cronaca dell’epoca. Si gridò al miracolo. Il Farina riuscì poi a fuggire, forse nella grande confusione. Ecco come un ‘quadrone’ del Duomo riporta la scena.

 

Da alcune confessioni ricevute dal Vescovo di Lodi si venne a sapere che i congiurati appartenevano all’Ordine degli Umiliati e in particolare due nobili, in cambio della promessa (poi non mantenuta) dell’immunità, avevano fatto il nome del Farina e di un altro religioso. Vennero arrestati tutti e “horridamente torturati”. Infine il 2 agosto 1570 furono giustiziati in piazza Santo Stefano.

 

Subito dopo il ramo maschile dell’Ordine fu sciolto e i suoi ricchi beni incamerati da altri Ordini. Alcuni studiosi vedono in questo attentato molti aspetti da chiarire. D’altra parte di attentati irrisolti e con molti misteri è piena la storia anche più vicina a noi…

A presto…

La Strada delle Abbazie – Seconda tappa: Monluè e il suo borgo

Una bella sorpresa per la gita di Pasquetta può essere la visita alla chiesa di Monluè, seconda tappa della Strada delle Abbazie, con il suo borgo e il parco lungo il Lambro.

 

Siamo ancora a Milano, nella zona più orientale, vicino alla Tangenziale Est, la cui costruzione ha forse protetto e conservato questo antico borgo dalla speculazione edilizia.

 

La chiesa, dedicata a San Lorenzo, è stata fondata nella seconda metà del 1200 dall‘Ordine degli Umiliati di Santa Maria di Brera, chiesa oggi scomparsa, i cui resti fanno parte della Pinacoteca. Sul suo sagrato c’è ora la statua di Hayez, quello del “Bacio”. Seicento anni in pochi metri.

 

Come quelle cistercensi, questa abbazia aveva intorno una “grangia”, un piccolo centro agricolo nel quale vivevano e lavoravano i religiosi oltre a molti contadini con le loro famiglie, membri laici degli Umiliati.

Questo Ordine tratteneva per sè il puro necessario e devolveva ai bisognosi il superfluo o investiva in altre strutture. Ancora oggi Monluè conserva questo passato fatto anche di centri di aiuto e di accoglienza, sia nel borgo stesso, sia nella scuola elementare diventata troppo grande per i pochi alunni del posto.

 

La chiesa è piccola e molto semplice, fatta di classici mattoni rossi come le altre abbazie, con il tetto a capanna.

 

L’interno ha un’unica navata molto spoglia e il soffitto (molto più tardo) è a cassettoni.

 

Un bel campanile quadrato con pinnacolo si lascia intravedere anche da lontano, dalle auto che corrono in Tangenziale.

 

Accanto alla chiesa c’è la Sala Capitolare, di uguale dimensione, con lo stesso tetto a capanna e belle decorazioni interne.

 

Nel corso del tempo ha dato ospitalità a diverse famiglie; ora, invece, è tornata a tutta la comunità e ospita incontri e mostre.

 

Bello è passeggiare nell’antico borgo, forse una delle “grange” meglio conservate della nostra città, non per rimpiangere il passato ma per riannodare dei fili della storia col nostro presente.

 

Il borgo è pittoresco, ma vero, con case abitate da vecchi e nuovi milanesi; c’è anche una vecchia e rinomata trattoria dove un tempo si mangiavano i “bei gamber del Lamber”.

 

Milano non ha il grande fiume, ma tanti corsi d’acqua, e acqua c’è anche nel sottosuolo, cosa che ha dato la possibilità di irrigare i campi e di dissetare uomini e animali. Oggi purtroppo la siccità comincia a farsi sentire anche qui.

Nel bel parco di Monluè, ben attrezzato anche con percorsi ciclabili e pedonali. si può costeggiare il Lambro cogliendo scorci inusuali a pochi passi dal cemento e dalla tangenziale.

Riflettiamo sull’etimologia di Monluè. Deriva da “mons luparium”. Qui, si dice, esisteva una collinetta nelle cui boscaglie vivevano lupi e briganti. C’erano anche paludi, tanto che l’Arcivescovo eretico Frontone, vi annegò cercando di sfuggire ad una belva. Vi ricordate il Fantasma della Senavra?

 

Sono leggende che ci raccontano storie e luoghi ormai lontani. Altre sono le nostre paure e diversa è la nostra vita quotidiana. Oggi, però, godiamoci questa piacevole gita, magari per Pasquetta, portando una palla e un cestino da pic-nic. Perchè non guardare con fiducia al nostro futuro?

Buona Pasqua a tutti!

A presto…