La Strada delle Abbazie – Prima tappa: San Pietro in Gessate

Iniziamo il nostro itinerario dalla chiesa di San Pietro in Gessate a Milano per godere dell’esperienza piacevole di un turismo sottocasa, ricco di curiosità, di storie e di tradizioni tutte da ricordare perchè non vadano perdute. Ad esempio, se fossimo colpiti da un raffreddore o da un attacco di sciatica, accendiamo una candela a San Mauro (nella quarta cappella di destra); secondo una tradizione meneghina questo Santo ci aiuterà. 

 

San Pietro in Gessate si trova in corso di Porta Vittoria, davanti al Palazzo di Giustizia (costruito negli Anni Trenta del Novecento dall’architetto Marcello Piacentini), massiccio e imponente, come tanti altri edifici pubblici sparsi per il mondo.

 

Invece, la nostra chiesa è tutta lombarda, fatta di mattoni rossi, corposa e soffice quasi come un panettone, un po’ in disparte, separata dal via vai del corso da un acciottolato e protetta da due grandi alberi.

 

Il passato, sornione, riaffiora anche nel titolo “in Gessate” che ci riporta addirittura al tempo in cui i Romani non ci avevano ancora invaso. I due milanisti del nostro blog hanno scelto questa foto senza voler sentire ragioni. Ci rivedremo nel derby!

 

Si pensa che il nome “Gessate” derivi dalla tribù gallica dei Glaxiati, che si era insediata in questa zona. Secoli dopo, quando nel Duecento questa chiesa venne fondata dagli Umiliati (un Ordine tutto lombardo del quale parleremo in seguito), riprese il nome di quel borgo o, taluni dicono, della famiglia nobile che lo abitava. Poi, via via, “Glaxiate” divenne “Gessate”.

 

Anche la toponomastica ci riporta al passato celtico di questa zona. Via Chiossetto, infatti, che costeggia la chiesa, sembra derivi dal celtico ciosset o ciusset che significava “campo limitato da una siepe o da un muro”.

Perchè quella strana curva a gomito che c’è ancora oggi? Forse il campo finiva qui?

 

La nostra chiesa è stata fatta e rifatta molte volte nel corso dei secoli. I Benedettini, succeduti agli Umiliati, la rifecero nel XV secolo su progetto di Guiniforte Solari, autore anche di Santa Maria della Grazie.

 

Il convento adiacente, che per lungo tempo, dopo la soppressione degli Ordini religiosi a fine Settecento, ospitò i “Martinitt”, aveva anche due chiostri, dei quali uno, per fortuna, è stato salvato e ora fa parte del Liceo Scientifico Statale “Leonardo da Vinci”. E’ bello pensare che questa scuola abbia solide radici.

 

San Pietro in Gessate è a croce latina e tre navate, con cinque cappelle per parte e abside poligonali.

 

Diversi furono i mecenati che contribuirono alla sua costruzione e alle decorazioni: dai Portinari, banchieri fiorentini, dei quali vediamo lo stemma all’esterno dell’abside, ad altri nobili che gravitavano attorno alla corte sforzesca.

 

Tra questi la famiglia dei Grifi alla quale apparteneva Ambrogio, medico e notaio di corte, che qui volle la propria sepoltura. Nella sua cappella il viso della statua tombale ci introduce già ad un certo realismo artistico.

 

Nella stessa cappella, notevoli esempi della pittura lombarda del Quattrocento sono gli affreschi dedicati alla storia di Sant’Ambrogio, purtroppo molto deteriorati. Come in una graphic novel sono rappresentati diversi episodi della sua vita: la sua miracolosa apparizione a cavallo durante la Battaglia di Parabiago (1339), l’aver impedito all’Imperatore Teodosio l’ingresso in chiesa, la condanna di un eretico…

 

Nell’affresco in cui l’eretico è appeso alla carrucola del supplizio, è presente, in basso a sinistra, anche una scimmia. Forse simboleggia l’eresia? Curiosità e misteri della nostra città, culla di eretici.

 

C’è, infine, in questa chiesa, anche un po’ di Cenacolo. Infatti ci sono dipinti del Montorfano, la cui Crocifissione si trova di fronte all’Ultima Cena di Leonardo a Santa Maria delle Grazie. Possiamo ammirare questi dipinti nella terza cappella di sinistra.

 

Chiudiamo questa “visita” con una speranza. Guardando questa foto scattata dopo i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, abbiamo pensato a quell’immagine terribile della bicicletta a terra durante gli orrori della guerra ucraina.

 

Nonostante tutto la chiesa è sopravvissuta e via via è tornata la vita. Che possa presto essere così dove ancora si soffre e si muore.

A presto…

Leonardo da Vinci, uno di noi?

Si torna a parlare, in questi giorni, di Caterina, la madre di Leonardo. Infatti, durante i lavori di ampliamento e ristrutturazione tra la caserma Garibaldi e l’Università Cattolica, sono stati ritrovati i resti di alcune cappelle appartenenti alla chiesa (demolita agli inizi dell’Ottocento) di San Francesco Grande, dove il genio l’avrebbe fatta seppellire.

Leggendo queste notizie, abbiamo ripensato a Leonardo e a come abbia vissuto, allora, problemi che ancora oggi noi affrontiamo e discutiamo. Era nato, fuori dal matrimonio, da una coppia mista (padre toscano, madre straniera immigrata per forza), genitori separati (il padre si era risposato quattro volte). Era cresciuto insieme ai fratellastri col nonno paterno, pur andando spesso a trovare la madre, sposata e con tanti altri figli avuti dal marito. Più famiglia allargata di così!!

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Fu un adolescente un po’ scapestrato (rischiò la prigione a Firenze perchè era in cerca della propria identità di genere).

Autoritratto di Leonardo 1475

Dopo un po’ di apprendistato a bottega dal Verrocchio, si cercò un lavoro mandando (e barando) un curriculum a un big dell’epoca, Ludovico il Moro.

 

Anche allora Milano era attrattiva, offriva possibilità di carriera ed era anche glamour…

 

Quando giunse a Milano in cerca di fortuna, come molti giovani di oggi, Leonardo venne ospitato da un amico pittore, Giovanni Ambrogio de Predis, che non solo lo ospitò in una casa a Porta Ticinese, ma lo introdusse a corte e lavorò con lui alla Vergine delle Rocce, presso la chiesa di San Francesco Grande.

 

Da allora Leonardo cambiò diverse case, sempre più prestigiose fino ad abitare alla Corte Ducale, dove oggi c’è Palazzo Reale. Tanto di cappello, ne ha fatta di strada!

 

Amava le feste, il look trasgressivo, il buon cibo (abbiamo anche delle sue ricette) e il buon vino, tanto da produrlo nella sua vigna accanto a Santa Maria delle Grazie, a Km 0.

 

Probabilmente Leonardo era bisex, ma, molto riservato, non ha dato mai pubblicità alla cosa.

Salai, suo allievo

 

Secondo una studiosa tedesca Leonardo si sarebbe sposato in segreto con Isabella di Aragona, vedova di Gian Galeazzo Maria Sforza, dalla quale avrebbe avuto anche dei figli.

 

Aveva molti interessi, si occupava dell’ambiente e di nuove tecnologie, andava a piedi al lavoro…

 

e, forse per questo, aveva progettato una specie di bicicletta.

 

Leonardo era di una spiritualità intensa, ma molto personale.

 

Inoltre, come si legge anche oggi, si è occupato della madre anziana, assistendola con amore fino alla fine. Un affettuoso caregiver del Rinascimento.

 

Leo, sei uno di noi o i problemi sono sempre gli stessi?

 

A presto…

Alla riscoperta della “Strada delle Abbazie”

L’idea per questo itinerario ci è venuta, quasi per caso, visitando la chiesa di San Pietro in Gessate (che si trova di fronte al Palazzo di Giustizia, in corso di Porta Vittoria a Milano) dove è esposto un manifesto che propone la “Strada delle Abbazie”. Come potevamo resistere ad un percorso, riconosciuto anche dal Consiglio d’Europa, così ricco di cultura, arte, fede e storia del nostro territorio e quindi anche nostra?

 

Abbiamo pensato, perciò, di andare alla riscoperta di queste abbazie situate alcune nel Comune di Milano (San Pietro in Gessate, Monluè e Chiaravalle), altre nell’hinterland (Mirasole, Viboldone, Calvenzano), infine una, la più distante, a Morimondo, vicino ad Abbiategrasso.

 

L’intero percorso è di circa 130 chilometri e lo si può fare anche in diverse tappe: in auto, in bicicletta (ci sono tante belle piste ciclabili), a piedi, per i più allenati, o anche con i mezzi pubblici urbani o interurbani. Anche noi descriveremo questo itinerario con schede per ciascuna abbazia dando un’occhiata anche ai borghi nati accanto.

 

Cosa accomuna e cosa distingue queste abbazie?

Il Monachesimo occidentale risale in gran parte a San Benedetto (Norcia 489 – Montecassino dopo il 546) che con la sua ben nota Regola “ora et labora” si dedicava coi suoi monaci tanto alla preghiera quanto al lavoro.

 

A questa regola si ispirarono anche altri ordini monastici nati secoli dopo, come i Cistercensi, i Cluniacensi e gli Umiliati, che diedero vita alle nostre abbazie. La chiesa aveva finalità di preghiera e non artistiche o di rappresentanza e si adeguava alle caratteristiche stilistiche della zona. Da qui l’uso del mattone, e non della pietra, per la costruzione delle abbazie, così bello e tipico delle nostre zone che si accende di colori rossastri a contrasto con il verde dei campi e l’azzurro delle acque e del cielo.

 

Queste abbazie, apparentemente isolate, non erano lontane da vie di comunicazione importanti (via Emilia, via del Sale, strada per Pavia) e da centri come Milano e Pavia. Questo facilitava gli scambi commerciali e culturali, offriva ospitalità ai viandanti, ma esponeva le abbazie al rischio di essere coinvolte in conflitti armati.

 

Il lavoro comunitario nei campi comportava la necessità di avere una sede stabile, vicina a corsi d’acqua, ben funzionante e attrezzata anche per la vita dei monaci e dei laici che vi lavoravano.

 

I monaci riuscirono a rendere fertili le paludi del territorio con la tecnica delle marcite e dei fontanili. La buona irrigazione portava ad abbondanti raccolti e a ricco foraggio per gli animali.

 

Il bestiame ben nutrito (come pure i cavalli, utilizzati, ahimè, per le guerre) dava tanto buon latte col quale si potevano produrre ottimi formaggi come il grana, le robiole, eccetera. Questi e altri prodotti si possono acquistare ancora oggi nelle botteghe o nei mercatini di talune abbazie insieme ad altre golosità prodotte nel territorio… più nicchia di così!

 

Il nostro itinerario può essere anche l’occasione per riscoprire antichi sapori e, magari, per qualche acquisto enogastronomico.

.Il Foscolo chiamò la nostra città “Paneropoli” tanto era ricca di “panera” (panna) proveniente dalle cascine del territorio lombardo (conoscete il panerone, formaggio tipico della Bassa padana?). Non stupiamoci quindi di vedere nel nostro itinerario cascine attive, ristrutturate o modificate, arrivate nei secoli fino a noi attraverso le “grange” dei monasteri.

 

Il territorio che attraverseremo nel nostro percorso è quasi tutto “artificiale”, come lo definì con ammirazione Carlo Cattaneo a metà Ottocento, perchè frutto dell’intervento dell’uomo. Oggi noi ne vediamo i limiti, fatti di palazzoni, centri commerciali, capannoni, fabbrichette, strade trafficate che hanno cancellato la “natura”. Non dimentichiamo, però, che il progresso e il nostro benessere attuale sono dovuti anche all’umile lavoro dei monaci che hanno bonificato terre paludose rendendole fertili e dato aiuto materiale e sociale ai nostri antenati del Medioevo.

 

Nei prossimi articoli continueremo questo itinerario sulla Strada delle Abbazie, con passipermilano e, questa volta, anche passidamilano.

 A presto…

San Maurizio (parte seconda): incontriamo i personaggi degli affreschi

La prima impressione, entrando nell’aula dei fedeli di San Maurizio, è quella di trovarci in una folla di affreschi dove tutto lo spazio delle pareti è sold out. I tanti dipinti dai toni caldi e armoniosi sembrano quasi i tasselli di un unico, grande affresco del primo Cinquecento, un’unica storia fatta di tante storie.

 

Un po’ diversa è l’aula un tempo riservata alle monache, al di là del tramezzo, dove il grande coro e l’imponente organo tolgono la visione d’insieme degli affreschi alle pareti.

 

Solo un bel cielo blu con le immagini (che sembrano quasi figure ritagliate) di Dio Padre e degli Evangelisti, sotto il balcone dietro l’altare, ci colpisce per la diversità di colore e la presenza di spazi vuoti tra le stelle.

 

Forse è un messaggio al nostro spirito?

 

A una folla di affreschi sulle pareti di questa chiesa corrisponde anche una folla di personaggi sia in scene corali, sia isolati. Ci hanno colpito alcuni putti che sembrano giocare a palla, una Sibilla XXL e questo “palestrato” dal taglio di capelli attualissimo; gli mancano solo i tatuaggi per essere del nuovo millennio…

 

E poi ci sono loro: le Sante, donne dall’incarnato chiaro, capelli biondi raccolti secondo la moda dell’epoca, occhi dolci e malinconici, labbra ben disegnate e abiti colorati, con eleganti drappeggi.

 

Molte sono le figure femminili dipinte. Il Monastero, infatti, era un convento benedettino di clausura femminile dove si ritiravano le fanciulle della famiglie più in vista di Milano, sacrificate, spesso, per tutelare il patrimonio familiare e, al tempo stesso, dare lustro alla propria casata con ruolo di Badessa. Vi ricordate Gertrude, la Signora di manzoniana memoria?

 

Le donne rappresentate negli affreschi sono davvero molte e possono fornire indizi per conoscere come era la “milanese” bene di quel tempo.

 

Entriamo piano piano in questo mondo femminile della prima metà del Cinquecento partendo da quanto ci raccontano due artisti (ops! anche allora i maschi spiegavano le donne?) legati a questo convento: il pittore Bernardino Luini e lo scrittore Matteo Maria Bandello, che ha dedicato una sua opera a Ippolita Sforza, sponsor di San Maurizio.

 

Matteo era un frate domenicano del convento di Santa Maria delle Grazie, la chiesa degli Sforza e dell’Ultima Cena. Colto, viaggiatore, spirito arguto, era un uomo di corte e, come confessore, grande conoscitore dell’animo umano e osservatore della società del tempo, che racconta nelle sue Novelle.

 

Ippolita, come racconta il Bandello, era la primadonna di un cenacolo di corte, frequentato da dame erudite, studiose di latino e compositrici di poesie in “idioma italiano” “come… la moderna Saffo, la signora Cecilia Gallerana contessa Bergamina [la Dama con l’Ermellino]”.

 

In questo cenacolo culturale c’era anche “la nobile e valorosa Luzia Stanga, che con la spada fa paura a molti bravi… e certamente se li padri volessero permettere alcune de le figlie darsi agli studi letterari e anco a l’armi, molte riusceriano eccellentissime, come fu per lo passato”. Sono forse le antenate delle eroine guerriere dei nascenti poemi cavallereschi o delle più recenti Lady Oscar e Mulan?

 

Le donne milanesi sono dunque colte, intraprendenti, social, eppure dipendenti e sottomesse alla volontà paterna e all’autorità maschile. Guardiamo le due lunette a fianco dell’altare: in quella di destra Ippolita è vestita con un sontuoso abito bianco e oro e appare giovane anche se, poco più che quarantenne, è appena mancata. La figlia Alessandra, allora già monaca, dolce, sorridente, dal bel profilo e dalla labbra rosse, intercede per lei.

 

Sono figure luminose, splendenti padrone della scena, ben diverse dal padre e marito, Alessandro Bentivoglio, che appare, sulla lunetta a fianco, personaggio sbiadito, triste e meno impattante. Pare quasi un omaggio al mondo femminile dell’epoca, ma la realtà era ben diversa.

 

Sappiamo che il Bandello, su incarico dei Bentivoglio, aveva cercato in precedenza di combinare un matrimonio tra Alessandra e un nobile, Roberto Sanseverino, conte di Caiazzo, ma questi era già impegnato. Per la fanciulla si aprirono quindi le porte di questo convento ricco, colto e prestigioso del quale divenne poi per sei volte Badessa. Aveva portato al convento una dote così ricca che, si ritiene, possa essere stata anche lei una committente degli affreschi. 

 

Senza dubbio Alessandra conobbe il Luini, autore di tantissimi dipinti del convento. Il pittore aveva vissuto una storia d’amore con una bella e nobile fanciulla di Monza, Laura Pelucca, mentre dipingeva nella villa di questa famiglia.

 

Ne era nato un figlio, Evangelista, e, per il disonore, Laura venne mandata in convento e il bimbo affidato al Luini. Quante “Laure” sono state dipinte come Sante e Martiri, bellissime, di una soffusa malinconia e di una sofferta accettazione degli eventi?

 

C’è una Santa, però, che non guarda pudicamente verso il cielo o la terra, ma vuole incrociare e sostenere lo sguardo di chi la osserva: è Santa Lucia, che ha il viso di una dark lady dell’epoca, Bianca Maria di Challant.

 

La giovane, non nobile ma molto ricca di nascita (aveva una dote maggiore di quella delle fanciulle Sforza), si era sposata prima con un anziano nobile, poi, rimasta vedova, con un conte. Aveva vissuto diverso tempo alla corte di Ippolita che le era molto affezionata. Libera e vivace, aveva avuto molti amanti, tra cui anche il mancato fidanzato di Alessandra, più o meno sua coetanea. Bianca Maria venne accusata di essere la mandante dell’omicidio di un ex-amante che l’aveva diffamata e pertanto fu condannata alla decapitazione. Il Luini aveva forse assistito a questa esecuzione e se ne era ispirato per dipingere il martirio di Santa Caterina di Alessandria.

 

Come mai una dark lady presta il volto a ben due Sante nella chiesa dove i nobili dell’epoca potevano riconoscerla? Santa Caterina, secondo la tradizione, venne martirizzata perchè, in quanto cristiana, non aveva sacrificato agli dei pagani e si era anche rifiutata all’Imperatore; fu condannata ad essere dilaniata dalle ruote dentate (sono forse l’immagine delle calunnie che possono straziare?), ma fu salvata dall’intervento degli angeli che distrussero le ruote. Venne quindi decapitata.

 

A Santa Lucia, invece, vennero strappati gli occhi… Perchè il Luini fece di Bianca Maria la vittima di così crudeli martirii? L’anima inquieta di questa donna non avrebbe trovato ancora pace e si dice torni ancora come fantasma nella sua Milano, durante la notte di Halloween

 

C’è un’altra dark lady dipinta a San Maurizio: Salomè. Eccola in un famoso dipinto del Luini.

 

Guardiamo, invece, ora l’affresco in San Maurizio. Il volto di Salomè è ben diverso da quello dell’iconografia classica. Esprime la soddisfazione per il proprio misfatto, che ne altera i lineamenti,

 

Anche i due uomini che, in un altro affresco, sono accanto a Gesù, hanno il viso distorto dalla malvagità che “dipinge” i moti del loro animo, come Leonardo aveva insegnato.

 

Infine un consiglio: non perdiamoci una visita a San Maurizio, che ci riserva sempre mille sorprese…

A presto…

 

Riciclando in verde: una pianta facile facile, il Sedum palmeri

Oggi parliamo di una pianta facile facile, dalla generosa fioritura, adatta anche ai pollici più neri: il Sedum palmeri.

 

E’ una succulenta sempreverde che cresce in piccoli vasi come in spazi più grandi, facilissima da curare (anzi fa quasi tutto da sola), fiorisce da fine inverno a piena estate e, come se non bastasse, è anche decorativa da sola o insieme ad altre piante.

 

Originaria delle montagne messicane è molto resistente anche se vi dimenticate per un po’ di bagnarla. Non si sviluppa molto in altezza ma si allarga se trova spazio o, se posta in un vaso, diventa ricadente, quasi una cascata verde.

 

Le foglie sono carnose e formano piccole rose verdi. Durante la stagione fredda i bordi si colorano di rosso. Anche se siamo in pieno inverno, però le nostre piantine si preparano a fiorire con accenni di piccoli grappoli.

 

I fiorellini, infatti, a forma di stelline gialle, si aprono su tanti grappolini che riescono a dare pennellate di colore ai nostri balconi. Aspettiamo solo qualche settimana… Per ora guardiamoli in questa composizione della primavera scorsa.

 

Il Sedum palmeri vive bene all’aperto; in casa i rametti si allungano e si assottigliano rischiando di spezzarsi. E’ una pianta così generosa, però, che a volte stacco qualche rosetta e con una tazzina un po’ sbreccata, una vecchia caffettiera e un po’ di terra, creo un angolino verde in cucina o su un tavolino.

 

Si riproduce con facilità: staccate un rametto o una rosetta col suo piccolo gambo e mettetelo direttamente in terra… cresceranno presto rigogliosi. Un consiglio: se avete una vicina o un’amica che hanno vasi di questa piantina un po’ cenerentola e poco considerata dai vivaisti, fatevi regalare una talea. Potrete poi ringraziare donando una piccola composizione fatta da voi con questa piantina.

 

A proposito di composizioni: ho utilizzato varie specie di Sedum palmeri; ecco alcune creazioni. Vi piacciono?

 

Se siete interessati a come realizzarle, contattatemi pure!

Un abbraccio a tutto green dalla vostra Francesca!

A presto…

San Maurizio, una chiesa museo (parte prima)

 

Corso Magenta è una delle vie più ricche di storia milanese e di cose da vedere: inizia con i resti del Palazzo Imperiale Romano di via Brisa e termina con gli edifici Liberty (casa Laugier e Farmacia Santa Teresa) all’angolo con piazzale Baracca. Percorrendolo, a piedi o in tram, incontriamo via via il Cenacolo, Santa Maria delle Grazie, la Casa degli Atellani con la Vigna di Leonardo, Casa Medici e altri palazzi storici (Litta, Stelline), il Museo Archeologico e la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore. Il corso ci mostra interessanti facciate di molti edifici, ma, per scoprirne i tesori, dobbiamo entrare, quasi un invito a comprendere che Milano è soprattutto bella dentro.

 

San Maurizio al Monastero Maggiore

La nostra passeggiata di oggi ci porta in corso Magenta 15 per visitare la chiesa di San Maurizio, che faceva parte del Monastero Maggiore. L’ingresso è, cosa rara oggi, libero e gratuito, grazie anche ai Volontari del Touring Club. La facciata in pietra grigia non lascia intuire l’interno di questa chiesa museo.

 

Entrare a San Maurizio è come immergersi in un ambiente tutto affrescato dai migliori artisti del Cinquecento lombardo e dalle loro scuole (Bernardino Luini e figli, Simone Peterzano…).

 

Qui la pittura sembra fondersi con l’architettura, il sacro con il profano e possiamo anche cogliere uno spaccato della società milanese della prima metà del Cinquecento.

 

Un po’ di storia

Il Monastero Maggiore è stato il primo e, senza dubbio, il più importante di Milano riservato alle donne.

 

L’area dove sorse è quella del Circo Romano, del quale si conserva una torre quadrata che è il “campanile” (ora senza più le campane) di San Maurizio.

 

Accanto a questa si trova un’altra torre, poligonale con ben ventiquattro lati, che faceva parte delle mura di Mediolanum ed che ora, splendidamente restaurata, costituisce un settore del Civico Museo Archeologico.

 

Un tempo era, però, usata come infermeria del convento e, prima ancora, probabilmente come luogo di culto per onorare i Cristiani che si pensava vi fossero stati reclusi. Oggi rimangono alcuni affreschi di quel periodo.

 

Per immaginare come fosse un tempo il monastero, andiamo all’adiacente Civico Museo Archeologico, che conserva anche la cripta, i chiostri sopravvissuti e il portone principale.

 

Per uno scorcio un po’ insolito di questo complesso, andiamo, invece, in via Bernardino Luini, sul fianco di San Maurizio. Qui possiamo vedere le due torri insieme da un’altra angolazione.

 

La fondazione, vera o presunta, di questo storico complesso monastico risalirebbe, secondo una tradizione raccontata anche dagli affreschi di San Maurizio, a San Sigismondo, Re dei Burgundi, nella seconda metà del VI secolo. San Sigismondo aveva dedicato in precedenza a San Maurizio una chiesa nell’odierna St. Moritz, sul luogo dove il comandante romano, con la sua Legione Tebea, era stato decapitato per essersi rifiutato, assieme ai suoi soldati, di uccidere i cristiani.

 

Anche San Sigismondo subì poi il martirio e fu gettato in un pozzo con la sua famiglia. Nell’ affresco affresco il Santo offre in dono un modello della chiesa a San Maurizio.

 

Nel corso dei secoli, il monastero venne ampliato con terreni e giardini e anche la chiesa venne rifatta più volte. Infine il convento venne soppresso dalla Repubblica Cisalpina. Tutto passò poi al Demanio: gli orti divennero strade ed edifici. Dell’antico monastero Maggiore restano per fortuna la chiesa di San Maurizio e i chiostri del Museo Archeologico.

L’interno di San Maurizio

L’attuale chiesa, iniziata nel 1503, probabilmente al posto di una più piccola, fu realizzata, forse, dal Dolcebuono o dal Bramantino. Importanti sponsor di San Maurizio sarebbero stati Ippolita Sforza, nipote di Ludovico il Moro, e il marito, Alessandro Bentivoglio, che vediamo ritratti in due affreschi ai lati del quadro sopra l’altare.

 

La chiesa, composta da una sola navata, non è imponente (metri 49,20 per 16,40) ed è suddivisa in due parti diseguali da un muro che non arriva alla volta. La prima parte era riservata ai fedeli, mentre la seconda, o coro, alle monache di clausura.

 

Sull’intera navata si aprono diverse cappelle, tutte riccamente affrescate, sopra le quali corre un lungo matroneo, suddiviso da robuste pareti.

 

Sotto la volta tutta decorata si aprono piccole finestre che creano uno scenografico gioco di luci.

 

Appoggiato al muro divisorio, nella parte pubblica, si trova l’altare maggiore di epoca più tarda, decorato anche con pietre preziose; sopra di questo si trova una doppia grata che permetteva anche alle monache di clausura di partecipare alla Messa e di ricevere l’Eucaristia attraverso il cosiddetto “comunichino”, una piccola apertura chiusa da uno sportello.

Si ritiene che questa grata, prima della Controriforma, fosse molto più grande e che sia stata ridotta alle dimensioni attuali murando la sua parte superiore, dove ora si trova un grande quadro con l’Adorazione dei Magi di Antonio Campi.

 

Da una piccola porta alla sinistra dell’altare si accede, salendo due gradini, all’ aula riservata alle religiose, con il grande coro ligneo di ben cento stalli, progettato, probabilmente, dallo stesso architetto della chiesa.

 

Da qui si alzava la dolce melodia del canto polifonico delle suore che raggiungeva anche i fedeli attraverso gli spazi vuoti sopra l’altare. Era accompagnato dalle note dello splendido organo realizzato tra il 1554 e il 1557 da Gian Giacomo Antegnati, autore anche di quello del Duomo.

Anche l’aula delle monache è riccamente affrescata con scene bibliche e di dolci paesaggi lombardi, ai quali le suore di clausura avevano rinunciato.

 

In una cappella una serie di scene bibliche è dedicata al Diluvio Universale. Gli animali (compresi due mitici unicorni!) salgono a coppie sull’Arca. Guardiamo, però, in basso a sinistra: i cani sono tre!!! Sembra che il terzo sia una sorta di logo usato dall’autore del dipinto…

 

Non abbiamo ancora parlato dei vari personaggi raffigurati negli affreschi… Ci sono ancora tante cose da vedere e tante storie da raccontare, compresa quelle di una dark Lady dell’epoca.

A presto…

Aspettando i Magi

Il Vangelo di Matteo è il solo che parla, sia pure brevemente, dei Magi(2, 1-12)

1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3[…] Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12

Matteo li chiama “Magoi” che nella cultura del tempo, erano indovini/astrologi di origine persiana che celebravano riti in onore della Luce, attendendo lo “Saoshyant” che sarebbe nato da una Vergine, discendente da Zarathustra, annunciato da una stella… Questo “Salvatore” divino avrebbe sconfitto le tenebre e portato con sè la resurrezione e l’immortalità degli uomini.

Secondo la tradizione cristiana, i Magi sono i primi non ebrei ad aver riconosciuto e adorato il Divino Bambino. Ma da dove venivano? Quanti erano? Come si chiamavano? Le ipotesi e le interpretazioni restano avvolte e trascinate nella scia della Cometa.

Secondo alcuni, i Magi rappresentano le tre razze umane al tempo conosciute (bianca, gialla, nera), originate dai tre figli di Noè (Sem, Cam e Jafet), secondo altri i tre continenti allora noti, secondo altri ancora le tre età della vita (giovinezza, maturità e vecchiaia). Tutte ipotesi legate al numero tre, tanto che anche i Magi, come i loro doni, sono rappresentati in tre, numero simbolico per eccellenza.

La nostra città è sempre stata molto devota ai Magi e legata al culto delle loro reliquie, parte delle quali è conservata nella basilica di Sant’Eustorgio.

Inoltre, nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli, si trova l’antico sarcofago di San Celso sul quale sono scolpiti anche i tre Magi.

Da notare che non portano la corona, ma indossano il berretto frigio degli antichi sacerdoti persiani, come quelli raffigurati a Ravenna, nella chiesa di Sant’Apollinare.

Secondo una attuale interpretazione i Magi di San Celso rappresentano il nostro rapporto con la Fede: c’è chi già la possiede, chi è alla sua ricerca, chi ha bisogno di aiuto per raggiungerla, come il Mago che si appoggia a quello che lo precede per farsi guidare.

Questa interpretazione ci ha ricordato un passo del “Milione” di Marco Polo che riguarda i Magi.

“In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque, […] l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. […] E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra,…”
(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

Ciascun Mago, da solo, davanti al Signore, riusciva a vedere unicamente se stesso; solamente quando furono tutti e tre insieme riuscirono a vederLo. Quindi, anche tutti noi insieme potremmo riuscire ad abbandonare, almeno un po’, il nostro egocentrismo e il culto di noi stessi?

A presto…

 

 

 

Benvenuto 2023!

Il 24 dicembre 1968 gli astronauti dell’Apollo 8 videro, dalla loro capsula, la Terra che sembrava sorgere dietro la Luna. Scattarono insieme questa foto, fuori programma, e tutto il mondo potè ammirare, dopo millenni di sogni, l’Earthrise.

 

Con questa immagine, al sorgere del Nuovo Anno, auguriamo che, pur fra mille difficoltà, con coraggio, fiducia e tenacia si possano realizzare non solo i progetti, ma anche le speranze e i sogni. A tutti un affettuoso, sincero augurio di

Buon Anno!!!

A presto…

 

 

 

 

Natale 2022: il lungo viaggio dell’Albero di Natale e del Presepe

Ma è nato prima l’Albero o il Presepe? Ce lo siamo chiesti, davanti a una fetta di panettone, dopo aver addobbato il nostro abete ecologico e fatto il presepe con le statuine arrivate, Natale dopo Natale, nelle nostre vite. In effetti la “rinascita” che ci porta il Natale comincia proprio da loro, dalle statuine che escono, una dopo l’altra, dallo scatolone che le custodisce durante l’anno e dall’albero che, come per magia, sembra rigermogliare in pieno dicembre.

Natale è… l’Albero

I nostri antenati Celti pensavano che un albero reggesse la volta del cielo. Un po’ di allora sembra esserci anche oggi guardando l’albero e la cupola della Galleria.

La storia dell’Albero di Natale viene da lontano. Per propiziare il ritorno delle giornate di luce, si addobbavano, al solstizio d’inverno, alberi con frutti come speranza di prosperità e abbondanza. Anche oggi…

Una leggenda racconta che nel 700 d.C. San Bonifacio, durante un viaggio per evangelizzare la Germania, si imbattè in un gruppo di pagani che, intorno ad una quercia, stavano compiendo un sacrificio umano per propiziare la rinascita della natura e la prosperità. il monaco si fermò, salvò il bambino che stava per essere sacrificato e “insegnò” ad adornare le porte delle case con un ramo di abete, pianta sempreverde con la quale erano costruite le capanne. Diede in questo modo, un valore più intimo e familiare, oltre che collettivo, al rito del solstizio.

 

Ancora oggi ci sono alberi “pubblici” e altri “familiari”. I primi illuminano piazze e sono bellissimi, ma un po’ aristocratici perché quasi sempre in luoghi VIP.

 

Alberi illuminano anche i negozi e i locali per attirare il pubblico e condurlo nel lungo viaggio verso il Natale.

 

La prima “uscita” pubblica in una piazza dell’Albero di Natale sembra sia avvenuta a Tallinn, in Estonia, nel 1441 quando, davanti al Municipio, venne posto un abete intorno al quale i giovani danzavano per trovare l’anima gemella. Ecco l’Albero 2022 davanti al Duomo, luogo di incontro per tutti i milanesi.

 

Gli antichi Romani erano soliti donare un ramo di sempreverde alle Calende di Gennaio come buon auspicio. Anche oggi, come allora, è bello regalare dei fiori come augurio.

Dove facciamo l’Albero nelle nostre case? Prima interior designer natalizia è stata la duchessa di Brieg che, nel 1661, avendo visto un angolo spoglio in uno dei suoi saloni, vi fece porre un abete come complemento d’arredo. Pubblici o privati, tradizionali o creativi, gli Alberi danno sempre colore e aria di festa.

 

Altre due tappe nel “viaggio del tempo” degli Alberi. La Regina Vittoria, col consorte Alberto, fece dell’Albero quasi un simbolo del Natale familiare; Papa Giovanni Paolo II, per primo, fece allestire un Albero, venuto dalla Polonia, in piazza San Pietro.

 

Natale è… il Presepe

Da qualche anno il Presepe sembra essere un po’ in secondo piano rispetto agli Alberi di Natale e ad altre decorazioni più appariscenti. Lo ritroviamo, però, sempre nelle chiese, spesso stilizzato ed elegante, e, pensiamo, nell’intimità di molte case.

 

 

Eppure il Presepe non manca mai di lasciare a bocca aperta i bambini che lo guardano con la stessa meraviglia del “pastore dello stupore”, statuina del Presepe classico che rimane attonito, a braccia spalancate, davanti alla Natività, portando in dono, come dice una leggenda, “solo” la propria capacità di meravigliarsi davanti alla meraviglia del Mistero.

 

Perchè il Presepe mantiene questo fascino, quasi magnetico, anche oggi? Viene dal tempo e affonda le sue radici in antiche storie, come quella di Mitra (nato da una vergine, in una grotta, al solstizio d’Inverno), del Sol Invictus romano che vince le tenebre, e di molte altre mitologie che narravano di un dio bambino, che nasce e, crescendo, fa allungare le ore di luce. Ecco il nostro Gesù Bambino!

 

 

La data ufficiale della nascita del Presepe cristiano viene fatta risalire al 1223 quando San Francesco, pochi giorni prima di Natale, realizzò a Greccio il primo Presepe vivente, senza però il Bambinello, rappresentato dall’Eucarestia celebrata su un altare sopra la mangiatoia.

 

Il Presepe è un villaggio di simboli, quasi un fermo-immagine della Natività. Si ripete in luoghi e tempi diversi; infatti non si riproduce solo un villaggio palestinese di quell’epoca, ma possono fare, via via, la loro comparsa anche personaggi anacronistici per quel periodo.

 

Siamo di fronte ad una storia, al ricordo di un “fatto” che coinvolge tutto il Creato, uomini e animali compresi, uniti attorno alla Sacra Famiglia.

I personaggi classici del Presepe sono pastori (tra cui Gelindo, che porta un agnello sulle spalle, e Benino, che dorme e non si accorge di quanto stia accadendo), pescatori, lavandaie, venditori di cibi, osti… talvolta sembrano quasi uniti in un rito collettivo per propiziare l’abbondanza.

 

In questo villaggio arrivano, alla dodicesima notte, i Re Magi che rappresentano, con le loro razze ed età diverse, tutto il Mondo, una sorta di villaggio globale. Ci manca solo una Regina Maga… chissà se prima o poi..,

 

Anche i luoghi del Presepe sono simbolici: ci sono monti e torrenti, ponti, pozzi, rovine di templi pagani, case, locande e la Grotta, buio del mondo e del cuore umano che cerca la Luce.

Da sempre gli uomini guardano alle stelle per cercare segnali astronomici e astrologici venuti dal Cielo. Altro importante simbolo del Presepe è la Stella, che guida, come un antico Google Map, e indica la strada verso Betlemme.

 

Da quanto tempo abbiamo simboli come l’Albero e il Presepe? Sono storie antiche… Si è fatto tardi, si avvicina mezzanotte! Avvistato Babbo Natale!!!

A tutti un sereno, gioioso e affettuoso

Buon Natale!!!

A presto…

 

 

 

 

Santa Maria della Pace, una chiesa difficile da visitare

Oggi è la festa dell’Immacolata che, con Sant’Ambrogio, rappresenta per tutti i milanesi l’inizio del periodo natalizio.

 

Siamo in un momento non facile, tormentato da guerre in atto, dure repressioni e violenze in molti paesi del mondo. Per questo, oggi, parliamo della chiesa di Santa Maria della Pace, bellissima, dalla storia tribolata, difficile da vedere… come la Pace.

 

Questa chiesa si trova in via San Barnaba, alle spalle del Palazzo di Giustizia. Sembra quasi in disparte, chiusa da un cancello che la esclude dalle visite dei fedeli.

 

Da alcuni anni è in uso, con alcuni bassi edifici di pertinenza, all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e viene aperta al pubblico solo il primo giovedì del mese con orario piuttosto limitato.

 

Non è facile dunque visitarla, anche se ha tanta storia di Milano da raccontare. Venne, infatti, fatta costruire, assieme all’adiacente convento (oggi Chiostri dell’Umanitaria) nel XV secolo grazie alle donazioni di Bianca Maria Visconti e del figlio Galeazzo Maria Sforza per Amedeo Menez da Silva, frate francescano portoghese, non sempre ortodosso, con fama di taumaturgo, oggi Beato.

 

Di lui sappiamo che ispirò non poco anche l’opera di Leonardo da Vinci, presente a quei tempi a Milano.

 

 

Erano anni molto importanti per l’architettura milanese che vide nascere la Ca’ Granda, Santa Maria delle Grazie e San Pietro in Gessate, con i loro caldi mattoni a vista, così milanesi.

San Pietro in Gessate

 

Santa Maria della Pace fu realizzata in circa trent’anni (1466/97) ed ha un’unica navata con diverse cappelle; nel Cinquecento le fu aggiunto il campanile.

 

Ora appare piuttosto spoglia, se si escludono gli affreschi sopra l’altare, che, però, si possono guardare da piuttosto lontano.

In passato aveva altri affreschi molto importanti, poi spostati in altre sedi o andati perduti. Ora sui capitelli rimangono ancora gli stemmi del Ducato e, se guardiamo verso l’alto, possiamo vedere ciò che resta di alcuni dipinti e le parole PAX e IHS ripetute sulla volta, quasi un invito alla preghiera.

La storia di questa chiesa è stata molto tribolata durante l’Ottocento. Venne sconsacrata da Napoleone, utilizzata come magazzino, ospedale, scuderia. Infine venne acquistata da una importante famiglia e trasformata in una sala per concerti di musica sacra, il famoso Salone Perosi, che poteva contare sullo splendido organo di Pietro Bernasconi del 1891.

 

Agli inizi del Novecento la chiesa venne riconsacrata e passò alle Suore di Santa Maria Riparatrice, che vi restarono fino a metà degli anni Sessanta. Poco dopo venne acquistata dall’Ordine del Santo Sepolcro, che trasferì, negli edifici adiacenti, la propria Luogotenenza per l’Italia Settentrionale.

 

Quest’Ordine, che risale ai tempi della Prima Crociata, era stato fondato da Goffredo da Buglione nel 1099 per la difesa dei valori cristiani. Attualmente si occupa di sostenere scuole interreligiose in Terra Santa e altre opere sociali.

 

Chiudiamo questa breve “visita” sostando davanti a Lei, la Madonna della Pace. Posto in una cappella, il dipinto mostra il Bambino in una mandorla dorata come culla, vegliato da Maria con un abito tempestato dalla parola PAX, un bene prezioso dal valore inestimabile.

A presto…