Dolci natalizi in Casa Manzoni

Dopo Casa Manzoni, cerchiamo di conoscere i suoi abitanti anche attraverso i dolci natalizi che amavano: due mogli (Enrichetta e Teresa) e due dolci diversi (la carsenza e il panettone), Alessandro con la cioccolata come comfort food e Giulia, la madre dello scrittore, la vera padrona di casa di via Morone.

 

Se il ritratto del Manzoni rappresenta un personaggio austero, severo, quasi distaccato, le cronache ci raccontano un Alessandro balbuziente (motivo per il quale non parlava in pubblico), facile ad attacchi di panico e a momenti bui, ma goloso, buongustaio e di grandi “appetiti” non solo gastronomici.

 

In una lettera scrisse che, di ritorno da un viaggio e sentendosi molto stanco, si accontentò di un fritto, un po’ di bollito, un assaggio di arrosto oltre, ovviamente, a contorni e dessert… il tutto innaffiato da buon vino; un vero scrittore gourmet. Era anche così amante del cioccolato da esserne quasi dipendente, oggi lo potremmo definire chocolate addicted.

 

Aveva anche la passione per la botanica. Si occupava, infatti, sia delle piante di via Morone sia di quelle della villa di Brusuglio, che la madre aveva ereditato dal compagno.

 

Nelle sue terre sperimentava coltivazioni innovative, che non sempre i suoi contadini capivano, Questa tenuta gli forniva anche molti prodotti alimentari a Km Zero. Lo scrittore era un ottimo camminatore e raggiungeva spesso la villa a piedi percorrendo almeno 15 Km tra andata e ritorno. Cibo sano e movimento, ieri come oggi, sono consigliati per vivere a lungo (il Manzoni visse quasi 90 anni).

 

Una pianta di questa villa ci parla del legame tra Alessandro ed Enrichetta. La giovane donna aveva infatti intrecciato i fusti di due robinie come simbolo della loro unione. Purtroppo la mostra su Manzoni botanico, prevista per dicembre al Museo di Storia Naturale di Milano, è stata rimandata.

 

La tenera Enrichetta amava un dolce contadino, la carsenza, tipica delle festività natalizie. La si può fare anche in casa, oggi come allora. Ecco la ricetta per questa torta manzoniana, magari un’idea per il prossimo Capodanno.

CARSENZA – Dolce tipico lombardo che si festeggiava il primo dell’anno. Ingredienti:
450 grammi farina bianca OO – 100 grammi zucchero da canna – 1,5 bicchiere di acqua – 80 di burro fuso – un cubetto di lievito di birra – 3 mele grandi – mezza confezione di uvette – una confezione di fichi, circa 20 – zucchero semolato q.b. – Burro a fiocchi.
PREPARAZIONE:
Sciogliere il lievito in mezzo bicchiere di acqua e il burro fuso nel forno a micro onde. Impastare farina, acqua, e burro fuso nella planeteria per 5 minuti. Unire all’impasto le mele tagliate a pezzi togliendo solo il torsolo, unire l’uvetta e i fichi tagliati a metà. Amalgamare il tutto. Mettere l’impasto in una teglia di cm. 26 foderata con carta da forno. Lasciare lievitare per 4 ore coperta. Infornare a 200 gradi per 45 minuti dopo aver spolverato lo zucchero semolato e qualche fiocco di burro. Coprire con delle carta stagnola se durante la cottura diventa troppo colorita.
Sfornare, mettere zucchero a velo e servire, tiepida o fredda.” (da Varese News – 13 novembre 2023)

 

Logorata dalle quindici gravidanze, dai salassi e dalla tisi, Enrichetta si spense, a 42 anni, proprio il giorno di Natale del 1833. Aveva scritto in una lettera che le donne sono come un baco da seta e vengono sacrificate per diventare il filo che tiene unita la famiglia.

 

Ormai il Manzoni era uno scrittore di grande fama e onori. Furono proprio le sue opere a fare innamorare di lui la seconda moglie, Teresa Borri Stampa, una ricchissima vedova con un figlio diciottenne. Dopo aver letto i Promessi Sposi, scrisse alla propria madre “Don Alessandro è fatto come il mio cuore vuole”.

 

Era completamente diversa da Enrichetta. Colta, intellettuale, frequentava i salotti, gli artisti più in voga e anche i movimenti politici e filantropici dell’epoca. Viveva appieno la Milano di allora, ricca di cultura e di eventi.

 

Giulia, la madre di Alessandro, aveva capito che il figlio aveva bisogno, oltre che di lei, di una donna accanto. Infatti, nei quattro anni tra un matrimonio e l’altro, il Manzoni aveva avuto una relazione con una ricamatrice da cui era nato un figlio. Giulia favorì quindi il matrimonio con Teresa, anche se molto diversa dalla mite Enrichetta.

 

Il ricordo della prima moglie, però, era sempre presente, quasi incombente. Al ricevimento di nozze Giulia invitò Teresa a indossare uno scialle di Enrichetta e a usare il suo profumo di lavanda (che sapeva di casa) anzichè l’inebriante gelsomino che usava di solito. Inoltre, come dolce di nozze, venne servita la semplice, casalinga carsenza. Ma Teresa non era Enrichetta, nè il personaggio di “Fosca” del film “Viaggi di nozze” di Verdone e, cosi, l’invadente Giulia, che denigrava la nuora con amici e conoscenti, si dovette trasferire al piano superiore di via Morone.

 

Con la nuova moglie fece il suo ingresso in Casa Manzoni il panettone, dolce di pasticceria e non fatto in casa, che Teresa amava gustare anche negli eleganti bar dell’epoca.

 

Molto passionale e golosa come il marito, lo mangiava tutti i giorni e non solo a Natale. Creò persino un verbo per manifestare la propria soddisfazione. Nel suo diario scrisse: “Milano 1850, bene panatonata!”. Panettone e cioccolato, che gustosa accoppiata!

 

Colpita da una grave forma neurodegenerativa, anche se quasi immobile, continuò a ricevere nel suo salotto privato. Si spense a 61 anni nella villa di Lesa, senza la presenza del marito che, visto il caldo del mese di agosto, aveva preferito tornare a Brusuglio.

 

Alessandro le sopravvisse circa 12 anni. Quante volte avrà ripensato al proprio componimento poetico “Autoritratto”, scritto in gioventù? Quali risposte si sarà dato?
” …Poco noto ad altrui, poco a me stesso,
gli uomini e gli anni mi diranno chi sono. “

A presto…

Buon Ferragosto 2023!

Quanti di noi anche oggi, in un momento di pausa estiva, stanno già pensando a domani, al ritorno al lavoro, a fare programmi per il futuro?

 

Milano e la milanesità sono fatte così: guardano avanti, amano consapevolmente il nuovo, il passato è il terreno sul quale crescere e divenire. Con questo spirito, tutto milanese, abbiamo pensato di augurare Buon Ferragosto dalle terrazze del Duomo, la bellissima roccia della nostra città.

 

 

Il nostro sguardo può spaziare a 360°. Vediamo edifici vecchi e altri nuovissimi, monumenti e grattacieli, tetti e torri, tegole e cristalli, la nostra storia e il nostro futuro.

Chi volesse farvi un giro o partecipare ad altre iniziative, può consultare il sito duomomilano.it

Domani si riparte e si ricomincia. A tutti, con amicizia e fiducia, auguriamo

Buon Ferragosto!

A presto…

Leonardo da Vinci, uno di noi?

Si torna a parlare, in questi giorni, di Caterina, la madre di Leonardo. Infatti, durante i lavori di ampliamento e ristrutturazione tra la caserma Garibaldi e l’Università Cattolica, sono stati ritrovati i resti di alcune cappelle appartenenti alla chiesa (demolita agli inizi dell’Ottocento) di San Francesco Grande, dove il genio l’avrebbe fatta seppellire.

Leggendo queste notizie, abbiamo ripensato a Leonardo e a come abbia vissuto, allora, problemi che ancora oggi noi affrontiamo e discutiamo. Era nato, fuori dal matrimonio, da una coppia mista (padre toscano, madre straniera immigrata per forza), genitori separati (il padre si era risposato quattro volte). Era cresciuto insieme ai fratellastri col nonno paterno, pur andando spesso a trovare la madre, sposata e con tanti altri figli avuti dal marito. Più famiglia allargata di così!!

Su-Caterina-madre-di-Leonardo_E.-Ulivi

Fu un adolescente un po’ scapestrato (rischiò la prigione a Firenze perchè era in cerca della propria identità di genere).

Autoritratto di Leonardo 1475

Dopo un po’ di apprendistato a bottega dal Verrocchio, si cercò un lavoro mandando (e barando) un curriculum a un big dell’epoca, Ludovico il Moro.

 

Anche allora Milano era attrattiva, offriva possibilità di carriera ed era anche glamour…

 

Quando giunse a Milano in cerca di fortuna, come molti giovani di oggi, Leonardo venne ospitato da un amico pittore, Giovanni Ambrogio de Predis, che non solo lo ospitò in una casa a Porta Ticinese, ma lo introdusse a corte e lavorò con lui alla Vergine delle Rocce, presso la chiesa di San Francesco Grande.

 

Da allora Leonardo cambiò diverse case, sempre più prestigiose fino ad abitare alla Corte Ducale, dove oggi c’è Palazzo Reale. Tanto di cappello, ne ha fatta di strada!

 

Amava le feste, il look trasgressivo, il buon cibo (abbiamo anche delle sue ricette) e il buon vino, tanto da produrlo nella sua vigna accanto a Santa Maria delle Grazie, a Km 0.

 

Probabilmente Leonardo era bisex, ma, molto riservato, non ha dato mai pubblicità alla cosa.

Salai, suo allievo

 

Secondo una studiosa tedesca Leonardo si sarebbe sposato in segreto con Isabella di Aragona, vedova di Gian Galeazzo Maria Sforza, dalla quale avrebbe avuto anche dei figli.

 

Aveva molti interessi, si occupava dell’ambiente e di nuove tecnologie, andava a piedi al lavoro…

 

e, forse per questo, aveva progettato una specie di bicicletta.

 

Leonardo era di una spiritualità intensa, ma molto personale.

 

Inoltre, come si legge anche oggi, si è occupato della madre anziana, assistendola con amore fino alla fine. Un affettuoso caregiver del Rinascimento.

 

Leo, sei uno di noi o i problemi sono sempre gli stessi?

 

A presto…

Aspettando i Magi

Il Vangelo di Matteo è il solo che parla, sia pure brevemente, dei Magi(2, 1-12)

1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3[…] Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12

Matteo li chiama “Magoi” che nella cultura del tempo, erano indovini/astrologi di origine persiana che celebravano riti in onore della Luce, attendendo lo “Saoshyant” che sarebbe nato da una Vergine, discendente da Zarathustra, annunciato da una stella… Questo “Salvatore” divino avrebbe sconfitto le tenebre e portato con sè la resurrezione e l’immortalità degli uomini.

Secondo la tradizione cristiana, i Magi sono i primi non ebrei ad aver riconosciuto e adorato il Divino Bambino. Ma da dove venivano? Quanti erano? Come si chiamavano? Le ipotesi e le interpretazioni restano avvolte e trascinate nella scia della Cometa.

Secondo alcuni, i Magi rappresentano le tre razze umane al tempo conosciute (bianca, gialla, nera), originate dai tre figli di Noè (Sem, Cam e Jafet), secondo altri i tre continenti allora noti, secondo altri ancora le tre età della vita (giovinezza, maturità e vecchiaia). Tutte ipotesi legate al numero tre, tanto che anche i Magi, come i loro doni, sono rappresentati in tre, numero simbolico per eccellenza.

La nostra città è sempre stata molto devota ai Magi e legata al culto delle loro reliquie, parte delle quali è conservata nella basilica di Sant’Eustorgio.

Inoltre, nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli, si trova l’antico sarcofago di San Celso sul quale sono scolpiti anche i tre Magi.

Da notare che non portano la corona, ma indossano il berretto frigio degli antichi sacerdoti persiani, come quelli raffigurati a Ravenna, nella chiesa di Sant’Apollinare.

Secondo una attuale interpretazione i Magi di San Celso rappresentano il nostro rapporto con la Fede: c’è chi già la possiede, chi è alla sua ricerca, chi ha bisogno di aiuto per raggiungerla, come il Mago che si appoggia a quello che lo precede per farsi guidare.

Questa interpretazione ci ha ricordato un passo del “Milione” di Marco Polo che riguarda i Magi.

“In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque, […] l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. […] E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra,…”
(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

Ciascun Mago, da solo, davanti al Signore, riusciva a vedere unicamente se stesso; solamente quando furono tutti e tre insieme riuscirono a vederLo. Quindi, anche tutti noi insieme potremmo riuscire ad abbandonare, almeno un po’, il nostro egocentrismo e il culto di noi stessi?

A presto…

 

 

 

Benvenuto 2023!

Il 24 dicembre 1968 gli astronauti dell’Apollo 8 videro, dalla loro capsula, la Terra che sembrava sorgere dietro la Luna. Scattarono insieme questa foto, fuori programma, e tutto il mondo potè ammirare, dopo millenni di sogni, l’Earthrise.

 

Con questa immagine, al sorgere del Nuovo Anno, auguriamo che, pur fra mille difficoltà, con coraggio, fiducia e tenacia si possano realizzare non solo i progetti, ma anche le speranze e i sogni. A tutti un affettuoso, sincero augurio di

Buon Anno!!!

A presto…

 

 

 

 

Natale 2022: il lungo viaggio dell’Albero di Natale e del Presepe

Ma è nato prima l’Albero o il Presepe? Ce lo siamo chiesti, davanti a una fetta di panettone, dopo aver addobbato il nostro abete ecologico e fatto il presepe con le statuine arrivate, Natale dopo Natale, nelle nostre vite. In effetti la “rinascita” che ci porta il Natale comincia proprio da loro, dalle statuine che escono, una dopo l’altra, dallo scatolone che le custodisce durante l’anno e dall’albero che, come per magia, sembra rigermogliare in pieno dicembre.

Natale è… l’Albero

I nostri antenati Celti pensavano che un albero reggesse la volta del cielo. Un po’ di allora sembra esserci anche oggi guardando l’albero e la cupola della Galleria.

La storia dell’Albero di Natale viene da lontano. Per propiziare il ritorno delle giornate di luce, si addobbavano, al solstizio d’inverno, alberi con frutti come speranza di prosperità e abbondanza. Anche oggi…

Una leggenda racconta che nel 700 d.C. San Bonifacio, durante un viaggio per evangelizzare la Germania, si imbattè in un gruppo di pagani che, intorno ad una quercia, stavano compiendo un sacrificio umano per propiziare la rinascita della natura e la prosperità. il monaco si fermò, salvò il bambino che stava per essere sacrificato e “insegnò” ad adornare le porte delle case con un ramo di abete, pianta sempreverde con la quale erano costruite le capanne. Diede in questo modo, un valore più intimo e familiare, oltre che collettivo, al rito del solstizio.

 

Ancora oggi ci sono alberi “pubblici” e altri “familiari”. I primi illuminano piazze e sono bellissimi, ma un po’ aristocratici perché quasi sempre in luoghi VIP.

 

Alberi illuminano anche i negozi e i locali per attirare il pubblico e condurlo nel lungo viaggio verso il Natale.

 

La prima “uscita” pubblica in una piazza dell’Albero di Natale sembra sia avvenuta a Tallinn, in Estonia, nel 1441 quando, davanti al Municipio, venne posto un abete intorno al quale i giovani danzavano per trovare l’anima gemella. Ecco l’Albero 2022 davanti al Duomo, luogo di incontro per tutti i milanesi.

 

Gli antichi Romani erano soliti donare un ramo di sempreverde alle Calende di Gennaio come buon auspicio. Anche oggi, come allora, è bello regalare dei fiori come augurio.

Dove facciamo l’Albero nelle nostre case? Prima interior designer natalizia è stata la duchessa di Brieg che, nel 1661, avendo visto un angolo spoglio in uno dei suoi saloni, vi fece porre un abete come complemento d’arredo. Pubblici o privati, tradizionali o creativi, gli Alberi danno sempre colore e aria di festa.

 

Altre due tappe nel “viaggio del tempo” degli Alberi. La Regina Vittoria, col consorte Alberto, fece dell’Albero quasi un simbolo del Natale familiare; Papa Giovanni Paolo II, per primo, fece allestire un Albero, venuto dalla Polonia, in piazza San Pietro.

 

Natale è… il Presepe

Da qualche anno il Presepe sembra essere un po’ in secondo piano rispetto agli Alberi di Natale e ad altre decorazioni più appariscenti. Lo ritroviamo, però, sempre nelle chiese, spesso stilizzato ed elegante, e, pensiamo, nell’intimità di molte case.

 

 

Eppure il Presepe non manca mai di lasciare a bocca aperta i bambini che lo guardano con la stessa meraviglia del “pastore dello stupore”, statuina del Presepe classico che rimane attonito, a braccia spalancate, davanti alla Natività, portando in dono, come dice una leggenda, “solo” la propria capacità di meravigliarsi davanti alla meraviglia del Mistero.

 

Perchè il Presepe mantiene questo fascino, quasi magnetico, anche oggi? Viene dal tempo e affonda le sue radici in antiche storie, come quella di Mitra (nato da una vergine, in una grotta, al solstizio d’Inverno), del Sol Invictus romano che vince le tenebre, e di molte altre mitologie che narravano di un dio bambino, che nasce e, crescendo, fa allungare le ore di luce. Ecco il nostro Gesù Bambino!

 

 

La data ufficiale della nascita del Presepe cristiano viene fatta risalire al 1223 quando San Francesco, pochi giorni prima di Natale, realizzò a Greccio il primo Presepe vivente, senza però il Bambinello, rappresentato dall’Eucarestia celebrata su un altare sopra la mangiatoia.

 

Il Presepe è un villaggio di simboli, quasi un fermo-immagine della Natività. Si ripete in luoghi e tempi diversi; infatti non si riproduce solo un villaggio palestinese di quell’epoca, ma possono fare, via via, la loro comparsa anche personaggi anacronistici per quel periodo.

 

Siamo di fronte ad una storia, al ricordo di un “fatto” che coinvolge tutto il Creato, uomini e animali compresi, uniti attorno alla Sacra Famiglia.

I personaggi classici del Presepe sono pastori (tra cui Gelindo, che porta un agnello sulle spalle, e Benino, che dorme e non si accorge di quanto stia accadendo), pescatori, lavandaie, venditori di cibi, osti… talvolta sembrano quasi uniti in un rito collettivo per propiziare l’abbondanza.

 

In questo villaggio arrivano, alla dodicesima notte, i Re Magi che rappresentano, con le loro razze ed età diverse, tutto il Mondo, una sorta di villaggio globale. Ci manca solo una Regina Maga… chissà se prima o poi..,

 

Anche i luoghi del Presepe sono simbolici: ci sono monti e torrenti, ponti, pozzi, rovine di templi pagani, case, locande e la Grotta, buio del mondo e del cuore umano che cerca la Luce.

Da sempre gli uomini guardano alle stelle per cercare segnali astronomici e astrologici venuti dal Cielo. Altro importante simbolo del Presepe è la Stella, che guida, come un antico Google Map, e indica la strada verso Betlemme.

 

Da quanto tempo abbiamo simboli come l’Albero e il Presepe? Sono storie antiche… Si è fatto tardi, si avvicina mezzanotte! Avvistato Babbo Natale!!!

A tutti un sereno, gioioso e affettuoso

Buon Natale!!!

A presto…

 

 

 

 

Buon Halloween !!!

 

In questa notte i nostri fantasmi ci augurano uno spaventoso Halloween.

 

 

E se ricevete questa zucca in dono, rallegratevi un momento della sua bellezza… 

 

Ad Halloween la zucca non si trasforma in carrozza come quella di Cenerentola per andare a un ballo pieno di gioia …

 

 

Il suo itinerario è molto diverso e condurrà ad una ben altra danza … 

Terrificante Halloween a tutti!

A presto…

 

 

 

Le creatrici di Diabolik, il Re del Terrore

Diabolik compie tra poco 60 anni e la nostra città lo celebra dedicando alle sue creatrici, le sorelle Giussani, a 100 anni dalla nascita di Angela, un giardino e dei bellissimi murales.

Il giardino è lo spazio verde che si trova in piazza Grandi, con panchine, qualche bell’albero, uno spazio giochi e alcune aiuole un po’ inaridite per la siccità.

 

È un altro giardino “in rosa” come quelli già dedicati a donne importanti per la nostra città (Ravizza, Guastalla, Cederna, Tebaldi…). Questo delle sorelle Giussani avrà anche qualche sfumatura noir del “re del terrore” che hanno creato?

Angela, donna “nuova” per il suo tempo (imprenditrice, con brevetto di pilota di aereo), dopo un passato da fotomodella, aveva sposato Gino Sansoni, direttore di una casa editrice, l’Astoria, con sede vicino a piazza Cadorna, e aveva lavorato con lui come redattrice.

 

Negli anni Sessanta si separò dal marito e dalla casa editrice madre e ne fondò un’altra, la Astorina, con la quale pubblicherà, insieme alla sorella Luciana, Diabolik, un personaggio “cattivo”, in calzamaglia nera, con occhi di ghiaccio e maschera, del tutto diverso dai personaggi “buoni” che andavano di moda allora.

Diverso il soggetto, diverso il formato del fumetto (solo cm 12 X 17), tutto in bianco e nero, differente il pubblico: Angela aveva pensato ad un tascabile di evasione per i pendolari, da leggere nel tragitto casa-lavoro. Forse la stazione Cadorna, vicina alla casa editrice, era stata di ispirazione.

 

Siamo agli inizi degli anni Sessanta nel periodo del boom economico; la società sta cambiando, il senso comune evolvendo, anche se ancora lentamente. E questo è il tempo in cui nasce questo personaggio che suscita scandalo e ammirazione. Diabolik, un ladro senza scrupoli che riesce sempre a rimanere impunito, ha una compagna, Eva Kant, dal viso, forse, di Grace Kelly.

Insieme rappresentano una coppia di fatto, di coprotagonisti paritari, in tempi in cui esisteva ancora il matrimonio riparatore (il caso Franca Viola è del 1965) e non c’era il divorzio (introdotto nel 1970) ma Mina stava vivendo una “scandalosa” storia d’amore con Corrado Pani.

 

Diabolik (con la K finale per dare un tocco ancora più duro al personaggio) è stato forse ispirato da Fantomas o dal protagonista, rimasto sconosciuto, di un fatto di cronaca nera torinese e soprannominato dalla stampa Diabolich, che sfidava con tranelli e inganni la polizia.

Antagonista, avversario ma non nemico di Diabolik, è l’ispettore Ginko, probabilmente ispirato all’ex-marito di Angela, Gino, al cui nome l’autrice ha aggiunto una K. Un dettaglio interessante che ci riporta a Milano: nelle immagini a colori delle copertine, ha la cravatta rossonera, come la squadra del cuore di Gino.

Questo accenno alla nostra città ci conduce ai bellissimi murales di via Pesto, accanto alla chiesa di San Cristoforo: Diabolik ed Eva sono ritratti in diverse zone iconiche di Milano.

 

Un semplice omaggio alla città natale di questo fumetto o il suggerimento dell’esistenza di un lato noir oscuro e misterioso di Milano?

A presto…

Buon mese di Maggio con un bouquet di mughetti

Ciao sono Francesca! Inizia oggi il mese di Maggio, tempo di fiori, di tradizioni e di feste. Ho trovato questa bella storia del mughetto. La riporto con infiniti auguri di pace, salute e prosperità da parte mia e da Passipermilano.

“LA LEGGENDA DEL MUGHETTO                  

Il  Mughetto è considerato sinonimo di felicità che ritorna e di portafortuna. Secondo la leggenda San Leonardo dovette combattere contro il demonio con sembianze di diavolo. Egli vinse, ma il combattimento fu difficile e le gocce del suo sangue sul terreno si trasformarono in bianchi campanellini. In Francia durante la festa del primo maggio si offre per buon augurio.

STORIA DEL MUGHETTO E DEL 1° GIORNO DI MAGGIO

Il primo maggio del 1561, Carlo IX introdusse la tradizione d’offrire un rametto di mughetto come porta fortuna. Tradizione ancora più antica, e del tutto pagana, era poi il celebrare l’arrivo della primavera offrendo tre rami di mughetto alla persona amata, agli amici, ed alle donne come segno d’amicizia. Nei tempi antichi poi questa era la data in cui i naviganti uscivano in mare. Per i Celtici, il 1° maggio era poi l’inizio della prima metà del loro anno. Nel Medio Evo col 1° maggio iniziava il mese dei fidanzamenti. Nel Rinascimento, il mughetto era un amuleto portafortuna associato alla celebrazione del Primo Maggio. Tenere in grande considerazione il primo giorno di Maggio dunque risale ad ancor prima che diventasse la festa del lavoro e dei lavoratori. Dal 1889 infine il 1° maggio è stato universalmente conosciuto come il Giorno della Festa del Lavoro. Il primo maggio del 1895, al cantante Mayol fu presentato un mughetto dalla sua amica Jenny Cook, e quella sera lo mise all’occhiello al posto della tradizionale camelia. Nel 1900, il primo maggio, il capo delle sartine offrì ai suoi clienti e lavoratori dei mughetti. Da allora la tradizione di associare mughetto, 1° maggio e Festa del Lavoro si è estesa in diversi paesi occidentali, ma resta diffusissima soprattutto in Francia e nei paesi francofoni.

PERCHE’ IL MUGHETTO?

Perché è sinonimo di ritorno della felicità e di portafortuna. Trasmette un messaggio d’amore perché fiorisce all’inizio della primavera e l’atto di cercarlo nelle foreste ombreggiate è un’opportunità per le prime passeggiate dell’anno per i boschi ed all’aperto.”

A presto…

Nidi a Milano: naturali e d’autore

Anche quest’anno i due falchi pellegrini più famosi di Milano sono tornati sul Grattacielo Pirelli per fare il nido e deporre le uova, Giò e Giulia, due milanesi con le ali, sembrano guardare la nostra città dall’alto, chiedendosi se sarà il posto giusto per far crescere e volare i loro piccoli.

Poco lontano, tra i grattacieli di Porta Nuova, si sta costruendo, per Unipol; il “Nido Verticale”, firmato dallo studio Mario Cucinella Architects, che sarà pronto, si pensa, per la fine dell’anno.

Quanti hanno scelto la nostra città per fare il proprio nido, lussuoso, più modesto o anche di fortuna, ma sempre importante per chi vi abita?

Il nido ha sempre rappresentato un approdo, un luogo sicuro nelle bufere dell’esistenza. Così un poeta del Novecento, Vincenzo Cardarelli, vede la nostra affannosa corsa quotidiana per “acciuffare” un pezzetto di vita. Ci sarà mai, da qualche parte, un nido dove trovare pace?

Se passeggiamo tra via Monte di Pietà e Brera, troviamo, abbarbicati a edifici storici, quattro “nidi” in legno, interpretati dall’artista giapponese Tadashi Kawamata per la mostra “Nests in Milan”. Le tradizionali linee architettoniche degli edifici su cui sono collocati sembrano quasi in contrasto con questi nidi fatti di semplici listelli di legno d’abete, avvitati tra loro.

Questi nidi resteranno esposti fino al 23 luglio. Una volta smontati i listelli saranno riutilizzati all’ADI Design Museum (via Ceresio e via Bramante).

L’artista invita a riflettere su quanto possano essere transitorie e effimere le opere umane. In questo momento fragile e buio, ci rendiamo conto di come, in un attimo, si possa perdere tutto, anche il nido. Ma c’è sempre una speranza: il nido perduto può essere ricostruito.

A presto…