Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte quarta: gli ultimi due gruppi degli Apostoli)

Terzo gruppo: Giovanni (Bilancia), Giuda (Scorpione) Pietro (Sagittario). Sono i personaggi più importanti tra gli Apostoli.

 

Giovanni. E’ il discepolo prediletto, al quale Gesù affiderà la propria madre. Contrariamente alla tradizione, secondo la quale nell’Ultima Cena viene rappresentato appoggiato al petto di Cristo, qui se ne allontana, forse richiamato da Pietro a cui sembra voler dare ascolto chinando il capo verso di lui. Forse gli sta chiedendo se conosce il nome del traditore? Giovanni, in effetti, non sembra stupito dalle parole di Gesù, ma è quasi consapevole del prossimo sacrificio. Le figure di Gesù e di Giovanni formano quei famosi triangoli che faranno pensare ad alcuni a “calice” e “lama”, simboli dell’energia femminile e maschile, se Leonardo avesse voluto rappresentare nel viso dolce e glabro di Giovanni, quello, invece, di Maria Maddalena, sposa di Gesù.

 

Il segno della Bilancia ha fatto pensare, ad alcuni, al periodo in cui la terra si prepara alla semina per il futuro raccolto. E’ anche il segno dell’equinozio d’autunno, armonia ed equilibrio tra giorno e notte. Le mani di Giovanni sono calme e conserte; questo disegno preparatorio di Leonardo è particolarmente significativo.

 

Giuda. La sua figura è oscura, in ombra, non toccata dalla luce. Nel trattato sulla pittura, Leonardo aveva scritto: “la luce non può mai cacciare in tutto l’ombra dei corpi”. Questo pensiero va oltre la pittura? Contrariamente alla tradizione, Giuda è seduto accanto agli altri Apostoli e si sovrappone in parte alla figura di Pietro (che rinnegherà tre volte il Maestro). Il corpo di Giuda va all’indietro, come fisicamente colpito dalle parole di Cristo; entrambe le mani sono contratte come artigli (Scorpione?). Con la mano destra stringe la sacchetta dei denari (era, peraltro, il tesoriere degli Apostoli), l’altra va verso il piatto dove, secondo i Vangeli (Mt. 26,23), intingerà il pane con Gesù, adempiendo alle parole del Maestro.

 

“C’è del buono in lui?” ci chiediamo parafrasando Star Wars. Papa Benedetto XVI scrisse che la “sorte eterna” di Giuda, che si è pentito (Mt. 27,3-4) ma che, distrutto da un rimorso senza speranza, si è tolto la vita, resta un “mistero” e che “spetta solo a Dio, nella sua infinita Misericordia, misurare il suo gesto”.

 

Pietro. Vicinissimo a Giovanni, i due sono profondamenti diversi. Mentre Giovanni è composto, Pietro è irruento, reattivo, forse il più dinamico dei presenti. Leonardo lo raffigura di profilo; una mano punta verso Giovanni (arco e freccia del Sagittario?), con l’altra (con un movimento così contorto da far ritenere a qualcuno che il braccio appartenga a un quattordicesimo personaggio poi cancellato) brandisce un coltello. Questo movimento compare, però, in disegno preparatorio di Leonardo conservato a Londra. Sappiamo che poche ore dopo taglierà un orecchio a Malco, servo del Sommo Sacerdote, per opporsi all’arresto di Gesù. La Chiesa sarà dunque affidata all’Apostolo più combattivo?

 

Quarto gruppo: Andrea (Capricorno), Giacomo il Minore (Aquario), Bartolomeo (Pesci). Rappresentano gli ultimi tre segni dello Zodiaco.

 

Andrea. Fratello maggiore di Pietro, è un uomo piuttosto anziano. Di lui ci colpiscono soprattutto le mani, chiarissime, con le dita divaricate, rivolte verso di noi come una barriera, in un atteggiamento netto di discolpa, come a respingere ogni accusa. Appare sicuro, completamente diverso da Filippo, simbolo del Cancro, segno opposto al Capricorno. Gli è accanto Giacomo il Minore. Parente (o forse fratello – come nei Vangeli di Matteo e Marco) di Gesù, al quale, nel dipinto, assomiglia molto. Con un braccio aggira da dietro Andrea e la mano sembra cercare di trattenere Pietro. L’altra, invece, è vicinissima a quella di Andrea, come sono vicine quelle di Simone lo Zelota e di Giuda Taddeo. Il braccio teso di Giacomo, come quello di Matteo, di fatto crea continuità e lega i gruppi degli Apostoli tra loro. Infine Bartolomeo, figura in blu scuro (come il mare?) è personaggio forte, virile, con abiti romani. Si appoggia con entrambe le mani al tavolo per protendersi verso Gesù e capire meglio. Alcuni vedono nella posizione dei piedi dell’Apostolo e nelle sue braccia aderenti al corpo, la raffigurazione di un pesce.

Questo lungo viaggio all’interno dell’Ultima Cena si interrompe. La meta, comprendere questo misterioso capolavoro, inseparabile dalla nostra città, non è certo raggiunta. A tutti “Ultreia et Suseia” (“Avanti e più in alto”) come il saluto che si scambiano i pellegrini del Cammino di Santiago.

A presto…

 

Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte terza: i primi due gruppi degli Apostoli)

L’Ultima Cena, realizzata in oltre tre anni (1495-98/99), con una tempera “sbagliata” su una parete soggetta all’umidità, durò meno della vita di un uomo. Infatti, già nel 1566, il Vasari scriveva che “… non si scorge più, se non una macchia…”. Dopo di allora, molti hanno “provato” a rovinare per sempre questo capolavoro (restauri inadatti, bivacchi di soldati, che lo hanno persino utilizzato come bersaglio per armi da fuoco, l’apertura di una porta da parte degli stessi frati, infine le bombe della seconda guerra mondiale); altri, invece, per fortuna, sono riusciti a farlo rivivere con un appassionato restauro (Pinin Brambilla Bercilon).

 

Oggi il Cenacolo, fragile nella sua grandiosità, è ancora lì che ci ammalia, carico di significati reconditi e di misteriosi messaggi.

La cena. I dodici Apostoli sono intorno ad un tavolo (forse di dimensioni troppo piccole per tutti), ricoperto da una tovaglia bianca e azzurra, con piatti, bicchieri di vino e del cibo, tra cui alcuni pani (qualcuno ha ipotizzato che siano disposti come le note di uno spartito). Siamo al termine di una cena di festa, la Pasqua ebraica, e tutti gli “attori” di questa rappresentazione sono colti appena dopo il colpo di scena: le parole di Gesù: “Uno di voi mi tradirà”.

 

Molti studiosi hanno cercato di interpretare il significato del numero dodici. Per alcuni questo è il numero delle Tribù di Israele, in quella terra ancora oggi così martoriata.

 

Per altri studiosi gli Apostoli sarebbero dodici come i mesi dell’anno suddivisi, a gruppi di tre, nelle quattro stagioni, il ciclo del tempo. Altri ancora hanno ipotizzato che ad ogni Apostolo corrisponda un segno zodiacale che ruota attorno al sole, Gesù e che, inoltre, ciascuno, attraverso il linguaggio del corpo, mostri il temperamento tipico di quel segno. Questa tesi è stata anche suffragata da un critico come Giulio C. Argan che ha scritto: “…è assai più di un’ipotesi suggestiva. L’Ultima Cena è costruita secondo un preciso ordine astrologico e numerologico.”. Un altro critico, il sacerdote Claudio Doglio, afferma che Leonardo è riuscito “a inserire l’uomo in una dimensione cosmica, per far riferimento a tutto l’anno e, addirittura, all’astronomia o, meglio, all’astrologia”. Ne è scaturito un dibattito tra favorevoli e contrari.

 

L’ipotesi “Zodiaco” potrebbe trovare riscontro anche negli studi di Leonardo sull’astrologia e sugli antichi saperi mediati da umanisti fiorentini, come Marsilio Ficino, e poi da docenti dell’Università di Pavia come Fazio Cardano. “Non volge retro, chi a stelle è fiso”, il sogno di Leonardo fu, peraltro, sempre quello di andare oltre, verso il cielo, comunque lo si voglia interpretare.

 

Gli Apostoli. Come scossi da un colpo di vento improvviso, sembrano ondeggiare formando quattro gruppi, di tre figure ciascuno, posti in modo simmetrico (due gruppi per parte) ai lati di Gesù. La scena va letta da destra verso sinistra, in senso antiorario, come nella scrittura ebraica e come, peraltro, scriveva anche Leonardo.

Primo gruppo. Simone lo zelota (Ariete), Giuda Taddeo (Toro), Matteo (Gemelli). Sono i primi tre segni dello Zodiaco.

 

Simone lo zelota, uomo anziano, sta discutendo con Giuda Taddeo (che sembra l’autoritratto di Leonardo), e anche le loro mani sembrano partecipare ai loro ragionamenti; i due Apostoli saranno poi insieme anche nel momento del martirio. Il giovane Matteo sta ascoltando quello che dicono o, forse, sta richiamando la loro attenzione alle parole del Maestro? Matteo è un bel giovane, un pubblicano, un esattore delle tasse per conto dei Romani, perciò considerato “nemico” da parte degli zeloti. Forse Leonardo e il priore Bandello vogliono dirci che Gesù è venuto per tutti, senza distinzioni? Da notare anche che Matteo non guarda verso Gesù, il suo viso è rivolto verso Simone e Giuda Taddeo, le sue mani, invece, verso il centro. Rappresenta forse una costellazione doppia come quella dei Gemelli?

 

Secondo gruppo. Filippo (Cancro), Giacomo il Maggiore (Leone), Tomaso (Vergine). Rappresentano molto bene nei gesti e nelle emozioni le diversità dei personaggi, ognuno dei quali sembra a sè stante.

 

Filippo si è alzato, sconvolto, unico tra gli Apostoli che porta le mani al petto, verso se stesso (gli “zodiacisti” parlano di chele), forse chiedendosi se, magari senza saperlo, possa essere lui il traditore e interrogandoci sulla consapevolezza del bene e del male. Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni, spalanca le braccia, creando un vuoto accanto al Maestro e impedendo, di fatto, agli altri di avvicinarsi. Tomaso passa quindi dietro di lui e Filippo cerca spazio scattando in piedi. Una folta capigliatura (una criniera?) circonda il volto di Giacomo, dove traspaiono sorpresa e ira. A lui è dedicato il Cammino di Santiago di Compostela, che ha richiamato, e richiama, milioni di pellegrini. Che sia un trascinatore come il “Leone”? Tomaso è tipicamente rappresentato dal dito che poi, per credere alla Resurrezione, vorrebbe mettere nelle ferite di Gesù. La sua mano si staglia, chiara, contro la parete scura. Vuole sapere, toccare con mano prima di credere, cercare chiarezza nel buio, controllare di persona. Temperamento da Vergine?

Continua…

 

A presto…

 

 

 

Tanti auguri, Batman!

Oggi questo oscuro eroe, senza superpoteri, ma con umanissime ossessioni, grandi doti fisiche e intellettuali, sconfinate ricchezze e uso di avveniristiche tecnologie, compie 85 anni. Era apparso, infatti, per la prima volta nel fumetto “Detective comics” numero 27 del maggio 1939, poco prima del buio della seconda guerra mondiale.

 

C’è anche un po’ di una lontana Milano in lui; infatti Leonardo, proprio nella nostra città, aveva studiato le ali del pipistrello, unico mammifero capace di volare, al quale si sono ispirati gli autori del fumetto.

 

Leonardo aveva immaginato anche macchine volanti impossibili per i suoi tempi, ma che oggi sono realtà, non solo per Batman.

 

Ti facciamo tantissimi auguri, Batman, ora che sta scendendo la sera!

 

A presto…

Un fiore per le mamme da Orticola

Passeggiare tra i fiori e le piante di Orticola non è solo un piacere, ma è anche riflettere sulla bellezza e sul grande dono che abbiamo davanti agli occhi: la Natura che ci ospita.

 

Orticola, la tradizionale mostra-mercato di piante, ci offre bellezza, colore, biodiversità fatta di fiori. Dietro questa manifestazione ci sono passione e lavoro di tante persone. Ogni pianta e ogni fiore, per crescere e sbocciare, hanno bisogno di amore, cure, attenzioni tutti i giorni, sempre… proprio come fanno le mamme. A tutte le mamme di ieri, oggi e domani, grazie con un fiore colto ad Orticola.

 

A presto…

 

Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte seconda: Gesù)

Riprendiamo il nostro viaggio nel microcosmo umano dell’Ultima Cena guardando i personaggi colti nel momento successivo alle parole di Gesù “uno di voi mi tradirà”. Ognuno è diverso dall’altro ed esprime le proprie emozioni e la propria personalità attraverso l’espressione del volto, la postura, il movimento delle mani. In un istante, l’Io dei personaggi si rivela e forse un po’ anche quello di ciascuno di noi che cerchiamo di capirli.

 

Gesù. Al centro della scena, si trova, solitaria, la figura di Gesù, sul cui volto convergono le linee di fuga del dipinto: è in Lui la nostra prospettiva? Sopra il suo capo sembra esserci traccia del foro di un chiodo da cui, forse, potrebbero essere partite le corde per indicare le linee prospettiche di tutto il dipinto

 

Contrariamente alla tradizione, non c’è aureola, ma è la luce stessa del giorno che sta calando a illuminare il suo capo. O da lui che si diffonde la luce di questo giorno che va verso la fine? Occhi e bocca sono socchiusi, il volto immerso nel dramma del prossimo sacrificio, ma quasi sereno nella sua accettazione. Il Vasari scrive che il viso di Gesù venne dipinto per ultimo e lasciato volutamente “imperfetto” perchè era impossibile dipingere “quella bellezza e celeste grazia… de la divinità incarnata”.

 

Osserviamo le sue mani, che hanno posizioni quasi contrastanti: la destra esprime tensione, sembra quasi contratta e ci ricorda quella di Maria nella prima versione della Vergine delle Rocce; la sinistra è aperta, col palmo rivolto all’insù ed è accostata a un pane e a del vino.

 

Seguendo la tradizione bizantina, Gesù indossa una tunica rossa e un mantello blu, simboli rispettivamente della sua natura umana (rosso) e divina (blu). I gesti delle mani sembrano seguire la simbologia di questi colori. La destra, che esce dalla tunica rossa, appare tesa, quasi a dover prendere qualcosa di pesante e grave (natura umana); la sinistra, invece, dalla parte del blu, rivela l’offerta e l’accettazione del proprio sacrificio (natura divina).

 

Guardiamo anche la mano destra di Gesù e la sinistra di Giuda, così lontane e così vicine, si stanno avvicinando allo stesso piatto: “Colui che ha messo con me la mano del piatto, quello mi tradirà” (Mt. 26,23).

 

La risposta alle parole di Gesù, che hanno sconvolto gli apostoli, era già lì, sotto gli occhi di tutti. Grande Leonardo e grande anche il priore teologo di Santa Maria delle Grazie che seguiva incessantemente il lavoro del Maestro! Prossimamente guarderemo le mani degli Apostoli…

A presto…

 

 

Mughetto, il fiore di maggio

Buona prima giornata di maggio, mese ricco di tradizioni ed eventi da festeggiare con un fiore.

 

Tra qualche giorno la nostra città si vestirà dei fiori di Orticola (dal 9 al 12 maggio) e del Museo Diocesano (17, 18 e 19 maggio); inoltre, il Museo di Storia Naturale (fino al 12 maggio) ospita le tavole con illustrazioni botaniche di “Gardenia” per festeggiare i primi 40 anni della rivista.

 

Ci piace, quindi, iniziare questo mese parlando di un fiore che porta bene e a cui è legata la festa di oggi: il mughetto, piccolo fiore antico dall’intenso profumo che spunta libero nei boschi.

 

Lo offrivano già Celti e Romani in segno di amicizia e buona sorte; se ne adornavano le giovani spose a maggio per il giorno del loro matrimonio; si pensava persino che fosse una scala per raggiungere il Paradiso o, per lo meno, la positività con cui affrontare tempi difficili.

 

A questo fiore sono legate tante leggende che abbiamo già raccontato. Ne abbiamo trovata un’altra, molto tenera e piena di speranza. Un usignolo si era innamorato di un rondinella. Lei era un po’ ritrosa, ma una fatina buona era intervenuta e i due innamorati avevano raggiunto la felicità. Il tempo, però, era passato veloce e la rondinella doveva migrare con le sue compagne.

 

Come pegno di amore aveva lasciato all’usignolo tre piccole piume bianche che la fatina aveva trasformato in mughetto con la promessa che sarebbe rifiorito la prossima primavera, quando la rondinella avrebbe fatto ritorno dal suo innamorato.

 

Questo piccolo fiore, nel tempo, ha significato buona fortuna, anche se può essere piuttosto velenoso… Forse per tenere lontano guai e guastafeste.

 

Probabilmente lo pensava anche la fascinosa Sissi, che aveva a Venezia, nel Palazzo Correr, un piccolo boudoir dipinto con mughetti e fiordalisi, dove si faceva bella.

 

Il mondo della moda è molto legato a questo fiore. Un imprenditore, a inizio Novecento, aveva regalato dei mughetti alle sue sartine proprio il Primo Maggio, festa del Lavoro.

 

Anche il grande Christian Dior credeva fortemente nel mughetto come portafortuna. In una sfilata aveva fatto cucire qualche rametto all’interno o nell’orlo degli abiti delle indossatrici e lui stesso a volte lo portava all’occhiello come scaramanzia.

 

Non solo: negli anni Cinquanta dedicò a questo fiore diverse creazioni di abiti e gioielli, veramente molto belli e iconici.

 

Infine la maison offre ora questa idea per una colazione di maggio, bella e augurale!

 

Buon mese di Maggio a tutti!

A presto…

Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte prima).

Quando recentemente abbiamo ammirato il “Compianto sul Cristo morto” al Museo Diocesano, siamo stati colpiti dalle mani dei personaggi che facevano trasparire le loro emozioni. Immediatamente abbiamo pensato all’Ultima Cena che ci “prenderà per mano” guidandoci in un viaggio anche dentro di noi.

Dal Compianto all’Ultima Cena

Come può un dipinto di arte sacra del Quattrocento essere fonte di ispirazione per artisti contemporanei e parlare all’uomo di oggi?

 

Una risposta la possono dare le quattro opere esposte al Museo Diocesano che interpretano le emozioni suscitate dal Compianto di Giovanni Bellini alla luce della sensibilità dei nostri giorni.

 

In questo dialogo tra l’artista rinascimentale e quelli contemporanei, al centro ci sono i temi universali della morte, del dolore e dell’amore che riesce a superarli. Nel Compianto le mani dei personaggi che sorreggono, curano, accudiscono e quasi accarezzano la figura di Gesù prima della sepoltura, sembrano essere la risposta fatta di gesti e sentimenti, condivisa dai presenti, alla sofferenza e al mistero della morte. .

 

Qual è, invece, la risposta dell’uomo di fronte alla minaccia e al pericolo che incombe su chi si ama? Guardiamo quel microcosmo umano dei personaggi dell’Ultima Cena di Leonardo. Ancora una volta sono il linguaggio del corpo e le mani che parlano in silenzio.

 

A differenza del Compianto, in cui tutto sembra già avvenuto e dove, forse, c’è anche spazio per la speranza di una vita ultraterrena, le mani dei presenti nell’opera di Leonardo stanno cercando risposte immediate alle parole di Gesù “uno di voi mi tradirà”. Sono mani che di fronte a un messaggio tanto sconvolgente manifestano emozioni forti e diverse, nelle quali ciascuno rivela la propria u-mani-tà e ha, per così dire, il cuore in mano.

 

L’Ultima Cena è al centro di un numero tale di letture e interpretazioni (talvolta persino fantastiche) da sembrare quasi un dipinto fatto per enigmi, per farci andare oltre e poi ancora oltre. Vittorio Sgarbi sostiene che Leonardo sia il più “psicoanalitico” dei pittori. Non daremo perciò le nostre risposte ai gesti espressi nell’Ultima Cena, ma li guarderemo insieme…

 

L’Ultima Cena era un soggetto tradizionale dell’arte sacra; ecco un dipinto del Ghirlandaio, del 1480. Come è diverso dal Cenacolo leonardesco!

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Leonardo, che era anche uomo di spettacolo per la corte sforzesca, blocca la scena, come in un fermo- immagine, nell’attimo successivo alle parole di Gesù, fotografando attesa e tensione, ira e incredulità, stupore e sgomento.

 

Tutti i personaggi sono seduti a tavola, dalla stessa parte, di fronte a noi che, come gli antichi frati del refettorio, siamo gli spettatori che assistono alla scena, invitati a decodificare gli innumerevoli messaggi (più o meno evidenti) di questa sorta di escape-room.

 

All’annuncio di Gesù, come in una sapiente coreografia, i discepoli si dividono in gruppi di tre (numero sacro). In questo movimento di corpi e di mani, Gesù rimane solo al centro della scena formando un triangolo tra capo e mani e un altro, a vertice capovolto, tra Lui e Giovanni (o Maria Maddalena, se amate la teoria in questo senso).

 

Teniamo conto, a proposito delle letture a cui si presta l’Ultima Cena, che Leonardo, uomo dalla cultura non sempre tradizionale, mentre dipingeva, era “sorvegliato a vista” dal Priore delle Grazie, Vincenzo Bandello (zio del famoso Matteo Bandello), severo teologo domenicano, che verificava il rispetto dell’ortodossia nel dipinto.

 

L’artista, forse infastidito, aveva “minacciato” per scherzo di utilizzare il volto del religioso come modello per quello di Giuda. Scrive infatti Leonardo: “Vi porrò quello, di questo padre priore, c’ora mi è sì molesto, che meravigliosamente gli si confarà.“.

 

Nel prossimo articolo guarderemo insieme i gesti e le emozioni che “parlano” nell’Ultima Cena.

Oggi, 15 aprile, è il compleanno di Leonardo. Tanti auguri, Maestro!!!

A presto

Inizio della primavera in poesia

“Sono nata il ventuno a primavera,,,” Così Alda Merini, la poetessa dei Navigli, legava la sua nascita all’inizio della bella stagione.

 

Nel mese di marzo, poesia e primavera sono al centro di diverse iniziative. Tra queste, significativa è quella del Corriere della Sera, che ha proposto di dedicare alla poesia tutto questo mese, nel quale già si celebrano il 21 la Giornata Mondiale della Poesia, patrocinata dall’UNESCO, e il 25 il Dantedì, giorno in cui, secondo la tradizione, il Poeta si sarebbe perso nella “selva oscura” .

 

Intanto, nonostante piogge e nuvole di un marzo pazzerello, le strade e i giardini si colorano dei primi fiori, voglia di poesia della Primavera.

 

Cos’è stata la poesia per tre poetesse milanesi, Alda Merini, Antonia Pozzi e Leila Bonvini, profondamente diverse per personalità, cultura e vissuto? Le ricordiamo con i luoghi di Milano a loro legati.

 

Alda Merini è stata definita la Poetessa dei Navigli, una vita segnata da tante fragilità e da un grande desiderio di vita. Viene considerata una delle maggiori voci femminili del Novecento italiano, capace di trasformare in versi le diverse emozioni, positive e negative, della sua vita.

 

Antonia Pozzi, di famiglia agiata e di ottima cultura, è stata una scrittrice intensa e tormentata. Di lei è stato detto che: “il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi” (Maria Corti).

 

Di Antonia ci rimangono molte raccolte di poesie, pubblicate postume. Giovanissima, infatti, pose fine alla sua breve vita nei campi di Chiaravalle, quasi perchè la Ciribiciaccola potesse raccogliere i suoi ultimi respiri e accompagnarla verso la Pace.

 

Accanto a queste due grandi scrittrici, ricordiamo, infine, Leila Bonvini, una poetessa quasi sconosciuta, titolare della omonima, storica cartoleria, che ha saputo unire famiglia, lavoro e poesia. I suoi versi in dialetto milanese sono come fiori spontanei, semplici e inaspettati, quasi a suggerire che la poesia può nascere e trovare spazio anche nella quotidianità di una vita normale.

 

Ecco qualche altro verso delle tre autrici che esprimono quello che la poesia ha rappresentato per loro.
Iniziamo con Leila e ci scusiamo per gli errori che senz’altro abbiamo fatto trascrivendo il testo recitato dall’autrice.

Ti, poesia, famm da mama, che mi podi tirà el fia’, che mi senta la tua fiama in del coeur, tutt gibolà, a scaldamm e risturà per avegh forza ancamò de andà…

 

Per Alda la poesia è vita

Se la mia poesia mi abbandonasse
come polvere o vento,
se io non potessi più cantare,
come polvere o vento,
io cadrei a terra sconfitta
trafitta forse come la farfalla…

 

Infine per Antonia la poesia diventa qualcosa di fisico

“… e vivo della poesia come le vene vivono del sangue …”

 

Buona Primavera a tutti!

A presto…

Milano dal finestrino del “Carrelli”

Ha percorso, sferragliando sulle rotaie, quasi un secolo di storia milanese e attraversa ancora la nostra città legando centro e periferie, zone più o meno recenti dalle diverse atmosfere.

 

L’abbiamo aspettato alle fermate, sbuffando per l’attesa e sospirando di sollievo vedendolo finalmente arrivare con il suo grande occhio luminoso da ciclope buono.

 

In questi giorni si parla di lui perchè il tram “Carrelli Milano 1928”, o semplicemente il “Ventotto”, sua data di nascita, è “arrivato”, icona di stile e di innovazione per l’epoca, il 25 gennaio alla sezione Trasporti del Museo della Scienza e della Tecnologia.

 

Pronto per il museo, ma certo non ancora per la pensione. Infatti ben 125 vetture di questo modello circolano ancora per Milano, sulle linee o per servizi speciali.

 

Fu realizzato per la prima volta nel 1928 dalla Carminati Toselli su licenza dell’americana Peter Witt. Milano stava crescendo e c’era necessità di mezzi di trasporto pubblico più moderni ed efficienti.

 

Nel corso dei suoi quasi cent’anni ha mantenuto molte caratteristiche e ne ha cambiate ben poche. Ancora oggi ha il bell’interno con le panche in legno lucido, lampade d’epoca, finestrini che si abbassano scorrendo quasi su una cremagliera, porte a soffietto e la “manetta” che serve al manovratore per guidarlo.

 

Non c’è più, invece, il salottino di prima classe per fumatori che era in fondo alla vettura, le porte a soffietto ora sono tre e il pantografo ha sostituito la “perteghetta”.

 

Purtroppo i gradini sono rimasti molto alti (per la presenza dei carrelli sottostanti), difficili da salire e scendere per chi ha solo qualche anno meno del tram stesso, per i piccoli viaggiatori in carrozzina o per chi ha qualche difficoltà motoria. In un mondo che pensa a correre, non sempre c’è spazio, e attenzione, per chi è più lento. Anche la nostra città va in fretta, servono metropolitane e mezzi pubblici sicuri e frequenti, accessibili a tutti.

 

Chi di noi frequenta la metropolitana, però, avrà visto come gli sguardi dei viaggiatori siano calamitati dagli smartphone, quasi per non vedere chi sta davanti o in piedi. Proviamo a salire, invece, su un tram, magari piccolo e bello come il “Ventotto”. La gente guarda “fuori” e, dal finestrino, vede passare un mondo, quasi una narrazione urbana fatta di luoghi ma anche di persone.

 

Le linee su cui viaggiano queste vetture sono attualmente cinque: l’1, il 5, il 10, il 19 e il 33.

L‘1 collega il vecchio quartiere di Greco con l’ospedale Sacco di Vialba passando per il centro (piazza Cavour, piazza della Scala, largo Cairoli, stazione Cadorna…)

 

Il 5 unisce l’Ortica, con i suoi murales, all’ospedale di Niguarda passando davanti alla stazione Centrale.

 

Il 10 parte dalla Darsena, a due passi dai Navigli, raggiunge il Parco Sempione con l’Arco della Pace, poi il Monumentale, la stazione Garibaldi, la Centrale…

 

Il 19 congiunge la zona di Villapizzone con la stazione di Lambrate passando per corso Sempione, CityLife; attraversa poi il centro, l’elegante corso Magenta, il Verziere, piazza 5 Giornate...

 

Infine il 33 va dallo storico abitato di Lambrate all’Isola; sul suo percorso incontra piazza della Repubblica e la stazione Garibaldi, a due passi da piazza Gae Aulenti con i suoi grattacieli.

 

Il fascino vintage di questi tram li ha fatti entrare nella vita modaiola di oggi, dall’intrattenimento alla pubblicità e al food. Due vetture di questo tipo sono diventate ristoranti in movimento attraverso Milano.

 

Anche l’arte e la cultura si sono occupate di loro. Come non ricordare la struggente “Ma mi” di Giorgio Strehler, dove il protagonista, rinchiuso a San Vittore dopo un’imboscata, sente passare tram, “fracass e vita del mè Milan“? Inoltre il “Ventotto” è rappresentato in un dipinto all’interno della chiesa di Santa Maria del Suffragio, in corso XXII Marzo; è un simbolo, anche qui, della nostra realtà quotidiana e di una comunità di persone.

 

Il “Carrelli” ha anche portato nel mondo il made in Italy, fatto di stile e di eleganza unita alla tecnologia. Alcune vetture circolano in diverse città estere e ben nove sono utilizzate sulla linea F di San Francisco, dove sono stati mantenuti i classici colori milanesi e, persino, alcune scritte interne in italiano.

 

Con il costo di un biglietto, qualche minuto e tanta curiosità possiamo, guardando dal finestrino, farci raccontare la nostra città, il suo sviluppo e le sue memorie urbane e umane, tra palazzi storici e ospedali, chiese e musei, parchi e grattacieli, monumenti e Navigli.

A presto…

Milano e i tarocchi

L’Epifania, la Dodicesima Notte, è ormai passata portandosi via doni, giochi, feste e anche oroscopi e previsioni astrologiche per il Nuovo Anno. Come i Magi avevano letto le stelle, così molti, per gioco o per convinzione, cercano di conoscere il proprio futuro attraverso l’astrologia, la cartomanzia o in altri modi, oggi come nei secoli passati.

 

Un po’ per caso (o, visto l’argomento, era scritto nelle stelle?) abbiamo scoperto che Milano ha un profondo legame coi Tarocchi, come si vede in questa antica carta del XV secolo dove appare il simbolo del Biscione.

 

Subito il nostro pensiero va alla zona di Brera e ai tavolini all’aperto di cartomanti e chiromanti, che predicono il futuro come in un mercato di sogni, speranze e timori.

 

Non c’è solo questo, però, a Brera: alla Pinacoteca sono conservati due preziosi mazzi di tarocchi che risalgono all’epoca dei Visconti e degli Sforza.

 

Questi mazzi prendono il nome dei loro ultimi proprietari. Il primo, il Sola Busca, è l’unico antico mazzo completo di tarocchi esistente al mondo; l’altro, il Brera-Brambilla, manca di qualche carta e viene attribuito all’opera di Bonifacio Bembo, risalente a metà Quattrocento.

 

Durante la ristrutturazione del Castello Sforzesco, poi, è stato rinvenuto un altro mazzo dei Visconti, il Cary Yale, oggi conservato negli USA.

 

Un’altra prestigiosa istituzione milanese, la Pinacoteca Ambrosiana, conserva i cosiddetti Tarocchi del Mantegna, attribuiti alla scuola del Maestro, che, si pensa, furono però usati a scopo educativo e non ludico.

 

Appartenevano alla casata dei Borromei, la potente famiglia, imparentata coi Visconti, nel cui storico palazzo si trova, in una sala privata, un affresco molto intrigante. Sono rappresentati alcuni giovani, dame e cavalieri, intenti a “giocare” a carte. C’è chi suppone, però, che stessero interrogando il futuro guidati dalla donna al centro della scena, sotto un albero di melograno, simbolo di abbondanza, fertilità e fortuna. Stavano forse chiedendo ai tarocchi cosa riservava loro l’amore?

 

Cosa sono e da dove provengono i tarocchi? Il mazzo è composto da 78 carte con 22 Arcani Maggiori (tra i quali il Mago, la Papessa, l’Appeso, il Diavolo, il Sole, eccetera).

 

Si pensa siano arrivati in tempi remoti da un lontano Oriente (India, Cina…?) e che siano giunti fino a noi attraverso gli arabi, acquisendo via via nel tempo contenuti delle diverse culture. Azzardiamo un’ipotesi suggestiva. i Visconti furono molto legati ai tarocchi tanto che qualcuno sostiene che queste carte siano, per così dire, “nate” a Milano. Forse i Visconti erano attratti dai immagini a forte contenuto simbolico ed esoterico derivate dagli arabi e conosciute durante le Crociate? Pensiamo al nostro misterioso Biscione, peraltro simbolo della nostra città…

 

Nel XVIII secolo due studiosi si occuparono, in Europa, dell’uso divinatorio di queste carte. Il francese G. De Gebelin ipotizzò che i tarocchi risalissero all’Antico Egitto e precisamente al libro di Thot, scriba di Osiride; un altro, Eliphas Levi, invece, trovò analogie con la Cabbala, osservando che gli Arcani Maggiori sono 22 come le lettere dell’alfabeto ebraico.

 

Anche il nome Tarocchi resta piuttosto oscuro. Una ipotesi abbastanza curiosa è quella che derivi dalla punzonatura a buccia d’arancia presente sul retro delle carte. Che lungo viaggio anche linguistico hanno fatto per arrivare al significato odierno di “contraffatto”.

 

Se molto rimane oscuro, è invece certa la diffusione dei tarocchi come carte da gioco nei salotti bene e tra gli uomini di cultura della nostra città nell’Ottocento. Ci giocavano il Manzoni, il Foscolo e molti altri.

 

Stendhal, poi, riporta questo gustoso episodio a cui aveva assistito durante una partita giocata in un palco di un teatro. Scrive nel 1816: “… è una delle maggiori occupazioni dei milanesi. Questa sera c’è stato un momento in cui ho creduto che i giocatori stessero per azzuffarsi… ‘Vai a farti buzzarare’ gridava uno dei giocatori; ‘Ti te se’ un gran cojonon’ rispondeva l’altro… Un tale eccesso di franchezza e bonarietà tra le persone più ricche e nobili di Milano, mi fa venire voglia di stabilirmi in questo paese”.

 

Esistevano dunque un gioco dei tarocchi (del quale peraltro non ci sono pervenute le regole) e contemporaneamente un loro uso divinatorio? Questo alone un po’ misterioso viene alimentato nel Novecento da un maestro della psicanalisi, Karl Gustav Jung, che li considerava immagini capaci di creare a loro volta immagini diverse a seconda dell’osservatore, quasi un collegamento tra razionalità e inconscio.

 

Strana veramente la storia di queste “carte”. Di probabile antica origine extraeuropea, si sono fatte conoscere e si sono imposte come gioco di carte in ambienti nobili e colti, per poi nascondersi e riapparire come strumento per conoscere il futuro e, forse, per far emergere il nostro profondo. E la nostra città? Senza clamore, quasi in silenzio, custodisce in prestigiose sedi antichi mazzi con tutti i loro misteri.

A presto…