Primo Maggio: mughetto d’autore

Una antica e gentile tradizione che risale a popolazione celtiche e romane era quella di donare dei mughetti, primi fiori a spuntare nei boschi nel mese di maggio, per augurare amore e fortuna.

Era, ed è, un fiore inclusivo della gente comune come dei nobili, tanto che fu un re, Carlo IX di Francia, a mettere il suo sigillo reale su questa tradizione popolare donando dei mughetti, il primo maggio, alle sue dame di corte per avere fortuna in amore. Trascorsi diversi secoli una giovane borghese, Kate Middleton, volle dei mughetti nel suo bouquet nuziale quando sposò il suo principe.

Anche un’icona di stile come l’attrice americana Grace Kelly scelse i mughetti per il proprio matrimonio con il principe Ranieri di Monaco.

I mughetti hanno ispirato, talvolta, anche il mondo della cultura. Quest’anno il nostro augurio per il Primo Maggio sarà composto da alcuni “mughetti d’autore”, sbocciati, per così dire, in immagini, parole ed emozioni a volte inaspettati.

Il mughetto, fiore che indica purezza, amore e fortuna, fa capolino nella pittura europea con dipinti a tema sacro e profano. Ecco una “Annunciazione” dell’Est Europa, dove, al posto dei classici gigli, compare un vaso di mughetti

e una bella “Madonna delle fragole” risalente al Quattrocento con questi fiori che fanno da tappeto.

Anche la nobiltà di un tempo amava i mughetti; l’imperatrice Sissi li aveva voluti dipinti sulle pareti di un suo boudoir, mentre questi fiori fanno la loro comparsa in diversi “ritratti di famiglie” nobili.

Un quadro di immagini e profumi è quello fatto dalle parole di Guido Piovene in “Furie”:

“…Accaddero in quel maggio del 1947 a Parigi piccoli fatti straordinari. Le foreste buttarono una quantità di mughetti come non si era mai vista. Li vendevano a ceste a ogni angolo di strada. Anche camminando distratti si coglievano riflessi bianchi con la coda dell’occhio, luci che guizzavano via. Le strade erano tagliate da correnti di profumo esatte, in cui si entrava e usciva a intervalli. Si alzavano di tono anche i pensieri più comuni.”

Infine guardiamo la foto di due giovani donne scattata a Parigi da un maestro della fotografia, Robert Capa, che ha colto lo sguardo sognante davanti ai fiori.

Ben altre immagini sono quelle evocate da un poeta francese, Andrè Breton, in questi versi densi di passione:

“…Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro.”

Il nostro “mughetto d’autore” termina con una poesia di Giuseppe Ungaretti, insolita per l’autore, che ha quasi il sapore di un haiku

Mughetto fiore piccino
calice di enorme candore
sullo stelo esile
innocenza di bimbi gracile
sull’altalena del cielo.

La accostiamo ad un’opera di Inna Kapitun, una pittrice ucraina contemporanea, in cui i piccoli fiori nel blu cupo danzano come attimi di vita da cogliere.

A tutti il nostro augurio di Buon Primo Maggio!

A presto…

Immagini e parole sulla Pasqua

Alcuni tra i più grandi capolavori dedicati alla Settimana Santa si trovano nella nostra città. Li riproponiamo accompagnati dai versi della poetessa dei Navigli, Alda Merini, che ha vissuto il proprio calvario non perdendo mai la fede e la speranza.

Come non iniziare dall’Ultima Cena di Leonardo, opera unica, preziosa e fragile, così carica di significati e di messaggi da rimandarci sempre “oltre” a quello che vediamo?

Così scrive Alda Merini:

Conobbi tutte le desolazioni dell’abbandono, conobbi tutte le tristezze terrene,… Ero crocefisso ogni giorno dal dubbio degli apostoli, dal dubbio delle moltitudini”. 

Al Castello è custodita la Pietà Rondanini di Michelangelo, ultima opera del Maestro, rimasta incompiuta per la sua morte, come se l’artista, ormai anziano, di fronte al mistero e all’ignoto che lo attendevano non potesse trovare risposte nell’arte, ma cercasse di essere sorretto, come Maria, da Cristo.

Potevano uccidere anche Maria, / ma Maria venne lasciata libera di vedere / la disfatta di tutto / il suo grande pensiero, / Ed ecco che Dio dalla croce / guarda la madre, / ed è la prima volta che così crocifisso / non la si può stringere al cuore, / perché Maria spesso si rifugiava in quelle /braccia possenti, / e lui la baciava sui capelli / e la chiamava “giovane” / e la considerava ragazza. / Maria, figlia di Gesù.

Ancora oggi questa Pietà è più che mai viva e suscita emozioni anche in un artista contemporaneo come Robert Wilson, autore di Mother, installazione che sarà visitabile fino al 18 maggio al Castello Sforzesco.

Il dolore di Maria per la morte del Figlio e l’amore di Gesù per la Madre sono al centro di questi versi che introducono al tema delle Resurrezione.

Esalerò l’ultimo respiro, / lei forse mi raccoglierà nel grembo / e non crederà che io sia morto.  / So che Maria impazzirà di dolore / ma questa sua follia del non credere / mi darà la forza di risorgere. / Io non sono morto, / non morirò mai.

Nella cappella del battistero della Basilica di Sant’Ambrogio si trova una bellissima “Resurrezione” del Bergognone nella quale Cristo in gloria, affiancato da due angeli, sopra il sepolcro ormai vuoto, sembra offrirsi ai fedeli, annunciando la propria vittoria sulla morte e la promessa di una vita nuova.

Infine, a Brera, è esposto un dipinto la “Cena in Emmaus” del Caravaggio, realizzato dal Maestro dopo essere fuggito da Roma, perchè condannato a morte. Questa opera ci racconta di un Cristo risorto, ma dal viso provato, ancora quasi sofferente dopo il supplizio della Croce, che viene riconosciuto dai due discepoli solo alla benedizione del pane, quando “i loro occhi si aprirono” (Lc. 24, 31).

Il buio domina la scena (“resta con noi, perchè si fa sera” dice il Vangelo), tagliata solo da un raggio di luce che la illumina parzialmente. Il “Risorto” non ha angeli intorno a sè, ma uomini; è una scena “umana” che ci riporta ad un’altra poesia, “Resurrezione”, della Merini.

“Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.”

A tutti noi la speranza e l’augurio di poter “risorgere” dalle nostre paure, dalle fatiche, dai dolori e dai sacrifici quotidiani.

Buona Pasqua!

A presto…

Pasqua tra fede, arte e cultura – Le sette chiese

Un’altra tradizione milanese per la Settimana di Pasqua era quella di visitare sette chiese il Venerdì Santo per venerare il Crocifisso “deposto” su un tavolino all’altezza dei fedeli, in un silenzio senza candele.

Riprendiamo questa antica tradizione proponendo una visita ad alcune chiese del centro storico che conservano veri e propri capolavori dedicati al tema pasquale. Ci sono anche tantissime altre chiese, ricche di piccoli e grandi tesori. A ciascuno di noi la ricerca e la scoperta del proprio cammino. Non saranno necessari prenotazioni o ticket di ingresso: basterà, se si vuole, una preghiera o accendere una candela.

Il Duomo con il Sacro Chiodo

Iniziamo il cammino guardando quella lucina rossa, sempre accesa, a 40 metri di altezza sopra l’altare maggiore del Duomo.

Sotto di essa è conservata una teca con uno dei chiodi usati per crocifiggere Gesù. Questa reliquia è un po’ il fulcro del nostro percorso, simbolo della Croce e del Sacrificio che porterà alla Resurrezione.

Una volta all’anno, a metà settembre, viene portato sull’altare ed esposto alla venerazione dei fedeli con la solenne cerimonia della “Nivola“.

Sant’ Antonio Abate

Questa chiesa, gioiello del barocco lombardo, è un po’ defilata rispetto al classico circuito turistico, anche se si trova a due passi da via Larga e dal Duomo, nella via omonima.

La volta è impreziosita da affreschi dei Fratelli Carlone con le storie della Croce (“La Croce appare a Costantino“; il “Ritrovamento della Croce da parte di Elena madre di Costantino“; “Eraclio, in vesti umili, riporta la Croce a Gerusalemme“…) che ci fanno stare con lo sguardo all’insù. Tra marmi, intarsi e dorature ci ha colpito la Cappella delle Reliquie, con una lapide che ricorda quelle qui custodite, tra le quali un frammento della Santa Croce. Dove? Incuriositi, le stiamo cercando… Ci stiamo lavorando.

San Carlo al Corso

Su una piccola piazza lungo corso Vittorio Emanuele si affaccia questa chiesa, di cui parleremo più a fondo prossimamente, ispirata al Pantheon di Roma.

Nella Sala delle Confessioni si trova un Crocifisso ligneo del Trecento, uno dei più antichi della nostra città. Quest’anno ricorre il centenario della presenza dei Servi di Maria in questa chiesa e sono previste numerose iniziative. Tra queste dal 13 aprile per la Quaresima saranno esposte sei formelle della via Crucis di Arturo Martini, raffiguranti momenti della Passione di Gesù

San Fedele

Questa chiesa, nella piazzetta omonima, è un vero e proprio museo che, accanto a capolavori di antica fattura, accosta opere di artisti moderni e contemporanei.

Soffermiamoci in particolare, davanti a tre opere legate alla Pasqua: la “Deposizione” di Simone Peterzano, maestro di Caravaggio, la “Corona di Spine”, opera del 2014 di Claudio Parmiggiani, luminosa come un’aureola, che si trova sul Tabernacolo dell’altare maggiore, e, infine, i medaglioni in terracotta di Lucio Fontana, dedicati alla “Via Crucis”, visibili nella cripta.

Visitare la chiesa di San Fedele è un’esperienza intensa e straordinaria da fare e rifare più volte a poco a poco, quasi per centellinare i tesori che racchiude.

San Satiro, Santo Stefano e San Sepolcro

Queste tre chiese sono tra le più importanti e famose della nostra città. Le abbiamo accomunate in questo cammino per la presenza di gruppi di statue in grandezza quasi naturale, che rappresentano momenti della Settimana Santa.

A Santo Stefano le statue sono rivolte, come noi che guardiamo, verso il Crocifisso. La scena è molto suggestiva, peccato per la perlinatura alle pareti che toglie un po’ pathos… o è, forse, un ambiente volutamente “qualunque”, con la presenza di Cristo nella nostra quotidiana esistenza?

Nella chiesa di San Satiro, ammaliati dall’illusione bramantesca dell’abside e emozionati dal dipinto miracoloso della Madonna col Bambino, forse non ci soffermiamo abbastanza sul Sacello di San Satiro a sinistra dell’altare, dove è esposto un “Compianto sul Cristo morto” con quattordici figure in terracotta di Agostino Fonduli , artista rinascimentale di grande valore.

In questa chiesa il Cammino Pasquale offre anche momenti di meditazione accompagnati da brani di musica classica. Ecco il programma.

Anche nella millenaria chiesa di San Sepolcro assistiamo a scene della Passione rappresentate da statue secentesche policrome e di forte impatto visivo.

Nella cripta, ora visitabile solo dall’Ambrosiana, si trova il famoso Sepolcro, simile a quello di Gerusalemme, accanto al quale è collocata la statua di San Carlo Borromeo in preghiera.

San Giorgio al Palazzo

Ci spingiamo ora fino in fondo a via Torino per visitare la piccola chiesa di San Giorgio al Palazzo, nell’area dove si trovava il Palazzo Imperiale romano.

Fermiamoci, probabilmente saremo i soli, davanti alla cappella che ospita il “Ciclo della Passione” di Bernardino Luini, capolavoro rinascimentale. I disegni preparatori di quest’opera sono esposti al Louvre, qui abbiamo l’opera originale… Come disse una volta il critico Ph. Daverio “Milano non ha un Louvre, Milano è un Louvre”.

San Tomaso in Terramala

Concludiamo questo incompleto percorso di opere dedicate alla Passione, visitando la chiesa di San Tomaso in Terramala (o Terramara), all’inizio di via Broletto, non lontano da via Dante.

Nella prima cappella a destra troviamo una lastra marmorea con l’impronta del piede di Cristo, il Vestigium Pedis, forse unico a Milano, simbolo del Suo passaggio umano sulla Terra.

Molto c’è da raccontare su questa chiesa dal titolo così insolito e inquietante. Per ora, dopo aver camminato fin qui, godiamoci il bellissimo mosaico sul pavimento che, come un tappeto, ci conduce fino all’altare.

Che la colomba della pace, sempre tanto desiderata e invocata, ci accompagni sempre.

A tutti Buon Cammino…

A presto…

Pasqua tra fede, arte e cultura – San Vito al Pasquirolo

Tempo di Quaresima, di devozione, di riti che fanno parte della nostra memoria e che, forse in parte, oggi sono stati dimenticati…

Iniziamo un breve itinerario pasquale riprendendo una tradizione che si ripeteva ogni Venerdì Santo: la visita a sette chiese per pregare davanti al Sepolcro di Cristo. Queste chiese non saranno inserite in un percorso preciso, ma ciò che le lega è scoprire come diversi artisti (noti o meno conosciuti) abbiano, nel tempo, rappresentato i momenti legati alla Pasqua.

La prima chiesa del nostro cammino (ci renderemo conto di quante chiese ci siano ancora oggi nel centro storico, nucleo della antica Milano) è San Vito al Pasquirolo, il cui nome fa venire in mente la Pasqua. Si trova in un piccolo slargo tra corso Europa e corso Vittorio Emanuele.

Questa chiesetta (citata per la prima volta in un documento del 1145 come Viti Ecclesia in Pascuirolo Portae Horienthalis) probabilmente fu costruita tra le rovine delle Terme Erculee volute dall’Imperatore romano Massimiano e distrutte dal Barbarossa.

Qualche resto lo vediamo ancora oggi in alcune aiuole trasandate davanti alla chiesa, oppure nel sotterraneo del vicino CMC (Centro Culturale di Milano) che, per fortuna, ne ha rispetto.

Non è una chiesa importante, ma iniziamo da qui il nostro percorso per lo strano titolo “Pasquirolo” con il quale è conosciuta, termine evocativo di un’altra tradizione milanese. Infatti “Pasquirolo” era detto colui che si confessava e si comunicava solo a Pasqua. Come i nostri antenati siano arrivati a questo termine dialettale non lo sappiamo proprio. Pascuum, in latino, era il campo, il pascolo. Intorno a San Vito, infatti, si trovavano campi incolti tra le rovine romane, dove pascolavano gli animali.

La chiesetta, nel Seicento, era “ridotta a tale vecchiezza che minacciava rovina imminente” (secondo lo storico milanese Lattuada) tanto che il Cardinale Federico Borromeo la fece rifare in stile barocco con un portale importante arricchito da colonne corinzie, disegnato da Bartolomeo della Rovere, detto Il Genovesino.

Interessanti sono le pareti laterali e il piccolo campanile in mattoni col tetto a capanna, che sembra guardare spaesato l’ambiente intorno.

La nostra chiesetta non ebbe vita facile nel secolo scorso, ma riuscì a sopravvivere prima alle bombe del 1943, che la risparmiarono, poi allo scempio degli Anni Sessanta, con la demolizione di vecchi edifici che la attorniavano e con le nuove costruzioni che diedero a questa zona l’aspetto attuale, peraltro piuttosto brutto.

Quasi un ex-voto per lo scampato pericolo, da parte di San Vito, fu il ritrovamento, negli scavi, del magnifico busto di Ercole, ora esposto al Civico Museo Archeologico, con altri reperti riemersi dai secoli durante i recenti lavori della metropolitana blu.

L’interno della chiesa ha un’unica navata ed è decorata da affreschi dei Fiammenghini, ma una imponente iconostasi, tipica della liturgia ortodossa, modifica l’aspetto tradizionale cui siamo abituati.

Infatti da anni la gesetta del Pasquiroeu continua il suo cammino con i fedeli ortodossi, che l’hanno resa vivace con le icone, i fiori e i colori della loro tradizione.

In fondo l’Editto di Costantino, con il quale si stabiliva la libertà di culto, è stato promulgato proprio a Milano e molte sono le vie che portano alla vetta…

A presto…

Il caffè: una tazzina di storia milanese

Quanta storia si trova in una tazzina di caffè! Una leggenda racconta che furono delle caprette yemenite a “scoprire” per prime le proprietà eccitanti di questa pianta, brucandone le drupe, cioè le bacche.

Le origini del caffè sono comunque incerte (Etiopia, Arabia…) e anche la sua preparazione è stata molto diversa nei secoli e nei luoghi. Anche oggi una tazzina di caffè è differente non solo se bevuta a Napoli, a Istanbul o a New York, ma persino nei bar della stessa città i gusti e le miscele usate non sono uguali. Ecco Starbucks di piazza Cordusio.

In Italia, per quanto riguarda la preparazione del caffè, si è passati dall’infuso, alla caffettiera napoletana, alla moka (messa a punto dalla Bialetti nel 1933), all’espresso (dove c’è un po’ di Milano grazie all’ingegner Luigi Bezzera che, nel 1901, inventò la macchina per prepararlo all’istante), via via fino alle contemporanee capsule.

Anche i consumatori di caffè sono cambiati nei secoli: inizialmente, in Medio Oriente, lo si beveva nelle cerimonie sacre o lo si utilizzava come medicamento contro il morbillo, i calcoli e la tosse, secondo quanto consigliava, nell’ XI secolo, il grande medico arabo Avicenna… proviamoci!

Presto, però, il caffè, il cosiddetto “vino d’Arabia”, divenne una bevanda social. Nacquero, sembra a Costantinopoli, le prime caffetterie.

I commerci portarono via via il caffè anche in Occidente e verso il XVII secolo si aprirono locali in vari paesi come in Francia, con il mitico “Cafè Le Procope” (aperto a Parigi dal siciliano Francesco Procopio dei Coltelli), dove, mentre lo si beveva, circolavano le nuove idee che porteranno all’Illuminismo.

In Italia il caffè si diffuse a partire dal Settecento e fu subito “vera gloria”. A metà secolo il Goldoni descrisse ne “La bottega del caffè” il microcosmo umano che la frequentava. Anche il Piccolo Teatro, durante l’Expo 2015, ha reso omaggio al caffè, fonte di energia, riproponendo questa commedia, sempre attuale.

A Milano i primi “caffè” si diffusero, a partire dal Settecento, dapprima nella zona intorno al Duomo, ben diversa da come la vediamo oggi.

Una “tazza di caffè” ci permette, quindi, di dare un’occhiata al nostro passato prossimo. Le botteghe del caffè erano luoghi eleganti e “colti”. Si beveva caffè, ma si leggevano testi anche stranieri, si intrecciavano idee sulla politica, la cultura, l’attualità, si giocava d’azzardo, nascevano amori e appuntamenti segreti.

Fu proprio tra i tavolini del “Caffè del Greco”, il mitico Demetrio, al Rebecchino (l’isolato alla destra del Duomo) che nel 1764 Pietro Verri fece nascere la rivista “Il Caffè”, con altri intellettuali. Scriveva: “Il caffè risveglia la mente e rallegra l’animo

Tra questi c’era anche Cesare Beccaria, la cui moglie Teresa darà alla luce Giulia (futura madre di Alessandro Manzoni), figlia però di Alessandro Verri (fratello di Pietro) e non del legittimo marito, sul cui cognome (Beccaria … becco) ironizzarono spesso i contemporanei.

Il Settecento e l’Ottocento furono anni formidabili per la nostra città. Alla dominazione spagnola era seguita quella austriaca di Maria Teresa e del figlio Ferdinando; poi ci furono la parentesi napoleonica (alla quale dobbiamo l’attuale facciata del Duomo con la nostra “Statua della Libertà“), il ritorno austriaco, le Cinque Giornate e infine l’Unità d’Italia con Vittorio Emanuele II.

I “caffè” parteciparono a questo fermento politico, sociale e culturale, tanto che si divisero anche per le idee dei frequentatori. C’era il caffè più conservatore (il “Caffè della Cecchina”) e quello più rivoluzionario (il “Caffè della Peppina”). Al “Caffè del Duomo” nel 1847 nacque il manifesto che invitava allo sciopero del fumo contro il monopolio austriaco del tabacco; con i tavolini e gli arredi del “Caffè Martini” si fecero le barricate in piazza della Scala. Fu dunque un periodo di grandi fermenti, tensioni e scontri.

Anche tra i caffè ci furono molte novità: se ne aprirono e se ne chiusero alcuni, altri cambiarono il nome o i proprietari… Milano, per qualcuno, era già una città da bere? Stendhal scriveva: “Una delle cose più gradevoli per me a Milano, è bighellonare di caffè in caffè.

A fine Settecento era intanto nata la Scala e nei caffè accanto si facevano i casting per le opere, si stipulavano contratti, si viveva la musica, magari bevendo la “barbajada“, connubio tra caffè, panna e cioccolata, e si giocava d’azzardo.

Cosa rimane oggi di questi caffè? Certamente il bar “Cova”, già “Caffè del Giardino“, che aveva servito, nell’Ottocento, tanti caffè a Giuseppe Verdi e (alcuni decenni dopo, durante la prima guerra mondiale) molti Martini a Ernest Hemingway.

Nel 1950 il “Cova” si trasferì da piazza della Scala in via Montenapoleone. Qui una tazzina un po’ pettegola ci ha raccontato che questo locale, nella prima metà dell’Ottocento, comperava il latte che la bellissima contessa Giulia Samoyloff aveva utilizzato per il proprio bagno quotidiano. Un domestico lo raccoglieva e sembra che gli speciali “sorbetti alla panna” andassero a ruba tra i nobili maschi milanesi. Solo storie?

Nel giugno del 1874 nacque la Galleria, dopo aver realizzato la nuova piazza del Duomo, demolendo il coperto del Figini e il Rebecchino. La Galleria vide aprire, dopo scandali e mazzette, nuovi locali: “Biffi“, “Savini“, “Grand’Italia” e il mitico “Camparino“, arredato ancora oggi come un tempo.

Intanto Milano cresce, si espande, i caffè escono via via dal centro e diventano veri e propri locali, dove ci si incontra a diverse ore del giorno per colazione, pause, aperitivo, happy hour, spuntino di mezzogiorno. Una curiosità: a Milano il buffet, come ci racconta il Verri, nacque a Palazzo Reale dove, durante un ballo di corte dell’Arciduca Ferdinando, venne allestita “una stanza, ornata elegantemente in figura di bottega di caffè, e ciascuno andava a prendere quel che voleva: dolci, frutti, gelati,… vini”. Era già nata l’apericena!

Ed ora beviamoci insieme una tazzina di caffè.

A presto…

Una nuova casa museo

Un pittore del Novecento da conoscere (o forse un po’ da scoprire), un appartamento alto borghese da visitare, una Fondazione con tante proposte culturali per la nostra città: ecco una nuova casa museo per Milano. Entriamo nel bel palazzo di corso Garibaldi 2 per vedere la living gallery che espone quaranta dipinti di Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), un artista vissuto proprio in questi stessi spazi che la Fondazione Adolfo Pini, istituita dal nipote del pittore, ha recentemente aperto al pubblico (ingresso gratuito solo su prenotazione https://fondazionepini.it/visita/).

Ci troviamo in corso Garibaldi, poco lontano da Brera e dal Castello, all’inizio di una strada un tempo molto popolare, ma ricca di tradizioni e cultura con la basilica di San Simpliciano e lo storico Teatro Fossati.

 

Il palazzo, molto signorile, fu ristrutturato agli inizi del Novecento, già da allora aperto alla città con esercizi commerciali al piano terreno e locali dati in affitto, accessibili da una scala di servizio.

 

Un importante scalone in marmo conduce, dopo un androne con porticato, al piano nobile dove viveva e lavorava il pittore.

 

Renzo Bongiovanni Radice apparteneva alla buona borghesia lombarda (famiglia paterna di tradizioni militari, quella della madre di imprenditori colti e illuministi). Partì volontario nella Prima Guerra Mondiale come “ragazzo del ’99”, ma questa esperienza non ebbe seguito. Di carattere schivo e molto riservato, nonostante le aspettative familiari scelse l’arte e la pittura. Non amava, però, esporre i propri lavori (“mi sembrerebbe di camminare nudo per la strada”) nè seguiva le mode e il richiamo del mercato.

Fu soprannominato il “Gran Cancelliere della Pittura” per il tema dei “cancelli” che torna spesso nei suoi quadri. A chi gli chiedeva perchè, rispose “perchè mi piace”. Rappresentavano forse una protezione o una difficoltà ad aprirsi agli altri?

 

Solo il nipote Adolfo Pini (1920-1986), figlio di una sorella di Renzo, frequentava liberamente la casa e i pensieri dello zio. Erano molto diversi per carattere, ma legati da un profondo affetto e da una reciproca comprensione.

Anche la loro base culturale potrebbe sembrare quasi opposta. La famiglia Pini aveva una solida cultura scientifica; tra i suoi membri infatti ci fu anche il grande medico ortopedico Gaetano, che tanto fece per la città di Milano e al quale è dedicato un famoso ospedale cittadino.

Anche Adolfo divenne medico, ma con forti interessi umanistici e artistici condivisi sempre con lo zio. Renzo lasciò in eredità al nipote tutti i propri beni tra cui la casa dove era sempre vissuto e nella quale si trasferì anche Adolfo. L’appartamento è stato recentemente restaurato dalla Fondazione; splendidi soffitti e pavimenti intarsiati, arredi antichi, porcellane cinesi che ci riportano ad una atmosfera signorile ed elegante e al gusto di un epoca passata.

 

I quadri alle pareti, tutti di Renzo, lasciano intravedere spiragli per comprendere il pittore: il suo amore per Milano, Venezia e Parigi, il forte legame tra natura e vita interiore, con alberi spesso spogli e ambienti malinconici, case e paesaggi vuoti di persone. Dalle sue opere traspare il dialogo di un uomo con se stesso e con la natura, di qui la vocazione al paesaggio e la ricerca di risposte alla propria esistenza.

 

Molto bello è guardare lo scrittoio, la poltroncina, il cortile oltre la finestra, la pendola che ha scandito il tempo di questa storia milanese che continua, grazie alla Fondazione voluta da Adolfo, morto senza eredi, per offrire a Milano uno spazio dove fare non solo memoria, con il ricordo artistico dello zio, ma anche dove progettare il futuro con iniziative culturali, borse di studio ed eventi.

 

Altri tasselli per conoscere personaggi, luoghi e storie della nostra città li possiamo trovare in questo progetto realizzato dalla Fondazione Pini, che racconta del legame tra alcuni artisti con gli spazi dove hanno vissuto e lavorato nella nostra Milano. https://www.storiemilanesi.org/

A presto…

Feste e tradizioni di inizio anno

Siamo veramente sicuri che “l’Epifania tutte le Feste porta via”? Se guardiamo il calendario, troviamo tra gennaio e febbraio un certo numero di ricorrenze che fanno parte della tradizione della Milano di ieri e di oggi e che ritornano ogni anno in riti, proverbi e filastrocche.

Il 17 gennaio si sono tenute la tradizionale benedizione degli animali e l’accensione dei falò per ricordare Sant’Antonio Abate, o “del porcello”, (da non confondere con Sant’Antonio da Padova che si festeggia il 13 giugno).

 

Milano ha un secolare legame con Sant’Antonio Abate, di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa. I suoi monaci curavano, con l’unguento preparato usando il grasso dei maiali, l’herpes zoster (noto anche come “fuoco di Sant’Antonio”) nell'”Hospitale” che si trovava nelle vicinanze dell’odierna chiesa di Sant’Antonio, accanto all’Università Statale di via Festa del Perdono.

 

Il 19 gennaio, poi, con San Bassiano, Patrono di Lodi, abbiamo avuto “un’ora in mano”. Le giornate, infatti, si sono allungate e abbiamo goduto di un’ora di luce in più, senza spostare le lancette dell’orologio.

 

Il 21 gennaio è da sempre un giorno molto importante per le nostre tradizioni. Si festeggia, infatti, Sant’Agnese, protettrice delle giovani donne e anche della famiglia Visconti, della quale porta lo stemma sulla sua statua conservata nel Museo del Duomo.

 

Agnese era una fanciulla cristiana martirizzata sotto Diocleziano per aver rifiutato di cedere al figlio del prefetto. Tradizionalmente le donne lombarde celebravano questo giorno secoli prima del più conosciuto, internazionale e laico 8 marzo. Quante “Agnesi” ci sono ancora oggi nel mondo? Il nostro pensiero va a Saman e a tante altre vittime sconosciute, che vengono ricordate anche sul Muro delle Bambole a Porta Ticinese.

 

Ci sono poi i tre “Giorni della merla” (29, 30 e 31 gennaio), i più freddi dell’anno che servivano anche come previsioni meteo.

 

Una leggenda ci racconta del perchè questi uccelli, tipici del nostro territorio, siano diventati neri. Oggi a Milano fanno loro compagnia anche uccelli forestieri come i pappagallini verdi, i gabbiani e i famosi Giò e Giulia, i due falchi pellegrini che, dal 2014, fanno il nido sopra il Grattacielo Pirelli. Cambiamenti climatici o no, Milano è veramente accogliente.

 

Il 29 gennaio di quest’anno si è celebrato il Capodanno Cinese che ha dato inizio all’anno del “Serpente di legno”, simbolo di rinascita e trasformazione.

 

Speriamo bene… Anche noi milanesi abbiamo una certa consuetudine col Biscione, col drago Tarantasio e con quel “cucciolo” che ci guarda accanto al portone centrale del Duomo. Quanto a trasformazioni e rinascite siamo abituati…

 

Le vie di Chinatown sono in festa, addobbate dalle tradizionali lanterne rosse che illuminano un quartiere vivace e accogliente.

 

Anche Milano ha partecipato a questa festa colorata. Alla Fabbrica del Vapore si sono tenuti laboratori artigianali aperti a tutti per farci avvicinare alla cultura cinese.

 

Infine Il 2 febbraio, alle ore 14, si è tenuta all’Arco della Pace la tradizionale festa-evento con danze e spettacoli, organizzata dalla comunità cinese della nostra città, alla quale hanno anche partecipato milanesi e turisti. A conclusione del periodo del Capodanno Cinese, il 12 febbraio siamo tutti invitati alla Festa delle Lanterne presso l’Arco della Pace, al Parco Sempione.

 

Il 2 febbraio, per i cattolici, è stato il giorno della Candelora, in cui si celebrano la Presentazione di Gesù al Tempio e la Purificazione di Maria, quaranta giorni dopo Natale, secondo la tradizione ebraica. Si sono accese le candele (simbolo della luce divina) e una solenne processione con una preziosa icona del Quattrocento si è svolta all’interno del Duomo.

 

Anche questa ricorrenza serviva per predire il tempo atmosferico, tanto importante in una società contadina. Stiamo un po’ a vedere cosa ci aspetta…

 

Ogni 3 febbraio ricorre poi la festa di San Biagio, con la tradizionale usanza di mangiare una fetta di panettone avanzato da Natale, antico e ottimo integratore per proteggerci da raffreddori e mal di gola.

 

E come non ricordare che tra qualche giorno si terranno le feste di San Valentino e San Faustino… e già battono i cuori!

Auguri a tutti!

A presto…

Sant’Antonino in Segnàno, un piccolo gioiello di periferia

La chiesetta di Sant’Antonino in Segnàno, periferia Nord-Est di Milano, tra Greco e Bicocca, come un albero secolare testardo ha affondato le sue radici intorno all’Anno Mille nei campi di allora, ed è giunta fino a noi, un po’ sconosciuta e trascurata, sovrastata da condomini all’angolo tra le vie Comune Antico e Roberto Cozzi.

 

I primi documenti ufficiali che la riguardano risalgono alla fine dell’Anno Mille, quando venne citata tra i beni del monastero di San Simpliciano, una delle quattro basiliche volute da Sant’Ambrogio fuori le mura cittadine.

 

Sant’Antonino fu fondata dai monaci cluniacensi, come anche Santa Maria di Calvenzano vicino a Vizzolo Predabissi, lungo la Strada delle Abbazie.

 

La nostra chiesetta venne poi ricostruita nel 1517, probabilmente sullo stesso luogo e con le medesime dimensioni, dai monaci cassinensi, come è indicato nella piccola targa sulla facciata. Ha un tetto a capanna e, tutta intonacata di grigio, ha un aspetto piuttosto modesto. Si scorgono ancora sulla facciata confuse tracce di affreschi e una piccola greca in gesso rosso che vuole riprendere lo stile romanico lombardo.

 

Un piccolo campanile a vela con una campanella datata 1615, si stacca come un ramo in cerca di spazio sul retro della chiesetta.

 

Entriamo dall’unico portoncino di legno: subito notiamo il contrasto tra la navata riccamente affrescata e l’abside semicircolare (aggiunta nel 1965), tutta dipinta di bianco. Due affreschi, rimossi a strappo dalla navata, interrompono il suo candore: sono Sant’Antonino, vescovo milanese del VII secolo, e il Beato Ludovico Barbo, che scrisse la Regola della congregazione cassinense. Al centro un Crocifisso ligneo della Val Gardena. Un arcone, che un tempo era la parete di fondo della chiesetta, suddivide ora visivamente abside e navata. Due angeli sollevano drappi rossi e mettono in risalto il piccolo altare in legno e cristallo.

 

L’idea dell’albero torna dunque in questo bellissimo altare ricavato da un tronco di ulivo dallo scultore contemporaneo Carlo Natale Basilico, autore anche del leggio ligneo. Nel basamento dell’altare è rappresentata la Creazione di Adamo ed Eva, con le mani protese verso quelle creatrici divine. Una curiosità: le mani di Dio sono una maschile e una femminile.

 

Dall’altare guardiamo la navata, sormontata da un soffitto a cassettoni dipinto. Sopra la porta d’ingresso si trova lo stemma della basilica di San Simpliciano, che era la “proprietaria” di questa chiesetta.

 

Sulle pareti lunghe notiamo due grandi affreschi secenteschi, purtroppo piuttosto deteriorati, attribuiti al Fiammenghino; in alto corre un lungo “bordo” sul quale sono dipinti, come in un racconto, i simboli della Passione (il gallo, l’orecchio mozzato, il Calice, la Tunica con i dadi, il velo della Veronica, dove è raffigurato un realistico volto di Cristo…).

 

Sulla parete di destra, guardando verso l’altare, è affrescata una “Contemplazione della Vergine col Bambino” da parte di alcuni Santi Vescovi, le cui reliquie furono traslate nel 1582 da San Carlo Borromeo nella basilica di San Simpliciano. Tra questi spicca la figura di Sant’Antonino, che reca la palma del martirio per la sua lotta contro l’eresia ariana al tempo dei Longobardi.

 

Se guardiamo con attenzione, al centro del dipinto, sotto la nuvola, viene ripreso un particolare della basilica di corso Garibaldi, che sottolinea ancora una volta il legame tra le due chiese.

 

Sulla parete di fronte alla “Contemplazione”, di spirito prettamente religioso, si trova, invece, un dipinto che celebra anche valori civili come la lotta per la libertà. Viene infatti raffigurata la Battaglia di Legnano combattuta nel 1176 tra la Lega Lombarda e il Barbarossa. Una piccola curiosità: nel ” Canto degli Italiani” si trovano questi versi “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano“, unica città, oltre a Roma, citata come esempio della lotta per l’indipendenza nel nostro Inno nazionale.

 

Si è molto discusso se questo affresco rappresenti invece la battaglia della Bicocca degli Arcimboldi, combattuta qui vicino nel 1522, tra le truppe imperiali di Carlo V e quelle francesi di Francesco II. Noi pensiamo di no sia per l’assoluta mancanza nel dipinto di armi da fuoco, sia per la presenza del Carroccio, il leggendario carro, simbolo della autonomia comunale, sormontato dal gonfalone milanese e da un Crocifisso.

 

Molto interessante, sulla destra dell’affresco, in basso, la figura di un cavaliere che viene disarcionato dal proprio cavallo morente, come la leggenda narra sia accaduto al Barbarossa durante la battaglia.

 

Infine c’è un altro particolare molto intrigante: tre colombe bianche volano intorno al Carroccio. Secondo la tradizione si sarebbero levate in volo dal sepolcro dei tre Martiri dell’Anaunia di San Simpliciano, proprio il 29 maggio, giorno della battaglia e anche giorno dedicato ai tre Santi Martiri. Lo racconta Galvano Fiamma, cronista milanese del Trecento, 150 anni dopo la battaglia…

 

La lunga e dettagliata descrizione di questa chiesetta, pressochè sconosciuta, è un invito a considerare come Milano sia bella e interessante anche fuori dal centro e come ci sarebbe veramente tanto da vedere per conoscerne l’identità storica e culturale. Attualmente Sant’Antonino è quasi sempre chiusa. Quando si potrà visitare liberamente questo piccolo patrimonio della nostra città e vederlo restaurato? Speriamo di aver dato un piccolo contributo per portare l’attenzione di più persone su questo piccolo gioiello di periferia.

A presto…

Momenti d’arte all’Epifania 2025

L’Epifania tutte le Feste porta via… Abbiamo invece ancora qualche giorno per andare a vedere i due capolavori esposti per Natale a Palazzo Marino e al Museo Diocesano. Non perdiamoli, perchè sembrano parlarsi a distanza e farci riflettere.

 

Il Museo Diocesano ci offre fino al 2 febbraio un’opera del Botticelli, l’ “Adorazione dei Magi“, proveniente dalla Galleria degli Uffizi. Come è consuetudine del Museo, il dipinto viene introdotto da pannelli esplicativi, immagini fotografiche, video, musiche, ricostruzioni spettacolari che ci fanno arrivare al cuore di quest’opera, terminata nel 1475 circa dal pittore di Urbino, per una cappella di Santa Maria Novella.

 

Il quadro raffigura il corteo dei Magi, che si teneva all’Epifania nella Firenze del Quattrocento, con la partecipazione della famiglia dei Medici e della loro corte. Il profano si inchina dunque al sacro? Non proprio; osservando i personaggi raffigurati (mercanti, banchieri, intellettuali…ma nessuna donna), ciascuno “manifesta” se stesso, molti appaiono distratti, non guardano verso il Bambinello, ma sono immersi nel loro presente umano.

 

 

C’è persino il committente dell’opera che si autoindica come in un selfie per rassicurarsi di essere notato e di “esserci”.

 

Il Botticelli, dipintosi in primo piano, vestito di giallo, ci guarda, quasi distaccato ma coinvolgente.

 

Sembra chiederci: “Ho dipinto come Magi Cosimo il Vecchio de’ Medici ed i suoi figli Piero il Gottoso e Giovanni, tutti già defunti. Cosimo, in particolare, col viso sofferente si inchina a Gesù, accostandosi con umiltà al suo piedino. La Rivelazione avrà dunque toccato anche loro?”

 

Tra i presenti, osserviamo il viso di Lorenzo il Magnifico che tiene gli occhi bassi e socchiusi, forse in un momento di intensa riflessione sul potere e sul senso caduco della vita; ricordiamo i suoi versi “Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia … di doman non c’è certezza”.

 

Un quadro solo “politico” ed agiografico o anche altro? Il Museo Diocesano, come sempre, attraverso arte e sacralità, pone interrogativi e lascia aperte le risposte.

Trasferiamoci ora a Palazzo Marino, sede del Comune. Qui è esposta un’opera proveniente dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, “La Madonna di San Simone” di Federico Barocci, uno degli autori prediletti dall’Arcivescovo di Milano Federico Borromeo

 

 

In quest’opera, realizzata nel 1566/67, quasi cento anni dopo quella del Botticelli, una tenerissima Maria tiene in braccio il Bambino, nudo e sgambettante. I loro sguardi sono chini su un libro, in una immagine quanto mai potente, ma dolcemente familiare.

 

Come Leonardo, il Barocci disegnava su un taccuino i volti di persone comuni che poi riproduceva nei suoi dipinti; ne risultano visi reali, come quelli che vediamo in basso a destra. Sono i due committenti dell’opera, un uomo e una donna dalle gote piuttosto rosate, che sembrano uniti da una affettuosa familiarità.

 

In questa scena compaiono due Apostoli, San Simone e San Giuda Taddeo, che subirono insieme il martirio, simboleggiato dagli strumenti della loro morte, sega e alabarda. Come non ricordarli, sempre vicini, nell’Ultima Cena di Leonardo?

 

Giuda Taddeo non è rivolto verso il centro della scena, ma sembra voler quasi “agganciare” il nostro sguardo, per coinvolgere lo spettatore. E’ forse l’Amore, nelle sue diverse espressioni, la risposta alle difficoltà del nostro vivere? Osserviamo Gesù Bambino che tiene in mano una rosa, fiore pieno di spine, ma bellissimo e simbolo di amore.

 

Questi due capolavori della pittura italiana hanno accanto altre opere straordinarie che, anche da sole, meriterebbero un visita. A Palazzo Marino è ospitato un presepe napoletano in legno dipinto del Settecento, di incredibile fattura; una rappresentazione “viva” della realtà del tempo. A fine mostra tornerà all’esposizione del Museo Arti Decorative al Castello Sforzesco.

 

Al Diocesano, invece, sono esposti due presepi eccezionali: il primo, in carta dipinta di Francesco Londonio, pittore lombardo del Settecento (autore anche della scenografica Natività della chiesa di San Marco), è stato recentemente donato al Museo.

 

Il secondo è un’opera veramente straordinaria, recentemente restaurata e che lascia senza parole. Il “Retablo dei Magi è una pala d’altare del Cinquecento, in legno di quercia intagliato e dorato, con diverse scene su livelli sovrapposti. In primo piano si trova la Sacra Famiglia con i Magi; guardiamoli con attenzione: sono nove, o forse anche di più!

 

Avevamo ammirato il “Retablo”, tutto annerito prima del restauro, nella Basilica di San Nazaro, dove sarà ricollocato al termine di questa esposizione.

Non perdete assolutamente queste opere, manca poco tempo… per fortuna l’Epifania non le porterà subito via!

A presto

 

Buon 2025!

Eravamo andati a fine settembre per visitare l’antica chiesetta di Sant’Antonino a Segnàno, ma non era stato possibile perchè la sua porta era chiusa, quel giorno come tutti gli altri.

 

Domenica scorsa, nell’ambito di una iniziativa del Comune di Milano, siamo riusciti a vederne l’interno, bello ma piuttosto deteriorato. Parleremo di questo piccolo e poco conosciuto angolo di periferia tra qualche giorno, con tante immagini, alcune veramente inaspettate.

 

Che questa chiesetta, ricca di tanto passato di cui mostra i segni, sia il nostro augurio per il Nuovo Anno, porta aperta alla speranza di un futuro migliore.

A tutti un Buon 2025, ricco di pace e serenità.

A presto…