Momenti d’arte all’Epifania 2025

L’Epifania tutte le Feste porta via… Abbiamo invece ancora qualche giorno per andare a vedere i due capolavori esposti per Natale a Palazzo Marino e al Museo Diocesano. Non perdiamoli, perchè sembrano parlarsi a distanza e farci riflettere.

 

Il Museo Diocesano ci offre fino al 2 febbraio un’opera del Botticelli, l’ “Adorazione dei Magi“, proveniente dalla Galleria degli Uffizi. Come è consuetudine del Museo, il dipinto viene introdotto da pannelli esplicativi, immagini fotografiche, video, musiche, ricostruzioni spettacolari che ci fanno arrivare al cuore di quest’opera, terminata nel 1475 circa dal pittore di Urbino, per una cappella di Santa Maria Novella.

 

Il quadro raffigura il corteo dei Magi, che si teneva all’Epifania nella Firenze del Quattrocento, con la partecipazione della famiglia dei Medici e della loro corte. Il profano si inchina dunque al sacro? Non proprio; osservando i personaggi raffigurati (mercanti, banchieri, intellettuali…ma nessuna donna), ciascuno “manifesta” se stesso, molti appaiono distratti, non guardano verso il Bambinello, ma sono immersi nel loro presente umano.

 

 

C’è persino il committente dell’opera che si autoindica come in un selfie per rassicurarsi di essere notato e di “esserci”.

 

Il Botticelli, dipintosi in primo piano, vestito di giallo, ci guarda, quasi distaccato ma coinvolgente.

 

Sembra chiederci: “Ho dipinto come Magi Cosimo il Vecchio de’ Medici ed i suoi figli Piero il Gottoso e Giovanni, tutti già defunti. Cosimo, in particolare, col viso sofferente si inchina a Gesù, accostandosi con umiltà al suo piedino. La Rivelazione avrà dunque toccato anche loro?”

 

Tra i presenti, osserviamo il viso di Lorenzo il Magnifico che tiene gli occhi bassi e socchiusi, forse in un momento di intensa riflessione sul potere e sul senso caduco della vita; ricordiamo i suoi versi “Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia … di doman non c’è certezza”.

 

Un quadro solo “politico” ed agiografico o anche altro? Il Museo Diocesano, come sempre, attraverso arte e sacralità, pone interrogativi e lascia aperte le risposte.

Trasferiamoci ora a Palazzo Marino, sede del Comune. Qui è esposta un’opera proveniente dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, “La Madonna di San Simone” di Federico Barocci, uno degli autori prediletti dall’Arcivescovo di Milano Federico Borromeo

 

 

In quest’opera, realizzata nel 1566/67, quasi cento anni dopo quella del Botticelli, una tenerissima Maria tiene in braccio il Bambino, nudo e sgambettante. I loro sguardi sono chini su un libro, in una immagine quanto mai potente, ma dolcemente familiare.

 

Come Leonardo, il Barocci disegnava su un taccuino i volti di persone comuni che poi riproduceva nei suoi dipinti; ne risultano visi reali, come quelli che vediamo in basso a destra. Sono i due committenti dell’opera, un uomo e una donna dalle gote piuttosto rosate, che sembrano uniti da una affettuosa familiarità.

 

In questa scena compaiono due Apostoli, San Simone e San Giuda Taddeo, che subirono insieme il martirio, simboleggiato dagli strumenti della loro morte, sega e alabarda. Come non ricordarli, sempre vicini, nell’Ultima Cena di Leonardo?

 

Giuda Taddeo non è rivolto verso il centro della scena, ma sembra voler quasi “agganciare” il nostro sguardo, per coinvolgere lo spettatore. E’ forse l’Amore, nelle sue diverse espressioni, la risposta alle difficoltà del nostro vivere? Osserviamo Gesù Bambino che tiene in mano una rosa, fiore pieno di spine, ma bellissimo e simbolo di amore.

 

Questi due capolavori della pittura italiana hanno accanto altre opere straordinarie che, anche da sole, meriterebbero un visita. A Palazzo Marino è ospitato un presepe napoletano in legno dipinto del Settecento, di incredibile fattura; una rappresentazione “viva” della realtà del tempo. A fine mostra tornerà all’esposizione del Museo Arti Decorative al Castello Sforzesco.

 

Al Diocesano, invece, sono esposti due presepi eccezionali: il primo, in carta dipinta di Francesco Londonio, pittore lombardo del Settecento (autore anche della scenografica Natività della chiesa di San Marco), è stato recentemente donato al Museo.

 

Il secondo è un’opera veramente straordinaria, recentemente restaurata e che lascia senza parole. Il “Retablo dei Magi è una pala d’altare del Cinquecento, in legno di quercia intagliato e dorato, con diverse scene su livelli sovrapposti. In primo piano si trova la Sacra Famiglia con i Magi; guardiamoli con attenzione: sono nove, o forse anche di più!

 

Avevamo ammirato il “Retablo”, tutto annerito prima del restauro, nella Basilica di San Nazaro, dove sarà ricollocato al termine di questa esposizione.

Non perdete assolutamente queste opere, manca poco tempo… per fortuna l’Epifania non le porterà subito via!

A presto

 

Buon 2025!

Eravamo andati a fine settembre per visitare l’antica chiesetta di Sant’Antonino a Segnàno, ma non era stato possibile perchè la sua porta era chiusa, quel giorno come tutti gli altri.

 

Domenica scorsa, nell’ambito di una iniziativa del Comune di Milano, siamo riusciti a vederne l’interno, bello ma piuttosto deteriorato. Parleremo di questo piccolo e poco conosciuto angolo di periferia tra qualche giorno, con tante immagini, alcune veramente inaspettate.

 

Che questa chiesetta, ricca di tanto passato di cui mostra i segni, sia il nostro augurio per il Nuovo Anno, porta aperta alla speranza di un futuro migliore.

A tutti un Buon 2025, ricco di pace e serenità.

A presto…

Aria di Natale 2024: Auguri sotto l’Albero

La nostra città sembra un po’ più buia questo Natale, specialmente fuori dal Centro: poche luminarie, la luce di qualche vetrina o balcone, a volte solo i fari delle automobili sulle strade un po’ vuote della sera. Le luci e i colori di ventisette alberi si accendono, però, al crepuscolo in molte piazze di Milano, addobbati dai vari sponsor, per augurarci Buon Natale.

 

Anche noi vogliamo fare gli Auguri con un Albero molto speciale, quello dei “Desideri” alla Stazione Centrale; si chiedono doni come la salute, l’amore, la serenità, la pace… Che questo Albero possa illuminare la via di tutti noi e che le nostre speranze possano essere esaudite.

Un sereno e gioioso Buon Natale!

A presto…

Aria di Natale 2024: altri dolci di una volta

Ci sono profumi e sapori che accompagnano da sempre il periodo natalizio che, tradizionalmente per noi milanesi, inizia il 7 dicembre con la festa del Santo Patrono, la Prima della Scala, l’accensione dell’albero in piazza Duomo e l’allegra vivacità di bancarelle e mercatini.

 

Un tempo, accanto alla Basilica di Sant’Ambrogio, si svolgeva la fiera degli “Oh Bej Oh Bej”.

 

C’era aria di festa e di gioiosa attesa; si sentivano il suono delle zampogne, il profumo delle caldarroste e dei “firùn” (le collane di castagne), il dolce sapore dei croccanti e dello zucchero filato.

 

Era l’inizio del periodo delle Feste, l’attesa del Natale. Oggi, abituati al tutto e subito (“basta un clic”), sappiamo ancora attendere e sentire la magica emozione del Natale che si sta avvicinando davanti al Presepe?

 

Facciamo rivivere qualche sapore e profumo della nostra cucina preparando alcuni dolci che sanno di castagne, di zucchero e di famiglia, mescolando sempre alla tradizione qualcosa di oggi.

La “busecchina”, ovvero castagne e latte

 

Se si volesse render più facile un po’ la preparazione, comperiamo delle castagne già sbucciate. Il profumo delle castagne inonderà comunque la nostra casa. I grandi potranno aggiungere un po’ di cognac e i bambini qualche goccia di cioccolato. Noi l’abbiamo portata in tavola nella salsiera di un vecchio servizio delle feste… ma con la panna spray.

 

Il Croccante, ovvero un crumble fantastico

La sua preparazione è così semplice che abbiamo persino fatto un po’ di fatica a trovarne la ricetta. Questa è di Luigi Veronelli, giornalista e cultore dell’enogastronomia italiana.

 

Se poi aggiungiamo alla ricetta qualche scorzetta di arancia, diventa veramente gourmet! Abbiamo sperimentato di persona un “nuovo” utilizzo del croccante. Lo abbiamo spezzettato e utilizzato come un crumble sopra una cucchiaiata di crema di mascarpone. Da WOW!!

 

Dulcis in fundo parliamo di due protagonisti delle feste: il panettone e la carsenza.

La storia ci dice che il Manzoni li adorava entrambi, accompagnandoli con una tazza di cioccolata. Sappiamo anche che la prima moglie, la tenera Enrichetta, amava la semplice carsenza e che la seconda, la più vivace Teresa, “panatonava” tutto l’anno.

 

La “carsenza”, torta di pane e avanzi

Era un tipico dolce contadino e lo facevano anche le nostre nonne utilizzando pane raffermo, ammollato nel latte e arricchito con frutta secca o fresca, uvette, pinoli… avanzati dalle Feste appena passate. Infatti era, per tradizione, il dolce del Primo dell’Anno: qualcosa di vecchio e di nuovo insieme.

 

La ricetta della carsenza, della quale abbiamo scritto lo scorso anno, è stata rivisitata dallo chef del “Don Lisander”, storico ristorante di via Manzoni, e ribattezzata col nome di “Torta Provvidenza”, in onore del nostro scrittore, riprodotto sulla confezione.

 

L’abbiamo assaggiata con alcuni amici accompagnata da una pallina di gelato alla crema e… ci è piaciuta subito! E’ una torta ricca di sapori sapienti e particolari che ne fanno un vero dolce natalizio.

 

Il Panettone, re delle Feste

Cosa raccontare ancora di questo dolce che, nato dall’idea di un garzone di cucina al tempo degli Sforza, ha conquistato il mondo?

 

Quest’anno la Veneranda Fabbrica del Duomo, simbolo della nostra Milano, propone un panettone in edizione speciale con la firma di Davide Oldani, che ha mantenuto invariata la ricetta.

 

Se poi ne avanzasse qualche fetta, perchè non passarla al “grill” con una spruzzata di Grand Marnier e una pallina di gelato? Diventa un dolce “rivisitato” e buonissimo!

 

A tutti un dolcissimo…

A presto…

Aria di Natale 2024: i dolci di una volta

Tempo di incontri e di feste tra amici, parenti e colleghi per condividere qualche ora piacevole e scambiarsi gli auguri. Questi “piccoli Natali” non avvengono più solo di sera, ma ci sono molti inviti al mattino o nel tardo pomeriggio per una colazione o una merenda insieme, magari a buffet.

 

Cosa si può offrire accanto all’immancabile panettone? Abbiamo pensato per i dolci a qualcosa di altrettanto milanese, ma più insolito e con una storia da raccontare. Le ricette le abbiamo copiate da vecchi libri e dai nostri ricordi.

La Barbajada, la “nonna” del mocaccino

Iniziamo con la ricetta di questa bevanda, antenata, forse, del nostro mocaccino.

 

Ecco la “nostra” barbajada

 

La sua storia ci riporta tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, quando Domenico Barbaja (o Barbaia), un ragazzo di Rozzano che faceva il cameriere in un bar della attuale via Manzoni, pensò di mescolare della cioccolata calda ad una tazza di caffè, aggiungendo poi del latte fatto schiumare o della panna montata. Fu un successo, tanto che la bevanda divenne famosa col nome di “barbajada” e gustata nei più noti caffè dell’epoca.

 

Il giovane, di famiglia napoletana, fece, via via, una grande fortuna: non solo divenne il proprietario del bar accanto alla Scala (con appalto per i giochi di azzardo, allora legali), ma anche impresario teatrale, amico e manager di autori come Rossini, Donizetti e Bellini.

 

Trasferitosi a Napoli, tra le altre sue imprese, fece ricostruire in solo nove mesi, il Teatro San Carlo, distrutto da un incendio. Chapeau!

La Laciada, una crepe Suzette milanese

Questo dolce ha origini antichissime ed è famosa anche per una filastrocca in dialetto dove il termine arcaico “laciada” è sostituito dal più conosciuto “fritada”.

Il genere di “Crapa pelada” è incerto. C’è chi parla di un uomo calvo (nel Ventennio la satira lo riferiva a Mussolini); c’è, invece, chi fa risalire questa filastrocca ad una ragazza, Peppa Muccia, amante del Caravaggio. Si dice che soffrisse di alopecia o che fosse stata rapata dai fratelli per punirla del suo amore peccaminoso.

 

Comunque sia, la storia parla di un rapporto un po’ difficile con alcuni parenti, come avviene in tante famiglie. La laciada potrebbe addolcire un incontro natalizio con qualche familiare particolare?

 

Ecco la ricetta tradizionale.

 

Per non fare crepes o frittatine di lunga preparazione, abbiamo utilizzato del pancake, che abbiamo scaldato nel microonde e farcito con una confettura di pesche mescolata al rum, spolverando poi l’ultimo strato con zucchero a velo. Buonissimo e… molto svelto!

 

Ci rivediamo tra qualche giorno con altre ricette da raccontare.

A presto…

Aspettando il Natale 2024

Le prime luci del Natale 2024 si sono accese quest’anno con molto anticipo rispetto alla tradizione e sono arrivate a passo di danza. Era solo l’8 novembre, infatti, quando una ballerina di luce (un’anima di ferro ricoperta di lampadine LED) ha iniziato il suo balletto sulle dolci note di un carillon in piazza della Scala.

 

L’opera, “Ballerina sequence” di Angelo Bonello, light artist di livello internazionale, è composta da venti figure alte da 3 a 6 metri, disposte a semicerchio, che, accendendosi e spegnendosi, danno l’illusione di una danza che ha come palcoscenico piazza della Scala e come spettatori i passanti. Purtroppo questo balletto termina il 23 novembre. Peccato! Speriamo conceda il bis.

 

Anche il Natale va di fretta nella nostra città. Appena scomparsi i fantasmi di Halloween, le vetrine si mostrano già addobbate con alberi e decorazioni natalizie, il panettone invade i banchi dei supermercati e delle pasticcerie, dopo aver partecipato a diverse gare per scegliere il migliore.

 

Mai, come quest’anno, stiamo correndo verso il Natale, forse in cerca di calore e buoni sentimenti per affrontare il freddo delle difficoltà o, forse, per avere più tempo nella ricerca di un regalo per chi ci è caro.

 

Anche noi siamo andati a “curiosare” in alcuni negozi in cerca di “pensieri” (ci piace questo modo di chiamare il dono) e abbiamo trovato idee molto belle e anche un po’ pop da regalare o da copiare per rendere più calda e festosa la nostra casa.

 

Uno storico palazzo di via Verri diventa, fino al 12 gennaio, uno store natalizio su ben tre piani. Si chiama “Palazzo Magia” ed è veramente un mondo incantato dove si trova tutto quanto fa Natale.

 

Un altro raffinato negozio, “Ecliss”, in Ripa di Porta Ticinese, offre splendidi ambienti natalizi e scintillanti idee per “nuovi” alberi, magari riutilizzando in modo originale vecchi addobbi.

 

Novità e tradizione… non è questo un po’ il segreto della nostra città? Vuole il nuovo, lo realizza e con esso addobba e rinnova la tradizione… come questo albero inconsueto.

 

Anche l’arte sembra andare di fretta: è già esposto, al Museo Diocesano, il “Capolavoro per Milano”, opera tradizionalmente prestata, in occasione del Natale, da altri Musei alla nostra città. Quest’anno è stata scelta l'”Adorazione dei Magi” di Sandro Botticelli, proveniente dagli Uffizi.

 

Ne parleremo senz’altro per l’Epifania, quando il tradizionale Corteo dei Magi, partendo da piazza Duomo, raggiungerà la Basilica di Sant’Eustorgio, dove sono custodite alcune reliquie dei Re Magi, sotto la stella in cima al campanile.

 

Tra qualche parleremo di dolci natalizi… vecchi e nuovi.

A presto…

Il cuore nascosto di porta Venezia

Milano ha ancora un cuore? La nostra città lo ha sempre avuto persino nei modi di dire (Milan g’ha el coeur in man) e nella sua forma.

 

E oggi? A volte il suo cuore sembra un po’ stanco e affannato per le insicurezze, le difficoltà e i cambiamenti di questi tempi. Noi, però, crediamo che ci sia sempre. Siamo andati a cercarlo e lo abbiamo trovato nei sorrisi e nei gesti gentili delle persone, nelle tante iniziative del Bene e, inaspettatamente, in un casello del dazio di Porta Venezia.

 

Infatti, nel casello di sinistra per chi guarda da corso Buenos Aires, in una piccola nicchia, a neanche un metro da terra, c’è un piccolo cuore, fotocopia in 3D di modello anatomico realizzato da un autore contemporaneo.

 

Non è facile trovarlo tutto scuro, quasi voglia passare inosservato, senza troppo apparire, come il Bene. Non si deve cercarlo in alto, tra le statue allegoriche e i bassorilievi che raccontano la storia di Milano, ma di fronte ad un semaforo, in un angolo di traffico e di polemiche.

 

Questi caselli del dazio hanno un passato illustre. Ne parla anche il Manzoni nei “Promessi Sposi” quando Renzo entra in Milano proprio da qui. Allora consistevano “in due pilastri con sopra una tettoia per riparare i battenti e da una parte una casupola per i gabellini”.

 

Da qui “entrò” anche la peste con quel “fante sciagurato e portatore di sventure”… Sempre da qui uscivano anche i carri degli appestati diretti al Lazzaretto, fuori le mura e poco lontano.

 

Un altro angolo da non perdere accanto ai caselli è Palazzo Luraschi, in corso Buenos Aires 1, ricco di curiosità. Fu il primo edificio di questa zona a superare il limite d’altezza di tre piani, previsto per permettere di vedere la Grigna e il Resegone.

 

Nel cortile ci sono medaglioni in terracotta con i volti dei personaggi del romanzo manzoniano e alcune colonne provenienti proprio dal Lazzaretto e salvate dalla distruzione dal costruttore del palazzo.

 

Nel corso degli anni, via via, si sentì l’esigenza di rendere i nostri caselli belli e importanti, più adeguati alla zona di corso Venezia, ricca di palazzi signorili, di carrozze e di bella gente.

 

Furono perciò realizzati quelli attuali nella prima metà dell’Ottocento. Da qui entrò in città anche l’Imperatore Francesco Giuseppe, con Sissi. Da notare il baldacchino posticcio che unisce i caselli.

 

Nel tempo questa “porta” cambiò diverse volte anche il nome: da “Argentea” all’epoca romana, storpiato in “Renza”, a “Orientale”. I caselli presero poi il nome definitivo di Porta Venezia, perchè, dopo l’Unità d’Italia, erano rivolti verso la città lagunare, ancora da liberare. Una curiosità: la piazza dove si aprono è dedicata a Guglielmo Oberdan, patriota giustiziato degli austriaci.

 

C’è molta storia in questo angolo di Milano; ora mostre d’arte ed eventi come il Fuorisalone passano da qui.

 

Chiudiamo con un’altra curiosità: una piccola targa su Palazzo Bovara (corso Venezia 51) riporta una frase di Stendhal, lo scrittore francese innamorato della nostra città. “Sur le cours de cette Porte Orientale…/s’est posée l’aurore da ma vie”. Che sia d’augurio per tutti coloro che andranno a visitare il cuore nascosto nel casello di Porta Venezia.

 

 

A presto…

Nella Notte di Halloween 2024 raccontiamo i “misteri” del Verziere

C’è poco da ridere! La Notte di Halloween sta per arrivare… facciamo attenzione a chi busserà alla nostra porta. Chi, terrorizzato, si chiuderà in casa, vedrà forse la propria cena trasformarsi in piatti mostruosi?

 

Chi, invece, preferisce sfidare la sorte, può avventurarsi come un coraggioso ghostbuster in un itinerario spettrale nella nostra città.

 

Luoghi, edifici e strade pullulano di misteriosi personaggi ritornati dal tempo in questa strana notte… e ci sono anche “portali” aperti verso l’aldilà, come la Colonna del Diavolo di fianco a Sant’Ambrogio.

 

Per noi milanesi, però, anche in questo caso c’è una sorta di “rito ambrosiano”. Mentre per il resto del mondo la notte dei fantasmi è quella tra il 31 ottobre e il 1° novembre, gli spettri di casa nostra preferiscono prolungare il loro ritorno fino a quella tra Ognissanti e il 2 novembre, il Giorno dei Morti. Abbiamo anche un dolce tradizionale tipico per questo giorno: il “pane dei morti”, buonissimo!!!

 

Una zona veramente spettrale è quella dell’antico Verziere. Qui, nella Notte di Halloween, si aprono le danze macabre nella chiesa ossario di San Bernardino in una spaventosa movida guidata dallo scheletro di una ragazzina, le cui ossa si sono ricomposte.

 

La chiesa di Santo Stefano, lì accanto, è stata tragico teatro di eventi sanguinosi veri o leggendari. Nel luogo in cui sorge vennero trucidati, nel 367 d.C., al tempo dell’Imperatore Valentiniano I, quattro funzionari delle “tasse”, gli Innocenti, che avevano osato denunciare un potente. Poi, oltre mille anni dopo, qui fu assassinato da congiurati il Duca Galeazzo Maria Sforza. Torneranno, in questa notte, a rivedere il luogo della propria morte?

 

Non solo, c’è di più: la chiesa era intitolata a Santo Stefano “ad rotam sanguinis fidelium”. Infatti qui si era svolta una sanguinosa lotta tra cattolici ed ariani. Miracolosamente, al termine dello scontro, tutto il sangue dei cristiani si era fuso insieme formando una ruota che era andata a colpire l’allora cappella degli Innocenti.

Si dice che questa ruota, pietrificata, sia ancora misteriosamente sepolta nella chiesa. Sarà simile a quella del “Tredesin de Marz” conservata nella chiesa di Santa Maria al Paradiso?

 

Ecco un altro mistero scoperto nei “si dice” tramandati nel tempo. Si racconta che, quando fu ricostruito il campanile di Santo Stefano, al suo interno venne murato vivo un uomo, forse un monaco, con chissà quali segreti. I suoi lamenti ancora oggi si mischiano alle voci dei passanti.

 

Poco distante da qui c’è un altro luogo carico di arcani misteri. Si dice che in questa zona vivessero delle streghe dotate di poteri occulti, tanto che qui nessuno morì mai di peste. Qualcuno, invece, fece dipingere nella vicinissima via Laghetto la “Madonna dei Tencitt”, soprannome dei carbonai che lavoravano qui, come ex-voto per lo scampato pericolo (o come protezione dai malefici?). Un altro angolo di Milano da scoprire.

 

Anche la Colonna del Verziere ha una sua “altra” storia. Si sussurra che venne fatta erigere anche per combattere i poteri delle streghe che vivevano nella zona. In effetti questa colonna ebbe una storia piuttosto travagliata… sarà stato l’effetto di qualche incantesimo di vendetta?

 

Non credete a queste leggende? Forse fanno parte della nostra storia atavica. E poi… al Verziere non si vendevano anche le zucche?

Buon Halloween a tutti!

A presto

Angoli di Milano intorno al vecchio Verziere

Come i “verzeratt” di fine Settecento lasciamo piazza Fontana, diventata troppo “bene” per ospitare vecchie bancarelle, e ci spostiamo nella vicina piazza Santo Stefano, “nuova” sede dell’antico mercato.

 

La piccola piazza ha mantenuto in parte il fascino e la vivacità di un tempo, con diversi locali ma troppe automobili.

 

La chiesa di Santo Stefano è ricca di storia milanese. Fondata nel 417 d.C., al suo interno troviamo la lapide che ricorda la tragica sorte degli “Innocenti” giustiziati al tempo dell’imperatore Valentiniano I e, all’esterno, il pilastro vicino al quale venne assassinato da congiurati il duca Galeazzo Maria Sforza, proprio nel giorno di Santo Stefano del 1476.

 

Diamo anche un’occhiata al campanile del Seicento, ricostruito dopo il crollo di quello precedente, che aveva portato con sé la vita di un povero sacerdote che aveva in tasca il proprio testamento con cui avrebbe lasciato i suoi averi per il restauro.

 

Sulla piccola piazza (forse sarebbe meglio chiamarla slargo o largo come è in uso a Milano) si affaccia anche la chiesa di San Bernardino alle Ossa… ricordiamoci di non passare di qui la notte di Halloween!

 

Tra le due chiese percorriamo un vicoletto, la stretta del “cadenin”, un tempo delimitato da due piccole colonne unite da una catena, sostituite ora da due cancelletti.

 

In questo vicoletto, accanto alla facciata dell’Ossario, c’è una piccola buca per le offerte, risalente al 1776 che invita a: “date et dabitur vobis”. Un altro piccolo angolo che abbiamo scoperto durante la ricerca sulla storia del Verziere.

 

E ora una vera “chicca” trovata un po’ per caso. In piazza Santo Stefano esisteva una fontana nata ex-aequo con quella di piazza Fontana, la prima di Milano. Infatti l’acqua che usciva dalle quattro bocche a forma di leone, veniva convogliata in questa di piazza Santo Stefano, forse poco più di una vasca, in uso ai “verzeratt” per le proprie merci.

 

Infine, guardando sulla destra della chiesa di Santo Stefano, ci sembra di vedere una casa uguale a quella che appare nel dipinto.

 

L’abbiamo fotografata oggi, contrassegnata dal numero civico 12, con il vecchio portone e alcuni balconcini in ferro battuto sostenuti da fregi. Gli abitanti di un tempo saranno scesi a fare la spesa nel mercato sotto casa?

 

Questo Verziere, nel corso degli anni, era diventato un po’ troppo piccolo, così il mercato si era allargato fino a raggiungere la colonna del Cristo Redentore.

 

Per raggiungerla, abbiamo salutato Carlo Porta, arrivato al Verziere dopo che la sua statua, ai Giardini Pubblici, era crollata per le bombe delle seconda guerra mondiale.

 

Il poeta amava questo mercato e la “lengua del Verzeè” ha ispirato le sue opere. A proposito, abbiamo riletto, con un bel po’ di fatica linguistica, la “Ninetta del Verzeè”... Altro che “Cinquanta sfumature di grigio”!

 

Lasciato il Poeta, raggiungiamo la colonna con la statua del Cristo Redentore, tornata al suo posto dopo i lavori della linea blu della metropolitana. Siamo in piena zona delle antiche mura imperiali romane, demolite nel corso dei secoli. Ora ci troviamo in un altro slargo, appena risistemato, ma piuttosto bruttino, largo Augusto… qualcosa di romano è rimasto.

 

In questa piazza svetta l’alta colonna votiva del Seicento, inizialmente dedicata a San Martiniano, sostituita poi con la statua del Cristo Redentore. Non ebbe mai vita facile. Questa colonna votiva era giunta alla Darsena nel 1581 col fusto un po’ ammaccato, tanto che presentava un buco; dapprima si cercò di tapparlo, poi si promise che sarebbe stata la custodia di alcune reliquie, cosa che non avvenne mai; in compenso, però, furono incisi sulla colonna i nomi dei Caduti delle Cinque Giornate, perché da questa zona era partita l’insurrezione.

 

Inoltre la colonna era così alta che, durante il suo primo posizionamento, girò in parte su se stessa per una fune che si era rotta. Da qui nacque la leggenda del Cristo Redentore che si era girato per non vedere lo strazio dell’infelice Barbarinetta. La ragazza si era gettata da una finestra quasi per raggiungere sul patibolo il proprio amante, che veniva giustiziato su questa piazza.

 

Ora la colonna è tornata al suo posto, pulita e restaurata, ma… al suo fianco vediamo i resti di un basamento più antico, ritrovato durante i lavori. Che cosa se ne farà? Per adesso rimane lì ad aspettare.

 

Torniamo all’inizio del nostro itinerario: “El Verzeratt” di largo Richini. La sua storia è un po’ quella di altro trasloco del Verziere. Quando, ai primi anni del Novecento, il mercato venne trasferito dove ora si trova il Parco Formentano con la Palazzina Liberty, la famiglia del nostro verzeratt portò il proprio banco sul retro della Basilica di San Nazaro, ove si trova dal 1919.

 

Qui ora troviamo frutta e verdura, nostrane ed esotiche, e possiamo anche bere nelle ore serali un aperitivo in un angolo di città accanto alla Basilica ambrosiana di San Nazaro e alla sforzesca Ca’ Granda. Magica Milano!

A presto…

Piazza Fontana, un tempo piazza del Verzaro

Nel cuore di Porta Romana, alle spalle della basilica di San Nazaro, ci ha incuriosito una bancarella di frutta e verdura, “El Verzeratt”, al “lavoro” da oltre cent’anni.

 

Siamo a due passi dal mercato del vecchio Verziere e abbiamo sentito aria di storia milanese da raccontare. Iniziamo quindi un piccolo itinerario sulle tracce del vecchio Verziere, da ieri a oggi. Ci sono mestieri, infatti, in parte scomparsi, in parte evoluti, che fanno scoprire quasi in modo inaspettato angoli della nostra città a cui sono legati.

Piazza Fontana, l’antico Verziere

Chi lo avrebbe mai detto? Piazza Fontana è stata fino alla tarda seconda metà del Settecento un mercato di frutta e verdura, come scrive Carlo Maria Maggi, poeta milanese del Seicento, “…bondanza di nostran, gran verzeè de Milan…“. Infatti allora era chiamata piazza del Verzaro.

 

Questo mercato aveva preso il posto dell’antico Viridarium, orto e giardino del Palazzo Episcopale, oggi Arcivescovado. Il palazzo ha origini antichissime (forse IX secolo), tanto che sappiamo essere stato distrutto dal Barbarossa e poi rifatto e rielaborato diverse volte. Ancora oggi troviamo sulla facciata verso il Duomo tracce di questo passato, come le bifore in cotto e il Biscione visconteo.

 

Il mercato (accanto al Duomo, al Palazzo di Corte, ora Palazzo Reale, e all’Arcivescovado) male si addiceva al decoro urbano di una zona così importante. Così, nel 1779, il governo austriaco incaricò il Regio Architetto Imperiale, Giuseppe Piermarini (il “papà” della Scala), di dare un nuovo aspetto a quest’area. Le fatiscenti botteghe e le bancarelle vennero spostate nella vicina piazza Santo Stefano; piazza Fontana venne rimaneggiata con alcune demolizioni e ripavimentata.

 

Una piccola curiosità che risale a quest’epoca: l’Arcivescovado è l’unico edificio di Milano che ha mantenuto, dai tempi degli austriaci, il numero civico 2 (il numero 1 era ovviamente il Palazzo di Corte!).

 

Nel mezzo della piazza, circondata da palazzi, venne posta, sempre su disegno del Piermarini, una bella fontana, come usava in altre città europee. Non fu un’impresa facile: infatti si incontrarono diverse difficoltà per farvi giungere l’acqua. Finalmente, il 15 agosto 1782, alla presenza delle autorità e dei milanesi, venne solennemente inaugurata la fontana, la prima della nostra città, che da allora dà il nome alla piazza (questo nome doveva essere provvisorio, ma, come si sa, nulla è più definitivo del provvisorio…).

 

La fontana non è molto grande, ma ben proporzionata rispetto a quella che era la piazza di allora. Realizzata in granito, ha vasche sovrapposte e degradanti.

 

Due figure femminili in marmo (qualcuno le dice sirene, ma la coda?), sembrano a cavallo di due delfini.

 

Queste “ninfe”, opera dello scultore di Brera Giuseppe Franchi, sono soprannominate “Teodolinde” per i lunghi capelli acconciati secondo la moda longobarda… Un altro piccolo tassello del nostro passato che vive tra noi anche oggi.

 

Intorno alla fontana ci sono quattro piccole teste leonine che fanno uscire l’acqua raccogliendola in piccole vasche circolari (particolare importante, come vedremo in seguito).

 

La piazzetta dove si trova la fontana, tra alberi e panchine, è molto graziosa e meriterebbe una maggiore attenzione.

 

Lo sguardo dei frettolosi passanti, invece, si perde nello spazio che arriva fino al Palazzo del Capitano di Giustizia (oggi comando dei Vigili Urbani) e al capolinea dei tram davanti alla Banca dell’Agricoltura, mai dimenticata tragedia italiana.

 

Di scorcio appare anche la cupola della chiesa di San Bernardino alle Ossa in piazza Santo Stefano, che, come per i “verzeratt” di un tempo, sarà la prossima tappa del nostro piccolo itinerario dedicato alla storia del Verziere.

A presto…