La “gesetta di lusert”… restando a casa

Sullo spartitraffico all’inizio di via Lorenteggio troviamo una piccola chiesetta, poco più di una cappella, dalla storia millenaria e dalle tante leggende.

È dedicata a San Protaso, ottavo Vescovo di Milano (da non confondere con il Santo omonimo che, col gemello Gervaso, riposa nella cripta di Sant’Ambrogio), e risalirebbe a prima dell’anno Mille, quando la zona era aperta campagna, molte miglia lontano dalle mura di Milano. E’ da sempre conosciuta come la “gesetta di lusert” (ovvero “chiesetta delle lucertole”) per l’abitudine di questi animaletti di sostare sulle sue pareti a godersi il tepore del sole.

Si racconta che, durante l’assedio di Milano, mentre il suo esercito era accampato in questa zona ricca di acqua (una manna per i soldati e per i cavalli), l’Imperatore Federico Barbarossa andasse a pregare in questa chiesetta, per ottenere la vittoria. Purtroppo per Milano, fu esaudito, distrusse la città, ma risparmiò la piccola chiesa in segno di gratitudine.

Sembra poi che la gesetta sia stata frequentata dai Visconti, che qui avevano dei terreni di caccia e secoli dopo dai  Carbonari che si riunivano a cospirare, anche per la presenza, si dice, di un passaggio segreto che conduceva all’interno delle mura cittadine.

La piccola chiesa andò incontro poi ad anni difficili e, dopo essere stata incorporata in una cascina, successivamente divenne fienile e deposito degli attrezzi da lavoro dei contadini.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante la ricostruzione della città, il Piano Regolatore decise che via Lorenteggio  dovesse essere allargata. La cascina fu abbattuta, ma si dice che la ruspa si sia guastata più volte senza riuscire a demolire la chiesetta! Considerato un segno del cielo, si decise di risparmiarla, allargando in quel punto lo spartitraffico della via, così come è ora.

Nella chiesetta si conservano alcuni affreschi, tra cui uno della Madonna del Divino Aiuto che, secondo la tradizione, sarebbe riapparso ben tre volte dopo essere stato ricoperto da intonaco. Interessante anche un altro bell’affresco del 1428, che raffigura Santa Caterina da Siena.

Accanto alla chiesa è stato ricollocato il vecchio cippo di confine tra il Comune di Lorenteggio e quello dei Corpi Santi che, fino alla metà dell’Ottocento, come una ciambella circondava la  Milano di allora.

La chiesetta, ridotta ad un rudere, fu restaurata e rinacque a nuova vita nel 1987 grazie agli abitanti del quartiere e alle loro associazioni. Oggi, purtroppo, è quasi sempre chiusa, anche se ben curata dai volontari. Viene aperta solo in occasione delle feste di via che si tengono nella prima domenica di maggio e nell’ultima di novembre. In queste occasioni vi si celebrano ancora alcune Messe.

Auguriamoci di poter andare, la prima domenica di maggio, a vedere, come ha scritto una poetessa dialettale, questo “bonbonin de gesa…

A presto…

Virus: Milano ne verrà fuori!

La Madonnina e il Biscione sono due simboli della nostra città,  fanno Milano. Il nostro primo pensiero è a Lei. Ora che anche il Duomo è chiuso, sopra la guglia più alta, all’aria aperta, protettiva e armata di alabarda, pronta a difenderci, la nostra “bela Madunina” veglia su questa città deserta e sui nostri giorni molto più soli.

E poi c’è lui: il Biscione, attorno al quale ruotano interpretazioni e leggende. Mentre stiamo preparando un articolo su questo nostro simbolo ci siamo chiesti se, invece di ingoiare un uomo, non lo stia sostenendo mentre rinasce.

Stiamo vivendo tutti un momento veramente molto difficile, ma siamo sicuri che anche questa volta Milano riuscirà a venirne fuori e a trovare la forza per ricominciare.

A presto…

PS: dato che i nostri passipermilano all’aria aperta sono vietati in questo periodo di quarantena, iniziamo una carrellata di brevi “Dove”, per ora solo da leggere, e da visitare poi, appena sarà possibile. È il nostro piccolo contributo per pensare già al futuro con fiducia.

Tredesin de Marz 2020

Quest’anno anche il nostro “Tredesin de Marz” è in quarantena. Vediamo la primavera solo dalle finestre o nei limitati tragitti casa/lavoro. Vogliamo festeggiare ugualmente il nostro tradizionale inizio della bella stagione con una foto scattata lo scorso anno nel Parco di Villa Finzi a Gorla.

A tutti un affettuoso augurio di tornare quanto prima a guardare la Primavera da vicino!

A presto…

 

Parte seconda – “Stile Milano” a Palazzo Morando: un viaggio attraverso la moda e l’eleganza della nostra città

Riprendiamo il viaggio all’interno della mostra “Stile Milano” dagli anni 50 ai giorni nostri, a Palazzo Morando. Avremmo voluto rivederla per fare altre foto, ma il decennio “ventiventi” ci è venuto incontro con la mascherina e i musei chiusi.

Le varie stanze della mostra sono dedicate, via via, ai diversi decenni di alta moda e oreficeria, mettendo in luce un’eleganza sobria che potrebbe, a volte, sembrare senza tempo, quasi al di là delle tendenze del momento.

In questo percorso di eleganza abbiamo incontrato abiti e gioielli di lusso. È stato un po’ come entrare in una sontuosa cabina-armadio per scegliere l’abito e il gioiello per una grande serata.

I pannelli alle pareti ci riportano ai decenni passati; non ci sono, però, foto del “come eravamo tutti i giorni”. Così abbiamo cercato in rete e nei nostri ricordi qualche immagine flashback.

Gli anni 60 sono stati anni di profondo cambiamento nella storia della società e del costume: sono iniziati coi giovani vestiti da adulti e terminati con gli adulti che hanno indossato gli abiti dei giovani e non li hanno più abbandonati.

Le ispirazioni della moda venivano dall’arte e dal design: pensiamo alla moda optical del bianco e nero. Le gonne si accorciano (Mary Quant) e il corpo della donna si assottiglia ridiventando quello di un’adolescente che deve ancora crescere.

Verso fine decennio Mila Schön crea completi sartoriali con pantaloni. Le donne “volevano i pantaloni”, li hanno messi e questi non usciranno più  dall’abbigliamento femminile, sportivo o elegante.

Gli anni 70 sono stati i tempi dell’austerity, degli anni di piombo e degli scontri in piazza. Per le strade trionfavano lo stile hippy e casual: lunghe gonnellone arricciate, un po’ zingaresche, nei cortei femministi, eskimo per i maschi, colletti a punta, jeans, tuniche etniche, indumenti fatti a crochet dalle nonne di casa. Ecco come l’alta moda ha interpretato questa tendenza.

A metà degli anni 70 nasce la prima collezione Armani e con lui un pret-a-porter di gran classe. Il suo stile è classico e innovativo insieme, sobrio ed elegante: un vero “stile Milano”.

Con una sua giacca, indossata da Richard Gere in “American gigolo” entriamo negli anni 80.

Le sartorie di lusso affrontano la concorrenza dei nuovi stilisti. Nel Quadrilatero della Moda cominciano ad arrivare via via le più famose firme alle quali si rivolgono non più solo le signore dell’alta borghesia, ma anche le donne che si affermano in proprio nel lavoro.

In questi anni alcuni marchi vengono scelti dai ragazzi della “Milano bene” dando luogo al fenomeno tutto milanese dei “paninari”.

Trionfano gli yuppies, giovani rampanti in carriera, mentre le donne vestono abiti dalle spalle oversize e mettono in evidenza corpo e capigliatura.

Negli anni 90, con la Guerra del Golfo, le stragi di mafia e lo scandalo Mani Pulite, finisce l’esuberante periodo precedente. Le grandi sartorie creano abiti unici e speciali per lo più per matrimoni e grandi eventi, come le prime della Scala.

I diversi stilisti consolidano la loro importanza. In questi anni Versace farà sfilare anche personaggi dello spettacolo e diventerà amico di icone del jet set, Prada inizierà la sua ascesa diventando un simbolo internazionale, Dolce e Gabbana porteranno la sicilianità nel mondo.

Prima di entrare nel nuovo millennio, fermiamoci davanti ai preziosi gioielli della mostra.

Anche l’oreficeria di lusso è cambiata nella seconda metà del Novecento. L’oro giallo, talvolta con pietre e smalti colorati, completa gli abiti di giorno, mentre gioielli di oro bianco e diamanti (o altre pietre preziose) illuminano la sera.

Le resine, nuovi materiali e molta creatività entrano nel mondo dorato dell’oreficeria. Molte Case oggi si ispirano a questi gioielli inarrivabili con creazioni più accessibili. Un vero lusso più vicino alla gente.

Infine, come una giacca Armani ci ha condotto nella decade dell’ottimismo, entriamo nel nuovo millennio con un abito Versace (“Jungle Dress”) indossato da Jennifer Lopez per la prima volta nel 2000 e ripresentato nelle sfilate di quest’anno. È un inno alla natura e al riciclo anche nel campo della moda.

Le Torri Gemelle, i fenomeni migratori, la ricerca di nuovi equilibri e il pericolo di qualche pandemia hanno segnato i giorni di questi primi vent’anni. Le distanze geografiche si sono ridotte, i movimenti per il clima e per la salvaguardia del pianeta sono fenomeni globali.

Anche la moda lancia un messaggio di sostenibilità con la ricerca di materiali ecofriendly; stilisti affermati e giovani designer credono nell’upcycling, un riciclo creativo per riutilizzare quanto sarebbe da buttare.

Armani, quest’anno, ha fatto sfilare a porte chiuse nella Settimana della Moda influenzata dal coronavirus. In una intervista ha parlato di libertà nel vestire (“corto, lungo, stretto, morbido per ridisegnare il corpo, esaltare i pregi e nascondere i difetti a qualsiasi età”) e di una linea, per Emporio, di riciclo dei tessuti.

Le sartorie di lusso forniscono pezzi unici, su misura, esplorando anche materiali inesplorati nella Moda. Ecco un incredibile abito di Federico Sangalli: 12 metri di organza, smerigliata a mano e “cablata” con elementi di fibra ottica ogni 50 centimetri. Il modello, creato per questa mostra, è stato realizzato a mano e con una macchina da cucire a pedali.

Anche nella moda vecchio e nuovo si legano insieme. Quante volte abbiamo detto, sfogliando qualche rivista di moda, “questo l’ho già visto”. Ecco qualche esempio: di ieri o di oggi o magari anche di domani.

Concludiamo questo viaggio nello Stile Milano con l’ “Ago, Filo e Nodo” in piazza Cadorna, un omaggio alla moda e alla creatività milanesi e alla nostra capacità di “cucire” insieme le varie anime della nostra città.


A presto…

“Stile Milano” a Palazzo Morando: un viaggio attraverso la moda e l’eleganza della nostra città

Quella 2020 sarà ricordata come la Fashion Week del coronavirus. Ci riscopriamo più fragili, ma dalle difficoltà si può imparare qualcosa per ricominciare e diventare migliori.

Rendiamo omaggio alla Settimana della Moda, uno degli elementi trainanti del Made in Italy e della nostra economia, parlando della bella mostra a Palazzo Morando, dedicata allo “Stile Milano, storie di eleganza”.

È sempre un piacere visitare questo palazzo che ospita una bella serie di quadri ed oggetti dedicati alla nostra città e alla sua storia. Tra questi c’è il famoso “rattin” che, correndo su un binario alla base della cupola della Galleria, ne accendeva le luci a gas.

Si dice che negli splendidi interni di Palazzo Morando (guardiamo, tra l’altro, anche i pavimenti con “gocce” di madreperla) torni ancora oggi il fantasma della contessa Lydia, ultima proprietaria e appassionata cultrice di scienze occulte, per verificare cosa avviene nella sua dimora. Un’altra storia misteriosa della nostra città.

Cosa penserà la nobildonna degli abiti e dei gioielli di lusso esposti, in questo periodo, nelle sale del suo palazzo? Per inciso, la collana del suo ritratto, dopo la morte della contessa, non fu mai più ritrovata. Ci piace pensare che l’abbia portata con sè, troppo bella per separarsene.

http://www.ilpontenotizie.it/archivio-file/2007/6-2007/articoli-6-2007/10-6-2007.htm

Gli abiti e i gioielli esposti nella mostra, che è un elogio allo stile milanese, fanno ripercorrere settant’anni di moda dagli anni Cinquanta ai giorni nostri.

Alle pareti alcuni pannelli illustrano il decennio che ha visto nascere i modelli di alta moda e oreficeria. Non solo vengono raccontati abiti e gioielli, ma anche i diversi stili al passo coi tempi, coi cambiamenti sociali e quindi anche femminili.

La mostra inizia con gli abiti degli anni Cinquanta, quando, abbandonati quelli dai toni scuri e dimessi del difficile periodo precedente, c’era voglia di benessere e di futuro.

Le signore dell’alta società e le star si vestivano ancora a Parigi, nelle maisons di Dior, Balenciaga, Givenchy, Chanel…

Le donne, in questo periodo, indossavano abiti per mettere in risalto un opulento fisico da pin-up (da noi si chiamavano”maggiorate”), oppure seducenti e sofisticati modelli bon-ton.

E Milano? Già verso la fine dell’Ottocento alcune sarte, come Rosa Genoni, erano andate a studiare moda nei grandi atellier di Parigi, affinando il gusto e la sartorialità, ma acquisendo, nel contempo, anche una certa dose di consapevolezza e di emancipazione.

Ci volle, però, il grande intuito di un imprenditore italiano, Giovanni Battista Giorgini, per portare, all’inizio degli anni Cinquanta, un assaggio della nostra moda, allora pressochè sconosciuta, nel mondo.

In uno dei filmati proiettati nelle sale della mostra, si vede come Giorgini, al termine delle sfilate di Parigi del 1951, abbia invitato, nella sua casa di Firenze, un gruppo di compratori e giornalisti di moda americani per assistere ad una sfilata con i modelli delle più rinomate sartorie italiane.

Fu un successo. Sfilata dopo sfilata gli atellier italiani conquistarono l’attenzione del pubblico internazionale anche del mondo dello spettacolo. Ecco, ad esempio, come la stilista milanese Biki sia riuscita a trasformare, negli abiti e nel modo di indossarli, la grande Maria Callas.

Quasi tutti gli atellier milanesi, raccolti nel Quadrilatero della Moda, avevano a disposizione sarte di alta artigianalità e tessuti di elevata qualità, riuscendo così a creare splendidi abiti per una clientela ricca e sofisticata. Una creatività spesso al femminile, dedicata ad altre donne: un vero Paradiso delle Signore.

Il percorso tra gli abiti e i gioielli della mostra continua tra poco.

A presto…

Il talento di una donna per Mediolanum: Alda Levi e le sue scoperte

Il 2020 è stato dedicato da Milano a “I talenti delle donne” con una serie di iniziative ed eventi patrocinati dal Comune per rendere omaggio alle capacità femminili nei vari campi della vita e della cultura.

Al grande talento di Alda Levi, l’archeologa Sovraintendente ai musei e scavi in Lombardia negli anni Trenta, dobbiamo l’aver ridato a Milano un po’ della sua storia. Infatti, in una città in pieno rinnovamento, è riuscita a riscoprire e a far conservare alcuni resti di Mediolanum.

http://www.parcoanfiteatromilano.beniculturali.it/index.php?it/342/in-ricordo-di-alda-levi

Abbiamo già parlato di lei qualche anno fa con Fare jogging nell’Anfiteatro” vicino al piccolo museo, in via De Amicis 17, che porta il suo nome.

Incuriositi da alcuni articoli di giornale dell’anno scorso che parlavano di un “Anfiteatro della Natura”, di un “Colosseo Verde”, con alberi e siepi al posto delle pietre, siamo tornati a visitare il parco archeologico, per vedere a che punto è il progetto VIRIDARIUM.

L’anfiteatro non è certo una delle mete turistiche più gettonate della nostra città, anche per gli orari non sempre favorevoli, che coincidono con quelli del museo. Inoltre ci vuole moltissima “fantasia” per immaginarlo, visto il poco che ne resta, come era un tempo, enorme e maestoso stadio per oltre 20.000 spettatori.

Due file di cipressi e diverse siepi di bosso, mirto e ligustro dovrebbero “ricostruire” l’anfiteatro sostituendo le pietre che, sempre in movimento, sono state utilizzate nel tempo per “fare” la vicina basilica di San Lorenzo e alcune parti delle mura. Ecco alcuni bellissimi rendering che girano in rete.

Per ora i lavori sono rallentati da altri ritrovamenti in progress e c’è solo qualche vecchio albero che ha messo radici sul passato.

In attesa, diamo un’occhiata al piccolo Antiquarium “Alda Levi” e riguardiamoci, tra l’altro, la stele funeraria del giovane gladiatore Urbicus col suo cagnolino, che sembra aspettare di poter zampettare nel nuovo grande parco urbano tra natura e archeologia.

Il nostro esperto locale di Mediolanum, quell’Ausonio che ci guarda da piazza Mercanti, aveva parlato anche di un importante teatro. Dove si trovava?

I resti del teatro furono rinvenuti tra fine Ottocento e metà Novecento durante i lavori per la costruzione di diversi edifici tra via Meravigli e piazza Affari. Ancora una volta dobbiamo ad Alda Levi aver trovato e fatto conservare, per quanto possibile, i resti del grande teatro che poteva ospitare fino ad 8000 spettatori, una sorta di megaforum nel centro di Mediolanum.

Per “immaginare” questo teatro guardiamo la targa sul lato di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, verso via San Vittore al Teatro.

Cosa ne è stato di questo grande edificio? La sua storia è stata ricca e tormentata. Un Imperatore, Augusto, l’aveva fatto costruire e un altro Imperatore, il Barbarossa, come il “cattivo” di Star Wars, aveva distrutto, nel 1162, Milano e anche ciò che restava del teatro.

Nel tempo questo teatro non aveva ospitato solo spettacoli; infatti, intorno all’Anno Mille, i cittadini milanesi, nobili e plebei,  si riunivano sulle sue gradinate, per prendere “in comune” le decisioni per la città.

Era però già iniziato il lento declino dell’edificio e in quest’area erano sorti sedi di corporazioni artigianali ed edifici religiosi, come, tra l’altro, la chiesa di San Vittore al Teatro, oggi demolita, che ha dato il nome alla via.

Oggi i resti del teatro sono conservati nei sotterranei del Palazzo della Borsa e di quello della Camera di Commercio di via Meravigli, dove è possibile prenotare una visita guidata gratuita che consigliamo perchè veramente suggestiva.

Sarà come un andare a teatro viaggiando a ritroso e immergersi in uno spettacolo di secoli fa passeggiando su una passerella di cristallo sospesa tra luci, suoni e perfino odori (anche quello del sudore degli antichi spettatori!) oggi ricreati artificialmente.

Guardando lontano Alda Levi avrebbe voluto, già negli anni Trenta, creare un’area archeologica per Milano. Così scriveva: “… ai visitatori degli affollati ambienti dei piani superiori (Camera di Commercio e Borsa) sarà possibile scendere nei silenziosi scantinati, … [tra] le venerande vestigia del teatro romano. E ancora una volta, la febbrile attività di Milano creerà uno dei più singolari contrasti tra il vecchio e il nuovo, tra l’antica e la modernissima vita.”

Così le nostre solide radici, senza avvilupparci, ci lasciano crescere liberamente.

 

 

A presto…

 

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Passipermediolanum: le Colonne di San Lorenzo

La quasi sconosciuta statua di Ausonio sul Passaggio delle Scuole Palatine tra piazza Mercanti e via Orefici ci riporta all’epoca di Mediolanum, capitale dell’Impero Romano d’Occidente.

Ausonio, intellettuale di corte e appassionato giramondo del IV secolo d.C., compose diverse opere sulle località visitate nei suoi viaggi, come in una sorta di TripAdvisor imperiale.

Lo scrittore fa della nostra città, che aveva visitato nel 379, una bellissima recensione, ponendo Mediolanum al settimo posto, seconda città italiana dopo Roma, tra le venti top urbes dell’Impero Romano. Un’epigrafe, accanto alla sua statua, è la sua rece che possiamo leggere anche oggi.

“A Mediolanum -scrive nel suo Ordo Urbium Nobilium– ogni cosa è degna di ammirazione… La popolazione è di grande capacità… La città si è ingrandita ed è circondata da una duplice cerchia di mura… Vi sono il Circo… il Teatro, i templi…, il Palazzo Imperiale…, le Terme Erculee…”.

Cosa rimane oggi dei luoghi che avevano tanto colpito Ausonio? Qual è il presente di questo passato? Il tour per Mediolanum non è facile e talora bisogna cercare le antiche tracce in contesti nuovi, “pietra su pietra” per così dire…

Muro del Circo romano in via Vigna

Inoltre a Milano anche le pietre sono in movimento e nel corso dei secoli sono state “spostate” da un luogo all’altro per essere riutilizzate e ricominciare una nuova vita. Così  è accaduto alle Colonne di San Lorenzo.

Sono forse il monumento più conosciuto e meglio conservato di Mediolanum; raggiungiamole col tram n. 3 che passa loro accanto a Porta Ticinese.

I finestrini ci lasciano vedere uno squarcio incredibile della nostra città. In poco spazio ci sono colonne pagane, una tra le più antiche basiliche cristiane, la statua replicante di Costantino (l’originale è a Roma), un portale e un balconcino rococò… per non parlare dei graffiti accanto alla chiesa.

Le nostre Colonne facevano parte, probabilmente, di un tempio dedicato a Cibele, che si trovava, sembra, in piazza Santa Maria Beltrade e furono “spostate” per fare da ingresso imponente e maestoso alla basilica di San Lorenzo.

Sono in marmo, di eguale altezza e fattura, allineate sopra un basamento più recente di epoca medievale. I capitelli corinzi, invece, presentano alcune differenze di altezza e disegno e si pensa, quindi, provengano da due diversi edifici romani.

Sopra l’arco, al centro del colonnato, c’è l’intrusa: una piccola, solitaria colonnetta con la croce che fa spingere ancora più su il nostro sguardo. È la diciassettesima colonna.

All’estremità del colonnato ci sono due piccoli altari al posto di quelli ormai perduti. Presso uno di questi San Carlo celebrò Messe per far cessare la peste. Questi mattoni sembrano tenuti insieme dal cemento della storia.

A molti secoli prima risale l’epigrafe rinvenuta nel 1600 durante operazioni di scavo e collocata sulla parete verso il Carrobbio. Datata 167 d.C. è dedicata a Lucio Vero, imperatore assieme al fratello adottivo Marco Aurelio. Illeggibile e deteriorata aspetta tempi migliori; per ora ad uno sguardo distratto può sembrare più un rattoppo che un’epigrafe da decifrare.

Le nostre Colonne, nel corso dei secoli, sono riuscite a sopravvivere ad incendi, devastazioni, rifacimenti urbanistici, vibrazioni provocate dal passaggio dei tram.

Oggi sono uno dei luoghi simbolo di Milano e della sua movida. Si vive un forte contrasto tra la storia passata e la vita di oggi con i gruppi di giovani e le mode dei nostri giorni come  i graffiti poco lontani e inusuali shoefiti vicini alle Colonne.

Scarpe sportive, legate tra loro dalle stringhe, pendono da un filo di sostegno che passa attraverso il colonnato. Non si conoscono bene i motivi alla base di questa moda nata negli USA. Le scarpe legate vengono lanciate come bolas, segnali per chissà quali differenti messaggi.

A noi piacciono e ci fanno venire voglia di camminare ancora di più insieme per Milano.

A presto…

 

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Epifania 2020 con i Magi di Artemisia Gentileschi

Iniziamo l’Anno Nuovo con una notizia di vent’anni fa ritrovata, quasi per caso, in questi giorni: dal 22 maggio 2000 Betlemme e Milano sono città gemellate.

Ci è venuto da pensare come entrambe possano essere considerate “Città dei Magi” con un legame sottile e misterioso lungo secoli.

La Stella che guidò i Tre Re fino a Betlemme è raffigurata sul bel campanile della chiesa di Sant’Eustorgio, fatta costruire, in onore dei Magi, per ospitare le loro reliquie donate alla nostra città, allora capitale dell’Impero Romano d’Occidente.

Esse vennero poi trafugate al tempo del Barbarossa e portate a Colonia. Infine, ad inizio Novecento, una piccola parte di queste tornò a casa, e, ancora oggi, nel giorno dell’Epifania, sono esposte alla venerazione dei fedeli.

Accanto al reliquiario si trova il sarcofago dove erano un tempo custodite e, per uno strano gioco di luci, quest’anno il suo “tetto” era azzurro e sembrava fatto di cielo.

Altre piccolissime reliquie dei Magi sono custodite nella chiesa di San Bartolomeo a Brugherio; donate alla sorella Santa Marcellina da Sant’Ambrogio in persona, sono “garantite” dal nostro Santo Patrono stesso e scampate a qualsiasi trafugamento.

Ogni anno, dal 1336, nel giorno dell’Epifania, Milano ricorda i Magi con un corteo in costume che da piazza Duomo arriva al Presepe vivente, allestito sul sagrato della basilica di Sant’Eustorgio, percorrendo le vie del centro tra tanta gente che. per un attimo, sembra dimenticare i saldi di via Torino e Porta Ticinese.

Infine, ecco un’altra occasione per riflettere sul messaggio dei Magi. Al Museo Diocesano, alle spalle di Sant’Eustorgio, è esposto, per la prima volta a Milano (fino al 26 gennaio) il dipinto “L’Adorazione dei Magi”, realizzato per la cattedrale di Pozzuoli, dalla grande Artemisia Gentileschi, unica donna ad aver ottenuto fama nella pittura italiana del Seicento.

Ecco in un bel video il commento della Direttrice del Museo Diocesano su questo capolavoro alla luce anche delle vicende umane della pittrice.

Come interpreta Artemisia l’Adorazione? In questa grande tela (metri 3,10 per 2,06), la figura della Madonna appare piccola di fronte a quelle maschili di San Giuseppe e dei Magi.

Il suo viso, molto mediterraneo, circondato da folti capelli ramati, ha occhi socchiusi, un soffuso rossore e labbra e sopracciglia piene e ben disegnate.

Maria, quasi ritraendosi, porge con grande dolcezza e consapevolezza il Bimbo ai Magi.

Il primo, con un dono accanto, ha uno sguardo insolito, pervaso da uno stupore quasi incredulo, mentre tocca il piedino di Gesù; alle sue spalle si trova un “Re”, con la corona ma senza dono, che rende omaggio con un inchino cavalleresco.

Ed ora un particolare molto intrigante: in penombra (forse anche per le conseguenze di un incendio che deteriorò il dipinto nella sua parte alta), si intravedono, tra le altre, le figure di un asiatico e di un moro con turbante che portano gli altri due doni. Ogni mago ha uno sguardo diverso come ogni uomo ha un atteggiamento differente verso il mistero.

Quanti sono i Magi di Artemisia? La stella sullo sfondo forse conosce il segreto di quanti siano gli uomini in cammino alla ricerca della Luce.

A presto…

Buon 2020!!!

Oggi nasce il Nuovo Anno. È giovane, scintillante, pieno di progetti e speranze, ma anche di ombre. Lo accogliamo con queste parole di Leonardo da Vinci che fanno da festone luminoso in via Ruffini, da finestra a finestra, da casa a casa.

Questa strada conduce alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo, grande capolavoro del Genio. Passo dopo passo possiamo riflettere su questa scritta e adoperarci perchè il 2020 cresca via via in “sapienza” per diventare un’ “opera” straordinaria di tutti noi.

A presto…

Natale 2019: torna la grande Magia

Sono briciole di tempo i giorni che mancano a Natale, dolci uvette succose in una bella fetta di panettone.

Mille corse, ogni giorno, tutti i giorni, tra impegni quotidiani, acquisti e saluti per augurare, si spera con cuore sincero, Buon Natale ad amici e parenti. Siamo come piccoli aiutanti di Babbo Natale e con lui cerchiamo di far tornare ogni anno la Magia.

Anche quest’anno siamo saliti consapevolmente, ma quasi senza accorgerci, sulla straordinaria giostra natalizia ricca di suoni, luci e colori.

L’atmosfera natalizia si è diffusa per la città: le luminarie fanno scendere il cielo sopra di noi e le stelle sembrano più vicine.

Anche i nostri Navigli e la Darsena fanno festa con giochi d’acqua e di luce e con una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Nelle vie dello shopping le vetrine addobbate e sempre illuminate sono un invito ad entrare… o solo a guardare.

I mercatini “finta montagna” e quelli solidali ci offrono idee per gli ultimi pensierini o per regali più importanti.

Milano, o per lo meno in certe zone, diventa quasi una strenna: piazze, strade, palazzi si vestono a festa con pennellate di luci e colori.

Se il Natale rappresenta la tradizione, come non iniziare da piazza Duomo, con il gigantesco albero innovativo e tecnologico curato da Esselunga?

È un albero urbi et orbi che raccoglie le radici di tutti; dedicato alla nostra città è quasi una nuova guglia luminosa.

Quest’albero è come un invito, ci si può anche entrare… In fondo al supermercato ci andiamo tutti, e chi vuole può  anche donare i “punti” accumulati per acquisti solidali.

Intorno un girotondo di alberi veri, quasi una risposta alla classica domanda: vero o artificiale?

Un tempo nelle case, accanto all’albero, c’era sempre il Presepe, con le statuine improbabili, il cielo di carta, i batuffoli di cotone come neve. Poi è passato un po’ di moda o è diventato più elegante, ma sempre pieno di significato e di poesia.

Quest’anno c’è un grandioso ritorno del Presepe. Le vetrine della Rinascente sono dedicate a quello napoletano più classico.

Il palazzo è una gigantesca scatola luminosa e il portico è un tripudio di luci, una cattedrale degli acquisti.

Anche Palazzo Marino ospita un Presepe d’autore che è possibile visitare fino al 6 gennaio.

In questa Natività napoletana del Settecento la “grotta” si trova all’aperto tra le rovine di un tempio pagano; è la città, però, coi suoi mille mestieri che entra con forza nel Presepe, diventandone di fatto la protagonista, rendendo nel contempo “attuale” la Sacra Rappresentazione.

A Porta Romana, una delle zone più tradizionali di Milano, è stato organizzato dalla parrocchia di Sant’Andrea, “El Bambinel”, un Presepe vivente nel cuore del quartiere.

Con immagini molto suggestive il Presepe entra nella città e la città entra nel Presepe.

Le “statuine” e gli spettatori hanno condiviso, nonostante la pioggia, lo spirito del Natale e l’amore per Milano, facendo rivivere vecchie immagini, antichi mestieri, sapori e profumi delle nostre tradizioni.

Oggi l’immagine del Bambinello è stata un po’ sostituita da quella di Babbo Natale che porta i doni; anche lui, comunque, invita i bambini -e anche noi?- ad un esame di coscienza, magari un po’ interessato, ma ricco di buoni propositi.

Alcuni amici ci hanno detto che Babbo Natale è una fake, che non esiste e che è una trovata della Coca Cola, ma noi siamo sempre riusciti ad avvistarlo ogni anno.

Certamente deve andare molto in fretta per arrivare ovunque senza dissolversi per il calore della sua velocità.

Forse fa il salto nell’iperspazio e ci auguriamo che la Morte Nera non riesca mai a vincere sul Natale.

Le “Guerre Stellari” sono il tema delle luminarie artistiche davanti al cinema Odeon, per l’uscita dell’ultimo film della saga, dell’eterna lotta tra Luce e Tenebre.

Babbo Natale, per difendere la Luce, ha radunato tante truppe che corrono in suo aiuto e ha molti aiutanti fidati sparsi nella città e anche nelle nostre case.

Forse i regali che ci porterà presto ce li dimenticheremo, ma cosa importa… I ricordi durano per sempre e la magia del Natale torna ogni anno in ciascuno di noi.

Buon Natale!!!

A presto…