Quattro passi in Galleria (Parte Prima – il “Salotto”)

Per i milanesi, la Galleria Vittorio Emanuele è soltanto la Galleria, tanto più che unisce due luoghi altrettanto unici e straordinari come piazza del Duomo e quella della Scala.

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Nata 150 anni fa, subito divenne un vero palcoscenico urbano, luogo di incontri bellissimo e protetto dalle intemperie, grande vetrina della città.

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Fu soprannominata “il Salotto di Milano“, ma è molto di più: è il “cuore e la memoria” della nostra città, così come la definì Dino Buzzati, appassionato e sensibile conoscitore di fatti e luoghi milanesi.

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Tutta Milano è passata e passa da qui: fin dal primo giorno la Galleria diventa luogo dove la città può incontrarsi e, talvolta, scontrarsi, dove scorre la vitalità che si intreccia con la storia.

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Già allora in Galleria c’erano negozi eleganti e bei locali che attiravano i milanesi anche per trattare affari. Scrive Giuseppe Marotta: “La Galleria è casa e ufficio, strada e ombrello”. Nei vari caffè si facevano conoscenze, si incontravano artisti, intellettuali, imprenditori coi “deneè” e belle donne.

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Si dice che Mata Hari abbia danzato nuda in un caffè, forse per Marinetti.

MATA HARI

Qui ebbe, nel 1876, in due angusti locali di un ammezzato, la prima sede il Corriere della Sera

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il primo numero del “Corriere della Sera”

Qui si potevano incontrare musicisti come Verdi, Puccini, Mascagni, Boito; al Caffè Biffi c’era il “mercato delle voci” per la lirica; avanguardie culturali e intellettuali confrontavano le nuove idee e discutevano di progresso e di “Futurismo”.

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Giuseppe Verdi

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I Futuristi Marinetti e Depero

Nella memoria della Galleria rimangono anche gli scontri e le tensioni di una città che cresce e sale.

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Un giovane anarchico muore, nel 1919, in un attentato al Biffi; a volte in Galleria avvengono vere e proprie risse: una di queste viene immortalata da Umberto Boccioni in un quadro oggi conservato a Brera, dove una nuova conquista, la luce elettrica, illumina il movimento tumultuoso della folla.

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Questi tafferugli sono ben poca cosa rispetto ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Buona parte della Galleria viene distrutta, ma il “cuore” continua a battere ed è ricostruita.

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Nella memoria della Galleria sono conservati i ricordi del dopoguerra, quelli del boom economico, della Milano da bere, del periodo fast food con il McDonald’s di fronte al Savini.

Folla in Galleria per l'ultimo pranzo da McDonald's (Foto Omnimilano) savinitavoli

Oggi il mondo è più vicino e gente di tutti i colori passeggia in Galleria attratta dal lusso dei negozi, ma comprando, spesso, solo foulard e supporti per selfie dai venditori ambulanti stranieri.

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Tra i locali di oggi, alcuni sono storici, come l’elegante Biffi e il classico Savini, successore della birreria Stocker e, prima ancora, del caffè Gnocchi, primo locale pubblico illuminato elettricamente, ancora prima delle strade.

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Infine, tra i locali pubblici c’è il Campari, nato insieme al suo vero creatore, proprio in Galleria.

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foto scattata dal Mercato del Duomo

Infatti Davide Campari nacque, nel 1867, in Galleria e con la Galleria, dove il padre, che aveva spostato qui il proprio caffè dal Coperto dei Figini, demolito per far posto alla nuova piazza del Duomo, aveva anche trovato casa per la famiglia.

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Il Coperto dei Figini

Davide fu un grande innovatore: per pubblicizzare il famoso bitter, già chiamato Amaro d’Olanda, si rivolse a Fortunato Depero, artista futurista, che disegnò la prima bottiglietta di Campari e creò quadri (non cartelloni!) pubblicitari, che ancora oggi sono esempi di arte applicata alla pubblicità.

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Fortunato Depero

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Davide comprese anche la necessità di decentrare l’attività produttiva: nel 1904 aprì un moderno stabilimento a Sesto San Giovanni, dove si possono ammirare i murales dedicati al bitter, protagonista del rito tutto milanese dell’aperitivo, antenato dell’odierno Happy Hour.

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Oggi la Galleria è una sorta di Expo permanente del lusso, in buona parte made in Italy: Armani, Prada, Versace, Vuitton, Gucci, Borsalino sono alcuni dei grandi nomi che hanno scelto la Galleria, dopo il Quadrilatero della Moda, come vetrina delle loro creazioni.

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Anche la cultura è presente in Galleria: Rizzoli, la Feltrinelli, Ricordi, Bocca sono librerie e veri e propri “paradisi di carta” per tutti i lettori.

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Molti dei personaggi che “espongono” in Galleria sono milanesi o hanno trovato a Milano la possibilità di esprimere le proprie capacità, allargandole in campo imprenditoriale, creando bellezza ed eleganza, cultura, lavoro e benessere.

Pensiamo ad Angelo Rizzoli che, rimasto orfano e cresciuto presso i Martinitt, imparò il mestiere di tipografo e fondò un impero nel campo della comunicazione o a Giorgio Armani che iniziò la sua avventura come vetrinista alla Rinascente.

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La Galleria, in una sorta di way of life tutta milanese, accoglie i visitatori a “bracci” aperti. Un Toro “augura” buona fortuna a tutti coloro che puntano il tallone su i suoi attributi e fanno tre giri propiziatori. Perchè?

Seguiteci nel prossimo articolo

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Facciamo un salto al “Mercato del Duomo”

Il nome, Mercato del Duomo, dato a questo spazio Autogrill, recentemente rinnovato, richiama un ambiente legato alla tradizione, ma vicino al “compra e mangia” dello street food, del Mercato Metropolitano o, in parte, del Mercato di Porta Ticinese.

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In questo grande spazio centralissimo, a più piani, situato in piazza del Duomo, accanto alla Galleria, si succedono angoli di ristorazione dedicati alle diverse esigenze di una clientela quanto mai varia, tipica di una città in movimento.

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Al piano terreno rimangono il Bar Motta, con tavolini sulla piazza del Duomo, lo Spizzico e il Burger King che offrono la loro tipica ristorazione veloce.

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Scale mobili trasparenti accompagnano la salita dei clienti ai piani sotto il grande ulivo di bronzo, sospeso tra le vetrate, una scultura monumentale di forte impatto, che attira l’attenzione sulle radici, che forniscono nutrimento ad una pianta tipicamente legata alla gastronomia mediterranea.

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Al primo piano si aprono lo spazio “Mercato“, con i suoi Bistrot e le sue botteghe, e la Terrazza Aperol dove si può sostare per un aperitivo con bella vista sul Duomo.

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Il Mercato viene interpretato da diverse botteghe che vendono prodotti di qualità da consumare in loco, o più tardi a casa propria.

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Ci sono inoltre una caffetteria e alcuni spazi alimentari, per rapidi spuntini o per un caffè, accompagnato anche da focacce, panini, dolcetti o quant’altro.

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Qui tavolini e banconi, che forniscono connessioni, invitano a due chiacchiere o ad un momento “collegato”.

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Al secondo piano si trovano un Wine Bar e il Bistrot self-service dove si possono scegliere diversi piatti (dalle insalatone ai primi, ai secondi, caldi e non) da consumare ai tavoli o anche su banconi social, dove esiste la possibilità di collegare i propri device.

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Alcuni tavoli guardano verso la Galleria, appena restaurata: una vista molto bella per un “Mercato” molto meneghino…

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Al terzo piano è imminente l’ apertura del ristorante Spazio Milano dove uno chef stellato guiderà giovani cuochi.

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Infine aprirà anche l’angolo Bollicine del Duomo che offrirà  una selezione di eccellenze enogastronomiche.

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Questo “Mercato” è frutto di un nuovo modo di ripensare la pausa pranzo o il momento cena, dopo i fasti dell’Happy Hour. I prezzi sono in linea con la qualità dei prodotti, ma l’ampia scelta permette di non superare il proprio budget. Inoltre è sempre possibile servirsi liberamente di acqua fresca alla “fontanella” posta al secondo piano.

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Very good food a tutti!

Mille passi da piazza Mercanti al Castello

C’è molta storia di Milano in questi mille passi tra piazza Mercanti ed il Castello, dall’epoca comunale all’Expo Gate.

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L’amata cinghialessa di Belisama è ancora là, sul colonnato di piazza Mercanti, e ci riporta alle origini della nostra città, quando Belloveso fondò Milano dove gli era apparsa una scrofa semilanuta.

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L’arte pop contemporanea non si è dimenticata di lei e le ha rifatto un po’ il look con…Ago, Filo e Nodo per cucire passato e presente, come si può vedere nella mostra tictig, che riaprirà a breve.

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“Ago, Filo e Nodo” di Oldengurg, in piazza Cadorna

Piazza Mercanti è un “gioiello di famiglia” un po’ troppo trascurato. A due passi dal Duomo, è piuttosto maltenuto, eppure qui, secondo noi, c’è stata tutta la forza della nostra città.

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Distrutta dal Barbarossa, era riuscita a riprendersi e si era data un nuovo palazzo della Ragione, iniziato nel 1233; qui era il cuore della vita civile di Milano, al primo piano c’era il Podestà con a fianco due Giudici che “rendevano ragione” nelle cause civili e penali. Loro simboli erano il cavallo ed il gallo per indicare la sveltezza e la vigilanza che dovevano avere nei processi; non ci sono più gli animali di una volta!

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Qui si adunavano i cittadini, ascoltavano i proclami letti dalla Parlera, lo storico balcone che ancora oggi vediamo nella Loggia degli Osii.

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Sotto il colonnato si riunivano mercanti e banchieri per trattare affari e creare lavoro e ricchezza. Le loro capacità erano note e apprezzate in tutta Europa.

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La piazza subì grandi cambiamenti: dapprima chiusa, venne aperto un collegamento verso il Duomo e verso piazza Cordusio, l’odierna via Mercanti.

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Ma lo spirito del lavoro non se ne andò mai: pensiamo che nella Loggia degli Osii, all’inizio del Novecento, c’era un grande negozio tessile e, nel primo dopoguerra, La Rinascente fece un deposito per le proprie merci accanto al Palazzo della Ragione.

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Sul lato della piazza il barocco Palazzo dei Giureconsulti, dominato dalla Torre dell’Orologio (il tempo è denaro…), ospita ora la Camera di Commercio.

Sopra il palazzo svetta la Torre Civica con la campana che segnalava l'ora del coprifuoco e gli eventuali incendi

Un altro simbolo di Milano, Sant’Ambrogio, posto in una nicchia alla base della Torre, benedice i passanti. È una statua un po’ transgender: rimaneggiata più volte nel corso della storia, il corpo ha forme femminili (inizialmente era la statua della Giustizia) mentre il viso è maschile. I milanesi DOC lo chiamano affettuosamente “el Sant’Ambroeus cont i tett”.

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Proseguiamo verso piazza Cordusio. L’antico conglomerato di vie e viuzze (contrada dei Fustagnari, del Gallo, delle Galline) è sparito. Ora su piazza Cordusio (da Curia Ducis, di epoca longobarda) si aprono ben sei vie: è uno snodo complicato da percorsi di tram e isole pedonali, come un lago in cui si immettono tanti torrenti.

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Molto trafficata lo è sempre stata. Al centro del crocicchio c’era la statua di San Carlo, fatta trasferire in piazza Borromeo da un governatore austriaco la cui carrozza aveva sbattuto contro.

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Al centro di piazza Cordusio, dal 1899, c’è il monumento a Giuseppe Parini.

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E siamo in via Dante: venne inaugurata il 29 settembre 1891, dopo che erano state abbattute le piccole costruzioni esistenti e costruiti palazzi di diversi, ma armonici, stili.

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I palazzi umbertini, di uguale altezza, sono come quinte di pietra che delimitano via Dante, in un lungo viale che conduce al Castello.

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Bei negozi di marche famose, bar con piacevoli dehors, bistrot si succedono in questa larga via sulla quale si apre di sbieco la famosa via Rovello.

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Da diverso tempo isola pedonale, via Dante offre la splendida vista del Castello Sforzesco, ora, per la verità, un po’ nascosta dagli Expo Gate; ma Milano è fatta così: passato e presente crescono insieme.

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Attraversiamo un’altra trafficata piazza, largo Cairoli, al centro della quale il monumento equestre a Garibaldi fa da rotonda. Lo scultore è il palermitano Ettore Ximenes, unico nome nella toponomastica milanese che inizi con la X.

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Davanti al Castello ci accoglie la cosiddetta “Torta di spus”, la bella fontana. ripristinata di recente, che ricorda una torta nuziale.

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fontana degli sposi

Ed eccoci di fronte ad uno dei più importanti e imponenti monumenti cittadini, dal fascino antico, anche se in parte frutto di una ricostruzione: il Castello Sforzesco, che ha attraversato con Milano secoli di storia. periodi di luce e di ombre.

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Incontriamo in via Rovello la “Dama con l’Ermellino”

Quando entriamo nel palazzo di via Rovello 2, per andare a teatro, bere un caffè o fare anche solo due passi, come non pensare che qui ha vissuto Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, la “Dama con l’Ermellino” ritratta da Leonardo?

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Il suo bel viso non guarda il pubblico, lo sguardo è richiamato altrove, libero e forse un po’ audace; è il volto di una giovane donna dall’intelligenza viva e arguta, consapevole di ciò che vuole e le è consentito fare, non quello di una favorita che mette in mostra le sue grazie alle quali deve tutto.

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Più magra e più giovane della Gioconda, ha mani grandi e affusolate, posate, senza carezze o forti prese, su un grosso ermellino.

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Non è chiaro perchè Leonardo abbia dipinto Cecilia con un ermellino; c’è chi sostiene persino che si tratti di una donnola o di un furetto, più facile da addomesticare. Nuovi studi indicherebbero dei ripensamenti, da parte del Maestro, sull’immagine dell’animale.

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http://www.archeomatica.it/documentazione/nuova-tecnica-non-invasiva-indaga-la-dama-con-l-ermellino

Anche le interpretazioni sul significato dell’animale restano incerte: per alcuni indicherebbe la purezza, per altri richiamerebbe il cognome di Cecilia (in greco antico ermellino si dice galè), per altri ancora farebbe riferimento all’onorificenza di Cavaliere dell’Ermellino, ricevuta dal Moro; le diverse ipotesi si intrecciano e si confondono. D’altra parte il gusto di Leonardo per l’enigma e il mistero spinge continuamente a cercare risposte fuori e dentro di noi.

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Cecilia nacque a Milano nel 1473, figlia di un giurista senese che aveva fatto fortuna alla corte dei Visconti prima e di Francesco Sforza poi, che gli aveva concesso il grandissimo benefit di non pagare tasse.

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La bambina aveva ricevuto un’educazione di buon livello ed era bella, intelligente ed istruita.

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La morte del padre, però, lasciò la famiglia in gravissime difficoltà economiche. Le terre ed i beni vennero confiscati per i debiti e toccò al figlio maggiore recuperare il benessere di un tempo. Fece successivamente una petizione al Moro, divenuto Signore di Milano, per riavere i possedimenti perduti e alcuni studiosi ipotizzano che sia stata proprio la sedicenne Cecilia a sottoporla al Duca, che accettò la richiesta.

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Di fatto, però, non sappiamo quando Cecilia e Ludovico si incontrarono, ma non fu solo una delle tante storie d’amore del Duca. Fu un amore intenso, lungo forse tutta la vita, quello che ebbe inizio tra la ragazza ed il più maturo Signore di Milano, che aveva diciannove anni più di lei.

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La loro passione trapela dalle lettere che l’ambasciatore estense alla corte del Moro, Jacopo Trotti, scriveva ai suoi Signori, in attesa del matrimonio combinato tra Ludovico e la giovanissima Beatrice d’Este. “Si dice che il male del signor Ludovico è causato dal troppo coito di una sua puta [il termine veniva usato per indicare la giovanissima età] che prese presso di sè, molto bella, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione”.

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La Gallerani visse a Corte come una regina, accanto a personalità come Leonardo, Bramante e Bandello, ai quali fu legata da amicizia e stima profonde.

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Cecilia sapeva che non avrebbe mai potuto essere la sposa del Signore e lo accettava. Era però la First Lady della Corte e partecipò accanto a Ludovico ad una delle più grandi feste mai date: “la Festa del Paradiso”, per la quale Leonardo curò le scenografie.

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Quattro mesi dopo questo evento vennero celebrate le sontuose nozze del Moro con Beatrice d’Este, nella raffinata e magnifica Corte milanese.

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La Gallerani aspettava un figlio, Cesare, che crebbe a Corte ed è raffigurato sulla Pala di Brera, assieme ai Duchi e al loro figlioletto.

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Cecilia, dapprima, visse al Castello, tollerata da Beatrice: ma tutto ciò non poteva durare a lungo. Il Moro era un Signore munifico e capace, ricco e generoso, ma…solo un uomo può non capire che non si deve fare lo stesso regalo (un abito, poi!) a moglie e amante.

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La bomba scoppiò quando, infatti, il Moro fece confezionare due tuniche simili, ma di tessuti diversi: l’uno, più prezioso, per la moglie, l’altro, meno pregiato, per l’amante…alla quale però stava meglio.

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La camora, questo il nome del tipo di tunica, fece scatenare le ire di Beatrice, che ottenne l’allontanamento della rivale da Corte. Per farlo apparire definitivo il Moro diede a Cecilia una ricca dote, possedimenti ed un nobile marito, il conte Ludovico Carminati, uomo discreto e tranquillo, che permise a Cecilia di vivere una seconda vita lontana da Corte.

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Nel palazzo di via Rovello, donato dal Moro, vennero fatti lavori affidati a personalità come Leonardo e Bramante, che frequentavano anche i colti salotti della Gallerani, che divenne una delle più famose e stimate dame del Rinascimento lombardo.

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Alla morte di Beatrice, Cecilia tornò a Corte per stare vicina al Moro, ormai in crisi politica e personale. Tutto stava precipitando: il figlio Cesare, frutto del loro amore, morì e il re di Francia, Luigi XII, sconfisse Ludovico.

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Luigi XII

La contessa si ritirò nel suo castello di San Giovanni in Croce, nel cremonese, dove visse per lunghi anni, circondata da importanti e colte frequentazioni, studi e scambi epistolari anche col grande Leonardo che aveva reso immortale la sua bellezza.

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Secondo alcuni, in una pala della cappella del castello, è raffigurata una Cecilia ultraquarantenne un po’ più curvy.

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Morì a 63 anni e, probabilmente, fu sepolta nella cappella della famiglia Carminati, nella chiesa di San Zevedro, dove riposano due dei suoi figli.

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E il vedovo? Sembra che si sia risposato con Lucrezia Crivelli, un’altra “ex” del Moro …..

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Del celebre ritratto di Cecilia, per molti secoli, non si seppe più nulla; venne acquistato infine da una principessa polacca. Dopo varie peripezie tutta la collezione della principessa fu depredata dai gerarchi nazisti e il quadro venne collocato nella residenza del governatore tedesco a Cracovia.

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Sul finire della guerra, questi lo fece portare in Baviera, ma qui fu recuperato dai Monuments Men americani e riconsegnato alla Polonia.

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Ora la “Dama con l’Ermellino” si trova a Cracovia, ma si dice che lo spirito di Cecilia torni spesso, in attesa del Moro, nel palazzo di via Rovello, nella sua indimenticata Milano.

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“Cecilia” di Igor Bitman

Storia, arte, cibo e cultura in via Rovello, 2 – (dove)

Da dove iniziare? Dal Conte di Carmagnola, primo proprietario di questo palazzo, da Cecilia Gallerani, la Dama con l’Ermellino  che abitava qui, dalla sede storica del Piccolo Teatro o dall’aperitivo nel chiostro? Quanti secoli di storia sono entrati da questo portone!

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Ci troviamo in via Rovello 2, lo storico palazzo che ospita anche, in parte, uffici del Comune.

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Andiamo con ordine. La via Rovello si apre, piccola e inaspettata, sulla larghissima via Dante, che è stata realizzata, verso la fine dell’Ottocento, demolendo case e casupole che si trovavano in una fitta rete di stradine secolari.

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Al civico 2 c’è la dimora che fu di Francesco Bussone, detto “Il Carmagnola”, soldato di ventura divenuto condottiero, che la ebbe in dono nel 1415 da Filippo Maria Visconti, come ricompensa del suo valore.

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Il conte di Carmagnola non ebbe una storia felice e fu decapitato, per presunto tradimento, dai veneziani, ai quali era passato.

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Il suo palazzo arrivò, per matrimonio della figlia, alla famiglia Dal Verme; sul finire del secolo, infine, fu requisito da Ludovico il Moro che ne fece la splendida dimora della propria amante, quella Cecilia Gallerani ritratta da Leonardo.

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La giovane donna, che aveva avuto un figlio dal Moro, non poteva più vivere al Castello accanto alla moglie legittima del Duca, Beatrice d’Este, anche se questa era molto liberal in proposito.

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la “Pala di Brera” con Ludovico e Beatrice

Fu un periodo splendido per il palazzo di via Rovello, che vide i più bei nomi della cultura e dell’arte di quei tempi, Leonardo, Bramante, Bandello, frequentare il salotto della bellissima e colta Cecilia.

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Con le dominazioni straniere inizia il declino di questo palazzo, finchè giunse in proprietà al Comune di Milano, che ne fece la propria sede, prima di Palazzo Marino.

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Durante la Repubblica di Salò diventò la caserma della famigerata Legione Autonoma “Ettore Muti”.

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Terminata la guerra, il Palazzo Carmagnola rinacque. Qui ebbe sede il primo teatro comunale d’Italia: il Piccolo Teatro della Città di Milano che, con Grassi, Strehler e la loro compagnia, divenne ambasciatore della cultura italiana nel Mondo.

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Oggi i “Piccoli” sono ben tre: la Sala Grassi (nella storica sede di via Rovello), il Teatro Strehler e il Teatro Studio, ora dedicato a Mariangela Melato.

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Storia, arte, cultura e anche buon cibo: in questo palazzo, infatti, si possono sfogliare o acquistare libri e si può anche cenare, immersi nello splendore quattrocentesco, al Caffè Letterario, sotto i chiostri o all’aperto, nel bel cortile.

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È un’occasione unica per un caffè o un aperitivo in una location da toglier il fiato.

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C’è chi dice anche che la bella Cecilia torni qualche notte a rivedere il suo palazzo… Cena alla Corte con fantasma?

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Street food a Porta Romana

Quando si parla di street food magari ci vengono in mente i veloci spuntini tipici degli States.

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Le varie trasmissioni televisive, poi, avallano queste credenze presentandoci Food Trucks che propongono piatti e panini american style.

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Anche all’Expo potremo gustarli!

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Nulla c’è di nuovo sotto il sole: mangiare velocemente per le strade è sempre stato necessario anche nell’antichità per chi, ad esempio, era in viaggio o al lavoro e non nuotava nell’oro.

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Visto che lo street food che proponiamo oggi si trova a Porta Romana, facciamo un brevissimo flash-back nell’antica Roma, dove si poteva pranzare, a prezzi modici, nelle Cauponae, sorta di ristoranti, nelle Tabernae, più simili a trattorie alla buona o acquistando cibi direttamente dagli ambulanti.

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Erano frequentati dai ceti meno abbienti ed i cibi venivano riscaldati e serviti sul momento e spesso mangiati per le strade.

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Uno dei più vecchi chioschi di cibi da strada di Milano è, senza dubbio, il mitico Giannasi, in piazza Buozzi, a pochi passi dalla fermata metro di Porta Romana.

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Nato nel 1967, ha partecipato a manifestazioni, come a quelle del Cibo di strada,  ed è segnalato anche da alcune guide o siti on-line turistici per la bontà e la varietà dei suoi prodotti ed i prezzi molto onesti.

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È un vero e proprio negozio all’aperto per molte famiglie, dove si possono acquistare sia piatti pronti da asporto (polli, lasagne, fritti, verdure grigliate) sia prodotti freschi da cucinare a casa.

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Se si desidera, invece, mangiare qualcosa di buono e tradizionale seduti su un muretto della piccola aiuola o appoggiati ai minuscoli tavolini del chiosco, si può fare, anche se la location è molto spartana.

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La freschezza dei prodotti è garantita dall’amplia clientela. L’eventuale invenduto viene proposto il giorno seguente a prezzi scontati. Tutto ciò è molto onesto: a tutti noi sarà capitato di fare acquisti in qualche gastronomia sentendo un gusto un po’ retro del piatto, pagato, però, da freschissimo.

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Buon compleanno, Alice!

Alice nel Paese delle Meraviglie compie 150 anni. Infatti la storia inizia il 4 maggio, giorno del compleanno della bambina, ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1865.

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Fra gli autori che si sono ispirati ad Alice c’è anche John Lennon in Lucy in the Sky with Diamonds.

http://www.arte.rai.it/articoli-programma/beatles-%E2%80%9Clucy-in-the-sky-with-diamonds%E2%80%9D/21143/default.aspx

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La protagonista compie un viaggio straordinario, pieno di incontri e di luoghi fantastici, come quello di Belisama ritornata alla ricerca della nuova realtà di Milano, o come quello di ciascuno di noi ogni giorno…

Quante volte, come Alice, non sappiamo più bene chi siamo.

“Chi sei?” chiese il bruco

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“Io…quasi non lo so, Signore, in questo preciso momento…O meglio, so chi ero stamattina, ma da allora credo di essere cambiata molte volte…Ho avuto tante stature diverse contemporaneamente, che mi confondono le idee”

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Anche noi a volte ci inventiamo profili diversi, immaginiamo di essere altre persone, quelle che non riusciamo ad essere nella realtà, mascherando la nostra vera identità.

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Alice incontra creature strane che parlano di tutti noi: quante volte, come il Bianconiglio, diciamo “è tardi, è tardi!”.

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E, come la bambina, quante volte inciampiamo in un ostacolo  e ci sembra di sprofondare in un pozzo senza fine.

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Magari facciamo festa per un Non Compleanno o incontriamo esseri malvagi come la Regina di Cuori.

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In questo straordinario viaggio che è la nostra vita, sappiamo sempre che strada prendere? Quante volte chiediamo a qualcuno, come Alice allo Stregatto:

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“Ti spiacerebbe dirmi, per favore, da quale parte dovrei andare, partendo da qui?”

“Dipende dove vuoi arrivare…” fu la risposta

“Non mi importa” replicò Alice

“Allora non importa da quale parte andrai” osservò lo Stregatto

“Purchè arrivi in qualche posto” aggiunse Alice a titolo di spiegazione

“Oh, questo è certo” disse ancora lo Stregatto “purchè tu cammini abbastanza”.

srade di alice

I diversi incontri, nel Paese delle Meraviglie, mettono in discussione le precedenti esperienze di Alice e le fanno toccar con mano la possibilità che ci sia anche un altro modo di vedere e vivere le cose.

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cappellaio

Anche noi, in tutti i nostri itinerari di Milano, vi proponiamo aspetti inconsueti di  luoghi da visitare o di cose da vedere e per dirla come il Cappellaio Matto

“Benvenuti in questo luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie e mistero”

Ago e filo

Ago e filo di…Alice?

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Il palazzo che ascolta

donne affacciate al muro

Un muro al femminile

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La colonna del diavolo

Itinerario Velasca – (Parte Seconda: quattro passi verso Sant’Antonio Abate)

Continuiamo il nostro itinerario andando, dopo largo Richini, verso via Sant’Antonio, anche questa fuori dai consueti giri turistici. È un vero peccato: la splendida chiesa col chiostro bramantesco e, di fronte, l’austero Palazzo Greppi lasciano stupiti i visitatori.

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chiostro S Antonio

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palazzo Greppi

Forse sarebbero ancora più meravigliati pensando a quando i maiali avevano, in questa zona, assoluta libertà, come le Vacche Sacre indiane.

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Infatti, qui, fin dal 1200, alcuni frati dell’Ordine di Sant’Antonio Abate ottennero la direzione di uno dei primi ospedali milanesi, per la cura del Fuoco di Sant’Antonio. Questa malattia era molto diffusa e si curava con un unguento ottenuto dal grasso di maiale. Nell’iconografia tradizionale Sant’Antonio Abate veniva rappresentato con un bastone terminante con una Tau e con un maiale vicino.

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Per aumentare la produzione di questo unguento i frati allevavano i maiali, che venivano marchiati con una Tau, simbolo dell’Ordine, liberi di razzolare ovunque, protetti da quel “logo”.

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La Tau, che corrisponde all’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, fu usata anche dai Francescani ed in alcuni mappamondi simbolici.

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I frati ricevevano cospicue offerte per questo allevamento, avevano a disposizione tutta la carne, che consumavano nell’interno del convento e facevano commercio di indulgenze.

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la “cassoeula”, piatto tipico lombardo a base di carne suina

Dante stigmatizza tutto ciò in una terzina del Paradiso (Canto XXIX).

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L’ “Hospitale Porcorum” si trovava dunque non lontano dall’odierna chiesa di Sant’Antonio, costruita successivamente, nella prima metà del Seicento. quando ormai i malati ricorrevano alle cure della vicina Ca’ Granda.

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Questa chiesa è un vero gioiello milanese, anche se poco conosciuto e merita assolutamente una visita.

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Vi segnaliamo in particolare un’opera di Fede Galizia, figlia d’arte, una delle poche pittrici, donna fra tanti uomini.

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A cavallo tra il Cinquecento ed il Seicento, dipinse soprattutto nature morte, ritratti e personaggi celebri dei quali curò in particolare costumi e ornamenti.

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In questa chiesa, tenuta aperta dai volontari del Touring, abbiamo scoperto una piccola chicca: la tomba di un fratello di quel Ludovico Acerbi, conosciuto come “il Diavolo di Porta Romana”, nella Cappella Acerbi, commissionata e finanziata dallo stesso Ludovico.

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cappella acerbi

Accanto alla chiesa si conserva il chiostro bramantesco dell’antico convento, mentre un altro chiostro, attiguo, è stato coperto e viene utilizzato come sede di convegni.

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Oltre a questo gioiello, visitabile al numero 5 di via Sant’Antonio, si ammira anche lo splendido campanile, capolavoro dell’arte lombarda, che reca in cima la croce a Tau degli Antoniani.

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Quasi di fronte alla chiesa, al numero 12, si trova il Palazzo Greppi, progettato dal Piermarini alla fine del Settecento, per mettere in evidenza il potere di un nuovo ricco, Antonio Greppi, industriale della lana, banchiere e appaltatore delle tasse.

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La sontuosa dimora e le feste che vi si svolgevano, ottennero l’effetto desiderato e Antonio Greppi, nominato conte dall’Imperatrice Maria Teresa, fu accettato dal Gotha milanese. In seguito, specialmente con i suoi tre figli, il palazzo divenne centro della vita sociale milanese.

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piatti con lo stemma conte greppi

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ricevimento

La facciata appare piuttosto austera, come consuetudine delle ricche dimore milanesi dell’epoca, mentre gli interni sono fastosi.

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particolare

Oggi Palazzo Greppi ospita uffici dell’Università Statale e, nei suoi bellissimi saloni, convegni e conferenze.

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Una curiosità: tra la chiesa e Palazzo Greppi si trovava una colonna con prezioso capitello, rimasta unica in mezzo alla strada e ora custodita al Castello Sforzesco. Costituiva un notevole intralcio per le carrozze ed i pedoni e i passanti dovevano scansarsi in fretta per non “impastass sul mur come una Madonna”, forse riferendosi alla Madonnina dipinta sul muro d’angolo con via Chiaravalle.

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Il nostro itinerario, che parla di tesori quasi sconosciuti, di vecchie storie e di antiche dimore milanesi, è terminato. Sta a voi, come ad Alice nel Paese delle Meraviglie, decidere quale direzione prendere: siamo a due passi dalla Statale, da San Bernardino alle Ossa, dal Verziere e da Porta Romana.

srade di alice

Itinerario Velasca – (Parte Prima: quattro passi da San Giovanni in Conca)

Anche questo breve itinerario, che congiunge piazza Missori con la chiesa di San Nazaro e la Statale, offre squarci di luoghi, di tempi e di vite milanesi molto diversi tra loro.

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Il “dente rotto” di piazza Missori è una delle tante “stranezze” di Milano: sacrificata una bella chiesa, piena di storia e di opere d’arte (per fortuna in parte conservate al museo del Castello) in nome di un moderno progetto di viabilità, la cosiddetta Racchetta, la nostra città mostra un rudere, piuttosto brutto, che cela, però, al suo interno una splendida, impensabile cripta.

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Passiamo accanto al monumento equestre di Giuseppe Missori, ora in restauro.

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Il generale fu accanto a Garibaldi, al quale salvò anche la vita, in tante battaglie. Dopo una vita eroica, morì poi a Milano, travolto da un tram e ora riposa al Famedio del Cimitero Monumentale.

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Missori salva la vita a Garibaldi nella battaglia di Milazzo

Il monumento è noto anche per il cavallo dall’aspetto così stanco, tanto da essere soprannominato el caval de brum, ossia il cavallo da tiro delle carrozze pubbliche.

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Lasciata piazza Missori, facciamo quattro passi per corso di porta Romana e raggiungiamo un piccolo slargo, quasi nascosto ed anonimo, dove si trova la Torre Velasca, che prende il nome dalla via dedicata al governatore spagnolo di Milano, Don Juan Fernandez de Velasco.

Velasca tra i merli

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La torre fu costruita tra il 1956 e il 1959 su progetto dello Studio BBPR ed è adibita parte ad uffici e, nella parte più larga, in alto, ad abitazioni.

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Per vederla tutta, quasi non si sa dove andare: lo spazio orizzontale di questa piazzetta, chiusa da palazzi, è piuttosto piccolo, tanto che bisogna stare col naso all’insù per poter ammirare il grande fungo che vi è cresciuto.

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Viene chiamata Torre, e non grattacielo, come il Pirellone, costruito negli stessi anni; questo ci darà modo di fare un breve excursus sul vecchio e nuovo skyline di Milano.

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La Torre Velasca ha suscitato molti dibattiti tra chi la trova bellissima e chi orrenda.

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_3/torre-velasca-brutta-parere-architetti-milanesi-sgarbi-boeri-daverio-2003934701378.shtml

Ai noi, personalmente, piace, forse anche per quel suo elevarsi improvviso, quasi in modo inaspettato, tra i palazzi.

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E ci piace questo disegno di Buzzati con le streghette che ballano sopra questa torre…un po’ di mistero c’è sempre nel nostro blog.

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Usciamo dalla piazzetta per andare in via Pantano, dedicata non a qualche personaggio famoso, ma proprio a quella sorta di laghetto stagnante che c’era qui tanto, tanto tempo fa, in epoca romana.

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Era una zona di acqua e boschetti; niente di meno strano che vi crescesse, secoli dopo, un fungo gigantesco di 26 piani!

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La via Pantano era una zona residenziale molto bene della Milano del Sei-Settecento. Vi si trovavano dimore di famiglie illustri e anche ora ha mantenuto un’aria elegante e riservata.

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Dietro alle facciate un po’ severe ci sono cortili molto belli, con “ricordi” artistici di secoli passati.

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Al numero 1 di via Pantano, più o meno dove ora c’è l’Assolombarda, nacque nella prima metà del Settecento, da famiglia molto ricca, Gaetana Agnesi, dottissima donna ed esempio del “buon fare” milanese.

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Fu una donna straordinaria: semplice, colta, religiosissima, fine matematica di successo, abbandonò completamente gli studi per dedicarsi alla cura degli ultimi, in particolare delle donne “pazze” di famiglia povera, vivendo in mezzo a loro.

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A lei toccò in seguito l’amministrazione di opere sociali come la Baggina appena nata.

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l’attuale “Baggina”

 Ben altri inquilini ebbe il palazzo al numero 26 di via Pantano.

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Vi prese dimora, alla fine del Seicento, la famiglia Settala, tra cui l’illustre Protomedico Lodovico e lo strambo scienziato Manfredo, suo figlio.

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Lodovico

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Manfredo

Di Lodovico sappiamo anche, dal Manzoni, che “cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perchè il suo padrone soffriva di dolori di stomaco”. Parleremo di lui, del suo paziente e della sventurata Caterina in un prossimo articolo.

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Molto originale, tipo scienziato pazzo, era il figlio Manfredo. Era amante dei viaggi e delle cose insolite che raccolse, secondo la moda dell’epoca, nelle sale del palazzo di famiglia.

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Ecco qualche esempio di ciò che aveva raccolto:

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cranio di ippopotamo gigantesco

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pesce palla

Probabilmente questo canonico di San Nazaro si dilettava anche con esperimenti nel proprio laboratorio, ma poco sappiamo di queste ricerche che hanno alimentato molte fantasie.

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D’altra parte cosa c’è di strano in questa sua creazione, conservata al museo del Castello Sforzesco?

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È un automa che sghignazza e sputa tra un fragore di catene di ferro e ruote; il busto in legno sarebbe quello di un Cristo alla colonna, ma la testa è diabolica.

Di Manfredo si racconta che a volte si aggiri ancora in questa zona.

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Se vedete un religioso col cappuccio alzato, che si reca verso San Nazaro, fate quattro passi con lui e intanto ammirate le splendide case di via Pantano.

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via pantano

  Continua

La strana storia della figlia di Bernabò Visconti – (Tanto tempo fa)

A fianco della chiesa di San Giovanni in Conca c’era il palazzo di uno dei due Signori di Milano, Bernabò Visconti.

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Questi si era diviso il potere con il fratello Galeazzo II, dopo che insieme avevano avvelenato l’altro fratello, Matteo.

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Bernabò aveva sposato la nobildonna veronese Beatrice Regina Della Scala, alla quale dobbiamo il nome del nostro maggior teatro.

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Infatti la Signora fece costruire la chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita nel Settecento per realizzare il tempio della lirica. Perciò, quando parliamo della Scala, ricordiamo l’antica Signora di Milano, moglie di Bernabò.

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Il Visconti era probabilmente molto legato alla moglie, il cui mausoleo si trova ora al Castello Sforzesco, accanto a quello del marito.

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Da lei ebbe diciassette figli…ma molti di più furono quelli naturali, almeno venti riconosciuti. Il numero è per difetto!

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Due furono le passioni private di Bernabò: le donne e…i cani. Il suo palazzo, che si trovava dove ora ci sono in parte l’Hotel dei Cavalieri e la sede dell’INPS, in piazza Missori, era conosciuto come la Ca’ di Can.

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Bernabò aveva più di cinquemila cani e molti vivevano, appunto, nel suo palazzo.

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Altri erano dati “in affido” ai sudditi perché fossero nutriti e curati, con pene severissime per chi non li avesse trattati bene. Servivano prevalentemente per la caccia ai cinghiali, molto diffusi nelle campagne attorno a Milano, ma anche come deterrente feroce per i sudditi.

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L’altra passione del Signore erano le donne, tanto che si diceva “de chi e de là del Po tôt fioi del Bernabò”.

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Da una di queste amanti, Giovannola, nacque, nel 1353, una figlia, riconosciuta dal Signore e cresciuta a Palazzo, protagonista di una misteriosa storia della Milano del Trecento.

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Bernarda, questo il nome della bimba, crebbe senza la madre, allontanata per una presunta liason con un nobile.

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Molto bella e seducente, con i capelli biondo-oro e un temperamento vivace e impertinente come quello materno (e forse oggetto di un interesse non solo paterno da parte di Bernabò), fu fatta sposare a quattordici anni con un nobile signorotto della Bergamasca, Giovanni Suardo, del Castello di Bianzano.

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Non fu un matrimonio felice e la ragazza tornò a Milano, dove visse nella Rocca di Porta Romana. Fu scoperta. però, tra le braccia di un certo Antoniolo, dalle cronache descritto come un seduttore più bello che intelligente.

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Bernabò, accecato dall’ira (temeva di perdere l’alleato bergamasco o la figlia?), fece impiccare lui e incarcerare, dopo tortura, nella rocca di Porta Nuova, lei, per farla morire di stenti, nutrita solo con poco pane e acqua.

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Le fu messa accanto sua cugina Andreola, figlia di Matteo e badessa del Monastero Maggiore, anch’essa condannata a morte per aver avuto una relazione amorosa, come avverrà anni dopo per la Monaca di Monza.

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Riuscirono a sopravvivere sette mesi, nutrite di nascosto da mani caritatevoli. Infine morirono di consunzione e di stenti, in completa solitudine, separate infine, perchè la morte fosse ancora più disperata.

Is This a Real Ghost?

Fine della tragica storia di Bernarda? Assolutamente, no! Il mistero inizia ora.

Qualche mese dopo la sua morte, la ragazza venne vista in diverse zone di Milano e in altre città, tra le quali Bologna e Firenze.

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Bernabò, sconvolto da queste notizie a dir poco inquietanti, fece riesumare il corpo di Bernarda, per accertarsi della sua morte.

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Il corpo, già in decomposizione, viene riconosciuto come quello della giovane. In seguito però ella riappare dicendo di essere Bernarda Visconti. Molti la riconoscono ed è tanto viva da sposarsi a Firenze con un uomo presentatole da una sua cugina.

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Fine della storia? Assolutamente, no!

Nel frattempo Bernabò è morto, imprigionato dal nipote Gian Galeazzo, figlio di Galeazzo II, nel Castello di Trezzo, ultima dimora tanto inquietante da essere stata visitata dalla troupe di “Mistero”.

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http://www.video.mediaset.it/video/mistero/puntate/215514/il-castello-di-bernabo-visconti.html

Il “fantasma” di Bernarda, invece, nel 1407 compare a Dalmine dove, davanti ad un notaio che ne accerta l’identità, cede alcuni beni, portati in dote, ai parenti del suo ex marito in cambio di una cospicua somma di denaro.

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Anni dopo si parlò di una clamorosa truffa, ma della donna (un’antenata di Eva Kant?) non si seppe più nulla.

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Si dice che qualche volta Bernarda esca ancora per le strade di Milano e passeggi per Santa Radegonda e Porta Romana.

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Fine della storia? Assolutamente non lo sappiamo!