Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte seconda: Gesù)

Riprendiamo il nostro viaggio nel microcosmo umano dell’Ultima Cena guardando i personaggi colti nel momento successivo alle parole di Gesù “uno di voi mi tradirà”. Ognuno è diverso dall’altro ed esprime le proprie emozioni e la propria personalità attraverso l’espressione del volto, la postura, il movimento delle mani. In un istante, l’Io dei personaggi si rivela e forse un po’ anche quello di ciascuno di noi che cerchiamo di capirli.

 

Gesù. Al centro della scena, si trova, solitaria, la figura di Gesù, sul cui volto convergono le linee di fuga del dipinto: è in Lui la nostra prospettiva? Sopra il suo capo sembra esserci traccia del foro di un chiodo da cui, forse, potrebbero essere partite le corde per indicare le linee prospettiche di tutto il dipinto

 

Contrariamente alla tradizione, non c’è aureola, ma è la luce stessa del giorno che sta calando a illuminare il suo capo. O da lui che si diffonde la luce di questo giorno che va verso la fine? Occhi e bocca sono socchiusi, il volto immerso nel dramma del prossimo sacrificio, ma quasi sereno nella sua accettazione. Il Vasari scrive che il viso di Gesù venne dipinto per ultimo e lasciato volutamente “imperfetto” perchè era impossibile dipingere “quella bellezza e celeste grazia… de la divinità incarnata”.

 

Osserviamo le sue mani, che hanno posizioni quasi contrastanti: la destra esprime tensione, sembra quasi contratta e ci ricorda quella di Maria nella prima versione della Vergine delle Rocce; la sinistra è aperta, col palmo rivolto all’insù ed è accostata a un pane e a del vino.

 

Seguendo la tradizione bizantina, Gesù indossa una tunica rossa e un mantello blu, simboli rispettivamente della sua natura umana (rosso) e divina (blu). I gesti delle mani sembrano seguire la simbologia di questi colori. La destra, che esce dalla tunica rossa, appare tesa, quasi a dover prendere qualcosa di pesante e grave (natura umana); la sinistra, invece, dalla parte del blu, rivela l’offerta e l’accettazione del proprio sacrificio (natura divina).

 

Guardiamo anche la mano destra di Gesù e la sinistra di Giuda, così lontane e così vicine, si stanno avvicinando allo stesso piatto: “Colui che ha messo con me la mano del piatto, quello mi tradirà” (Mt. 26,23).

 

La risposta alle parole di Gesù, che hanno sconvolto gli apostoli, era già lì, sotto gli occhi di tutti. Grande Leonardo e grande anche il priore teologo di Santa Maria delle Grazie che seguiva incessantemente il lavoro del Maestro! Prossimamente guarderemo le mani degli Apostoli…

A presto…

 

 

Fuorisalone 2024 tra piante e fiori

Milano sboccia con il Fuorisalone. Edifici storici fanno da cornice a installazioni d’autore e sembrano attraversati da una ventata di novità.

 

Come fiori recisi, alcuni luoghi, in piena fioritura nelle precedenti edizioni, ora sono un po’ appassiti o trasformati; altri, invece, entrano in questa kermesse facendo anche conoscere angoli meno noti della nostra città del secolo scorso, talora un po’ in disparte e a volte dimenticati.

 

Come api di uno sciame ci spostiamo da un luogo all’altro, da un distretto all’altro, alla ricerca di qualche “fiore” su cui posare lo sguardo. Alla Rotonda della Besana anche la Lego gioca con la natura e crea insoliti fiori.

 

Per questo Fuorisalone abbiamo scelto di guardare soprattutto le piante e i fiori che spesso accompagnano le diverse installazioni.

 

Iniziamo questo viaggio nel verde da piazza Duomo con l’Oasi Zegna inaugurata proprio per questa Design Week. Le aiuole, ancora un po’ spoglie, sono composte da piante di canfora, rododendri e piccoli fiori caratteristici dell’omonimo parco naturale delle Alpi biellesi.

 

Queste piante hanno sostituito, dopo un concorso, palme e banani che avevano fatto tanto discutere, ma che si erano, infine, bene integrati nel nuovo habitat. Si dice che verranno ripiantati altrove… Siamo sicuri sia un buon messaggio cambiare le piante dopo qualche anno, all’arrivo di un nuovo sponsor? Rispetto per l’ambiente o per il business?

 

Ben altri messaggi sono quelli di Città Miniera di Solferino 28, dove gli edifici sperimentali sono costruiti con cassette di legno e le piante viste come una risorsa per l’ambiente.

 

Scrive un vivaista che ha curato questo progetto: “Le piante hanno la capacità di adattarsi e di utilizzare un limitato quantitativo di risorse… In cambio assorbono anidride carbonica e donano ossigeno… Fissano le polveri sottili e regalano ombra e oasi di tranquillità”. Chi non vorrebbe riposare un po’ su questa panchina del giardino di Palazzo Reale?

 

Ai Giardini Cederna, davanti all’Università Statale, ci sono alcuni alberi coi tronchi vestiti a festa per sostenere la piantumazione a favore di comunità contadine.

 

Anche quest’anno molta attenzione è stata riservata alla sostenibilità ambientale come l’utilizzo di materiale di origine vegetale, come questi mattoni di canapa

 

E se la natura abbatte le piante? Ecco qualche esempio di riciclo creativo, come questi originali totem, esposti in piazza San Fedele, e realizzati, dopo il nubifragio del luglio scorso, col legno di alcuni degli alberi sradicati.

 

Infine, una miscellanea di immagini, non solo di piante e fiori, che abbiamo colto qua e là.

 

Per i romantici che hanno nostalgia della nebbia lombarda, chiudiamo con questa installazione tra acqua e nebbiolina, realizzata da Amazon all’Università Statale.

A presto…

Moti dell’animo e gesti nell’Ultima Cena (parte prima).

Quando recentemente abbiamo ammirato il “Compianto sul Cristo morto” al Museo Diocesano, siamo stati colpiti dalle mani dei personaggi che facevano trasparire le loro emozioni. Immediatamente abbiamo pensato all’Ultima Cena che ci “prenderà per mano” guidandoci in un viaggio anche dentro di noi.

Dal Compianto all’Ultima Cena

Come può un dipinto di arte sacra del Quattrocento essere fonte di ispirazione per artisti contemporanei e parlare all’uomo di oggi?

 

Una risposta la possono dare le quattro opere esposte al Museo Diocesano che interpretano le emozioni suscitate dal Compianto di Giovanni Bellini alla luce della sensibilità dei nostri giorni.

 

In questo dialogo tra l’artista rinascimentale e quelli contemporanei, al centro ci sono i temi universali della morte, del dolore e dell’amore che riesce a superarli. Nel Compianto le mani dei personaggi che sorreggono, curano, accudiscono e quasi accarezzano la figura di Gesù prima della sepoltura, sembrano essere la risposta fatta di gesti e sentimenti, condivisa dai presenti, alla sofferenza e al mistero della morte. .

 

Qual è, invece, la risposta dell’uomo di fronte alla minaccia e al pericolo che incombe su chi si ama? Guardiamo quel microcosmo umano dei personaggi dell’Ultima Cena di Leonardo. Ancora una volta sono il linguaggio del corpo e le mani che parlano in silenzio.

 

A differenza del Compianto, in cui tutto sembra già avvenuto e dove, forse, c’è anche spazio per la speranza di una vita ultraterrena, le mani dei presenti nell’opera di Leonardo stanno cercando risposte immediate alle parole di Gesù “uno di voi mi tradirà”. Sono mani che di fronte a un messaggio tanto sconvolgente manifestano emozioni forti e diverse, nelle quali ciascuno rivela la propria u-mani-tà e ha, per così dire, il cuore in mano.

 

L’Ultima Cena è al centro di un numero tale di letture e interpretazioni (talvolta persino fantastiche) da sembrare quasi un dipinto fatto per enigmi, per farci andare oltre e poi ancora oltre. Vittorio Sgarbi sostiene che Leonardo sia il più “psicoanalitico” dei pittori. Non daremo perciò le nostre risposte ai gesti espressi nell’Ultima Cena, ma li guarderemo insieme…

 

L’Ultima Cena era un soggetto tradizionale dell’arte sacra; ecco un dipinto del Ghirlandaio, del 1480. Come è diverso dal Cenacolo leonardesco!

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Leonardo, che era anche uomo di spettacolo per la corte sforzesca, blocca la scena, come in un fermo- immagine, nell’attimo successivo alle parole di Gesù, fotografando attesa e tensione, ira e incredulità, stupore e sgomento.

 

Tutti i personaggi sono seduti a tavola, dalla stessa parte, di fronte a noi che, come gli antichi frati del refettorio, siamo gli spettatori che assistono alla scena, invitati a decodificare gli innumerevoli messaggi (più o meno evidenti) di questa sorta di escape-room.

 

All’annuncio di Gesù, come in una sapiente coreografia, i discepoli si dividono in gruppi di tre (numero sacro). In questo movimento di corpi e di mani, Gesù rimane solo al centro della scena formando un triangolo tra capo e mani e un altro, a vertice capovolto, tra Lui e Giovanni (o Maria Maddalena, se amate la teoria in questo senso).

 

Teniamo conto, a proposito delle letture a cui si presta l’Ultima Cena, che Leonardo, uomo dalla cultura non sempre tradizionale, mentre dipingeva, era “sorvegliato a vista” dal Priore delle Grazie, Vincenzo Bandello (zio del famoso Matteo Bandello), severo teologo domenicano, che verificava il rispetto dell’ortodossia nel dipinto.

 

L’artista, forse infastidito, aveva “minacciato” per scherzo di utilizzare il volto del religioso come modello per quello di Giuda. Scrive infatti Leonardo: “Vi porrò quello, di questo padre priore, c’ora mi è sì molesto, che meravigliosamente gli si confarà.“.

 

Nel prossimo articolo guarderemo insieme i gesti e le emozioni che “parlano” nell’Ultima Cena.

Oggi, 15 aprile, è il compleanno di Leonardo. Tanti auguri, Maestro!!!

A presto

Alla BIT alcuni itinerari di Morimondo

La Lombardia riscopre il turismo o il turismo riscopre la Lombardia? Ce lo siamo chiesti alla 44esima edizione della BIT di quest’anno. che ha avuto luogo agli inizi di febbraio.

 

In questa manifestazione è stato presentato il brand “Lombardia Style” per valorizzare il turismo e le eccellenze della nostra regione.

 

Se Milano ha fatto da traino prima con l’Expo, poi con le sue varie “settimane”, i “fuorisalone” e le sue offerte di vita contemporanea, ora si parla di riscoprire altre zone lombarde ricche di fascino ambientale e culturale, non meno attrattive (laghi, montagne, città d’arte, borghi, paesaggi, storia…). Ecco come l’artista siciliano Domenico Pellegrino ha rappresentato alla BIT la nostra regione.

 

La nostra è la regione italiana con il maggior numero di siti Patrimonio UNESCO, considerati patrimoni dell’Umanità, mica poco!

 

Inoltre alle visite per ammirare paesaggi e luoghi si possono aggiungere pause enogastronomiche per degustare piatti e specialità regionali. La cucina lombarda è ricca di tanti prodotti e sapori; come poi dimenticare piatti iconici come il risotto, la cotoletta e il panettone?

 

La nostra regione offre, per così dire, tanti “turismi” da quelli che appagano il nostro bisogno di natura e di cultura a quelli più lenti e intimi di cui ha bisogno il nostro spirito. In questa direzione vanno i diversi “cammini” come la Strada delle Abbazie, di cui abbiamo tanto parlato.

 

Lungo questa strada una meta importante è il borgo di Morimondo, situato nel Parco Regionale del Ticino, a circa 30 chilometri da Milano, considerato da Lombardia Style tra i 25 più belli della nostra regione per gli aspetti ambientali, storici, artistici e naturalistici.

 

Oltre all’Abbazia, molte sono le attrazioni di Morimondo. Ci sono antiche porte e costruzioni, opere d’arte moderna all’aperto, il Museo di Arte Sacra (che contiene, tra l’altro, bellissimi presepi provenienti da Santa Maria delle Grazie e ambientati a Milano o nelle nostre campagne); infine non dimentichiamo l’ottima cucina di alcuni ristoranti locali.

 

Morimondo, poco distante da importanti strade, cammini e vie d’acqua, è stato, da sempre, non solo un punto di arrivo, ma anche di passaggio e di partenza. Si trovava, infatti, vicino all’antica via romana “Mediolanum – Ticinum (l’odierna Pavia)” e alla “Via del Sale”, che dall’Adriatico arrivava fino a Milano risalendo con barconi il Po, il Ticino e i Navigli fino alla Darsena.

 

Inoltre non era lontano dalla strada che, passando per Vigevano e Mortara, conduceva al “Cammino di Santiago di Compostela” e anche dalla via “Francisca del Lucomagno”, che collegava la regione svizzera del lago di Costanza con la “Via Francigena”, percorsa da viandanti e pellegrini diretti a Roma.

 

La posizione tra Milano e Pavia sempre in lotta fra loro, in epoca comunale, non fu certo favorevole a Morimondo e alla sua pace. Con San Carlo Borromeo passò, infine, sotto lOspedale Maggiore di Milano e, tra mille difficoltà e vicissitudini, ancora oggi molti terreni appartengono alla Fondazione Patrimonio Ca’ Granda.

Questa Fondazione, che ha ricevuto il riconoscimento UNESCO “Man and Biosphere” per la tutela ambientale, svolge diverse attività molto belle e interessanti nell’Oasi Ca’Granda, tra il Ticino e l’Adda.

https://oasicagranda,it

 

Da Morimondo, seguendo i suggerimenti contenuti in un pieghevole distribuito negli Uffici Turistici del borgo, possiamo fare una bella passeggiata tra i campi, a piedi o in bicicletta (che si può anche affittare in loco) lungo il “Sentiero delle Cinque Chiese”.

 

https://ente.parcoticino.it/eventi/anello-dellabbazia-o-delle-cinque-chiese/

Partendo dal piazzale dell’Abbazia, si attraversa un paesaggio agricolo che sembra lontano anni luce da Milano.

 

Percorrendo una ciclabile si incontrano campi, marcite, cascine e piccole, semplici chiese che avrebbero bisogno di molte cure; forse, però, le tante rughe del tempo sono parte del loro loro fascino.

 

Infine un’ultima curiosità: questo borgo fa parte di un itinerario veramente fuori dal “comune”. Il Parco del Ticino è attraversato dal Sentiero Europeo E1 che unisce, nientepopodimeno, Capo Nord in Norvegia con la Sicilia.

 

Magari non arriveremo ai fiordi, ma un’escursione in auto, a piedi o in bicicletta fino a Morimondo è da non perdere!

 

A presto…

Tanti auguri, Presepe!

Il 25 dicembre si festeggiano gli 800 anni del Presepe, realizzato a Greccio da San Francesco nella Notte di Natale del 1223. Viene considerato il primo presepe vivente vero e proprio, voluto perchè tutti potessero “vedere con gli occhi del corpo”, come disse il Santo, la nascita di Gesù.

 

Nel corso dei secoli le persone sono state sostituite da statue, di materiali diversi, grandi e piccole, ciascuna con un proprio significato e differente simbologia.

 

Per ricordare questo importante anniversario, alcune chiese del Centro Storico di Milano propongono un “cammino” per visitare i presepi allestiti al loro interno. Potremmo così riscoprire anche la loro bellezza, ammirare le opere d’arte contenute e, magari, risentire quella meraviglia che abbiamo provato da piccoli, aspettando Gesù Bambino, di fronte alla bellezza e alla magia del presepe.

 

In ogni chiesa, che partecipa a questo evento, è disponibile gratuitamente una piccola guida con orari, indirizzi e qualche piccola informazione. L’ingresso è libero e senza prenotazione on-line. Qualcosa di veramente insolito ai giorni nostri.

 

Anche il percorso è libero, come liberi sono i pensieri di fronte al messaggio che ci viene proposto. Le chiese che fanno parte di questa iniziativa sono le seguenti:

 

Nella basilica di Sant’Ambrogio ci sono esempi di Natività attraverso i secoli: uno, un “antenato” del presepe, è scolpito nel celebre Sarcofago di Stilicone, un altro è stato realizzato da militari italiani internati in un campo di concentramento tedesco nel 1944, un terzo, infine, tradizionale, è di oggi.

 

Visitare il bel presepe di San Vincenzo in Prato è anche l’occasione per rivedere questa chiesa dal passato molto travagliato (è stata persino una fabbrica di prodotti chimici, col campanile diventato ciminiera). Da vedere, oltre alla suggestiva cripta, il battistero, realizzato negli Anni Trenta da Paolo Mezzanotte: al suo interno si trova, secondo una leggenda, la pietra che serviva a Sant’Ambrogio per salire in groppa alla sua mula Betta.

 

La Natività è sempre presente nelle ore di buio e in quelle di luce: ce lo ricordano i presepi di San Simpliciano e San Nazaro con il cambio di luminosità dal giorno alla notte.

 

Il presepe può essere fatto con materiali diversi. Ecco due opere d’arte, il presepe di carta di Landonio (chiesa di San Marco) e la Natività scolpita su un sarcofago a Santa Maria dei Miracoli presso San Celso.

 

Molto bello è il presepe di San Vittore al Corpo. Dobbiamo guardare oltre le colonne per cogliere il messaggio davanti a noi.

 

Ed ora una piccola raccolta di presepi. Manca Gesù Bambino: nascerà tra poche ore!

A tutti un sereno e felice Buon Natale!

A presto…

Buon Halloween 2023

Antiche storie di streghe e fantasmi, delle quali è ricca la nostra città, ci possono tenere compagnia in questa notte di Halloween, magari in attesa della cena in qualche locale.

 

Se invece restiamo a casa, possiamo addobbarla prendendo spunto da qualche bella vetrina.

 

Gli animali, questa notte, potranno parlare. Ma i nostri amici pelosi non lo fanno forse da sempre con noi? Cosa ci direbbero se gli mettessimo un costumino come questi? Grrrr!

 

Ed ora qualche piattino disgustoso e come dessert “dolcetto o scherzetto”.

 

E se, dopo cena, facessimo un piccolo itinerario del terrore? A ciascuno il proprio “spirito guida”. C’è la dolce Carlina, che ci aspetta in Duomo, o l’astuta figlia di Bernabò Visconti in via Santa Radegonda…

 

Se poi andiamo verso il Castello, non dimentichiamoci di salutare la bella Cecilia Gallerani con il suo ermellino… sta aspettando l’amato Ludovico il Moro che fugge a cavallo dal Castello.

 

Sarà forse stato terrorizzato dalle urla dei soldati morenti sotto la Torre del Filarete, colpiti dal Bombarda perchè avevano oltraggiato la sua donna? O avrà visto la Contessa di Challant passeggiare sul rivellino portando tra le mani la propria testa mozzata?

 

Questa notte il portale con l’Aldilà si apre. Non sentite odore di zolfo uscire dalla Colonna del Diavolo? E se vedete passare un carro, non fermatelo, non è per i vivi…

 

Per continuare questa strana movida, si può passare da piazza Vetra per i “fuochi” (… attenzione: sono i roghi delle streghe) o, se volete fare quattro salti, l’appuntamento è in San Bernardino alle Ossa, per una danza che non si potrà dimenticare.

 

Altri fantasmi girano per Milano: in via Bagnera, alla Senavra

 

Carissimi fantasmi, Buon Halloween anche a voi!

A presto…

La Strada delle Abbazie: settima tappa, Morimondo

Queste giornate di autunno che si accenderanno per i colori del foliage, ci invitano a qualche gita fuoriporta, magari per l’ultima tappa della “Strada delle Abbazie“: Morimondo.

 

“…di tutte, quest’ultima è quella che ha conservato la maggior magia agreste, in quanto il suo collocamento nel Parco del Ticino l’ha salvata dalla cementificazione… Questo è un luogo mistico, poetico e magico nel contempo…” (P. Daverio: La buona strada).

 

Oltrepassiamo, dunque, l’antica Porta del Pellegrino per raggiungere l’Abbazia di Morimondo (dedicata, come il Duomo di Milano, a Santa Maria Nascente) con il suo monastero.

 

Venne fondata nella prima metà del 1100 da alcuni monaci cistercensi giunti dal monastero francese di Morimond, del quale restano oggi solo alcune rovine.

 

Interessante è il significato di questo nome. Generalmente lo si fa riferire a “morire al mondo”, cioè “risorgere” per iniziare una nuova vita. C’è chi pensa, però, che voglia dire “rilievo tra le paludi” (dal francese moire mont) perchè i cistercensi erano soliti, per fondare una loro abbazia, scegliere un luogo circondato da terreni da bonificare. Morimondo si trova, in effetti, su un piccolo rilievo tanto che la chiesa è più in alto dei terreni circostanti.

 

L’abbazia è piuttosto grande (metri 66 per 28 circa) ed è stata realizzata coi tipici mattoni rossi lombardi che furono, in parte, forniti, nel corso del tempo, anche dalla secolare Fornace Curti ancora attiva nella nostra città.

 

La facciata, che risale alla fine del Duecento, è piuttosto austera, secondo lo stile cistercense privo di orpelli e decorazioni. Ci sono volutamente alcune imperfezioni (bifore diverse ed asimmetriche, rosone non centrato…) in quanto, per quei monaci, la perfezione poteva appartenere solo a Dio.

 

Dall’esterno possiamo vedere come anche a Morimondo ci sia, al posto del campanile, la torre nolare, tipica delle chiese cistercensi.

 

Anche l’interno, a tre navate, è severo e richiama la semplicità dei monaci secondo quanto voleva San Bernardo: “…non si deve provare più gusto a leggere i marmi che i codici,… nè occupare l’intera giornata ammirando, piuttosto che meditando la Legge di Dio”.

 

Può forse sembrare strano che la semplicità di queste abbazie faccia sentire al visitatore, o al fedele, che si trova di fronte ad una bellezza profondamente diversa, fatta di vuoti e di silenzi delle immagini, che porta al raccoglimento e alla meditazione. Affreschi, immagini, quadri e statue si possono contare sulle dita di una mano.

 

Una bella acquasantiera in pietra di saltrio ci accoglie all’ingresso. In origine si trovava nel chiostro e serviva ai monaci come lavabo per le mani prima di entrare in chiesa o nel refettorio.

 

C’era anche, sopra l’acquasantiera, una bella Madonnina che è stata, ahimè, rubata, ma non dimenticata.

 

Proseguendo verso il transetto guardiamo, dietro l’altare maggiore, il bel coro cinquecentesco in legno di noce, con incisi simboli e immagini sacre.

 

Anche in questa chiesa, di fianco all’altare, c’è una scala che porta al dormitorio dei monaci.

 

Sulla parete accanto ad essa, ecco la Madonna della Buonanotte, che i monaci salutavano andando a dormire. Tiene in braccio il Bambino e, accanto a loro, ci sono San Giovannino, San Bernardo e San Benedetto. L’affresco risale al 1515, realizzato tre anni dopo quello di Bernardino Luini a Chiaravalle. Da notare che l’ambiente sembra dilatarsi alle spalle della Vergine, “bucare” quasi la parete. Il Bramante aveva fatto scuola.

 

Una curiosità a cui non abbiamo saputo trovare risposta. Sempre sulla parete a destra dell’altare troviamo una antica lapide che riguarda un soldato romano della XIII Legione Gemina. Come, quando e perchè è capitata (ed è stata murata!) qui?

 

I monaci, però, non erano dediti solo al lavoro dei campi e alla preghiera, ma erano impegnati anche con lo studio e la stesura di codici miniati. Per visitare questi luoghi di lavoro, cultura e preghiera, accessibili dal chiostro, è necessario prenotare una visita guidata presso l’abbazia.

 

Morimondo non è, però, solo un punto di arrivo, ma può essere, come vedremo presto, un punto di partenza per altri itinerari…

A presto…

Piccolo itinerario del tempo: terza parte (la meridiana del Duomo)

Ancora una volta il Duomo è al centro di una piccola storia di Milano.

 

Avete mai notato quella sottile linea di ottone, incassata nel pavimento, che, appena varcata la soglia, attraversa da destra a sinistra le cinque navate della cattedrale?

 

Se la guardiamo con attenzione, vediamo che sale sulla parete fina circa tre metri di altezza e termina con una formella dove è raffigurato un Capricorno, segno zodiacale in cui cade il solstizio d’inverno.

 

Non solo: accanto alla linea di ottone, che va dalla parete sud (quella verso Palazzo Reale) a quella nord (verso il Motta), appaiono gli altri segni zodiacali. Sacro e profano? Assolutamente no, non sono da considerare segni astrologici, ma astronomici, fatti posare alla fine del Settecento da due religiosi dell’Osservatorio di Brera.

 

Stiamo parlando della meridiana del Duomo, protagonista di questa puntata del nostro itinerario sugli orologi di Milano. Si tratta di un orologio solare che viene da un lontanissimo passato. La utilizzavano già i Caldei, gli Egizi, i Greci,… e ne troviamo esempi anche in tempi più vicini a noi. Ecco, ad esempio, la Casa della Meridiana, di via Marchiondi 3, realizzata a Porta Romana nel 1926 dall’architetto Giuseppe De Finetti, esponente del movimento Novecento.

 

Questo edificio fa parte del patrimonio architettonico della nostra città, è composto da cinque “ville”, diseguali e sovrapposte.

 

Sulla facciata una cornice racchiude una meridiana, realizzata dall’architetto e pittore Luigi Gigiotti Zanini.

 

Ma come funziona, a grandi linee, una meridiana? Un’asta verticale, lo gnomone, con la luce del sole proietta la propria ombra su una sorta di quadrante apposito. A mezzogiorno, quando il sole è a picco, l’ombra è la più corta.

 

Poteva, però, non esserci un “rito ambrosiano” anche per la meridiana del Duomo? Infatti essa è, per così dire, una meridiana al contrario. Non si basa sulle ombre, ma sulla luce del sole che, entrando a mezzogiorno da un foro posto sulla volta della prima campata sud a circa 24 metri di altezza, illumina la striscia di ottone sul pavimento. Un particolare: questa striscia è stata collocata vicino all’entrata del Duomo per non disturbare i riti religiosi. Chapeau!

 

La meridiana del Duomo venne realizzata nel 1786 da due gesuiti, padre Angelo De Cesaris e padre Guido Francesco Reggio, astronomi dell’Osservatorio di Brera, per ordine del Regio Imperiale Governo Austriaco.

 

Firmatario del decreto fu Cesare Beccaria, insigne giurista nonchè nonno materno di Alessandro Manzoni. Perchè questo decreto imperiale? Dal 1° dicembre 1786 venne introdotto, anche in Lombardia, dal governo austriaco il nuovo computo delle ore. Si passò, infatti, dalle “ore italiche”, basate sul tramonto del sole che corrispondeva sempre alle ore 24, al sistema in uso in Europa, secondo il quale si divideva la giornata in due periodi di 12 ore ciascuno (AM e PM) partendo dal mezzogiorno astronomico delle diverse località. Per rendere più facile questa misurazione del tempo, furono poi introdotti i fusi orari.

 

Come sempre alla nuova misurazione del tempo seguirono diverse proteste e lamentele. Giacomo Casanova riporta quelle di una sua cugina di Parma. “…il sole sembra ammattito! Tramonta ogni giorno ad un’ora diversa. Adesso si pranza alle dodici…” Prima, invece, “…al tramonto [cioè sempre alle 24] si recitava l’Angelus e si accendevano i lumi.”.

 

Grazie alla meridiana del Duomo, Milano si adeguò alla nuova misurazione del tempo, unendo, come sempre, novità e tradizione. Dal Duomo, infatti, un incaricato osservava l’arrivo del mezzogiorno sulla meridiana e lo comunicava al Palazzo dei Giureconsulti, da cui partiva un segnale per il Castello. Qui un artigliere sparava un colpo di cannone a salve, che segnalava ai milanesi l’ora del mezzogiorno.

 

A presto…

La Strada delle Abbazie: sesta tappa, Mirasole

Riprendiamo il nostro cammino sulla Strada delle Abbazie, luoghi di fede e di storia che hanno cambiato il volto della nostra Bassa.

Abbiamo suddiviso questo percorso a tappe, una per ogni abbazia, in modo che ciascuno, pellegrino o turista, possa percorrerlo coi tempi e mezzi che preferisce.

Immersi quasi in un tempo a due velocità tra la fretta di oggi e la pace di questi luoghi, si potrà provare meraviglia davanti a questa antica arte minore, diffusa in luoghi che conosciamo ormai diversi, e scoprire simboli e allegorie millenarie in grado di far rivivere, anche oggi, emozioni sopite.

L’Abbazia di Mirasole

La tappa di oggi è l’Abbazia di Mirasole, nel Comune di Opera, a pochi passi da Milano, unico esempio rimasto di grangia fortificata lombarda, protetta all’ingresso da una piccola torre.

 

Ottocento anni di storia

Venne fondata tra il XII e il XIII secolo dall’Ordine degli Umiliati che, con i Cistercensi e i Cluniacensi, costruirono una serie di abbazie a sud di Milano, poco distanti, anche a piedi, le une dalle altre, che formavano quasi una corona nei terreni bonificati dal lavoro dei Monaci.

 

Nel corso dei secoli Mirasole ha incontrato tempeste e rinascite. Da grangia ricchissima (fornì persino gratuitamente legname alla Veneranda Fabbrica del Duomo), andò incontro ad una lenta decadenza quando anche gli Umiliati dovettero fare i conti con le crisi provocate da carestie, epidemie e guerre 

 

I terziari (gli Umiliati furono i primi ad avere laici nel proprio ordine) e i salariati diminuivano sempre più e anche Mirasole fu costretta a dare in affitto i propri terreni a ricchi proprietari terrieri che risiedevano altrove. Così i Trivulzio, nel 1427, giunsero persino ad occupare le terre dell’abbazia con il proprio bestiame, in cambio di un affitto irrisorio. Ecco il Mausoleo della potente famiglia Trivulzio presso la basilica di San Nazaro.

 

Il colpo di grazia a Mirasole avvenne poi nel 1582 quando, a seguito del colpo di archibugio sparato contro l’Arcivescovo Carlo Borromeo da parte di alcuni Umiliati, si arrivò alla soppressione dell’Ordine.

 

Il Cardinale ottenne che tutte le rendite di Mirasole andassero al Collegio Elvetico, fondato per l’istruzione di seminaristi svizzeri, che ebbe poi sede presso il Palazzo del Senato, attualmente Archivio di Stato.

 

Terminò così la vita monastica di Mirasole e tutti gli edifici, tranne la chiesa e il chiostro, furono affittati. Il lungo viaggio di Mirasole, però, non era ancora finito. Nel 1797 Napoleone soppresse il Collegio Elvetico e donò l’Abbazia, con tutte le sue proprietà, all’Ospedale Maggiore di Milano per l’assistenza che aveva dato ai suoi soldati.

 

Era quasi un ritorno al passato da parte del destino. Infatti, nel lontano 1359, Bernabò Visconti aveva donato diverse terre di questa zona agli “ospedali” milanesi del Brolo e di Santa Caterina, “antenati” dell’Ospedale Maggiore – Ca’ Granda.

 

Attualmente Mirasole è ancora di proprietà dell’Ospedale e, ben restaurata, ospita diverse iniziative anche a carattere sociale e ricreativo, oasi anche per un attimo di pausa e di ristoro..

 

La chiesa e il chiostro

La chiesa, inizialmente più piccola, venne ricostruita nel Quattrocento e dedicata alla Vergine Assunta. La sua facciata ha un oculo centrale e, sul lato destro, si trova una formella con un Agnus Dei che richiama la lana per la cui lavorazione gli Umiliati erano celebri.

 

L’interno della chiesa era probabilmente tutto affrescato. Attualmente rimangono i dipinti dell’abside, che raccontano l’Assunzione di Maria in Cielo, accompagnata da angeli musicanti. In basso a sinistra, è dipinto l’abate committente dell’opera.

 

In una piccola cappella a destra si trova una Natività fatta realizzare pochi anni prima della soppressione dell’Ordine. In basso a sinistra appare anche qui il committente, Marco Lanetta, ultimo preposito di Mirasole. Fra coloro che assistono alla sacra scena, in nero, è dipinto il nipote, morto in giovane età, alla cui memoria la cappella era stata dedicata. Quasi un addio dipinto per sempre.

 

Nell’abbazia si poteva trovare ciò che serviva alle necessità spirituali e materiali dei monaci. Molto interessante è anche il chiostro, ricco di simbolismi ormai quasi dimenticati. Questo spazio quadrangolare (il numero quattro è ricco di simbolismi: quattro sono, ad esempio, i punti cardinali, le stagioni, le fasi lunari… ) è chiuso ai lati, ma aperto verso il cielo; non a caso la parola “chiostro” deriva dal latino “claustrum“, ovvero “chiuso”.

 

Anche nel chiostro si trovano diversi elementi simbolici: ogni lato ha sette colonne, sette è un altro numero carico di significati, tra l’altro sette erano i momenti da dedicare alla preghiera secondo la regola di San Benedetto “sette volte al giorno Ti ho lodato”.

 

 

Le colonne sono poste sopra un basamento in muratura che sembra indicasse la pazienza che i monaci dovevano esercitare.

 

Ai lati del giardino centrale ci sono quattro alberi: un fico, un ulivo, una palma e un melograno, carichi di significati che richiamano la passione di Cristo.

 

Diamo anche uno sguardo alla formella che rappresenta due religiosi, un uomo e una donna, di uguali dimensioni. Forse questo indicava il loro uguale valore?

 

Infine soffermiamoci sul simbolo di Mirasole, scolpito sui capitelli angolari dei pilastri del chiostro; purtroppo oggi ne restano solo due. Rappresentano il Sole, simbolo di Cristo, e la Luna, dal volto umano, che viene identificata coma la Chiesa, che vive della luce riflessa di Dio. Ci ha colpito come, accanto al viso della Luna, ci sia una sorta di mezzaluna: in uno dei capitelli si trova a fianco del viso, quasi uno spicchio di Luna crescente; nell’altro è invece sotto il volto.

 

La falce di Luna è un simbolo antichissimo legato a divinità femminili (Diana, Artemide, Astarte, Istar…) e anche la Madonna ha, talvolta, questo simbolo ai suoi piedi.

 

 

Intrigante, vero? L’Abbazia di Mirasole merita senz’altro una visita speciale…

A presto…

Piccolo itinerario del tempo: seconda parte (il segnale di mezzogiorno)

Il nostro piccolo itinerario alla scoperta di alcuni orologi di Milano prosegue alla Veneranda Fabbrica del Duomo, alle spalle della cattedrale.

 

L’istituzione ha origini antichissime. Risale, infatti, al 1387, quando Gian Galeazzo Visconti la volle, con incredibile lungimiranza, per provvedere nel tempo alla costruzione, alla manutenzione, al restauro e ad altre iniziative volte a proteggere e a valorizzare el noster Domm. Simbolo della Veneranda è la Madonna che, col suo mantello, avvolge e protegge il Duomo. Ecco un’antica immagine con la vecchia facciata.

 

Il palazzo, che oggi ospita la Veneranda, venne realizzato a metà Ottocento dall’architetto Carlo Pestagalli al posto delle vecchie costruzioni che costituivano la “cassina”, cioè il cantiere dove lavoravano operai, marmisti, muratori, anche a titolo volontario, tanto era l’onore e il valore di poter partecipare a quest’opera milanese.

 

Nel 1866 sulla sommità di questo palazzo, venne posto un orologio, prima meccanico, poi elettrico, affiancato dalle statue di un uomo (il Sole) e di una donna (la Luna), simboli del giorno e della notte.

 

La nostra cattedrale era al centro di un complicato sistema che segnalava il mezzogiorno, battuto da un vecchio campaniletto provvisorio (non più esistente) posto sulle terrazze del Duomo.

 

Facevano parte di questo curioso “segnale orario” l’Osservatorio di Brera e il Palazzo dei Giureconsulti di piazza Mercanti. Quest’ultimo fu costruito nel 1562 per volere di Papa Pio IV, milanese di nascita, su progetto di Vincenzo Seregni.

 

Al centro della monumentale facciata venne inglobata l’antica Torre Civica, eretta nel 1272 da Napo Torriani, la cui campana segnalava incendi, pericoli e condanne a morte; nel 1411, poi, fu installato sopra la torre un orologio pubblico, fatto collocare dall’allora ingegnere del Duomo, Filippino da Modena.

Ecco come veniva dato, dal XVIII secolo, il segnale di mezzogiorno. Alle 11,57 precise dall’Osservatorio di Brera veniva sventolata una bandiera, il custode della Torre Civica lasciava cadere un palla di ferro dorata lungo l’asta del parafulmine e il campanaro del Duomo, udito il segnale, suonava il mezzogiorno. Ci siamo chiesti il perchè di questo “umano marchingegno”, forse era un modo per sincronizzare gli orologi?

 

Questo artigianale sistema durò fino ai primi del Novecento, quando fu rimpiazzato da una sirena posta sul tetto della Rinascente e collegata elettricamente ad un nuovissimo pendolo di precisione, installato nell’Osservatorio di Brera; era stata voluto da Senatore Borletti, proprietario dei magazzini e anche di una fabbrica di orologi, che desiderava una precisione tutta lombarda.

 

Passeggiando per il centro, possiamo ancora oggi vedere alcuni orologi d’epoca molto stilosi come quello del Passaggio Duomo di Palazzo Carminati. Ha il quadrante bianco e la cassa in ghisa, sopra la quale ci sono gli stemmi della città col Biscione. Un esempio di design industriale.

 

Molto elegante, anche se meno visibile, è quello che si trova all’interno della Galleria, lato Duomo, sotto la volta di vetro, dove c’era anche la “sala degli orologi”, da cui partivano gli impulsi elettrici per tutti gli orologi pubblici della città.

 

 

E che dire delle meridiane, che ci accompagnano fin dal tempo dei Caldei? Ne parleremo presto, partendo, come sempre, dal nostro Duomo.

A presto…