Itinerario Abbazia di Chiaravalle: nutrimento per la mente e per il corpo (Parte prima – l’esterno)

L’Abbazia di Chiaravalle è l’ultima tappa a Milano del lungo Cammino dei Monaci. Vi troviamo insieme spiritualità e mistero, arte, cultura e… buon cibo!

cammino dei monaci

L’Abbazia ha attraversato quasi 900 anni di storia, superando tante difficoltà legate alle vicende umane. Nel 1798, dopo oltre sei secoli dalla fondazione, la Repubblica Cisalpina mise all’asta i beni dell’Abbazia, tranne la chiesa, che divenne parrocchia, e la foresteria.  La comunità cistercense fu dispersa.

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Anche il “progresso” ci mise del suo: la costruzione della ferrovia Milano-Pavia-Genova, a ridosso dell’Abbazia, comportò, a metà Ottocento, la distruzione del grande chiostro bramantesco.

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Poi, per fortuna, arrivò, a salvare Chiaravalle, il Superman dei monumenti milanesi, Luca Beltrami. L’architetto, a capo di quella che allora era l’odierna Sovrintendenza, avviò a fine Ottocento un restauro generale, riacquistando, per conto del Comune, molti dei beni venduti. Inizia la rinascita dell’Abbazia.

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il Superman dei monumenti milanesi

Nel 1952, infine, grazie al Cardinale Schuster, i monaci tornarono a casa.

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L’esterno dell’Abbazia

Diverse epoche convivono in questo complesso: all’ingresso un bianco portico del Cinquecento “contiene” i resti di una antica torre di difesa e ci introduce in un lungo e stretto cortile, che si allarga davanti all’Abbazia.

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Immediatamente, sulla sinistra del cortile troviamo l’antico oratorio di San Bernardo, una piccola chiesa del Quattrocento con pregevoli affreschi (anche un Bosch?), riservata alle donne che potevano accedere all’Abbazia solo in alcune circostanze liturgiche.

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Oggi le cose sono cambiate: l’ingresso è precluso anche agli uomini! Per visitare la chiesetta, meglio informarsi presso l’InfoPoint dell’Abbazia.

La Bottega dei Monaci

Sulla destra del cortile incontriamo l’antica foresteria, un edificio del Quattrocento, fatto in mattoni rossi secondo la tradizione lombarda. Oggi è in parte dedicata alla Bottega dei Monaci.

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Non è un piccolo supermercato, ma c’è proprio ogni ben di Dio. I freschi (uova, insalata, polli, formaggi, salumi, pane…) sono prodotti a Km 0, provenienti dal monastero o dalle piccole aziende del Parco Sud.

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Da altri monasteri arrivano diversi “peccati di gola” come marmellate, mieli, caramelle, cioccolato…

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Ci sono anche prodotti naturali per la cura del corpo e… dello spirito come liquori a base di erbe e, soprattutto, straordinarie birre artigianali.

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Ne abbiamo provate alcune prodotte da monasteri, italiani e stranieri; sono assolutamente eccezionali!

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Chi fosse astemio o a dieta, può nutrire solo la mente limitandosi ad acquistare libri, pubblicazioni e oggetti sacri.

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Nel cortile si aprono anche l’InfoPoint, dove trovare il calendario delle varie iniziative, e diverse aree verdi, dove giocare coi bambini o coi grandi.

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La “Ciribiciaccola” o torre campanaria

Ancora due parole su quanto vediamo all’esterno dell’Abbazia: la facciata, la “Ciribiciaccola”, o Torre Nolare (Nolarium era il campanile) e la Torre dell’Orologio.

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La Ciribiciaccola “è” Chiaravalle. Il suo profilo, icona inconfondibile, dal XIV secolo ci guida verso l’Abbazia da qualsiasi parte si provenga.

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Nasce dalla stessa Abbazia. Fu costruita dove si incrociano la navata centrale e il transetto, da un architetto cremonese, Francesco Pecorari.

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dove nasce la “Ciribiciaccola”

A lui si devono anche il Torrazzo di Cremona e il più bel campanile di Milano, quello di San Gottardo a Corte, dietro al Duomo.

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La struttura leggera ed elegante della Ciribiciaccola, in mattoni rossi e marmo di Candoglia, quello del Duomo, ha forma ottagonale. Finestre ed archetti formano come un traforo, sul quale spiccano bianchi pinnacoli.

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Slanciata e protesa verso l’alto, fu restaurata dal nostro solito, amatissimo Luca Beltrami.

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Al suo interno si trova la più antica campana ambrosiana, la Bernarda, che risale al 1453, azionata ancora oggi a mano dai monaci per scandire la Liturgia delle Ore.

La Ciribiciaccola è tanto vicina al cuore dei milanesi da diventare anche la protagonista di una filastrocca scioglilingua in dialetto.

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Chi sono i “ciribiciaccolini”? I monaci dell’Abbazia, le colonnine, i pinnacoli, o i piccoli delle cicogne che nidificavano sulla Torre e che, battendo i loro beccucci, facevano “ciri ciri”? Un altro piccolo mistero ambrosiano…

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La Torre dell’Orologio

La Torre dell’Orologio passa quasi in secondo piano accanto alla Ciribiciaccola, molto più alta e ricca di decorazioni.

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La torre originale risale al 1368 e anche Leonardo ne parlò perchè su di essa era posto un orologio astronomico, un “oriolo” (Codice Atlantico).

Se l’ingegno dei monaci fu tale da far costruire un simile prodigio meccanico, la stupidità umana, secoli dopo, lo fece distruggere (o rubare?) durante gli anni della Repubblica Cisalpina o subito dopo. Ora c’è un orologio di metà Ottocento, così come del primo Novecento sono le campane all’interno della torre.

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Ingresso dell’Abbazia

Ed eccoci infine al bianco portico del 1600, ultimo scampolo della facciata barocca, risalente al XVII secolo, che ricopriva quella originale.

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ieri

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Subito il portone centrale in legno dell’Abbazia ci riporta prepotentemente ai misteri di antiche trame medievali.

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A presto…

La Vigna di Leonardo e la Casa degli Atellani

Ancora due tesori nascosti di Milano: un palazzo rinascimentale riaperto al pubblico e una vigna, per ritrovare la quale è stato necessario, letteralmente, scavare sotto la terra di anni.

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Siamo in corso Magenta, quasi fronte al Cenacolo e a Santa Maria delle Grazie.

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Anche ai tempi di Ludovico il Moro la zona era bella, c’erano palazzi per i cortigiani, come la famiglia degli Atellani, che possedeva due case adiacenti.

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Leonardo aveva appena terminato l’Ultima Cena quando Ludovico gli regalò, con atto notarile, una bella vigna di oltre 8000 metri quadrati, situata alle spalle delle Case degli Atellani.

(4-16) Leonardo e Ludovico Sforza ragionano sul Cenacolo

Con questa proprietà terriera, il Maestro avrebbe potuto acquisire la cittadinanza milanese; un “cervello in fuga” che aveva trovato nella nostra città la sua terra adottiva.

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Sono passati cinque secoli e la nostra città ha appena vissuto l’effervescente clima di EXPO 2015.

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La Casa degli Atellani, in corso Magenta 65, è stata aperta, in parte, al pubblico dagli attuali proprietari, per permettere ai visitatori di ammirare le stanze, gli affreschi, il porticato, il giardino… e non solo.

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http://www.vignadileonardo.com/

Questa Casa è un altro luogo poco conosciuto: quelli che in origine erano due palazzi adiacenti, sono stati uniti, negli anni Venti dello scorso secolo, dall’architetto Piero Portaluppi, genero del nuovo proprietario, Ettore Conti, presidente dell’AGIP e di Confindustria, che ne fece la sua residenza privata.

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Piero Portaluppi

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Ettore Conti

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L’architetto ha riportato le sale del palazzo, con i loro capolavori, allo splendore di un tempo. Ci sono opere di Bernardino Luini e della sua scuola, una Sala dello Zodiaco, medaglioni di illustri personaggi; non mancano, inoltre,  interventi dello stesso Portaluppi.

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Non solo: le stanze aperte al pubblico hanno mantenuto un aria vissuta, di famiglia agiata del tempo.

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Prendiamo in prestito dal sito ufficiale la mappa del “tesoro”, per chi non potesse visitare di persona la Casa degli Atellani.

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http://www.vignadileonardo.com/la-casa-degli-atellani.html

Il giardino, anche in questo splendido palazzo, è invisibile agli occhi indiscreti di chi passa per corso Magenta. Resta un luogo appartato, protetto da alberi, tra case e cortili, molto “milanese” nel voler restare un po’ segreto.

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In fondo a questo giardino si vede qualche filare di vite, quel tesoro incredibile scoperto e fatto rinascere: la Vigna di Leonardo.

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Il Maestro, nipote di vignaioli toscani, fu sempre legato a questa vigna, dono del Duca, e a Milano, città dove aveva trovato fama e prestigio.

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Quando il Moro fu sconfitto e imprigionato, la vigna venne confiscata dai Francesi, ma Leonardo, tornato a Milano dopo qualche tempo su invito del governatore francese, ne ottenne la restituzione, tanto era forte il legame con la nostra città.

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La lasciò poi in eredità a due fedeli compagni, che l’avevano seguito in Francia, il servitore G.B. Villani e l’allievo prediletto G.G. Caprotti, detto il Salai.

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“Morte di Leonardo” di J.B. Ingres

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Il Salai

Poi la Storia, grande e piccola, ci mise del suo e per la vigna ci furono anni di silenzio. Ma negli anni Venti, quel grande “cercatore” di tesori milanesi che fu Luca Beltrami, riuscì ad individuare dove si trovava la vigna del Maestro e persino a far fotografare ciò che ne restava.

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La Seconda Guerra Mondiale, e altri disastri umani, coprirono di macerie anche la vigna, ma, come aveva scritto, e disegnato, Leonardo secoli prima… la vite si nasconde sotto terra e poi ricresce.

la vite di Leonardo

Leonardo la vite

Fai clic per accedere a LaVignaDiLeo.pdf

Così un team di genetisti e docenti di agraria con un famoso enologo, sono riusciti non solo a ricavare il DNA da una radice sepolta, ma, attraverso studi, esperimenti e innesti, anche a far crescere un nuovo vigneto di Malvasia di Candia, come era quello del Maestro.

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Il pubblico ha potuto visitare la Casa degli Atellani e la rinata Vigna di Leonardo durante l’EXPO 2015; poi, vista la grande affluenza, le visite sono state prorogate fino al 31 marzo 2016. Mancano quindi solo poche settimane, anche se si spera in una ulteriore proroga.

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Se potete, non perdetevi la visita al palazzo e a quella “magia” scientifica che è  la vigna di Leonardo. Quale altra città può permetterci di passeggiare nel vigneto amato da quel grande Genio?

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un “decanter” in un rebus di Leonardo

Con Leonardo “enigma”, “mistero” e “magia” non mancano mai. Per questo amò tanto Milano?

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Epifania 2016, tradizione e novità

La nostra città ha un forte legame con i Magi, questi misteriosi sapienti partiti da lontano alla ricerca della loro “Particella di Dio”.

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Non sono stati i primi a giungere alla Grotta.

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Ghirlandaio

Nel Presepio abbiamo già messo le statuine della Sacra Famiglia, degli angeli, dei pastori, della gente comune; poi il bue, l’asinello, le pecorelle, gli animali da cortile…

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Giotto

Infine, domani, metteremo i Magi con gli esotici cammelli o i nobili cavalli.

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Ecco alcune Adorazioni dei Magi che possiamo vedere in questa nostra città, ricca di opere d’arte, a volte poco note.

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Stefano da Verona – Pinacoteca di Brera

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Schiavone – Pinacoteca Ambrosiana

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Correggio – Pinacoteca di Brera

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Museo del Duomo

Il Solstizio d’Inverno è avvenuto e la luce del giorno dura, a poco a poco, sempre di più. “San Bassiano [19 gennaio] ha un’ ora in mano” dice un vecchio proverbio; la rinascita della Natura si sta preparando: sotto la neve, pane.

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Intorno alla Natività, alla nuova Luce, in questa misteriosa Adorazione dei Magi di Leonardo c’è una umanità dolente, i Magi non hanno abiti sfarzosi, sullo sfondo scene di battaglia e città in rovina.

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Gli uomini sono riusciti persino a contendersi le spoglie dei Magi: secondo la tradizione esse furono dapprima traslate a Milano nella tomba sotto la Stella-Guida del campanile di Sant’Eustorgio.

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Poi il Barbarossa le volle per sè e le fece portare a Colonia; solo qualche reliquia fu restituita alla nostra città grazie al Cardinal Ferrari, all’inizio del Novecento.

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Duomo di Colonia

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Reliquiario in Sant’Eustorgio

Ogni anno Milano rinnova il suo legame con i Magi con un corteo in costume il giorno dell’Epifania.

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Come sempre parte dal Duomo per raggiungere il presepio vivente di Sant’Eustorgio, attraversando alcune vie dello shopping e della movida, come via Torino, il Carrobbio, le Colonne di San Lorenzo e corso di Porta Ticinese.

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Epifania Corteo Re Magi Sant'Eustorgio Milano 1

MILANO 06 Gen 2012 - I RE MAGI PORTANO I DONI A GESU', IN PIAZZA SANT'EUSTORGIO savoia cattaneo faravelli p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate - MILANO 2012-01-06 I RE MAGI PORTANO I DONI A GESU', IN PIAZZA SANT'EUSTORGIO I RE MAGI PORTANO I DONI A GESU' EPIFANIA - fotografo: Enrico Brandi / Fotogramma / Fotogramma presepio vivente

L’appuntamento è alle 11.30/11.45 in piazza Duomo.

http://www.santeustorgio.it/corteo_dei_magi.html

E la Befana?

Questa sorta di stranonna buona e dolce come i suoi doni, nonostante il freddo-Freezer in arrivo, anche quest’anno prenderà la moto (ore 8.30 in corso Sempione) e, con un corteo motorizzato, raggiungerà alcuni Istituti per distribuire sorprese ai meno fortunati.

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Anche la Befana non riuscirà a sfuggire al fascino della Darsena; il 6 gennaio pattinerà sul ghiaccio in un grande spettacolo gratuito alle ore 18.30,  e saluterà i bambini a bordo dei battelli che navigano sul Naviglio.

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Si chiuderà così il primo Darsena Christmas Village.

http://milano.mentelocale.it/68084-milano-befana-ghiaccio-show-chiusura-darsena-christmas-village/

Una piccola dritta: oltre allo street food della Darsena, si può fare un salto al Mercato Metropolitano di Porta Genova, aperto fino a mezzanotte, dove, tra i vari stand, ci sarà atmosfera di festa con giochi e spettacoli.

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Buona Epifania, che tutte le Feste (ahimè) si porta via!

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I Mystèriosi sotterranei del Castello

È una Milano oscura e livida quella che fa da sfondo all’avventura “Scendendo” di Martin Mystère, apparsa su Almanacco del Mistero, 1995.

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I sotterranei, questa terra di mezzo tra il sopra e il sotto, il mondo delle luci e quello del buio assoluto del sottosuolo, sono i veri protagonisti di questa storia che riguarda il Castello Sforzesco.

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Martin, indagando sull’omicidio di un ingegnere che aveva lavorato sul sottosuolo, riesce a sventare, attraverso rocambolesche vicende, un piano terroristico che intendeva far esplodere il Castello e gettare Milano nel caos e nel terrore.

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Questo piano era basato su un complesso progetto difensivo ideato da Leonardo, “ingegnere militare” secondo il curriculum da lui inviato a Ludovico il Moro.

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curriculum di Leonardo

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progetto di “carro armato”

Un micidiale composto, il cosiddetto fuoco greco, era stato nascosto sotto la Piazza d’Armi per impedire, attraverso incendi ed esplosioni, l’eventuale conquista del Castello, da parte di nemici.

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Il colpo di scena finale rivela che il Maestro, in accordo con il comandante della guarnigione, che aprì le porte del Castello ai Francesi, non mise in atto il piano distruttivo al fine di salvare l’amata Milano.

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Perchè raccontare questa storia su alcuni “segreti” del Castello?

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Sotto il Castello c’è realmente un mondo sotterraneo “archiviato”. Si narra di una strada segreta, che univa il Castello a Santa Maria delle Grazie, fatta costruire dal Moro. Ecco il suo ingresso, che si trova nella Ghirlanda, l’antica via difensiva coperta realizzata dagli Sforza.

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inizio percorso verso Santa Maria delle Grazie

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via sotterranea della Ghirlanda

Un’altra storia, dal sapore molto hard, ebbe luogo ai tempi della dominazione austriaca. Una compagnia di giovani era solita radunarsi nei sotterranei del Castello, coperti di muschio; da qui il nome di Compagnia della Teppa (parola milanese che indica il muschio), dal quale deriva il termine teppista.

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uno degli accessi ai sotterranei, con muschio

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uno dei sotterranei

Tra le bravate di questo gruppo, l’organizzazione di un festino a luci rosse a Villa Simonetta.

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Villa Simonetta, Milano

Furono invitate le fanciulle, in cerca di marito, della Milano bene di allora e, ad insaputa di queste, nani e derelitti dei bassifondi milanesi, cui, invece, era stato promesso in dono un incontro con prostitute. La polizia austriaca, su segnalazione di una invitata, intervenne a salvare le ragazze e i “teppisti” furono arruolati a forza nell’esercito.

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da “Senso” di L. Visconti e da “Il bacio” di Hayez

La Compagnia della Teppa

http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/03/terribili_scherzi_della_teppa_Fra_co_7_080803035.shtml

Infine, per fortuna, è stato anche “archiviato” l’uso della Ghirlanda come rifugio antiaereo durante i bombardamenti.

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Oggi la via coperta della Ghirlanda è aperta al pubblico solo con prenotazione e guida presso l’Info Point del Castello.

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inizio del percorso

È una visita assolutamente da non perdere, perchè mostra il Castello da un altro punto di vista, molto underground, con scorci inaspettati e cunicoli tortuosi e impervi.

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Ponticella del Bramante vista dalla Ghirlanda

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Se avete voglia, infine, di vivere qualche brivido in questa nostra misteriosa e sconosciuta città, pensate che le linee Rossa e Verde della metropolitana scorrono proprio sotto la Piazza d’Armi, magari accanto a vie segrete murate…

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dietro questo muro passa la metropolitana

Meglio non aprire certe porte…

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Itinerario Castello Sforzesco (Parte Seconda)

Il Castello non vive solo di memorie, ma è ben presente nella vita di oggi.

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allestimento per un evento – ottobre 2015

Al Castello ci si incontra per manifestazioni, eventi, appuntamenti culturali all’ora dell’aperitivo; la location, specialmente di sera, diventa quanto mai intrigante e suggestiva.

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luci alla Rocchetta

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Agli eventi, in genere, sono riservati spazi all’aperto o strutture a tempo.

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Gli interni, invece, proteggono capolavori e raccolte di grande valore.

mappa dei musei del castello

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La Corte Ducale è una specie di Expo permanente di arte e cultura, che richiede una visita di diverse ore, magari suddivisa in più itinerari. Qui si trova la biglietteria per tutti i Musei, “padiglioni” che espongono le diverse eccellenze di arti e produzioni differenti.

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Una grande porta, la Pusterla dei Fabbri, accoglie i visitatori ed invita ad entrare. Non è il portone di un nobile palazzo quello che apre la strada ai tesori del Castello, ma l’arco di una Pusterla delle mura medievali.

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Questo arco, situato in una zona della Milano delle botteghe e popolare, fu portato al Castello ai primi del Novecento, in occasione di trasformazioni urbanistiche che ne prevedevano la demolizione. Ora si trova all’ingresso del Museo d’Arte Antica, quasi un omaggio al lavoro dei milanesi che ha fatto grande la nostra città.

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fabbri corriere

Entrati nella Corte Ducale, residenza rinascimentale dei Duchi, ciò che colpisce in primo luogo sono gli spazi: grandi, aperti, con ampie vetrate, che mostrano “scenografie” inaspettate.

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Il Museo d’Arte Antica è il primo “padiglione” che incontriamo. La varietà di ciò che contiene rende la visita molto ricca di scoperte. All’inizio di ogni sala si può ritirare una piccola guida gratuita che illustra, in più lingue, quanto esposto.

Ecco qualche “assaggio”:

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mausoleo di Bernabò Visconti

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Madonna Lia

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pietra tombale di Gaston de Foix

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bassorilievo della “fanciulla impudica”

Le sale ducali sono esse stesse museo e gli ambienti, talora, rubano la scena.

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sala verde

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sala delle colombine

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Sala delle Asse

Dalle vetrate delle sale ci appaiono anche scorci antichi ed indimenticabili: il fossato, la Ghirlanda, la Ponticella del Bramante, dove Ludovico il Moro si ritirò a piangere, in tre salette “vestite” a lutto (le salette Nigre), la scomparsa della moglie Beatrice. Ci restò, dicono, “ben” quindici giorni!

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ponticella del Bramante

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ponticella del Bramante

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portico della Ponticella

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fossato e Ghirlanda

Fino a pochi mesi fa, in questo “padiglione” era ospitata anche la Pietà Rondanini, in una sorta di cappella votiva, realizzata dallo Studio BBPR, lo stesso cui si deve, tra l’altro, il progetto della Torre Velasca.

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gli architetti Banfi, Balgiojoso, Peressutti e Rogers

Per raggiungere il prossimo “padiglione” museo, dobbiamo scendere e passare sopra un ponticello sospeso.

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In questa nostra avventura, inaspettatamente, sotto di noi, appare una fontanella in un verde “prato” di muschio.

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La storia di questa fontanella del Castello Sforzesco è piuttosto curiosa: gli Sforza non l’hanno mai vista in questo posto! Infatti l’originale si trovava al Castello di Vigevano da dove fu traslocata per diventare un’acquasantiera nella Collegiata di Bellinzona.

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Bellinzona

Al Beltrami questa fontana piacque così tanto che ne fece costruire ben tre identiche. Una è quella dell Castello, un’altra è a Seregno.

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Seregno

La terza si trova, sempre a Milano, a Villa Mirabello, in una dimora di campagna del Quattrocento. Era soprannominata magiabagaj (mangiabambini) per l’immagine classica dell’inquietante biscione.

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Villa Mirabello

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Villa Mirabello

Sopra la fontana del Castello c’è una delle finestre originali, che ha fatto da modello per i restauri geniali e “creativi” del Beltrami.

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Raggiungiamo la Loggia di Galeazzo Maria con un ampio scalone a gradoni bassi, fatto per salire… a cavallo!

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Prima di iniziare un nuovo percorso museale fermiamoci sulla Loggia, magari seduti su questa deliziosa panchettina, per guardare il panorama.

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Siamo al primo piano della Corte Ducale e il “padiglione” da visitare è una sorta di Salone del Mobile attraverso i secoli. Qui regnano insieme storia e design.

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Anche la Pinacoteca, successivo “padiglione” di questa Expo speciale, offre una raccolta di capolavori che lascia frastornati.

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una delle sale

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Bernardino Luini

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Andrea Mantegna

Con un passaggio coperto sulle mura si passa alla Rocchetta, dove si trovano il Museo delle Arti Decorative e quello degli Strumenti Musicali.

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Come all’Expo, assaggiamo qualche piatto speciale di questi padiglioni per…stuzzicare l’appetito.

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Entriamo nella Sala della Balla; accanto agli Arazzi dei Mesi, del Bramantino, si può utilizzare una postazione multimediale per leggere qualche pagina di Leonardo.

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Il percorso museale ci riconduce, attraverso un camminamento all’interno della Porta Giovia, alla sala della biglietteria.

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Ma la nostra “Expo” non finisce qui.

All’esterno, sotto il portico della Corte Ducale sostiamo un attimo “a bordo piscina”, accanto all’Affresco dell’Elefante, uno degli animali esotici che erano ospitati nella riserva dei Duchi, oggi Parco Sempione.

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Davanti a questo affresco è stata collocata la lapide a Gian Giacomo Mora, vittima dell’ignoranza e della superstizione, di manzoniana memoria.

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Da qui possiamo scendere nei sotterranei per visitare altri due “padiglioni”: il Museo della Preistoria e Protostoria e quello Egizio, sezioni distaccate del Museo Archeologico di corso Magenta.

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Che ci fa una gatta rock, venuta dal lontano Egitto, nei sotterranei del Castello? Quali misteri vi si nascondono?

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Continua…

Itinerario Castello Sforzesco (Parte Prima)

La visita al Castello è veramente un’esperienza ricca di emozioni, scoperte e avventure, quasi un’impresa come quella degli antichi cavalieri che ricordavano un episodio esaltante della loro vita con uno stemma e un motto personali, diversi dallo stemma del casato.

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Sala delle Asse

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una delle segrete

Uno degli stemmi scelti da Ludovico il Moro rappresenta un mare in tempesta e due fari che indicano il porto da raggiungere.

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Rocchetta

fanali moro

Santa Maria delle Grazie

Questo stemma si trova sia al Castello, su un capitello nel portico della Rocchetta, sia in Santa Maria delle Grazie, voluta dal Duca come cappella di famiglia.

rokketta

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Forse indicavano il travaglio della sua vita per giungere al potere terreno e alla pace eterna.

sarcofago di Ludovico e Beatrice (Certosa di Pavia)

Tal trabalio mes places, por tal thesaurus non perder” (tale fatica mi è gradita per non perdere un tale tesoro). Il motto che accompagnava l’impresa di Ludovico ci ha fatto pensare alla “vita” del Castello, giunto fino a noi in grande splendore dopo le tempeste della sua storia.

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Castello degradato

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Castello ora

Godiamoci questo tesoro conoscendo meglio la complessa varietà di quanto mostra, senza dimenticare, però, quanto nasconde o c’è ancora da scoprire.

segrete

Il Castello è nel cuore della città, vasto quadrilatero di mura in mattoni definite da due torri rotonde sul davanti e quadrate verso il Parco Sempione.

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Non è del tutto originale, ma è stato ricostruito da Luca Beltrami, l’architetto milanese che, a fine Ottocento, riuscì a compiere l’impresa di salvare e restaurare il Castello e, insieme, la memoria dei milanesi rispetto alla loro Storia.

beltrami

Ecco la mappa del Tesoro:

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Passare sotto la Torre del Filarete è come varcare il portale verso il passato del Castello.

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Su di essa, ricostruita in maniera avventurosa dal Beltrami attraverso studi, ricerche e ritrovamenti fortunosi, spiccano un grande orologio, misura umana del tempo, la statua di Sant’Ambrogio e quella di Umberto I, al quale la torre è dedicata.

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La vasta Piazza d’Armi, che ci accoglie appena entrati, non fa pensare ai cortei cavallereschi o alle esercitazioni militari che qui avvenivano durante le varie dominazioni straniere.

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Ora sembra un giardino sul quale si affacciano sedi culturali o di capolavori come la Pietà Rondanini nell’ex-Ospedale Spagnolo.

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Ospedale Spagnolo

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Sul lato di fronte al Museo della Pietà, alcuni resti sono memoria della città che abitiamo e fanno da panchina per qualche gatto fermo, come noi, forse a meditare.

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gatto tra i resti

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La statua di san Giovanni Nepomuceno, patrono dei soldati austriaci e… protettore degli ubriachi caduti in acqua (una sua statua era situata anche a Porta Romana, quando vi scorreva il Naviglio) è davanti al cosiddetto fossato morto, completamente asciutto, dove spesso gatti sornioni ci guardano con felino e signorile distacco, accanto a palle di cannone in pietra.

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Statua e Naviglio a Porta Romana

fossato morto

fossato morto

gatto e palle di cannone

L’antica Porta Giovia, che si apre sulla Piazza d’Armi, fa quasi da cartello indicatore verso i capolavori di Michelangelo e Leonardo contenuti nel Castello.

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torrione di Porta Giovia

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Entriamo ora nella seconda parte del Castello, dove si affacciano la Rocchetta, il luogo più protetto, al quale si accedeva solo da un ponte levatoio sopra il fossato morto, e la Corte Ducale, residenza del Duca e centro politico di Milano.

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Rocchetta col ponte levatoio

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Corte Ducale

Davanti alla Rocchetta possiamo fermarci per una sosta in un moderno luogo di ristoro.

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Accanto al bar, possiamo invece dissetarci, con la fantasia, alla piccola fontana su cui sono riportate cinque imprese dei Visconti e degli Sforza.

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Dalla fontana non sgorga acqua, ma si sa che i gatti non la amano; un inquietante gatto nero fa da guardiano a chissà quali misteri.

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Nell’elegante cortile della Rocchetta possiamo passeggiare sotto i portici ai quali lavorò anche il Bramante.

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Sui capitelli stemmi araldici, mentre sullo sfondo appare la Torre di Bona di Savoia, rifugio della infelice vedova di Galeazzo Maria Sforza.

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Da questa torre sembrano provenire, talvolta, gemiti e lamenti. Saranno quelli di Bona o di un gatto rimasto solo?

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gatto come fantasma al castello

Nel cortile della Rocchetta si apre anche la Torre Castellana, dove si trovava la Sala del Tesoro, purtroppo non sempre visitabile.

torre Castellana

sala tesoro

Era il forziere che custodiva il tesoro dello Stato e quello privato del Duca.

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deposito di Paperon de’ Paperoni

Secondo l’ambasciatore di Ferrara, la quantità di ricchezze era tale che un cerbiatto non sarebbe riuscito a superarle con un balzo.

bambi

paperone

In questa sala è possibile ammirare l’affresco, opera del Bramantino, raffigurante Argo. Questa figura mitologica dai cento occhi vegliava sul Tesoro, affiancata da due splendidi pavoni.

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La finestrella accanto conteneva un ingegnoso antifurto: nel vano erano contenute delle lampade ad olio che proiettavano la loro luce nella sovrastante stanza del Castellano; l’apertura non programmata della porta della sala avrebbe creato una corrente d’aria tale da farle spegnere, dando così l’allarme.

argo e finestra

Al primo piano si può passeggiare nel Museo degli Strumenti Musicali e nella Sala della Balla, dove sono esposti altri capolavori quali gli Arazzi dei Dodici Mesi, commissionati al Bramantino da Gian Giacomo Trivulzio, che appare in quello del mese di Settembre, con un falco sulla mano; un gigantesco selfie di stoffa dell’epoca.

Sala della Balla e Arazzi dei Mesi

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mese di Settembre

E come non pensare che in questa Sala, dove si giocava anche alla pallacorda, avvenne un dramma pubblico e privato? Dopo una notte di danze, per le feste del Nuovo Anno, Beatrice d’Este, giovanissima moglie del Moro, morì di parto insieme al suo bambino. Si dice che il fantasma della giovane Duchessa non abbia mai abbandonato queste sale.

Beatrtice d'Este

Quante altre storie conoscono i gatti del Castello?

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A tra poco…continua.

Il Castello e gli Sforza: la “Grande Bellezza”

Il Castello, sotto gli Sforza, entra nel suo periodo d’oro e diventa simbolo e immagine del Potere.

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Il passaggio del Ducato dai Visconti agli Sforza era stato malvisto da alcune delle grandi potenze europee, che vantavano diritti su Milano per via di matrimoni o di “fidanzamenti”. Anche Bianca Maria, ad esempio, era stata promessa a diversi pretendenti di illustri casate, ma il Biscione aveva preferito continuare la sua discendenza attraverso una stirpe di valorosi condottieri, veri “signori della guerra”, come Francesco Sforza.

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matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti

Alla morte dell’ultimo Visconti era stata proclamata la Repubblica Ambrosiana e il Castello in parte abbattuto.

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vessillo della Repubblica Ambrosiana

Milano Ambrosiana

insegna della Repubblica Ambrosiana

In un clima di grande incertezza politica, Francesco strinse Milano in un assedio, come un serpente che avviluppa e stritola senza colpire.

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Milano si consegnò a Francesco; il nuovo Duca pensò subito in grande, per costruire un’immagine forte della città e di se stesso, capostipite di una casata con un blasone da legittimare.

stemma

Mise mano agli ordinamenti statali e avviò la costruzione di grandi opere come il Naviglio della Martesana e la Ca’ Granda.

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Ca Granda

Anche il Castello subì interventi per “ornamento de la cità e sicurezza” (Francesco Sforza);  fu ampliato e rivolto verso Milano: vennero realizzate la Piazza d’Armi, le mura con le due torri circolari e quella centrale d’ingresso al Castello, nota oggi come Torre del Filarete.

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torre filarete

Infatti questa torre, che appare come simbolo del potere di uno solo, il Duca, che domina sul Castello e sulla città, fu progettata uno dei più famosi architetti dell’epoca, il fiorentino Antonio di Pietro Averulino, noto con lo pseudonimo di Filarete, al quale si deve anche la Ca’ Granda.

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il Filarete

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chiostro della Ca’ Granda

Il Castello divenne così famoso che persino nella lontana Russia, lo Zar pensò di rivolgersi ad architetti italiani per dare lustro al Cremlino, con mura e torri che ricordano quelle milanesi.

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il Cremlino

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il Cremlino

Alla morte di Francesco Sforza gli successe il figlio primogenito Galeazzo Maria, uomo avido e spregiudicato, che non esitò, persino, a far allontanare e, forse, avvelenare anche la propria madre Bianca Maria Visconti. Un vero serpente, degno del sangue dei Visconti!

Galeazzo M. Sforza

Galeazzo vive al Castello con la moglie Bona di Savoia. In poco tempo si arricchiscono di affreschi e decorazioni le sale, la Cappella e la Rocchetta; questa era la parte meglio difesa del Castello e sarà resa ancora più sicura con la torre cosiddetta di Bona.

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interno della Rocchetta

Bona di Savoia

Bona di Savoia

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esterno della Rocchetta e torre di Bona

Galeazzo venne ucciso sul sagrato della chiesa di Santo Stefano da alcuni congiurati, lasciando come erede, Gian Galeazzo Maria, un bambino di sette anni, sotto la reggenza della madre.

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chiesa di Santo Stefano

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Bona, però, nulla potrà contro il cognato Ludovico, ultimo figlio di Francesco, detto “il Moro”, forse per il colore scuro della carnagione, forse per aver incrementato la diffusione delle piante di gelso (dette moron in dialetto), utilizzate per nutrire i bachi da seta, importante produzione del Ducato.

LUdovico il Moro

Ludovico il Moro

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piante di gelso affrescate da Leonardo nella Sala delle Asse del Castello

Ludovico, di fatto, diventerà, via via, il signore assoluto di Milano, fino ad assumere il titolo di Duca alla morte del nipote Gian Galeazzo, avvenuta a venticinque anni, a Pavia, in una sorta di “esilio dorato” in mezzo a lussuosi “divertimenti”.

Gian Galeazzo Sforza

Gian Galeazzo Sforza

Ludovico deve legittimare ancora la casata e, soprattutto, la sua usurpazione del potere a scapito del nipote: l’immagine deve quindi essere sfarzosa e di “grande bellezza”.

Il Duca porta a Milano il Rinascimento. Chiama alla sua Corte grandi artisti ai quali affida grandi progetti. Le stanze del Castello vengono affidate  a personalità come il Bramante, a cui si deve anche la Ponticella e, forse, la Sala del Tesoro, il Bramantino e, soprattutto, Leonardo da Vinci.

Bramante

Donato Bramante

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la Ponticella

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il Bramantino

(2-20) Ludovico il Moro visita Leonardo alle Grazie (1)

Leonardo da Vinci

Il Maestro creerà, per la fama del Duca, e la propria, capolavori immortali, schizzi e progetti come quelli per la mai realizzata statua equestre dedicata a Francesco Sforza.

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cavallo leonardo

A Leonardo si deve anche la decorazione della Sala delle Asse, oggi appena restaurata, dove si svolgevano i ricevimenti del Moro, sotto rami di gelso dipinti, nel cui centro si trova lo stemma ducale.

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Al Castello c’era persino una sala per il gioco della palla, la Sala della Balla, dove oggi sono esposti gli Arazzi dei Mesi.

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Si dice che in questa sala sarebbe morta Beatrice d’Este, moglie del Moro, in attesa di un figlio, dopo una notte di danze.

Beatrtice d'Este

La Corte, come scrive Bernardino Corio, un cronista dell’epoca, “era splendidissima,…Ludovico, sino dalle estreme parti d’Europa, aveva condotto eccellentissimi uomini. Quivi eravi scuola di greco, risplendevano la poesia, la prosa latina, quivi i maestri nello scolpire…i più famosi nella pittura.”

Bernardino Corio

Le sale del Castello ospitavano dame e cavalieri, vestiti in ricchi broccati, che si dilettavano di musica, banchetti, balli, spesso sotto la regia di Leonardo, come la festa per le nozze del giovane Duca Gian Galeazzo, con Isabella d’Aragona.

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Isabella d’Aragona (?)

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festa di nozze

Solo Beatrice, in un solo anno, sembra si fosse fatta confezionare ben ottantaquattro abiti trapuntati d’argento e perle.

Beatrice d'Este

abito rinascimentale

Tutta la Corte viveva nel lusso; persino i cavalli avevano selle trapunte d’oro e staffe dorate.

cavalli castello

Sotto il Moro Milano cresce ed è la città più popolosa d’Europa; ci sono nuove strade, nuovi palazzi, si fanno progetti urbanistici; l’economia è solida.

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“Sforzinda” del Filarete

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Progetto di Leonardo

(13-1) Leonardo e Ludovico il Moro presso i Navigli (1)

Leonardo e Ludovico progettano Milano

(4-4) Leonardo mostra a Ludovico Sforza dei disegni di guerra (1)

Leonardo e Ludovico progettano Milano

Nubi, però, si addensano sul Castello in questi anni.

nubi sul castello

Ludovico, mentre vive in questo sogno di magnificenza, ribalta le alleanze. Le potenze nemiche incombono: per difendersi dagli aragonesi di Napoli, alla cui dinastia apparteneva Isabella, chiama in suo aiuto i francesi di Carlo VIII, prima discesa di eserciti stranieri in Italia da secoli. Purtroppo non sarà l’unica!

Carlo VIII

Successivamente divenne Re di Francia Luigi XII, cugino di Carlo. Egli, ritenendosi il legittimo Duca di Milano, in quanto discendente da Valentina Visconti, invase il Ducato.

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Luigiorleans

Siamo nel 1494, la situazione precipita: le porte del Castello vengono aperte a tradimento dal comandante, corrotto con terre e denaro; Ludovico è catturato e condotto prigioniero in Francia, nel Castello di Loches, dove morirà.

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Ma la storia del Castello Sforzesco continua

Benvenuti al Castello, una storia lunga 650 anni

È più vecchio del Duomo, è stato amato ed odiato dai milanesi, potenziato, abbellito, distrutto e ricostruito; tra i suoi tanti abitanti Signori e soldataglia, tra i suoi visitatori turisti, scolaresche in visita e fantasmi in attesa.

castello in milano

turisti verso il castello

Come si può raccontare il Castello nei suoi diversi aspetti passati e attuali senza essere come frastornati dal pensiero di Ludovico e Leonardo che camminavano per queste stanze, davanti a tutte le opere d’arte che i suoi Musei contengono, esplorando i sotterranei e le vie segrete, pensando alle vite interrotte di chi è diventato fantasma e aspetta ancora pace?

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Leonardo e Ludovico il Moro

segrete

i sotterranei

pieta

Michelangelo – Pietà Rondanini

L’invito è quello di lasciarsi andare, di “sentire” quello che vediamo visitando il Castello, le sue stanze, i suoi Musei, i suoi angoli carichi di arte, storia, aneddoti e suggestioni.

Quattro passi nel tempo: i Visconti

Facciamo quattro passi nella storia di questo Castello, così da leggere sulle pietre, che lo formano, un po’ di vita passata della città nella quale viviamo e lavoriamo adesso.

turisti

I Visconti, un po’ serpenti, un po’ baüscia

Il Castello Sforzesco, uno dei luoghi-cartolina di Milano, non è sempre stato così e ha cambiato persino il nome.

cartolina castello

L’inizio della sua costruzione, dovuta all’amore per il potere che animava i membri della famiglia Visconti, risale alla seconda metà del 1300. Alla morte dello zio, Giovanni Visconti, arcivescovo e Signore di Milano, i suoi tre nipoti dovevano spartirsi il potere: Galeazzo e Bernabò si allearono tra loro uccidendo il fratello Matteo; poi si divisero potere e città.

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Giovanni

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Galeazzo II

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Bernabò

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Matteo

A Bernabò toccò la parte sud, a Galeazzo l’altra e, per difenderla, iniziò la costruzione di una fortezza a cavallo delle mura con la duplice funzione di consentire difesa e protezione di Milano e di garantire una eventuale via di fuga dalla città…e di se stesso dal fratello.

Questa rocca prese il nome di Castrum Portae Jovis, in quanto inglobava una porta, o meglio una pusterla, chiamata Giovia. Pertanto ancora oggi ci si riferisce al primo nucleo di quello che diventerà il Castello Sforzesco, come Castello di Porta Giovia.

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Secondo alcune versioni nelle vicinanze di questa rocca sorgeva, in epoca romana, un tempio dedicato a Giove. Proverrà da questo tempio la testa monumentale del dio, conservata al Museo Archeologico e ritrovata nei dintorni di piazza Cadorna?

giove

Stemma della famiglia Visconti è il Biscione, immagine talmente presente nel DNA di Milano da essere stata, per così dire, “adottata” da alcuni gioielli della città, come l’Alfa Romeo, Canale 5 e… l’Inter! (Anche nel nostro blog ci suddividiamo il tifo calcistico tra Biscione e Diavolo).

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biscione inter 1

Il significato del Biscione dei Visconti è molto controverso e ovviamente… misterioso. Forse risale all’impresa leggendaria di un cavaliere, divenuto capostipite della famiglia viscontea, che liberò le terre padane da Tarantasio, un enorme serpente dalla testa di drago, che infestava il Lago Gerundo e faceva strage soprattutto di bambini.

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drago Tarantasio

Il cavaliere uccise il serpente, che stava inghiottendo un bambino, e fece di questa impresa lo stemma della sua famiglia.

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La storia dei parenti-serpenti della famiglia Visconti fece molte altre vittime. Bernabò venne incarcerato a vita e avvelenato dal nipote Gian Galeazzo, che era anche suo genero, nel Castello di Trezzo.

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Gian Galeazzo

Bernabò è riuscito però a tornare da vincitore nel Castello Sforzesco: suo è il monumentale mausoleo, dove è raffigurato a cavallo, che ci accoglie nelle sale del Museo d’Arte Antica, dove è stato traslato dalla demolita chiesa di San Giovanni in Conca.

mausoleo bernabo

Milano era a quel tempo una città molto ricca: le marcite permettevano una raccolta di fieno due mesi prima di quella naturale, questo consentiva alla cavalleria viscontea di avere “carburante” per i cavalli in anticipo sugli altri e alle mucche di produrre più latte e quindi più alimenti per gli abitanti.

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erba e neve – una “marcita”

Cavalleria

L’industria bellica, fatta di armorari e di spadari, era fiorente. Il tutto produceva denaro, il denaro banche, le banche ulteriore ricchezza.

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Gian Galeazzo, con queste ricchezze, comprò, per centomila fiorini d’oro, il titolo di Duca di Milano dall’Imperatore e il Biscione si mise in testa la corona.

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incoronazione di Gian Galeazzo in Sant’Ambrogio

Biscione

Forse è un po’ il capostipite dei baüscia milanesi: dopo essersi comprato il titolo, voleva crearsi uno status di signore e mostrare, agli altri potenti, la ricchezza accumulata.

Per dare lustro ed immagine al nuovo blasone iniziò la costruzione del Duomo, in marmo pregiato.

marmo per il duomo

cave di marmo di Candoglia

data di inizio del Duomo

lapide commemorativa nel Duomo

Intraprese anche una politica di alleanze matrimoniali, dando, tra l’altro, in sposa la figlia Valentina a Luigi d’Orleans, accompagnata da una dote sontuosa di denaro e gioielli.

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Luigi

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Valentina

Milano era infatti all’avanguardia anche nel campo della gioielleria, come ci conferma l’Altare d’Oro di Sant’Ambrogio.

cofanetto prezioso

altare d'oro

Al momento della morte, Gian Galeazzo controllava un territorio vastissimo, da Belluno ad Asti, da Bellinzona a Pisa, da Siena ad Assisi; forse la sua intenzione era quella di unire la penisola, o almeno il Nord Italia, in un’unica monarchiacartina ducato

Per mostrare una corte degna del casato, sotto i successori di Gian Galeazzo, il Castello di Porta Giovia venne ampliato in forma quadrata, con lati di circa duecento metri e una torre ad ogni angolo. Filippo Maria, figlio di Gian Galeazzo, divenuto Duca alla morte del fratello maggiore, vi trasferì in modo definitivo la propria residenza.

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Filippo Maria

castello giovia

Alla sua morte, senza eredi maschi, venne proclamata la Repubblica Ambrosiana e il Castello, ritenuto simbolo della passata tirannia, fu saccheggiato e in parte distrutto. La città, dopo un assedio, si consegnò a Francesco Sforza, valoroso capitano di ventura, marito di Bianca Maria Visconti, figlia dell’ultimo Duca, Filippo Maria.

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Francesco Sforza

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Bianca Maria

Siamo nel 1450, l’Aquila si affianca al Biscione. Il capostipite della nuova casata ricostruirà il Castello, dandogli nome, lustro e fama.

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stemma degli Sforza

continua…

Dialogo di Belisama con Leonardo

C’è una gran festa questa notte al Castello Sforzesco.

castello in festa

Anch’io, Belisama, sono stata invitata ed ho messo un abito di broccato e argento, sontuoso come quello delle belle dame.

Leonardo -“Donna che indica”

Vedo ospiti illustri attraversare il cielo sopra Milano per raggiungere la corte di Ludovico.

fantasmi

Ecco riempirsi via via la Sala delle Asse, dove Leonardo si fece  Natura, “Maestra dei Maestri”.

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Leonardo – Sala delle Asse del Castello Sforzesco

Sotto i rami di gelso il Moro accoglie gli ospiti senza tempo, accanto al Maestro.

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particolare

Leonardo mi viene incontro.

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Leonardo in “Da Vinci’s demon”

“Il tempo, veloce predatore delle cose create, quanti Re, quanti popoli ha distrutto…” mi dice il Maestro.

“Ma lo spirito, la memoria, le energie sono immortali, Leonardo”

Il Maestro mi sorride.

“Anch’io ho ascoltato, in questa dimensione senza tempo, nella quale ora mi trovo, cose nuove e interessanti sulla materia e l’energia...”

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Mi guarda, sa chi sono, parliamo.

“Anche tu sei tornato a Milano, nella nostra amata città. Cosa ne pensi? Ancora ci sono i tuoi Navigli, la tua vigna, i tuoi capolavori; sempre si parla di te.”

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i Navigli

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la vigna di Leonardo – Casa degli Atellani

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“In questa città ho potuto lavorare e sognare, studiare e creare; anch’io, straniero, sono stato accolto e l’ho amata.”

leonardo a milano

Leonardo alla corte del Moro

Vedo nei suoi occhi la bellezza delle sue creature, Scienza ed Arte insieme.

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Leonardo – “l’Uomo Vitruviano”

Il Maestro continua a guardarmi:

“I tuoi occhi sono belli come quelli di una donna, Belisama.

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Leonardo – “la belle Ferroniere” (particolare)

Perché sento salire un rossore di fanciulla sulle mie guance di dea? Perchè quegli occhi, come ponti levatoi, aprono i suoi pensieri e colgono i miei?

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Leonardo – “la Scapillata”

Confusa, accenno una domanda, tenuta in sospeso a lungo:

“Ma quelle donne…? Cecilia, le tue Madonne…le hai amate? E quel ragazzo, Salaino, quell’angelo caduto…lo hai amato?”

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Leonardo – “la Dama con l’ermellino”

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Leonardo – “angelo incarnato”

“Sì, ho amato tutte le mie creature, e anche la Natura, le acque, le rocce…tutto il Creato”

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Leonardo – “la Vergine delle rocce” (particolare)

“Ma quell’accusa…si dice che…gli uomini li amavi…”

Leonardo mi sorride

“È importante?”

Faccio un profondo sospiro ed i vortici della vita umana entrano nel mio respiro. Ora capisco…

-“No”

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Leonardo – “vortici d’acqua”

I nostri mondi sono accanto, particelle di infinito.

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traccia simulata del Bosone di Higgs

Ho deciso: questa notte vivrò da donna…

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Leonardo – studio per “Leda”

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Francesco Melzi – copia della “Leda” di Leonardo andata perduta

Leonardo prende la mia mano ed il buio della notte si illumina di stelle.

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Incontriamo in via Rovello la “Dama con l’Ermellino”

Quando entriamo nel palazzo di via Rovello 2, per andare a teatro, bere un caffè o fare anche solo due passi, come non pensare che qui ha vissuto Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, la “Dama con l’Ermellino” ritratta da Leonardo?

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Il suo bel viso non guarda il pubblico, lo sguardo è richiamato altrove, libero e forse un po’ audace; è il volto di una giovane donna dall’intelligenza viva e arguta, consapevole di ciò che vuole e le è consentito fare, non quello di una favorita che mette in mostra le sue grazie alle quali deve tutto.

cecilia

Più magra e più giovane della Gioconda, ha mani grandi e affusolate, posate, senza carezze o forti prese, su un grosso ermellino.

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ermellino

http://www.franuvolo.it/sito/doc/Rassegna/illustrati/ILL_60_72.jpg

Non è chiaro perchè Leonardo abbia dipinto Cecilia con un ermellino; c’è chi sostiene persino che si tratti di una donnola o di un furetto, più facile da addomesticare. Nuovi studi indicherebbero dei ripensamenti, da parte del Maestro, sull’immagine dell’animale.

dama_ermellino grigio

http://www.archeomatica.it/documentazione/nuova-tecnica-non-invasiva-indaga-la-dama-con-l-ermellino

Anche le interpretazioni sul significato dell’animale restano incerte: per alcuni indicherebbe la purezza, per altri richiamerebbe il cognome di Cecilia (in greco antico ermellino si dice galè), per altri ancora farebbe riferimento all’onorificenza di Cavaliere dell’Ermellino, ricevuta dal Moro; le diverse ipotesi si intrecciano e si confondono. D’altra parte il gusto di Leonardo per l’enigma e il mistero spinge continuamente a cercare risposte fuori e dentro di noi.

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Cecilia nacque a Milano nel 1473, figlia di un giurista senese che aveva fatto fortuna alla corte dei Visconti prima e di Francesco Sforza poi, che gli aveva concesso il grandissimo benefit di non pagare tasse.

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La bambina aveva ricevuto un’educazione di buon livello ed era bella, intelligente ed istruita.

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La morte del padre, però, lasciò la famiglia in gravissime difficoltà economiche. Le terre ed i beni vennero confiscati per i debiti e toccò al figlio maggiore recuperare il benessere di un tempo. Fece successivamente una petizione al Moro, divenuto Signore di Milano, per riavere i possedimenti perduti e alcuni studiosi ipotizzano che sia stata proprio la sedicenne Cecilia a sottoporla al Duca, che accettò la richiesta.

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Di fatto, però, non sappiamo quando Cecilia e Ludovico si incontrarono, ma non fu solo una delle tante storie d’amore del Duca. Fu un amore intenso, lungo forse tutta la vita, quello che ebbe inizio tra la ragazza ed il più maturo Signore di Milano, che aveva diciannove anni più di lei.

collana con ceci

La loro passione trapela dalle lettere che l’ambasciatore estense alla corte del Moro, Jacopo Trotti, scriveva ai suoi Signori, in attesa del matrimonio combinato tra Ludovico e la giovanissima Beatrice d’Este. “Si dice che il male del signor Ludovico è causato dal troppo coito di una sua puta [il termine veniva usato per indicare la giovanissima età] che prese presso di sè, molto bella, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione”.

abiti moro

La Gallerani visse a Corte come una regina, accanto a personalità come Leonardo, Bramante e Bandello, ai quali fu legata da amicizia e stima profonde.

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Cecilia sapeva che non avrebbe mai potuto essere la sposa del Signore e lo accettava. Era però la First Lady della Corte e partecipò accanto a Ludovico ad una delle più grandi feste mai date: “la Festa del Paradiso”, per la quale Leonardo curò le scenografie.

festa del paradiso

Quattro mesi dopo questo evento vennero celebrate le sontuose nozze del Moro con Beatrice d’Este, nella raffinata e magnifica Corte milanese.

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La Gallerani aspettava un figlio, Cesare, che crebbe a Corte ed è raffigurato sulla Pala di Brera, assieme ai Duchi e al loro figlioletto.

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Cesare Sforza nella pala

Cecilia, dapprima, visse al Castello, tollerata da Beatrice: ma tutto ciò non poteva durare a lungo. Il Moro era un Signore munifico e capace, ricco e generoso, ma…solo un uomo può non capire che non si deve fare lo stesso regalo (un abito, poi!) a moglie e amante.

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La bomba scoppiò quando, infatti, il Moro fece confezionare due tuniche simili, ma di tessuti diversi: l’uno, più prezioso, per la moglie, l’altro, meno pregiato, per l’amante…alla quale però stava meglio.

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La camora, questo il nome del tipo di tunica, fece scatenare le ire di Beatrice, che ottenne l’allontanamento della rivale da Corte. Per farlo apparire definitivo il Moro diede a Cecilia una ricca dote, possedimenti ed un nobile marito, il conte Ludovico Carminati, uomo discreto e tranquillo, che permise a Cecilia di vivere una seconda vita lontana da Corte.

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Nel palazzo di via Rovello, donato dal Moro, vennero fatti lavori affidati a personalità come Leonardo e Bramante, che frequentavano anche i colti salotti della Gallerani, che divenne una delle più famose e stimate dame del Rinascimento lombardo.

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Alla morte di Beatrice, Cecilia tornò a Corte per stare vicina al Moro, ormai in crisi politica e personale. Tutto stava precipitando: il figlio Cesare, frutto del loro amore, morì e il re di Francia, Luigi XII, sconfisse Ludovico.

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Luigi XII

La contessa si ritirò nel suo castello di San Giovanni in Croce, nel cremonese, dove visse per lunghi anni, circondata da importanti e colte frequentazioni, studi e scambi epistolari anche col grande Leonardo che aveva reso immortale la sua bellezza.

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Secondo alcuni, in una pala della cappella del castello, è raffigurata una Cecilia ultraquarantenne un po’ più curvy.

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Morì a 63 anni e, probabilmente, fu sepolta nella cappella della famiglia Carminati, nella chiesa di San Zevedro, dove riposano due dei suoi figli.

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E il vedovo? Sembra che si sia risposato con Lucrezia Crivelli, un’altra “ex” del Moro …..

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Del celebre ritratto di Cecilia, per molti secoli, non si seppe più nulla; venne acquistato infine da una principessa polacca. Dopo varie peripezie tutta la collezione della principessa fu depredata dai gerarchi nazisti e il quadro venne collocato nella residenza del governatore tedesco a Cracovia.

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Sul finire della guerra, questi lo fece portare in Baviera, ma qui fu recuperato dai Monuments Men americani e riconsegnato alla Polonia.

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Ora la “Dama con l’Ermellino” si trova a Cracovia, ma si dice che lo spirito di Cecilia torni spesso, in attesa del Moro, nel palazzo di via Rovello, nella sua indimenticata Milano.

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“Cecilia” di Igor Bitman